Tullio De Mauro
martedì 31 gennaio 2012
Ancora sulla "riscoperta" di Benedetto Croce negli Stati Uniti. E non solo
Tullio De Mauro
"Sono stato bocciato in quinta ginnasio per colpa di un´interrogazione" "Il problema non è la scuola che fa quel che può ma quel che c´è fuori e c´è dopo"Il linguista, alla vigilia degli 80 anni, racconta alcuni episodi della sua vita in un libro. Dall´Italia della guerra al fratello Mauro" Siamo migliorati, ma oggi c´è una dealfabetizzazione degli adulti: solo il 20% sa leggere le istruzioni di un farmaco"di Francesco Erbani
Repubblica 31.1.12 da dirittiglobali.it
Il libro di Le Goff sulla Legenda Aurea: la lettura di Franco Cardini
Jacques le Goff: A la recherche du temps sacré. Jacques de Voragine et la Légende dorée, Paris, Perrin, 2011
Jacques de Voragine, dominicain mort en 1298 archevêque de Gênes, est l'auteur d'une somme qui, après la Bible, a donné lieu au plus grand nombre de manuscrits au Moyen Age : la Légende dorée. Ce prodigieux ouvrage,- maintes fois commenté, n'a pas livré tous ses secrets. Loin de se borner à consigner la légende édifiante des saints du calendrier, il porte une ambition bien plus considérable, estime Jacques Le Goff : celle de christianiser le temps, et de montrer comment Dieu, à travers le temps et par son bon usage, peut enchanter le monde. Ainsi le temps divin et le temps humain dialoguent dans un mouvement perpétuel qui est celui de la vie même du chrétien, saint ou non. A ce titre, la Légende dorée, " best-seller " absolu, a joué un rôle déterminant dans l'élaboration de la culture européenne, dont la conscience et la maîtrise du temps sont des éléments essentiels.
Ha un titolo proustiano il nuovo libro del grande studioso francese, che rilegge la “Legenda Aurea” di Giacomo da Varazze, bestseller tardomedievale
Franco Cardini Europa 31 gennaio 2012
Università
Ringrazio Piero Bevilacqua per aver consentito la pubblicazione [SGA].
Il presidente del Consiglio e il suo governo hanno dunque deciso di rinviare la decisione di abolire il valore legale della laurea universitaria. Non trattandosi di una materia che rivesta particolare urgenza c'è tutto il tempo per decidere con ponderazione ed anche per aprire una consultazione nel Paese. Mi sembra un scelta saggia, espressione, forse, di quella saggezza che Asor Rosa ha ricostruito analiticamente sul Manifesto (19.1.2012) come pilastro di questo esecutivo e dell'operazione politica generale su cui si reggono oggi le sorti dell'Italia. Potrei anche aggiungere che la scelta inaugura un apprezzabile stile di coinvolgimento democratico degli italiani, che oggi vorremmo esteso ad altre questioni: per esempio ai problemi della Val di Susa, al conflitto sul TAV, a cui sinora si è risposto con la militarizzazione del territorio e con la criminalizzazione di una intera popolazione. Ma non sono sicuro di poter essere così magnanimo, per le ragioni che dirò alla fine. Debbo, peraltro, aggiungere che se si fosse proceduto immediatamente all'abolizione del valore legale, il governo avrebbe compiuto un atto di imperdonabile arroganza. E avrebbe ricevuto un contraccolpo di non trascurabile ampiezza. Come avrebbe potuto, dopo tutto quello che è successo, con il precedente esecutivo? Rammento che il governo Berlusconi, non ha soltanto, per quasi quattro anni , coperto di vergogna e di disonore il nostro paese, ma ha inferto colpi micidiali, i più gravi in tutta la storia della Repubblica, all'intero sistema dell'istruzione. Ha gettato letteralmente sul lastrico la scuola pubblica, dalle elementari alle superiori, ha ridotto nelle condizioni forse più precarie della sua storia recente l'Università. Oggi gli studenti italiani hanno sempre meno borse di studio per poter frequentare i corsi, pagano le tasse più elevate d'Europa dopo quelle del Regno Unito e dell'Olanda, ricevendo servizi sempre più scadenti per assenza cronica di personale amministrativo, spazi collettivi, orari delle biblioteche, rarefazione dei docenti. Al tempo stesso migliaia di giovani con in tasca la laurea con lode, dottorato, master vari, conseguiti talora anche all'estero, non sanno dove sbattere la testa, sono gettati nella più grave angoscia che una persona possa subire: la consapevolezza di avere alle spalle anni e anni di studi, di possedere saperi, idee, energie volontà di essere utile al proprio paese e non sapere che cosa fare un giorno dopo l'altro. E a questa condizione, a tale drammatica situazione, nella sua prima uscita sui problemi dell'Università, il governo avrebbe davvero potuto rispondere con la grave decisione di abolire valore legale alla laurea?
Quanto vale una laurea
Piero Bevilacqua http://www.amigi.org/
Il presidente del Consiglio e il suo governo hanno dunque deciso di rinviare la decisione di abolire il valore legale della laurea universitaria. Non trattandosi di una materia che rivesta particolare urgenza c'è tutto il tempo per decidere con ponderazione ed anche per aprire una consultazione nel Paese. Mi sembra un scelta saggia, espressione, forse, di quella saggezza che Asor Rosa ha ricostruito analiticamente sul Manifesto (19.1.2012) come pilastro di questo esecutivo e dell'operazione politica generale su cui si reggono oggi le sorti dell'Italia. Potrei anche aggiungere che la scelta inaugura un apprezzabile stile di coinvolgimento democratico degli italiani, che oggi vorremmo esteso ad altre questioni: per esempio ai problemi della Val di Susa, al conflitto sul TAV, a cui sinora si è risposto con la militarizzazione del territorio e con la criminalizzazione di una intera popolazione. Ma non sono sicuro di poter essere così magnanimo, per le ragioni che dirò alla fine. Debbo, peraltro, aggiungere che se si fosse proceduto immediatamente all'abolizione del valore legale, il governo avrebbe compiuto un atto di imperdonabile arroganza. E avrebbe ricevuto un contraccolpo di non trascurabile ampiezza. Come avrebbe potuto, dopo tutto quello che è successo, con il precedente esecutivo? Rammento che il governo Berlusconi, non ha soltanto, per quasi quattro anni , coperto di vergogna e di disonore il nostro paese, ma ha inferto colpi micidiali, i più gravi in tutta la storia della Repubblica, all'intero sistema dell'istruzione. Ha gettato letteralmente sul lastrico la scuola pubblica, dalle elementari alle superiori, ha ridotto nelle condizioni forse più precarie della sua storia recente l'Università. Oggi gli studenti italiani hanno sempre meno borse di studio per poter frequentare i corsi, pagano le tasse più elevate d'Europa dopo quelle del Regno Unito e dell'Olanda, ricevendo servizi sempre più scadenti per assenza cronica di personale amministrativo, spazi collettivi, orari delle biblioteche, rarefazione dei docenti. Al tempo stesso migliaia di giovani con in tasca la laurea con lode, dottorato, master vari, conseguiti talora anche all'estero, non sanno dove sbattere la testa, sono gettati nella più grave angoscia che una persona possa subire: la consapevolezza di avere alle spalle anni e anni di studi, di possedere saperi, idee, energie volontà di essere utile al proprio paese e non sapere che cosa fare un giorno dopo l'altro. E a questa condizione, a tale drammatica situazione, nella sua prima uscita sui problemi dell'Università, il governo avrebbe davvero potuto rispondere con la grave decisione di abolire valore legale alla laurea?
Ma entriamo nel merito della questione. Le argomentazioni più serie a favore dell'abolizione non reggono alla prova. Sostengono i fautori di tale scelta, che nei concorsi pubblici il voto di laurea altera la corretta valutazione dei candidati, premiando spesso gli immeritevoli che hanno strappato a buon mercato, in qualche Università di serie b, un alto voto. L'abolizione del valore legale metterebbe tutti in condizioni di parità. A questa apparentemente giudiziosa obiezione si possono tranquillamente fornire più risposte. Intanto, quello sollevato, è un problema che riguarda le norme sull'accesso alle professioni, le modalità con cui vengono valutati curricula, titoli, nei diversi concorsi. E lì che caso mai bisogna intervenire se si vuole essere più certi di premiare il merito, ma il valore legale della laurea non c'entra affatto. D'altronde, una cosa è la formazione universitaria, un'altra cosa sono le professioni. Per esempio, per l'accesso dei laureati all'insegnamento scolastico i legislatori italiani hanno di volta in volta varato dispositivi di “abilitazione” alla professione, che si aggiungevano alla semplice laurea e fornivano un vantaggio concorsuale a chi la conseguiva. D'altra parte, nei concorsi pubblici si valuta la prova a cui i candidati sono sottoposti, non è certo il voto di laurea, da solo, a decidere della selezione. E le norme variano comunque da professione a professione. Gli abolizionisti ritengono invece che senza il condizionamento della laurea la valutazione sarebbe più libera, meno condizionata e premierebbe di più il merito. Ma è davvero così ? Faccio notare che un giovane uscito dall'Università italiana ha svolto – a seconda della Facoltà – almeno tra 30 e 50 esami per conseguire la laurea. E' stato cioé sottoposto alla valutazione di decine e decine di professori di diversi insegnamenti e ha subito il filtro legale di almeno due commissioni di lauree, se ha conseguito triennale e specialistica. Dunque ha superato innumerevoli “piccoli concorsi”. Non c'è merito alla fine di una tale carriera? Perché queste numerose verifiche di formazione e preparazione non dovrebbero avere più per noi una validità legale, utile per valutare il merito di un candidato? Noi ci affidiamo alle cure di un medico perché ha vinto il tale concorso o perché sappiamo che è passato per lunghi studi e ha superato prove e verifiche accademiche lunghe e ripetute? Gli abolizionisti, ribattono: ma perché una laurea conseguita in una Università marginale deve avere lo stesso valore di una guadagnata in un ateneo di antico e riconosciuto prestigio? La risposta, è, innanzi tutto, che le Università realmente marginali sono davvero poche nel nostro paese. Oggi, che si emarginano quelle telematiche, lo sono ancor meno. Dobbiamo allora colpire e svalutare l'intero sistema universitario italiano? E come se a una persona che zoppica da un piede si prescrivesse il taglio di tutte e due le gambe. Ma quello che gli abolizionisti e in generale i “riformatori neoliberisti,” ispiratori spesso di queste amenità, non considerano è che le Università italiane non sono state create semplicemente per consentire ai cittadini di accedere ai concorsi, ma incarnano un percorso di formazione. Sono un patrimonio pubblico, che si è consolidato nel tempo, che è fatto della storia delle varie discipline scientifiche, delle diverse scuole accademiche, dei saperi, delle norme e dottrine destinate a formare le classi dirigenti del paese. Le università, da noi, più che altrove, sono la sede storica delle diverse comunità scientifiche. In questo grande collettivo di studi si sono formati e si vanno formando non solo dei professionisti, ma il corpo intellettuale della nazione, con la sua identità e i suoi valori condivisi. Qui risiede la legalità, nel senso più alto, dei saperi che il nostro paese produce con la sua straordinaria e creativa operosità. Che senso ha, dunque, smembrare questo patrimonio in cui una parte estesa degli italiani riconosce le sue conquiste più alte ? Che senso ha svalutare un lascito straordinario del nostro passato, ingiustamente vilipeso negli ultimi tempi per episodi certamente gravi di corruzione, ma che solo il moralismo indiscriminato e il neoliberismo interessato hanno potuto trasformare in una generale svilimento del nostro sistema formativo?
Ma ostinatamente si perora la necessità di creare una “pluralità di agenzie di accreditamento e di certificazioni a livello nazionale dei percorsi formativi”, come si continua a dire. Si vogliono giurie esterne a quelle già esistenti. Queste garantirebbero il riconoscimento del merito. Molti dirigenti di Confindutria spingono in tale direzione, e così alcuni economisti, mai paghi dei fallimenti sotto cui sono state seppellite le loro misere dottrine. Davvero, in Italia, questa sarebbe una soluzione desiderabile? In Italia, paese di antica e lacerante frammentazione? Paese storicamente alle prese con i più gravi problemi di legalità civile di tutto l'Occidente? Si abolisce valore a un titolo garantito da un lungo processo pubblico e lo si mette in mano agli interessi dei privati? Qual'è la ratio, se non la superstizione neoliberista, che non vuol vedere l' infinita serie di fallimenti di cui ha costellato la recente storia del mondo? In realtà si vuole continuare a colpire tutto ciò che è pubblico, deregolamentare tutto ciò che è fissato in norme di valore collettivo, come si fa in altri campi: dai contratti nazionali del lavoro agli articoli della Costituzione.Credo che all'intelligenza dei lettori del Manifesto posso risparmiare ogni mio commento. Aggiungo solo che è con passi come questi, demolendo un presidio pubblico come la laurea, che si tende a piegare tutte le relazioni a logiche contrattualistiche private, a rapporti dare/avere, e si avanza verso il dissolvimento del tessuto culturale del paese come comunità nazionale.
Devo, tuttavia, concludere con un chiarimento. Tutte le considerazioni sin qui svolte si sono rese necessarie perché ho dovuto stare al gioco e prendere sul serio anche alcune fandonie neoliberali, che non meriterebbero alcun commento. Ma quel che occorre dire, e avrei dovuto dirlo subito, è che la questione del valore legale della laurea è solo e semplicemente una astutissima manovra diversiva del govermo. Nulla di più. Altro che saggezza, caro Asor, qui si tratta di astuzia raffinata. Con l'aggiunta di tanta professionalità. Il professor Monti e alcuni suoi ministri hanno studiato marketing o comunque ne sono esperti. Oggi l'Università, ha un disperato bisogno di soldi, di personale tecnico e amministrativo, di nuovi docenti e ricercatori, di Dottorati, di borse di studio. E che cosa orchestra il governo ? Tira fuori un coniglio bianco dal cappello per incantare la folla, per dare in pasto ai furori contrapposti questo bel tema e distrarli per un po' dai problemi in cui annaspa l'intero sistema formativo nazionale. Non ci caschiamo. Il ministro Profumo non si faccia illusioni. Metteremo le questioni reali dell'Università al centro dell'attenzione e non sarà facile farci distrarre con qualche trovata pubblicitaria.
Radici giudaico-cristiane
Shmuley Boteach: Kosher Jesus, Gefen Publishing House
Kosher Jesus is a project of more than six years research and writing. The book seeks to offer to Jews and Christians the real story of Jesus, a wholly observant, Pharisaic Rabbi who fought Roman paganism and oppression and was killed for it. While many Christians will be confused by its assertion that Jesus never claimed divinity and not only did not abrogate the Torah but observed every letter of the Law, they will find comfort in my tracing most of Jesus principal teachings back to Jewish sources, this before he was stripped of his Jewishness by later writers who sought to portray him as an enemy of his people. This is especially true of Jesus' most famous oration, the Sermon on the Mount, which is a reformulation of the Torah he studied and to which he was committed. A small sampling: Jesus: (Matt 5:5) Blessed are the meek, for they shall inherit the earth. Hebrew Bible: (Psalms 37) The meek shall inherit the earth, and delight themselves in the abundance of peace. Jesus: (Matt 5:8) Blessed are the pure in heart, for they shall see G-d. Hebrew Bible: (Psalms 24) Who shall ascend the mount of the Lord the pure-hearted. Jesus: (Matt 5:39) But if anyone strikes you on the right cheek, turn to him the other also. Hebrew Bible: (Lamentations 3:30) Let him offer his cheek to him who smites him.... Jesus: (Matt 6:33) But seek first his kingdom and his righteousness, and all these things shall be yours as well. Hebrew Bible: (Psalms 37:4) Delight yourself in the Lord, and He shall give you the desires of your heart. Jesus: (Matt 7:7) Ask, and it will be given you; search, and you will find; knock, and the door will be opened for you. Hebrew Bible: (Jer 29:13) When you search for me, you will find me; if you seek me with all your heart. Jesus: (Matt 7:23) Then I will declare to them, I never knew you; go away from me, you evildoers. Hebrew Bible: (Psalms 6:9) Depart from me, all you workers of evil... The book is also for Jews who remain deeply uncomfortable with Jesus because of the Church s long history of anti-Semitism, the deification of Jesus, and the Jewish rejection of any Messiah who has not fulfilled the Messianic prophecies. We Jews will forever reject the divinity of any man, the single most emphatic prohibition of our Bible. And we can never accept the Messiahship of any personality, however noble or well-intended, who died without ushering in the age of physical redemption. But as Christians and Jews now come together to love and support the majestic and humane Jewish state, it s time that Christians rediscover the deep Jewishness and religious Jewish commitment of Jesus, while Jews reexamine a lost son who was murdered by a brutal Roman state who sought to impose Roman culture and rule upon a tiny yet stubborn nation who will never be severed from their eternal covenant with the G-d of Israel.
Miracolo, ora Gesù va bene anche agli ebrei Shoving 'Kosher Jesus' Down Jews' Throats
Eliyahu Federman Huffington Post 'Kosher Jesus' and the Religious Websites That Want Me Crucified
Rabbi Shmuley Boteach, Huffington Post
'Kosher Jesus' and the Religious Websites That Want Me Crucified
Rabbi Shmuley Boteach, Huffington Post
Un libro controcorrente, scritto da Rav Shmuley Boteach, racconta un Messia patriota e molto devoto alla legge mosaica. E sui giornali di Gerusalemme scoppia la polemica
di Vittorio Dan Segre - il Giornale 31 gennaio 2012
di Redazione - 31 gennaio 2012
Pluralismo e secolarizzazione in Maritain
Piero Viotto: Il pensiero moderno secondo Maritain, Città Nuova
Piero Viotto ricostruisce la storia del pensiero moderno evidenziando i nodi strutturali del processo di secolarizzazione e indicando le prospettive di una possibile rinascita. Assumendo il punto di vista di Jacques Maritain, il suo studio rintraccia nel criticismo kantiano le premesse per la postmodernità e il germe del pensiero debole e individua nell'idealismo hegeliano e nel positivismo francese le grandi ideologie della modernità. Come superare il relativismo, conseguenza del pensiero debole? Per Maritain è necessario considerare il pluralismo non come una filosofia, ove tutte le opinioni sono vere, ma solo una metodologia politica per garantire la libertà di coscienza in una società democratica, senza rinunciare alla verità. Ma soprattutto bisogna ritrovare una ragione forte, capace di confrontarsi con i problemi della metafisica.
di Redazione - il Giornale 31 gennaio 2012
Editoria
Amazon brucia la carta
Jeff Bezos martella i Big Six dell’editoria americana. Guerra spietata sui prezzi di copertina. Kirshbaum, vecchia volpe, si mette a far libri Gli e-book vinceranno? Un famoso scrittore spera di no, ma...
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Mattia Ferraresi 31 gennaio 2012
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© - FOGLIO QUOTIDIANO di Mattia Ferraresi 31 gennaio 2012
Pionieri del socialismo
Hilde, la rossa che condannò a morte 146 agenti nemici
La storia della Lange, terribile e spietata funzionaria della Stasi che interroga "la spia venuta del freddo"
di Antonella Colonna Vilasi Libero 30/01/2012
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Verso la guerra alla Siria
Mosca è ancora la porta per entrare nel Palazzo di Bashar el Assad
I ribelli bloccati sulla via che porta a Damasco. Defezioni verso la massa critica. Il Cremlino offre mediazione
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Daniele Raineri 31 gennaio 2012
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© - FOGLIO QUOTIDIANO di Daniele Raineri 31 gennaio 2012
Di male in peggio
Governa Monti, ma le riforme le fanno i partiti. Come in Germania
© - FOGLIO QUOTIDIANO 30 gennaio 2012
Ecco la bozza di riforma dei regolamenti parlamentari che Pdl e Pd hanno scritto insieme e che è sulla scrivania del presidente del Senato
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo 30 gennaio 2012
L'Europa e il mito della Grecia
Il mito dentro
L'antica Atene plasmò l'identità europea Ma fu il nostro Sud a rivelarne i valori
di Francesca Bonazzoli Corriere della Sera 31.1.12 da Segnalazioni
Nell'Europa dell'euro in cui l'economia ha rinunciato a pensare la società e la società si pensa in termini di economia, si sta facendo sentire sempre più forte il bisogno di tornare a riflettere sui valori che ci tengono insieme. Per noi europei c'è un luogo fondante dove andarli a cercare: il mito, perché il simbolo, trasformato in narrazione e poi in filosofia e storia, non è raccontato una volta per tutte, ma genera una continua stratificazione di sensi e reinterpretazioni (a differenza della religione che offre un'unica verità) ed è, come ci ha mostrato Freud, per esempio attraverso la figura di Edipo, sempre contemporaneo. Il nostro futuro non può dunque che essere già lì, nel nostro cuore più antico.
Tutti i Paesi, in Europa, hanno partecipato nei secoli alla creazione del nostro mito comune, ma sono proprio i due Paesi oggi additati come i colpevoli della crisi dell'Europa finanziaria, quelli da cui ha avuto inizio la formazione della nostra identità: la Grecia e l'Italia. Da essi sono riverberate in tutto il mondo le domande fondamentali sulla vita, l'immortalità, la virtù, il potere, la civiltà, la bellezza, il destino, la pietas, la giustizia, il dovere morale, la tirannia, la democrazia, il diritto e così via.
Tutto è nato in Grecia, ma, come sintetizzò Orazio, quando Roma mise fine alla libertà delle polis greche: «Una volta conquistata, la Grecia conquistò i suoi selvaggi vincitori, e portò le arti fra i contadini del Lazio». Poi, attraverso l'impero di Roma, la Grecia capta, che già Alessandro aveva portato ai confini dell'India, conquistò anche l'intera Europa.
In questo processo di ellenizzazione che ha formato l'identità dell'Europa, l'Italia è stata la torcia che ha fatto divampare l'incendio in ben due occasioni fondamentali. Senza l'impero romano e senza il Rinascimento, infatti, il nostro cuore più antico oggi si sarebbe probabilmente perso. Basti pensare che fino al Settecento l'arte greca era ancora conosciuta solo grazie alle copie romane e soltanto nel corso dell'Ottocento e del Novecento cominciò la riscoperta degli originali ellenici.
Ma c'è ancora un'altra particolarità che rende speciale il legame dell'Italia con la Grecia: la Magna Grecia, la fondazione di città greche nell'Italia meridionale. È lì che ha avuto inizio l'infatuazione millenaria per la grecità da cui furono sedotti per primi gli etruschi che compravano i manufatti attraverso i greci insediatisi nel nostro Meridione. Dopo gli etruschi ne furono ammaliati i romani i quali importarono opere d'arte, artisti e produssero migliaia di copie di statue greche. Per ultimi, nel Settecento, caddero nelle reti della bellezza greca tedeschi, inglesi e francesi. I più temerari di questi si spinsero fino in Sicilia sulle tracce del mito. Un'esperienza che cambiò Goethe «fino al midollo»: «Sicilia e Nuova Grecia mi fanno sperare in una novella vita», scrisse. E fu un tedesco, Joachim Winckelmann, che pure non aveva mai visto un originale greco ma solo copie romane, a redigere una narrazione per la prima volta scientifica della storia dell'arte greca. Gli inglesi, dal canto loro, furono i maggiori acquirenti di antichità e dall'esperienza del Grand Tour riportarono in patria la nuova visione neoclassica dell'architettura che si ispirava a Palladio e dunque all'antico.
Purtroppo questa passione per Atene riaccesasi nel Settecento si espresse attraverso il saccheggio di opere d'arte come l'ancora controverso acquisto (autorizzato dai dominatori turchi) dei marmi del Partenone da parte di lord Elgin definito già da Byron «il predone di una terra sanguinante». Nel 1816, tuttavia, esposti al British Museum, i marmi (che, detto tra parentesi, non hanno più motivo di essere tenuti prigionieri a Londra) ebbero un enorme impatto sia popolare sia sugli studi archeologici e furono almeno, se può essere di consolazione, sottratti al vandalismo cui i turchi sottoponevano l'Acropoli. Un altro razziatore fu Napoleone che saccheggiò in particolare le collezioni italiane di arte antica, primo fra tutti il museo pontificio. Ma ancora una volta il destino della Grecia capta era stato quello di conquistare i suoi conquistatori.
Chi pensa che sia sentimentalismo riflettere su questi reciproci legami mentre nella City e a Wall Street guardano con sufficienza un piccolo grande popolo come quello greco devastato dalle politiche economiche, non valuta quanto stiamo distruggendo insieme ai greci l'intera Europa.
«Prima di agire, l'uomo antico avrebbe sempre fatto un passo indietro, alla maniera del torero che si prepara al colpo mortale. Egli avrebbe cercato nel passato un modello in cui immergersi come in una campana di palombaro per affrontare così, protetto e in pari tempo trasfigurato, il problema del presente. La mitologia del suo popolo non soltanto era per lui convincente, aveva cioè senso, ma era anche chiarificatrice, vale a dire dava senso», ha scritto Kàroly Kerényi, che allo studio della mitologia greca dedicò la vita.
È nel nostro mito che dobbiamo calcolare lo spread tra la nostra vita di consumatori e il soddisfacimento dei bisogni umani.
Grecia, sulla strada dell’austerità restano solo macerie
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Dimitri Deliolanes 30 gennaio 2012
Una riflessione sul femminismo italiano
Torna il femminismo (ma anche le donne hanno fatto errori)
Lea Melandri Corriere della Sera 31 gennaio 2012
Lea Melandri Corriere della Sera 31 gennaio 2012
lunedì 30 gennaio 2012
Imperialismo e tecnica alle radici della Grande Divergenza
Daniel R. Headrick: Il predominio dell'Occidente. Tecnologia, ambiente e imperialismo, Il Mulino
Dal Quattrocento a oggi, gli occidentali hanno sempre cercato di conquistare e sottomettere altre società. Nel 1800 il 35 per cento del territorio del pianeta era sotto controllo occidentale; nel 1914 l'85 per cento. Ripercorrendo gli ultimi sei secoli di storia, Headrick mostra come sia stata sì la superiorità di determinate tecnologie (i velieri e le armi da fuoco, il vapore, il progresso medico, gli aerei) ad assicurare volta a volta il predominio occidentale, ma solo là dove l'ambiente era tale da consentirne un utilizzo vantaggioso: i velieri dominarono gli oceani e i mari ma non i fiumi cinesi, i cavalli servirono alle imprese spagnole ma anche alla resistenza degli indiani, le malattie giocarono a favore della conquista delle Americhe ma contro quella dell'Africa, gli aerei e le bombe non piegarono la resistenza vietnamita. Una lettura di singolare suggestione, che getta uno sguardo originale sulle dinamiche che hanno governato la storia mondiale dell'ultimo mezzo millennio.
Gianni Toniolo Domenicale 29 gennaio 2012
di Giuseppe Berta, L'espresso, 20/01/2012
Pubblicato in Germania il carteggio tra Carl Schmitt e Jacob Taubes
Carl Schmitt - Jacob Taubes: Briefwechsel mit Materialien, hrsg. von Thorsten Palzhoff, Martin Treml (Redattore), Fink 2011
Nach langen Jahren gegenseitiger Kenntnisnahme und Anerkennung gaben Jacob Taubes und Carl Schmitt die Distanz zueinander schließlich auf und wechselten zwischen 1977 und 1980 insgesamt 36 Briefe. In ihnen dokumentiert sich ein Gespräch zwischen zwei ebenso bedeutenden wie skandalisierenden Intellektuellen. Aus verschiedenen Nachlässen zusammengetragen, werden sie hier zum ersten Mal gesammelt und kommentiert vorgelegt.
Zwischen dem aus einer Rabbinerfamilie stammenden Religionsphilosophen, Gründungsprofessor des ersten Lehrstuhls für Jüdische Studien in Deutschland überhaupt, und dem Staats- und Völkerrechtler, Parteigänger der Nazis von 1933 bis 1936, der nach 1945 keine öffentlichen Ämter mehr innehatte, gleichwohl aber höchst einflussreich blieb, entwickelt sich ein Dialog über aktuelle Fragen des Staats und der Politischen Theologie. Der Hl. Paulus als erster nicht liberaler Jude, Thomas Hobbes als Denker des Weltbürgerkriegs avant la lettre, Erik Peterson und Leo Strauss als Gesprächspartner Schmitts, Walter Benjamin als gemeinsame Bezugsfigur ihr Echo hallt in einer Korrespondenz wider, in der das Denken der Gewissheit von (er)lösender Offenbarung und katholischer Form unterworfen, vom apokalyptischen Affekt und vom Wirken des Katechonten bestimmt, schließlich im kalten Raum absoluter Entscheidungen verortet ist.
Giulio Busi Domenicale 29 gennaio 2012
Una nuova edizione dell'Estetica di Hegel con tutte le varianti
Georg Wilhelm Friedrich Hegel: Estetica, a cura di Francesco Valagussa, Bompiani
Questa nuova traduzione dell’Estetica di Hegel assume come testo canonico l’edizione postuma curata da H. G. Hotho, pubblicata tra il 1835 e il 1838. In nota al testo sono state inserite le varianti più significative tratte dal nuovo materiale di appunti e trascrizioni degli studenti relativo alle lezioni di estetica tenute da Hegel a Berlino nel 1820/1821, nel 1823 e nel 1826, di cui nell’ultimo decennio si è intrapresa la pubblicazione. L’Estetica di Hegel rappresenta lo sforzo più grandioso, per ampiezza e profondità, di attraversamento e comprensione storicoconcettuale dell’arte nella civiltà occidentale. L’introduzione delinea lo statuto ontologico della dimensione artistica; segue una prima parte dedicata alla concatenazione sistematica delle varie forme dell’arte; da ultimo si traccia una visione complessiva dello sviluppo storico delle arti, inteso come movimento progressivo dello spirito verso la conoscenza di sé, scandito secondo tre periodi: simbolico, classico e romantico.
Francesco Valagussa insegna Estetica e forme del fare e Metafisica delle prassi presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. Tra le sue pubblicazioni: Impossibile sistema. Metafisica e redenzione in Kant e Hegel (Padova 2009); Individuo e Stato. Itinerari kantiani e hegeliani (Milano 2009). Ha curato una nuova edizione di W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Torino 2011) e di I. Kant, Prima introduzione alla Critica del giudizio (Milano 2011). Per Bompiani ha pubblicato Il sublime. Da Dio all’io (Milano 2007) e ha curato la nuova edizione delle Opere di Bertrando Spaventa (Milano 2009).
Lo spirito che si fa arte nell'Estetica di Hegel
di Armando Torno Corriere della Sera 30.1.12
L' arte occupa un posto d'onore nel sistema di Hegel. Oltre ad essere il primo momento dello «spirito assoluto», e di esso è la «manifestazione sensibile», ha in sé il proprio fine: non rinvia a una natura da imitare, né presenta un significato edificante. Hegel consegnò le sue idee in materia alle pagine delle lezioni di Estetica. E quest'opera rappresenta uno degli sforzi più grandi per comprendere l'arte.
In italiano l'Estetica ha avuto una prima traduzione a Napoli nel 1863-64 (in quattro volumi), poi ci è voluto un secolo per vederne una seconda: apparve nel 1963 da Feltrinelli, curata da Nicolao Merker (ristampata da Einaudi nel 1967 e ancora nel 1997). Ci sono state anche versioni di parti o di singoli corsi (per esempio, quello del 1823, sotto il titolo Lezioni di estetica, è stato tradotto nel 2000 per Laterza), ma un tentativo per restituire l'insieme dei testi nati in anni diversi vede soltanto ora la luce. È il primo titolo del 2012 della collana «Il pensiero occidentale» di Bompiani. La non facile impresa si deve a un giovane docente, Francesco Valagussa. Presentata con l'originale tedesco a fronte, seguendo l'edizione di Hotho — con le varianti delle lezioni del 1820-21, 1823 e 1826 — viene dunque pubblicata nuovamente tutta l'Estetica di Hegel (pp. 3.036, 50).
In margine a questa fatica degna della massima considerazione, va detto che Valagussa ha fatto tesoro delle ultime ricerche. L'edizione di Hotho — che seguì le lezioni direttamente e utilizzò i quaderni autografi di Hegel e numerosi appunti, poi perduti, del filosofo — uscì in tre volumi tra il 1835 e il 1838 (una seconda tra il 1842 e il 1845) oggi ritradotta è arricchita da un corpus di poscritti che hanno visto la luce nell'ultimo trentennio grazie al lavoro degli studiosi dell'Hegel-Archiv dell'Università di Bochum.
Nel saggio introduttivo Valagussa si sofferma anche sulle questioni riguardanti la fedeltà della lezione di Hotho e gli inevitabili confronti che si devono fare tra il suo testo e i quaderni di altri (uno dei capi d'accusa riguarda la significativa presenza dell'estensore all'interno dell'opera hegeliana). La soluzione adottata risolve diversi problemi. È stato creato un doppio registro di note: il primo aiuta a identificare l'immenso patrimonio di personaggi, figure, brani citati dal maestro; il secondo riporta le varianti e le integrazioni più significative emerse dagli appunti degli studenti berlinesi da poco ritrovate. Il tutto per comprendere che «nell'arte entriamo in rapporto non con un congegno meramente gradevole o utile, bensì con la liberazione dello spirito dal contenuto e dalle forme della finitezza».
Ultima possibilità per salvare l'Università pubblica in Italia: un importante appello
L'Università che vogliamo
Un appello di docenti e ricercatori universitari al ministro Profumo e al Governo MontiPer aderire inviare una e-mail a: universitachevogliamo@gmail.com specificando disciplina e sede lavorativa
L'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazioneL'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazione che ha pochi termini di confronto nella storia recente. Essa ha visto fortemente ridotte le risorse economiche per il suo funzionamento, molto prima che si manifestasse la crisi mondiale e malgrado le modeste dotazioni di partenza rispetto agli altri Paesi industrializzati.
L'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazioneL'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazione che ha pochi termini di confronto nella storia recente. Essa ha visto fortemente ridotte le risorse economiche per il suo funzionamento, molto prima che si manifestasse la crisi mondiale e malgrado le modeste dotazioni di partenza rispetto agli altri Paesi industrializzati.
Tutti i saperi umanistici e buona parte delle scienze sociali sono da tempo sfavoriti, a beneficio di discipline che si immaginano più direttamente utili alla crescita economica, o genericamente al 'Mercato'. Si tratta di una tendenza in atto da anni che ci accomuna all'Europa e a larga parte del mondo. A tutti gli insegnamenti viene richiesto di fornire un sapere utile, trasformabile in valore di mercato, altrimenti sono ritenuti economicamente non sostenibili.
Perciò oggi si sta scatenando negli atenei la definizione dei 'criteri di valutazione', al fine di misurare la 'produttività' scientifica degli studiosi, come si misura una qualsivoglia quantità calcolabile. Anche per questo, le Università europee sono sotto l'assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, che soffocano i docenti in pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni quasi sempre di breve durata.
Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricerca, mentre la vita quotidiana di chi vive nelle Facoltà – docenti, studenti, personale amministrativo – è letteralmente soffocata da compiti organizzativi interni mutevoli, spesso di difficile comprensione, quasi sempre pleonastici.
Oggi si sta scatenando negli atenei la definizione dei 'criteri di valutazione', al fine di misurare la 'produttività' scientifica degli studiosiNoi crediamo che questo modello di Università europea, avviato con il cosiddetto “processo di Bologna” abbia rivelato il suo totale fallimento. Il numero dei laureati non è aumentato, le percentuali degli abbandoni nei primi anni sono rimaste pressoché identiche, diminuiscono le immatricolazioni, si fa sempre più ristretta l'autonomia universitaria, i saperi impartiti sono sempre più frammentati e tra di loro divisi, tecnicizzati, mai riconnessi a un progetto culturale, a un modello di società.
Tutto ciò riguarda non solo il nesso saperi/mercato, ma anche il modello sociale, come è evidente alla luce dell'innalzamento delle tasse d'iscrizione, delle politiche di numero chiuso e della scelta di segmentare, alla luce di politiche classiste, il sistema universitario nazionale facendosi schermo del mito dell'eccellenza.
Al fondo di questo fallimento c'è una esperienza storica recente che illumina sinistramente l'intero quadro europeo. È quello che possiamo chiamare il grandioso scacco americano. Gli USA, elaboratori del modello che l'UE ha voluto tardivamente imitare, sono il Paese che in assoluto ha investito di più nella formazione universitaria e nella ricerca, finalizzate ad accrescere la potenza economica. Ma a dispetto dell'immenso fiume di risorse e la finalizzazione spasmodica delle scienze alla produzione di brevetti e scoperte strumentali, i risultati sono stati irrisori.
La grande ondata di nuovi posti di lavoro qualificati non si è verificata. Anzi, gli investimenti nel sapere hanno accompagnato un fenomeno dirompente: la distruzione della middle class. Per concludere con una apoteosi: gli USA, che hanno visto trionfare negli ultimi decenni nuove tecnoscienze come l'informatica e la genetica, hanno trascinato il mondo nella più grave crisi economico-finanziaria degli ultimi 80 anni.
Tutti i saperi umanistici e buona parte delle scienze sociali sono da tempo sfavoritiQuesta lezione storica ci dice che il sapere tecnoscientifico, da sé, interamente finalizzato alla crescita economica e senza un progetto equo e solidale di società, privo della luce della cultura critica, è destinato a fallire. Inseguire gli USA su questa strada è aberrante. La crisi in cui versa il mondo rivela l'erroneità irrimediabile di una strategia da cui bisogna uscire al più presto.
Per tale ragione, i firmatari del presente Manifesto indicano i punti programmatici cui dovrebbe ispirarsi un progetto di università che avvii la fuoriuscita dal modello liberistico di un'Europa ormai sull'orlo del collasso.
Occorre al più presto abolire il fallimentare sistema del 3+2 dall'organizzazione degli studi e ripristinare i precedenti Corsi di Laurea, prevedendo lauree brevi per le Facoltà che vogliono organizzarli.
Occorre abolire i crediti (i famigerati CFU) come criteri di valutazione degli esami. Il fatto che essi siano utilizzati anche nel resto d'Europa è una buona ragione per incominciare a scardinare il misero economicismo che è stato iniettato anche negli atenei del Vecchio Continente.
Occorre ripensare i criteri di valutazione che riguardano i saperi umanistici. Noi crediamo giusto che l'Università resti pubblica, sostenuta da risorse pubbliche. Una condizione che implica anche un controllo – certamente mediato, ma serio, non propagandistico – del buon uso delle risorse provenienti dal contributo fiscale di tutti i cittadini. Ma tale controllo deve riguardare soprattutto i Consigli di Amministrazione degli Atenei, che devono diventare assolutamente trasparenti, con adeguata pubblicità, nelle loro scelte e nei loro bilanci.
L’organo di autogoverno degli Atenei sul piano didattico e della ricerca non può essere comunque il CdA, ma il Senato Accademico, democraticamente eletto, in modo da rappresentare equamente tutte le discipline e tutte le figure di coloro che nell’Università lavorano e studiano.
Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricercaOccorre ripristinare la figura del ricercatore a tempo indeterminato abolita dalla legge Gelmini. Occorre immediatamente dar vita a un meccanismo di rapido reclutamento di nuovi ricercatori, con liste nazionali di idoneità, che tengano conto della produzione scientifica, dell’esperienza maturata nell’attività didattica, nell’attività gestionale, e nell’organizzazione culturale: le Facoltà dovranno poter scegliere all’interno di quelle liste e chiamare liberamente gli idonei.
Ma è necessario al più presto bandire concorsi per la docenza in tutte le Facoltà. I docenti (compresi i ricercatori) italiani sono i più vecchi d'Europa e i numerosi pensionamenti hanno sguarnito gravemente tante Facoltà. Oggi si piangono ipocrite lacrime sulla disoccupazione della gioventù. Ma quale migliore occasione per il governo in carica di fornire risorse ai ricercatori senza lavoro, ai tanti giovani che passano dai dottorati ai master senza mai trovare un approdo, una istituzione in cui continuare studi e ricerche?
È infine necessario spendere le energie dei docenti per riorganizzare i saperi, il loro studio e la loro trasmissione nelle Università. La complessità sempre più interrelata del mondo vivente e della società ci impone un diverso modo di studiare, ci chiede un dialogo tra le discipline, una organizzazione degli studi che non esalti la solitaria eccellenza individuale, ma la cooperazione fra campi diversi della conoscenza, così come la società ci chiede la cura collettiva dei beni comuni.
Piero Bevilacqua (Storia contemporanea, Sapienza, Roma)
Angelo d’Orsi (Storia del pensiero politico, Università di Torino)
Università: continua l'assalto al valore legale del titolo di studio
IL VALORE DEL VOTO NEI CONCORSI BREVI E MAGISTRALI EQUIPARATE
GARIBALDI ANDREA, CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 a pag. 13
"NON DIAMO PIU' AGLI ATENEI LO STESSO PESO"
CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 Int. a GIAVAZZI FRANCESCO A.GAR.) a pag. 13
"IL PEZZO DI CARTA E' STATO UNA LEVA PER LO SVILUPPO"
CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 Int. a FABIANI GUIDO A.GAR.) a pag. 13
SENZA VALORE LEGALE A CONTARE SARA' SOLO LA QUALITA' DEGLI STUDI
ZECCHI STEFANO, IL GIORNALE del 29/1/2012 a pag. 15
PROBLEMA INUTILE PENSIAMO A RIDARE ONORE AL MERITO
BATTAGLIA FRANCO, IL GIORNALE del 29/1/2012 a pag. 15
Se la laurea è troppo «legale»
Paolo Pombeni Domenicale 29 gennaio 2012
GARIBALDI ANDREA, CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 a pag. 13
"NON DIAMO PIU' AGLI ATENEI LO STESSO PESO"
CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 Int. a GIAVAZZI FRANCESCO A.GAR.) a pag. 13
"IL PEZZO DI CARTA E' STATO UNA LEVA PER LO SVILUPPO"
CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 Int. a FABIANI GUIDO A.GAR.) a pag. 13
SENZA VALORE LEGALE A CONTARE SARA' SOLO LA QUALITA' DEGLI STUDI
ZECCHI STEFANO, IL GIORNALE del 29/1/2012 a pag. 15
PROBLEMA INUTILE PENSIAMO A RIDARE ONORE AL MERITO
BATTAGLIA FRANCO, IL GIORNALE del 29/1/2012 a pag. 15
Se la laurea è troppo «legale»
Paolo Pombeni Domenicale 29 gennaio 2012
Lo spettro del socialismo e il "Superorganismo" di Hölldobler e Wilson
Bert Hölldobler e Edward O. Wilson. Adelphi: Il superorganismo, Adelphi
L'idea di una società coesa e solidale, retta da regole inflessibili, dove ciascuno ha un compito ben definito e nulla è lasciato al caso – simile dunque a un meccanismo perfetto che si muova sulla scena globale come un tutt'uno –, ha sempre affascinato i filosofi, e spesso gli insetti sociali sono stati assunti come modello anche per gli umani. Saggiamente, nel celebrare «la bellezza, l'eleganza e la stranezza delle società degli insetti», Hölldobler e Wilson si astengono da arbitrarie, quanto scontate, estrapolazioni sociopolitiche e restano saldamente ancorati all'ambito che è loro più congeniale, quello della natural history, la biologia sul campo. A differenza dei biologi di orientamento teorico-sperimentale, condividono infatti il gusto per l'osservazione della natura e la minuziosa raccolta di dettagli, unicamente motivati dalla passione per il proprio soggetto. E di questa indagine è frutto Il superorganismo, destinato a modificare radicalmente il nostro modo di guardare le società degli insetti. Protagoniste sono, ancora una volta, le formiche. Presso questi animali prodigiosi – come presso gli altri insetti «eusociali», api e termiti – la divisione del lavoro è così rigorosa da non risparmiare neppure i neonati o la funzione riproduttiva: da un lato la regina madre e gli inoffensivi maschi addetti all'inseminazione, dall'altro la casta delle operaie sterili dedite alla cura della prole regale o impiegate in missioni ad alto rischio. Per spiegare forme tanto estreme di cooperazione, sostengono Hölldobler e Wilson, è necessario ipotizzare una selezione fra gruppi il cui effetto coesivo riesca a superare gli effetti dissolutivi della concomitante selezione individuale all'interno del gruppo. Una colonia è dunque, a un livello più alto, un organismo. E misteriosamente il superorganismo è privo di testa. Nella immensa società degli insetti, poche semplici regole («algoritmi»), eseguite ripetitivamente da esseri dal cervello grande quanto un granello di sale, danno luogo, per un fenomeno di organizzazione spontanea, a quello che appare un miracolo di intelligenza – una «civiltà», in assenza completa di coscienza e ragione.
L'idea di una società coesa e solidale, retta da regole inflessibili, dove ciascuno ha un compito ben definito e nulla è lasciato al caso – simile dunque a un meccanismo perfetto che si muova sulla scena globale come un tutt'uno –, ha sempre affascinato i filosofi, e spesso gli insetti sociali sono stati assunti come modello anche per gli umani. Saggiamente, nel celebrare «la bellezza, l'eleganza e la stranezza delle società degli insetti», Hölldobler e Wilson si astengono da arbitrarie, quanto scontate, estrapolazioni sociopolitiche e restano saldamente ancorati all'ambito che è loro più congeniale, quello della natural history, la biologia sul campo. A differenza dei biologi di orientamento teorico-sperimentale, condividono infatti il gusto per l'osservazione della natura e la minuziosa raccolta di dettagli, unicamente motivati dalla passione per il proprio soggetto. E di questa indagine è frutto Il superorganismo, destinato a modificare radicalmente il nostro modo di guardare le società degli insetti. Protagoniste sono, ancora una volta, le formiche. Presso questi animali prodigiosi – come presso gli altri insetti «eusociali», api e termiti – la divisione del lavoro è così rigorosa da non risparmiare neppure i neonati o la funzione riproduttiva: da un lato la regina madre e gli inoffensivi maschi addetti all'inseminazione, dall'altro la casta delle operaie sterili dedite alla cura della prole regale o impiegate in missioni ad alto rischio. Per spiegare forme tanto estreme di cooperazione, sostengono Hölldobler e Wilson, è necessario ipotizzare una selezione fra gruppi il cui effetto coesivo riesca a superare gli effetti dissolutivi della concomitante selezione individuale all'interno del gruppo. Una colonia è dunque, a un livello più alto, un organismo. E misteriosamente il superorganismo è privo di testa. Nella immensa società degli insetti, poche semplici regole («algoritmi»), eseguite ripetitivamente da esseri dal cervello grande quanto un granello di sale, danno luogo, per un fenomeno di organizzazione spontanea, a quello che appare un miracolo di intelligenza – una «civiltà», in assenza completa di coscienza e ragione.
Berthold K. Hölldobler è titolare della cattedra di Sociobiologia e Fisiologia del comportamento all'Istituto Theodor Boveri dell'Università di Würzburg. Fino al 1990 è stato professore di Zoologia alla Harvard University. Edward O. Wilson è titolare della cattedra di Scienze alla Harvard University, dove è anche curatore della sezione Entomologia presso il Museum of Comparative Zoology. Oltre a numerosi riconoscimenti scientifici, ha ricevuto due premi Pulitzer (uno insieme a Hölldobler) per le sue opere divulgative. Di lui sono stati tradotti in italiano: La società degli insetti (1976), Sociobiologia. Una nuova sintesi (1979), Sulla natura umana (1980) e Biofilia (1985).,
EDOARDO BONCINELLI, CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 a pag. 33
PIERO OSTELLINO, CORRIERE DELLA SERA del 29/1/2012 a pag. 33
Leggi anche qui
Ripubblicato "Dialettica della fede": Eckart e Hegel secondo Marco Vannini
Marco Vannini: Dialettica della fede, Le Lettere, Firenze, pagg. 154, € 16,50
"Solamente quando si ha fede si pensa; chi non ha fede non pensa; pensa solamente colui che ha fede", si legge nella Chandogya Upanishad (VII, 19). Anche nel mondo cristiano - da Meister Eckhart ad Hegel, passando per san Giovanni della Croce - è presente la consapevolezza che non vi sia pensiero senza fede, ma anche, per contro, che neppure vi sia fede senza pensiero. Contrariamente all'opinione comune, infatti, la fede non è affatto credenza, produttrice di rappresentazioni religiose, sostitutive del sapere scientifico e destinate al conflitto con esso, ma distacco, ovvero movimento della ragione verso l'Assoluto, che nega ogni rappresentazione e toglie via ogni elemento accidentale dell'anima, conducendo così alla scoperta dello spirito.
Giovanni Santambrogio Domenicale 29 gennaio 2012
Tradotte le opere filosofiche di Porfirio
PORFIRIO: FILOSOFIA RIVELATA DAGLI ORACOLI, BOMPIANI
Prima traduzione italiana di tutte le opere in cui Porfirio (233-305 d.C. ca.), filosofo neoplatonico allievo di Plotino, si cimentò nell’edificazione di una filosofia religiosa alternativa al Cristianesimo, con l’esplicito intento di conferire una valenza mistica agli antichi responsi oracolari e alle pratiche magico-astrologiche, e di dare una valenza simbolica alle statue degli dei; nella Filosofia rivelata dagli oracoli troviamo la prima interpretazione allegorica degli Oracoli caldaici presentati come una rivelazione divina tipica dello zoroastrismo ellenizzato; nel trattato Sul ritorno dell’anima troviamo la spiegazione di come la «teurgia», una versione neoplatonica della «grazia», possa agire sulle passioni irrazionali dell’anima per purificarla e prepararla all’assimilazione e all’unione con il divino; nel trattato Sulle immagini degli dei troviamo una simbologia filosofica applicata alle statue delle divinità greche, che in tal modo da «idoli» possono diventare autentiche «icone»; nella Lettera ad Anebo troviamo l’esposizione della precisa valenza della magia e della teurgia, in contrapposizione a Giamblico, che fu allievo di Porfirio. Se la «teurgia» serve solo per la parte inferiore dell’anima, e la «teologia» per la parte intellettuale, il punto di arrivo finale per Porfirio è la «teosofia», la piena e compiuta sapienza divina che riempie di sé l’anima ormai purificata e pronta alla henosis con il Principio. Il volume è integrato dalle testimonianze sulla vita e le opere di Porfirio.
Maria Bettetini Domenicale 29 gennaio 2012
Ancora su "Contro le radici" di Maurizio Bettini
Quelli che vogliono tagliare le nostre radici
Un saggio interpreta la fedeltà dei popoli alle tradizioni come anticamera dell’intolleranza e del nazismo
di Marcello Veneziani - il Giornale 30 gennaio 2012
Un saggio interpreta la fedeltà dei popoli alle tradizioni come anticamera dell’intolleranza e del nazismo
di Marcello Veneziani - il Giornale 30 gennaio 2012
Riflessioni su destra e sinistra a partire da un intervento di Wu Ming 1
Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra» Wu Ming 1
LE NUOVE SINTESI: SOLO RETORICA O VIA PRATICABILE?
GIOVANNI TARANTINO, SECOLO D'ITALIA del 29/1/2012 a pag. 11
LE NUOVE SINTESI: SOLO RETORICA O VIA PRATICABILE?
GIOVANNI TARANTINO, SECOLO D'ITALIA del 29/1/2012 a pag. 11
Trionfo dell'immediatezza, società dello spettacolo e postmodernismo: il libro di Christoph Türcke
Christoph Türcke: La società eccitata. Filosofia della sensazione, Bollati Boringhieri, Torino 2012
Alla fine, ecco il sensazionale. Dovrebbe essere raro, oltre che sconvolgente. Ma quell’emozione che fa sobbalzare, quel fremito che magnetizza, quell’eccitamento da clamore non costituiscono l’oltranza che, ogni tanto, viene a sovvertire il nostro pacato assetto percettivo. Sono la dismisura a cui noi, esseri umani senzienti, siamo ormai assuefatti. Se tutto il visibile e tutto l’udibile alimentano il notiziabile, e la logica stessa dell’informazione impone di impressionare per mezzo di stimoli sempre più forti, la soglia di ciò che eccita il nostro sensorio non smetterà di spostarsi in avanti. L’eccitabilità assurge dunque a decisivo imperativo sociale, motore di un’industria sia dell’immateriale sia delle merci. Da tempo il sensazionalismo, con il nuovo regime antropologico che ha configurato, è oggetto di riflessione per studiosi della società e filosofi, nonché terreno di elezione per moralisti in vena di astinenza mediatica e ascetismo emotivo. Soltanto Christoph Türcke però ha saputo ricostruirne il significato, rovesciando il punto di vista da cui finora lo si è preso in esame. Dal suo saggio illuminante apprendiamo che tra l’odierno «far sensazione», ossia destare scalpore, e la sensazione intesa quale atto del percepire – al centro del pensiero moderno – esiste una consustanzialità, e non lo scarto che immagina con sussiego il discorso filosoficamente ben temperato. Il sensazionale, lungi dall’essere l’estrema e perversa propaggine della sensazione, ne è l’archetipo, il «nucleo incandescente di ogni percezione e conoscenza» attraverso il quale Türcke alza il velo sull’arcaico dell’ultramodernità.
Christoph Türcke insegna Filosofia alla Hochschule für Grafik und Buchkunst di Lipsia. Tra i suoi saggi: Vermittlung als Gott. Metaphysische Grillen und theologische Mucken didaktisierter Wissenschaft (1986), Der tolle Mensch. Nietzsche und der Wahnsinn der Vernunft (1989), Zum ideologiekritischen Potential der Theologie. Konsequenzen einer materialistischen Paulus-Interpretation (1990), Kassensturz. Zur Lage der Theologie (1992), Religionswende. Eine Dogmatik in Bruckstücken (1995), Vom Kainszeichen zum genetischen Code. Kritische Theorie der Schrift (2005), Heimat. Eine Rehabilitierung (2006) e Philosophie des Traums (2008). Ha curato, con Gerhard Bolte, Unkritische Theorie. Gegen Habermas (1989). In traduzione italiana: Violenza e tabù. Percorsi filosofici di confine (1991) e Sesso e spirito. La filosofia nella guerra tra i sessi (1995).
TERRANOVA ANNALISA, SECOLO D'ITALIA del 29/1/2012 a pag. 3/4
Int. a MASSIMILIANO PANARARI di GIOVANNI MARINETTI, SECOLO D'ITALIA del 29/1/2012 a pag. 5
I problemi dell'educazione nella società liquida secondo Bauman
Zygmunt Bauman: Conversazioni sull'educazione. In collaborazione con Riccardo Mazzeo, Erikson
Qual è il ruolo dell’educazione in un tempo che ha smarrito una chiara visione del futuro e in cui l’idea di un modello unico e condiviso di umanità sembra essere il residuo di un’era ormai conclusa? Quale ruolo dovrebbero rivestire gli educatori ora che i giovani vivono una profonda incertezza rispetto al loro futuro, i progetti a lungo termine sono diventati più difficili, le norme tradizionali sono meno autorevoli e flussi sempre più cospicui di persone hanno creato comunità variegate in cui culture differenti si ritrovano a vivere fianco a fianco senza più essere unite dalla convinzione che l’altro verrà prima o poi assimilato alla «nostra» cultura?
Posti di fronte alle sconcertanti caratteristiche del nostro mondo liquido moderno, molti giovani tendono a ritirarsi – in alcuni casi nella rete, in giochi e relazioni virtuali, in altri casi nell’anoressia, nella depressione, nell’abuso di alcol o droghe – nella speranza di proteggersi così da un universo oscuro e vorticoso. Altri si lanciano in forme di comportamento più violento come le guerre tra bande o i saccheggi perpetrati da chi si sente escluso dai templi del consumo ma è avido di partecipare alla funzione. Tutto questo avviene mentre i nostri politici restano a guardare, distratti e indifferenti.
In questo breve libro Zygmunt Bauman – il più grande teorico sociale della nostra contemporaneità, qui in conversazione con Riccardo Mazzeo, un intellettuale suo amico – riflette sulla situazione delle ragazze e dei ragazzi di oggi e sul ruolo dell’educazione e degli educatori in uno scenario dove le certezze dei nostri predecessori non possono più essere date per scontate.
ZYGMUNT BAUMAN, AVVENIRE del 29/1/2012 a pag. 4/5
La crisi del balletto classico
IL CASO
La danza è finita?
Abbagnato e Ferri: teatri e compagnie in crisi, non c'è futuro. La Federazione: pochi soldi, tanti talenti
Valeria Crippa Corriere della Sera 27 gennaio 2012
La danza è finita?
Abbagnato e Ferri: teatri e compagnie in crisi, non c'è futuro. La Federazione: pochi soldi, tanti talenti
Valeria Crippa Corriere della Sera 27 gennaio 2012
In un documentario un episodio poco conosciuto della Seconda guerra mondiale
Lontano dai loro genitori l'odissea di 12mila bambini partiti da Tripoli nel giugno 1940: dovevano fermarsi in Italia un mese, restarono fino alla fine della guerra
Pierangelo Sapegno La Stampa 30/01/2012
domenica 29 gennaio 2012
Le letture marxiste della crisi in due libri di Riccardo Bellofiore
Riccardo Bellofiore: La crisi capitalistica, la barbarie che avanza, Asterios
Nell'attuale dibattito sulla crisi due sono i filoni interpretativi principali che si richiamano a Marx e che proclamano una sua rinnovata attualità. Il primo, proposto da quegli autori che si vogliono marxisti "ortodossi", è quello che legge la finanziarizzazione come conseguenza della caduta tendenziale del saggio del profitto, e in quest'ottica individua una lunga tendenza alla stagnazione che comincia negli anni Sessanta/Settanta del Novecento. L'altra interpretazione, prevalente per lo più in quei marxisti influenzati dal keynesismo e dal neoricardismo, fa riferimento alla tendenza alla crisi da realizzazione, ovvero da insufficienza da domanda. Questo secondo filone evidenzia come, dopo la controrivoluzione monetarista degli anni Ottanta del Novecento, siano avvenuti profondi mutamenti nella distribuzione del reddito con la caduta della quota dei salari, e sostiene che in un mondo di bassi salari la ragione di fondo della crisi sia l'insufficienza della domanda di consumi. In entrambi i casi, la crisi attuale coverebbe da molto tempo, e sarebbe la crisi di un capitalismo che si può ben definire asfittico. Ritengo che un'interpretazione marxiana della crisi non possa essere sganciata dalla caduta tendenziale del saggio del profitto, ma che questa vada interpretata come una sorta di meta-teoria della crisi, che ingloba al suo interno le altre e diverse teorie della crisi quali si possono trovare o derivare dal Capitale.
Riccardo Bellofiore: La crisi globale, l'Europa, l'euro, la sinistra, Asterios
SAGGI
Due libri di Riccardo Bellofiore per Asterios
Francesco Piccioni il manifesto 2012.01.27 - 11
Capitalismo in crisi Intervista a Giorgio Ruffolo
«Per ricostruire i suoi margini di profitto il capitalismo si è liberato di tutti i lacci Da qui il debito sovrano incontrollato. Il problema è che manca l’Europa politica»
di Bruno Gravagnuolo l’Unità 27.1.12
Ulteriori clamorose novità storiografiche! Il fascismo non c'entra: Gramsci fu incarcerato e ucciso da Togliatti perché era diventato liberale
Una caduta di stile di questo genere da parte di Nello Ajello ha dell'incredibile. A seguire una riflessione di Giuseppe Vacca sul libro di Rapone [SGA].
Franco Lo Piparo: I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista, Donzelli, Roma 2012
"Il giallo del quaderno sparito che svelava le critiche al Pci"NELLO AJELLO, LA REPUBBLICA del 28/1/2012 a pag. 51
I primi scritti del grande pensatore, secondo l’analisi di Leonardo Rapone, rivelano discontinuità con le riflessioni della maturità. Non si tratta tuttavia di posizioni estranee a quelle che conosciamo attraverso i «Quaderni»Il giovane Gramsci non è un alieno
Il libro. Il volume dello studioso Leonardo Rapone «Cinque anni che paiono secoli» ha dato spunto ad aspre polemiche. Sul Corriere della Sera Paolo Mieli ha scritto una recensione dal titolo «Il giovane Gramsci contro la democrazia. “È la nostra peggior nemica”, scrisse sull'Avanti! Preferiva il liberalismo proprio perché borghese». Marcello Veneziani sul Giornale ha sostenuto la tesi che i primi scritti rivelano addirittura un giovane Gramsci mussoliniano. Su l’Unità Bruno Gravagnuolo ha già contestato quest’ultima tesi: «Il Gramsci di destra? Mai esistito. Perché l’iniziale radicalismo del pensatore non ha nulla a che fare con Mussolini».
di Giuseppe Vacca l’Unità 29.1.12
Cinque anni che paiono secoli» è l’espressione con cui Gramsci riepilogò il suo vissuto della Grande Guerra. Leonardo Rapone l’ha eletta a titolo della sua biografia del «giovane Gramsci» (L. Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo. 1914-1919, Carocci editore) che si può considerare l’opera più spiccatamente storiografica finora dedicata agli anni della sua formazione. Come si sa, Gramsci, autore decisamente postumo, venne conosciuto prima per le Lettere dal carcere e i Quaderni del carcere, e solo dal 1954 cominciarono a essere pubblicati in volume gli scritti del periodo precedente. Editi in un arco temporale molto lungo, essi furono oggetto di attenzione e di dibattiti condizionati dal mutare delle congiunture politiche e culturali ancor più di quanto non fosse avvenuto per i Quaderni. Il primo aspetto da sottolineare del libro di Rapone è che, anche per la distanza che ci separa da quelle stagioni, il suo è un libro di storia: vale a dire non un libro asettico, ma neppure piegato a finalità politiche strumentali, bensì una ricerca dominata dalla passione di comprendere e spiegare. Perciò nel libro c’è un esauriente contrappunto con le precedenti stagioni interpretative e, storicizzandole, Rapone si getta alle spalle le dispute del passato.
Un secondo aspetto di questo libro è la periodizzazione. A che periodo si può fermare la «giovinezza» di Gramsci? La questione non è accademica poiché pensiero e azione politica di Gramsci furono scanditi da decisive «discontinuità». La periodizzazione proposta da Rapone, che sceglie come termine della sua ricerca la nascita dell’«Ordine Nuovo» (maggio 1919), mi pare del tutto persuasiva. Sebbene Gramsci avesse avuto incarichi di rilievo politico fin dall’autunno del ’17, solo con la direzione del movimento torinese dei consigli diventò un «capo», sia pure di dimensione territoriale limitata. Al tempo stesso, quella esperienza caratterizzò il suo approdo al bolscevismo, decidendone il destino, e ne mutò radicalmente lo spettro intellettuale.
Quanto poi al metodo, il criterio seguito da Rapone è quello di ricostruire il modo in cui la vita e il pensiero del «giovane Gramsci» furono condizionati dalla «grande storia» e sotto quest’aspetto l’evento decisivo fu la guerra: il modo in cui Gramsci la percepì e prese parte ai sommovimenti da essa originati nella lotta politica e nell’intellettualità europea, filtrati dal crogiolo della città più moderna dell’Italia di allora, Torino. Tra il ’14 e il ’19 Gramsci era un intellettuale più che un politico, un «giornalista integrale» piuttosto che un pensatore; ma il solco della sua vita era già tracciato. Gramsci si iscrisse al Partito socialista nel 1913, cioè dopo il sopravvento del socialismo «intransigente». Il suo «programma di ricerca» era, quindi, scandito da uno straordinario impegno intellettuale per dare coerenza teorica e culturale al «socialismo rivoluzionario». Tener ben fermo questo dato consente a Rapone di ricostruire l’individualità della figura di Gramsci nel suo farsi utilizzando e rielaborando con grande libertà elementi della cultura europea attinti prevalentemente al di fuori delle correnti ideali del socialismo. Si sciolgono, così, molti dilemmi che, cominciando dai suoi avversari dell’epoca e attraversando la boscaglia della letteratura successiva alla pubblicazione degli scritti, hanno quasi sempre fallito il compito di coglierne l’autonomo sviluppo e l’unitarietà. Conviene fare qualche esempio: il «giovane Gramsci» fu bergsoniano, soreliano, gentiliano, crociano? Una rilevante mole di scritti si è cimentata con questi esercizi dissolvendo molto spesso la figura di Gramsci nella molteplicità delle sue fonti culturali. La via seguita da Rapone ci consente invece di enucleare il profilo del suo pensiero sviluppatosi attraverso le più ardite «contaminazioni» della cultura europea del primo Novecento: un pensiero sincretico, di cui si può riconoscere l’unità e l’autonomia ricostruendone la finalizzazione al progetto politico perseguito. Il caso politicamente più rilevante riguarda il primo articolo scritto da Gramsci, Neutralità attiva e operante (31 ottobre 1914) che gli costò più d’un anno di ostracismo nel suo partito e ancora viene citato per sostenere che inizialmente Gramsci fosse stato «interventista». Per brevità non racconto il modo in cui Rapone giunge a dimostrare il contrario, ma invito a soffermarsi innanzitutto su quel «caso» per avere un’idea di quanto i suoi criteri storiografici siano efficaci.
Questo libro contribuisce, infine, a fare chiarezza su un problema che solo all’apparenza riguarda gli «studi gramsciani», mentre in realtà ha un interesse storico e culturale molto più vasto: la questione della continuità o discontinuità fra il «giovane Gramsci» e il Gramsci dei Quaderni. La questione ha origini lontane, dovute all’autorevolezza dei primi sostenitori della continuità – a cominciare da Eugenio Garin – che continuarono ad affermarla anche dopo la pubblicazione dell’edizione critica dei Quaderni del carcere (1975). L’interesse più vasto a cui ho accennato riguarda la storia del comunismo italiano e la tendenza storiografica, prevalente fino a pochi anni fa, a considerarlo in blocco una eccezione, o quanto meno un «comunismo nazionale» tendenzialmente autoctono grazie all’impronta che Gramsci gli avrebbe impresso fin dal 1926. La scansione della biografia politica e intellettuale di Gramsci serve a fare chiarezza anche su questo, a condizione che, ricostruendo l’itinerario del «giovane Gramsci», si abbia piena consapevolezza della novità costituita dai Quaderni, che Rapone mostra di padroneggiare sapientemente.
Il carattere sistematico dei Quaderni, la novità del pensiero politico e della filosofia che li percorre vengono utilizzati da Rapone non già per presentare il pensiero precedente come un reticolo di felici anticipazioni, bensì per cogliere le differenze politiche e teoriche fra il Gramsci «giovane» e il Gramsci «maturo», e fare emergere come il suo cammino sita stato scandito dai mutamenti della storia mondiale nel ventennio 1915-1935. Per fare solo un esempio: se fra il 1919 e il 1926 si può dire che il tema principale della biografia di Gramsci sia stato l’attualità della rivoluzione mondiale, sarebbe difficile provare ch’essa fosse ancora al centro della ricerca dei Quaderni. La biografia di Gramsci si può dividere così, grosso modo, in tre periodi: pre-bolscevico, bolscevico e post-bolscevico. Ricostruire storicamente il primo al modo di Rapone consente di tener fermi gli eventi epocali (la guerra e la rivoluzione russa) e la temperie intellettuale (la crisi della cultura europea del primo Novecento) su cui Gramsci continuò a riflettere in carcere, ma anche di individuarne le discontinuità concettuali e strategiche originate dal mutare della situazione mondiale (l’«americanismo» e le sue proiezioni sull’Europa) ben oltre i confini che il comunismo sovietico potesse abbracciare.
Il comunismo italiano del secondo dopoguerra s’innestò senza dubbio nel pensiero dei Quaderni, ma solo nei limiti consentiti dall’interdipendenza fra un comunismo nazionale che aveva il vantaggio di operare fuori dalla sfera d’influenza sovietica, e la sua appartenenza al comunismo internazionale. Valore e limiti di quella esperienza appartengono, quindi, a un tempo storico che non fu quello di Gramsci e liberare le potenzialità del suo pensiero, scandagliare la contemporaneità di un classico del Novecento, quale Gramsci è ormai universalmente considerato, è tanto più agevole quanto più se ne svincoli la biografia dalla vicenda successiva del suo partito. In questa prospettiva, l’individualità del «giovane Gramsci» che Rapone ci restituisce è una pietra miliare per la ricerca che oggi impegna una nuova generazione di studiosi non solo di Gramsci, ma della politica e della cultura del Novecento.
La mostra dell'archivio di Walter Benjamin a Parigi
Walter Benjamin, Archives: MAHJ, Musée d'art et d'histoire du Judaïsme di Parigi, dal 12 ottobre 2011 al 5 febbraio 2012
La scheda della mostra
da milanoartexpo
International Walter Benjamin Society
L'archivio Benjamin
La scheda della mostra
da milanoartexpo
International Walter Benjamin Society
L'archivio Benjamin
Walter Benjamin Ghirigori per fare ordine dentro il caosPensieri, riflessioni, note. Sulle rivoluzioni di Marx, i tempi di Proust, la guerra, l´arte. Su fogli sparsi, taccuini, biglietti. In una mostra a Parigi l´archivio dell´autore di "Angelus novus" Che testimonia non solo il suo metodo di lavoro, ma la costruzione mai sistematica della sua filosofia
di Fabio Gambaro Repubblica 29.1.12 da Segnalazioni
Parigi. Walter Benjamin amava Parigi. L´amava tantissimo. Proprio nella città di Baudelaire e Proust, della Bibliothèque Nationale e dei passages, dei caffè frequentati dagli artisti e dei lungosenna inondati di sole, il filosofo tedesco aveva cercato rifugio nel 1933, per sfuggire al nazismo. Per lui la Ville Lumière fu un´oasi di pace e di cultura, dove rimase fino al 13 giugno 1940, quando le truppe del Reich alle porte della città lo costrinsero ancora una volta alla fuga. E non a caso, alla capitale francese Benjamin dedicò uno dei suoi libri maggiori, I passages di Parigi, a cui lavorò fino all´ultimo momento, abbandonando poi il manoscritto incompiuto a Georges Bataille, prima di lasciare precipitosamente il suo appartamento di rue Dombasle.
Quella tra il filosofo tedesco e la capitale francese è una storia fatta di legami forti e di affinità nascoste, che oggi riemerge in occasione della mostra "Walter Benjamin Archives" (fino al 5 febbraio al Musée d´Art et d´Histoire du Judaisme). Il ricchissimo materiale esposto a Parigi (manoscritti, lettere, appunti, schede, cartoline, registri, taccuini, foto, agende, libri e riviste) consente di leggere tutta l´opera di Benjamin come un archivio del pensiero, della percezione, della storia e delle arti.
Archivista di se stesso e grande collezionista, l´autore di Angelus novus compilava elenchi di ogni tipo, liste di libri e di cose da fare, elenchi di argomenti da approfondire e cataloghi di parole. Tra le carte c´è anche un "archivio dei suoi archivi personali", comprendente ventinove diverse voci, dalle lettere degli amici ai lavori sulla poesia, dalle notizie sui genitori alle ricerche filosofiche, dai ricordi di scuola alle fotografie. Ecco per esempio un attualissimo commento all´idea di Marx sulle rivoluzioni come locomotive della storia: «Forse le cose stanno diversamente. Forse le rivoluzioni sono il gesto della specie umana che viaggia sul treno per tirare il segnale d´allarme». Su un foglio con la pubblicità dell´acqua San Pellegrino redige invece alcune riflessioni sull´aura come «apparizione di un lontano per quanto vicino», mentre su un tagliando della Berliner Staatsbibliothek butta giù il primo schema de Il dramma barocco tedesco.
Dietro le sue citazioni il segreto della parola
di Antonio Gnoli Repubblica 29.1.12 da Segnalazioni
Ci sono stili di pensiero che seguono la corrente di un fiume e altri che la risalgono. Walter Benjamin appartiene a questa seconda categoria. È molto più faticoso stargli dietro. Egli ha fatto dell´oscurità la più solenne delle promesse al lettore. Ed è come se il venir meno di un certo ideale di chiarezza e di leggibilità coincidesse con la crescente avversione in lui per i luoghi comuni e le facili spiegazioni. Dunque pensatore complesso. Frammentario. Folgorante. Espressione di quel Novecento che ha fatto dell´inquietudine linguistica l´arma bianca con cui difendersi da una tragedia incombente. Quale? Le cose e i nomi non corrispondono più tanto bene. C´è un crollo denotativo e non si sa più cosa e con chi comunichiamo. Si può constatare - Benjamin lo fa quotidianamente - che l´idea della lingua e l´uso delle parole hanno perso di icasticità. Mancano di quell´autorità che ne legittima l´uso. Adorno osserva che gli scritti di Benjamin «avevano la risonanza del segreto». Essi ci interessano più per quello che non dicono che per quel che mostrano nella loro seducente ellitticità. Nulla è preordinato nella mente di Benjamin che continua a coltivare frasi come fossero fiori in cima a un burrone.
Un aspetto non secondario del suo stile è l´uso della citazione. Niente a che vedere con le ironiche sottigliezze post-moderne. La citazione per lui equivale alle mosse di un esercito che occupa una città. Irrompe, cattura ed espone i suoi trofei di parole. È questa la sua arte di narrare: talmudica e al tempo stesso irriverente. Tutta la sua vita è un insieme di citazioni che riporta nei suoi piccoli quadernetti di appunti. «Quel cumulo di citazioni - nota Hannah Arendt - rappresenta il lavoro principale di fronte al quale la stesura è solo un episodio secondario». Ha occhi, si direbbe, solo per il lavoro altrui. Ma è davvero così? La citazione interrompe un ritmo, crea un diversivo. Assomiglia a un´operazione di guerriglia. Scrive Benjamin: «Le citazioni nel mio lavoro sono come briganti ai bordi della strada, che balzano fuori armati, estraggono l´assenso all´ozioso viandante». Ma citare non è solo tendere agguati è anche mettere in relazione aspetti e cose molto diversi tra loro. È una rete invisibile di connessioni. È Internet prima di Internet. La citazione è un gesto distruttivo, ma al tempo stesso carico di utopia: «Solo per l´umanità redenta, il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti», si legge in una delle Tesi di filosofia della storia. Ma il libro che più di ogni altro riassume lo stile benjaminiano, il suo carattere rapsodico è il Passages di Parigi, il grande affresco metropolitano che egli dipinge come fosse un montaggio-smontaggio di citazioni.
Torniamo al segreto di cui parla Adorno. Si tratta di qualcosa di essenziale che sfuggirebbe senza aver chiaro che ogni frase e ogni pensiero hanno in Benjamin una tensione messianica, una relazione con l´autorità dell´inespresso. Per questo fu uno dei pochi a pensare seriamente che la parola umana tanto più si sarebbe riscattata quanto più avrebbe riecheggiato quella divina.
Appunti che messi insieme diventano un vasto schedario, il supporto necessario di un pensiero proposto per frammenti, frutto della consapevolezza dell´impossibilità di strutturarne la presentazione in modo definitivo. «Per qualcuno i cui scritti sono dispersi come i miei e a cui le circostanze storiche non consentono più l´illusione di vederli un giorno riuniti, è una vera soddisfazione sapere che un lettore, in un modo o nell´altro, si sia sentito a casa sua in mezzo a questi miei scarabocchi», scrive Benjamin.
Possedeva taccuini per ogni occasione. C´era quello in cui annotava i libri letti e quello in cui conservava le citazioni che avrebbero potuto servirgli in futuro, quello per gli schemi e i piani di lavoro, e quello in cui finivano arborescenze di parole e costellazioni di pensieri come quelle relative a Proust, Baudelaire o Karl Kraus. Documenti preziosissimi che evidenziano il modo di procedere del filosofo che avanza per approssimazioni successive, accumulando idee, organizzando il tutto per temi e argomenti, alla ricerca di una presentazione appropriata del pensiero. Proprio come fece negli anni parigini, quando lavorava al famoso libro sui passages. In quel testo incompiuto Benjamin accumulò una gran quantità di citazioni secondo l´immagine cara a Baudelaire dello straccivendolo che raccoglie «gli scarti di una giornata nella capitale». Immagine che trasferì al lavoro dello storico materialista, presentato come colui che raccoglie avanzi e residui della storia. I passages di Parigi doveva essere un´opera fatta di stracci, scarti e residui, in cui - secondo il sommario manoscritto presentato a Parigi - potevano coesistere la moda e la storia delle sette, il sogno e la prostituzione, Jung e Fourier, Marx e Baudelaire, la noia e la pigrizia, il dinamismo sociale e il materialismo antropologico.
A Parigi però Benjamin era anche al centro di una rete di relazioni intellettuali. È a loro che Benjamin confida angosce, dubbi e paure, come ad esempio in questa lettera ad Adorno del 2 agosto 1940: «La totale incertezza di ciò che può portare ogni nuovo giorno, ogni nuova ora, domina la mia esistenza da molte settimane. Sono condannato a leggere i giornali come una sentenza e cogliere in ogni trasmissione radiofonica un messaggio di sventura».
Per sfuggire a quella sventura annunciata Benjamin approderà a Marsiglia nell´agosto del 1940, tentando poi di raggiungere clandestinamente la Spagna. Arrestato e respinto dai doganieri spagnoli, il 26 settembre, si darà la morte con una forte dose di morfina nel paesino di Portbou, dopo aver scritto un ultimo laconico biglietto all´amica Henny Gurland: «In una situazione senza uscita, non ho altra scelta che farla finita. La mia vita si conclude in un piccolo paese dei Pirenei dove non mi conosce nessuno. La prego di trasmettere il mio pensiero all´amico Adorno e di spiegargli la situazione in cui mi sono trovato. Non mi resta abbastanza tempo per scrivere tutte le lettere che avrei voluto scrivere». Queste drammatiche righe sono l´ultimo atto della vita di Benjamin, di cui l´affascinante mostra parigina ricorda la ricchezza di un progetto inclassificabile, che proprio a Parigi conobbe uno dei suoi momenti culminanti.
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