mercoledì 29 febbraio 2012

L'affaire Gramsci

Negli ultimi mesi Gramsci è stato: anticomunista e liberaldemocratico in nuce; prossimo alla conversione al cattolicesimo; pentito e delatore in favore dei nazisti; padre del terrorismo italiano... Presto nuove rivelazioni sulla strage degli innocenti [SGA].


Giochini sull’eroico Gramsci
di Bruno Gravagnuolo  l’Unità 29.2.12 da Segnalazioni

L’onore di Gramsci. Offeso da letture pruriginose, scandalistiche, inverosimili. Come nel caso del Gramsci di Lo Piparo, che sarebbe uscito dal comunismo e di cui il «carceriere» Togliatti avrebbe nascosto un Quaderno eretico (socialdemocratico!). O del giovane Gramsci «interventista», sul quale ha ricamato Veneziani, a partire (e fraintendendolo) da un saggio di Leonardo Rapone. Ecco ora la bufala del Gramsci «ravveduto», a firma di Dario Biocca su Nuova Storia Contemporanea. A cui dà spazio acritico Repubblica, senza se e senza ma! La prova del ravvedimento starebbe nell’istanza di Gramsci a Mussolini del 24 settembre 1934. Nella quale il prigioniero si appellava all’art. 176 del Codice Rocco che stabiliva i benefici della libertà condizionale per buona condotta e comportamento tale da far ritenere sicuro il ravvedimento.

Bene, il «ravvedimento» nel codice fascista esisteva solo a discrezione di chi concedeva il beneficio, e non richiedeva atti positivi e misurabili o auto-emendativi. Né impegni scritti. E la libertà condizionale non era diritto soggettivo, né possibilità espiativa, come nel Codice Zanardelli. E come sarà, in condizioni date, con la Legge 1634 del 1962, che emendava l’art. 176 del 1931. Bensì era una potestà del giudice, in coerenza con una concezione poliziesca, fondata su premi e punizioni. In tale frangente, e in preda a drammatiche condizioni di salute (emottisi, tubercolosi, arteriosclerosi e attacchi psicotici), Gramsci usa l’art. 176, adducendo altresì ragioni di salute, oltre all’implicita(e coatta) buona condotta carceraria: per por fine alla situazione di piantonato e poter sopravvivere. Respingendo tutte le pressioni e senza abiure. Solo con l’impegno a non far politica nell’ospedale di Formia... Nessun compromesso quindi: puro e lucido eroismo. Mentre vergava tra gli stenti quei dirompenti Quaderni...

Saviano critica Gramsci, polemiche a sinistraLo scrittore napoletano, prendendo spunto da un’opera di Orsini, tesse l’Elogio dei riformisti. E attacca Antonio Gramsci, definendolo alla stregua di un maestro dell’intolleranza. Da sinistra arrivano reazioni durissime
articolotre.com

"Italian Theory": Della Loggia polemizza con Esposito e deplora la natura sovversiva della filosofia italiana

Il tempo passa ma il fantasma è sempre quello [SGA].


L'anticapitalismo all'italiana

Perché la crisi fa rivivere vecchi miti intellettuali che ora sono di moda in America

di Ernesto Galli della Loggia  Corriere della Sera 29.2.12 da Segnalazioni


Forse Roberto Esposito ha avuto un po' troppo fretta nel compiacersi (Il made in Italy della filosofia, «la Repubblica», 24 febbraio) della fortuna che da qualche tempo vanno mietendo in America l'Italian Theory — cioè l'opera di alcuni noti filosofi italiani: da Agamben, a Negri a Tronti, e non da ultimo allo stesso Esposito — e in qualche modo, per loro tramite, la tradizione intellettuale italiana.
Tale fortuna si dovrebbe, egli scrive, a tre elementi. Innanzi tutto alla naturale propensione del nostro pensiero — di quello antico così come di quello attuale — a ignorare i vincoli politico-statal-nazionali (per secoli, come si sa, non abbiamo avuto uno Stato nazionale); poi, alla sua tendenza a rompere gli steccati disciplinari, dando luogo viceversa a «un'inventiva semantica assente in altre culture irrigidite in ambiti specialistici»; e infine alla tensione polemica che il pensiero italiano avrebbe sempre avuto nei confronti del potere, ciò che spesso lo ha condotto a una «teoria della soggettività politica orientata al conflitto». Tutte cose che oggi negli Stati Uniti di «Occupy Wall Street» piacciono molto.
Ma che cos'è che piace davvero e di più dell'Italian Theory ce lo dicono forse le cose che sempre su «Repubblica» abbiamo letto di recente dello stesso Esposito (La mistica del capitalismo, 6 dicembre 2011) e, all'incirca sulla sua medesima linea, di Giorgio Agamben (Se la feroce religione del denaro divora il futuro, 16 febbraio 2012).
I titoli dicono già tutto. Il capitalismo, scrive Esposito, è ormai divenuto una vera e propria religione (parola di Benjamin, del 1921, cioè di circa un secolo fa: è sicuro che si tratti dello stesso capitalismo? Difficile pensarlo, ma sorvoliamo: le circostanze di tempo e di luogo sono, come si sa, ubbie fuori moda degli storici). La quale religione ci ha imposto un culto distruttivo: quello della merce, del consumo, raffigurato nel culto del brand, del marchio famoso. Poche righe sotto, per la verità, la nuova religione non è più quella del capitalismo ma quella del «capitale finanziario» (anche qui: forse sono cose alquanto diverse, ma non importa). La conclusione è un atto di fede nella politica, la sola forza capace di opporsi alla prospettiva del «mondo dentro il capitale», l'unica capace di contrastarne la «deriva autodissolutiva».
A ruota di Esposito, ma più spavaldamente e approssimativamente, Agamben. Il cui sfoggio di erudizione filologico-linguistica lo conduce alla straordinaria scoperta che «il capitalismo finanziario — e le banche che ne sono l'organo principale — funzionano giocando sul credito — cioè sulla fede (credito = fede) — degli uomini» (ma va?!). Proprio come — ecco il cuore della sua analisi — sulla fede funziona la religione. Insomma: fede = credito = futuro = religione. E dunque il credito governa il mondo e il nostro futuro; il potere finanziario ha sequestrato tutta la fede e tutto il futuro; il denaro, per l'appunto, è diventato «la più irrazionale di tutte le religioni».
Che dire? Innanzi tutto che in questi lacerti di Italian Theory applicata, chiamiamola così, riecheggia, mi pare, un suono assai antico. Lo stesso che si fa sentire puntualmente da 150 anni ogni volta che sopraggiunge una crisi economica: e cioè il suono dell'anticapitalismo. Nell'anticapitalismo, intendiamoci, non c'è niente di male. Ma a una condizione, direi: che esso stia ai fatti. Cioè che esso si misuri con i processi reali, metta il piede sul viscido terreno delle cause e degli effetti, che spinga il suo acuto sguardo fino a scorgere la vastità e la complessità delle forze in gioco. Troppo spesso invece, come in questo caso, l'anticapitalismo cui periodicamente amano dare voce i filosofi diviene l'esito ineluttabile di un'operazione totalmente astratta. E cioè l'esito di un processo di metaforizzazione etico-spirituale della realtà storica: quella metaforizzazione le cui prime grandi prove furono fornite tra Sette e Ottocento dall'idealismo tedesco riassumendosi nel nome esemplare di Hegel. L'idealismo, come si sa, è stato da tempo abbandonato, ma grazie a Marx quella metafora valoriale è scesa dal cielo della filosofia della storia a quello della lotta politico-ideologica. In tal modo essa si è resa e si rende disponibile a chiunque desideri dissociarsi dall'esistente (cioè dalla modernità), a chiunque voglia immaginare una posizione «antagonistica» — o, come anche ama dire Esposito, una «sporgenza» rispetto a tale modernità — e quindi auspichi sia pur fantasticamente un mondo nuovo e diverso da quello che c'è. Al tempo stesso sempre desiderando, però, di attribuire a questo atteggiarsi teorico-pratico un valore eticamente positivo: il che è possibile, come si capisce, solo se alla modernità vigente è attribuito un carattere intrinsecamente negativo o comunque difettivo. Infatti, una volta che siamo certi di aver smascherato il male che pervade la realtà, come dubitare che il nostro ragionare coglie la verità, e che noi siamo il bene? Da sempre l'anticapitalismo — cioè da due secoli la forma più diffusa di critica all'esistente — si regge su due gambe: l'esibita ambizione teorica e un (assai più sommesso ma non meno tenace) intento etico.
La critica all'esistente di Esposito e Agamben si manifesta oggi nella forma — se posso permettermi, non nuovissima — di una critica al consumismo, alla reificazione economicistica, alla deriva finanziaria, alla vera e propria religione distruttiva del dio denaro, che caratterizzerebbero il mondo capitalistico. Si tratta di fenomeni reali, non intendo negarlo. Ma il punto decisivo è che, astratti dal contesto in cui hanno visto la luce e operano, avulsi dalla storia (categoria sempre più tenuta in non cale, mi pare, dal discorso filosofico che solitamente si fa sulla modernità), quei fenomeni assumono un falso significato totalizzante e, presi di per sé, non ci aiutano per nulla a capire la situazione dell'epoca.
La quale, invece, prende tutto il suo senso vero e altamente drammatico solo se quei fenomeni vengono connessi con alcuni altri della scena storica. Mi limito ad accennare in forma apodittica tre solamente di tali connessioni, ognuna delle quali dà vita a un immane blocco di questioni.
Primo: il consumismo non è altro che il volto disetico della democrazia. Se esiste il suffragio universale, è inevitabile che il proprio voto venga adoperato dai più per ottenere sempre maggiori miglioramenti materiali. Cioè più reddito per acquistare più beni e servizi. Si potrà pure soddisfare tale richiesta ricorrendo a un'offerta di beni e di servizi di carattere, diciamo così, pubblico, ma solo in parte, per non restringere pericolosamente l'area della produzione e del mercato capitalistico dal momento che:
Secondo: il capitalismo si è dimostrato storicamente il sistema di combinazione dei fattori produttivi in grado di produrre al minor costo la maggiore quantità di beni e in una varietà la più ampia. Il che ha fatto sì che in una già vastissima area del mondo (che probabilmente tende ulteriormente ad aumentare) si sia stabilito un rapporto organico, un'intrinsichezza assoluta tra capitalismo e democrazia. Non tutti i Paesi con un'economia capitalistica sono democratici, ma tutti i Paesi democratici hanno un'economia capitalistica. Ciò implica che qualunque discorso sulla società, che parli di capitalismo senza parlare insieme di democrazia, risulti implausibile. Benjamin nel 1921 poteva non rendersene conto, ma noi oggi no.
Terzo: è in questo viluppo di fenomeni che la deprecata «religione del denaro» ha la sua vera ragion d'essere e la sua scaturigine. Così come in gran parte ce l'ha il ruolo soverchiante assunto dalla finanza. Da un lato, infatti, con la democrazia capitalistica tutte le persone e tutti i beni vengono immessi nel mercato dove domina il denaro, e dunque il denaro domina universalmente. Dall'altro lato nei regimi democratici governare significa in sostanza spendere, e quando le risorse a disposizione dei governi e degli Stati non sono più sufficienti non resta che ricorrere allo strumento finanziario del debito. Allo stesso modo i privati ricorrono al credito per mantenere o accrescere di continuo il proprio livello di consumi e di benessere.
Ma c'è una questione generale che in tema di «religione del capitalismo», «religione del denaro» e via seguitando è alquanto sorprendente non vedere per nulla affrontata dai nostri critici. È quella — ancora una volta eminentemente storica — della secolarizzazione. A me appare chiaro che se nel nostro mondo si è affermato il nuovo culto delle merci e del capitale, se tutto ha preso un tono di esasperato materialismo, ciò è avvenuto perché la vecchia religione cristiana ha progressivamente perso forza e autorità ed è stata messa ai margini della realtà sociale. Ma se ciò è vero, mi domando allora come si possa dare un giudizio etico così netto sulle forme del nuovo dominio «religioso» capitalistico, come danno Esposito e Agamben, senza esprimere contemporaneamente almeno una qualche valutazione circa il dominio antico, circa il ruolo sociale e spirituale del Cristianesimo nonché circa il significato del suo tramonto. E dunque come si possa evitare di pensare che il vero, grande problema irrisolto delle società democratiche sia precisamente quello della tendenziale dissoluzione di un abito etico comune. Non voglio pensare che ciò avvenga per il timore di contravvenire a qualche prescrizione dell'attuale mainstream «laico».
E vengo all'Italian Theory e alla sua fortuna americana da cui queste righe hanno preso le mosse. Per dire che forse le ragioni di tale fortuna vanno valutate in modo un po' più problematico di quanto abbia fatto, come ho detto all'inizio, Roberto Esposito. Egli sa meglio di me come da ormai mezzo secolo e oltre il mondo accademico degli Stati Uniti, in modo specialissimo quello delle humanities, sia bulimicamente affamato di «teorie» generali che gli permettano di leggere il mondo in modo per così dire «critico» e «antagonistico». Da Marcuse a Foucault, a Gramsci, a Derrida, a Lacan, a Toni Negri, nei campus americani è una caccia vorticosa e continua a sempre nuovi testi e ad autori esemplari, capaci di garantire che il mondo non è come appare, che esso nasconde chiavi di lettura ignote o non visibili ai più; che possedendo tali chiavi è magari possibile rovesciarne le regole; e insieme, e soprattutto, che chi ha il potere lo esercita, se non contro i più reali interessi delle maggioranze, comunque contraffacendo costantemente la verità. Verità di cui invece sono i naturali rappresentanti gli accademici abitatori delle torri d'avorio, cioè dei campus suddetti, destinati nel loro inesauribile radicalismo a cercare, senza mai trovarlo, il compenso alla percezione di una propria sottile ma non meno reale marginalità.
E allora ben venga anche l'Italian Theory, se serve a fornire nuovo combustibile al radicalismo dell'Ivy League. Come italiani non possiamo che rallegrarci che sia giunto anche il nostro turno. Ma allenati come pochi alle delusioni della storia, per favore non montiamoci la testa.

Due libri su Pierre Bourdieu

Bourdieu dopo Bourdieu, a cura di Gabriella Paolucci, UTET, Torino 2011

Pierre Bourdieu è una delle figure più significative e delle scienze sociali del XX secolo. Sociologo con una formazione intellettuale non comune per ampiezza e complessità, ha prodotto un insieme di studi e ricerche di una sofisticazione teorica e di un rigore empirico straordinari. Nel corso si è occupato di una gamma amplissima di temi, spaziando dalla religione al diritto, dalla scuola ai consumi, dalla letteratura al linguaggio, dalla struttura sessuata del potere alla fotografia, dalla condizione del sottoproletariato nelle periferie parigine al mercato immobiliare. Ciò che conferisce unità a questa varietà di interessi è una teoria della pratica umana che ricostruisce i meccanismi della riproduzione dell'ordine costituito e del dominio. Contrariamente ad altri Paesi, in Italia manca ancora una lettura critica complessiva dell'opera del sociologo francese. Bourdieu dopo Bourdieu, grazie ai contributi di studiosi del pensiero bourdieusiano, non solo italiani, restituisce al pubblico una visione d'insieme del progetto scientifico di Bourdieu: una mappa indispensabile per orientarsi in una produzione amplissima e molto diversificata. I saggi raccolti nel volume curato da Gabriella Paolucci analizzano l'influenza che la prospettiva teorica di questo straordinario intellettuale ha esercitato nelle scienze sociali a livello internazionale, nonché il peso che Pierre Bourdieu ha avuto in Italia.

Gabriella Paolucci: Introduzione a Bourdieu, Laterza, Roma-Bari 2011


Filosofo per formazione e sociologo «per conversione», Pierre Bourdieu (1930-2002) ha affrontato una grande quantità di argomenti, dal colonialismo ai sistemi educativi, dai gusti estetici alla produzione culturale, dalle asimmetrie di genere fino alle strutture sociali dell'economia, con l'intento costante di portare alla luce i fondamenti delle forme simboliche di dominio.

SOCIOLOGIA
A cura di Gabriella Paolucci un volume collettivo e una «Introduzione» allo studioso Nei due volumi, accanto a una analisi della formazione filosofica di Pierre Bourdieu e a una rilettura dei suoi concetti-chiave, dal dominio al campo, all'habitus, anche la storia della (non) ricezione della sua opera in Italia

APERTURA - Marco d'Eramo il manifesto 2012.02.29 - 11

Sul libro di Paolo Ercolani

Il comunismo non fu rivoluzionario, ma una reazione al capitalismo
di Giampietro Berti - il Giornale 

Una curiosa Hobbes Renaissance

Hobbes e il governo tecnico
di Massimiliano Panarari  La Stampa 29.2.12 da Segnalazioni


In Italia si respira aria di Hobbes Renaissance. A partire dagli scaffali delle librerie, dove si moltiplicano i volumi sul teorico dello Stato assoluto (o direttamente suoi). Come Sul Leviatano (il Mulino) di uno dei suoi massimi esegeti novecenteschi, Carl Schmitt, o la nuova edizione di quell’opera monumentale e fondamentale curata da Carlo Galli per i tipi di Rizzoli. E come Ragione e retorica nella filosofia di Hobbes, appena uscito da Cortina, saggio ponderoso (e assai importante) scritto qualche anno fa da un famoso storico britannico del pensiero rinascimentale, Quentin Skinner, che ne ha rivoluzionato l’interpretazione.
Sostiene Skinner che sono esistiti, di fatto, due Hobbes. Quello degli Elementi di legge naturale e politica (1640) e del De cive (1642), che, rigettando la propria formazione classica, aveva voluto fondare una «scienza della politica» sulle orme della geometria di Euclide e del meccanicismo. E quello del Leviatano (1651), nel quale compie una sorta di marcia indietro, recuperando l’umanesimo e le strategie della retorica, e ponendo l’accento sulla negoziazione e il dialogo come strumenti principe per la risoluzione dei problemi politici. E così, guardando con gli occhi dell’oggi, l’ermeneutica «da sinistra» del grande filosofo politico inglese si arricchisce di una nuova chiave interpretativa.
Non soltanto, dunque, il preoccupato indagatore del fondo intrinsecamente cinico e, in definitiva, malvagio della natura umana contrapposto all’ottimismo «senza se e senza ma» che nutrono in materia i discepoli e i figliocci di Rousseau. E neppure solo la bandiera della sinistra del realismo politico in guerra con il sovreccitato spinozismo di Toni Negri e di tutto un filone di pensiero già no global e ora indignato (senza dimenticare, però, gli anatemi che proprio il filosofo seicentesco scagliava nei confronti di chi intendeva la politica senza la dovuta tensione morale). Ma anche, trasponendo (e forzando un po’) il rigoroso lavoro filologico skinneriano ai giorni nostri, un Thomas Hobbes da governo tecnico, alfiere del modello deduttivo e della politica come governance .

La crisi morde ma Brecht ancor di più

Cultura
Marx è morto ma Brecht si sente piuttosto beneGrande revival. Nell'era dello spread e degli indignados mette in scena l'utopia di un mondo trasformabile
LUIGI FORTE La Stampa 28/02/2012

La stampa italiana sotto il regime fascista

Pierluigi Allotti: Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo (1922-1948), Carocci

Questo libro ripercorre le vicende biografiche dei principali giornalisti italiani della generazione nata intorno al 1890 - entrati quindi nella professione prima dell'avvento del fascismo - e di quelli della generazione nata intorno al 1910 - che iniziarono invece la loro attività nei primi anni trenta, sostennero il fascismo e scrissero in favore del regime fino al giorno del suo crollo. E le segue anche all'indomani di quella data, quando la maggior parte dei giornalisti si distaccò dal fascismo attraverso un processo di autoassoluzione, che permise loro a guerra finita di ritornare sulla scena, ancora una volta da protagonisti.


Quando la stampa italiana si convertì al fascismo


Un saggio raccoglie quel che nomi e firme celebri, da Piovene ad Alvaro, scrissero sui giornali prima del 1943 Il lavoro è stato fatto da un giovane storico che ha utilizzato documenti e testi sulle orme di Zangrandi e Forcella Molti di loro, dopo la caduta del regime, ebbero una parte importante nel dare un´immagine indulgente dell’epoca

di simonetta Fiori Repubblica 29.2.12

Ancora il libro di Tagliagambe e Malinconico su fisica e psicoanalisi

"Saturno" purtroppo chiude

IL FATTO CHIUDE L'INSERTO CULTURALE
PLAZZOTTA CLAUDIO, ITALIA OGGI del 28/2/2012 Argomenti di classificazione Int. a POIDOMANI GIORGIOa pag. 20

Università

Perché le nuove regole sulla ricerca rischiano di penalizzarla
Cultura umanistica bene da proteggere
Sia i criteri di valutazione e che quelli per i fondi sono modellati sui lavori scientifici di Agostino Giovagnoli Repubblica 29.2.12 da dirittiglobali.it

"CHE TRAGEDIA IL 3 + 2 IL PAESE DEI GEOMETRI HA SOLO INGEGNERI"F.AMA., LA STAMPA del 28/2/2012 Argomenti di classificazione Int. a DE RITA GIUSEPPEa pag. 17
Argomenti di classificazione LUISS, TUTTI IN CODA PER UN CONTRATTOSANSONETTI STEFANO, ITALIA OGGI del 28/2/2012 a pag. 11
Argomenti di classificazione UNIVERSITA' E LAVORO NO A POLLI DI BATTERIAISRAEL GIORGIO, IL MESSAGGERO del 28/2/2012 a pag. 1
Argomenti di classificazione I TFA TAGLIANO I NASTRI DI PARTENZAMICUCCI EMANUELA, ITALIA OGGI del 28/2/2012 a pag. 38
CORRIERE DELLA SERA del 28/2/2012a pag. 14

Giovanni Maria Del Re Avvenire 29 febbraio 2012

Beni culturali e discipline umanistiche

 «IL PETROLIO D'ITALIA»
Di cosa parliamo quando parliamo di «valorizzazione»? Una analisi critica del «Manifesto» in cinque punti proposto nei giorni scorsi dal «Sole 24 ore» per «una costituente che riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione»
APERTURA - Michele Dantini * il manifesto 2012.02.29 - 10 CULTURA

ONLINE
il manifesto 2012.02.29 - 10 CULTURA

Ancora il libro di Serra su Vichy

"LA REPUBBLICA DI VICHY, EQUIVOCO TUTTO FRANCESE"
CABONA MAURIZIO, SECOLO D'ITALIA del 28/2/2012 Argomenti di classificazione Int. a SERRA MAURIZIO a pag. 7

Ancora il libro di Fusillo sui feticci

Il piacere di sentirsi un oggettoMassimo Fusillo esplora i sentieri del feticismo: l'attrazione per l'inanimato e la restituzione alle cose di un'anima perduta. Senza dimenticare di sfatare gli equivoci sul sadomasochismo, spesso liquidato come un insieme di pratiche violente, da pervertiti
Gilda Policastro Corriere La Lettura

Architettura in Cina

riconoscimentiLa Cina del futuro ha un architetto all'antica
Il premio Pritzker, che equivale a un Nobel per l'architettura, a Wang Shu. Non era mai successoStefano Bucci Corriere della Sera 28 febbraio 2012

La barunissa di Carini e altri amari casi di Sicilia

Rosario La Duca: La corda e la mannaia. Delitti e pene nella Sicilia del «buon tempo antico» (XVI-XVIII secolo), Sellerio 

Storie di cronaca nera, riversate in miniracconti di taglio per lo più investigativo e sempre fulminanti per la bizzarria del caso e per la ferocia della pena, e venati dell’ironia caratteristica dell’autore.
A cura di Francesco Armetta
Questo libro è l’ultimo frutto dell’erudizione antiquaria di Rosario La Duca (1928-2008), l’investigatore del passato che, per più di mezzo secolo, s’è dedicato, in rubriche giornalistiche e in volumi scevri di oleografismi, a salvare dall’oblio luoghi e caratteri della Palermo perduta. La corda e la mannaia è la continuazione ideale di un altro testo, I veleni di Palermo, uscito nel 1970 con l’introduzione di Leonardo Sciascia. Raccolgono entrambi storie di cronaca nera, riversate in miniracconti di taglio per lo più investigativo e sempre fulminanti per la bizzarria del caso e per la ferocia della pena, e venati dell’ironia caratteristica dell’autore: per il quale dove la storia anticipa davvero le linee del presente è nei dettagli. Il primo era dedicato agli «assassinii silenziosi», questo si concentra sugli «assassinii rumorosi», più spettacolari per i quali il castigo era esemplare: la mannaia per il nobile, la corda per il poveruomo.

Rosario La Duca (Palermo 1928-2008) autore di numerose opere di storia, urbanistica, architettura, tradizioni popolari della città di Palermo e della Sicilia tra cui Palermo felicissima, Cartografia generale della città di Palermo e antiche carte della Sicilia, La città perduta, Almanacco popolare palermitano, I mercati di Palermo (Enzo Sellerio editore).

Con questa casa editrice ha pubblicato, I veleni di Palermo (1970) e La corda e la mannaia. Delitti e pene nella Sicilia del «buon tempo antico» (XVI-XVIII secolo) (2012).




Se Saviano è diventato uno storico, Massimo Cacciari può fare il commentatore sportivo

Argomenti di classificazione COSI' SONO DIVENTATI I SIMBOLI DELLA NOSTRA INCAPACITA' DI GIUDICAREMASSIMO CACCIARI, LA REPUBBLICA del 28/2/2012 a pag. 35

Archeologia

RIZZO SERGIO, CORRIERE DELLA SERA del 28/2/2012 a pag. 29

martedì 28 febbraio 2012

Tradotta la "Disquisizione sul governo" di John Calhoun

John Caldwell Calhoun: Disquisizione sul governo, traduzione e introduzione di Luigi Marco Bassani, Liberilibri edizioni, 169 pag. euro 16

A Disquisition on Government (1850) è un gioiello della scienza politica e il prodotto più sofisticato scaturito dall'esperienza della repubblica americana dopo i suoi primi sessant'anni di vita. In questo saggio, nel quale gli insegnamenti del modello americano vengono analizzati a beneficio del mondo intero, John C. Calhoun individua negli effetti del principio maggioritario semplice una vera piaga, destinata a minare ogni società democratica. E indica anche una soluzione: il principio della maggioranza concorrente, secondo il quale la ricerca del consenso sulle questioni cruciali deve tener conto dei grandi interessi del Paese. L'autore avanza anche una teoria liberale della lotta di classe: la fonte dei privilegi ingiustificati va ricercata nei meccanismi del potere politico e non nel modo di produzione della ricchezza. I veri padroni sono coloro che dominano non i mezzi di produzione, ma l'apparato governativo. Dopo oltre un secolo e mezzo, la critica calhouniana al concetto di maggioranza semplice e la sua contrapposizione fra produttori e consumatori di tasse si presentano sorprendentemente attuali. I problemi derivanti dall'applicazione del principio della "sovranità popolare" e il fenomeno del parassitismo politico - che assillano oggi tutte le società libere - erano già stati messi a nudo durante la prima infanzia delle istituzioni democratiche.


John Caldwell Calhoun (Abbeville, SC, 1782 - Washington, D.C., 1850)
Fu il maggiore pensatore politico americano dell'Ottocento ed eminente uomo di Stato. Eletto nel 1810 alla camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, fu subito salutato profeticamente come «uno degli animi-guida, di quelli che imprimono il proprio marchio all'epoca nella quale vivono».
Segretario alla guerra nel gabinetto Monroe, fu poi vice Presidente sia di Adams sia di Jackson. Autore della South Carolina Exposition nel 1828, divenne nel corso dei venti anni successivi il paladino degli Stati del Sud contro lo sconfinamento del governo federale. Solo dopo la sua morte furono pubblicate le opere maggiori: la Disquisizione e il Discorso sul governo e la Costituzione degli Stati Uniti.


Perché il potere reale finisce sempre in mano a chi controlla l’apparato amministrativo? Lo spiega un saggio del 1850...
di - il Giornale 

La Politica di Aristotele secondo Giuseppe Galasso

Atene, la libertà degli antichi

Aristotele vedeva nell'accordo tra i nobili e il popolo la formula più efficace per il buon governo della città

di Giuseppe Galasso Corriere della Sera 28.2.12 da Segnalazioni

La fortuna di Aristotele filosofo della politica è stata tarda, e fu a lungo affidata ai suoi scritti di etica. Solo dal Duecento si diffuse la sua Politica, che perciò influì sulla genesi solo di alcuni dei grandi concetti giuridici e politici del pensiero occidentale. Risalgono, comunque, a lui idee rilevanti: da quella della politica come stato naturale e universale della vita sociale, che è nel destino dell'uomo e la cui forma-tipo era per i greci la città, la pòlis (di qui la sua più famosa definizione: quella dell'uomo come «animale politico», cioè destinato a vivere nella pòlis) a quella della preferibilità della piccola comunità politica a quella grande e della democrazia alla tirannide.
La politica è, comunque, per Aristotele, detto alla moderna, «arte del possibile», ma un possibile inteso come ciò che meglio, date certe premesse, corrisponde alla ragione; e perciò egli ricercava quale fosse il migliore ordinamento di una città. Non si sapeva, però, fino al 1890, che fosse anche autore di una tale analisi per la maggiore città greca, ossia Atene. La scoperta ha destato anche vari dubbi sullo stile e su altri aspetti dell'opera, pervenutaci incompleta, e si è stati incerti se ne fosse lui l'autore. Poi, per lo più, lo si è riconosciuto come tale, ma si può ben dire, crediamo, che, se non si tratta di un'opera di Aristotele, si tratta pur sempre di un'opera aristotelica.
La «costituzione» (politeía) era per i greci l'ordinamento istituzionale della città, il suo governo, le magistrature, la sua struttura politica e sociale. Nulla di comune con ciò che oggi si intende per «costituzione». La Costituzione degli ateniesi ha perciò una natura prevalentemente descrittiva in entrambe le sue parti: la prima, in effetti storica, sulle vicende del governo di Atene fin dai suoi inizi; la seconda sul regime di Atene al tempo in cui Aristotele scriveva, un po' prima del 322 a. C.
Il tipo di opera non era un'invenzione di Aristotele. Sulla «costituzione degli ateniesi» c'è anche un'altra opera, di incerta paternità. A sua volta, Senofonte scrisse una «costituzione degli spartani», ossia dei grandi rivali di Atene nella micidiale lotta per l'egemonia che preparò la rovina delle città greche, sottomesse, in ultimo, al re di Macedonia (che era, quando Aristotele scriveva, Alessandro Magno, del quale egli era stato precettore). Sono, in effetti, opere di carattere alquanto diverso. Quella di Aristotele sembra avere soprattutto il fine di fornire appoggi storici e tipologici alle teorie da lui esposte nella Politica. Notizie antiche sulle sue opere parlano di una raccolta di oltre 150 costituzioni di città greche. Ciò risponde all'ipotesi sulla natura della Costituzione come lavoro, per così dire, di servizio, contro il parere di chi la ritiene un'applicazione delle idee esposte nella Politica. In effetti, sulla conformità delle idee della Costituzione a quelle della Politica vi sono state varie incertezze, mentre, nonostante molti dubbi sui dati di fatto in essa forniti, ci pare di poter dire che è proprio l'intento storico, documentario ed esemplificativo della Costituzione a costituirne il maggiore pregio.
Se ne deduce che per Aristotele l'affermazione della democrazia (come intesa dai greci, e quindi escludendo non solo gli schiavi, ma anche chiunque non fosse cittadino di pieno diritto) costituiva il filo rosso della storia di Atene, stabilizzatosi dopo la fine dell'ultima fase di tirannia nel 403 a. C. Il resoconto aristotelico è impressionante. Esso conta undici riforme della costituzione ateniese, di cui nove nel giro del VI e V secolo a. C. L'undicesima «attribuisce il massimo potere al popolo», che «si è reso direttamente padrone di tutto e regola ogni cosa con decreti e tribunali, nei quali è sovrano». Ordinamento preferibile ad altri, perché quando il governo è ristretto in poche mani è più facile la corruzione, laddove corrompere molti è ben più difficile.
Le idee politiche di Aristotele, comunque presenti nella Costituzione, malgrado il fine pratico che essa si propone, si vedono chiaramente nella preferenza per la costituzione data ad Atene da Solone. Questi «aveva reso il popolo libero per il presente e per l'avvenire», ma, pur simpatizzando per il popolo e attribuendo ai ricchi la causa delle guerre civili, tendeva a un accordo fra popolo e nobili, ricercando quella che oggi si direbbe, con forte approssimazione, ma non troppo male, una soluzione centrista per il governo della città. Per Aristotele una duratura stabilità politica era sempre nelle mani di governanti che amassero il regime in vigore e ne rispettassero le regole. La costituzione ateniese era stata, in pratica, una marcia verso la democrazia, ossia verso un regime in cui la libertà dei cittadini, non la ricchezza o altro, fosse l'unico fondamento dei loro diritti nel governo. Il conferimento delle cariche per sorteggio, disposto da Solone, era l'applicazione di questo principio.
Si erano realizzate tutte queste condizioni nella democrazia ateniese ristabilita nel 403 a. C. che Aristotele ci descrive? La risposta di Aristotele sembrerebbe affermativa, ma nel 322 i macedoni sottomisero di nuovo Atene e le altre città, insorte nel 323 alla morte di Alessandro Magno, e imposero un regime fondato sul censo, sopprimendo le libertà.
Un epilogo che spinge il lettore della Costituzione a riflettere al di là delle ragioni interne cui sono dovute per Aristotele la natura e la durata di un regime; e a pensare che in questo calcolo debbano rientrare anche gli elementi non interni costituiti dagli equilibri e dai rapporti di forza nell'area storica in cui un regime è inserito. È un punto che la stessa Costituzione comprova: ad esempio, con il regime tirannico imposto dagli spartani nel 404 a. C. dopo la sconfitta di Atene nella guerra dei Trent'anni. Ed è, dunque, anche perché, oltre a fornire numerosi spunti e motivi di interesse storico e teorico, la Costituzione induce a ulteriori considerazioni, che essa è ancor oggi una lettura storica e politica che vale la pena di fare.


Il demone dei calcoli applicato alla vita
di Armando Torno  Corriere della Sera 28.2.12 da Segnalazioni

Chissà perché Aristotele lasciò una specie di ipoteca sui matematici nella Metafisica. Scrisse che essi danno vita alle loro teorie «per mezzo dell'astrazione» e non si curano di «tutte le qualità sensibili». Kant rivide l'antica posizione, ma non la volle debellare completamente. Ricordò che la filosofia procede «mediante concetti», mentre la scienza dei numeri con la «costruzione di concetti». Hegel potè così tranquillamente ripetere che la matematica è la disciplina delle quantità. Non perse l'occasione di ribadire l'antica formula Benedetto Croce, anche se ormai i tempi erano maturi per altre considerazioni. Nella sua Logica (1905) asserisce: «Le matematiche forniscono concetti astratti che rendono possibile il giudizio numeratorio; costruiscono gli strumenti per contare e calcolare e per compiere quella sorta di finta sintesi a priori che è la numerazione degli oggetti singoli».
Sono frammenti di una storia infinita. Del resto, che cosa sia la matematica lo ignorano anche i sacerdoti che ne officiano il culto e quando chiedete a uno di essi quali certezze abbia ghermito, vi risponde in genere con un sorriso. Né va dimenticato che per la concezione formalista, sviluppata da Hilbert e dalla sua scuola negli anni Venti del '900, la matematica può essere costruita come semplice calcolo, senza che ad esso si dia un'interpretazione. Volete aggiungerla? Problemi vostri, replicherebbero quei sacerdoti appena scomodati.
Gli innamoramenti per questa scienza, i tentativi di interpretarla o definirla non potranno mai essere narrati nei dettagli; difficile stilare anche un inventario di stravaganze e topiche che ha alimentato. Sarà per molti sorprendente il saggio di Giulio Giorello dal titolo Il fuoco fatuo di Hobbes e il chiaro labirinto di Spinoza, dedicato al «fare filosofia con la geometria». È contenuto nel terzo volume della vasta opera La matematica, pubblicata da Einaudi e curata da Claudio Bertocci e Piergiorgio Odifreddi, con cui si completa il progetto dei quattro tomi previsti (ha come titolo Suoni, forme, parole, pp. 892, 110). Hobbes, oltre il Leviathan, è colto tra le battaglie con figure, numeri, deduzioni: reinterpretò gli Elementi di Euclide, intraprese polemiche con i matematici di Oxford e per i suoi errori venne stroncato da John Wallis («fatto a pezzi ma non domato», nota Giorello). Nel saggio si ricorda, tra l'altro, l'esame che tentò di una «meraviglia» di Evangelista Torricelli ed è posta in evidenza, oltre a qualche pasticcio e a non pochi fraintendimenti in geometria, quel suo ingarbugliarsi con le frazioni. E questo anche se ebbe l'onore di «iniziare alle matematiche» il Re. Ma non si creda che Hobbes fosse uno sprovveduto: dai suoi errori si impara, soprattutto quando ricorda, per illustrare le prepotenze della politica, che se un giorno si scoprisse un proposizione contraria agli interessi del potere, potrebbe «essere soppressa, bruciando tutti i libri di geometria».
Poi Giorello si dedica a Spinoza. Il filosofo che conforma la sua Etica agli Elementi di Euclide ammonisce chi «ascrive a Dio i propri attributi» e in una lettera a Hugo Boxel, funzionario a Gorcum, nota: «Se il triangolo avesse la facoltà di parlare, direbbe parimenti che Dio è triangolo in modo eminente». La geometria, in tal caso, è utilizzata per mettere in guardia contro le celesti raffigurazioni. Nella medesima lettera Spinoza precisa: «Alla tua domanda, se io abbia di Dio un'idea tanto chiara come quella del triangolo, rispondo di sì. Se invece mi chiedi se ho un'immagine di Dio tanto chiara come quella del triangolo, rispondo di no: perché non possiamo immaginare Dio ma certo possiamo conoscerlo».
Giunti a questo punto sembrerebbe che la matematica sia entrata — lo scrisse Robert Musil ne L'uomo senza qualità — come un demone in tutte le applicazioni della vita. È vero? Conviene replicare aprendo un libro appena uscito dello stesso Bartocci, Una piramide di problemi. Storie di geometria da Gauss a Hilbert (Raffaello Cortina, pp. 418, 29). Porta in un mondo di idee in cui aumentano le domande e diventano «più elusive e sconcertanti le risposte». Che dire? Dove le piramidi si rovesciano, è bello smarrirsi. Succede anche nelle storie d'amore.

Società tecnologica e crisi dell'umanesimo

Argomenti di classificazione LA TECNOLOGIA CRESCE MA PORTA NUOVE FORME DI DIASAGIO SOCIALEBUTTARONI CARLO, L'UNITA' del 27/2/2012 a pag. 18/19

Umanesimo e postumanesimo

Lorenzo Fazzini Avvenire 28 febbraio 2012

Nella consueta lezione settimanale di liberalismo, Ostellino individua un problema reale

E cioè che senza conflitto la democrazia finisce per deperire [SGA].

lo scenario
La Grande Coalizione: un fantasma italiano (poco) democratico
Integralismo, unanimismo e culto del capo 
Il rischio di adottare il modello «tedesco»
Piero Ostellino Corriere della Sera 27 febbraio 2012

Nell'Inghilterra del XVII secolo (1600) - dilaniata dalle guerre fra anglicani, cattolici e puritani, e oppressa dal dispotismo regio - stava nascendo lo Stato moderno: la guerra era la «levatrice della storia». La violenza rivoluzionaria in Francia, fra realisti e repubblicani, giacobini e girondini, durante il Terrore, avrebbe dato vita in prospettiva - come aveva previsto Edmund Burke nelle Riflessioni sulla Rivoluzione francese - a una democrazia illiberale. Nel 1835-40, Alexis de Tocqueville avrebbe scritto: «La democrazia è stata dunque abbandonata ai suoi istinti selvaggi; essa è cresciuta come quei bambini che, privi delle cure paterne, crescono da soli nelle strade delle nostre città non conoscendo della società i vizi e le miserie. (...) Il risultato è stato che la rivoluzione democratica si è effettuata nella materia della società senza che si operasse nelle leggi, nelle idee, nelle abitudini e nei costumi il cambiamento a renderla utile. Così, abbiamo la democrazia senza avere tutto ciò che dovrebbe attenuarne i vizi e farne risaltare i naturali vantaggi; e alla vista dei mali da essa prodotti non ci rendiamo conto dei beni che può darci» (La democrazia in America). Sempre nei primi anni del XIX secolo, Benjamin Constant...

Il dibattito geopolitico sul mondo arabo

Venti di primavera e venti di guerraDue riviste, “Limes” e “Oasis”, provano a spiegare – mettendo a confronto tesi molto diverse tra loro – che cosa stia accadendo realmente nel Vicino e Medio Oriente
Franco Cardini Europa 28 febbraio 2012

In Italia la filosofia sul web stenta a diffondersi

Confronti. Blog ergo sum (non in Italia)
Dagli Usa alla Francia, i filosofi attivi online fanno scuola Ma gli studiosi di casa nostra restano (rigorosamente) offline
Antonio Sgobba Corriere La Lettura

Normalità montiana o normalizzazione?

Il dovere della politica
di Carlo Galli  Repubblica 28.2.12 da Segnalazioni


LA POLITICA, assieme all´angoscia per la sorte di Luca Abbà, bussa alle porte della Valsusa. E attraverso il conflitto, il rischio, la violenza, sembra voler presentare un conto sgradito e inaspettato – in ogni caso molto caro – a un governo "tecnico", che trae la propria legittimità materiale e contingente dal farsi portatore di istanze "oggettive", di imperativi sistemici decisi da poteri diversi dalla sovranità del popolo italiano. Ed è invece evidente che la politica non si lascia sostituire dalla tecnica, e che al governo Monti, e al ministro Passera, spettano ora misure politiche in senso proprio. 
Nell´ambito dell´ordine pubblico, in primo luogo, ma soprattutto – e ciò ha valore ancora più apertamente politico – nell´ambito di una franca chiarificazione davanti al Paese di che cosa sia in gioco, ora, intorno alla vicenda della Tav.
Si tratta di una partita di grande spessore. La linea ad Alta Velocità che deve unire Torino e Lione è già stata approvata da due parlamenti nazionali, quello italiano e quello francese, e da due Trattati internazionali. È una struttura strategica che viene finanziata con denaro europeo: è una fonte di lavoro per migliaia di operai e tecnici: è una promessa di sviluppo per il complesso del Paese. Il tracciato è stato modificato da un Osservatorio a cui hanno partecipato i territori, che ha discusso per tre anni. È, insomma, una partita a più livelli – europeo, nazionale, locale – in cui la politica si è messa in gioco attraverso procedure democratiche, sia partecipative sia rappresentative: in cui lo sviluppo economico e le sue esigenze è stato mediato, interpretato, incanalato, sui binari della politica.
Ora, a questa politica – imperfetta, ma non truffaldina – se ne oppone un´altra, fatta anche di violenza (i fatti dell´estate scorsa) a cui non possono non seguire azioni della magistratura, com´è normale in uno Stato di diritto. E questa politica che si oppone alla politica democratica non è solo violenza, certo, ma neppure la ripudia apertamente. Ma soprattutto è una politica che sta trasformando la Val di Susa, e i disagi dei suoi abitanti, in uno spazio politico che vuole essere alternativo rispetto all´assetto della politica contemporanea.
Accanto all´ambiguità delle forze politiche di centrosinistra che a Roma approvano la Tav e nei territori vi si schierano contro, per ottenere consenso – e questa è la pratica, non nuova né rivoluzionaria, dell´opportunismo politico – , c´è infatti la lotta dei territori contro un modello di sviluppo e che sconvolge gli equilibri della vita collettiva locale – e questa è la pretesa dell´ecologismo in una sola vallata, peraltro oggi certamente non "vergine" – ; c´è, poi, la spregiudicatezza delle forze di sinistra, che paiono volere abbracciare ogni causa per tentare di rientrare in gioco, assecondando ogni protesta contro le contraddizioni del capitalismo traballante, che oscilla fra il gigantismo e la crisi – contraddizioni che ci sono, certo, ma che in questo caso hanno pesato meno delle affermazioni e delle procedure della democrazia, che troppo disinvoltamente vengono considerate carta straccia.
E c´è, accanto a queste, un´altra prospettiva, ancora più radicale. Quella di fare della Val di Susa il punto di coagulo di tutte le forze – in realtà delle debolezze, delle disperazioni, della mancanza di fantasia, della sfiducia nella democrazia – che non vogliono il riequilibrio dell´Italia, il suo rientro nella normalità, e che puntano su una situazione "greca" per innescare un conflitto delegittimante; che vogliono fare della Val di Susa l´incubatoio di altre rivolte nel Paese, che dimostrino l´impopolarità delle politiche che il governo sta attuando, con il consenso della stragrande maggioranza del Parlamento.
Alla strategia dell´emergenza, alla retorica dell´iperbole che vede ovunque omicidi di Stato (o del Capitale, o della Grande Finanza), a questa contrapposizione fra maggioranza legale e minoranze ultra-conflittuali, è quanto mai opportuno che il governo apertamente opponga la forza tranquilla di una democrazia "normale": non una risposta reazionaria, quindi, e neppure burocratica, ma una risposta politica che spieghi al Paese che ciò che è stato democraticamente deciso va mantenuto; che l´Italia sta oggi in un contesto europeo con pieno diritto e piena dignità e che non vuole sottrarsi agli impegni liberamente assunti e ratificati, che i nostri partner stanno già eseguendo; che la contestazione del modello di sviluppo è, ovviamente, sempre lecita, ma non può bloccare il funzionamento di quella stessa politica democratica che l´ha resa possibile; che non si può, mentre si discute "come" fare una cosa, tornare a mettere in dubbio "se" farla; che c´è una radicale differenza fra violenza, da una parte, e conflitto politico, dall´altra; che l´Italia non vuole essere la Grecia (con tutto il rispetto per un Paese in una situazione ben più difficile della nostra).
Sono, queste, considerazioni politiche che spettano al governo, insieme alle azioni che ne conseguono; ma altre se ne possono aggiungere. Ovvero, che si può anche scommettere contro l´Italia (lo fa la Lega, ad esempio) ma che questa posizione non fornisce particolari credenziali di affidabilità né di acume, e che da forze di sinistra che si candidano a governare questo Paese ci si attendono comportamenti più equilibrati. Che, giocando contro la democrazia per inseguire ogni estremismo, la sinistra non esce dalla propria crisi ma la dimostra e la aggrava. E che, insomma, dalla Val di Susa viene lanciata una sfida che non può essere ignorata: la sfida delle responsabilità e della maturità di tutti, ciascuno per la sua parte.

“Caro Galli, un treno di luoghi comuni – di Ugo Mattei

Università

"COSI' RILANCEREMO SCUOLA E UNIVERSITA' " IL MINISTRO PROFUMO: SEMPRE IN PRIMA LINEAMASTRANTONIO SILVIA, GIORNO/RESTO/NAZIONE del 27/2/2012 Argomenti di classificazione Int. a PROFUMO FRANCESCO a pag. 8

Argomenti di classificazione L'UNIVERSITA' POPULISTA ALLEVA GLI ASINI - LETTERAGRANZOTTO PAOLO, IL GIORNALE del 27/2/2012 a pag. 38

Da ricercatore a professore ordinario: l'ascesa di Giacomo Frati
La carriera del primario che operava i manichiniChirurgo e figlio del rettore della Sapienza
Gian Antonio Stella Corriere della Sera 28 febbraio 2012

Roberto Saviano vuole fare anche lo storico delle idee ma con scarsi risultati

"c'è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi. Sono i sopravvissuti di un estremismo massimalista che sostiene di avere la verità unica tra le mani. Loro sono i seguaci dell'unica idea possibile di libertà, tutto quello che dicono e pensano non può che essere il giusto. Amano Cuba e non rispondono dei crimini della dittatura castrista  -  mi è capitato di parlare con persone diffidenti verso Yoani Sánchez solo perché in questo momento rappresenta una voce critica da Cuba  - , non rispondono dei crimini di Hamas o Hezbollah, hanno in simpatia regimi ferocissimi solo perché antiamericani, tollerano le peggiori barbarie e si indignano per le contraddizioni delle democrazie"

Non abbiamo ancora compreso fino in fondo il danno della stagione berlusconiana. Accecata dall'antiberlusconismo volgare la sinistra ha allevato e adorato anche Saviano [SGA].



La tolleranza di Turati quella piccola lezione per una sinistra smarrita
Un saggio ripercorre la figura del leader socialista e una tradizione da sempre minoritaria in Italia

di Roberto Saviano Repubblica 28.2.12

Un romanzo sull'ascesa del nazismo

Erik Larson: Il giardino delle bestie, Neri Pozza

Questo libro narra della storia vera di William E. Dodd e di sua figlia Martha, un padre e una giovane donna americani che si ritrovano improvvisamente trapiantati dalla loro accogliente casa di Chicago nel cuore della Berlino nazista del 1934.
Sessantaquattro anni, snello, gli occhi grigio-azzurri e i capelli castano chiaro, nel 1933 William E. Dodd è un rispettabile professore di storia all’università di Chicago, con una certa notorietà per i suoi scritti sul Sud degli Stati Uniti e la sua biografia di Woodrow Wilson.

Fervente democratico jeffersoniano, a suo agio soltanto negli ambienti frugali della sua piccola fattoria di campagna, Dodd ha una moglie, Mattie, e due figli: William Jr – Bill – e Martha, la prediletta. Ventiquattro anni, i capelli biondi, gli occhi azzurri e un sorriso radioso, Martha ha un’immaginazione venata di romanticismo e un atteggiamento cosí civettuolo, da avere già acceso la passione in molti uomini.
La vita di questa famiglia americana, a detta di tutti felice e unita, muta radicalmente nel giugno del 1933. Mentre siede alla sua scrivania all’università, Dodd riceve una telefonata da Franklin Delano Roosvelt, il presidente degli Stati Uniti, che gli annuncia la sua intenzione di nominarlo a capo della rappresentanza diplomatica americana a Berlino.
Dodd è tutto fuorché il candidato modello per un simile incarico. Non è ricco, non è politicamente influente e non appartiene nemmeno alla cerchia degli amici di Roosvelt. Certo, ha conseguito un dottorato a Lipsia e conosce il tedesco, ma nulla piú.
Tuttavia, per Roosvelt è un ambasciatore perfetto per un paese che, tra la crisi economica dilagante e un altro rovinoso anno di siccità, rappresenta per l’America soltanto una seccatura: la seccatura di un miliardo e duecentomila dollari, debito che Berlino ha contratto con gli Stati Uniti, e che Hitler si mostra sempre meno propenso a voler saldare.
Ed è cosí che, al loro arrivo, William e Martha Dodd si ritrovano ad attraversare una città addobbata di immensi stendardi rossi, bianchi e neri; a sedere negli stessi caffè all’aperto frequentati dalle SS in uniforme nera; a passare davanti a case con balconi traboccanti di gerani rossi; a fare acquisti nei giganteschi empori della città, a organizzare tè, aspirare le fragranze primaverili del Tiergarten, il parco principale di Berlino; ad avere rapporti sociali con Goebbels e Göring, in compagnia dei quali cenare, danzare e divertirsi allegramente; finché, alla fine del 1934, accade un evento che smaschera la vera natura di Hitler e del potere a Berlino, la grande e nobile città che agli occhi di padre e figlia si svela per la prima volta come un immenso Tiergarten, un giardino delle bestie.


REYNOLDS ROCK, L'UNITA' del 27/2/2012 a pag. 34/35

Apre l'Archivio segreto vaticano

Documenti
Ecco i segreti vaticani con l'abiura di Galileo e il caso di Enrico VIII
Apre il 29 l'archivio dei PapiLauretta Colonnelli Corriere della Sera 25 febbraio 2012

Libertà individuale e politically correct

Pierangelo Dacrema: Fumo bevo e mangio molta carne!, Excelsior 1881, 2011

Un libro controcorrente. In un mondo ossessionato dal "vivere sano" un grido di protesta di chi vuole ancora mangiare, bere e fumare come una volta. Una requisitoria serrata contro talebani della salute, ciarlatani dell'ambientalismo e animalisti demagoghi. Ma anche un caldo invito alla tolleranza. 

Se fumo, bevo, e mangio molta carneUn saggio dell'economista Pierangelo Dacrema esalta il concetto di libertà e mette in luce le tante ipocrisie salutiste della società d'oggi. Ma il liberismo resta pur sempre un limite.Francesco Anfossi Famiglia Cristiana 27/01/2012


 DAI LETTORI / 1
il manifesto 2012.02.28 - 10 CULTURA

 DAI LETTORI / 2
Controlli etici e violazioni dei corpi altrui
il manifesto 2012.02.28 - 11 CULTURA
 QUESTIONI DI SPECIE
Da prospettive opposte il libro di Jonathan Safran Foer «Se niente importa» e il pamphlet di Pierangelo Dacrema «Fumo, bevo e mangio molta carne» si chiedono quale sia il posto dell'umano tra gli altri viventi. Riflessioni a margine di un articolo pubblicato dal «manifesto»
ARTICOLO il manifesto 2012.02.28 - 10 CULTURA

 BENI MOBILI
Libri come il recente testo di Pierangelo Dacrema o come «Tauroetica», di Fernando Savater, da poco uscito per Laterza, dimostrano che finalmente la questione animale comincia ad acquisire una certa visibilità sociale
ARTICOLO    il manifesto 2012.02.28 - 10 CULTURA

 NOI E IL PROSSIMO
ARTICOLO - Marco Dotti il manifesto 2012.02.28 - 11 CULTURA

Gli atei devoti senza più speranze

Santorum, vomitare JFK
Un seme culturale, alla Goldwater, dentro l’America degli “snob”


Leggi Santorum muove guerre culturali nella pancia smagrita d’America