venerdì 24 febbraio 2012
Tra Giordano e Caldarola un confronto tra giganti a sinistra
Dove poteva mai finire un partito che aveva eletto segretario Franco Giordano? Ma ogni lamento è inutile: questo e non altro è la sinistra italiana [SGA].
Dialogo Caldarola-Giordano
Nino Bertoloni Meli Europa 1 febbraio 2012
La nostalgia della sinistra per la politica
di Bruno Gravagnuolo l’Unità 24.2.12 da Segnalazioni
Ovvio che la nostalgia sia sempre «canaglia», come suona il titolo del dialogo tra Franco Giordano ex deputato di Rifondazione comunista e dirigente di Sinistra Ecologia e Liberta e Peppino Caldarola, ex direttore de l’Unità ed ex deputato Ds (Nostalgia canaglia, pr. di Umberto Galimberti, Dino Audino Editore, pp. 95, Euro 9,90). Perché ti prende a tradimento, come raccontava l’arcinota canzone di Albano e nell’etimo significa dolore di ciò che è lontano, come spiegava il medico Johannes Hofer, che nel 1688 la definì in termini di malinconia patologica. Ben per questo i due dialoganti («venuti dal Pci») la prendono criticamente come indice di un vissuto: sindrome del rimpianto. E come voglia di non si rassegnarsi alla scomparsa della politica come dimensione esistenziale condivisa. Ne vien fuori un rendiconto autobigrafico a due voci. E una prognosi sulla politica a venire, in tempi in cui il borsino di politica e partiti segna uno spread impietoso, a sfavore di entrambi, e a favore dell’antipolitica e dei «tecnici». Dunque, in apertura la prefazione filosofica di Umberto Galimberti, tutta contro la «tecno-economia» e il progresso solo quantitativo degli umani, che è la chiave con cui il prefatore legge questo dialogo. E poi il dialogo. Con Caldarola che lamenta (oggi) la mancata svolta socialdemocratica nella svolta Pds del 1989. E accusa il settarismo comunista di chi vi si oppose nel Pci, opponendosi ai miglioristi, a Occhetto e a tutta la Bolognina. E con Giordano che si difende dall’accusa. Concedendo a Caldarola che nel fronte del «no» vi fu certo «minoritarismo», ma che poi nel Pds prevalse una cultura liberaldemocratica e neanche socialdemocratica. Di più. Secondo Giordano quelli del no, si emendarono dal settarismo con la «Rifondazione» di Fausto Bertinotti: non violenza, movimenti, fine del comunismo novecentesco. Una strada che Giordano vede inverata oggi da Sel e da Vendola. E sull’oggi? Molte le convergenze. Ad esempio comune è la denuncia della conversione della politica in amministrazione e occupazione del potere. Analoga l’analisi sullo «svuotamento delle passioni» e l’incapacità di rappresentare domande, nel segno della ditattura liberista. Simile ci pare anche la giusta critica al tratto notabilare e leaderistico della rappresentanza democratica odierna. Contraddetta però dalla mancata critica all’onnipotenza delle primarie, come criterio di legittimazione della forma-partito. Un criterio che in Giordano è persino rivendicato, come fattore risolutivo per ricaricare la passione politica: la gara sul territorio tra «persone programma».
E però malgrado tutto qualcosa si intravede nel rendiconto a due voci: il tentativo di fare un bilancio generazionale onesto. Ovverosia, esse dicono: stavamo in un Pci pedagogico e ingessato rispetto a certe origini. Ma in quel partito che non seppe o non potè governare milioni di italiani si sono educati alla nazione. Alla solidarietà, al civismo. E i ceti sociali subalterni in quel Pci si sono mescolati, aperti alla cultura e ai diritti. Davvero era tutto da buttare? Domanda retorica, perché la risposta di Giordano e Caladarola è naturalmente no. Quanto alla pars costruens del dialogo stimolante e promettente eccola: ricostruire una comunità politica di sinistra. Un tessuto vitale di relazioni e motivazioni che renda la politica responsabile, nel senso di «responsiva» e in grado di offrire identità collettiva. Pur nella dimensione del «limite» etico, nel rilancio della legalità, e nel rifiuto di ogni politica totalizzante e solo «professionale». Tutto giusto. Con un’osservazione, rivolta soprattutto a Giordano, dirigente di Sel. Vogliamo ricostruirla davvero una identità politica di massa progressista, di sinistra e riformista? Se sì, occorrerà partire da quel che c’è: dal Pd e da Sel innanzitutto. Ma ci vuole un lavoro di lunga lena. Per trovare un baricentro culturale e valoriale attorno al quale fare sintesi delle diverse forze progressiste, laiche, socialiste, cattoliche, ecologiste in campo. E in più ci vuole un baricentro di «interessi» a sostegno di quella sintesi. Ad esempio: il lavoro, il riscatto dei ceti subalterni e l’impresa solidale. Insomma ci vuole l’idea di un’altra società, per un partito organizzato che sappia far da sponda ai movimenti, magari arricchendosene. Altrimenti si resterà invischiati in partiti-movimenti e partiti-trasversali destinati a rinforzare da sinistra l’antipolitica e il plebiscitarismo maggioritario. Cose che di solito precipitano a destra, come è avvenuto e come può ripetersi. Con o senza tecnici. Ecco, sarebbe questa nostalgia ad essere davvero canaglia.
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