lunedì 30 aprile 2012

Il nuovo libro di Diego Fusaro


Se è vero che nel libro di Fusaro possono ancora esserci momenti di utopismo, le argomentazioni che gli oppone l'amico Ocone questa volta non convincono. Il riferimento alla "tendenza umana alla ricerca dell’utile e del profitto" postula una antropologia deterministica che porta con sé quella stessa metafisica perenne che si vorrebbe criticare e che è indimostrabile: un "pregiudizio", direbbe Ocone stesso.
Chi può assicurare che in una organizzazione sociale differente da quella vigente  atteggiamenti che oggi vengono considerati "naturali" sarebbero gli stessi? Dove sta scritto che le spinte di autoaffermazione individuale debbano coincidere con l'accumulazione e la conflittualità? Non sarebbe stato sufficiente - e più realistico - affermare che il modo di produzione capitalistico è stato sinora il meccanismo socio-economico più efficace nello sviluppo delle forze produttive? [SGA].


La risposta di Corrado Ocone:


"Chi di antideterminismo ferisce di antideterminismo perisce…E’ questa la critica che mi porge l’amico Azzarà, ma non a ragion veduta: per me, come per il mio Maestro, “la realtà è storia e niente altro che storia”. Certo, io credo che “il modo di produzione capitalistico è stato sinora il meccanismo socio-economico più efficace nello sviluppo delle forze produttive”. E sono anche disposto a sottolineare con tre tratti di penna il sinora “storicistico”. Quello che mi limito ad aggiungere è che se ciò è avvenuto, deve avere una sua razionalità. E che questa razionalità andrebbe forse individuata, a livello speculativo, nella tendenza, non dell’”uomo naturale” ma di quello “moderno”, a cercare il piacere, l’utile, il profitto, anche contrapponendosi agli altri in maniera conflittualistica. Sino a un certo punto, sarebbe auspicabile. Quello che voglio dire quando invoco di portare fino in fondo la dialettica è che, forse, il diavolo è l’uomo di affari del buon Dio: quella forza vitale che ci sorregge ha forse una complicità sottile con il male, che non è fuori ma dentro di noi. Alla fine si potrebbe scoprire che ciò che sembra banale e rozzo, il profitto capitalistico o il denaro accumulato, è il vero “enigma metafisico”, come diceva quel Marx che spesso giunge a questa profondità". (c.o)   

DIEGO FUSARO: Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, saggio introduttivo di Andrea Tagliapietre, Bompiani, pagine 504, euro 13,90.

La modernità è anche la storia del nesso di tensione, adattamento e contrasto tra la filosofia e l'assolutizzazione del mercato in cui si condensa lo spirito del capitalismo. Sulle orme di Hegel e di Marx, il libro delinea una fenomenologia dello spirito del capitalismo condotta sui due piani della storia della modernità e delle principali figure del pensiero che l'hanno animata. Massima alienazione dell'uomo rispetto alle proprie potenzialità ontologiche, l'odierno monoteismo del mercato è la prima società in cui regna sovrano il principio metafisico dell'illimitatezza, il "cattivo infinito" della norma dell'accumulazione smisurata del profitto a scapito della vita umana e del pianeta. In questo scenario, la filosofia resta il luogo del rischio assoluto: infatti, essa è il luogo della possibile resistenza al nichilismo della forma merce e, insieme, della sua eventuale legittimazione in stile postmoderno. Saggio introduttivo di Andrea Tagliapietra. 


Risorge il pregiudizio contro il profitto
Corrado Ocone - La lettura/Corriere della sera 29 aprile 2012

John Rawls precursore di "Occupy Wall Street"?

Un inedito di John Rawls sull´Almanacco di Micromega
Così i popoli diversi possono vivere in pace
Negli Stati Uniti, a differenza che in Europa, esiste un linguaggio politico unico e una completa disponibilità dei cittadini verso lo Stato federale
di John Rawls Repubblica 30.4.12 da dirittiglobali

Tradotto il libro di Ian Kershaw sui momenti di snodo della Seconda guerra mondiale

L'impressione è che anche Kershaw abbia ceduto ad una concezione spettacolarizzata e soggettivistica della storia [SGA].

Ian Kershaw: Scelte fatali. Le decisioni che hanno cambiato il mondo 1940-1941, Bompiani, pagg. 300, euro 25

La serie di eventi the segna l'inizio della Seconda Guerra Mondiale ha lasciato il mondo intero frastornato: in questo clima di incertezza, un ristretto gruppo di persone si trova a fronteggiare scelte decisive, da cui può dipendere il successo o la sconfitta, lan Kershaw ripercorre la serie di decisioni fatali prese tra il maggio 1940 - quando la Gran Bretagna decide di continuare a combattere invece di arrendersi - e l'autunno del 1941 - quando Hitler appoggia la "Soluzione Finale" della Questione Ebraica. A Londra, Tokyo, Roma, Mosca, Berlino e Washington, politici e generali devono affrontare la crisi che sta per consumarsi contando su poche informazioni e gravi problemi logistici, economici e militari. Questo libro racconta i retroscena di quelle scelte, entrando nelle stanze del potere al cospetto dei leader di allora: la risposta combattiva di Churchill alla campagna francese, l'ordine di Hitler di invadere l'Unione Sovietica mentre Stalin presta il fianco all'Operazione Barbarossa, la politica degli aiuti militari portata avanti da Roosevelt, la scelta del comando giapponese di attaccare gli Stati Uniti pur prevedendone le nefaste conseguenze. Decisioni che hanno segnato le vite di milioni di persone e cambiato irrimediabilmente il futuro del mondo.


Così il carisma dei singoli (Hitler e Churchill su tutti) plasmò e indirizzò la volontà e i destini delle nazioni 

di Angelo Allegri - il Giornale 30 aprile 2012

Le 10 decisioni fatali che cambiarono il mondo
di  Daniela Coli loccidentale.it  28 Ottobre 2007

Ritratto di Walther Rathenau


ROMANO SERGIO, CORRIERE DELLA SERA del 29/4/2012 a pag. 39

Marcello Veneziani: sforzarsi di passare per un intellettuale e avere la sfortuna di lavorare al Giornale

Qualunque cosa ci sia scritta in questo ritratto di Simone Weil, il titolo scelto - così grondante di machismo da far rimpiangere anche il più ottuso femminismo differenzialista - lo rende una infamia [SGA].


Le sue riflessioni trasversali su filosofia, politica e religione sono attualissime. E accendono i dibattiti in Rete 

di Marcello Veneziani - il Giornale 30 aprile 2012

Vedere i problemi ma non avere nessuna idea delle cause e delle soluzioni


Bastona la Cina ma non dimenticare la tua crociata islamofoba quotidiana

Convertiti all’Islam. L’esercito di italiani che prega Allah
Tra bisogno di spiritualità e nuove paure, cresce il numero di chi abbraccia questa religione. Ma al di là dei fatti di cronaca, chi sono i protagonisti di questa rivoluzione silenziosa?di Francesca Paci La Stampa 30.4.12

L’avanzata dell’Islam nero
di Domenico Quirico La Stampa 30.4.12


Un nuovo scacchiere per la galassia jihadista
di Guido Olimpio Corriere 30.4.12

Come salvare la primavera egiziana
"La rivoluzione si trova di fronte a un pericolo reale e sta a noi la scelta. O continuiamo a dividerci oppure superiamo le differenze"di Ala Al-Aswani Repubblica 30.4.12

Cinema e società postmoderna

La degenerazione dei film campioni d’incassi è anche frutto di una critica (anti)snobistica
Nuovo cinema populista 
Contro la dittatura del consenso serve una rivoluzione culturale
Paolo Mereghetti Corriere La Lettura 29 aprile 2012

Tanto rumore per nulla


Al di là delle assurdità pedagogiche o dei nulla osta pelosi, bisogna dire che il Mein Kampf era facilmente reperibile anche in Germania. E semmai le proibizioni politiche avevano moltiplicato le edizioni pirata inattendibili [SGA].

NEL 2015 

La Baviera, che detiene i diritti, diffonderà un'edizione commentata, la prima in Germania dal 1945

Simona Marchetti Corriere della Sera 26 aprile 2012


ma è inutile commentare la follia

Giovanni Belardelli Corriere della Sera 27 aprile 2012

domenica 29 aprile 2012

Il divino Hegel. Duecento anni dalla prima edizione della Scienze della logica



Hegel: la logica del mondo globale

200 anni dall’uscita della «Summa speculativa» del filosofo. Opera in apparenza «astratta», in realtà nella mente dell’autore una chiave universale per pensare l’unità concreta del sistema economico mondiale di allora

di Massimo Adinolfi l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni

Chi se la sente di celebrare Hegel? Chi se la sente di celebrare la Scienza della Logica, il cui primo volume, la «Dottrina dell’essere», compie oggi duecento anni? Primo e in certo modo ultimo, dal momento che Hegel ne cominciò la revisione poco prima di morire, così che rimane di fatto il suo testamento filosofico. Ma chi affiderebbe oggi il proprio lascito spirituale a un’opera che pretende, nientemeno, di esporre il regno della verità, ovvero: «Dio com’egli è nella sua eterna essenza prima della creazione della natura e di uno spirito finito». Diciamolo francamente: nessuno. Da un bel po’ di anni i filosofi, e non solo loro, si sono così abituati all’idea che di verità supreme non c’è modo di stabilirne che accettano di buon grado di lasciare ad altri saperi, per esempio alla scienza, le indagini intorno ai fondamenti ultimi della vita o dell’universo, e si accontentano o di un conciliante relativismo, oppure di affermare piccole verità intorno a oggetti di formato quotidiano montagne, ciabatte o cacciaviti tutto il resto essendo abbandonato al mutevole gioco delle individualissime opinioni.
Hegel, invece, no. Eppure in quel lontano 1812 accadevano nel mondo fatti di tale portata, che non era mica così facile orientarsi nel pensiero: figuriamoci fare dell’idea assoluta l’unico contenuto della filosofia! Napoleone, per esempio, aveva sistemato il fratello Giuseppe sul trono di Spagna, e aveva avviato i preparativi per l’invasione della Russia. Le cose gli andarono male su entrambi i fronti: in Russia l’armata francese fu disfatta, da Madrid Giuseppe fu cacciato. «L’anima del mondo a cavallo» così Hegel aveva definito l’imperatore apparso nel 1806 per le vie della sua città, Jena cominciava a claudicare un po’, e però il filosofo ne continuava a vedere, a ragione, il significato storico-universale.

E questo è un primo, ottimo motivo per non trascurare l’anniversario. Con Hegel, la filosofia si fa definitivamente consapevole della sua responsabilità pubblica. Hegel è il primo filosofo che interroga sistematicamente la posizione della filosofia e del sapere in generale rispetto al mondo. Prima di lui, i filosofi potevano trascurare di considerare da quale tribuna parlassero: collocati in quale angolo di mondo, parlando quale lingua, appartenendo a quale tradizione e anche, perché no?, vivendo e lavorando dentro quale sistema economico e politico. Tutte domande che solo con Hegel diventano ineludibili: se Cartesio e Kant avevano scoperto in filosofia il soggetto, Hegel ne ha arricchito, e di molto, il profilo. Il soggetto non è più un distaccato osservatore della natura, ma un uomo immerso nel mondo, che porta su di sé la responsabilità di condurre non solo i suoi privati pensieri, ma l’intera sua epoca al concetto, cioè ad un sapere razionale libero.
POLITICA E SOCIETÀ CIVILE
Che c’entra però la Scienza della logica, uno potrebbe dire? Questa è piuttosto materia della filosofia politica. E in effetti è nei famosi, anzi famigerati, Lineamenti di filosofia del diritto che Hegel formula espressamente questo problema: la collocazione della filosofia nella realtà. Siccome però la realtà nel frattempo era cambiata e l’ordine era stato restaurato: Napoleone era finito a Sant’Elena e la tempesta gallica era passata, eccolo tromboneggiare dalla più ambita cattedra tedesca di filosofia, a Berlino, contro l’assurda pretesa di ciascuno di dire la propria su questo e su quello, e soprattutto sullo Stato.
Questa è lo Hegel dipinto come illiberale quando in Europa, dopo la sua morte, torna a soffiare forte il vento della rivoluzione: prima liberale, poi democratica e socialista. Lo Hegel dello Stato etico, dello Stato totalitario: da giovane credente negli ideali della rivoluzione francese, nella maturità fervido fiancheggiatore della polizia prussiana. Il giudizio sullo Hegel politico resta, in effetti, controverso, ma va riconosciuto che nel suo sistema non si trovano né l’idea di una sfera pre-politica di diritti fondamentali, né la concezione liberale della separazione dei poteri, né il principio democratico del suffragio universale. Non si trovano, insomma, i lemmi fondamentali del lessico politico contemporaneo.
Poi però uno entra nelle pagine hegeliane, e vi trova ad esempio una coscienza acuta dell’insufficienza del gioco spontaneo degli interessi a comporre l’unità politica fondamentale che non è affatto inutile rimeditare. Trova le pagine sulla società civile, sulle quali nei decenni scorsi si interrogava tanta parte dell’intellettualità di sinistra in Italia e non solo (da Biagio De Giovanni a Giacomo Marramao a Roberto Racinaro, per fare solo qualche nome) e si accorge nuovamente che gli anatemi liberali passano di molto a lato dei nostri problemi attuali. Se la lasci fare, diceva Hegel, la società civile forma pochi sempre più ricchi da una parte, e molti sempre più poveri dall’altra: non un problema da poco, e non un problema che più non ci riguardi. Problema che Hegel voleva mettere nel pensiero (e ricomporre grazie allo Stato). Non dunque risolverlo solo in teoria, lasciando in pratica le cose come stanno. Al contrario (al contrario anche di quanto pensava Marx), per Hegel si trattava di dare ai pensieri un posto nel mondo. E farlo in forza dell’idea che senza pensieri, senza un’unità di senso, il mondo non si tiene, e che il solo urto delle forze economiche non basta a fare un mondo.
LA LIBERTÀ, UNA CONQUISTA
I pensieri, a loro volta non provengono solo dalla testa delle persone, ma dal mondo stesso. Certo, l’individualismo resiste all’idea che i pensieri vanno raccolti non semplicemente dalle parole di ciascuno, ma nelle cose e tra le cose: costituiscono, diceva Hegel, l’automovimento della cosa stessa. Ma prendete pure tutte le prudenze del caso e prendetele, invero, assieme allo stesso Hegel, il quale sapeva bene che il mondo cristiano-borghese aveva ormai introiettato definitivamente il valore infinito della soggettività come non vedere che i pensieri sono contenuti rappresi negli oggetti del mondo, nei libri come nelle automobili, nelle leggi come nei computer? La Scienza della Logica non modula in fondo che quest’unico pensiero. E quanto sarebbe salutare se qualche filosofo lo coltivasse ancora, invece di tirare i remi in barca e rassegnarsi a dar forma alle proprie personali idiosincrasie.
Alla fine, cosa insegna infatti la Scienza della Logica? Che la libertà anche per il pensiero è una conquista, una conquista assoluta. «Assoluto» vuol dire infatti solo «assolto», sciolto cioè da vincoli e legacci che il mondo, quando ne subiamo la logica, ci impone. Pensare liberamente è possibile non fuggendo via nei propri privatissimi pensieri, ma immettendosi nel mondo e dopo averlo tutto pensato, tutto portato al concetto. E, a pensarci, la prima liberazione, quella del singolo individuo, è roba di pochi; l’altra, invece, è roba che non può non investire i molti, anzi potenzialmente tutti. 


Le «Dottrine»

Il primo tentativo di mettere il mondo nei pensieri  l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni


Il primo volume della «Scienza della Logica», la «Dottrina dell’essere», appare nel 1812. Negli anni successivi Hegel scrive la «Dottrina dell’essenza» (1813) e la «Dottrina del concetto» (1816). In Italia la «Scienza della Logica» appare la prima volta da Laterza nel 1923-24 grazie alla storica traduzione di Arturo Moni, per impulso di Benedetto Croce. L’evoluzione delle idee politiche di Hegel è stata da sempre oggetto di accanite dispute: rivoluzionario da giovane, conservatore negli anni della maturità, con Napoleone prima, con la polizia prussiana poi. Ma, al di là delle sue posizioni contingenti, Hegel resta un pensatore del primato della politica e dello Stato, e della sua irriducibilità all’economia e alla società. Ben lungi dall’essere il luogo della soluzione di ogni problematicità, la «Scienza della Logica» di Hegel rappresentava il primo tentativo di mettere il mondo nei pensieri, ma anche i pensieri nel mondo. Non vi si trovano solo astratte categorie logiche, ma anche pezzi del mondo reale, di cui era compito della filosofia penetrare la ragione. «È un segreto di Pulcinella che nessun interprete di Hegel sia in grado di spiegare, parola per parola, una sola pagina dei suoi scritti», ha detto un fine studioso hegeliano, Theodore Haering. Eppure, la «Scienza della Logica »costituisce, insieme al «Sofista» di Platone o alla «Critica della ragion pura» di Kant, una delle pietre miliari della filosofia occidentale.

Gittings l'ottimista : la cooperazione come motore del processo storico

John Gittings: The Glorious Art of Peace. From the Iliad to Iraq, Oxford University Press

Human progress and prosperity depend on a peaceful environment, and most people have always sought to live in peace, yet our perception of the past is dominated too often by a narrative that is obsessed with war. In this ground breaking study, former Guardian journalist John Gittings demolishes the myth that peace is dull and that war is in our genes, and opens an alternative window on history to show the strength of the case for peace which has been argued from ancient times onwards.Beginning with a new analysis of the treatment of peace in Homer's Iliad, he explores the powerful arguments against war made by classical Chinese and Greek thinkers, and by the early Christians. Gittings urges us to pay more attention to Erasmus on the Art of Peace, and less to Machiavelli on the Art of War. The significant shift in Shakespeare's later plays towards a more peace-oriented view is also explored.Gittings traces the growth of the international movement for peace from the Enlightenment to the present day, and assesses the inspirational role of Tolstoy and Gandhi in advocating non-violence. Bringing the story into the twentieth century, he shows how the League of Nations in spite of its "failure" led to high hopes for a stronger United Nations, but that real chances for peace were missed in the early years of the cold war. And today, as we approach the centenary of the First World War, Gittings argues that, instead of being obsessed by a new war on terror, we should be focusing our energies on seeking peaceful solutions to the challenges of nuclear proliferation, conflict and extremism, poverty and inequality, and climate change.

La pace igiene del mondo
È falso che la guerra sia il motore del progresso anche se gli storici la privilegiano nei loro studi
di Ennio Caretto Corriere La Lettura 29.4.12 da Segnalazioni

Non è la guerra, ma la pace, l'autentica molla del progresso tecnologico umano. Lo sostiene lo storico inglese John Gittings, già autore di importanti lavori sulla Cina, in un libro che sta facendo parecchio rumore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Editorialista di politica estera del quotidiano britannico «The Guardian» dal 1983 al 2003, oggi alla Oxford International Encyclopedia of Peace, Gittings è fautore di un diverso revisionismo storico, propedeutico a un nuovo, pacifico ordine globale. Nel saggio The Glorious Art of Peace. From the Iliad to Iraq («La gloriosa arte della pace. Dall'Iliade all'Iraq», Oxford University Press), Gittings non contesta solo che la matrice della scienza e della tecnologia sia soprattutto bellica. Afferma anche che, rivisitando i millenni della storia, vi si trovano le direttive, più che mai valide ai nostri giorni, per un mondo in pace, prospero e giusto.

Come è giunto a queste conclusioni?
«Ho sempre creduto che la pace sia la condizione umana ultima e la più favorevole al progresso. Da giovane, feci parte del movimento antinucleare e pacifista di Bertrand Russell. Ma con il passare del tempo mi resi conto che in prevalenza gli storici scrivono di guerre. Se visitiamo Foyles a Londra, la più grande libreria al mondo, troviamo 280 scaffali di libri sulle guerre, ma meno di uno sulla pace, sebbene alcuni libri dove si parla anche di pace siano sparsi in altri 40 scaffali».
E in questi libri sulle guerre si sostiene che esse sono all'origine delle maggiori scoperte scientifiche e tecnologiche?
«Di solito sì. È la "teoria del carro", secondo cui l'invenzione del carro da guerra trasformò l'età del bronzo, come la scoperta dell'energia nucleare ha trasformato la nostra. Ma se è vero che le guerre promuovono scoperte, è ancora più vero che la pace ne promuove di più, e sovente di più importanti. È la "teoria del palo", alla quale aderisco, secondo cui la pace è il requisito per la crescita culturale della società».
Perché è chiamata così?
«La dottrina prende il nome dal palo imperniato con contrappeso e secchio, inventato in Mesopotamia per estrarre acqua dai pozzi, più o meno contemporaneamente al carro da guerra. Una scoperta che fu decisiva per l'irrigazione dei campi e lo sviluppo agricolo. Non dimentichiamo che nei millenni la maggior parte dell'umanità non ha conosciuto guerre. Purtroppo in prevalenza gli storici tralasciano di raccontarlo».
Per quali ragioni?
«Sostanzialmente per due motivi. Le guerre appaiono più affascinanti della pace alla maggioranza degli storici: per alcuni di loro anzi, la pace è soltanto una parentesi tra le guerre. Inoltre la lettura che essi danno di eventi o movimenti cruciali è almeno in parte errata, rispecchia una sorte di pregiudizio. Si prenda Charles Darwin. Lo si considera il teorico della sopravvivenza dei più forti, il cosiddetto darwinismo sociale. Ma Darwin disse che, progredendo, l'umanità passerà dalla competizione alla cooperazione».
Lei ritiene errata anche la lettura di Omero, Shakespeare e Tolstoj come cantori della guerra, per citare qualcuno dei grandi su cui si è soffermato?
«È una lettura unilaterale. Prendiamo lo storico greco Tucidide. È giudicato favorevole alla guerra. Ma in lui non mancano gli auspici di pace. Anche Omero lascia intravedere alternative alla guerra. A un certo punto i soldati greci abbandonano l'assedio di Troia, equivocando sul discorso di Agamennone, e soltanto gli dèi riescono a fermarli. Sullo scudo di Achille sono raffigurate scene agresti e di danza. Lo stesso si può dire di Shakespeare. In Russia la censura vietò la pubblicazione dei racconti di guerra di Tolstoj in quanto il romanziere si chiedeva perché i soldati si uccidano l'un l'altro».
Il pacifismo non è un fenomeno recente?
«No. All'epoca delle guerre in Cina, Confucio sedeva nella casa del tè, vicino all'ingresso nella città, dando consigli ai governanti su come ottenere o preservare la pace. Sono molte e autorevoli le voci levatesi contro la guerra nel corso dei millenni, ma vennero spesso soffocate. Si dice che la storia sia scritta dai vincitori. Io penso che sia scritta anche dai belligeranti».
Lei dà particolare rilievo all'insegnamento di Erasmo da Rotterdam, l'apostolo dell'umanesimo cristiano.
«Nel libro contrappongo Erasmo a Machiavelli. Tutti conoscono Il Principe e Dell'arte della guerra di Machiavelli: per generali e governanti furono quasi dei manuali, per qualcuno lo sono ancora. Ma pochi conoscono L'educazione del principe cristiano di Erasmo, che è quasi un trattato pacifista. Tornando a Foyles: espone più edizioni di Machiavelli e nessuna copia del libro di Erasmo, che denuncia i costi delle guerre, proponendo negoziati e mediazioni di pace. Per fortuna Erasmo influì sull'Illuminismo e sui filosofi a lui successivi».
Lei è convinto che il passato ci fornisca direttive di pace?
«Sì. L'insegnamento di Erasmo è utile. Se approfondissimo i pro e i contro a lungo termine delle guerre, ne eviteremmo molte. Tipico è il caso della guerra in Iraq: chi l'avrebbe cominciata, se ne avesse saputo in anticipo il costo? Idem per i negoziati di pace: va accettato il principio che per raggiungerla bisogna rinunciare a qualcosa. Un fattore importante è anche la pubblica opinione, che un tempo non aveva il peso di oggi. In retrospettiva, il merito della riduzione degli armamenti nucleari è anche suo».
Questo insegnamento non ci ha però risparmiato due guerre mondiali né la Guerra Fredda.
«Abbiamo perso grandi occasioni di pace perché siamo stati incapaci di assorbire la lezione della storia. Ci chiediamo ancora perché scoppiò la Prima guerra mondiale, di cui ricorrerà presto il centenario. Equivochiamo sugli anni Trenta, che inizialmente furono costruttivi, non distruttivi. Non ammettiamo che la Guerra Fredda fosse prevenibile. Ci chiediamo perché non siamo riusciti a creare un nuovo ordine mondiale negli anni Novanta, dopo il crollo del Muro di Berlino e dell'Urss. Dobbiamo cambiare».
Non pecca di ottimismo suggerendo nel suo libro che il secolo attuale può essere contraddistinto dalla pace?
«Il XX secolo è stato un secolo di sangue, circa 80 anni di guerre su 100. Abbiamo i mezzi per evitare che lo sia anche il XXI. Non m'illudo che si risolvano tutti i problemi. Siamo nell'età della globalizzazione e la situazione è complessa. Le soluzioni devono essere globali. Non si tratta soltanto di impedire che scoppino guerre, ma anche di ridurre la povertà e le disuguaglianze, di proteggere l'ambiente. Scienza e tecnologia non bastano».
Ci vuole una rivoluzione culturale?
«In un certo senso sì, anche se non uso questa espressione. Ci vogliono meno strumentalizzazioni da parte del potere, meno machismo intellettuale da parte degli storici, più collaborazione internazionale, più enfasi nelle scuole e sui media sui dividendi della pace, che ultimamente ci siamo lasciati sfuggire. Alle tv, quando si discute di Afghanistan, si invitano solo esperti di guerre, non esperti di pace. È un errore».

Teoria del totalitarismo e psicopatologia: il paradigma storiografico che piace al quotidiano della borghesia nazionale


Passi per Repubblica, che per definizione è quel che è. Ma non è la prima volta che il Corriere della Sera dà spazio a idiozie di questo tipo. Non è soltanto un cedimento all'infotainment postmoderno. E' anche un segno della profonda crisi ideologica dei ceti dirigenti [SGA].

I cinque disturbi dei dittatori

Fred Coolidge ha analizzato i disordini mentali di Hitler, Saddam e Kim Jong-il. Sadici, narcisisti, privi di empatia, paranoidi e schizoidi. Ora sta lavorando su Mugabe e Castro

di Anna Meldolesi  Corriere La Lettura 29.4.12


Si può ridere dei tiranni? Una risposta arriverà dai botteghini americani a metà maggio, con l'uscita del film The dictator, scritto e interpretato da Sacha Baron Cohen. Questa volta l'attore di Borat è una specie di Gheddafi redivivo che attraversa New York a dorso di dromedario: «Sua Eccellenza, il Colonnello Generale Dottor Aladeen, Presidente democratico a vita, Comandante invincibile e trionfante, Capo oftalmologo, Brillante genio dell'umanità, Eccellente nuotatore anche a farfalla, Amatissimo oppressore e Rude protettore del prezioso e sacrificabile popolo di Wadiya». Troppe personalità? Per la psichiatria i despoti sono ancora un enigma: «Credono di essere degli eroi ma calpestano i diritti degli altri. Come possono essere così immuni all'autocritica senza perdere del tutto i contatti con la realtà?», ci dice lo studioso più in vista, Fred Coolidge dell'Università di Colorado Springs. Le sue ricerche rivelano una confluenza di cinque disordini della personalità. «Sono narcisisti, sadici, privi di empatia (antisociali), paranoidi (ipersensibili alle minacce percepite) e schizoidi (emozionalmente freddi)», spiega alla «Lettura». Ma non sono tutti uguali. Quando nel 1939 Carl Gustav Jung incontra Hitler e Mussolini a Berlino, riporta impressioni opposte sui due alleati. Il tedesco non ha mai riso, è sempre stato di malumore. Sembrava asessuato e inumano, animato da un solo proposito: instaurare il mitologico Terzo Reich. A Jung ispirava paura. Mussolini in confronto gli era sembrato «un uomo originale», dotato di «energia e calore».
Oltre settant'anni dopo cosa abbiamo capito? Probabilmente i servizi segreti occidentali hanno nel cassetto i profili di tutti i leader delle aree calde del mondo, ma si tratta di documenti classificati. Gli studi pubblicati, invece, si contano sulla punta delle dita. Insieme a Dan Segal, Coolidge ha lavorato su Hitler, Saddam Hussein e Kim Jong-il, confrontando la personalità dei tre despoti in Behavioral Sciences of Terrorism and Political Aggression. All'apparenza si tratta di personaggi molto distanti. Il nordcoreano, che è scomparso da poco, si è sempre nascosto dietro una cortina di segretezza, tanto che recentemente il figlio ed erede Kim Jong-un ha destato scalpore mostrandosi in televisione dopo il flop missilistico. L'iracheno, invece, non era un modello di discrezione. Si dice, ad esempio, che sia stato lui a dirigere i ghostwriter che hanno scritto Zabibah and the King, il romanzo rosa-allegorico di cui lo stesso Saddam sarebbe protagonista. Un tiranno freddo e uno caldo? In un certo senso sì, ma le differenze superficiali possono ingannare. L'oppressore di Bagdad e il Caro Leader di Pyongyang erano più simili di quanto si potrebbe immaginare: il tratto più spiccato per entrambi è il sadismo. Hitler no, in lui prevale la dimensione paranoide. Ad accomunare tutti e tre ci sono le tendenze schizofreniche e i pensieri aberranti.
E i dittatori viventi? Coolidge ci rivela che sta lavorando sul più longevo degli africani, l'ottantottenne Robert Mugabe, su sollecitazione di uno studente dello Zimbabwe. «Sono cresciuto a Miami e ho visitato Cuba, so quanto i cubani odino Fidel Castro. Il prossimo sarà lui, seguito dal venezuelano Hugo Chávez». Le domande a cui rispondere sono tante: esistono differenze rilevanti fra dittatori di destra e di sinistra? Peculiarità geografiche? Cos'hanno in comune un rivoluzionario del XX secolo e un «caudillo pop» del XXI? Per provare a rispondere, occorrono collaboratori scientificamente affidabili, vicinissimi ai dittatori, disponibili a lavorare nell'anonimato seguendo le classificazioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.
Per la scienza, insomma, la tirannia è un oggetto di studio difficile. La cronaca, invece, è ricca di rivelazioni. Come il premio scientifico sotto gli auspici dell'Unesco, che il padrone della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang vuole intitolarsi a suon di milioni. Mausolei e statue, evidentemente, non bastano più. O come i gusti musicali di Bashar al-Assad che, secondo le rivelazioni del «Guardian», includono «I'm sexy and I know it»: una hit che non sfigurerebbe nel film di Baron Cohen. Purtroppo però il sangue versato in Siria è vero e il tiranno di Damasco non fa ridere. 

La terza ipotesi su Gesù
Da oltre due secoli i filologi passano al setaccio i Vangeli senza risultati condivisi E recenti ricerche presentano il Nazareno come guaritore, filosofo o gay
di Marco Rizzi Corriere La Lettura 29.4.12


Il grande show della storia
Non esiste più la "torre d´avorio" dello studioso
Invece i media hanno portato una sorta di democratizzazione del sapere
di Giovanni De Luna  Repubblica 29.4.12 da Segnalazioni

Dai segreti dei Maya a quelli dei Kennedy, hanno molto successo i programmi con effetti speciali che raccontano il passato

Affari di famiglia" sembra la riedizione del Portobello di Enzo Tortora. «Benvenuti nel negozio più famoso degli Stati Uniti, dove si comprano e si vendono oggetti il cui valore è stabilito dalla storia che raccontano», recita il sito della trasmissione che va in onda su History. Nel negozio della famiglia Harrison si scambia di tutto: armi, chitarre, gioielli, cianfrusaglie assortite tra le quali si possono trovare anche documenti significativi come, ad esempio, l´epistolario della famiglia Kennedy. Per tutti il prezzo viene fissato dalla loro capacità di presentarsi come "oggetti storici". Ne deriva, per lo spettatore, una visione della storia che somiglia molto alla visita in un bazar, nel quale acquistare cimeli, reliquie, curiosità che il mercato ha trasformato in merci.
Su elementi come questo, History ha costruito un modello narrativo che spiega molto dei successi e degli indici di ascolto che premiano i tre canali tematici (a History si sono aggiunti History+1 e History HD) prodotti dalla Fox e disponibili nella piattaforma Sky. Gli altri si possono agevolmente desumere dai titoli delle varie rubriche che ne affollano il palinsesto. Si comincia con la "Caccia ai mostri" e si prosegue con quella "ai tesori" "agli Ufo". Poi arrivano in ordine sparso, "I segreti svelati", "Antiche invenzioni", "Alla ricerca della mummia perduta". Alla fine, è come essere coinvolti in una sorta di tour archeologico con scoperte sensazionali, siti misteriosi, enigmi da risolvere: in Grecia si insegue l´oscurità dell´oracolo della morte, in Messico quello della scienza dell´occulto che i Maya praticavano nelle profondità di caverne sommerse. Si riporta alla luce la lancia che ferì il costato di Cristo, si raccontano gli incontri ravvicinati con Big foot, un "uomo delle nevi" americano. Segreti e scoperte che sono in grado di svelare il mistero.
Anche nei musei ("Una notte al museo") si scava nei loro archivi polverosi, nei sotterranei dove giacciono collezioni e reperti dimenticati. Il tutto in una dimensione claustrofobica, in cui la storia come disciplina diventa come una stampella su cui appoggiare il sensazionalismo del giornalismo investigativo o il coinvolgimento emotivo degli spettacoli di intrattenimento. E dal mondo del giornalismo e da quello spettacolo i canali tematici di History mutuano anche le strategie di comunicazione. Per quanto riguarda in particolare l´archeologia, i programmi possono contare su vere e proprie star che attirano l´attenzione dello spettatore più sulla loro personalità che sulle loro scoperte. È così per esempio per Zahy Hawass, l´archeologo egiziano che si offre alle telecamere proponendosi come un personaggio, burbero, autoritario, narcisista: boccia e promuove i suoi giovani ricercatori, li apostrofa bruscamente ("càmbiati i vestiti") , ne espelle una perché ha urinato sul pavimento di una piramide e, nello steso tempo, spiega in tono professorale le caratteristiche della mummia che sta per essere dissepolta, proponendosi come la figura di una guida/maestro che permette agli spettatori di vivere esperienze altrimenti impossibili.
Altra tecnica narrativa molto diffusa è quella della ricostruzione filmata di ambienti e personaggi dell´antichità, messe in scena sontuose, con comparse in costume, interni domestici perfettamente ricostruiti, una grande attenzione agli oggetti di vita quotidiana, alle fogge degli abiti, alla fattura delle armi, con una voce fuori campo che spiega e informa.
È un modello replicato con successo anche per la geografia e per i programmi sugli animali (sui canali di Discovery Channel), che in Italia ha trovato interpreti di indubbia efficacia come Piero Angela ("Quark", nato nel 1981 per la divulgazione scientifica, ha dato inizio a un filone inesauribile), Alberto Angela ("Ulisse. Il piacere della scoperta" in onda su Rai Tre dal 2000) e Valerio Massimo Manfredi, che con i suoi "Stargate-Linea di confine" (su La 7 dal 2003 al 2005) e "Impero" (2008, sempre su La7), è forse quello che più da vicino ricalca l´impostazione del modello originario.
Per quanto riguarda la storia contemporanea, in Italia, a partire dal 2003 (anno del suo debutto sugli schermi nazionali), History ha cominciato a produrre una serie di trasmissioni sulla storia italiana ("Storia della Prima Repubblica", "La guerra degli italiani"…) inserendosi in uno spazio già affollato da numerosi e importanti altri esempi, a partire dai filmati sul fascismo di Nicola Caracciolo negli anni 80 per arrivare fino ad oggi, con i vari programmi curati da Giovanni Minoli.
In questo senso, e tornando a History, molto numerosi sono i titoli dedicati a Hitler, al nazismo e ai suoi "misteri" ("Gli apostoli del nazismo", "Hitler e i suoi Indiana Jones", "I falsari di Hitler", "I fantasmi del Terzo Reich", "L´aereo segreto di Hitler", "La scienza segreta di Hitler"), ma la stessa impostazione si ritrova puntuale anche nel modo in cui si propongono i temi religiosi: "I misteri di Fatima", "Le ultime verità sulla Sindone", "Dio esiste, verità tra scienza e fede"…
Quali sentimenti del passato è in grado di suscitare questo tipo di storia? L´impressione è che si tratti di un invito alla fruizione turistica del passato in grado di annullarne lo spessore e la complessità fino a ridurlo a un oggetto pronto per l´"usa e getta" del consumo più spinto. Le immagini che rimbalzano da quei programmi ci restituiscono un tempo diafano, sottile, appiattito sull´istante e finiscono per impoverire il senso del tempo che è il cuore della storia.
Non stupisce quindi che da parte degli storici di mestiere ci sia stata una marcata diffidenza verso la storia televisiva. Pure, le torri d´avorio in cui si rinchiudeva la storiografia accademica sembrano oggi vacillare; il successo dei modelli di divulgazione messi a punto dalla televisione non può lasciare indifferente un mondo, come quello della scuola e dell´università, che oggi fa un´enorme fatica a trasmettere conoscenza storica. Nell´insieme dei discorsi sul passato che alimenta il dibattito culturale, quelli proposti dalla televisione, grazie al loro pubblico (enormemente superiore a quello raggiungibile dai libri, dai saggi e dalle riviste specializzate), contribuiscono a una sorta di complessiva democratizzazione del sapere storico. Già agli inizi degli anni 80, il dibattito avviato dalla prestigiosa rivista "History Workshop", pur condannando la storia televisiva (accusata di essere troppo poco critica, incentrata sull´individuo più che sui movimenti collettivi) le riconosceva la capacità di apportare nuove e originali conoscenze e di utilizzare in modo efficace fonti inedite, immagini di archivio, testimonianze, documenti.
Da allora si sono fatti molti passi in avanti. La vecchia ripartizione di compiti tra lo storico consulente e il regista narratore è stata in larga parte superata. Non più compartimenti stagni, con le emozioni da una parte e la conoscenza dall´altra, ma una nuova consapevolezza sul ruolo degli storici, la loro disponibilità a introdurre elementi di complessità interpretativa all´interno delle esigenze divulgative dei programmi televisivi. Sta progressivamente affiorando, in particolare sui canali tematici della Rai, un altro modello incardinato su questi elementi: la scelta di un argomento nei cui confronti le immagini televisive non siano un "riempitivo" allettante ma documenti storici utili, se non indispensabili, per la comprensione (e il racconto) di quel tema; un commento parlato rispettoso dell´importanza filologica delle immagini; l´onesta ammissione che quella che si propone non è "la verità", ma tutto quanto i risultati di quella ricerca sono in grado di proporre "come verità".
I due modelli si sfidano, si intrecciano, si scambiano; e quanto a enigmi e misteri, la storia degli anni 70 italiani è lì a testimoniare come sia difficile tenerli nettamente separati.
(L´autore è uno storico e insegna all´università di Torino. Il suo ultimo libro è "La Repubblica del dolore" pubblicato da Feltrinelli)

Una raccolta di saggi di Sergio Luzzatto




Sergio Luzzatto: Presente storico. Nuovi interventi, Manifestolibri 2012


Non sono molti, in Italia, gli storici che ci mettono la faccia. Professionista del passato, Sergio Luzzatto si impegna da tempo per “comunicare” la storia senza svilirla: senza trasformarla in un pascolo per dilettanti allo sbaraglio, né in un terreno di caccia per la cultura politicante. I suoi interventi pubblici muovono sempre dalla convinzione che anche il mestiere di storico – se fatto come si deve – è una professione socialmente utile. Le Italie (e le Italiette) giunte in ordine sparso all’appuntamento con il 150° anniversario dell’Unità; le figure, le figurine e i figuranti di una Repubblica a tutt’oggi senza Pantheon; la vitalità dei libri nell’età della loro morte presunta; gli spazi del tempo presente come zone abitate dal passato. Costruita lungo quattro percorsi narrativi, questa raccolta di interventi si offre come una piccola guida per saper riconoscere il nostro come un “presente storico”.

GERVASONI MARCO, CORRIERE DELLA SERA del 28/4/2012 a pag. 55

Variazioni del misticismo visivo nella storia


La visione, a cura di Francesco Zambon, Medusa, Milano 2012, pp. 227, illustrato

In quasi tutte le grandi culture e tradizioni religiose è presente l'idea di un "occhio interiore" o "occhio della mente" con il quale è possibile percepire le realtà spirituali e divine, così come con gli occhi normali si percepiscono le realtà esterne. Ma tale idea non manca di suscitare problemi che sono al centro di molte riflessioni intorno alle esperienze visionarie. Se l'oggetto della "visione" trascende infatti per definizione il piano delle realtà materiali e visibili, come è possibile conoscerlo attraverso delle immagini? E se il suo scopo è quello di raggiungere e di esperire in qualche modo ciò che sta oltre qualsiasi forma e qualsiasi rappresentazione, come è possibile "vederlo", sia pure con uno sguardo interiore? A questi e altri interrogativi cercano di rispondere i contributi riuniti in questo volume e dedicati ad autori e opere di epoche e civiltà diverse. Essi spaziano dalle visioni mistiche nel sufismo orientale del XIII secolo (Carlo Saccone) al linguaggio dell'esperienza estatica nella Cabbalà (Moshe Idei); dalle visioni di alcune mistiche cristiane del medioevo come Marguerite d'Oingt e Marguerite Porete (Sergi Sancho e Pablo Garda Acosta) a quella dell'interiorità nel grande mistico spagnolo san Giovanni della Croce (Anna Serra Zamora); dall'esperienza visionaria del Libro rosso di Jung (Victoria Cirlot e Alessandro Grossato), alla "irruzione dell'invisibilità" nella pittura del grande artista americano Mark Rothko (Amador Vega). 


Nella paccottiglia di pubblicazioni a sfondo esoterico-misterico si differenzia un volume a cura di Francesco Zambon che mette a confronto idee e forme di civiltà in apparenza estranee tra loro
Franco Cardini Europa 28 aprile 2012

Dopo la blogger siriana lesbica arriva il dissidente cinese cieco. Presto la questione della vivisezione dei beagle in Iran


Nuova ondata mediatica contro la RPC. Partito americano, dirittumanisti ed ex maoisti uniti nella lotta [SGA].

Rifugiato nell’ambasciata Usa, arrestato l’amico Hu che lo ha aiutato
Washington tace e aspetta l’arrivo in Cina giovedì di Hillary Clinton

Tensione tra Pechino e l’America per la fuga del dissidente cieco
Il dissidente cieco Chen pare proprio si sia rifugiato nell’ambasciata Usa a Pechino ma Washington tace e attende il vertice con Hillary Clinton giovedì. Retate di dissidenti tra cui Hu Jia per un’intervista alla Bbc

di Martino Mazzonis l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni

Non ci sono conferme né smentite ufficiali ma restano pochi dubbi sul fatto che Chen Guangcheng, l'avvocato dissidente cieco, abbia trovato rifugio presso l’ambasciata Usa a Pechino. Così assicura ChinaAid, un gruppo pro diritti umani con sede in Texas. Sarebbe stato picchiato di recente, nonostante Chen oltre sia non vedente a causua di una malattia ereditaria che lo menoma fortemente. Non solo. Si viene a sapere che Hu Jia uno dei dissidenti cinesi più importantiè stato convocato ieri dalla polizia di Pechino dopo aver dichiarato alla Bbc di aver incontrato Chen Guangcheng «nelle ultime 72 ore» e di ritenere che si trovi nell'ambasciata americana. L’allarme viene da un messaggio su Twitter della moglie di Hu, Zeng Jinyan.

TUTTI COINVOLTI NELLA FUGA
La fuga dell'avvocato autodidatta che denunciò le sterilizzazioni e gli aborti forzati nello Shandong, la provincia dove vive, era programmata da tempo e arriva come un fulmine sui rapporti sino-americani. Giovedì prossimo infatti una delegazione composta da Hillary Clinton e dal Segretario al Tesoro Timothy Geithner giungerà a Pechino per un vertice bilaterale. La fuga di Chen diventa ora un test su come prendono forma le relazioni tra i due più importanti Paesi del mondo.
Pechino sembra furuibonda. Il fatto che un dissidente cieco sia in grado di eludere la sorveglianza e percorrere più di 500 chilometri senza che nessuno se ne sia accorto è segnale che la sicurezza interna non funziona come dovrebbe. Parenti e sostenitori di Chen sono stati prelevati nelle loro case, interrogati, molti di loro sono agli arresti. Si ha notizia del fratello maggiore del dissidente Chen Kegui e di suo figlio Chen Guangfu, il cui arresto deve essere stato concitato e violento. In una telefonata registrata da una blogger cinese residente all'estero si sente il nipote raccontare dell'ingresso del capo villaggio Zhang Jian in casa per prelevare suo padre. Il ragazzo ha difeso se stesso e la madre dalle guardie con un coltello. Più tardi è stato arrestato anche lui. Così come un cugino e suo figlio, prelevati dalla loro casa, stessa sorte toccata agli attivisti per i diritti umani He Peirong e Gao Yushan. Sembra di capire che tutti abbiano una parte nel piano di fuga.
La situazione è complicata per la rilevanza internazionale del caso e per la quantità di questioni aperte tra Cina e Stati Uniti. Nelle ultime settimane Pechino e Washington hanno molto discusso di Siria, Iran e Corea del Nord, crisi aperte sulle quali la Cina ha una parola importante da dire. Non solo per il diritto di veto in Consiglio di sicurezza Onu ma per i legami economici e politici che mantiene con tutti questi Paesi. Su ciascun fronte la posizione cinese è sembrata meno rigida che nel recente passato e il vertice di giovedì è dunque un passaggio importante. Più complicata ancora la partita economica, ma su questa l’interesse a negoziare è più pressante: la crisi colpisce tutti, anche Pechino.
Per tutte queste ragioni non si levano voci ufficiali sulla fuga. L'obbiettivo deve essere quello di trovare una soluzione che non lasci ferite aperte. Obama no può certo consegnare Chen alle autorità, mentre Pechino sa di avere per le mani un brutto problema. Chen ha scontato la sua pena in carcere ma dal 2010 viene tenuto in custodia in casa, «detenzione morbida», la chiamano. Nessuno riesce ad avvicinarlo. Ci sono guardie e agenti in borghese attorno alla sua casa e violenze su di lui e sulla famiglia, come ha denunciato lo stesso Chen in un video postato su internet poco dopo la fuga. La denuncia è un appello al premier Wen Jiabao, la faccia sorridente di Pechino: «Chi è che ci perseguita si chiede Chen nel video Chen Le autorità locali o sono ordini dall'alto? E se non è Pechino a decidere, allora si apra un'inchiesta sui funzionari della provincia». Il dissidente prova così a mettere pressione sulle autorità. Come ha detto al telefono Hu Jia, presente al momento della registrazione del video, la scelta di fuggire adesso è dettata da un ragionamento. Chen «crede che questo sia un periodo di grandi cambiamenti, mi ha detto di non voler chiedere asilo politico, ma continuare a battersi qui in Cina». Moglie e figlio, però rimarrebbero alla mercé delle autorità.
A ottobre si rinnovano i vertici e l’establishment cinese è ancora scosso per la defenestrazione di Bo Xilai. Diverse voci interne hanno spiegato che la caduta di Bo ha aperto spazi per l’avvio di un dibattito su riforme costituzionali. Wen sembra intenzionato a premere sull’acceleratore. La fuga e l’appello sono quindi un tentativo di inserirsi nel dibattito politico: nel video Chen parla di funzionari che ignorano la legge e fa i nomi.
Il fatto che Chen non sembri intenzionato chiedere asilo è un bene per le relazioni sino-americane. Washington e Pechino potranno provare a contrattare una via di uscita, che dovrà necessariamente implicare un allentamento della pressione sulla famiglia Chen. L’agenda di Clinton, già fitta, dovrà trovare spazio anche per il dissidente cieco.



La Cina di oggi e lo spettro di Mao
La scrittrice Jung Chang: c’è più libertà economica, ma la repressione continua

di Andrea Valdambrini  il Fatto 29.4.12  da Segnalazioni


Londra. La Cina è cambiata dai tempi di Mao. Ma il ricordo del terrore di quegli anni, assieme alla paura che il Grande Timoniere possa proiettare ancora un’ombra sinistra sulla Cina di oggi, rimangono vive nella memoria. E permettono di capire meglio anche gli sviluppi più recenti della politica a Pechino. Il dissidente cieco Chen Guangcheng, è appena sfuggito agli arresti domiciliari ed è ora a Pechino protetto dagli americani. Non s’è ancora spenta l’eco dell’estromissione dal potere di Bo Xilai, già influente membro del Politburo. “Un neo-maoista e un corrotto. Bene sia stato deposto”, dice la scrittrice Jung Chang, incontrata al Royal Festival Hall di Londra. “Un tale revival del Grande Timoniere non sarebbe stato possibile solo pochi anni fa. Ma dopo le Olimpiadi il clima è cambiato”.
MAO lei lo conosceva bene. Chang è andata via dal Sichuan nel lontano ’78, con un biglietto di sola andata destinazione Oxford. In Gran Bretagna, il Paese che da allora le ha dato asilo, ha scritto “Cigni selvaggi”, la storia della sua famiglia attraverso i racconti della nonna e della madre, che compone gli estremi di un viaggio che spazia dalla Lunga Marcia fino a Tienammen. Pubblicato ormai 21 anni fa e poi tradotto in più di 30 lingue, l’autobiografia di Chang è stato un enorme successo (10 milioni di copie vendute nel mondo), ma rimane al bando nel suo Paese.
“Avete visto cosa è successo quando è morto Kim Il Sung, in Corea? Avete visto la gente piangere davvero? I coreani si contorcevano, ma non era vero cordoglio. Così è stato per Mao”. Le chiediamo se c’è una relazione tra quegli anni terribili e oggi. “La Cina di oggi è molto diversa”, afferma cautamente la scrittrice. “Le condizioni economiche sono molto migliorate, progressi ne sono stati fatti”. Negli anni ’50 il leader comunista si trovò a fronteggiare una carestia che portò alla morte di circa 40 milioni di cinesi. Gli storici hanno sottolineato più tardi le responsabilità del Grande Timoniere nel gestire la situazione. La stessa Chang, coautrice nel 2005 con il marito, lo storico britannico Jon Hallyday, della monumentale biografia “Mao, the Unknown Story” (Mao, la storia sconosciuta) ha puntato il dito contro le responsabilità dell’allora presidente cinese, che avrebbe persino favorito il sorgere e lo svilupparsi della carestia. “Era un autocrate, voleva che tutti gli altri fossero spogliati di tutto quello che possedevano”. Per governare usava non solo il terrore messo in atto durante la Rivoluzione Culturale (“incitava alla violenza ovunque. Ricordo un insegnante di inglese picchiato dai suoi stessi studenti solo per essere un insegnante di inglese”), ma è arrivato ad affamare volontariamente il suo popolo.
Progressi a parte, quando si viene alla libertà di espressione, Chang stavolta replica laconica: “Non ho fiducia nel futuro”. L’ombra di Mao sarà pure dissolta, ma il dispotismo incarnato dal Grande Timoniere ha preso dopo di lui forme solo diversamente distruttive.





Padri e madri sono angosciati dalle over-25 emancipate es ingle Appuntamento al parco, appendono un foglietto e aspettano

di Ilaria Maria Sala La Stampa 29.4.12

di Liu Xiaobo Repubblica 29.4.12


Il piccolo uomo che smascherò la "filosofia dei porci"

di Renata Pisu  Repubblica 29.4.12 da Segnalazioni


E’ capitato in Cina, nel Paese che nel 2020 dovrà diventare la massima potenza economica mondiale. Un uomo, Liu Xiaobo, è stato condannato a undici anni di carcere duro per aver chiesto al governo alcune riforme democratiche in un documento noto come Charta 08, ispirato alla Charta 77 di Praga. Ancora oggi in Cina parlare di diritti umani equivale a una «istigazione alla sovversione». Così è capitato che Liu Xiaobo, il più in vista tra i firmatari del documento di Pechino, fosse sbattuto in prigione, per un anno in attesa di processo e poi sottoposto a un processo farsa. Ma è capitato anche che gli fosse conferito, nel 2010, il Premio Nobel per la Pace e l´immagine della sua sedia vuota alla cerimonia di Oslo è memento di una vergogna e di una sconfitta, a ben pensarci non soltanto cinese. Quando ha saputo del premio, Liu ha voluto dedicarlo alle anime dei defunti di Tiananmen - c´era anche lui in piazza nel giugno del 1989 - dove capitò qualcosa che, stando alla versione ufficiale, non capitò perché «non vi fu repressione, non vi furono morti». Anche allora Liu fu arrestato, venne poi rilasciato e arrestato di nuovo.
Nelle pagine inedite che qui presentiamo, e ora pubblicate in America (June Fourth Elegies, per Graywolf), si rincorrono pensieri e poesie di questo intellettuale che non ha mai negato i progressi compiuti dal suo Paese ma che non intende rinunciare alla facoltà di critica. E soprattutto denuncia il sommo delitto, quello della cancellazione della memoria, per cui nessuno dei governanti si è mai sognato di dire ai governati «mi dispiace». Di che dovrebbero dispiacersi se non è successo niente? E allora Liu, in questi scritti che celebrano il primo decennale del massacro del 4 giugno trascorso con la moglie Liu Xia (oggi agli arresti domiciliari. Ma perché?) in casa della professoressa Ding Zilin il cui figlio diciassettenne da Tiananmen non fece mai ritorno, trova conforto soltanto in una bestemmia, ta madi, «tua madre», che per strano che possa sembrare suona assai foneticamente simile alla nostra bestemmia nazionale. Ai governanti Liu dice «figli di puttana». Può dire di peggio? Certo, chiamarli porci. Lo ha fatto in un saggio intitolato La filosofia del porco dove spiega che quando si pone al centro lo sviluppo dell´economia che può avvenire soltanto nella stabilità, e si nega qualsiasi sussulto e perciò l´esistenza stessa della storia e della memoria, i porci si addormentano, grati che i loro bisogni primari, mangiare e copulare, siano garantiti. Scrive Liu che questa filosofia domina oggi in Cina, un paese dove «tutti hanno il coraggio di sfidare senza vergogna la morale ma nessuno ha il coraggio di sfidare la realtà senza vergogna».
Il compianto Vaclav Havel, la cui Charta del 1977 ha ispirato Liu Xiaobo, ha scritto: «Caro professore, sono convinto che se l´opinione pubblica del mondo intero continuerà a interessarsi alla vostra sorte, il governo cinese sarà costretto a liberare voi e tutti gli altri prigionieri politici». Ma se non capitano fatti che non potranno più essere negati, Liu Xiaobo dovrà aspettare. Infatti uscirà di prigione a sessantacinque anni, nel 2020, quando è assai probabile che la Cina avrà conquistato lo scettro di prima potenza economica mondiale, purché continui a praticare la filosofia del porco.


Iran, la democrazia non può attendere
Incontro con Sahar Delijani, torinese d’adozione che nel romanzo d’esordio (il più conteso alla Fiera di Londra) racconta il dramma del suo Paese sotto il regime dei mullah
di Tonia Mastrobuoni 

La Stampa 29.4.12

La crisi della rappresentanza politica


Vacca dice cose sensate. Poi ci si accorge che sta parlando del PD, e allora... [SGA].

Il senso dei partiti
Elezione diretta e leaderismo generano partiti senza senso
I principi della «Economia dei sistemi politici» invalsi negli anni Novanta non aiutano quando una crisi di sistema impone domande più radicali Chi ricostruirà lo Stato senza organizzazioni dotate di una propria visione?
di Giuseppe Vacca  l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni


L a cosiddetta antipolitica affonda le radici in una mentalità antica e molto radicata in Italia che si riassume in un pregiudizio di sfavore verso i partiti. Una diffidenza o una ostilità di principio non verso questo o quel partito, ma contro il concetto stesso del partito politico.

Nel passaggio da un assetto del sistema politico a un altro, conviene preoccuparsi non solo del discredito dei partiti attuali, ma anche delle visioni della politica che alimentano una nozione opportunistica dei partiti.
Fra il 1999 e il 2003 sono stato segretario regionale dei Ds in Puglia. Fra le ragioni che mi avevano mosso c’era il desiderio di osservare da vicino quali mutamenti del senso civico avessimo contribuito a generare con l’insieme delle nuove leggi elettorali (comunale, provinciale, regionale e nazionale) varate fra il 1993 e il 1994. Così sperimentai non solo che esse costituivano il principale incentivo alla «personalizzazione» della politica, ma anche che avevano contribuito a peggiorare radicalmente la percezione dei partiti. L’idea che un candidato estratto dalla «società civile» fosse più affidabile e più capace di un candidato espresso dal professionismo politico era ormai generalmente condivisa. Nel linguaggio degli hommes novi solo raramente si nominavano i partiti. Era molto più frequente sentir parlare di «contenitori», buoni o meno buoni secondo le possibilità di «candidarsi» (non di essere candidati) e di essere eletti. E candidarsi significava avere uno stock di voti da portare al «contenitore» prescelto grazie alle risorse personali (denaro, influenza professionale, visibilità mediatica...) spendibili per conquistare una posizione nelle istituzioni che le moltiplicasse. Presso gli elettori il mutamento si esprimeva nell’unica domanda schietta che rivolgevano ai candidati: «Se ti do il voto tu che mi dai»?
Questi comportamenti non erano nati con la «Seconda Repubblica», ma erano piuttosto l’ultimo approdo di una concezione della politica riflessa in una «scienza sociale» che porta il nome di «economia dei sistemi politici». Essa racconta che il partito politico si caratterizza per tre funzioni: raccogliere la domanda dei cittadini e trasmetterla alle istituzioni; consentire a chi ne ha la vocazione o l’interesse di intraprendere una carriera politica; selezionare la «classe di governo» e definirne la missione, vale a dire la capacità tecnica di perseguire l’equilibrio fra i gruppi sociali, gli aggregati territoriali, le organizzazioni d’interesse, i diversi valori propugnati dai singoli o dai corpi intermedi.
A datare dalla conquista del suffragio universale e dalla nascita dei partiti di massa quella «scienza politica» ha elaborato idee e concetti utili a classificare il funzionamento delle democrazie occidentali. Credo che lo schema citato descriva con efficacia i comportamenti e le relazioni fra eletti ed elettori, partiti e istituzioni negli stati sociali europei della seconda metà del Novecento. Ma che succede quando l’insieme di condizioni e di equilibri che avevano caratterizzato la relativa autonomia delle economie nazionali e l’affermazione dello Stato sociale si incrina o viene meno? Quando mutano i vincoli internazionali dell’economia e dello Stato? Che accade quando, per il fallimento delle classi dirigenti nell’adeguare la politica e l’economia del Paese alle nuove condizionalità della competizione internazionale (o dell’integrazione sovranazionale), crolla, com’è accaduto in Italia, l’impianto dell’intero sistema dei partiti?
In queste situazioni la concezione del partito proposta dalla «scienza politica» rivela i suoi limiti. Scomparsi i vecchi partiti, si pone il compito di costruirne dei nuovi e non è sufficiente preoccuparsi solo della loro efficacia nell’organizzare lo scambio fra la domanda e l’offerta di beni a servizi. Ricompare il problema della giustificazione storica della loro esistenza, delle motivazioni etiche e delle visioni generali del mondo di chi li fonda e di chi li segue, delle «grandi narrazioni» che motivano la partecipazione e trascendono l’orizzonte della carriera politica. Rinasce la domanda su come si formano le «volontà collettive» che mutano i rapporti di forza, ritorna l’interrogativo su quali siano le filosofie dotate di un’etica conforme, si ripropone il problema germinale della democrazia moderna, il problema della «connessione sentimentale» fra dirigenti e diretti, intellettuali e popolo. In altre parole, non si può più ignorare che i partiti nascono e si affermano in misura che esprimano un proprio punto di vista sul destino delle nazioni e siano in grado di formulare prospettive efficaci sulla dinamica delle relazioni fra la vita nazionale e quella internazionale.
Il problema italiano è questo. Lo era già alla fine della «Prima Repubblica» e lo è ancor più oggi che la «Seconda Repubblica» sembra ripiegare le vele. Tranne i Dulcamara dei «partiti personali», tutti sembrano convenire che non c’è democrazia senza partiti. Ma se il partito politico è quello che ci raccontano molti scienziati politici, chi mai rimetterà in piedi lo Stato e la nazione ch’esso presuppone? La sfida che abbiamo di fronte è più ardua. Il Pd, che mi pare il più propenso a raccoglierla, pone come suo fondamento programmatico la Costituzione. Non è una ovvietà. Come ha ricordato da ultimo Ernesto Galli Della Loggia, la Costituzione italiana è un grande progetto fondato su princìpi filosofici lungamente elaborati dalle culture democratiche dell’Europa contemporanea: la centralità della persona, il lavoro come fondamento morale della soggettività, il ripudio dell’equazione fra la politica e la guerra, la pari dignità dei generi, una nuova laicità, la solidarietà, la sussidiarietà, ecc. La sfida va oltre la fisiologia dello «scambio politico» e comprende la ricostruzione di un profilo fondamentale della nazione, quello della sua dignità.
Ma se la costruzione d’un nuovo sistema di partiti incrocia il tema della ricostruzione nazionale, conviene forse ricordare che il problema non risolto in Italia riguarda innanzi tutto la destra. Utilizzando un lessico forse inadeguato ma perspicuo, è dalla fine dell’età liberale che la borghesia italiana non riesce a creare un partito moderato di rango europeo e anche oggi la sua mancanza impedisce il riconoscimento reciproco della legittimazione a governare, cioè il raggiungimento d’una «democrazia compiuta». I sistemi di partito sono interdipendenti e dunque c’è un’ovvia simmetria tra le sfide che riguardano i gruppi sociali e le élite intellettuali a sinistra, a destra e al centro. Sarebbe quindi una gran cosa se i pensatori liberali s’impegnassero sul serio nello studio delle condizioni che rendano possibile anche in Italia la nascita d’un partito di governo della borghesia.

Legge elettorale, intesa sul sistema spagnolo-tedesco
E Berlusconi: non mi candido al Colle
di Paola Di Caro Corriere 29.4.12

Alleanze variabili e lotte fratricide: è un voto transgenico
Da Parma all'Aquila, fino al laboratorio Puglia Enrico Letta: «Sarà il trionfo dei ballottaggi»
di Monica Guerzoni Corriere 29.4.12

«Il partito della nazione? Siamo noi»
D’Alema: «Dalla crisi si esce a sinistra, il nostro vero avversario è la sfiducia» «Le responsabilità sono della destra liberista, ora misure per la crescita Il governo Monti? Lo sosterremo responsabilmente per tutta la legislatura»
Intervista di Simone Collini l’Unità 29.4.12

Università

SARANTIS THANOPULOSIL MANIFESTO del 28/4/2012 a pag. 14

ARACHI ALESSANDRA, CORRIERE DELLA SERA del 28/4/2012 a pag. 8/9

Alba: una platea desolatamente sparuta aspetta il Nuovo Soggetto Psichiatrico

La cifra di 1.000 o 1.400 partecipanti, a giudicare dalle immagini, è a dir poco generosa. La presenza poi di diversi illustri rottami del bertinottismo - oltre alla sponsorizzazione del manifesto- dà la garanzia che non si tratta di una cosa seria. Spiace per Luciano Gallino: chi glielo fa fare? [SGA].



Firenze, nasce «Alba» Primo dubbio: presentarsi alle urne?

Paul Ginsborg, Guido Viale, Luciano Gallino, Stefano Rodotà e altri hanno dato vita ieri a Firenze all’«Alleanza lavoro benicomuni ambiente», Alba, un nuovo soggetto politico «non partito» della sinistra
di Osvaldo Sabato  l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni


La «cosa» di sinistra ha un nome e gli autori del manifesto «per un nuovo soggetto politico» auspicano che possa rappresentare una nuova alba per la politica italiana. Si chiamerà proprio Alba, acronimo di Alleanza lavoro benicomuni ambiente, il nuovo partito non partito nato dal manifesto firmato fra gli altri da professori e intellettuali come Paul Ginsborg, Paolo Cacciari, Luciano Gallino e Stefano Rodotà. Obiettivo: evitare il default della democrazia rappresentativa, quella che partendo dal basso dovrebbe condizionare le scelte dei partiti. Una situazione di scollamento, che per l’assessore napoletano della giunta De Magistris, Alberto Lucarelli, deve cambiare e di corsa. Il nome Alba, battezzato con un grande applauso, è stato deciso attraverso una votazione durante la prima assemblea nazionale del movimento che ha visto la partecipazione di quasi 1400 persone, più della metà non avevano aderito al manifesto. Oltre ad Alba erano stati messi in votazione altri tre possibili nomi: Lavoro e beni comuni, Italia bene comune, Alternativa democratica. Quest’ultimi tre bocciati. Con una nastro arancione al braccio chi parla ha sette minuti per dire la sua. Molti insistono sulla rottura con il modello novecentesco del partito, l’urgenza di nuove regole, una maggiore trasparenza, meno burocrazia, meno carrierismo. «Vogliamo essere un soggetto costituzionale che si candida ad essere protagonista nell'arena politica» spiega il politologo Marco Revelli. Parlano il giurista torinese Ugo Mattei, Paolo Cacciari, Gianni Rinaldini del direttivo della Cgil. Dice la sua anche il vendoliano Fratoianni. Fra il pubblico l'ex portavoce del Social forum genovese Marco Agnoletto. Si fa vedere anche Sergio Staino «sono venuto per capire quale sia il progetto ma francamente
non potrei dire di esserci riuscito». Ma Ginsborg incalza sulle nuove regole della politica? «Al massimo due legislature per i parlamentari. E poi: trasparenza non segretezza sui finanziamenti. Basta clientele. Ancora: semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, rotazione degli incarichi direttivi» sottolinea lo storico «il modello dei partiti che oggi abbiamo davanti è arrivato al capolinea» e «una delle priorità è quella di ricostruire l'unità della sinistra, ma dal basso». Insomma largo alle nuove forme di far politica giocando anche la carta del web, come dimostrano le 4200 adesioni al manifesto raccolte on line. Ad ascoltare c’è anche il senatore Pd Vincenzo Vita «ho sentito molti interventi che potrebbero tranquillamente svolgersi in un'assemblea del Pd, e lo dico senza nessuna polemica». Sui futuri rapporti con il nuovo soggetto politico, Vita sottolinea che «se prevale l'elemento del movimento, e non dell'ennesimo nuovo partito, allora è più facile». Il senatore del Pd ha tuttavia spiegato di aver «trovato eccessivi alcuni attacchi» al suo partito, espressi durante alcuni degli interventi durante l'assemblea. «Nell’arco di due legislature questo movimento può diventare la maggioranza del paese» azzarda Ugo Mattei, professore di diritto civile all’università di Torino. «Il Pd ci guarda poco: non ci temono, ma non ci sottovalutano, anche perché qui ci sono idee» osserva Ginsborg, rispondendo ai giornalisti, in merito alla possibilità che Alba partecipi con una propria lista alle elezioni politiche del 2013, lo storico inglese ma da anni trapiantato a Firenze per il momento preferisce «parlare di percorso». «Ci sono tra noi quelli più impazienti, che vogliono lanciare qualcosa per il 2013; e poi ci sono altri, come me, che vogliono prima rinsaldare la cultura e le basi dei circoli territoriali. Poi vediamo». «Non vedo molti giovani, ma senza di loro non si sopravvive, non c'è futuro» nota Ginsborg. Nel frattempo il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, propone una confederazione a sinistra «per non cancellare le singole differenze».


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