giovedì 31 maggio 2012

L'edizione definitiva delle opere di Rousseau

A TRECENTO ANNI DALLA NASCITA
Rousseau, un filosofo per i tempi di crisi
Presentata a Parigi la monumentale edizione delle opere complete, 24 volumi con inediti
Armando Torno Corriere della Sera 30 maggio 2012

Genealogia del debito secondo David Graeber

David Graeber: Debito. I primi cinquemila anni, Il Saggiatore

Scheda editoriale

David Graeber, l’antropologo alle origini del movimento di Seattle e del movimento Occupy (suo lo slogan «Siamo il 99%»), rivoluziona la teoria sociale ed economica in un libro destinato a rimanere nel tempo.In uno stile colloquiale e diretto, attraverso l’indagine storica, antropologica, filosofica, teologica, Graeber ribalta la versione tradizionale sulle origini dei mercati. Mostra come l’istituzione del debito sia anteriore alla moneta e come da sempre sia oggetto di aspri conflitti sociali: in Mesopotamia i sovrani dovevano periodicamente rimediare con giubilei alla riduzione in schiavitù per debiti di ampie fasce della popolazione, pena la deflagrazione di tutta la società. Da allora, la nozione di debito si è estesa alla religione come cifra delle relazioni morali («rimetti a noi i nostri debiti») e domina i rapporti umani, definendo libertà e asservimento.Mercati e moneta non sorgono automaticamente dal baratto, come sostengono gli economisti fin dai tempi di Adam Smith, ma vengono creati dagli stati, che tassano i sudditi per finanziare le guerre e pagare i soldati. In quest’ottica, il conio della moneta si diffonde per imporre la sovranità dello stato e assicurare il pagamento uniforme dei tributi. L’economia commerciale, basata sulla calcolabilità impersonale, eclissa così le economie umane, basate sulla reciprocità personale. Gli ultimi 5000 anni di storia hanno visto l’alternarsi di fasi di moneta aurea e moneta creditizia, fino al definitivo abbandono dell’oro come base del sistema monetario internazionale nel 1971.Graeber guarda agli sviluppi di Europa, Medio Oriente, India e Cina, e individua tre grandi cicli nella lunga storia del debito. L’Età assiale (dall’800 a.C. al 600 d.C.), in cui si impone il potere di conio degli imperi e le grandi religioni fanno la loro comparsa. Il Medioevo, dove l’economia viene demonizzata, in Europa come in Cina. L’età degli imperi capitalisti, delle grandi conquiste e del ritorno allo schiavismo, che vede il mondo inondato d’oro e d’argento.Graeber esplora infine la crisi attuale, nata dall’abuso di creazione di strumenti finanziari ilSaggiatore da parte delle grandi banche deregolamentate, e sostiene la superiorità morale di cittadini e stati indebitati rispetto a creditori corrotti e senza scrupoli che vogliono ridurre libertà e democrazia alla misura dello spread sui titoli pubblici.


Buona parte del discorso religioso e politico si basa su un linguaggio simile a questo
Peccatori, eroi o insolventi, che succede a chi non paga?

di David Graeber Repubblica 31.5.12 da dirittiglobali

Utopie consolatorie


Il pensiero utopico aiuta a interpretare i periodi di transizione, quando il vecchio non è ancora morto e il futuro si manifesta con difficoltà. Nella crisi attuale può infatti fornire strumenti per elaborare realistiche strategie di resistenza al neoliberismo
APERTURA - Pierre Macherey da dirittiglobali

 SCIENCE FICTION
TAGLIO MEDIO - BenOld il manifesto 2012.05.31 - 10 da dirittiglobali

 SCAFFALE
BREVE il manifesto 2012.05.31 - 10

Università: salta l'abilitazione nazionale?

Dietro front sulla riforma, così all’università tornano gli antichi concorsi
© - FOGLIO QUOTIDIANO 31 maggio 2012

L'eroismo degli imprenditori italiani

Il ricatto: “O lavori con le scosse o ti metti in ferie”
I racconti degli operai: “Nelle aziende anche cartelli di avvertimento”
Sotto le lamiere tutti precaridi Emiliano Liuzzi il Fatto 31.5.12 da triskel182

"È meglio rischiare la vita che perdere il posto di lavoro" e gli operai tornano in fabbrica
"Se non ripartiamo subito le aziende vanno all’di Michele Smargiassi Repubblica 31.5.12 da dirittiglobali

Il PD va in cerca di utili idioti più alla moda

A occhio e croce, l'intervento con la puzza sotto il naso di Massimo Salvadori avrà spostato qualche altra migliaia di voti a favore di Grillo [SGA].

SuperMario, finto grigio all’ombra dei potenti Più che un tecnico, è stato un abile tessitore di relazioni dentro la classe dominante di Tommy Cappellini - il Giornale 30 maggio 2012

Mossa di Bersani, sì alla lista civica di Saviano
La scelta per arginare il fenomeno Grillo Il leader pd pronto a candidarsi a premier Però Renzi e gli ulivisti chiedono primariedi Maria Teresa Meli Corriere 31.5.12

Paul Ginsborg
«La lista ci sarà. Non è detto che si allei col Pd»
di Maria Zegarelli l’Unità 31.5.12


La Terza Repubblica nelle mani dei grillini
di Massimo L. Salvadori Repubblica 31.5.12

O la borsa, o la vita! Questa è la socialdemocrazia europea

"... Dipende molto da loro, da come voteranno tra due settimane, se vogliono essere salvati...".

«Quello che Berlino impone ad Atene non ha senso né politico né economico»
Gerhard Schröder: «Merkel pensa in termini elettorali. E sbaglia»
di Paolo Valentino Corriere 31.5.12

C’era una volta l’Europa
La distruzione dell’ordine europeo non sarebbe solo una rovina finanziaria ma politica, culturale Manca la coscienza che il problema non è greco ma dell’intera Unione e per questo il panico regna sinistro
di Barbara Spinelli Repubblica 31.5.12

La strana cancellazione di una mostra imbarazzante


La mostra sospesa su Sabra e Chatila: per una didascalia?

Le parole sulla strage a Beirut nell’82 bocciate dal Comune di Roma

di Roberta Zunini  il Fatto 31.5.12 da Segnalazioni


I fantasmi di Sabra e Chatila, a distanza di trent’anni, continuano a pesare sulla coscienza della comunità internazionale e a dividerla, tra pro-palestinesi e pro israeliani, quando si tocca il tasto delle responsabilità. Circa il livello di efferatezza del massacro di centinaia di donne e bambini palestinesi, allora rifugiati nei due campi profughi libanesi, nessuno invece ha da obiettare. Né l'assessore alla Cultura del Comune di Roma, Di-no Gasperini, che ha fatto sospendere la mostra fotografica “Notte molto nera - Sabra e Chatila, una memoria scomoda”, in programma da ieri fino a luglio presso la Casa della Memoria, né il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici che “diffiderà chiunque continuerà a sostenere a mezzo stampa e web che la mostra è stata sospesa a causa della pressione della comunità sionista”.
LA VICENDA ha inizio ben due anni fa quando la fotografa antropologa Laura Cusano presentò al comitato di programmazione della Casa della Memoria (un'istituzione animata da varie associazioni tra cui l'Anpi, associazione nazionale partigiani e l'Aned, ex de-portati, ma anche da un rappresentante del Comune di Roma) un progetto per l'allestimento di una rassegna fotografica, corredata da testi e didascalie, sui superstiti della strage compiuta dai falangisti cristiani maroniti nel 1982, mentre i campi erano sotto il controllo dell'esercito israeliano guidato da Ariel Sharon.
“Tutto è andato bene fino al 21 maggio, giorno in cui ho ricevuto una telefonata informale dai curatori della mostra, con cui mi si avvertiva che era stata bloccata. Ho chiesto la motivazione di una decisione che vanificava dall'oggi al domani tutto il nostro lavoro ma nessuno mi ha dato una risposta – dice l'autrice - scritta. Mi domando chi o cosa possa essere intervenuto per bloccare un'iniziativa a cui la Casa della Cultura aveva dato il via libera con una lettera protocollata, che avevo ricevuto il 23 aprile scorso”. A intervenire è stato il rappresentante dell'assessore comunale, stando a quanto afferma lo stesso assessore Gasperini: “Siccome il Comune dà il patrocinio e siccome un rappresentante del mio assessorato fa parte del comitato di gestione della Casa della Memoria ho voluto leggere i testi prima di dare il via libera e ho ritenuto necessario esprimere un dubbio sulla correttezza storica di questi testi, perché in uno l'autrice scriveva che il mandante della strage dei profughi palestinesi era l'esercito israeliano”.
LAURA CUSANO spiega di non essere una storica e di essere disposta a togliere quelle accuse che rappresentano il suo pensiero. “Però nessuno me l'ha chiesto, nessuno finora ha voluto discutere di ciò. Io non ho alcun problema nel togliere quella frase perché il mio lavoro riguarda le sofferenze delle persone, la follia della guerra, non i mandanti o i colpevoli. Era un lavoro sulle vittime. Ho sollecitato l’assessorato ma nessuno mi ha risposto”.
Fino a ieri, quando la fotografa è stata informata dai curatori della mostra che oggi dovrà presentarsi all'assessorato per discutere. “La comunità ebraica non è contraria a che si ricordino i civili innocenti uccisi dai falangisti ma non è tollerabile che si accusi Israele di essere il mandante. Perciò ringrazio l'assessore Gasparini per avermi informato di questa pericolosa iniziativa”, ha sottolineato Pacifici.
L’assessore aveva confermato al Fatto di aver sentito effettivamente la comunità ebraica prima di porre “il dubbio” alla Casa della Memoria. Probabilmente la mostra verrà posticipata.

Cinquemila anni fa

Antropologia
Così il popolo dei semi sconfisse i cacciatori europei
Ricerca svedese: nei geni la prova che l’agricoltura fu portata da gruppi di invasoridi Marta Paterlini  La Stampa TuttoScienze30.5.12

Ancora squali



Non solo finanza nella lunga intervista raccolta da Madron
Mariantonietta Colimberti Europa 31 maggio 2012

Sinistra e ebraismo o sinistra e Israele?


SAGGI
«Israele e la sinistra» di Matteo Di Figlia Una biografia di gruppo, dove l'intreccio politico si dipana attraverso i rapporti interpersonali, tra famiglia e militanza
TAGLIO MEDIO - Claudio Vercelli il manifesto 2012.05.31 - 11

mercoledì 30 maggio 2012

Carlo Jean: il Samuel Huntington di casa nostra ovvero il ragioniere della guerra umanitaria


L'importantissimo libro di Danilo Zolo uscito alcuni anni fa condannava l'uso strumentale dell'universalismo interventista e l'ipocrisia occidentocentrica in nome di un universalismo autentico. L'approccio del generale Jean - lo  Spengler all'amatriciana - nega ogni universalità e rivendica con vigliacco cinismo il particolarismo dell'egoismo "nazionale" o "di civiltà" [SGA].

Carlo Jean, con Germano Dottori: Guerre umanitarie. La militarizzazione dei diritti umani, Dalai editore, pagg. 256, euro 17,50


Scheda editoriale
Impiegare la forza della comunità internazionale per proteggere i più deboli: è questa una delle tendenze emergenti sul palcoscenico della grande politica. In realtà, tuttavia, l'umanitarismo serve interessi politici. Ricostruendo le guerre in cui, negli ultimi vent'anni, il movente umanitario è stato maggiormente utilizzato, gli autori dimostrano a quale logica ubbidisca questa tipologia di guerra caratteristica della nostra epoca, evidenziandone gli elementi più controversi. L'intervento militare internazionale trasforma spesso i deboli in forti e le vittime in carnefici. Non è quindi uno strumento perfetto per affermare il regno del diritto su scala universale. E invece un mezzo duttile per perseguire altri obiettivi, sfruttato tanto da attori locali quanto dalle grandi potenze. Di fronte alla sfida dell'umanitarismo bellico, gli autori invocano l'adozione di un approccio "laico", che tenga conto, caso per caso, tanto dei valori non negoziabili quanto degli interessi in gioco. 



Un saggio di Carlo Jean svela i retroscena d’una formula abusata

Molti Stati ricorrono a un falso ideologico per rendere accettabile l´intervento armato

di Pietro Veronese Repubblica 30.5.12 da ilmiolibro

Dal convegno su Emanuele Severino


Leonardo Messinese Avvenire 30 maggio 2012

L'autobiografia di uno dei criminali di guerra più sanguinari di tutti i tempi


L'articolo di Franco Cardini ribadisce una volta di più che le categorie di destra e sinistra vanno radicalmente ridefinite a partire anzitutto dalla capacità di usare la ragione [SGA].

Colin Powell: It worked for me. In life and leadership, Harper 2012


Il 6 febbraio del 2003 la performance all’Onu del segretario di stato Usa Colin Powell sul (falso) pericolo iracheno. Oggi, con molto ritardo, il vecchio soldato fa mea culpa. Ma la storia potrebbe ripetersi


Franco Cardini Avvenire 30 maggio 2012

Memorie di un mestatore affezionato ai luoghi di raccolta e deflusso delle acque reflue


Stefano Delle Chiaie, con Massimiliano Griner, Umberto Berlenghini: L'aquila e il condor. Memorie di un militante nero, Sperling & Kupfer

MAZZOCCHI SILVANA, LA REPUBBLICA del 29/5/2012 a pag. 60

Questa è la speranza della sinistra europea, la svolta che tutti attendevamo...

Siria, Hollande: “Un’azione militare? Un’ipotesi da non escludere”
Il presidente francese: "La condizione è che si faccia con l'avallo del consiglio di sicurezza dell'Onu". Poi aggiunge che bisogna convincere Putin: "Serve una nuova risoluzione al consiglio di sicurezza dell'Onu". Ma la sola protesta diplomatica non basta: “Le sanzioni devono essere più dure” di Redazione Il Fatto Quotidiano | 29 maggio 2012

Tanta voglia di Luchino

L'incapacità di ricambio di leader
LUCA RICOLFI La Stampa 27/5/2012

Cultura
Terza Repubblica cercansi sconosciuti
Tutti concordano sull’analisi di Ricolfi: il sistema Italia è paralizzato dalla mancanza di rinnovamento delle classi dirigenti e la cooptazione è la regola. Ma dall’immobilismo può spuntare un leader. A sorpresa
FABIO MARTINI La Stampa 30/05/2012

Morti di fame ma con i droni


Ferma al Congresso la richiesta di Roma
di Francesco Grignetti La Stampa 30.5.12




Le super-armi degli americani montate su droni italiani
Gli aerei senza pilota colpiranno in Afghanistan
di Massimo Gaggi Corriere 30.5.12 da Segnalazioni

EW YORK — «I killer silenziosi» è il titolo del lungo servizio dedicato dal settimanale Newsweek al modo in cui i droni armati hanno cambiato la strategia dell'intervento militare Usa in molte aree del mondo, dall'Afghanistan alla Somalia allo Yemen. Una guerra dei robot per proteggere le truppe o, addirittura, per colpire obiettivi terroristici senza dover mettere in campo soldati. Gli aerei Usa senza pilota, come l'ormai celebre «Predator», sono, però, anche un'arma che pone nuovi problemi etici prima ancora che tecnici.

Attacchi nei quali uccidere è molto più facile che catturare e nel corso dei quali spesso l'eliminazione di un terrorista comporta il «danno collaterale» di vittime innocenti. Ma è questo il futuro della tecnologia bellica. E questa è la strada che Barack Obama ha imboccato con determinazione, assumendosi responsabilità personali molto pesanti. Fino al punto di avere l'ultima parola sulla «kill list», la lista dei terroristi che il governo americano intende eliminare considerandoli una minaccia mortale, come ha raccontato ieri il New York Times.
Tra qualche anno una responsabilità simile, anche se in scala ridotta e più politica che operativa, potrebbero doversela assumere anche i capi del governo e delle forze armate italiane. Anche il nostro Paese, infatti, si sta dotando di droni e quelli attualmente in servizio, usati come semplici ricognitori, potrebbero ben presto essere armati trasformandosi, quindi, in strumenti micidiali.
Da tempo l'Italia aveva chiesto agli Stati Uniti di poter armare con missili «Hellfire» e bombe a guida laser i suoi droni (dodici in tutto) e soprattutto i sei «Reaper» (più grandi e più avanzati dei «Predator») che sono schierati in Afghanistan a protezione del nostro contingente di circa quattromila uomini. Ma fin qui solo gli Amx, i caccia italiani con pilota a bordo trasferiti dall'Aeronautica militare nel Paese dell'Asia centrale, sono stati armati.
La richiesta italiana, presentata qualche anno fa, era stata infatti accantonata dal governo americano. Fin qui Washington ha consentito solo alla Gran Bretagna (e fin dal 2008) di armare i suoi droni di costruzione americana, in virtù della «relazione speciale» tra i due Paesi. Nei confronti degli altri alleati aveva prevalso un atteggiamento di maggior prudenza, nel timore di rendere troppo facilmente accessibile una tecnologia bellica assai sofisticata.
Ma questo atteggiamento è cambiato di recente: la Casa Bianca ha deciso di autorizzare la vendita dei sistemi d'arma all'Italia e ha chiesto al Congresso il relativo «nulla osta». Una procedura fin qui condotta in modo abbastanza riservato nel corso della quale, però, sono emerse riserve di alcuni influenti parlamentari. Perplessità che ieri sono finite sulla prima pagina del Wall Street Journal. Non si contesta il diritto dell'Italia, alleato fedele e molto impegnato in Afghanistan, di difendere con gli strumenti più efficaci i suoi soldati. Ma c'è il timore che, una volta autorizzata la cessione di tecnologia all'Italia, sia poi impossibile negare gli stessi missili e le stesse bombe «intelligenti» agli altri alleati. E in lista d'attesa ci sono già partner della Nato come la Turchia che, probabilmente, userebbero i droni anche contro i ribelli curdi nel Sud-Est del Paese.
Le riserve sono di molti parlamentari e soprattutto dell'influente senatrice della California Dianne Feinstein, democratica come Obama, che presiede la Commissione servizi segreti del Congresso. In realtà il termine entro il quale il Parlamento avrebbe potuto intervenire per bloccare la decisione della Casa Bianca (che si è mossa nel clima di maggior fiducia istaurato con Mario Monti e coi ministri degli Esteri e della Difesa, Terzi e Di Paola) è trascorso senza che venisse proposto alcun veto. Rimane, comunque, ancora un margine d'incertezza e questo spinge i due governi a mantenere un certo riserbo, a parte una dichiarazione del Pentagono, per il quale i droni armati aiuterebbero in Afghanistan tutte le forze alleate e non solo i soldati italiani.
In realtà l'orizzonte è più ampio: anche se arriverà il via libera del Congresso, i tempi tecnici per l'installazione del sistema d'arma sono, infatti, superiori a un anno. E gli alleati della Nato hanno già deciso il ritiro dall'Afghanistan nel 2014 e la fine delle operazioni militari in campo aperto già a metà del 2013.
Insomma, gli Stati Uniti si stanno semplicemente preparando (con tute le cautele strategiche del caso) a monetizzare sul piano commerciale il loro vantaggio tecnologico nel campo dei velivoli senza pilota, mentre le nostre Forze armate si adeguano alla nuova dottrina bellica. Un futuro che sarà ineluttabilmente dei droni, da Sigonella, dove arriveranno i grandi «Global Hawk» della Nato, capaci di sorvegliare tutto il Nord Africa (comprese le aree sub sahariane dei nuovi covi di Al Qaeda), fino all'Iraq che difenderà coi «Reaper» le sue istallazioni petrolifere e le vie di navigazione del Golfo Persico.

Ancora il libro di Lanni sul "populismo"


Il populismo nostrano non è affatto una novità, perché nasce in realtà con la caduta del muro di Berlino e l'emergere delle spinte bonapartiste-personalistiche assecondate dal PD nella dimenticabile stagione dei sindaci. Dopodiché Berlusconi li ha fottuti e ora rischiano di farsi fregare di nuovo perché il massimo che hanno saputo mettere in campo è stato Topo Gigio Mannaro [SGA].


Un viaggio di Alessandro Lanni nelle trasformazioni della politica
Massimiliano Panarari Europa 30 maggio 2012




Simone Weil: Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi

Scheda editoriale
Il semplice uso delle parole democrazia e repubblica obbliga a interrogarsi con estrema attenzione sulle seguenti questioni: come dare all'uomo la possibilità di esprimere il proprio giudizio sui grandi problemi della vita pubblica? Come impedire che circoli tra il popolo, nel momento in cui sta esprimendo la sua volontà, una sorta di rabbia distruttiva collettiva? Non è possibile parlare di legittimità repubblicana senza pensare a queste due domande. Non è facile trovare delle soluzioni, ma è evidente, dopo un attento esame, che qualsiasi soluzione implica, prima di tutto, la soppressione dei partiti politici. Pubblicato per la prima volta nel 1950, a sette anni dalla scomparsa dell'autrice, il manifesto di "Simone l'eretica" venne interpretato come una lancinante profezia antistalinista: un testo in cui si afferma che aderire all'ideologia di un partito, in determinate condizioni storiche, significa rinunciare a pensare. 



La finta innocenza dell'antipolitica
di Emanuele Trevi Corriere 30.5.12

La storia del barone von Ungern-Sternberg

Vladimir Pozner: Il barone sanguinario, traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, Adelphi (pp. 320, euro 22). 

Scheda editoriale

Quando accetta la proposta di Blaise Cendrars di scrivere un libro per la sua col­lana di biografie di avventurieri, e sceglie – in modo apparentemente incongruo per un comunista militante – di occuparsi del barone von Ungern-Sternberg, Vladi­mir Pozner non immagina certo che que­sta volta non gli basterà consultare (come aveva fatto per Tolstoj è morto) una mole immensa di documenti, ma che gli toc­che­rà condurre un'ardua inchie­sta, nel corso della quale imboccherà, per poi ab­ban­donarle, una quantità di false piste e si im­batterà in testimoni più o meno inat­tendibili: dall’ex colonnello di Ungern ridotto a fare il tassista alla coppia di de­crepiti aristocratici parigini che hanno conosciuto il barone in fasce (e che di quel paffuto bebè gli manderan­no una foto), sino a «fratello Vahindra», il sedi­cente monaco buddhista che spaccia per il figlio segreto dello stesso Ungern il pal­lido adolescente dai tratti asia­tici con il quale vive in una squallida mansarda... A poco a poco, però, il narratore rie­sce ad afferrare il suo eroe, e ce ne svela gli a­spetti più inquietanti e contraddittori (nonché am­biguamente seducenti): soli­tario, taci­turno, impreve­dibile, irascibile, sadico, paranoide, ferocemente antisemi­ta, super­stizioso, misogino, frugale, ideali­sta, marziale, il barone Ungern ha tenden­ze mistiche, si considera erede di Gengis Khan e si crede investito di una missione provvidenziale – quella di riconquistare l'Occidente partendo dal cuo­re della Mon­golia. Solo uno scrittore fuori dal comune come Pozner poteva ricomporre il puzzle di una personalità tanto complessa, e se­gui­re il barone sanguinario nella sua folle ca­valcata dal Golfo di Finlandia al de­serto del Gobi, fino al suo tragico epilogo, in una ricostruzione storica che è insieme un singolarissimo romanzo di avventure.


Uno straordinario romanzo biografico rievoca le imprese del barone von Ungern-sternberg Folle, sanguinario e idealista, sognava un immenso impero come quello delle orde mongole 

26 mag 2012  Libero  SIMONE PALIAGA


Ancora sul Dizionario del liberalismo italiano


PARLATO GIUSEPPE, LIBERO del 29/5/2012 a pag. 31

Sinistra & Aperitivo

OCCUPY WORLD
Dopo lo sgombero di Torre Galfa a Milano, vale la pena di osservare le esperienze di Parigi, Berlino, Londra, dove spazi dismessi pubblici e privati sono affidati a comunità di giovani artisti
APERTURA - Adriano Solidoro il manifesto 2012.05.30 - 10

Imprescindibili riflessioni filosofiche


Giuliano Torrengo: I viaggi nel tempo. Una guida filosofica, Laterza

Scheda editoriale
Cosa accadrebbe se avessimo a disposizione una macchina del tempo e potessimo raggiungere il passato e il futuro come raggiungiamo posti lontani salendo su un treno o un aeroplano? Molte conseguenze di una simile ipotesi sembrano difficili da accettare stando al nostro modo ordinario di pensare. Supponiamo di tornare al tempo di Shakespeare, e di consegnarli una copia di "Romeo e Giulietta" prima che la scriva. Ci troveremmo con una situazione davvero bizzarra: Shakespeare non è l'autore di "Romeo e Giulietta", perché lo ha copiato da noi, ma nemmeno noi lo siamo, perché lo abbiamo copiato da lui! Dal momento che i viaggi nel tempo sollevano un tale vespaio di obiezioni, non faremmo forse meglio a rinunciare all'idea che essi siano logicamente possibili? Giuliano Torrengo avanza l'ipotesi che si debba resistere alla tentazione di 'risolvere' i grattacapi filosofici che i viaggi nel tempo fanno nascere semplicemente negando la loro possibilità e per due motivi. In primo luogo perché la fisica contemporanea non esclude la possibilità di catene causali che seguano ordini temporali inversi; in secondo luogo perché esistono nella letteratura filosofica soluzioni articolate e interessanti dei paradossi dei viaggi nel tempo, che difendono l'idea che viaggiare nel tempo e avere un'influenza sul passato sia compatibile con l'inalterabilità della catena degli eventi storici. 

FILOSOFIA
Edito da Laterza «I viaggi nel tempo» di Giuliano Torrengo Dal multiverso alle distinzioni tra «endurantisti» e perdurantisti», una ricognizione intorno a un tema che rappresenta un ottimo banco di prova per riflettere sui concetti temporali

APERTURA - Alberto Biuso il manifesto 2012.05.30 - 11 da dirittiglobali

Prima del riflusso. Una mostra a Milano

Addio Anni 70. Arte a Milano 1969-1980


BELPOLITI MARCO, LA STAMPA del 29/5/2012 a pag. 36/37


BONAMI FRANCESCO, LA STAMPA del 29/5/2012 a pag. 36/37


L’arte di dire addio agli anni Settanta

di Luca Beatrice - il Giornale 

martedì 29 maggio 2012

Una straordinaria conversazione inedita di Paolo Volponi sulla cultura italiana del dopoguerra

Cosa direbbe oggi Paolo Volponi, nel vedere come è stata ridotta Urbino da questo ceto politico incolto che ne amministra il tramonto e nel vedere che cosa è rimasto di quella Rifondazione che era stata il suo partito? [SGA].

Paolo Volponi: L'inedito di New YorkConversazioni con Luigi Fontanella, a cura di Luigi Fontanella e Giorgio Mobili, Aragno 2012

Scheda editoriale

In questa affascinante intervista concessa a Luigi Fontanella nel 1987 durante un soggiorno a New York, e che vede qui la luce per la prima volta, Volponi ripercorre le proprie tappe esistenziali e artistiche, sostenute dall’amore per la parola e dal costante impegno civile. Sotto la guida discreta dell’intervistatore, lo scrittore urbinate ci regala terse letture delle sue opere in versi e in prosa, abbandonandosi a intriganti rievocazioni dell’intellighènzia italiana degli anni ’60 e ’70: le controversie attorno a Corporale, i rapporti tesi con il Gruppo ’63, gli interventi di Asor Rosa, Pasolini, Moravia.   

Paolo Volponi (1924-1994), è stato, come egli stesso amava definirsi, il primo «scrittore dell’industria», vale a dire il primo acuto cronista della modernizzazione italiana. Delle sue opere si ricordano: L’antica moneta (1955); Le porte dell’Appennino (1960), che gli valse il premio Viareggio, Foglia mortale, stampata in edizione ridotta nel 1974. L’opera narrativa invece iniziò nel 1962 con il Memoriale (incentrato sulla contrapposizione operai-imprenditori negli anni Sessanta), seguito da La macchina mondiale (1965), con cui vinse il premio Strega; Corporale (1974); La strada per Roma (1991) con cui vinse per la seconda volta il premio Strega.
Luigi Fontanella è ordinario di lingua e letteratura italiana presso la State University di New York. Poeta, critico e narratore, i suoi titoli più recenti sono Controfigura (2009), L’angelo della neve. Poesie di viaggio (2010), Soprappensieri di Giuseppe Berto (2010). Dirige la rivista internazionale «Gradiva».
Giorgio Mobili insegna lingua e letteratura alla California State University di Fresno. Poeta e saggista, è autore dello studio Irritable Bodies and Postmodern Subjects in Pynchon, Puig, Volponi (2008), e della raccolta poetica Penelope su Sunset Boulevard (2010).



di Luigi Mascheroni - il Giornale 29 maggio 2012

Parlare di rivoluzione e anarchia e lavorare per la rigenerazione del capitalismo


David Graeber: Critica della democrazia occidentale. nuovi movimenti, crisi dello stato, democrazia diretta, Eleuthera


È nei nuovi movimenti sociali estranei alle istituzioni e alle mitologie prevalenti che oggi si vede all'opera un ideale democratico capace di mobilitare dal basso l'intera società. E il futuro della democrazia sta proprio lì.


Nonostante la civiltà occidentale rivendichi l'invenzione della democrazia, Graeber ci mostra come in molte società «altre» ci siano state, nel tempo e nello spazio, forme democratiche basate sull'auto-organizzazione comunitaria ben lontane dal paradigma occidentale gerarchico e disegualitario. Non solo, nello stesso Occidente stiamo assistendo alla nascita tumultuosa di nuovi movimenti di critica radicale dell'esistente che stanno sperimentando una molteplicità di processi decisionali egualitari fondati su pratiche orizzontali e modalità di condivisione. Proprio questi esperimenti sociali in atto dimostrano come la democrazia sia un'invenzione molto più ricca e articolata della riduttiva concezione statuale imposta dall'Occidente come modello unico. Anzi, è proprio questo modello a essere oggi in crisi, perché è fallito il suo progetto di coniugare le procedure democratiche con i meccanismi coercitivi dello Stato e dunque creare democrazie nel senso pieno del termine.

David Graeber: La rivoluzione che viene. Come ripartire dopo la fine del capitalismo, Manni

Scheda editoriale
Il capitalismo è oramai al tramonto. Entro un paio di generazioni non esisterà più, perché è impossibile mantenere un ritmo di crescita infinito su un pianeta dalle risorse finite.

Eppure, di fronte a questo scenario, la reazione istintiva è di aggrapparsi a ciò che esiste perché non si riesce a concepire un’alternativa che non sia ancora più oppressiva e distruttiva.
Ma è l’immaginazione politica ad aver raggiunto un vicolo cieco, oppure è il capitalismo stesso a sistematizzare la depressione, a toglierci scientemente la capacità di pensare un altro futuro?
Secondo Graeber, è proprio il potere economico e politico a indurci a credere che non vi siano soluzioni differenti da esso. È un sistema pronto perfino ad autodistruggersi, piuttosto che tentare strade diverse.
Graeber sonda molti terreni: la politica, l’economia, la violenza, i movimenti di protesta, l’alienazione e la creatività, alla ricerca di tracce di speranza nei luoghi più inattesi.
E dimostra che ripartire non è così impossibile come sembra, che alcune pratiche comuniste, e anarchiche, sono già insite nell’uomo, nella società.
Si può solo ricominciare: creare un nuovo linguaggio, un nuovo sentire comune, una strategia di sviluppo sostenibile, un’altra solidarietà.

PAMPHLET - L'attitudine anarchica del XXI secolo. Da Seattle a Occupy Wall Street
L'ambivalente renaissance libertaria analizzata alla luce del tortuoso sviluppo dei movimenti sociali. La «Critica della democrazia» (Eleuthera) e «La Rivoluzione che viene» (Manni), due saggi recenti dell'antropologo libertario David Graeber

APERTURA - Benedetto Vecchi il manifesto 2012.05.29 - 11 da dirittiglobali

Da Riccardo De Biase un nuovo libro su Heidegger

Riccardo De Biase: Tre scritti su Heidegger, Aracne, 84 pagine, 8 euro

Ritratto di Elémire Zolla

Zolla, gli occhiali magici di un visionario razionale
La sua lezione per l’oggi è nel corto circuito fra Oriente e Occidente, incanto e tecnica, metafisica ed elettronica di Marcello Veneziani - il Giornale 28 maggio 2012

Il libro di Marina Montesano sulla caccia alle streghe nell'età moderna


Marina Montesano: Caccia alle streghe, Salerno, pp. 188, 12,50

Scheda editoriale
Alla fine dell’età medievale prende avvio la cosiddetta “caccia alle streghe”. Secondo la bolla Summis desiderantes, promulgata da Innocenzo VIII nel 1484, le streghe avrebbero dato vita a una vera e propria setta decisa a colpire la Cristianità come mai si era verificato prima. Ma che cos’è il fenomeno della stregoneria e la conseguente caccia alle streghe? È un’offensiva contro l’universo folklorico e le superstizioni popolari? È una reazione della società alla diversità? Alla luce di una attenta analisi delle fonti, degli scritti e delle azioni dei protagonisti di quelle vicende, è invece possibile tracciare un quadro generale dal quale la “caccia” emerge per larghi tratti, da una parte come un elemento costitutivo della modernità, dall’altra come una risposta a esigenze riaffioranti nella società in epoche diverse. Non solo e non tanto nel “barbaro medioevo”, quanto e soprattutto in epoche nelle quali ci piace pensare che il trionfo della ragione e del diritto abbiano il sopravvento. A tal fine si prenderanno anche in esame, in una postilla finale, alcuni casi contemporanei che presentano elementi tipologici assai simili alle persecuzioni antistregoniche.


L'autore. Marina Montesano insegna Storia medievale all’Università di Genova. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Storia medievale (con Franco Cardini), Firenze, 2006. 

La modernità inasprì la caccia alle streghe

Spesso a condurla furono intellettuali illuminati
di Paolo Mieli  Corriere 29.5.12 da Segnalazioni


La storia delle credenze e delle pratiche atte ad ottenere l'intervento di geni malefici (e, più tardi, del demonio) per compiere sortilegi, risale all'antichità. Marina Montesano in un assai interessante libro che esce domani per l'editore Salerno, Caccia alle streghe (pp. 188, 12,50), dimostra come essa sia indisgiungibile dalle culture pagane. Racconta Tito Livio che, nel 331 a.C., 170 matrone di Roma furono condannate a morte per aver provocato con il veleno il decesso di molti personaggi d'alto rango. Tacito riferisce che la malattia e poi la morte di Germanico vennero attribuite a un maleficio (nella sua stanza furono rinvenute ossa semibruciate assieme a grumi di sangue). In una delle Satire di Orazio, Canidia e Sagana si aggirano sull'Esquilino nell'antico cimitero degli schiavi: lì cercano ossa da mescolare a «erbe che nuocciono», poi seppelliscono vivo un bambino e sbranano a morsi un'agnella bruna, tutto al fine di «rendere folli gli uomini» Anche la Medea di Seneca «sceglie le erbe mortali, spreme e mescola veleno di serpenti e ripugnanti uccelli: cuore di lugubre gufo, viscere strappate alla rauca strige ancora viva». Le streghe di Plinio e di Petronio rubano i corpi dei neonati, li dissanguano, li divorano e li sostituiscono nella culla con dei fantocci. Le strigi, uccelli che stridono e di notte strappano i bambini dai loro piccoli letti per succhiarne il sangue, compaiono anche nei Fasti di Ovidio.
Ancora prima, il Vecchio Testamento è profondamente intriso di «antimagismo», che trae origine dalla lotta di Israele contro i circostanti popoli pagani. Il cristianesimo non sarà da meno. Nella Lettera ai Galati, San Paolo condanna i veneficia. Ma, si apprende da Tertulliano (il quale nell'Apologeticum difese i cristiani da questo genere di calunnie), che i cristiani stessi furono accusati nel mondo antico di omicidi rituali e di pratiche orgiastiche e magiche. Il Concilio di Elvira (306) stabilisce che sia rifiutata la comunione a coloro che si applicano ai maleficia. Tertulliano e, a distanza di oltre un secolo, il vescovo milanese Ambrogio combatteranno le feste pagane che prefigurano i sabba stregoneschi. Costantino nel 331 consentirà di ripudiare la moglie (ma anche il marito) se si scopre che è una «medicamentaria», cioè una persona che abbia avvelenato o violato i sepolcri. Alla metà del V secolo, il Codice di Teodosio, raccogliendo gli editti da Costantino in poi, detta norme imprescindibili, nelle quali si intrecciano la condanna della magia e quella del paganesimo. Vengono mandati a morte incantatori, tempestari, coloro che turbano le menti, divinatori e indovini di vario genere, quelli che celebrano riti notturni nel corso dei quali si invocano i demoni.
All'inizio del V secolo, però, Agostino d'Ippona invita a non confondere tra eresia e magia. E c'è chi, in modi diversi, si oppone a credenze e superstizioni dell'epoca. C'è un capitolare di Carlo Magno del 785 dove, a proposito dei sassoni sconfitti, si stabilisce che «se qualcuno ingannato dal diavolo, avrà creduto secondo la superstizione pagana che un uomo o una donna sia una strega e divori gli uomini e perciò l'abbia bruciata o ne abbia fatto mangiare le carni, o l'abbia mangiata, sarà punito con la sentenza capitale». Man mano che si procede verso l'anno Mille, l'ossessione nei confronti della magia riprende a crescere. Nell'Inghilterra della seconda metà del VII secolo, Teodoro, monaco di Canterbury, infligge tre anni di penitenza a coloro che hanno fatto dei sacrifici in onore dei demoni («intendendo presumibilmente le divinità precristiane»). Il penitenziale francese detto «di Halitgar», agli inizi del IX secolo, condanna ad una pena di cinque anni un uomo che abbia reso pazzo un suo consimile facendo ricorso al demonio. Nell'834, in occasione di un'improvvisa malattia di Ludovico il Pio, suo figlio Lotario I accusa una suora, Gerberga, d'aver fatto ricorso a pratiche «venefiche» e «malefiche»: Gerberga viene uccisa per annegamento. La morte improvvisa del re dei franchi orientali, Arnolfo di Carinzia, nell'899, è attribuita a un uomo e a una donna che avrebbero compiuto atti di magia: vengono entrambi torturati e messi a morte. Nel 970, a Londra, una donna e suo figlio sono accusati di maleficium: avrebbero fabbricato un fantoccio di pezza a immagine di un uomo per poi pungerlo con spilli e provocare così la morte dell'uomo stesso; la donna è condannata e annegata nelle acque del Tamigi.
Le cose non cambiarono granché dopo l'anno Mille. Durante la prima metà dell'XI secolo re Ramiro I d'Aragona ordinò la condanna a morte di numerose «streghe». Nel 1208, in Aquitania, una donna e alcuni suoi complici furono bruciati vivi per aver causato con espedienti magici la malattia di Guglielmo d'Angoulême. La cosa si ripeté un secolo più tardi, nel 1128, per l'infermità del conte Teodorico delle Fiandre. «La lotta condotta dai legislatori e dalle autorità tanto laiche quanto ecclesiastiche contro i culti precristiani», nota Marina Montesano, «aveva lasciato pratiche e credenze legate agli antichi paganesimi spoglie dei contesti che le avevano prodotte». L'unica spiegazione proposta «era la seduzione diabolica che poteva declinarsi tanto nel senso di affermare la totale illusorietà degli effetti, quanto, al contrario, nell'ammetterne la reale minaccia».
Alla svolta dell'anno Mille non era affatto scontato quale direzione avrebbe preso la cristianità e, anzi, ci saremmo potuti attendere «che la crescente razionalità del pensiero bassomedievale portasse al netto prevalere della prima tendenza». Invece accadde l'opposto. Fu la guerra ai catari — secondo quel che ha scritto Malcom Lambert, nel libro I catari (Piemme) — a saldare la caccia alle sette ereticali con quella alle streghe. I catari («puri»), provenienti probabilmente dai Balcani (nei primi decenni dopo l'anno Mille erano definiti «bulgari»), concepivano il mondo come dominato dalla lotta fra due principi, quello dello Spirito, luminoso e benefico, e quello della Materia, oscuro e malefico. La Chiesa li scomunicò nel Concilio di Tolosa (1119). L'imperatore Federico Barbarossa iniziò a combatterli su sollecitazione di Papa Lucio III nel 1184. Nel 1209 la Chiesa scatenò una crociata contro i catari di Linguadoca, che proseguì con ferocia fino al 1244, quando cadde la loro ultima roccaforte, il castello di Montségur, e duecento di quelli tra loro che avevano rifiutato di pentirsi e convertirsi furono bruciati vivi ai piedi della fortezza. Ma la guerra ai catari doveva durare ancora fino ai primi anni del XIV secolo. Fu papa Gregorio IX nel 1233 a descrivere i «comportamenti» che distinguevano queste sette: i membri, secondo il Pontefice, si riunivano in conventicole notturne durante le quali apparivano «uomini misteriosi, rospi e gatti di dimensioni insolite» e ci si dava a «orge nelle quali tutti si accoppiano con tutti, senza distinzioni di genere e di ruolo».
In quel contesto, secondo Marina Montesano, furono ridefiniti, sistemati in un canone e presero definitivamente piede «stereotipi destinati a grande fortuna nella caccia alle streghe». Provarono a stabilire un argine a tali persecuzioni i papi Alessandro IV (1258) e Bonifacio VIII (1298), per i quali la magia non doveva essere materia d'inquisizione, a meno che gli atti presi in esame potessero essere tacciati di eresia. Ma ormai era tardi ed era pressoché impossibile operare distinzioni tra pratiche magiche e comportamenti ereticali. Come dimostrano i processi contro i catari istruiti tra il 1318 e il 1325 dall'inquisitore Jacques Fournier, che in seguito sarebbe diventato Papa con il nome di Benedetto XII. E come dimostrano altresì le imputazioni di negromanzia rivolte, all'inizio del Trecento, dal re di Francia Filippo il Bello contro Bonifacio VIII, poi contro il vescovo di Troyes, accusato di aver ordito un complotto per uccidere la moglie dello stesso re, Giovanna di Navarra, e infine contro i templari.
A seguito della crociata contro i catari ha preso piede l'uso politico dell'accusa di magia. «Se si volesse trovare un momento in cui almeno simbolicamente il problema del rapporto con il diavolo muta in modo sensibile», scrive Montesano sulla scia di un importante studio di Alain Boureau, «bisognerebbe individuarlo negli anni Venti del Trecento, con la bolla Super illius specula di Giovanni XXII, nella quale l'anziano Pontefice stigmatizzava coloro che stipulano un patto "con l'inferno" e all'insegna di questo immolano e adorano i demoni, fabbricano immagini, anelli, specchi e fiale, ossia oggetti atti a compiere malefici». Bolla «rivoluzionaria» che nei fatti equipara magia a eresia. A dispetto delle esortazioni a distinguere tra pratiche superstiziose ed ereticali, formulate dieci secoli prima da Sant'Agostino. Invece magia ed eresia divennero quasi sinonimo lungo il corso della guerra dei Cent'anni (1337-1453), soprattutto verso la fine del Trecento ai tempi della crisi di follia del re di Francia Carlo VI. Agli inizi del Quattrocento il movimento di riforma ecclesiastica guidato in Boemia da Jan Hus viene accusato dalla Chiesa romana d'essere ispirato dal «principe delle tenebre».
A metà del Quattrocento qualcuno mette nuovamente in guardia da questo eccesso di sovrapposizione tra magia ed eresia ed esorta a operare distinzioni: Giordano da Bergamo, Girolamo Visconti e in particolare il canonista senese Mariano Sozzini. In Francia la «grande caccia» nella regione di Arras si trasforma in una psicosi collettiva al punto da costringere il duca Filippo il Buono a porre un freno e il tribunale di Parigi a rivedere alcuni processi. Stava finendo una stagione della caccia alle streghe. Ma se ne stava preparando un'altra, se possibile peggiore, molto peggiore della precedente. Con la bolla Summis desiderantes, promulgata da Innocenzo VII nel 1484 (a cui fece seguito, due anni più tardi, il Malleus maleficarum del domenicano Heinrich Kramer, il primo manuale inquisitoriale interamente dedicato alla stregoneria), nella trattatistica a cavallo tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento si cominciò ad affermare l'idea che «i molteplici crimini commessi dalle streghe in accordo con il demonio fossero fenomeni differenti da quelli che i canonisti avevano registrato in passato». In quegli anni «le streghe avrebbero dato vita ad una vera e propria setta decisa a colpire la cristianità come mai si era verificato prima». L'insistenza sulla «modernità» della setta era importante perché, scrive Montesano, «tracciava una cesura netta rispetto allo scetticismo espresso in passato circa i reali poteri delle streghe». Così la caccia alle streghe «emerge da una parte come un elemento costitutivo della modernità, dall'altra come una risposta a esigenze riaffioranti nella società in epoche diverse». Non solo e non tanto nel «barbaro Medioevo», quanto e soprattutto «in epoche nelle quali ci piace pensare che il trionfo della ragione e del diritto abbiano il sopravvento». Ecco perché, come ha scritto Franco Cardini occupandosi del libro di Colette Arnould La stregoneria. Storia di una follia profondamente umana (Dedalo), si può dire che «la stregoneria moderna sia in realtà un palinsesto di personaggi e di eventi che ha attraversato almeno due successive importanti rotture, il cristianesimo e la modernità». La caccia alle streghe, «fondata», scrive Cardini, «su una rilettura attualizzante di fonti bibliche ed antiche», torna prepotentemente sul proscenio «per razionalizzare una crisi socio-religiosa profonda come quella che l'Europa ha attraversato tra il XIV e il XVII secolo». Tenendo sempre presente che «le streghe sono state bruciate più dai protestanti che dai cattolici e che la famigerata Inquisizione spagnola non ha quasi neppure trattato il problema».
Così il periodo che va dal 1550 al 1660 costituisce l'apice della caccia alle streghe in Europa. Rodney Stark in A gloria di Dio (Lindau) spiega come non vada dato credito a una pubblicistica (Andrea Dworkin, Mary Daly, Pennethorne Hughes) che parla di milioni di vittime. Tra il Quattrocento e la metà del Settecento le condanne alla pena capitale furono tra le 40 e le 60 mila: «La morte di sessantamila persone innocenti», scrive Stark, «è certamente un qualcosa di agghiacciante, ma non giustifica l'esagerazione così inverosimile delle cifre». Il maggior numero di processi (e vittime) si ebbe in Germania, dove nella parte meridionale, cattolica, il fenomeno fu più intenso rispetto all'area settentrionale, protestante. Qualcuno provò a reagire: a Treviri nel 1587 il giudice Dietrich Flade tenne un atteggiamento ipergarantista nei confronti degli imputati per stregoneria trascinati in giudizio dall'arcivescovo Johann von Schönenberg; per questo Flade fu accusato a sua volta, torturato, strangolato e bruciato sul rogo. Poi vennero Polonia e Ungheria. La Savoia, il Friuli — studiato da Carlo Ginzburg nel libro I benandanti: stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento (Einaudi) — i Grigioni, la Navarra pirenaica, le regioni basche. Anche Montesano fa notare che, «nonostante uno stereotipo duro a morire pretenda il contrario», la caccia alle streghe fu di minore intensità nelle aree in cui operavano il Sant'Uffizio o l'Inquisizione spagnola. In Italia «furono celebrati alcuni fra i primi processi per stregoneria… Tuttavia nonostante l'alto numero di accuse mosse fra i secoli XV e XVII, le condanne gravi risultano relativamente poche: merito di dibattimenti più cauti e regolari, dovuti all'istituzione della Santa Inquisizione romana a partire dal 1542, che difficilmente arrivavano alla condanna a morte». A corroborare questa tesi, Montesano cita il Concilio di Granada del 1526, che dichiarò impossibile il volo magico e ribadì — con il conforto della maggior parte dei giuristi dell'epoca — che «le streghe non esistono». E quando nel 1549 a Barcellona l'Inquisizione locale e le autorità civili condannano al rogo alcune streghe, la Suprema (ossia il supremo concilio dell'Inquisizione) reagisce mandando sul luogo un proprio inquisitore, Francisco Vaca, rivedendo il processo da cima a fondo, annullandone la sentenza e, addirittura, punendo i giudici che lo avevano istruito. Brian Levack nel saggio La caccia alle streghe in Europa agli inizi dell'età moderna (Laterza) ha ben analizzato un caso spagnolo assai particolare: furono trascinate in giudizio poco meno di duemila persone, ma ne furono condannate 11. Solo 11. Per di più i tribunali ecclesiastici, scrive Stark, furono «le corti più riluttanti nei confronti della tortura e alla fine furono i primi a proibirne l'uso».
Altro stereotipo è quello della «caccia» come «prodotto dell'ignoranza». Niente di vero. Hugh Trevor-Roper ha ben documentato come i «più feroci persecutori delle streghe» furono «i mecenati più colti del sapere contemporaneo». Portogallo e Irlanda, rispettivamente con 10 e 4 vittime, rimasero praticamente escluse dalla caccia. Notevole fu invece la diffusione del fenomeno nel New England dove, nel 1691, si ebbe il caso di Salem (giovanissime che accusarono donne adulte e le condussero al patibolo). Gli adolescenti furono all'origine, anche in Europa, di importanti ondate persecutorie come quella basco-navarrese del 1525 e quella svedese del 1668; talvolta ne furono travolti come a Würzburg nel 1629, dove furono condannati a morte 119 adulti, ma anche 41 giovanissimi.
L'idea per cui la caccia alle streghe sarebbe stata, scrive Stark, «un movimento reazionario infiammato dalla paura di un'imminente modernizzazione» è «infondata». È vero, riconosce, «che il collegamento tra magia e satanismo fu il prodotto del ragionamento teologico, ma i tentativi di sopprimere la magia e la superstizione difficilmente possono essere considerati degli attacchi all'illuminismo o alla modernità». Tanto più che «le menti più illuminate dell'epoca accettavano l'idea che le streghe fossero in combutta con il diavolo». Basti ricordare che Samuel Sewall, uno dei tre giudici che avevano mandato a morte le «streghe di Salem» fu l'autore poco dopo del primo trattato teologico contro la schiavitù uscito in America.
La caccia alle streghe dei secoli XVI e XVII, ha scritto Trevor-Roper, «è un fenomeno che lascia perplessi: un avvertimento per coloro che vorrebbero semplificare gli stadi del progresso umano». A partire dal XVIII secolo, prosegue, «abbiamo avuto la tendenza a vedere la storia europea, dal Rinascimento in poi, come la storia di un progresso, e quel progresso è sembrato essere costante». Come se, passo dopo passo, Rinascimento, Riforma, Rivoluzione, la luce avesse avuto sempre la meglio sull'oscurità. Invece, sotto la superficie di una società sempre più sofisticata, troviamo «passioni e credulità infiammabili» e la credenza nelle streghe «è una di queste forze». «Una nuova forza esplosiva che, con il passare del tempo, si espandeva costantemente e spaventosamente». «In quegli anni di apparente illuminazione», concludeva Trevor-Roper, «c'era almeno un quarto del cielo nel quale l'oscurità stava vincendo decisamente la sua battaglia a spese della luce».
Dalla prima metà del Cinquecento alla fine del Settecento grande fu la battaglia culturale quantomeno contro gli eccessi della «caccia alle streghe». Reginald Scot nel 1584 si domandò perché mai Satana fosse ricorso a «uno strumento non adatto» come «una donna vecchia senza denti, impotente e impacciata nel volare in aria», dal momento che non avrebbe certo avuto bisogno «di simili strumenti per ottenere i propri scopi». Contro la «caccia alle streghe» si schierarono, già nel Cinquecento, il giurista Andrea Alciati, l'alchimista e filosofo Agrippa di Nettesheim, il medico Johann Wier; poi, nel secolo successivo, il gesuita tedesco Friederich von Spee, i filosofi Pierre Gassendi e il cartesiano Nicolas Malebranche; nel Settecento Ludovico Antonio Muratori, Girolamo Tartarotti, Scipione Maffei, poi ancora Montesquieu e Voltaire, che levò la voce contro la turpe pratica di «mandare al rogo degli imbecilli». In seguito alla pace di Vestfalia (1648) e soprattutto dopo la Rivoluzione francese, le indemoniate andarono scomparendo. Per riapparire di quando in quando, ma senza più provocare reazioni isteriche. Lasciarono però qualcosa di depositato nelle nostre menti. Tant'è che nel Novecento Michail Bulgakov con Il Maestro e Margherita e Arthur Miller con Il crogiuolo — dedicato al processo di Salem — per muovere critiche, rispettivamente, alla società sovietica staliniana e a quella statunitense maccartista, sono ricorsi a quel mondo e al suo sottofondo.
Tutto finito, dunque? No, qualcosa è rimasto tra noi. Nel 1983 a Manhattan Beach, sobborgo bene di Los Angeles, la signora Judy Johnson denunciò Ray Buckey, un insegnante della scuola materna McMartin, per aver abusato sessualmente di suo figlio, un bambino in età prescolare. Secondo la Johnson quel genere di violenze sessuali alla McMartin si sarebbero verificate nell'ambito di riti di stregoneria con la complicità dei proprietari, nonché il coinvolgimento di docenti e personale della scuola. La polizia affrontò il caso con grande determinazione e per prima cosa inviò una lettera alle famiglie di 200 alunni dello stesso istituto, per sapere se i bambini negli ultimi tempi avevano notato (o subìto) qualcosa di insolito. Molti genitori interrogarono i loro figli e si persuasero che erano stati anche loro molestati o peggio; poi li condussero al Children's institute international, una clinica che si occupa di abusi, gestita da Kee MacFarlane, medico specializzato nell'arte di far parlare i giovanissimi di questo drammatico genere di esperienze. Nella primavera del 1984 MacFarlane giunse alla conclusione che ben 360 piccoli avevano subito gravi molestie. Ma non era tutto. Gli allievi della McMartin avevano rivelato anche di essere stati costretti a partecipare a rituali satanici e che, nel corso di quei rituali, avevano visto streghe volare, avevano volato loro stessi in palloni aerostatici, avevano visto gli imputati bere sangue e mutilare animali, erano stati rinchiusi in bare e calati sottoterra, erano stati condotti attraverso un armadio in tunnel sotterranei per poi sbucare in cimiteri nei quali avevano assistito a orge e uccisioni. A quel punto era tornata in campo la polizia, che aveva cercato di individuare i tunnel e i cimiteri di cui avevano parlato i bambini. Ma senza successo. I genitori vollero in ogni caso trascinare in tribunale proprietari e insegnanti della McMartin. Ma, dopo venti mesi di indagini, un procuratore giudicò inconsistente gran parte delle accuse: le testimonianze dei bambini furono reputate deboli e in contraddizione l'una con l'altra. Quasi tutti gli imputati furono prosciolti. Ray Buckey dovette però affrontare ugualmente il processo. Nel 1986 l'accusatrice iniziale, la signora Johnson, venne ritrovata morta nel suo appartamento («complicazioni da alcolismo», fu scritto nel referto medico). Nel 1990 Buckey è stato assolto, sia pure da una giuria divisa. Gli imputati hanno fatto causa allo Stato per i danni subiti, ma la clinica che aveva condotto gli interrogatori dei bambini non poteva, secondo la giurisprudenza locale, essere considerata in alcun modo responsabile, neppure sotto il profilo economico (nonostante le più che esose parcelle per le perizie).
Il processo, che per certi versi ricorda il caso italiano di Rignano Flaminio, il cui giudizio di primo grado si è chiuso ieri con l'assoluzione di tutti gli imputati, fu tra i più lunghi e costosi della storia degli Stati Uniti. E tra i più seguiti dai media i quali, nonostante l'esito giudiziario, hanno continuato, in gran parte, a dar credito alla versione dei bambini. Con grande influenza sull'opinione pubblica. Alla fine degli anni Novanta si contavano 12 mila denunce per abusi connessi al satanismo. Moltissime furono le persone imprigionate e le vite distrutte. Ma neanche una di quelle 12 mila denunce ha retto alle indagini e ai processi.


Il Seicento illuminato dai roghi
Massimo Firpo Domenicale 04 novembre 2012

Le origini della globalizzazione nell'età moderna

C.H. PARKER: Relazioni globali nell'età moderna 1400-1800, il Mulino

Scheda editoriale
La storiografia va ormai prendendo congedo dall'antiquata visione dell'età moderna come di un'epoca in cui l'Europa andò alla scoperta e alla conquista del resto del mondo. Quella fu un'epoca in cui si intrecciarono sempre più i rapporti fra i diversi popoli e i diversi continenti, ma non solo in ragione dell'espansione europea. Tale nuova immagine del mondo moderno è trattata in questo libro, che mostra la progressiva integrazione globale originata dai grandi imperi asiatici (Cina, Russia) e dal colonialismo europeo, l'intrecciarsi delle economie e dei commerci, le correnti migratorie e i mutamenti anche biologici e ambientali implicati in questi contatti: dalla diffusione delle malattie alla disseminazione di piante e animali; per concludere con l'espansione delle due grandi religioni universali del cristianesimo e dell'islam, e la progressiva globalizzazione delle conoscenze. 

Indice: Introduzione. L'integrazione globale dello spazio. - 1. Stati europei e imperi d'oltremare. - 2. Stati e imperi territoriali asiatici. - 3. Mercati internazionali e reti globali di scambio. - 4. Popoli che si muovono, culture che si diffondono. - 5. La formazione di nuove strutture demografiche ed ecologiche. - 6. La diffusione della religione e della cultura. - Conclusioni. Destini convergenti. - Carte. - Bibliografia. - Indice dei nomi.

Continua la ricerca del keynesismo continentale

Perché serve un altro New Deal
di Nadia Urbinati Repubblica 29.5.12