venerdì 29 giugno 2012
Diritto e Stato nazionale nella globalizzazione
Gunther Teubner: Nuovi conflitti costituzionali. Norme fondamentali dei regimi transnazionali, Bruno Mondadori, pp. 208, euro 25).
Risvolto
In questo libro l'autore affronta i problemi
del diritto del nuovo mondo globalizzato. Nell'ambito di processi di
governance transnazionale trasferimento delle funzioni regolative nelle
mani di soggetti transnazionali non pubblici e conseguente carenza di
legittimazione democratica -, i modelli giuridici sono chiamati a
misurarsi, più che con l'arretramento della sovranità statuale, con il
rapporto tra costituzione e autonomie sociali e la pretesa regolativa
delle prime sulle seconde. L'analisi di Teubner illustra come i settori
funzionali della società sviluppino non solo processi in senso lato di
giuridificazione, ma di vera e propria costituzionalizzazione,
scardinando l'accoppiamento tra l'idea di costituzione da un lato e lo
Stato e la politica istituzionalizzata dall'altro. Il costituzionalismo
sociale passa per l'estensione generalizzata dei diritti fondamentali
nei diversi regimi transnazionali per scongiurare quegli effetti
(auto)distruttivi generati dalle pretese espansive spinte al limite
delle razionalità parziali. Il fine è quello di assicurare una
possibilità di coesistenza per la pluralità dei discorsi, rivendicando
al contempo la specifica autonomia del diritto rispetto agli altri
sistemi.
POTERI COSTITUENTI
Dallo stato nazionale al rimescolamento globale delle carte tra pubblico e privato. «Nuovi conflitti costituzionali» del filosofo tedesco Gunther Teubener per Bruno Mondadori La frammentazione non è una ferita da sanare, ma punto di partenza e esito di una diffusa conflittualità
Massimiliano Guareschi ARTICOLO il manifesto 2012.06.29 - 10 da dirittiglobali
GUNTHER TEUBNER
Un'opera inserita in quel filone teorico che interroga il mutamento della forma-stato
Le radici concentrazionarie dell'Europa di oggi
Tara Zahra: I figli perduti. La ricostruzione delle famiglie europee nel dopoguerra (Feltrinelli, pp. 381, euro 30)
Risvolto
Nel secondo dopoguerra un numero senza
precedenti di minori era separato dalla famiglia in Europa. Si trattava
di un'autentica emergenza umanitaria. C'erano bambini nei campi di
concentramento, in orfanotrofi o campi per profughi, alcuni senza casa,
altri lontani dalla patria in quanto adottati o sfollati, altri ancora
reclamati dal loro paese o coinvolti nelle deportazioni. Molti erano
ebrei, sopravvissuti all'Olocausto o salvi perché nascosti e in esilio.
Furono in tanti - educatori, psicologi, politici, militari, operatori
sociali di varie nazionalità -a prendersene cura. Si cercò di
soccorrerli, durante e dopo la guerra, offrendo loro assistenza
materiale e riabilitazione psicologica. E ci si scontrò per decidere la
sorte delle nuove generazioni, da cui dipendeva il futuro dell'Europa. I
figli perduti, con originalità, studia la ricostruzione europea nel
collasso generale di valori e gerarchie tradizionali scegliendo il punto
di vista dell'infanzia dispersa. Inizia dalle prime forme di soccorso
umanitario all'infanzia (nei casi del genocidio armeno, del primo
dopoguerra o della guerra di Spagna), si concentra poi sulla seconda
guerra mondiale e in particolare sul dopoguerra, sino alla guerra
fredda. Analizza le politiche per l'infanzia, fondate su differenti
teorie psicoanalitiche e su opzioni anche opposte - familistiche per gli
anglo-americani e collettivistiche per i sionisti -, ma comunque
declinate in termini nazionali.
Deportazioni e sfollamenti: alla fine della seconda guerra
mondiale per tredici milioni di orfani e bambini strappati alle famiglie
si consumò un’autentica emergenza umanitaria. Uno studio di Tara Zahra
28 giugno 2012
Pragmatismo e critica nel libro di Rocco Ronchi
Rocco Ronchi: Come fare. Per una resistenza filosofica, Feltrinelli
Risvolto
Si ritiene in genere che la filosofia debba
rispondere a domande concernenti il che cosa e il perché. Ronchi pensa
invece che sia non solo più interessante, ma anche filosoficamente più
rilevante chiedersi come: come parliamo oppure come pensiamo, come
godiamo, come ricordiamo una parola dimenticata, come ci creiamo un
corpo, come facciamo a diventare adulti. Chi si pone le grandi questioni
del che cosa e del perché non ha appreso la lezione materialistica e
speculativa della più radicale filosofia del Novecento, quella che ha
eletto il divenire ad assoluto, che ha smantellato l'idea di una verità
trascendente e preordinata al pensiero e che ha portato a termine la
rivoluzione copernicana, scalzando veramente l'uomo e la sua coscienza
da ogni presunta centralità. Chi invece rimette al centro la domanda
pragmatica sul come fare si ritrova parte di un mondo in divenire
finalmente libero dall'uomo come unità di misura ultima, un divenire che
non è mancanza, bensì atto puro, vita infinita e una singolare gioia
"al di là del principio di piacere". La nuova domanda da porsi è allora
pratica piuttosto che teorica, ed è una domanda critica, nella misura in
cui consente di resistere al falso divenire. Come resistere a questo
divenire che pone la mancanza nel cuore dell'essere, che genera ovunque
miseria, insufficienza, sofferenza, anche quando promuove un'immensa
ricchezza materiale? Ronchi prova a rispondere in sei saggi che cercano
di definire modalità di resistenza.
Carrellata sulle possibili strategie di alterità che non affronta le pratiche di sottrazione all'ordine costituito
Giso Amendola ARTICOLO il manifesto 2012.06.29 - 11 CULTURA da dirittiglobali
Nicola: presente!
Il governatore della Puglia assicura: niente veti sull’Udc. Ma intensifica
il dialogo con Di Pietro Il
leader del Pd: «Apprezzabile la disponibilità ad allargare l’alleanza.
Nel costruire l’alternativa vanno coinvolte tutte le energie positive
del Paese»
Fioroni: «Le primarie? Evitiamo il boomerang»di Virginia Lori l’Unità 29.6.12
«Il
campo dei progressisti è ancora nebuloso Ripartiamo dalla denuncia
delle politiche liberiste che hanno strozzato il welfare e portato
l’Europa in recessione» «Cosa sono le primarie? Sono il congresso del Pd tra Bersani e Renzi? In tal caso ne attenderò l’esito» «C’è chi è turbato dall’idea di ministri vendoliani ma quelli attuali turbano la vita degli italiani»di Simone Collini l’Unità 28.6.12
Ma
l’Udc insiste sulle preferenze, mentre per il Pd la condizione è il
premio di maggioranza. E se il vertice Ue va male si acceleradi Giovanna Casadio e Carmelo Lopapa Repubblica 28.6.12
di Michele Prospero l’Unità 29.6.12
Nadia Urbinati il Manifesto 29.06.2012
di Giuseppe De Rita e Luca Diotallevi Corriere 28.6.12
Delitto, diritto e neuroscienze
Incredibile: un articolo quasi progressista sul Giornale! [SGA].
Andrea Lavazza e Luca Sammicheli: Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto(Codice
edizioni, pagg. 280, euro 15)
Risvolto
L'immagine di uomo adottata dal diritto cioè di persona libera,
razionale, consapevole e padrona delle proprie azioni, viene oggi messa
radicalmente in discussione dalla ricerca neuroscientifica. Dagli studi
più recenti emerge che certe emozioni hanno spesso il sopravvento sulla
ragione, che a nostra insaputa siamo condizionati dalle circostanze e
che il nostro io è meno solido di quanto pensiamo. La genetica e le
neuroscienze sembrano dunque costringere l'ordinamento giuridico a
tornare su alcuni suoi quesiti centrali: l'agire criminale è da
ritenersi normalmente libero, frutto di un'intenzione consapevole del
soggetto? Ha senso punire chi è "determinato" all'aggressività? E a
porsene di nuovi: si moltiplicheranno le assoluzioni grazie agli esami
cerebrali dell'imputato? Gli psicopatici dovranno essere "scusati" a
motivo del loro (presunto) deficit di empatia? Temi tipici delle aule di
giustizia, ma fondamentali anche nella concezione generale dell'essere
umano; temi che sotto la pressione delle scienze cognitive da più parti
si propone di ridefinire, come è già accaduto in alcune discusse
sentenze. Andrea Lavazza e Luca Sammicheli offrono la prima panoramica
unitaria e ragionata delle ricadute giuridiche, filosofiche e sociali di
tali complesse questioni. Con una conclusione che non necessariamente
vede il cervello "uccidere" mente e diritto.
Più si approfondiscono gli studi sul cervello, più diventa labile il concetto di «capace di intendere e volere». E c’è il rischio di un ritorno lombrosiano
di Matteo Sacchi - il Giornale 28 giugno 2012
Misteri di Sicilia e d'Italia
Marianna Bartoccelli, Francesco d'Ayala: L'avvocato dei misteri. Storia segreta di Vito Guarrasi, l'uomo dei consigli indispensabili che ha condizionato il potere italiano, Castelvecchi.
Risvolto
"Era un uomo intelligente e chiacchierato":
così lui stesso si definisce dettando il suo necrologio in un'intervista
esclusiva. Questo è stato Vito Guarrasi: avvocato e persona dai
consigli indispensabili per chiunque volesse fare affari dalla Sicilia
in su. Personaggio controverso e sfuggente, a soli ventisette anni -
durante la Seconda Guerra Mondiale - diventa il referente di Eisenhower
in Algeria, per poi essere tra i protagonisti nell'armistizio segreto di
Cassibile. Su quegli incontri redige un diario giornaliero pubblicato
per la prima volta in queste pagine. In pochi anni il suo potere si
rafforza, Guarrasi diventa uomo cardine e guida imprescindibile per le
trasferte petrolifere (e non solo)]di Enrico Mattei nel Meridione. Viene
indagato e prosciolto per essere uno dei mandanti dell'omicidio del
giornalista Mauro De Mauro, scomparso nei gorghi di Cosa nostra, proprio
perché vicino alla verità sulla morte del presidente dell'Eni. "Don
Vito" così viene soprannominato l'avvocato Guarrasi - è anche cugino di
Enrico Cuccia e cervello economico del governo di Silvio Milazzo, quello
che mette alle corde la Dc di Amintore Fanfani anticipando la stagione
del Centrosinistra. Infine, per così dire, è mente giuridica dei
discussi cugini Salvo, gli esattori democristiani che foraggiano a lungo
tutta la classe politica siciliana, senza eccezioni. In questo libro
sono lui e la sua vita a raccontare il lato oscuro dell'Italia.
Introduzione di Emanuele Macaluso.
GRECO ANNA MARIA, IL GIORNALE del 27/6/2012 a pag. 11
Ritratto di Henri Poincaré
Poincaré, la sublime imperfezione che porta alla verità
La ricerca scientifica procede sempre per errori
di Cédric Villani Corriere 29.6.12
La ricerca scientifica procede sempre per errori
di Cédric Villani Corriere 29.6.12
Oreste Pivetta: Franco Basaglia, il dottore dei matti, pagine 287, euro 17,00 Dalai Editore
Risvolto
A un trentennio dalla morte, la figura di Franco Basaglia, il suo lavoro
e la famosa legge che ha portato alla chiusura dei manicomi, continuano
a suscitare grande consenso, ma anche molte critiche. Il libro,
racconto di una vita, cerca di ricondurre la vicenda di Basaglia – tra
l’antifascismo, il dopoguerra, l’università e la direzione degli
ospedali psichiatrici di Gorizia e Trieste – all’interno dei mutamenti
epocali che coinvolsero la società e la cultura italiane, in particolare
nel tumultuoso ventennio 1960-1980 segnato dalle grandi lotte operaie e
studentesche, ma anche dalle bombe stragiste e dal terrorismo,
ventennio che si contraddistinse per una spinta riformista mai più
ritrovata.
Tra Gorizia e Trieste, Basaglia, unendosi a un gruppo di giovani
psichiatri, realizzò, sperimentandola di giorno in giorno, una radicale
riforma dell’istituto manicomiale, dopo aver denunciato l’orrore della
segregazione e dei mezzi coercitivi utilizzati o dei cosiddetti sistemi
di cura (come il massiccio uso dell’elettroshock). Una riforma ispirata
non solo a principi di umanità, ma soprattutto al riconoscimento dei
diritti del malato, della sua libertà, della sua appartenenza alla
società civile, contro una condizione di emarginazione che escludeva
qualsiasi possibilità terapeutica.
Obiettivo di questo libro è riconnettere la figura di Basaglia alla
cultura e alla politica dei suoi tempi, mostrando il valore della sua
battaglia nel cammino d’emancipazione della società italiana, esaltando,
allo stesso tempo, il suo carattere di intellettuale capace, di fronte
alla crisi della sua disciplina, di misurarsi con la concretezza dei
problemi, con un solo vincolo: il rispetto della dignità di ogni essere
umano.
La biografia del medico dei matti che ha cambiato la realtà
L’anticipazione
Un brano dal libro di Oreste Pivetta, da oggi in libreria, dedicato
alla vita dello psichiatra che chiuse i manicomi e propose uno sguardo
diverso su follia e umanità
di Oreste Pivetta
l’Unità 28.6.12 da dirittiglobali
Un'attualissima gara di antibolscevismo tra liberali e cattolici
Editoria
EMILIA LODIGIANI "HO CREATO IL MITO DEL ROMANZO NORDICO MA STIEG LARSSON NON L'HO VOLUTO"
MAURI PAOLO, LA REPUBBLICA del 28/6/2012
Int. a LODIGIANI EMILIA a pag. 39
MAURI PAOLO, LA REPUBBLICA del 28/6/2012
Int. a LODIGIANI EMILIA a pag. 39
Ancora sui Terremoti finanziari
Il volume che Raghuran G. Rajan ha dedicato alla crisi dell’economia globale ha più di un merito
di Carlo Lottieri - il Giornale 28 giugno 2012
di Carlo Lottieri - il Giornale 28 giugno 2012
Memorie di guerra e colonizzazione
Yoram Kaniuk: 1948, Giuntina.
Risvolto
"Non
sono sicuro di cosa ricordo per davvero, perché non mi fido della
memoria. La memoria è furba e non possiede un'unica ed esclusiva verità.
E poi che cosa conta sul serio? Una bugia che viene dalla ricerca della
verità può essere più vera della verità. Tu pensi e un attimo dopo
ricordi solo quello che vuoi. Avevo diciassette anni e mezzo, ero un
bravo ragazzo di Tel Aviv finito in mezzo a un bagno di sangue. Sto
cercando di pescare me stesso da dentro quel che mi pare siano ricordi".
"1948" non è soltanto la cronaca della nascita di uno Stato, ma è un
romanzo sulla crudeltà della guerra, sull'incoscienza della gioventù,
sui paradossi della storia e su quella labile eppure fondamentale ancora
di salvezza dell'uomo chiamata memoria.
STORIA
Giorgio Bernardelli Avvenire 28 giugno 2012
Canonizzazione
Opere di Claudio Magris, curato da E. Pellegrini e M. Fancelli, Mondadori, più di 1800 pagine (euro 65)
Risvolto
Due Meridiani raccoglieranno un'ampia
selezione dell'opera di Magris: il primo, che presenta le sue opere fino
al 1995, si apre con i due corposi saggi che hanno inaugurato la sua
carriera di studioso capace di diffondere in Italia la conoscenza della
cultura mitteleuropea e della civiltà ebraico-orientale, "Il mito
absburgico nella letteratura austriaca moderna" (1963) e "Lontano da
dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale" (1971). Si
propongono quindi "Illazioni su una sciabola" (1985), il libro che ha
segnato il passaggio alla narrativa, e "Danubio" (1986), narrazione che
fonde il racconto di viaggio lungo il corso del "fiume blu" con la
meditazione sulla stratificazione dell'identità europea contemporanea.
Seguono "Stadelmann" (1988), dramma ispirato alla figura del servitore
di Goethe; "Un altro mare" (1991), rielaborazione romanzesca della
parabola esistenziale di Enrico Mreule, filologo amico di Carl
Michelstaedter; "Il Conde" (1993), racconto che sviluppa ancora una
volta uno spunto reale, ovvero la storia di un vecchio che ripescava
morti dal fiume; e infine "Le voci" (1995), monologo che ha per
protagonista un uomo che si innamora delle voci delle donne registrate
nelle segreterie telefoniche. Il volume è curato da Ernestina
Pellegrini, esegeta d'elezione di Magris che ne ha studiato a fondo
l'archivio. Oltre alla bibliografia, alla cronologia e al saggio critico
della curatrice, completa il volume un contributo della germanista
Maria Fancelli.
di Marino Freschi - il Giornale 29 giugno 2012
mercoledì 27 giugno 2012
Dopo due guerre mondiali perdute, la Germania è riuscita a mettersi alla testa del Grande Spazio europeo
Germania e Italia. Noi e loro 2.1
Dalla selva di Teutoburgo alle guerre moderne Quello slancio nazionalistico che resiste nei secoli
di Luciano Canfora
Corriere 27.6.12 da Segnalazioni
Nella
«Selva di Teutoburgo», nell'anno 9 dell'era volgare, l'esercito romano
al comando di Publio Quintilio Varo, attaccato a sorpresa durante la
marcia dai quartieri estivi a quelli invernali, fu distrutto dalle
truppe germaniche guidate dal principe Arminio, capo della tribù dei
Cherusci. Il sito esatto della battaglia è tuttora controverso. Arminio
«liberator haud dubie Germaniae» secondo la celebre definizione di
Tacito, era stato condotto a Roma sin dall'8 a.C. e lì educato e
addestrato nell'ambito di quella scuola militare «di eccellenza» che era
l'esercito romano. Dal 4 al 6 d.C. fu tribunus militum e durante la
campagna di Tiberio contro i Germani combattè nei ranghi dell'esercito
romano. Per i suoi meriti in quelle campagne ebbe la cittadinanza romana
e il rango equestre.
L'ostilità di Arminio contro i Romani venne
maturando quando Quintilio Varo promosse una romanizzazione forzata (nel
campo del diritto innanzitutto) nell'ampia area germanica in quel
periodo sotto controllo romano. Il passaggio dall'altra parte fu dunque,
nel caso di Arminio, un gesto che dal punto di vista di Roma era un
tradimento, dal punto di vista di una (ipotizzata) coscienza nazionale
germanica un atto di guerriglia e di liberazione nazionale.
Il
passaggio attraverso il tirocinio nei ranghi romani da parte di leader
divenuti simbolo della lotta contro Roma non era un fenomeno nuovo.
Anche Vercingetorige, al tempo della sofferta conquista cesariana della
Gallia, aveva compiuto lo stesso cammino. E forse anche Spartaco, al
tempo suo, era stato nelle truppe ausiliarie romane, prima di disertare e
divenire in quanto fugitivus schiavo-gladiatore e infine guida sagace
della più temibile sollevazione di schiavi del mondo antico.
Francia e
Germania quasi contemporaneamente, in momenti di particolare slancio
nazionalistico, hanno innalzato monumenti rispettivamente a
Vercingetorige e Arminio. Il monumento a Vercingetorige fu voluto da
Napoleone III; quello per Arminio, alto 26 metri (Hermannsdenkmal), in
stile «peplum», fu eretto a Detmold nella regione westfalica tra il 1841
e il 1875. Era la risposta tedesca non solo a Roma, ma anche alla
Francia del Secondo impero.
Per completezza ricordiamo che in
occasione della rivoluzione del 1830 un monumento se lo meritò anche
Spartaco a Parigi: dapprima esposto nel giardino delle Tuileries e poi
ritirato nel Louvre. Era il risultato innanzitutto di un vero e proprio
sussulto rivoluzionario, dopo gli anni cupi di Carlo X; ma non è
improbabile che una tale statua di tipo canoviano abbia a che fare anche
con il risentimento contro Roma dominatrice, visto che Spartaco aveva
fatto tremare la repubblica imperiale nel cuore stesso dell'Italia.
Per
Mommsen, Teutoburgo aveva segnato una tappa epocale nel processo di
riunificazione tedesca, e costituiva l'antecedente più glorioso della
riunificazione bismarckiana della Germania. Suo genero Wilamowitz, in un
importante «discorso di guerra» pronunciato in Bruxelles occupata dai
tedeschi (nel giorno di Pasqua del 1918), si spinse a teorizzare che
«gli Stati antichi sono senza eccezione Stati nazionali», mentre gli
Stati moderni «sono diventati nazionali non senza l'influenza di modelli
antichi». E precisava: «Il sentimento nazionale tedesco è emerso con
intensità solo dopo la riscoperta di Tacito e quando venne alla luce la
figura eroica di Arminio, il liberator haud dubie patriae suae».
Ci
si può seriamente interrogare sulla legittimità dell'uso della nozione
di «Stato nazionale» in relazione alla realtà germanica del 9 d.C. Ma,
se si considera che anche Engels considerava una battaglia di libertà la
lotta dei Germani, e di Arminio, contro l'introduzione del diritto
romano in terra germanica (reo di introdurre la proprietà privata), si
può ben concludere che il mito di Arminio è un mito davvero pantedesco,
condiviso dal liberale Mommsen, dallo Junker-conservatore Wilamowitz e
dal socialista Engels (e, nel dodicennio nazista, dall'«Ahnenerbe» di
Himmler, adoratore della Germania di Tacito).
Le parole di Engels
fanno impressione anche per certe inflessioni razziali: «Varo aveva
fatto male i suoi conti. I Germani non erano i Sirii! Imponendo loro la
civiltà romana, egli mostrò alle tribù confinanti, costrette a
confederarsi, che razza di giogo insopportabile li minacciava e li
costrinse a quella unificazione che essi fino a quel momento non erano
mai stati capaci di trovare» (Storia e Lingua dei Germani, 1881-1882).
Naturalmente
Teutoburgo ha una importanza storica enorme: non tanto perché anticipi
un processo di unificazione nazionale che in realtà si produsse molto
dopo e attraverso una storia molto accidentata e non sempre esaltante.
Fu, quella battaglia, il segnale chiaro e inequivoco — allo stesso modo
che Carre sessantadue anni prima all'altro capo dell'impero — dei limiti
oggettivi, e non valicabili se non con grande rischio, della
possibilità di espansione romana. Nello scontro tra potenze la regola
aurea è di comprendere quei limiti e di non trascenderli.
È la
ragione per cui, ad esempio, Stalin riteneva azzardato creare un
avamposto del proprio impero addirittura fin sull'Elba e avrebbe
preferito che, a guerra finita, si costituisse una Germania riunificata e
neutrale. Non passò, allora, quel progetto (più moderato di quello di
De Gaulle che proponeva la frantumazione del Reich sconfitto in quattro
Stati). Il mezzo secolo successivo ha portato la Germania a quella
egemonia sull'Europa che a torto il Führer aveva perseguito con le armi,
e che oggi è fondata sulla moneta. Finché la ruota della storia non si
rimetterà daccapo in moto, con buona pace di Frau Merkel.
Zingales e il Corriere deplorano la borghesia prenditrice ma solo per contestare l'intervento pubblico in economia e santificare il liberismo americano
Risvolto
Born in Italy, University of Chicago economist Luigi Zingales witnessed
firsthand the consequences of high inflation and unemployment—paired
with rampant nepotism and cronyism—on a country’s economy. This
experience profoundly shaped his professional interests, and in 1988 he
arrived in the United States, armed with a political passion and the
belief that economists should not merely interpret the world, but should
change it for the better.
In A Capitalism for the People,
Zingales makes a forceful, philosophical, and at times personal argument
that the roots of American capitalism are dying, and that the result is
a drift toward the more corrupt systems found throughout Europe and
much of the rest of the world. American capitalism, according to
Zingales, grew in a unique incubator that provided it with a distinct
flavor of competitiveness, a meritocratic nature that fostered trust in
markets and a faith in mobility. Lately, however, that trust has been
eroded by a betrayal of our pro-business elites, whose lobbying has come
to dictate the market rather than be subject to it, and this betrayal
has taken place with the complicity of our intellectual class.
Because
of this trend, much of the country is questioning—often with great
anger—whether the system that has for so long buoyed their hopes has now
betrayed them once and for all. What we are left with is either
anti-market pitchfork populism or pro-business technocratic insularity.
Neither of these options presents a way to preserve what the author
calls “the lighthouse” of American capitalism. Zingales argues that the
way forward is pro-market populism, a fostering of truly free and open
competition for the good of the people—not for the good of big business.
Drawing
on the historical record of American populism at the turn of the
twentieth century, Zingales illustrates how our current circumstances
aren’t all that different. People in the middle and at the bottom are
getting squeezed, while people at the top are only growing richer. The
solutions now, as then, are reforms to economic policy that level the
playing field. Reforms that may be anti-business (specifically anti-big
business), but are squarely pro-market. The question is whether we can
once again muster the courage to confront the powers that be.
Partire da Muraro per finire a Glucksmann e fare rivoltare Antonio Gramsci nella tomba
La forza dell’uomo
Che mondo sarà il nostro? Un pamphlet di Luisa Muraro
Il nuovo potere immenso, astratto e invisibile che esercitano finanza e informazione
delegittima la politica e la vita Ma l’umanità deve resistere, affermandosi contro ciò che lo nega
di Enrico Palandri
l’Unità 27.6.12 da Segnalazioni
IL
PAMPHLET DI LUISA MURARO DIO È VIOLENTO (NOTTETEMPO, 6 EURO, PP. 75) SI
INNESTA SU DIVERSI LINEE DI PENSIERO. LA PIÙ ARCAICA E PROFONDA È
QUELLA BIBLICA. La violenza di Dio, da Gomorra a Giobbe a qualunque
evento naturale che distrugga umani, animali, natura, rischia di
inaridirsi in autocommiserazione se non trova la forza di chi è stato
plasmato dall’amore femminile che ci ha cresciuto. Come ritrovare questa
forza? Osserviamo la violenza attraverso Marx: il capitale estrae
valore dalla vita, lo monetarizza, lo astrae. Il comunismo è fallito
perché, come diceva Glucksmann, nel mito rivoluzionario si abolisce il
problema delle origini. Non è possibile sostituire a tradizioni
spirituali il materialismo storico, o ci si ritrovano file di contadini
nella piazza rossa a venerare la salma di Lenin o in piazza Tien En Men
per vedere Mao Dze Dong. Quello che viene prima non viene mai solo
superato, si trasforma e resta con noi, che sia il potere feudale, le
lotte di religione, lo scisma o qualunque altro momento nella storia dei
popoli e delle persone. Ma la critica al capitalismo resta al centro
del nostro mondo, anche dopo il crollo del comunismo: più ancora che
nell’epoca industriale, che sta passando alle nostre spalle, la crescita
esponenziale della astrazione del valore dalla vita, la sua
monetarizzazione e finale opposizione alla vita concreta ci mette di
fronte a un quadro che nessuno governa: tramontano le forme
partecipative della politiche (quelle democratiche e quelle
dittatoriali) che hanno caratterizzato il novecento, ed emerge un nuovo
potere che si esercita congiuntamente attraverso finanza e informazione.
Murdoch e Berlusconi, ma anche Repubblica o il Corriere, tutti i media e
le banche divengono i luoghi in cui convergono informazioni e denaro.
Il potere è nel flusso di queste astrazioni, soldi e notizie. Non le
cose e noi, amanti e viventi, ma notizie delle cose, di noi, e
rappresentazioni simboliche delle relazioni sociali. Questo flusso
delegittima la politica, e alla fine la vita stessa.
In questo
territorio il comando non è esercitato da un imperatore come quello
cinese o romano posto al centro della società, ma dall’astrazione. Un
potere immenso, e astratto, invisibile. Tutti noi versiamo costantemente
il denaro che guadagnamo nelle banche, compriamo anche al dettaglio
attraverso ordini che trasferiscono crediti che abbiamo con istituzioni,
se possiamo risparmiamo, investiamo cioè parte del valore del nostro
lavoro nel futuro attraverso le banche, ma questo denaro dalla
concretezza della relazione che ha mediato (ti ho aggiustato il
rubinetto e mi dai quindi 250 euro) entra subito in un flusso di denaro
astratto che assume immediatamente una identità indipendente, il valore
risucchiato dalle vite concrete e trasformato in spread e pensioni, nel
valore di una casa, nell’acquisto di un paio di scarpe o nel fallimento
del bilancio economico di una nazione.
Il territorio di questo impero
è il pianeta intero, e al suo interno le corporazioni si muovono come
le aristocrazie o gli ordini religiosi nel medioevo, in modo
transnazionale,delegittimando costantemente la politica (sono
osservazioni consone a quelle di Negri e Hardt nel libro forse più
influente degli ultimi anni, Impero). Murdoch ha chiesto a John Major di
cambiare politica in Europa, a Blair di sbrigarsi con la guerra in
Iraq. Sua moglie secondo alcune voci nella rete potrebbe essere una spia
cinese, notizia che anche se si rivelasse falsa mostra dove si è
spostato il potere. Ma Murdoch potrebbe anche non esistere, le forze del
mercato agirebbero per lui. I giornali, le televisioni, o semplicemente
i nodi di raccolta e diffusione di informazioni, divengono a
prescindere da Berlusconi e Murdoch il luogo che si sostituisce un poco
alla volta alla politica, la spinge ai margini. Grandi agglomerati di
folle disomogenee che si riconoscono in nome delle idee, ma che hanno un
committente e un pubblico, non cittadini che ne sono il senso
costitutivo. Nodi attraversati da informazioni private e pubbliche, un
unico flusso che tende sempre più all’astrazione, a togliere tempo e
valore dalla vita per spostarla in luoghi digitali, astratti, che si
spostano da Tokyo Buenos Aires in un istante, fanno fallire oggi la
Grecia e domani se credono la Germania, dove raccontiamo dei nostri
amori e versiamo lo stipendio, per poi magari vedere apparire improvvise
risorse e opportunità in un’altra parte del pianeta.
Che mondo è, e
che mondo sarà questo? La risposta più radicale allastrazione è quella
di amarci gli uni con gli altri, già raccomandata da San Paolo. Non per
un generico buonismo, ma perché oppone l’amare e l’amarsi concreto,
l’essere presente gli uni di fronte agli altri, all’astrazione e
monetarizzazione. La forza umana alla violenza del potere. Così
resistono gli umani da sempre alla violenza dell’imperatore,
affermandosi contro ciò che li nega e li nasconde.
Franco Cassano propone un compromesso con gli evasori fiscali e chiede più produttività al lavoro dipendente
Breve storia della politica ossessionata dal consenso
Così le classi dirigenti hanno sempre di più cercato compromessi rinunciando ai progettidi Franco Cassano Repubblica 27.6.12 da dirittiglobali
Così le classi dirigenti hanno sempre di più cercato compromessi rinunciando ai progettidi Franco Cassano Repubblica 27.6.12 da dirittiglobali
Università: abilitazioni nazionali di nuovo nel caos
Il rilievo dei costituzionalisti pare corretto ma è probabile che il ministro e il PD coglieranno la palla al balzo per annullare tutto e preparare la fregatura e che dunque sia tutta una manovra [SGA].
GERINA MARIAGRAZIA, L'UNITA' del 26/6/2012 a pag. 10
INTRAVAIA SALVO, LA REPUBBLICA del 26/6/2012 a pag. 1
Il Cnr distratto sulla cultura umanista
di Tullio Gregory
Corriere 27.6.12 da Segnalazioni
Il
Cnr ha pubblicato il «Documento di visione strategica» per il prossimo
decennio: documento importante nelle sue scelte e raccomandazioni,
redatto da una commissione — nominata dal ministro Profumo — composta di
16 membri, dei quali due stranieri. In larga maggioranza autorevoli
esperti delle cosiddette scienze dure, con un solo rappresentante delle
scienze filologiche, storiche, filosofiche, Michel Gras, studioso
francese di primo piano nel campo della ricerca archeologica: di questo
«equilibrio imperfetto» il documento porta le conseguenze, come si
vedrà.
Poiché il presidente Nicolais, presentando il Documento, ha auspicato che si apra un dibattito, cerchiamo qui di avviarlo.
Tra
le proposte molto positive e innovative mi sembra da segnalare
l'istituzione di Scuole internazionali di dottorato presso i
Dipartimenti e le aree di ricerca Cnr: si avrebbero finalmente scuole
con corsi regolari, di alta specializzazione, con laboratori e
biblioteche, cosa che avviene raramente nelle università dove i
dottorandi sono per lo più abbandonati a se stessi, al massimo affidati a
un tutor, senza corsi regolari.
Molto spazio è giustamente dato alle
tecnologie informatiche e al trasferimento tecnologico. Ma quando si
passa alla definizione delle aree tematiche (differentemente presentate
nel Documento e nella I appendice) ci si trova innanzi a un elenco
piuttosto disordinato di buone intenzioni, di saggi consigli, che
prescindono del tutto dal bilancio del Cnr (la spesa per le iniziative
proposte non è mai quantificata) e soprattutto sembrano ignorare le
ricerche in corso presso i vari Istituti. Siamo di fronte a programmi
che potrebbero trovare forse spazio in una rinata Casa di Salomone, di
baconiana memoria.
Già qualche perplessità desta la serpeggiante
insofferenza per la ricerca di base, riconosciuta come caratteristica
del Cnr, insistendo piuttosto sul rapporto con il mondo dell'impresa,
che è come dire vincolare la ricerca a commesse esterne per un immediato
utile economico, mettendo in crisi quelle attività che garantiscono il
progresso del sapere, come già era posto in evidenza dal panel generale
di valutazione.
In questa prospettiva non stupisce l'emarginazione
delle discipline umanistiche: in tutto il Documento di 63 pagine, i
cenni a queste discipline (accorpate nell'ambigua dizione «scienze
sociali e umane e patrimonio culturale») se fossero raccolti tutti
insieme non occuperebbero più di una pagina; delle stesse discipline si
torna a parlare nella I appendice, occupando due pagine su quindici
complessive. Si aggiunga che in tutto il Documento sono ignorate le
ricerche storiche, filologiche, filosofiche, la cui presenza nel Cnr e
il cui valore sul piano internazionale era stato messo in evidenza dal
panel di valutazione dell'ente collocando al vertice, su 107 istituti,
proprio i due istituti che svolgono ricerche in questo campo. Dato del
tutto ignorato nel Documento che pur utilizza, per altri settori, le
valutazioni del panel.
Peraltro, quando definisce le aree tematiche,
il Documento propone per le scienze economiche, sociali e umane e il
patrimonio culturale (inserite nell'area intestata alla «sicurezza e
inclusione sociale») temi di una genericità significativa: «innovazioni
sociali creative», «lotta contro il crimine e il terrorismo», «libertà
di accesso a Internet», «sensori per stati di crisi», «coesione
sociale», «pace», «legalità e sicurezza», «la rappresentazione dei
beni», «l'eredità storica», «le strategie territoriali». Il tutto
servito con affermazioni di assoluta ovvietà: «il patrimonio culturale
va valorizzato», «il patrimonio culturale immateriale va incrementato».
Né
maggiore chiarezza troviamo nella I appendice, dedicata alle aree
tematiche, ove — ancora una volta ignorando settori di ricerca nei quali
l'ente ha posizioni di prestigio — si indicano alcune priorità: per il
patrimonio culturale, «conoscenza approfondita dei litorali», «turismo
planetario, «miglioramento della rappresentazione e dell'immagine dei
beni culturali, in relazione soprattutto alla persona umana e alla
natura». Per le scienze sociali e umane le priorità sono: «cambiamenti
demografici», «coesione sociale e culturale, legalità e sicurezza»,
«competitività del sistema economico», «pace», «pensare il futuro della
città». Affermazioni tutte che si commentano da sole per la loro
banalità.
Come spiegare questa disattenzione del Documento per le
discipline umanistiche senza riaprire un inutile dibattito — del tutto
privo di senso — sulle cosiddette due culture? Semplicemente ricordando
l'endemica indifferenza, a volte diffidenza, di larghi settori del Cnr
verso le discipline umanistiche (ammesse nell'ente cinquanta anni
orsono) che, come ho avuto altra volta occasione di ricordare, sono
state recentemente «compresse» dal nuovo CdA del Cnr in un unico
Dipartimento, così da mettere insieme l'archeologia micenea con il
diritto privato europeo, la psicologia con il restauro, la filologia
classica con la sociologia industriale. Va anche riconosciuto che la
prospettiva del Documento non differisce dalla politica del Miur e del
Cipe (come si rileva anche dal Piano nazionale della ricerca 2011-2013),
espressione del più miope aziendalismo, tutto volto al prodotto (tanto
caro all'Anvur) vendibile sul mercato e valutabile con criteri
«quantitativi» (oggi ampiamente criticati da tutte le grandi istituzioni
scientifiche europee); di qui l'emarginazione della ricerca di base,
scientifica e umanistica, e più ancora di una cultura che crei valori,
non commerciabili ma essenziali per la crescita della società civile.
Dimenticavo: il Documento auspica l'avvento di apostoli specialisti di
«analisi bibliometriche» per «posizionare la ricerca del Cnr nell'ambito
europeo ed internazionale»; per i direttori scientifici di dipartimenti
e istituti richiede «esperienze gestionali e manageriali», come vuole
l'Anvur per i professori universitari, con i noti risultati.
D'AMARO ORESTE, ITALIA OGGI del 26/6/2012 a pag. 35
FORTE CARLO, ITALIA OGGI del 26/6/2012 a pag. 36
Topo Gigio Mannaro sì che saprebbe come fare!
Intervista
Veltroni: bene la posizione di Casini ma non è tempo di primarie o alleanze
di Maria Teresa Meli Corriere 27.6.12
Bersani e Casini: insieme per uscire dall’emergenza
di Simone Collini l’Unità 27.6.12 da Segnalazioni
Il segretario Pd domani sarà a Bruxelles per un vertice con gli altri partiti progressisti europei
Il leader Udc «Bisogna passare da un esecutivo tecnico a un governo politico delle forze migliori»
ROMA
Da un lato, stringere sul fronte progressista e, dall’altro,
intensificare il dialogo con le forze moderate in vista delle prossime
elezioni. Si snoderà su questi due fronti la strategia di Berani.
Soprattutto ora che il leader dell’Udc Casini ha auspicato un «governo
politico» per il dopo Monti e detto chiaro e tondo che serve un «patto
col Pd per Salvare l’Italia».
All’incontro a palazzo Chigi con il
presidente del Consiglio, Bersani ha ribadito il pieno sostegno del suo
partito al governo, comunque vada il Consiglio europeo di domani e
venerdì: «Siamo una squadra che cerca di portare a casa dei risultati».
Ma il Pd vuole accelerare la definizione di un’ampia alleanza che
governi dopo questa «fase di emergenza», perché le mosse di Berlusconi
non fanno pensare a nulla di buono (e infatti il Pdl ha fatto capire che
in assenza di risultati a Bruxelles tutto sarà possibile) e perché in
questo modo si lancerebbe un segnale rassicurante oltreconfine.
«Speriamo che in Europa non leggano che vuole fare il ministro
dell’Economia», dice con una battuta Bersani a chi lo avvicina al Senato
quando gli riferiscono che Berlusconi si è detto pronto a ricoprire
questo ruolo in un ipotetico governo Alfano. Ma il leader del Pd non ha
molta voglia di scherzare, di fronte a quel che sta avvenendo
nell’Unione e alle esternazioni dell’ex premier. «Chi dice che bisogna
uscire dall’Euro è un pazzo perché significa andare a comperare il
giornale con un chilo di Lire».
L’ITALIA SI FACCIA SENTIRE
Domani
si tiene a Bruxelles un Consiglio europeo che potrebbe segnare in un
modo o nell’altro il futuro della moneta unica e della stessa Unione,
oltre che del nostro Paese. Bersani ha affidato a Monti un mandato pieno
a trattare con Angela Merkel e gli altri leader europei, convinto com’è
che «o dal vertice escono risultati concreti o ci saranno danni seri
per tutti, Germania compresa». L’Italia, dice dopo aver ascoltato le
parole del presidente del Consiglio alla Camera, ha «le carte in
regola»: «La voce per farci sentire l’abbiamo e abbiamo il diritto di
usarla». E se già si è capito che finché rimarrà la Merkel in campo sarà
difficile un via libera agli Eurobond, Bersani non esclude che si
possano trovare «anche altre soluzioni» per affrontare il delicato tema
dei debiti sovrani. A cominciare dal cosiddetto European redemption
fund, che si muove nel solco tracciato dal Fiscal compact siglato dai
governi europei, che potrebbe avere il via libera anche da parte della
Germania e che consentirebbe un abbassamento dei tassi di interesse,
prevedendo che ciascun Paese comunitario trasferisca su un fondo europeo
il debito eccedente la soglia del 60% del proprio Pil.
VERTICE DEI PROGRESSISTI EUROPEI
Bersani
ne ha parlato con Monti ma sta lavorando per «coordinare» le posizioni
anche con le altre forze europee di centrosinistra. Domani il leader del
Pd volerà a Bruxelles per partecipare a una riunione a cui saranno
presenti tutti i leader progressisti europei. Sarà l’occasione per
definire una strategia comune con la Spd tedesca, il Partito socialista
francese e tutti gli altri perché, come dice Bersani, la fase delicata
non si esaurirà nelle prossime 48 ore, che pure saranno «molto
difficili».
A Bruxelles arriveranno anche il leader di Sel Nichi
Vendola e quello dell’Idv Antonio Di Pietro. Il primo ha partecipato
anche alle precedenti riunioni dei progressisti e oggi sarà anche al
forum “Another Road for Europe” promosso da movimenti e associazioni. Il
secondo sarà nella capitale belga per partecipare a una scuola di
formazione promossa dall’Idv. Presenze e assenze che in qualche modo
delineano la futura coalizione di centrosinistra, anche se Vendola
intende battersi fino alla fine per far entrare anche Di Pietro. I due
hanno concordato di fare insieme venerdì alla Camera una conferenza
stampa per chiedere un confronto programmatico interno al
centrosinistra. Non servirà però a far cambiare idea ai vertici del Pd,
che senza una correzione di rotta da parte dell’Idv non intendono
allearsi con l’ex pm.
CASINI E IL PATTO COL PD
Bersani ha
pianificato un percorso che prevede la definizione di una «carta
d’intenti» da far sottoscrivere a chi vuole partecipare alle primarie. E
le recenti aperture di Casini a un «asse» col Pd non cambiano il
programma: in autunno ci sarà comunque l’appuntamento ai gazebo e poi
starà ai centristi confrontarsi con chi ne uscirà vincitore.
Il
leader dell’Udc teme un voto anticipato («sento un’irresponsabilità
crescente») e ieri, oltre a dire chiaro e tondo che è auspicabile dopo
Monti un «governo politico che unisca le forze migliori» e che «i
moderati e i riformisti devono fare un patto per salvare l’Italia» che è
ancora in piena emergenza, ha fatto anche capire, pur precisando di
«rispettare Renzi» (il quale dice che sarà chi vince le primarie a
costruire un progetto per il Paese e definire le alleanze) di auspicare
una vittoria ai gazebo di Bersani: «È solido, non cambia idea dal
mattino alla sera come fanno molti politici oggi».
Confusione e dissimulazione
Gran balletto nel Pdl alla vigilia
dell’eurovertice. Berlusconi irride l’Udc, i berlusconiani la
rimpiangono
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo 27 giugno 2012
Marchionne accerchiato sulla sentenza Pomigliano
Airaudo: “Ci chiami subito”. Ma le altre sigle minacciano: assumere iscritti Fiom discrimina i nostri
di Giorgio Meletti
il Fatto 27.6.12 da Segnalazioni
Abbiamo
chiesto ai nostri avvocati di intervenire sulla Fiat perché si decida a
eseguire la sentenza del Tribunale di Roma”. Giorgio Airaudo, uomo
dell’auto di Fiom-Cgil, appare molto deciso. Il giudice Anna Baroncini
ha stabilito che a Pomigliano devono essere assunti 145 operai iscritti
alla Fiom per sanare la discriminazione, evidente nel fatto che su quasi
2 mila assunti non c’è un solo tesserato del sindacato guidato da
Maurizio Landini. La sentenza sta diventando per Sergio Marchionne una
grana maledettamente complicata.
IERI per il numero uno di
Fiat-Chrysler si è aggiunto un nuovo problema. Le sigle non discriminate
(Fim-Cisl, Uilm, Ugl, Fismic e Aqcf, sindacato di capi e quadri) hanno
dato mandato a loro volta ai propri legali “di impedire atti
discriminatori nei confronti di tutti i lavoratori”. La tesi è che la
sentenza del 21 giugno scorso è essa stessa “discriminatoria” in quanto
creerebbe “una corsia preferenziale” a favore di 145 lavoratori iscritti
alla Fiom rispetto ai 1400, tesserati e non tesserati, ancora in attesa
di essere “riassunti” dalla Newco Pomigliano.
La tesi è stravagante,
ma utile a capire dove ha portato la linea dura di Marchionne.
Ricapitoliamo i fatti. Marchionne chiude la Fiat di Pomigliano e manda
tutti in cassa integrazione. Poi costituisce la nuova società Fip, e
s’impegna a riassumere tutti i circa 3500 lavoratori rimasti a piedi per
produrre la nuova Panda nello stabilimento rinnovato con 700 milioni di
investimenti. Finora ne ha assunti circa 2 mila, ma nessuno degli
iscritti alla Fiom, che nel 2010, all’inizio della vicenda erano 600.
Questo piccolo dettaglio (assunti Fiom non pochi, non pochissimi, ma
zero) ha convinto il giudice che la discriminazione c’era. Da cui
l’ordine alla Fiat, basato su una direttiva europea molto chiara sul
punto, di assumere 145 iscritti alla Fiom per sanare la ferita. Per i
sindacati che non si erano opposti all’accordo di Pomigliano sulle
condizioni di lavoro nella fabbrica rinnovata, la sentenza è una beffa.
Come a Pomigliano sanno tutti, la Fiat ha escluso gli operai Fiom dalla
riassunzione, tanto che gli iscritti da 600 sono calati in due anni a
circa 140.
NEL FRATTEMPO la nuova Panda va male, vende poco. Ieri a
Napoli, a un convegno Cisl, il capo delle relazioni industriali della
Fiat, Paolo Rebaudengo, ancora in carica dopo essere andato in pensione,
ha fatto capire che per adesso le assunzioni si fermano. L’impegno era
di riprendere tutti se la Panda fosse andata bene. Siccome la Panda non
vende, gli attuali 2.100 addetti, in grado di produrre 140 mila auto
l’anno lavorando su dieci turni, sono più che sufficienti. “Le
prospettive economiche e di mercato – ha detto Rebaudengo – sono
peggiori di quando Fiat lanciò il progetto Panda, e non so se oggi
sarebbe possibile proporlo”. Amen.
Così i 145 iscritti alla Fiom
potrebbero essere gli ultimi assunti a Pomigliano, mentre altri 1400
restano fuori dei cancelli e potrebbero assistere all’ingresso trionfale
in fabbrica dei discriminati, quelli contro i quali anche ieri
Rebaudengo li ha incitati a battersi: “Non potete permettere che chi ha
tentato di impedire la realizzazione di tutto questo oggi distrugga
quello che avete fatto”. Così ha detto.
“Questa è la prova che la
Fiat si è incartata – commenta Airaudo – ha fatto di Pomigliano un
simbolo e adesso è vittima del suo stesso simbolismo. La Fiom non ha mai
contestato investimenti e prodotto, ma le condizioni imposte ai
lavoratori. E non ha mai lasciato soli i lavoratori che si opponevano,
che erano molto più numerosi dei nostri iscritti. Al referendum di
Pomigliano il no ha preso il 36 per cento, e i nostri iscritti erano il
13 per cento”.
I sindacati continuano a litigare tra loro (la Fiom
contro tutti). Airaudo fatica a ingoiare il rospo: “A me fa piacere che
adesso si attivino contro le discriminazioni, anche se è un po’ tardi.
L’hanno firmata loro l’intesa secondo cui chi non è d’accordo con
l’azienda sta fuori. Se siamo stati costretti ad andare dal giudice è
perché a Marchionne è stato concesso troppo”.
MA LO SCONTRO tra i
sindacati stavolta non aiuta Marchionne, che nell’imbarazzo ha imposto
ieri alla Fiat il sesto giorno di silenzio stampa, come un bizzoso
presidente di calcio. Nel frattempo il presidente della Confindustria,
Giorgio Squinzi, lo molla, rifiutandosi di commentare la sentenza di
Roma con tono acido: “Ho sempre gestito le mie aziende senza fare
riduzioni di personale e senza fare cassa integrazione, e non sono un
avvocato”. Ma lo stesso Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd, da
sempre schierato con Marchionne e contro la Fiom, stavolta sceglie
l’equidistanza e invita a un disarmo bilaterale proprio a partire da
Pomigliano: “La Fiom accetti l’accordo che ha reso possibile la nascita
di questo gioiello tecnologico, la Fiat faccia il possibile perché a
Pomigliano anche gli iscritti alla Fiom si sentano in tutto e per tutto a
casa propria”. Dev’essere una bella soddisfazione, per un operaio Fiom,
sentirsi riconoscere anche da Ichino che la fabbrica è casa sua. Per
Marchionne invece suona come un segnale da non sottovalutare.
Un libro denuncia l'imperdonabile inefficienza dei servizi segreti della Polonia comunista
Marek Lasota: Karol Wojtyla spiato. Giovanni Paolo II negli archivi dei
servizi segreti, Interscienze
(pagg. 284, euro 23,40).
Risvolto
A capo di una sezione degli uffici della
pubblica istruzione dell'Istituto nazionale della memoria incaricata di
divulgare informazioni sulla recente storia della Polonia, molte delle
quali tenute nascoste in epoca comunista, Marek Lasota rivela il
contenuto dei documenti segreti provenienti dagli archivi dei servizi di
sicurezza polacchi, inerenti le operazioni di spionaggio e le strategie
sotterranee messe in atto nei confronti di Karol Wojtyla durante tutto
il periodo comunista. L'autore offre una sintesi della sua approfondita
ricerca, avvalendosi di stralci tratti dalle relazioni originali redatte
dagli informatori e da quanti concepivano le strategie e gli ordini per
attuarle. Questi fascicoli svelarono al popolo polacco scioccanti
dettagli sulla portata di tali attività e su come Wojtyla fosse stato
bersaglio della Bezpieka fin dal suo primo incarico ecclesiastico.
di Matteo Sacchi - il Giornale 27 giugno 2012
Agli islamofobi ipocritamente femminofili di casa nostra va ricordato che in Italia solo nel 1981 furono abolite le attenuanti per il "delitto d'onore"
Quando la gelosia uccide
Lo scandalo del delitto d'onore, eredità terribile dei classici
di Eva Cantarella
Corriere 27.6.12 da Segnalazioni
Nessuno
poteva dirlo meglio di Giuseppe Pontiggia. Oggi il peggior nemico dei
classici è un nemico che non li affronta, ma li ignora: la
programmazione scolastica. Un nuovo nemico che «delude, amareggia,
scoraggia per la sua stupidità. Dilapidare — noi che ne saremmo i
beneficiari diretti — l'eredità classica, è una ignominia e uno spreco
che nessuna nazione consapevole si permetterebbe». Da allora, le cose
sono precipitate, e una scuola appiattita sul presente ha reso ancor più
forte la necessità di ripetere che la prima funzione della scuola è
quella di formare cittadini dotati di ragione e di coscienza critica:
che i classici, appunto, aiutano in primo luogo a costruire. Non perché,
beninteso, essi siano depositari di valori superiori, eterni e
immutabili, come un tempo si diceva. Ci sono aspetti della loro cultura
oggi inaccettabili: l'idea che la schiavitù fosse naturale, ad esempio, o
che la ragione delle donne fosse diversa e inferiore. Ma per noi è
essenziale conoscere anche questi aspetti. Al di là delle rotture e le
discontinuità che hanno segnato i millenni che ci separano, infatti,
alcuni di essi sono arrivati sino a noi, insieme ad alcune delle regole
giuridiche a questi ispirate. Tra le quali (non potendo ovviamente
occuparci di tutte) ce n'è una sulla quale oggi vale la pena riflettere:
la regola che garantiva pene irrisorie a chi commetteva un «omicidio
per causa d'onore», cancellata dal nostro codice penale solo nel 1981,
dopo aver superato resistenze che solo il suo antichissimo radicamento
riesce a spiegare.
La giustificazione della causa d'onore nasce in
Grecia. Più precisamente nella prima legge ateniese, che nel 621-620
a.C. segnò la fine della cultura della vendetta, sino a quel momento
considerata l'unico modo per difendere l'onore. A partire da quel
momento l'omicidio divenne un reato punito con pene irrogate da
tribunali appositamente istituiti: morte per l'omicidio volontario,
esilio per quello involontario. Ma nel fare questo la legge stabilì
un'eccezione: chi sorprendeva in casa propria un uomo che intratteneva
rapporti sessuali con la propria moglie, madre, figlia, sorella o
concubina non veniva punito. Il suo omicidio infatti era «dikaios», vale
a dire legittimo. Rimasta in vigore per tutto il corso della storia
greca, la regola ispirò Augusto, che nel 18 d.C. concesse al padre
l'impunità per l'uccisione della figlia e del suo amante sorpresi in
flagrante in casa propria o del genero, e al marito, in determinate
circostanze, per l'uccisione dell'amante (uccidere la figlia, anche se
sposata, spettava solo al padre). L'impunità concessa da Augusto era
dunque meno estesa di quella prevista da Draconte, ma nei secoli
dell'impero si ampliò molto sensibilmente. Solo nel 556 Giustiniano
cercò di limitare le uccisioni, con una regola sulla quale vale la pena
soffermarsi: per uccidere impunemente i mariti dovevano preventivamente
inviare all'amante tre diffide scritte. Una regola molto discussa,
specchio ed esempio di una lunga, veramente lunghissima durata delle
mentalità. Per secoli, infatti, la regola delle tre diffide, sempre in
vigore, venne osteggiata suscitando crudeli ironie. Quando, nell'XI
secolo, il diritto romano ricominciò a essere studiato nelle università,
i giuristi si divertivano redigendo dei formulari quali ad esempio
(riportato da Giovanni Nevizzano d'Asti tra XV e XVI secolo), quello che
così suonava: «Io, Martino di Cornigliano in questi scritti denunzio
te, Tristano de Bravi, perché ti sospetto di commettere adulterio con
mia moglie. Astieniti dunque dall'incontrarti con lei e dal parlare con
lei. Se lo farai, io dichiaro in questi scritti che userò contro di te
del rimedio concesso dal diritto...».
Superfluo notare lo sbeffeggio
del marito, il cui nome, Martinus de Cornigliano, è una dotta
attestazione dell'antichità di due termini che tornano con frequenza non
solo nel linguaggio popolare, ma nelle successive opere della
giurisprudenza: «cornua» e «cornutus». Ma proseguiamo: sul finire del
XVI secolo (1583), Giulio Claro Alessandrino scrive che i mariti non
osavano denunciare la moglie adultera «per non incorrere nell'infamia
perpetua che ricade su di loro a causa di una malvagia consuetudine»: i
giudici infatti — scrive Felino Sandeo — deridevano chi proponeva
un'accusa di adulterio, al punto che per i mariti saggi era meglio
«tenersi le corna ("cornua") nel petto». Oppure uccidere, con margini di
impunità sempre più ampi. Il Senato milanese, ad esempio (sentenza 26
aprile 1588) stabilì che l'onore del marito era offeso dal semplice
fatto che si potesse pensare che egli era «cornutus», e successive
sentenze dichiararono che era suo dovere uccidere la moglie adultera e
il complice. E così, rafforzata dal consenso costante della
giurisprudenza, l'idea che l'onore familiare fosse legato al
comportamento sessuale femminile superò anche il secolo dei Lumi.
Neppure la critica illuminista, infatti, mise in discussione la causa
d'onore che, nel 1810, arrivò nel primo codice penale francese come
causa di totale esclusione della pena.
Diverse le previsioni delle
legislazioni italiane, per le quali la causa d'onore non escludeva
totalmente la pena, si limitava a limitarla. Ma allo stesso tempo
estesero l'attenuante alla moglie che uccideva il marito traditore e
alla madre e alla sorella che uccidevano figlia o sorella, anche se non
sposata. E da questi codici la regola giunse al primo codice unitario
(Zanardelli, 1890), e nel 1930, pressoché invariata, al codice Rocco,
che non richiedeva più che gli amanti fossero sorpresi in casa e in
flagranza. Bastava che l'assassino agisse «nell'atto in cui scopriva» la
relazione illegittima. Così che la «causa d'onore» veniva concessa, ad
esempio, a chi aveva scoperto la relazione aprendo una lettera o
ascoltando una telefonata. Le innovazioni introdotte dai codici
italiani, dunque, erano state notevoli. Ma i custodi dell'onore
familiare erano sempre gli uomini: l'estensione del beneficio era stata
concessa alla moglie in considerazione dei suoi «sentimenti di affetto»,
e a madri e sorelle perché il comportamento sessuale illecito di
un'altra donna della famiglia metteva in discussione la loro onestà. Per
vedere cancellato questo articolo, lo abbiamo detto, si è dovuto
attendere il 1981. Ma non sono mancate sentenze successive che hanno
concesso a chi aveva ucciso per causa d'onore l'attenuante di aver agito
«per motivi di particolare valore morale o sociale». E le cronache
odierne, purtroppo, ci costringono a ricordare che esistono ancora
sacche nelle quali questa mentalità non è sparita. Una ragione in più
per studiare i classici: oltre che per i loro grandissimi lasciti, anche
per alcune imbarazzanti eredità, che ci aiutano, comunque, a orientarci
in questo difficile presente.
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