venerdì 29 giugno 2012

Filosofia tedesca e filosofia italiana

CACCIARI MASSIMO, LA REPUBBLICA del 28/6/2012 a pag. 37

Diritto e Stato nazionale nella globalizzazione


Gunther Teubner: Nuovi conflitti costituzionali. Norme fondamentali dei regimi transnazionali, Bruno Mondadori, pp. 208, euro 25).

Risvolto

In questo libro l'autore affronta i problemi del diritto del nuovo mondo globalizzato. Nell'ambito di processi di governance transnazionale trasferimento delle funzioni regolative nelle mani di soggetti transnazionali non pubblici e conseguente carenza di legittimazione democratica -, i modelli giuridici sono chiamati a misurarsi, più che con l'arretramento della sovranità statuale, con il rapporto tra costituzione e autonomie sociali e la pretesa regolativa delle prime sulle seconde. L'analisi di Teubner illustra come i settori funzionali della società sviluppino non solo processi in senso lato di giuridificazione, ma di vera e propria costituzionalizzazione, scardinando l'accoppiamento tra l'idea di costituzione da un lato e lo Stato e la politica istituzionalizzata dall'altro. Il costituzionalismo sociale passa per l'estensione generalizzata dei diritti fondamentali nei diversi regimi transnazionali per scongiurare quegli effetti (auto)distruttivi generati dalle pretese espansive spinte al limite delle razionalità parziali. Il fine è quello di assicurare una possibilità di coesistenza per la pluralità dei discorsi, rivendicando al contempo la specifica autonomia del diritto rispetto agli altri sistemi. 

POTERI COSTITUENTI
Dallo stato nazionale al rimescolamento globale delle carte tra pubblico e privato. «Nuovi conflitti costituzionali» del filosofo tedesco Gunther Teubener per Bruno Mondadori La frammentazione non è una ferita da sanare, ma punto di partenza e esito di una diffusa conflittualità

Massimiliano Guareschi ARTICOLO il manifesto 2012.06.29 - 10 da dirittiglobali

 GUNTHER TEUBNER
Un'opera inserita in quel filone teorico che interroga il mutamento della forma-stato
B. V. ARTICOLO il manifesto 2012.06.29 - 10 da dirittiglobali

Le radici concentrazionarie dell'Europa di oggi


Tara Zahra: I figli perduti. La ricostruzione delle famiglie europee nel dopoguerra (Feltrinelli, pp. 381, euro 30) 

Risvolto

Nel secondo dopoguerra un numero senza precedenti di minori era separato dalla famiglia in Europa. Si trattava di un'autentica emergenza umanitaria. C'erano bambini nei campi di concentramento, in orfanotrofi o campi per profughi, alcuni senza casa, altri lontani dalla patria in quanto adottati o sfollati, altri ancora reclamati dal loro paese o coinvolti nelle deportazioni. Molti erano ebrei, sopravvissuti all'Olocausto o salvi perché nascosti e in esilio. Furono in tanti - educatori, psicologi, politici, militari, operatori sociali di varie nazionalità -a prendersene cura. Si cercò di soccorrerli, durante e dopo la guerra, offrendo loro assistenza materiale e riabilitazione psicologica. E ci si scontrò per decidere la sorte delle nuove generazioni, da cui dipendeva il futuro dell'Europa. I figli perduti, con originalità, studia la ricostruzione europea nel collasso generale di valori e gerarchie tradizionali scegliendo il punto di vista dell'infanzia dispersa. Inizia dalle prime forme di soccorso umanitario all'infanzia (nei casi del genocidio armeno, del primo dopoguerra o della guerra di Spagna), si concentra poi sulla seconda guerra mondiale e in particolare sul dopoguerra, sino alla guerra fredda. Analizza le politiche per l'infanzia, fondate su differenti teorie psicoanalitiche e su opzioni anche opposte - familistiche per gli anglo-americani e collettivistiche per i sionisti -, ma comunque declinate in termini nazionali. 


Deportazioni e sfollamenti: alla fine della seconda guerra mondiale per tredici milioni di orfani e bambini strappati alle famiglie si consumò un’autentica emergenza umanitaria. Uno studio di Tara Zahra

28 giugno 2012

Pragmatismo e critica nel libro di Rocco Ronchi


Rocco Ronchi: Come fare. Per una resistenza filosofica, Feltrinelli

Risvolto
Si ritiene in genere che la filosofia debba rispondere a domande concernenti il che cosa e il perché. Ronchi pensa invece che sia non solo più interessante, ma anche filosoficamente più rilevante chiedersi come: come parliamo oppure come pensiamo, come godiamo, come ricordiamo una parola dimenticata, come ci creiamo un corpo, come facciamo a diventare adulti. Chi si pone le grandi questioni del che cosa e del perché non ha appreso la lezione materialistica e speculativa della più radicale filosofia del Novecento, quella che ha eletto il divenire ad assoluto, che ha smantellato l'idea di una verità trascendente e preordinata al pensiero e che ha portato a termine la rivoluzione copernicana, scalzando veramente l'uomo e la sua coscienza da ogni presunta centralità. Chi invece rimette al centro la domanda pragmatica sul come fare si ritrova parte di un mondo in divenire finalmente libero dall'uomo come unità di misura ultima, un divenire che non è mancanza, bensì atto puro, vita infinita e una singolare gioia "al di là del principio di piacere". La nuova domanda da porsi è allora pratica piuttosto che teorica, ed è una domanda critica, nella misura in cui consente di resistere al falso divenire. Come resistere a questo divenire che pone la mancanza nel cuore dell'essere, che genera ovunque miseria, insufficienza, sofferenza, anche quando promuove un'immensa ricchezza materiale? Ronchi prova a rispondere in sei saggi che cercano di definire modalità di resistenza. 

Carrellata sulle possibili strategie di alterità che non affronta le pratiche di sottrazione all'ordine costituito

Giso Amendola ARTICOLO il manifesto 2012.06.29 - 11 CULTURA da dirittiglobali

Nicola: presente!


Il governatore della Puglia assicura: niente veti sull’Udc. Ma intensifica
il dialogo con Di Pietro Il leader del Pd: «Apprezzabile la disponibilità ad allargare l’alleanza. Nel costruire l’alternativa vanno coinvolte tutte le energie positive del Paese»
Fioroni: «Le primarie? Evitiamo il boomerang»di Virginia Lori l’Unità 29.6.12

«Il campo dei progressisti è ancora nebuloso Ripartiamo dalla denuncia delle politiche liberiste che hanno strozzato il welfare e portato l’Europa in recessione» «Cosa sono le primarie? Sono il congresso del Pd tra Bersani e Renzi? In tal caso ne attenderò l’esito» «C’è chi è turbato dall’idea di ministri vendoliani ma quelli attuali turbano la vita degli italiani»di Simone Collini l’Unità 28.6.12

Ma l’Udc insiste sulle preferenze, mentre per il Pd la condizione è il premio di maggioranza. E se il vertice Ue va male si acceleradi Giovanna Casadio e Carmelo Lopapa Repubblica 28.6.12

di Michele Prospero l’Unità 29.6.12

Nadia Urbinati il Manifesto 29.06.2012

di Giuseppe De Rita e Luca Diotallevi Corriere 28.6.12

Delitto, diritto e neuroscienze

Incredibile: un articolo quasi progressista sul Giornale! [SGA].

Andrea Lavazza e Luca Sammicheli: Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto(Codice edizioni, pagg. 280, euro 15)


Risvolto
L'immagine di uomo adottata dal diritto cioè di persona libera, razionale, consapevole e padrona delle proprie azioni, viene oggi messa radicalmente in discussione dalla ricerca neuroscientifica. Dagli studi più recenti emerge che certe emozioni hanno spesso il sopravvento sulla ragione, che a nostra insaputa siamo condizionati dalle circostanze e che il nostro io è meno solido di quanto pensiamo. La genetica e le neuroscienze sembrano dunque costringere l'ordinamento giuridico a tornare su alcuni suoi quesiti centrali: l'agire criminale è da ritenersi normalmente libero, frutto di un'intenzione consapevole del soggetto? Ha senso punire chi è "determinato" all'aggressività? E a porsene di nuovi: si moltiplicheranno le assoluzioni grazie agli esami cerebrali dell'imputato? Gli psicopatici dovranno essere "scusati" a motivo del loro (presunto) deficit di empatia? Temi tipici delle aule di giustizia, ma fondamentali anche nella concezione generale dell'essere umano; temi che sotto la pressione delle scienze cognitive da più parti si propone di ridefinire, come è già accaduto in alcune discusse sentenze. Andrea Lavazza e Luca Sammicheli offrono la prima panoramica unitaria e ragionata delle ricadute giuridiche, filosofiche e sociali di tali complesse questioni. Con una conclusione che non necessariamente vede il cervello "uccidere" mente e diritto.   


Più si approfondiscono gli studi sul cervello, più diventa labile il concetto di «capace di intendere e volere». E c’è il rischio di un ritorno lombrosiano 

di Matteo Sacchi - il Giornale 28 giugno 2012

Misteri di Sicilia e d'Italia


Marianna Bartoccelli, Francesco d'Ayala: L'avvocato dei misteri. Storia segreta di Vito Guarrasi, l'uomo dei consigli indispensabili che ha condizionato il potere italiano, Castelvecchi.

Risvolto

"Era un uomo intelligente e chiacchierato": così lui stesso si definisce dettando il suo necrologio in un'intervista esclusiva. Questo è stato Vito Guarrasi: avvocato e persona dai consigli indispensabili per chiunque volesse fare affari dalla Sicilia in su. Personaggio controverso e sfuggente, a soli ventisette anni - durante la Seconda Guerra Mondiale - diventa il referente di Eisenhower in Algeria, per poi essere tra i protagonisti nell'armistizio segreto di Cassibile. Su quegli incontri redige un diario giornaliero pubblicato per la prima volta in queste pagine. In pochi anni il suo potere si rafforza, Guarrasi diventa uomo cardine e guida imprescindibile per le trasferte petrolifere (e non solo)]di Enrico Mattei nel Meridione. Viene indagato e prosciolto per essere uno dei mandanti dell'omicidio del giornalista Mauro De Mauro, scomparso nei gorghi di Cosa nostra, proprio perché vicino alla verità sulla morte del presidente dell'Eni. "Don Vito" così viene soprannominato l'avvocato Guarrasi - è anche cugino di Enrico Cuccia e cervello economico del governo di Silvio Milazzo, quello che mette alle corde la Dc di Amintore Fanfani anticipando la stagione del Centrosinistra. Infine, per così dire, è mente giuridica dei discussi cugini Salvo, gli esattori democristiani che foraggiano a lungo tutta la classe politica siciliana, senza eccezioni. In questo libro sono lui e la sua vita a raccontare il lato oscuro dell'Italia. Introduzione di Emanuele Macaluso.
GRECO ANNA MARIA, IL GIORNALE del 27/6/2012 a pag. 11

Ritratto di Henri Poincaré

Poincaré, la sublime imperfezione che porta alla verità 
La ricerca scientifica procede sempre per errori
di Cédric Villani Corriere 29.6.12



Oreste Pivetta: Franco Basaglia, il dottore dei matti, pagine 287, euro 17,00 Dalai Editore

Risvolto

A un trentennio dalla morte, la figura di Franco Basaglia, il suo lavoro e la famosa legge che ha portato alla chiusura dei manicomi, continuano a suscitare grande consenso, ma anche molte critiche. Il libro, racconto di una vita, cerca di ricondurre la vicenda di Basaglia – tra l’antifascismo, il dopoguerra, l’università e la direzione degli ospedali psichiatrici di Gorizia e Trieste – all’interno dei mutamenti epocali che coinvolsero la società e la cultura italiane, in particolare nel tumultuoso ventennio 1960-1980 segnato dalle grandi lotte operaie e studentesche, ma anche dalle bombe stragiste e dal terrorismo, ventennio che si contraddistinse per una spinta riformista mai più ritrovata.
Tra Gorizia e Trieste, Basaglia, unendosi a un gruppo di giovani psichiatri, realizzò, sperimentandola di giorno in giorno, una radicale riforma dell’istituto manicomiale, dopo aver denunciato l’orrore della segregazione e dei mezzi coercitivi utilizzati o dei cosiddetti sistemi di cura (come il massiccio uso dell’elettroshock). Una riforma ispirata non solo a principi di umanità, ma soprattutto al riconoscimento dei diritti del malato, della sua libertà, della sua appartenenza alla società civile, contro una condizione di emarginazione che escludeva qualsiasi possibilità terapeutica.
Obiettivo di questo libro è riconnettere la figura di Basaglia alla cultura e alla politica dei suoi tempi, mostrando il valore della sua battaglia nel cammino d’emancipazione della società italiana, esaltando, allo stesso tempo, il suo carattere di intellettuale capace, di fronte alla crisi della sua disciplina, di misurarsi con la concretezza dei problemi, con un solo vincolo: il rispetto della dignità di ogni essere umano.



La biografia del medico dei matti che ha cambiato la realtà
L’anticipazione Un brano dal libro di Oreste Pivetta, da oggi in libreria, dedicato alla vita dello psichiatra che chiuse i manicomi e propose uno sguardo diverso su follia e umanità

di Oreste Pivetta  l’Unità 28.6.12 da dirittiglobali

Un'attualissima gara di antibolscevismo tra liberali e cattolici


COTTA GABRIELLA, AVVENIRE del 27/6/2012 a pag. 21

Editoria

EMILIA LODIGIANI "HO CREATO IL MITO DEL ROMANZO NORDICO MA STIEG LARSSON NON L'HO VOLUTO"
MAURI PAOLO, LA REPUBBLICA del 28/6/2012 Argomenti di classificazione Int. a LODIGIANI EMILIA  a pag. 39

Ancora sui Terremoti finanziari

Il volume che Raghuran G. Rajan ha dedicato alla crisi dell’economia globale ha più di un merito
di Carlo Lottieri - il Giornale 28 giugno 2012

Memorie di guerra e colonizzazione


Giorgio Bernardelli Avvenire 28 giugno 2012

Canonizzazione

Opere di Claudio Magris, curato da E. Pellegrini e M. Fancelli, Mondadori, più di 1800 pagine (euro 65)

Risvolto

Due Meridiani raccoglieranno un'ampia selezione dell'opera di Magris: il primo, che presenta le sue opere fino al 1995, si apre con i due corposi saggi che hanno inaugurato la sua carriera di studioso capace di diffondere in Italia la conoscenza della cultura mitteleuropea e della civiltà ebraico-orientale, "Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna" (1963) e "Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale" (1971). Si propongono quindi "Illazioni su una sciabola" (1985), il libro che ha segnato il passaggio alla narrativa, e "Danubio" (1986), narrazione che fonde il racconto di viaggio lungo il corso del "fiume blu" con la meditazione sulla stratificazione dell'identità europea contemporanea. Seguono "Stadelmann" (1988), dramma ispirato alla figura del servitore di Goethe; "Un altro mare" (1991), rielaborazione romanzesca della parabola esistenziale di Enrico Mreule, filologo amico di Carl Michelstaedter; "Il Conde" (1993), racconto che sviluppa ancora una volta uno spunto reale, ovvero la storia di un vecchio che ripescava morti dal fiume; e infine "Le voci" (1995), monologo che ha per protagonista un uomo che si innamora delle voci delle donne registrate nelle segreterie telefoniche. Il volume è curato da Ernestina Pellegrini, esegeta d'elezione di Magris che ne ha studiato a fondo l'archivio. Oltre alla bibliografia, alla cronologia e al saggio critico della curatrice, completa il volume un contributo della germanista Maria Fancelli. 



di Marino Freschi - il Giornale 29 giugno 2012

mercoledì 27 giugno 2012

Dopo due guerre mondiali perdute, la Germania è riuscita a mettersi alla testa del Grande Spazio europeo


Germania e Italia. Noi e loro 2.1

Dalla selva di Teutoburgo alle guerre moderne Quello slancio nazionalistico che resiste nei secoli

di Luciano Canfora  Corriere 27.6.12 da Segnalazioni


Nella «Selva di Teutoburgo», nell'anno 9 dell'era volgare, l'esercito romano al comando di Publio Quintilio Varo, attaccato a sorpresa durante la marcia dai quartieri estivi a quelli invernali, fu distrutto dalle truppe germaniche guidate dal principe Arminio, capo della tribù dei Cherusci. Il sito esatto della battaglia è tuttora controverso. Arminio «liberator haud dubie Germaniae» secondo la celebre definizione di Tacito, era stato condotto a Roma sin dall'8 a.C. e lì educato e addestrato nell'ambito di quella scuola militare «di eccellenza» che era l'esercito romano. Dal 4 al 6 d.C. fu tribunus militum e durante la campagna di Tiberio contro i Germani combattè nei ranghi dell'esercito romano. Per i suoi meriti in quelle campagne ebbe la cittadinanza romana e il rango equestre.

L'ostilità di Arminio contro i Romani venne maturando quando Quintilio Varo promosse una romanizzazione forzata (nel campo del diritto innanzitutto) nell'ampia area germanica in quel periodo sotto controllo romano. Il passaggio dall'altra parte fu dunque, nel caso di Arminio, un gesto che dal punto di vista di Roma era un tradimento, dal punto di vista di una (ipotizzata) coscienza nazionale germanica un atto di guerriglia e di liberazione nazionale.
Il passaggio attraverso il tirocinio nei ranghi romani da parte di leader divenuti simbolo della lotta contro Roma non era un fenomeno nuovo. Anche Vercingetorige, al tempo della sofferta conquista cesariana della Gallia, aveva compiuto lo stesso cammino. E forse anche Spartaco, al tempo suo, era stato nelle truppe ausiliarie romane, prima di disertare e divenire in quanto fugitivus schiavo-gladiatore e infine guida sagace della più temibile sollevazione di schiavi del mondo antico.
Francia e Germania quasi contemporaneamente, in momenti di particolare slancio nazionalistico, hanno innalzato monumenti rispettivamente a Vercingetorige e Arminio. Il monumento a Vercingetorige fu voluto da Napoleone III; quello per Arminio, alto 26 metri (Hermannsdenkmal), in stile «peplum», fu eretto a Detmold nella regione westfalica tra il 1841 e il 1875. Era la risposta tedesca non solo a Roma, ma anche alla Francia del Secondo impero.
Per completezza ricordiamo che in occasione della rivoluzione del 1830 un monumento se lo meritò anche Spartaco a Parigi: dapprima esposto nel giardino delle Tuileries e poi ritirato nel Louvre. Era il risultato innanzitutto di un vero e proprio sussulto rivoluzionario, dopo gli anni cupi di Carlo X; ma non è improbabile che una tale statua di tipo canoviano abbia a che fare anche con il risentimento contro Roma dominatrice, visto che Spartaco aveva fatto tremare la repubblica imperiale nel cuore stesso dell'Italia.
Per Mommsen, Teutoburgo aveva segnato una tappa epocale nel processo di riunificazione tedesca, e costituiva l'antecedente più glorioso della riunificazione bismarckiana della Germania. Suo genero Wilamowitz, in un importante «discorso di guerra» pronunciato in Bruxelles occupata dai tedeschi (nel giorno di Pasqua del 1918), si spinse a teorizzare che «gli Stati antichi sono senza eccezione Stati nazionali», mentre gli Stati moderni «sono diventati nazionali non senza l'influenza di modelli antichi». E precisava: «Il sentimento nazionale tedesco è emerso con intensità solo dopo la riscoperta di Tacito e quando venne alla luce la figura eroica di Arminio, il liberator haud dubie patriae suae».
Ci si può seriamente interrogare sulla legittimità dell'uso della nozione di «Stato nazionale» in relazione alla realtà germanica del 9 d.C. Ma, se si considera che anche Engels considerava una battaglia di libertà la lotta dei Germani, e di Arminio, contro l'introduzione del diritto romano in terra germanica (reo di introdurre la proprietà privata), si può ben concludere che il mito di Arminio è un mito davvero pantedesco, condiviso dal liberale Mommsen, dallo Junker-conservatore Wilamowitz e dal socialista Engels (e, nel dodicennio nazista, dall'«Ahnenerbe» di Himmler, adoratore della Germania di Tacito).
Le parole di Engels fanno impressione anche per certe inflessioni razziali: «Varo aveva fatto male i suoi conti. I Germani non erano i Sirii! Imponendo loro la civiltà romana, egli mostrò alle tribù confinanti, costrette a confederarsi, che razza di giogo insopportabile li minacciava e li costrinse a quella unificazione che essi fino a quel momento non erano mai stati capaci di trovare» (Storia e Lingua dei Germani, 1881-1882).
Naturalmente Teutoburgo ha una importanza storica enorme: non tanto perché anticipi un processo di unificazione nazionale che in realtà si produsse molto dopo e attraverso una storia molto accidentata e non sempre esaltante. Fu, quella battaglia, il segnale chiaro e inequivoco — allo stesso modo che Carre sessantadue anni prima all'altro capo dell'impero — dei limiti oggettivi, e non valicabili se non con grande rischio, della possibilità di espansione romana. Nello scontro tra potenze la regola aurea è di comprendere quei limiti e di non trascenderli.
È la ragione per cui, ad esempio, Stalin riteneva azzardato creare un avamposto del proprio impero addirittura fin sull'Elba e avrebbe preferito che, a guerra finita, si costituisse una Germania riunificata e neutrale. Non passò, allora, quel progetto (più moderato di quello di De Gaulle che proponeva la frantumazione del Reich sconfitto in quattro Stati). Il mezzo secolo successivo ha portato la Germania a quella egemonia sull'Europa che a torto il Führer aveva perseguito con le armi, e che oggi è fondata sulla moneta. Finché la ruota della storia non si rimetterà daccapo in moto, con buona pace di Frau Merkel.

Zingales e il Corriere deplorano la borghesia prenditrice ma solo per contestare l'intervento pubblico in economia e santificare il liberismo americano


Luigi Zingales: Capitalism for the People, Basic Books

Risvolto
Born in Italy, University of Chicago economist Luigi Zingales witnessed firsthand the consequences of high inflation and unemployment—paired with rampant nepotism and cronyism—on a country’s economy. This experience profoundly shaped his professional interests, and in 1988 he arrived in the United States, armed with a political passion and the belief that economists should not merely interpret the world, but should change it for the better.
In A Capitalism for the People, Zingales makes a forceful, philosophical, and at times personal argument that the roots of American capitalism are dying, and that the result is a drift toward the more corrupt systems found throughout Europe and much of the rest of the world. American capitalism, according to Zingales, grew in a unique incubator that provided it with a distinct flavor of competitiveness, a meritocratic nature that fostered trust in markets and a faith in mobility. Lately, however, that trust has been eroded by a betrayal of our pro-business elites, whose lobbying has come to dictate the market rather than be subject to it, and this betrayal has taken place with the complicity of our intellectual class.
Because of this trend, much of the country is questioning—often with great anger—whether the system that has for so long buoyed their hopes has now betrayed them once and for all. What we are left with is either anti-market pitchfork populism or pro-business technocratic insularity. Neither of these options presents a way to preserve what the author calls “the lighthouse” of American capitalism. Zingales argues that the way forward is pro-market populism, a fostering of truly free and open competition for the good of the people—not for the good of big business.
Drawing on the historical record of American populism at the turn of the twentieth century, Zingales illustrates how our current circumstances aren’t all that different. People in the middle and at the bottom are getting squeezed, while people at the top are only growing richer. The solutions now, as then, are reforms to economic policy that level the playing field. Reforms that may be anti-business (specifically anti-big business), but are squarely pro-market. The question is whether we can once again muster the courage to confront the powers that be.

Economia Luigi Zingales: la crisi non deriva dal mercato, ma dalle collusioni tra poteri
I salvataggi fatti con i soldi dei contribuenti sollevano gli affaristi dalle loro responsabilità

Partire da Muraro per finire a Glucksmann e fare rivoltare Antonio Gramsci nella tomba

La forza dell’uomo

Che mondo sarà il nostro? Un pamphlet di Luisa Muraro
Il nuovo potere immenso, astratto e invisibile che esercitano finanza e informazione
delegittima la politica e la vita Ma l’umanità deve resistere, affermandosi contro ciò che lo nega

di Enrico Palandri  l’Unità 27.6.12 da Segnalazioni


IL PAMPHLET DI LUISA MURARO DIO È VIOLENTO (NOTTETEMPO, 6 EURO, PP. 75) SI INNESTA SU DIVERSI LINEE DI PENSIERO. LA PIÙ ARCAICA E PROFONDA È QUELLA BIBLICA. La violenza di Dio, da Gomorra a Giobbe a qualunque evento naturale che distrugga umani, animali, natura, rischia di inaridirsi in autocommiserazione se non trova la forza di chi è stato plasmato dall’amore femminile che ci ha cresciuto. Come ritrovare questa forza? Osserviamo la violenza attraverso Marx: il capitale estrae valore dalla vita, lo monetarizza, lo astrae. Il comunismo è fallito perché, come diceva Glucksmann, nel mito rivoluzionario si abolisce il problema delle origini. Non è possibile sostituire a tradizioni spirituali il materialismo storico, o ci si ritrovano file di contadini nella piazza rossa a venerare la salma di Lenin o in piazza Tien En Men per vedere Mao Dze Dong. Quello che viene prima non viene mai solo superato, si trasforma e resta con noi, che sia il potere feudale, le lotte di religione, lo scisma o qualunque altro momento nella storia dei popoli e delle persone. Ma la critica al capitalismo resta al centro del nostro mondo, anche dopo il crollo del comunismo: più ancora che nell’epoca industriale, che sta passando alle nostre spalle, la crescita esponenziale della astrazione del valore dalla vita, la sua monetarizzazione e finale opposizione alla vita concreta ci mette di fronte a un quadro che nessuno governa: tramontano le forme partecipative della politiche (quelle democratiche e quelle dittatoriali) che hanno caratterizzato il novecento, ed emerge un nuovo potere che si esercita congiuntamente attraverso finanza e informazione. Murdoch e Berlusconi, ma anche Repubblica o il Corriere, tutti i media e le banche divengono i luoghi in cui convergono informazioni e denaro. Il potere è nel flusso di queste astrazioni, soldi e notizie. Non le cose e noi, amanti e viventi, ma notizie delle cose, di noi, e rappresentazioni simboliche delle relazioni sociali. Questo flusso delegittima la politica, e alla fine la vita stessa.
In questo territorio il comando non è esercitato da un imperatore come quello cinese o romano posto al centro della società, ma dall’astrazione. Un potere immenso, e astratto, invisibile. Tutti noi versiamo costantemente il denaro che guadagnamo nelle banche, compriamo anche al dettaglio attraverso ordini che trasferiscono crediti che abbiamo con istituzioni, se possiamo risparmiamo, investiamo cioè parte del valore del nostro lavoro nel futuro attraverso le banche, ma questo denaro dalla concretezza della relazione che ha mediato (ti ho aggiustato il rubinetto e mi dai quindi 250 euro) entra subito in un flusso di denaro astratto che assume immediatamente una identità indipendente, il valore risucchiato dalle vite concrete e trasformato in spread e pensioni, nel valore di una casa, nell’acquisto di un paio di scarpe o nel fallimento del bilancio economico di una nazione.
Il territorio di questo impero è il pianeta intero, e al suo interno le corporazioni si muovono come le aristocrazie o gli ordini religiosi nel medioevo, in modo transnazionale,delegittimando costantemente la politica (sono osservazioni consone a quelle di Negri e Hardt nel libro forse più influente degli ultimi anni, Impero). Murdoch ha chiesto a John Major di cambiare politica in Europa, a Blair di sbrigarsi con la guerra in Iraq. Sua moglie secondo alcune voci nella rete potrebbe essere una spia cinese, notizia che anche se si rivelasse falsa mostra dove si è spostato il potere. Ma Murdoch potrebbe anche non esistere, le forze del mercato agirebbero per lui. I giornali, le televisioni, o semplicemente i nodi di raccolta e diffusione di informazioni, divengono a prescindere da Berlusconi e Murdoch il luogo che si sostituisce un poco alla volta alla politica, la spinge ai margini. Grandi agglomerati di folle disomogenee che si riconoscono in nome delle idee, ma che hanno un committente e un pubblico, non cittadini che ne sono il senso costitutivo. Nodi attraversati da informazioni private e pubbliche, un unico flusso che tende sempre più all’astrazione, a togliere tempo e valore dalla vita per spostarla in luoghi digitali, astratti, che si spostano da Tokyo Buenos Aires in un istante, fanno fallire oggi la Grecia e domani se credono la Germania, dove raccontiamo dei nostri amori e versiamo lo stipendio, per poi magari vedere apparire improvvise risorse e opportunità in un’altra parte del pianeta.
Che mondo è, e che mondo sarà questo? La risposta più radicale allastrazione è quella di amarci gli uni con gli altri, già raccomandata da San Paolo. Non per un generico buonismo, ma perché oppone l’amare e l’amarsi concreto, l’essere presente gli uni di fronte agli altri, all’astrazione e monetarizzazione. La forza umana alla violenza del potere. Così resistono gli umani da sempre alla violenza dell’imperatore, affermandosi contro ciò che li nega e li nasconde.

Franco Cassano propone un compromesso con gli evasori fiscali e chiede più produttività al lavoro dipendente

Breve storia della politica ossessionata dal consenso
Così le classi dirigenti hanno sempre di più cercato compromessi rinunciando ai progettidi Franco Cassano Repubblica 27.6.12 da dirittiglobali

Università: abilitazioni nazionali di nuovo nel caos

Il rilievo dei costituzionalisti pare corretto ma è probabile che il ministro e il PD coglieranno la palla al balzo per annullare tutto e preparare la fregatura e che dunque sia tutta una manovra [SGA].

GERINA MARIAGRAZIA, L'UNITA' del 26/6/2012 a pag. 10


INTRAVAIA SALVO, LA REPUBBLICA del 26/6/2012 a pag. 1

Il Cnr distratto sulla cultura umanista
di Tullio Gregory  Corriere 27.6.12 da Segnalazioni


Il Cnr ha pubblicato il «Documento di visione strategica» per il prossimo decennio: documento importante nelle sue scelte e raccomandazioni, redatto da una commissione — nominata dal ministro Profumo — composta di 16 membri, dei quali due stranieri. In larga maggioranza autorevoli esperti delle cosiddette scienze dure, con un solo rappresentante delle scienze filologiche, storiche, filosofiche, Michel Gras, studioso francese di primo piano nel campo della ricerca archeologica: di questo «equilibrio imperfetto» il documento porta le conseguenze, come si vedrà.
Poiché il presidente Nicolais, presentando il Documento, ha auspicato che si apra un dibattito, cerchiamo qui di avviarlo.
Tra le proposte molto positive e innovative mi sembra da segnalare l'istituzione di Scuole internazionali di dottorato presso i Dipartimenti e le aree di ricerca Cnr: si avrebbero finalmente scuole con corsi regolari, di alta specializzazione, con laboratori e biblioteche, cosa che avviene raramente nelle università dove i dottorandi sono per lo più abbandonati a se stessi, al massimo affidati a un tutor, senza corsi regolari.
Molto spazio è giustamente dato alle tecnologie informatiche e al trasferimento tecnologico. Ma quando si passa alla definizione delle aree tematiche (differentemente presentate nel Documento e nella I appendice) ci si trova innanzi a un elenco piuttosto disordinato di buone intenzioni, di saggi consigli, che prescindono del tutto dal bilancio del Cnr (la spesa per le iniziative proposte non è mai quantificata) e soprattutto sembrano ignorare le ricerche in corso presso i vari Istituti. Siamo di fronte a programmi che potrebbero trovare forse spazio in una rinata Casa di Salomone, di baconiana memoria.
Già qualche perplessità desta la serpeggiante insofferenza per la ricerca di base, riconosciuta come caratteristica del Cnr, insistendo piuttosto sul rapporto con il mondo dell'impresa, che è come dire vincolare la ricerca a commesse esterne per un immediato utile economico, mettendo in crisi quelle attività che garantiscono il progresso del sapere, come già era posto in evidenza dal panel generale di valutazione.
In questa prospettiva non stupisce l'emarginazione delle discipline umanistiche: in tutto il Documento di 63 pagine, i cenni a queste discipline (accorpate nell'ambigua dizione «scienze sociali e umane e patrimonio culturale») se fossero raccolti tutti insieme non occuperebbero più di una pagina; delle stesse discipline si torna a parlare nella I appendice, occupando due pagine su quindici complessive. Si aggiunga che in tutto il Documento sono ignorate le ricerche storiche, filologiche, filosofiche, la cui presenza nel Cnr e il cui valore sul piano internazionale era stato messo in evidenza dal panel di valutazione dell'ente collocando al vertice, su 107 istituti, proprio i due istituti che svolgono ricerche in questo campo. Dato del tutto ignorato nel Documento che pur utilizza, per altri settori, le valutazioni del panel.
Peraltro, quando definisce le aree tematiche, il Documento propone per le scienze economiche, sociali e umane e il patrimonio culturale (inserite nell'area intestata alla «sicurezza e inclusione sociale») temi di una genericità significativa: «innovazioni sociali creative», «lotta contro il crimine e il terrorismo», «libertà di accesso a Internet», «sensori per stati di crisi», «coesione sociale», «pace», «legalità e sicurezza», «la rappresentazione dei beni», «l'eredità storica», «le strategie territoriali». Il tutto servito con affermazioni di assoluta ovvietà: «il patrimonio culturale va valorizzato», «il patrimonio culturale immateriale va incrementato».
Né maggiore chiarezza troviamo nella I appendice, dedicata alle aree tematiche, ove — ancora una volta ignorando settori di ricerca nei quali l'ente ha posizioni di prestigio — si indicano alcune priorità: per il patrimonio culturale, «conoscenza approfondita dei litorali», «turismo planetario, «miglioramento della rappresentazione e dell'immagine dei beni culturali, in relazione soprattutto alla persona umana e alla natura». Per le scienze sociali e umane le priorità sono: «cambiamenti demografici», «coesione sociale e culturale, legalità e sicurezza», «competitività del sistema economico», «pace», «pensare il futuro della città». Affermazioni tutte che si commentano da sole per la loro banalità.
Come spiegare questa disattenzione del Documento per le discipline umanistiche senza riaprire un inutile dibattito — del tutto privo di senso — sulle cosiddette due culture? Semplicemente ricordando l'endemica indifferenza, a volte diffidenza, di larghi settori del Cnr verso le discipline umanistiche (ammesse nell'ente cinquanta anni orsono) che, come ho avuto altra volta occasione di ricordare, sono state recentemente «compresse» dal nuovo CdA del Cnr in un unico Dipartimento, così da mettere insieme l'archeologia micenea con il diritto privato europeo, la psicologia con il restauro, la filologia classica con la sociologia industriale. Va anche riconosciuto che la prospettiva del Documento non differisce dalla politica del Miur e del Cipe (come si rileva anche dal Piano nazionale della ricerca 2011-2013), espressione del più miope aziendalismo, tutto volto al prodotto (tanto caro all'Anvur) vendibile sul mercato e valutabile con criteri «quantitativi» (oggi ampiamente criticati da tutte le grandi istituzioni scientifiche europee); di qui l'emarginazione della ricerca di base, scientifica e umanistica, e più ancora di una cultura che crei valori, non commerciabili ma essenziali per la crescita della società civile. Dimenticavo: il Documento auspica l'avvento di apostoli specialisti di «analisi bibliometriche» per «posizionare la ricerca del Cnr nell'ambito europeo ed internazionale»; per i direttori scientifici di dipartimenti e istituti richiede «esperienze gestionali e manageriali», come vuole l'Anvur per i professori universitari, con i noti risultati.

RICCIARDI ALESSANDRA, ITALIA OGGI del 26/6/2012 a pag. 33

D'AMARO ORESTE, ITALIA OGGI del 26/6/2012 a pag. 35

FORTE CARLO, ITALIA OGGI del 26/6/2012 a pag. 36


IL MESSAGGERO del 26/6/2012 a pag. 13

Topo Gigio Mannaro sì che saprebbe come fare!


Intervista
Veltroni: bene la posizione di Casini ma non è tempo di primarie o alleanze
di Maria Teresa Meli Corriere 27.6.12
Bersani e Casini: insieme per uscire dall’emergenza
di Simone Collini l’Unità 27.6.12 da Segnalazioni

Il segretario Pd domani sarà a Bruxelles per un vertice con gli altri partiti progressisti europei
Il leader Udc «Bisogna passare da un esecutivo tecnico a un governo politico delle forze migliori»

ROMA Da un lato, stringere sul fronte progressista e, dall’altro, intensificare il dialogo con le forze moderate in vista delle prossime elezioni. Si snoderà su questi due fronti la strategia di Berani. Soprattutto ora che il leader dell’Udc Casini ha auspicato un «governo politico» per il dopo Monti e detto chiaro e tondo che serve un «patto col Pd per Salvare l’Italia».
All’incontro a palazzo Chigi con il presidente del Consiglio, Bersani ha ribadito il pieno sostegno del suo partito al governo, comunque vada il Consiglio europeo di domani e venerdì: «Siamo una squadra che cerca di portare a casa dei risultati». Ma il Pd vuole accelerare la definizione di un’ampia alleanza che governi dopo questa «fase di emergenza», perché le mosse di Berlusconi non fanno pensare a nulla di buono (e infatti il Pdl ha fatto capire che in assenza di risultati a Bruxelles tutto sarà possibile) e perché in questo modo si lancerebbe un segnale rassicurante oltreconfine. «Speriamo che in Europa non leggano che vuole fare il ministro dell’Economia», dice con una battuta Bersani a chi lo avvicina al Senato quando gli riferiscono che Berlusconi si è detto pronto a ricoprire questo ruolo in un ipotetico governo Alfano. Ma il leader del Pd non ha molta voglia di scherzare, di fronte a quel che sta avvenendo nell’Unione e alle esternazioni dell’ex premier. «Chi dice che bisogna uscire dall’Euro è un pazzo perché significa andare a comperare il giornale con un chilo di Lire».
L’ITALIA SI FACCIA SENTIRE
Domani si tiene a Bruxelles un Consiglio europeo che potrebbe segnare in un modo o nell’altro il futuro della moneta unica e della stessa Unione, oltre che del nostro Paese. Bersani ha affidato a Monti un mandato pieno a trattare con Angela Merkel e gli altri leader europei, convinto com’è che «o dal vertice escono risultati concreti o ci saranno danni seri per tutti, Germania compresa». L’Italia, dice dopo aver ascoltato le parole del presidente del Consiglio alla Camera, ha «le carte in regola»: «La voce per farci sentire l’abbiamo e abbiamo il diritto di usarla». E se già si è capito che finché rimarrà la Merkel in campo sarà difficile un via libera agli Eurobond, Bersani non esclude che si possano trovare «anche altre soluzioni» per affrontare il delicato tema dei debiti sovrani. A cominciare dal cosiddetto European redemption fund, che si muove nel solco tracciato dal Fiscal compact siglato dai governi europei, che potrebbe avere il via libera anche da parte della Germania e che consentirebbe un abbassamento dei tassi di interesse, prevedendo che ciascun Paese comunitario trasferisca su un fondo europeo il debito eccedente la soglia del 60% del proprio Pil.
VERTICE DEI PROGRESSISTI EUROPEI
Bersani ne ha parlato con Monti ma sta lavorando per «coordinare» le posizioni anche con le altre forze europee di centrosinistra. Domani il leader del Pd volerà a Bruxelles per partecipare a una riunione a cui saranno presenti tutti i leader progressisti europei. Sarà l’occasione per definire una strategia comune con la Spd tedesca, il Partito socialista francese e tutti gli altri perché, come dice Bersani, la fase delicata non si esaurirà nelle prossime 48 ore, che pure saranno «molto difficili».
A Bruxelles arriveranno anche il leader di Sel Nichi Vendola e quello dell’Idv Antonio Di Pietro. Il primo ha partecipato anche alle precedenti riunioni dei progressisti e oggi sarà anche al forum “Another Road for Europe” promosso da movimenti e associazioni. Il secondo sarà nella capitale belga per partecipare a una scuola di formazione promossa dall’Idv. Presenze e assenze che in qualche modo delineano la futura coalizione di centrosinistra, anche se Vendola intende battersi fino alla fine per far entrare anche Di Pietro. I due hanno concordato di fare insieme venerdì alla Camera una conferenza stampa per chiedere un confronto programmatico interno al centrosinistra. Non servirà però a far cambiare idea ai vertici del Pd, che senza una correzione di rotta da parte dell’Idv non intendono allearsi con l’ex pm.
CASINI E IL PATTO COL PD
Bersani ha pianificato un percorso che prevede la definizione di una «carta d’intenti» da far sottoscrivere a chi vuole partecipare alle primarie. E le recenti aperture di Casini a un «asse» col Pd non cambiano il programma: in autunno ci sarà comunque l’appuntamento ai gazebo e poi starà ai centristi confrontarsi con chi ne uscirà vincitore.
Il leader dell’Udc teme un voto anticipato («sento un’irresponsabilità crescente») e ieri, oltre a dire chiaro e tondo che è auspicabile dopo Monti un «governo politico che unisca le forze migliori» e che «i moderati e i riformisti devono fare un patto per salvare l’Italia» che è ancora in piena emergenza, ha fatto anche capire, pur precisando di «rispettare Renzi» (il quale dice che sarà chi vince le primarie a costruire un progetto per il Paese e definire le alleanze) di auspicare una vittoria ai gazebo di Bersani: «È solido, non cambia idea dal mattino alla sera come fanno molti politici oggi».

Confusione e dissimulazione
Gran balletto nel Pdl alla vigilia dell’eurovertice. Berlusconi irride l’Udc, i berlusconiani la rimpiangono

Marchionne accerchiato sulla sentenza Pomigliano
Airaudo: “Ci chiami subito”. Ma le altre sigle minacciano: assumere iscritti Fiom discrimina i nostri
di Giorgio Meletti  il Fatto 27.6.12 da Segnalazioni

Abbiamo chiesto ai nostri avvocati di intervenire sulla Fiat perché si decida a eseguire la sentenza del Tribunale di Roma”. Giorgio Airaudo, uomo dell’auto di Fiom-Cgil, appare molto deciso. Il giudice Anna Baroncini ha stabilito che a Pomigliano devono essere assunti 145 operai iscritti alla Fiom per sanare la discriminazione, evidente nel fatto che su quasi 2 mila assunti non c’è un solo tesserato del sindacato guidato da Maurizio Landini. La sentenza sta diventando per Sergio Marchionne una grana maledettamente complicata.
IERI per il numero uno di Fiat-Chrysler si è aggiunto un nuovo problema. Le sigle non discriminate (Fim-Cisl, Uilm, Ugl, Fismic e Aqcf, sindacato di capi e quadri) hanno dato mandato a loro volta ai propri legali “di impedire atti discriminatori nei confronti di tutti i lavoratori”. La tesi è che la sentenza del 21 giugno scorso è essa stessa “discriminatoria” in quanto creerebbe “una corsia preferenziale” a favore di 145 lavoratori iscritti alla Fiom rispetto ai 1400, tesserati e non tesserati, ancora in attesa di essere “riassunti” dalla Newco Pomigliano.
La tesi è stravagante, ma utile a capire dove ha portato la linea dura di Marchionne. Ricapitoliamo i fatti. Marchionne chiude la Fiat di Pomigliano e manda tutti in cassa integrazione. Poi costituisce la nuova società Fip, e s’impegna a riassumere tutti i circa 3500 lavoratori rimasti a piedi per produrre la nuova Panda nello stabilimento rinnovato con 700 milioni di investimenti. Finora ne ha assunti circa 2 mila, ma nessuno degli iscritti alla Fiom, che nel 2010, all’inizio della vicenda erano 600. Questo piccolo dettaglio (assunti Fiom non pochi, non pochissimi, ma zero) ha convinto il giudice che la discriminazione c’era. Da cui l’ordine alla Fiat, basato su una direttiva europea molto chiara sul punto, di assumere 145 iscritti alla Fiom per sanare la ferita. Per i sindacati che non si erano opposti all’accordo di Pomigliano sulle condizioni di lavoro nella fabbrica rinnovata, la sentenza è una beffa. Come a Pomigliano sanno tutti, la Fiat ha escluso gli operai Fiom dalla riassunzione, tanto che gli iscritti da 600 sono calati in due anni a circa 140.
NEL FRATTEMPO la nuova Panda va male, vende poco. Ieri a Napoli, a un convegno Cisl, il capo delle relazioni industriali della Fiat, Paolo Rebaudengo, ancora in carica dopo essere andato in pensione, ha fatto capire che per adesso le assunzioni si fermano. L’impegno era di riprendere tutti se la Panda fosse andata bene. Siccome la Panda non vende, gli attuali 2.100 addetti, in grado di produrre 140 mila auto l’anno lavorando su dieci turni, sono più che sufficienti. “Le prospettive economiche e di mercato – ha detto Rebaudengo – sono peggiori di quando Fiat lanciò il progetto Panda, e non so se oggi sarebbe possibile proporlo”. Amen.
Così i 145 iscritti alla Fiom potrebbero essere gli ultimi assunti a Pomigliano, mentre altri 1400 restano fuori dei cancelli e potrebbero assistere all’ingresso trionfale in fabbrica dei discriminati, quelli contro i quali anche ieri Rebaudengo li ha incitati a battersi: “Non potete permettere che chi ha tentato di impedire la realizzazione di tutto questo oggi distrugga quello che avete fatto”. Così ha detto.
“Questa è la prova che la Fiat si è incartata – commenta Airaudo – ha fatto di Pomigliano un simbolo e adesso è vittima del suo stesso simbolismo. La Fiom non ha mai contestato investimenti e prodotto, ma le condizioni imposte ai lavoratori. E non ha mai lasciato soli i lavoratori che si opponevano, che erano molto più numerosi dei nostri iscritti. Al referendum di Pomigliano il no ha preso il 36 per cento, e i nostri iscritti erano il 13 per cento”.
I sindacati continuano a litigare tra loro (la Fiom contro tutti). Airaudo fatica a ingoiare il rospo: “A me fa piacere che adesso si attivino contro le discriminazioni, anche se è un po’ tardi. L’hanno firmata loro l’intesa secondo cui chi non è d’accordo con l’azienda sta fuori. Se siamo stati costretti ad andare dal giudice è perché a Marchionne è stato concesso troppo”.
MA LO SCONTRO tra i sindacati stavolta non aiuta Marchionne, che nell’imbarazzo ha imposto ieri alla Fiat il sesto giorno di silenzio stampa, come un bizzoso presidente di calcio. Nel frattempo il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, lo molla, rifiutandosi di commentare la sentenza di Roma con tono acido: “Ho sempre gestito le mie aziende senza fare riduzioni di personale e senza fare cassa integrazione, e non sono un avvocato”. Ma lo stesso Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd, da sempre schierato con Marchionne e contro la Fiom, stavolta sceglie l’equidistanza e invita a un disarmo bilaterale proprio a partire da Pomigliano: “La Fiom accetti l’accordo che ha reso possibile la nascita di questo gioiello tecnologico, la Fiat faccia il possibile perché a Pomigliano anche gli iscritti alla Fiom si sentano in tutto e per tutto a casa propria”. Dev’essere una bella soddisfazione, per un operaio Fiom, sentirsi riconoscere anche da Ichino che la fabbrica è casa sua. Per Marchionne invece suona come un segnale da non sottovalutare.

Un libro denuncia l'imperdonabile inefficienza dei servizi segreti della Polonia comunista

Marek Lasota: Karol Wojtyla spiato. Giovanni Paolo II negli archivi dei servizi segreti, Interscienze (pagg. 284, euro 23,40).


Risvolto
A capo di una sezione degli uffici della pubblica istruzione dell'Istituto nazionale della memoria incaricata di divulgare informazioni sulla recente storia della Polonia, molte delle quali tenute nascoste in epoca comunista, Marek Lasota rivela il contenuto dei documenti segreti provenienti dagli archivi dei servizi di sicurezza polacchi, inerenti le operazioni di spionaggio e le strategie sotterranee messe in atto nei confronti di Karol Wojtyla durante tutto il periodo comunista. L'autore offre una sintesi della sua approfondita ricerca, avvalendosi di stralci tratti dalle relazioni originali redatte dagli informatori e da quanti concepivano le strategie e gli ordini per attuarle. Questi fascicoli svelarono al popolo polacco scioccanti dettagli sulla portata di tali attività e su come Wojtyla fosse stato bersaglio della Bezpieka fin dal suo primo incarico ecclesiastico. 



di Matteo Sacchi - il Giornale 27 giugno 2012

Agli islamofobi ipocritamente femminofili di casa nostra va ricordato che in Italia solo nel 1981 furono abolite le attenuanti per il "delitto d'onore"

Quando la gelosia uccide

Lo scandalo del delitto d'onore, eredità terribile dei classici

di Eva Cantarella  Corriere 27.6.12 da Segnalazioni


Nessuno poteva dirlo meglio di Giuseppe Pontiggia. Oggi il peggior nemico dei classici è un nemico che non li affronta, ma li ignora: la programmazione scolastica. Un nuovo nemico che «delude, amareggia, scoraggia per la sua stupidità. Dilapidare — noi che ne saremmo i beneficiari diretti — l'eredità classica, è una ignominia e uno spreco che nessuna nazione consapevole si permetterebbe». Da allora, le cose sono precipitate, e una scuola appiattita sul presente ha reso ancor più forte la necessità di ripetere che la prima funzione della scuola è quella di formare cittadini dotati di ragione e di coscienza critica: che i classici, appunto, aiutano in primo luogo a costruire. Non perché, beninteso, essi siano depositari di valori superiori, eterni e immutabili, come un tempo si diceva. Ci sono aspetti della loro cultura oggi inaccettabili: l'idea che la schiavitù fosse naturale, ad esempio, o che la ragione delle donne fosse diversa e inferiore. Ma per noi è essenziale conoscere anche questi aspetti. Al di là delle rotture e le discontinuità che hanno segnato i millenni che ci separano, infatti, alcuni di essi sono arrivati sino a noi, insieme ad alcune delle regole giuridiche a questi ispirate. Tra le quali (non potendo ovviamente occuparci di tutte) ce n'è una sulla quale oggi vale la pena riflettere: la regola che garantiva pene irrisorie a chi commetteva un «omicidio per causa d'onore», cancellata dal nostro codice penale solo nel 1981, dopo aver superato resistenze che solo il suo antichissimo radicamento riesce a spiegare.
La giustificazione della causa d'onore nasce in Grecia. Più precisamente nella prima legge ateniese, che nel 621-620 a.C. segnò la fine della cultura della vendetta, sino a quel momento considerata l'unico modo per difendere l'onore. A partire da quel momento l'omicidio divenne un reato punito con pene irrogate da tribunali appositamente istituiti: morte per l'omicidio volontario, esilio per quello involontario. Ma nel fare questo la legge stabilì un'eccezione: chi sorprendeva in casa propria un uomo che intratteneva rapporti sessuali con la propria moglie, madre, figlia, sorella o concubina non veniva punito. Il suo omicidio infatti era «dikaios», vale a dire legittimo. Rimasta in vigore per tutto il corso della storia greca, la regola ispirò Augusto, che nel 18 d.C. concesse al padre l'impunità per l'uccisione della figlia e del suo amante sorpresi in flagrante in casa propria o del genero, e al marito, in determinate circostanze, per l'uccisione dell'amante (uccidere la figlia, anche se sposata, spettava solo al padre). L'impunità concessa da Augusto era dunque meno estesa di quella prevista da Draconte, ma nei secoli dell'impero si ampliò molto sensibilmente. Solo nel 556 Giustiniano cercò di limitare le uccisioni, con una regola sulla quale vale la pena soffermarsi: per uccidere impunemente i mariti dovevano preventivamente inviare all'amante tre diffide scritte. Una regola molto discussa, specchio ed esempio di una lunga, veramente lunghissima durata delle mentalità. Per secoli, infatti, la regola delle tre diffide, sempre in vigore, venne osteggiata suscitando crudeli ironie. Quando, nell'XI secolo, il diritto romano ricominciò a essere studiato nelle università, i giuristi si divertivano redigendo dei formulari quali ad esempio (riportato da Giovanni Nevizzano d'Asti tra XV e XVI secolo), quello che così suonava: «Io, Martino di Cornigliano in questi scritti denunzio te, Tristano de Bravi, perché ti sospetto di commettere adulterio con mia moglie. Astieniti dunque dall'incontrarti con lei e dal parlare con lei. Se lo farai, io dichiaro in questi scritti che userò contro di te del rimedio concesso dal diritto...».
Superfluo notare lo sbeffeggio del marito, il cui nome, Martinus de Cornigliano, è una dotta attestazione dell'antichità di due termini che tornano con frequenza non solo nel linguaggio popolare, ma nelle successive opere della giurisprudenza: «cornua» e «cornutus». Ma proseguiamo: sul finire del XVI secolo (1583), Giulio Claro Alessandrino scrive che i mariti non osavano denunciare la moglie adultera «per non incorrere nell'infamia perpetua che ricade su di loro a causa di una malvagia consuetudine»: i giudici infatti — scrive Felino Sandeo — deridevano chi proponeva un'accusa di adulterio, al punto che per i mariti saggi era meglio «tenersi le corna ("cornua") nel petto». Oppure uccidere, con margini di impunità sempre più ampi. Il Senato milanese, ad esempio (sentenza 26 aprile 1588) stabilì che l'onore del marito era offeso dal semplice fatto che si potesse pensare che egli era «cornutus», e successive sentenze dichiararono che era suo dovere uccidere la moglie adultera e il complice. E così, rafforzata dal consenso costante della giurisprudenza, l'idea che l'onore familiare fosse legato al comportamento sessuale femminile superò anche il secolo dei Lumi. Neppure la critica illuminista, infatti, mise in discussione la causa d'onore che, nel 1810, arrivò nel primo codice penale francese come causa di totale esclusione della pena.
Diverse le previsioni delle legislazioni italiane, per le quali la causa d'onore non escludeva totalmente la pena, si limitava a limitarla. Ma allo stesso tempo estesero l'attenuante alla moglie che uccideva il marito traditore e alla madre e alla sorella che uccidevano figlia o sorella, anche se non sposata. E da questi codici la regola giunse al primo codice unitario (Zanardelli, 1890), e nel 1930, pressoché invariata, al codice Rocco, che non richiedeva più che gli amanti fossero sorpresi in casa e in flagranza. Bastava che l'assassino agisse «nell'atto in cui scopriva» la relazione illegittima. Così che la «causa d'onore» veniva concessa, ad esempio, a chi aveva scoperto la relazione aprendo una lettera o ascoltando una telefonata. Le innovazioni introdotte dai codici italiani, dunque, erano state notevoli. Ma i custodi dell'onore familiare erano sempre gli uomini: l'estensione del beneficio era stata concessa alla moglie in considerazione dei suoi «sentimenti di affetto», e a madri e sorelle perché il comportamento sessuale illecito di un'altra donna della famiglia metteva in discussione la loro onestà. Per vedere cancellato questo articolo, lo abbiamo detto, si è dovuto attendere il 1981. Ma non sono mancate sentenze successive che hanno concesso a chi aveva ucciso per causa d'onore l'attenuante di aver agito «per motivi di particolare valore morale o sociale». E le cronache odierne, purtroppo, ci costringono a ricordare che esistono ancora sacche nelle quali questa mentalità non è sparita. Una ragione in più per studiare i classici: oltre che per i loro grandissimi lasciti, anche per alcune imbarazzanti eredità, che ci aiutano, comunque, a orientarci in questo difficile presente.