venerdì 28 settembre 2012

Tradotti gli scritti di Bernanos sulla tecnica

La rivoluzione della libertà. La Francia contro i Robot e altri testi inediti libro di Bernanos Georges
Georges Bernanos: La rivoluzione della libertà. La Francia contro i Robot e altri testi inediti, Cantagalli 2012


Così le macchine ci rendono schiavi (e tristi)

Cantagalli pubblica una raccolta di scritti del grande autore francese. Che con tono profetico analizza i danni della civiltà tecnologica: «Ci lascia più tempo per l’amarezza» 

Il problema delle macchine non è suscettibile di essere risolto attraverso la riduzione del loro numero o con un loro migliore uso. Il macchinismo non è un errore economico o sociale, è un vizio dell’uomo, comparabile a quello dell’eroina o della morfina, ed entrambi non fanno altro che confessare un male segreto, il medesimo scadimento nervoso, una doppia tara dell’immaginazione e della volontà. Quel che è veramente anormale nel tossicomane, non è il fatto che egli usi un veleno, ma è che abbia provato il desiderio di usarlo, di praticare questa forma perversa di evasione, di fuggire la propria personalità, come un ladro scappa dall’appartamento che ha appena svaligiato. Nessuna cura di disintossicazione potrebbe guarire questo infelice dalla propria menzogna, riconciliarlo con se stesso. (…) 

Non ho tuttavia la benché minima pretesa di condannare le macchine, io non credo che l’invenzione della ruota, del timone, della bussola, abbia segnato un arretramento della civilizzazione. Penso al contrario che la macchina dovrebbe essere benevola, liberatrice. Potrei dire altrettanto, tuttavia, dell’oppio o della morfina, perché quando svolgono il loro ruolo, alleggeriscono le torture di certi malati di cancro, rendono la calma ai moribondi. Se il mondo è minacciato di morte dalla propria macchineria, come il tossicomane dalla propria droga preferita, il problema è che l’uomo moderno domanda alle macchine, senza osare dirlo o forse senza ammetterlo, non di aiutarlo a fare fronte alla vita, ma a schivarla, a fare un giro intorno ad essa, come si aggira un ostacolo troppo difficile.(...) 

Lungi dal testimoniare una vitalità eccessiva, l’uomo del macchinismo, a dispetto degli enormi progressi realizzati dalla medicina preventiva e curativa, sembra piuttosto un nevropatico che passa di volta in volta dall’agitazione alla depressione sotto la doppia minaccia della follia e dell’impotenza. 

Costruire delle macchine, lo ripeto, è sempre stata una forma più che legittima di attività umana. Ma che l’attività umana si trovi totalmente piegata verso l’unico fine della fabbricazione delle macchine, questo è un segno di una specie di perversione. 
Propriamente parlando, non è stata la disperazione dell’uomo che ha inventato le macchine, sono state le circostanze che ne hanno favorito l’invenzione e la propagazione in un momento in cui l’uomo cominciava a dubitare della vita, e la sua disperazione si è impadronita di loro, ha espresso in loro, come in un linguaggio segreto, il proprio crescente odio per la vita. Certo, la nostra attività isterica potrebbe dare agli ingenui l’illusione di un amore disordinato della vita (...) 
L’uomo moderno non odia probabilmente la vita, ma non l’accetta più, rifiuta di sottomettersi a essa, e ride dei suoi misteri; ma anche quando ride dei misteri, quando si vanta di poterli penetrare presto o tardi, prova comunque paura di questo tempio immenso, svuotato dei suoi dèi, e in cui risuona lugubremente il proprio passo solitario.(…) 
L’uomo moderno non è un allievo pigro che gioca con le macchine invece di apprendere le proprie lezioni o di fare la preghierina... Le macchine lo distraggono: non nell’accezione divenuta ordinaria, ormai banale, di questa parola, ma nel suo senso esatto etimologico, tarhere. Esse lo allontanano da se stesso e dalla sue angosce. Senza dubbio, ci si può domandare come una lavastoviglie, per esempio, possa essere capace di svolgere questo ruolo. Sembra anche, a prima vista, che tutte queste macchine ingegnose non abbiano altro fine che farci guadagnare del tempo e che, lungi dallo staccare l’uomo dalle sue angosce, gli lascino più tempo libero per ruminare l’amarezza. 
Soddisfatto il bisogno, egli si accontenta per lo più di cambiare la macchina: si getta precipitosamente da una macchina all’altra. Il minimo che esige da questi meccanismi è di rompere brutalmente l’antico ritmo tradizionale, il ritmo umano del lavoro, di accelerarlo a tal punto che non possano più formarsi nel suo pensiero delle immagini spaventose, come nell’acqua frantumata sullo scoglio non si creano i cristalli del gelo. D’altronde, fin qui si è parlato solo delle macchine utili. Quelle che ama di più, per le quali non cessa di sfinire tutte le risorse del proprio genio inventivo, e il cui perfezionamento assorbe i quattro quinti dello sforzo industriale, sono quelle che corrispondono, che sono, per così dire, tagliate esattamente per i riflessi di un angosciato - il movimento che inebria, la luce che riconforta, le voci che rassicurano. 


La rivoluzione senza democrazia di un reazionario
set 2012 Libero  SIMONE PALIAGA 

Georges Bernanos (1888-1948) non è solo uno dei grandi scrittori d’Oltralpe autore di classici come Diario di un curato dicampagna e di Sotto il sole di satana. È un feroce polemista che nel corso dei primi anni del Novecento si scaglia, dal lato monarchico e nazionalista dello scacchiere politico, contro i miti del progressismo e della Terza Repubblica. 

Quando abbandona ladestra rivoluzionaria e nazionalista, nei lustri iniziali del secolo scorso, non lo fa per abbracciare le sorti progressive e democratiche. Fustiga Franco, Pétain e Hitler, ma non per difendere la democrazia che gli ispira la stessa diffidenza del fascismo. 

E per gli stessi motivi rifiuta Vichy, incarnazione della tradizione democratica, sempre pronta a piccoli calcoli e miseri compromessi per sopravvivere; e propende per la Londra gollista, che invece perpetua quella tradizione di libertà che consente a un pugno di uomini di scrivere la storia della Francia come si scrive un romanzo. 

Scrive col fuoco perché rimpiange la vitalità, vista con gli occhi di un cattolico intransigente, che si eclissa nella Francia del Novecento. Ed è la stessa vitalità fiaccata dalle macchine che attacca nell’ultimo libro pubblicato in vita prima della morte La Francia contro i robot che ora, insieme, ad alcuni inediti è stato pubblicato in La rivoluzione della libertà (Cantagalli, pp. 200, euro 14). Questa raccolta è importante perché, come si legge nelle righe pubblicate qui a fianco, non celebra il canto di un reazionario con lo sguardo volto al passato ma quello diunprofeta che sperachela Francia e l’Europa non scelgano la via della disillusione ma, come nel passato, quella della fede.

Quando Bernanos dichiarò guerra ai tecnocrati (e ai loro robot...)Luca Negri - il Giornale Dom, 30/09/2012

IL FOGLIO del 17/11/2012   LIBRI a pag. 3


Da Chomsky (e dal Manifesto) la consueta retorica liberal

Siamo Il 99% - Libro
Da circa 25 anni conosco "il Manifesto"; da altrettanto tempo Benedetto Vecchi evoca l'imminente avvento dell'autogoverno globale dei movimenti del ceto medio riflessivo e non succede mai nulla [SGA].

Noam Chomsky: Noi siamo il 99%, Nottetempo


Risvolto

Nel settembre del 2011, negli Stati Uniti è esploso Occupy, il movimento di contestazione e disubbidienza civile contro il potere ormai fuori controllo del capitalismo finanziario, che ha trascinato in una crisi senza precedenti l'economia statunitense e mondiale.
La forza di questo libro, che raccoglie alcuni interventi di Noam Chomsky ad assemblee e dibattiti promossi dal movimento, è che il lettore italiano lo sentirà "familiare" fin dalle prime righe. Perché i problemi politici, economici e sociali affrontati dallo studioso sono analoghi a quelli che assillano il nostro paese in questo momento critico: il deficit pubblico, la finanziarizzazione diffusa che soppianta l'economia produttiva, l'aberrante concentrazione della ricchezza nelle mani dell'1% della popolazione, l'acuirsi di disuguaglianze che producono una drammatica sfiducia nel futuro, la disoccupazione, il precariato, la recessione.
Chomsky abbraccia le istanze antagonistiche di Occupy, sostenendo la costruzione dal basso di un nuovo concetto di partecipazione democratica e di cittadinanza attiva, e incoraggiando un'idea alternativa della crescita, che superi i circoli viziosi e antidemocratici delle politiche neoliberali.
Un pamphlet per ridare energia a un Occidente sprofondato nella depressione.


TEMPI MODERNI
APERTURA - Benedetto Vecchi il manifesto 2012.09.28 - 11 CULTURA da dirittiglobali

Liu Yandong nel Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese

Cina
La compagna Liu prima donna al potere nella fortezza rossa
di Giampaolo Visetti Repubblica 28.9.12 da micciacorta

Il bue dell'abusivismo colonial-edilizio - detentore di svariate armi nucleari - affossa lo Stato palestinese e dice cornuto all'asino

Onu, show di Netanyahu sulla Bomba “L’Iran è come Al Qaeda, va fermato”

Forse Bersani capisce che si è fregato con le sue stesse mani

La svolta di Monti: se serve, ci sarò
«Un bis? Spero di no, ma sono pronto se lo chiedono. Così rassicuro i mercati»Maurizio Caprara, Corriere della Sera | 28 Settembre 2012 
di Federico Rampini Repubblica 28.9.12 da comedonchisciotte

IL TEMPO ZERO DELLA POLITICA
FERRUCCIO DE BORTOLI, Corirere della Sera | 28 Settembre 2012

Gelo del Pd: cambia tutto
Bersani:se qualcuno vuole rendere le elezioni inutili, mi riposo. Renzi d’accordo con il segretariodi Carlo Bertini La Stampa 28.9.12 da dagospia

L’era dei tecnici finisce in archivio

Cosa volevano, tè e pasticcini?


Hope Hamilton: Sacrificio nella steppa. La tragedia degli Alpini italiani in Russia, Rizzoli, pp. 462, euro 21

Risvolto

“Ho bisogno solo di qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative”: così nell’estate del 1940 Mussolini giustifica all’allora capo di stato maggiore, Pietro Badoglio, l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. E quando un anno dopo Hitler invade la Russia il Duce, abbagliato dalla possibilità di una vittoria veloce a fianco dei nazisti e della spartizione del bottino, invia in poche settimane un corpo di spedizione a sostegno delle truppe tedesche. Il prezzo di questa decisione, frutto di un calcolo cinico quanto catastroficamente sbagliato, è altissimo: dei 220.000 soldati italiani che nella primavera 1942 sono dislocati sul Don solo 100.000 tornano a casa. Impreparati sul piano militare, mal equipaggiati, guidati da comandi incompetenti e costretti a subire continue umiliazioni anche dai propri alleati, soccombono alla forza d’urto dell’esercito sovietico e al martirio della ritirata, alla fame, al gelo, alle condizioni disumane dei campi di lavoro e di rieducazione. Alla fine della guerra, le esigenze dei veterani si perderanno nel turbinio della retorica patriottica e la verità sul trattamento ricevuto da parte dei russi e le grandi sofferenze patite verrà sacrificata alle esigenze della propaganda politica: “Dite che siete stati bene” ordinerà qualcuno. A settant’anni dalla campagna di Russia, Hope Hamilton ripercorre la storia del corpo degli alpini attraverso le testimonianze di chi partecipò alla spedizione; ci racconta il viaggio dei reduci nell’Europa devastata dagli scontri, l’orrore del fronte, la rabbia dei sopravvissuti traditi due volte dal proprio Paese: dal governo fascista che li aveva mandati al massacro, e da quello del dopoguerra che tentò di cancellare con un colpo di spugna la memoria delle loro sofferenze.


Ma la rieducazione sovietica fu un fallimento 

Nelle memorie dei reduci dalla prigionia il vano tentativo di indottrinamento politico. Anche a opera di esuli italiani 
27 set 2012  Libero  GIUSEPPE PARLATO 


Tra il settembre e l’ottobre 1942, le divisioni Julia, Tridentina e Cuneense raggiunsero il fronte del Don: insiemeconle divisioni Sforzesca, Cosseria, Taurinense e Vicenza, oltre ad altri corpi alpini e di cavalleria, costituivano l’Armata Italiana in Russia, il corpoche Hitler aveva chiesto nella primavera del 1942 per dare il cambio alle logorate truppe tedesche che da circa un anno combattevano contro i sovietici. Iniziava in quei mesi una tragedia terribile, che vide l’esercito italiano decimato dalle truppe sovietiche e dall’inverno. 

Di queste vicende si occupa Hope Hamilton nel libro Sacrificio nella steppa. La tragedia degli Alpini italiani in Russia ( Rizzoli, pp. 462, euro 21). L’autrice, nipote di due reduci dalla Russia, ha condotto un’indagine interessante, basandosi sull’ampia memorialistica esistente degli Alpini stessi e su qualche testo inedito. Ne emerge un quadro vivace, in cui le inaudite sofferenze vengono contestualizzate nel lungo periodo della nostra presenza in Russia, compresi i periodi di detenzioneneicampidi prigioniaequellioccupati dal ritorno in patria. 

La scelta di basarsi sulle testimonianze dirette, se da un lato conferisce freschezza e immediatezza al racconto, dall’altro penalizza un po’ l’inquadramento storico: infatti, così come è preciso lo svolgersi delle azioni delle truppe alpine, talvolta è carente la parte storica di riferimento: proprio nella prima pagina vi è una rara concentrazione di sviste e imprecisioni a proposito del fascismo, laddove si sostiene che Mussolini «aveva assunto i poteri dittatoriali tre anni dopo la fondazione del PNF, nel 1922»: i tre anni non sono dalla fondazione del Pnf, ma dalla nascita dei Fasci di Combattimento, e comunque Mussolini nel 1922 non instaura una dittatura ma un governo di coalizione: la dittatura arriva nel 1925. Questi accenni, come l’analisi delle ragioni che indussero il Duce a intervenire nella campagna di Russia, costituiscono gli elementi più deboli del volume, il quale invece diventa interessante dal momento in cui si dà voce alle testimonianze degli Alpini. 


La guerra contro la Russia («Operazione Barbarossa») era cominciata nel luglio 1941, quando Hitler aveva attaccato improvvisamente l’Urss con la quale i tedeschi avevano un patto di non aggressione siglato dai rispettivi ministri degli Esteri, Ribbentrop e Molotov, nell’agosto del 1939. L’Italia, che ha già subìto rovesci in Grecia e in Africa Settentrionale, cerca un’occasione di ricatto; Mussolini è convinto che la guerra sarà lunga e dura e che l’unica cosa da fare è attendere il logoramento dei concorrenti per poi giungere a una trattativa di pace. Dopo avere tentato di fare da solo in Grecia, Mussolini è quasi obbligato a seguire il suo alleato in Russia, nonostante che Hitler sia tutt’altro che favorevole. Lo sarà invece nel 1942, quando si accorgerà che la liquidazione dell’Urss prima dell’inverno è una chimera. 

Belle e drammatiche risultano le descrizioni delle battaglie, dello sforzo degli Alpini, del freddo, della fame, della paura e dell’ardimento. Poi, l’accerchiamento e la lunghissima ritirata, segnata dalla disponibilità dei contadini russi ad aiutare gli italiani e dalla ferocia dei soldati russi che vedevano in noi non soltanto degli invasori ma anche dei fascisti. L’odio nei confronti dell’invasore si unisce all’odio ideologico: di ciò si ha notizia soprattutto nei campi dove gli italiani che non sono riusciti a proseguire la ritirata vengono internati come prigionieri. In quella sede provano la novità della “rieducazione” politica, fatta da commissari del popolo o da comunisti italiani esuli in Urss. Giustamente rileva l’autrice che questo indottrinamento ebbe scarso successo: infatti l’impatto delle vicende russe scardinò facilmente la fede fascista nella maggioranza dei soldati italiani, ma nello stesso tempo ciò finì col vaccinarli contro tutte le dittature. 

Piuttosto è significativo ciò che accadde al capitano Gino Beraudi, prigioniero in un campo vicino a Mosca, al quale le autorità sovietiche chiesero - conoscendo le sue simpatie repubblicane - di iscriversi una volta in Italia al Partito repubblicano: sarebbe stato aiutato dai servizi segreti sovietici a fare carriera politica a condizione di passare informazioni politiche e personali.

  • 27 set 2012
  • Libero
  • ROBERTO FESTORAZZI

Ardori da strapaese spenti in un inferno di ghiaccio

Settant’anni fa i nostri soldati raggiungevano il fronte del Don animati dalla convinzione di salvare la civiltà dal bolscevismo. Un documento familiare ne ricostruisce speranze e illusioni

Circa 70 anni fa, nell’estate del 1942, i territori russi sottoposti all’occupazione dell’Asse raggiunsero la massima estensione. Lo sterminato fronte orientale, dal Baltico alla Crimea, pareva non riuscire a contenere l’impeto delle armate italo-tedesche. E invece erano i prodromi della fine. Nel giro di pochi mesi, le truppe dell’Asse si dimostrarono incapaci di tenere le posizioni. La battaglia di Stalingrado, iniziata in agosto allorquando la 6ª Armata del generale Friedrich Paulus si attestò nelle difese esterne della città sul Volga, si concluse il 31 gennaio ’43 con la capitolazione dei resti delle forze assedianti, schiacciate in una micidiale tenaglia dalla controffensiva dell’Armata Rossa. L’ecatombe di Stalingrado, che comportòper i tedeschi la perdita di 120mila uomini, oltre ai 50mila feriti, significò la rottura della spina dorsale delle forze germaniche schierate sul versante meridionale del fronte orientale, verso il petrolio del Caucaso.
Mussolini, che fin dall’inizio volle fiancheggiare Hitler nell’attacco all’Orso sovietico, rafforzò il nostro contingente: alle prime divisioni, che avevano dato vita al Csir (Corpo di spedizione italiano in Russia), si affiancarono nuove unità. Nacque così l’Armir, l’8ª Armata italiana in Russia, costituita nel luglio del 1942. In totale, 229mila uomini, male armati e peggio equipaggiati.
Nell’estate del ’42, gli italiani, che occupano il bacino industriale del Donez, avanzano verso il Don. Attorno alla metà di agosto, hanno raggiunto le posizioni assegnate lungo gli affluenti del Don, a protezione del fianco sinistro delle truppe impegnate nella battaglia di Stalingrado. La notte del 24 agosto 1942, ebbe luogo un episodio celebrato da un’illustrazione di Beltrame sulla prima della Domenica del Corriere. A Isbuscenskij, poco distante dalle rive del Don, le 650 sciabole del Savoia Cavalleria si gettarono alla carica di duemila siberiani armati di cannoni e parabellum. Una battaglia in stile risorgimentale, che ai russi costò 150 morti, 300 feriti e 500 prigionieri, a noi 32 perdite e 52 feriti. Un glorioso astro che brillò in un cielo che presto sarebbe stato desolatamente buio.
Il 19 novembre ’42, scattò la controffensiva dell’Armata Rossa volta ad accerchiare le truppe della 6ª Armata di Paulus, immobilizzate a Stalingrado, e rapidamente strette in una mortale sacca. Gli italiani tennero le posizioni per interminabili giorni, sotto il martellamento sovietico. L’ordine di ripiegare dal Don venne diramato solo il 17 gennaio ’43. Con la disfatta di Stalingrado, si preparava il martirio della ritirata, nel terribile inverno russo: un inferno di ghiaccio e di morte. Dei 229mila uomini partiti, alla fine ne mancarono all’appello quasi 75mila.
I diari dei reduci hanno costituito la fonte più genuina e autentica del colossale massacro. Proprio di recente ho trovato le minute di alcune lettere inviate a famigliari e amici da mio nonno Pietro Festorazzi, partito volontario per la campagna di Russia nell’autunno del 1941. Classe 1903, mio nonno era stato un pioniere del fascismo in terra lariana. Aveva aderito al movimento mussoliniano fin dagli albori, nel novembre del 1920, e in seguito era stato fondatore e segretario politico del Fascio di Bellano, sul lago di Como.
Sul fronte ucraino, il nonno fu assegnato all’Intendenza dello Csir, a Stalino. Era partito volontario, a 38 anni, lasciando a casa la moglie e tre figli, con lo spirito del crociato che andava a riscattare la Russia dalla sua eresia comunista. Lo leggo in questa pagina, che trabocca di fervore ideologico, e aiuta a comprendere con quali speranze e ansie missionarie fossero partiti i fascisti italiani, quelli della vecchia guardia il cui idealismo pareva direttamente connesso con le sorgenti ispiratrici dell’antico squadrismo anticomunista, quello del 1920-22: «Finalmente il mio sogno che dal giorno della dichiarazione di guerra contro la Russia avevo sempre accarezzato improvvisamente si realizzava. Per noi che abbiamo combattute le prime battaglie contro il bolscevismo nelle vie e nelle piazze della nostra città e dei nostri paesi nei lontani anni della nostra giovinezza quando tutti i benpensanti ci guardavamo con commiserazione, il poter ora partecipare alla lotta finale decisiva contro il bolscevismo aveva un significato speciale. Ciè sembratodi ritornare agli anni di gioventù e il nostro spirito battagliero con gli anni assopito, ma non morto, si è ridestato nella sua pienezza. “Siamo giovani, abbiam vent’anni, l’avvenire non temiam! Giovinezza, Giovinezza!”, “Avanti, o Disperata, avanti nella battaglia, se vincerà il fascismo noi salverem l’Italia”, ma ora non si salva solo l’Italia, si salva la civiltà, si salva il mondo intero».
Il nonno rimpatriò nel dicembre del 1942, tra le avanguardie della ritirata. Riuscì a sfangarla, ma non amava rievocare quell’esperienza che spense per sempre i suoi ardori giovanili senza peraltro spezzare la sua anima di ferro. 

Sul Giornale la raccolta dei peggiori criminali di guerra dalla fine del XVIII secolo ad oggi


L'America ha tante facce, eccole Non c’è nulla che racconti gli Stati Uniti meglio delle vite (pubbliche e private) degli uomini che li hanno guidati Giuseppe De Bellis - il Giornale Mar, 25/09/2012

Panico nelle redazioni


ITALIA OGGI del 27/9/2012
ANNUNZIATA: NON SCRIVERO' PIU' PER I GIORNALI (PLAZZOTTA CLAUDIO) a pag. 19

Le Giornate della traduzione letteraria a Urbino


TRADUTTORI A CONVEGNO
Le Giornate della traduzione, la cui decima edizione si apre oggi a Urbino, sono uno dei tanti segnali della nuova visibilità, anche in Italia, di un mestiere a lungo trascurato e sommerso. Con i «translation studies» emerge finalmente il ruolo politico di una pratica profondamente connessa con la sfera pubblica

APERTURA - Camilla Miglio il manifesto 2012.09.28 - 10 CULTURA da micciacorta

Raccolte / IN UN VOLUME EDITO DA VOLAND GLI ATTI DEI PRECEDENTI INCONTRI

Come ha osservato lo scrittore martinicano Édouard Glissant, «ascoltare l'altro, gli altri, significa accettare che la verità dell'altrove si opponga alla nostra verità»

TAGLIO MEDIO - Isabella Mattazzi il manifesto 2012.09.28 - 10 CULTURA da micciacorta

Latinisti a convegno

Sacerdos. Figure del sacro nella società romana
Castello Canussio - Cividale del Friuli
26 27 28 settembre 2012


Cultura
Il latino non è bello se non è litigarello A Cividale il convegno di antichisti della Fondazione Canussio. Un’avventura culturale che rischia
di finire
Maurizio Assalto La Stampa  28/09/2012

Viaggio nelle Madonie


Alessandra Turrisi Avvenire
 28 settembre 2012

Ricordo di Piero Melograni

Melograni, che non volle essere “fiore all’occhiello”
Addio allo storico deluso dai due amori impossibili, leninismo e forzismo
Federico Orlando Europa 28 settembre 2012
Roberto Chiarini - il Giornale Ven, 28/09/2012

Il permaloso Carofiglio si arrampica sugli specchi e Battista fa il Battista

La versione di Carofiglio
da Repubblica 28 settembre 2012

SE GLI INTELLETTUALI FANNO CLAN CONTRO LA QUERELA DI CAROFIGLIO
BATTISTA PIERLUIGI 28/09/2012 CORRIERE DELLA SERA 50








giovedì 27 settembre 2012

Ermeneutica e Nuovo Realismo: parla Maurizio Ferraris

«Il nuovo realismo sradica il populismo»

Parla Maurizio Ferraris, filosofo teoretico, che risponde ai suoi critici Una riflessione che parte da lontano: dalla scuola di Pareyson e Vattimo E che alla fine si è rovesciata nella difesa dell’oggettività del reale. Contro il relativismo e la società dei simulacri

di Bruno Gravagnuolo  l’Unità 27.9.12

DISCUSSIONE LUNARE: ESISTONO OGGETTIVAMENTE LE COSE E IL MONDO? O TUTTO È INTERPRETABILE E MANIPOLABILE? Ma è da millenni che la filosofia ci ritorna, con corollari pratici per nulla innocui. Capita che un filosofo torinese di 56 anni, allievo di Vattimo, si ribelli al maestro, dopo averne condiviso il pensiero (debole). Pensiero libertario che affermava: tutto è interpretazione e non «verità», in virtù della tecnica e della civiltà delle immagini. La ribellione dell’allievo coltivata a lungo tra i libri esplode nel 2011 con la querelle su «il nuovo realismo». Vi si sono accapigliati Vattimo, Severino, Eco, e filosofi di diverse scuole. Il ribelle è Maurizio Ferraris, filosofo a Torino, assertore del «nuovo realismo», che afferma di averlo scoperto quando si è accorto col trionfo di Berlusconi che la civiltà delle immagini e delle interpretazioni era oppressiva e ingannevole. Dunque carne al fuoco politica oltre che teoretica. Sentiamo Ferraris.

Professor Ferraris, non crede che limitarsi a dire che le cose e i fatti esistono «oggettivamente» non ci faccia fare nessun passo avanti, né etico né conoscitivo? «Prendiamo la cosa da un altro verso: non crede che dire che le cose e i fatti non esistono oggettivamente (se vuole può anche aggiungere le virgolette, anche se io non ne vedo il motivo) ci faccia fare dei passi in avanti sotto il profilo etico e conoscitivo? Crede che dire che il bianco è nero, che il mondo è una rappresentazione, o che non c’è niente di oggettivo, nemmeno la Shoah, costituisca un avanzamento morale e un progresso del sapere? Io non lo credo, e penso che non lo creda neanche lei. Senza dimenticare poi che il fatto che le cose e i fatti esistano oggettivamente è vero, e il suo contrario è falso. Mi sembra un argomento non trascurabile. È qui che ha inizio il lavoro della filosofia, che personalmente ho articolato negli ultimi vent’anni analizzando i livelli di realtà degli oggetti naturali, degli oggetti sociali e degli oggetti ideali; discutendo la distinzione tra ontologia ed epistemologia; confrontandomi con la tradizione filosofica e le dottrine contemporanee. Se il realismo si limitasse a dire che i fatti esistono sarebbe una scemenza. E spiace che taluni critici lo riducano a questo, non so se per malizia o per insipienza». Nulla è nell’intelletto che prima non fosse nei sensi, diceva un filosofo a Lei ben noto. Che aggiungeva: sì, a parte lo stesso intelletto. Qualche a-priori dovremmo pure ammetterlo, per articolare concettualmente alcunché. Che obietta?
«Se si riferisce al detto “Nulla è nell’intelletto che non fosse prima nei sensi, a parte l’intelletto», i filosofi sono due. Tommaso d’Aquino, nel Medio Evo, sosteneva per l’appunto che “nulla è nell’intelletto che non fosse prima nei sensi”. Quattro secoli dopo, Leibniz, in polemica con gli empiristi, ha aggiunto “sì, a parte lo stesso intelletto”. Voleva dire che non tutto si impara per esperienza, per esempio posso concepire un poligono di mille lati senza averlo mai incontrato nell’esperienza. Non ho niente da obiettare neanche su questo. Morale: sono d’accordo sia con Tommaso, sia con Leibniz. Mi sembrano affermazioni molto ragionevoli, che però non sono pertinenti al dibattito tra realismo e antirealismo, che non riguarda la contrapposizione tra conoscenze apriori e conoscenze aposteriori, bensì lo stabilire se gli oggetti naturali dipendano in qualche modo dai soggetti (come sostengono gli antirealisti) oppure no (come sostengono i realisti, i quali peraltro ammettono tranquillamente che gli oggetti sociali dipendono dai soggetti)».
Crede che gli idealisti moderni Hegel primo fra tutti ritenessero che la realtà fosse un fantasma spirituale e non avesse nulla di oggettivo? Non era quello di Hegel un idealismo oggettivo dove tutto era logico e massimamente oggettivo e razionale, perfettamente conoscibile e senza trascendenza religiosa? Per inciso: quando Umberto Eco afferma con Aristotele che v'è un «senso» nelle cose, lei come reagisce? «Hegel, come Kant, come tanti filosofi dei secoli scorsi, confondeva l’epistemologia (quello che sappiamo) con l’ontologia (quello che c’è). Era probabilmente il risultato del grande e meritevole progresso della scienza moderna: riusciamo a fare delle previsioni attendibili, riusciamo a matematizzare la natura, dunque il mondo si risolve nel sapere. Questa posizione ci trasforma tutti in piccoli fisici e in piccoli chimici, è come se noi, nel rapportarci al mondo, fossimo sempre in un laboratorio, e invece non è così. Se io mi scotto, o se sono depresso, lo sono sia che io sappia tutto di fisiologia, sia che lo ignori completamente. Ed è per questo che, con Eco, con Aristotele, con Gibson, con i gestaltisti, con Husserl, con Hartmann, e con il mondo intero quando non indossa i panni del filosofo trascendentale, affermo che le cose hanno un senso anche indipendentemente dalla nostra attività conoscitiva».
Davvero il realismo empirico può salvarci dalle ideologie e dai populismi e pertanto è intimamente democratico? Non teme lo scientismo e la conversione in dato naturale di relazioni economiche e sociali storicamente determinate, come accade nell’economia liberale e liberista?
«Anche qui mi piacerebbe capovolgere la domanda e chiederle: davvero l’idealismo trascendentale è intimamente democratico e può salvarci dalle ideologie e dai populismi? La domanda suona assurda, quasi comica. E allora perché se capisco bene mi attribuisce una tesi non meno assurda e comica come quella secondo cui il realismo empirico (che per inciso non è affatto la mia posizione, visto che, per esempio, sono realista anche rispetto ai numeri, che non sono oggetti d’esperienza) ci salverebbe dal populismo? Io dico semplicemente che il populismo, come si è visto ad abundantiam, attua il principio secondo cui “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, e sono convinto che su questo punto sarà d’accordo anche Lei, insieme a tanti realisti empirici e idealisti trascendentali che hanno assistito alle cronache degli ultimi vent’anni. Quanto allo scientismo, ho appena spiegato che la confusione tra ontologia ed epistemologia, dunque lo scientismo e il naturalismo, sono un errore molto diffuso nella filosofia
dopo Kant, a cui reagisce il realismo. Perciò quando invito a non confondere gli oggetti sociali con gli oggetti naturali mi impegno proprio a evitare la naturalizzazione di elementi sociali. Non era proprio quello che proponeva Marx quando criticava gli economisti del Settecento?».
Secondo i suoi critici, debolisti, ontologi, metafisici, o post-marxisti, il pensiero è inseparabile dal processo conoscitivo delle cose. Lo era anche per Kant, per il quale l'oggetto andava costruito con le categorie dell'intelletto. Anche Kant stringi stringi era anti-realista?
«La mia posizione realista si fonda proprio sulla tesi secondo cui, confondendo l’essere con il sapere, il trascendentalismo kantiano ha avuto un esito antirealista. Dunque non c’è tanto da stringere: gli antirealisti degli ultimi due secoli derivano da Kant, per il quale “le intuizioni senza concetto sono cieche”, quanto dire che non si possono avere esperienze di oggetti senza averne dei concetti. Il che è problematico e richiede delle distinzioni che Kant non ha fatto: vale per gli oggetti sociali (un tipo di oggetti che Kant non aveva preso in considerazione) ma non per gli oggetti naturali (quelli a cui Kant si riferiva). Certo, se non avessi il concetto di “intervista” non saprei che cosa stiamo facendo in questo momento, ma ciò non significa che per avere mal di testa devo avere il concetto di “emicrania”. Quanto alla prima parte della sua domanda, sinceramente non capisco: poiché sono fermamente convinto del fatto che “il pensiero è comunque inseparabile dal processo conoscitivo”, sono perfettamente d’accordo, su questo punto, con i debolisti, con gli ontologi (che è poi la categoria a cui appartengo) e con tutti gli altri tipi filosofici che Lei menziona, e che non mi risulta mi abbiano mai obiettato nulla del genere. Se poi qualcuno, per avventura, lo avesse fatto, mi permetto educatamente di dirgli che si è sbagliato, e che non troverebbe nei miei libri una sola riga a sostegno di una tesi così stravagante come quella secondo cui si può conoscere senza pensare».


Ma il realismo non è tutto nuovo

di Luca Taddio  Corriere 27.9.12

Dentro il Nuovo Realismo ci sono voci diverse, posizioni non sovrapponibili. A differenza di Ferraris, col quale condivido il senso generale del Nuovo Realismo, non ho mai provato l'ebbrezza di una svolta realista. Quel «Nuovo» che accompagna il termine realismo è occasionale: è l'aggettivo usato da Ferraris in un suo intervento a un convegno e poi ripreso per esigenze di divulgazione filosofico-giornalistica.
Ho appreso la fenomenologia da Paolo Bozzi che è stato un inguaribile realista in anni in cui andavano di moda altre posizioni; lo stesso Ferraris ha un forte debito teoretico, oltre che teorico, con il filosofo e psicologo sperimentale goriziano. Severino ha ragione quando nota come un'eccellente sartoria filosofica, quale quella italiana, venga ignorata per inseguire modelli meno originali. Egli ricorda spesso Leopardi e Gentile, ma ci sono casi meno eclatanti, come quello di Bozzi, rimasto ai margini della psicologia perché non allineato agli standard dei convegni internazionali o dei paper scientifici delle università americane. Potrei aggiungere che lo stesso Severino, o meglio la sua opera difficilmente eguagliabile per rigore e originalità, dovrebbe stare sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo.
Severino si è mosso per lungo tempo controcorrente: quando uscì Essenza del nichilismo, pochi in Italia parlavano di verità, parola bandita per coloro che volevano occuparsi di filosofia «seriamente». Ma la radicalità del suo discorso si spinge ben oltre gli ultimi decenni del dibattito filosofico. Egli indaga il senso dell'eterno che ci porta al cuore del discorso metafisico, ossia verso l'interpretazione del divenire propria della metafisica occidentale, l'impossibilità che la «cosa» possa diventar altro da sé. Da qui il riferirsi di Severino al principio di identità e di non contraddizione.
Ferraris chiude la sua risposta su «Repubblica» (18 settembre) auspicando un confronto. Il primo richiamo l'abbiamo indicato implicitamente col termine «verità», che ci consente di fare un tratto di strada assieme; il secondo tratto comune può essere dato da quella «metà di secolo», evocata da Severino su «la Lettura», che lo porta ad affermare «un mondo anche senza che appaia questo o quell'individuo empirico». Questo tratto di strada forse è destinato ad interrompersi presto, quando comincia il vero confronto sul significato dell'apparire e della verità, ma qui usciamo dai confini che la divulgazione ci impone. Ancora una volta dobbiamo limitarci a indicare le prime linee fondamentali della contesa teoretica, il senso dell'affermazione del «Tutto». Scrive Severino: «il Tutto contenente è lo stesso Tutto contenuto: il contenente è insieme il contenuto e il contenuto è insieme il contenente». Qui Severino ci sta indicando il «sentiero del Giorno» che trova inizio ne La struttura originaria (1958, Adelphi 1981), ossia nell'opposizione fondamentale tra essere e nulla.
Contrariamente a quanto dichiarato su questo giornale da Vattimo (21 settembre), ritengo il confronto auspicato da Ferraris sull'«apparire fenomenico» una questione serissima, che investe il significato del trascendentale. Certo, nasce nel segno della distanza, ma può prendere corpo a partire dal senso dell'apparire della cosa e di un mondo: di questo mondo indubitabile sia per noi che per Severino, se pur per ragioni diverse.

Una storia delle rappresentazioni grafiche del tempo nell'età moderna


Cartografie del tempo
Daniel Rosenberg e Anthony Grafton: Cartografie del tempo. Una storia della linea del tempo, Einaudi

Risvolto

«Per molti versi quest'opera è una riflessione sulle linee: che siano rette o curve, diramate o intersecate, semplici o arzigogolate, tecniche o artistiche, esse sono le componenti fondamentali dei diagrammi storici. Il nostro assunto è che la linea è una configurazione molto piú complessa e ricca di sfumature di quanto si pensi di solito.
In Cartografie del tempo offriamo un breve resoconto di come sono apparse le moderne formule di rappresentazione cronologica e di come si sono profondamente inserite nell'immaginazione moderna. Nel fare ciò speriamo di gettare un po' di luce sulle concezioni occidentali della Storia, di chiarire la complessa relazione tra idee e modalità di rappresentazione e di offrire una grammatica introduttiva agli aspetti grafici della rappresentazione storica».

Che aspetto ha la Storia? Come disegnereste il tempo?


Il tempo viene per lo piú rappresentato sotto forma di linea: la metafora lineare, infatti, è onnipresente in almanacchi, calendari, tabelle e grafici di ogni genere. Nel linguaggio quotidiano, quando ci si riferisce al trascorrere del tempo, si utilizza un «prima» e un «dopo», lo si considera «lungo» o «breve». Anche se nella sua forma moderna non ha nemmeno 250 anni, la linea del tempo fa talmente parte del nostro bagaglio culturale che si fatica a pensare ci sia stata un'epoca in cui l'abbiamo acquisita per la prima volta. Cartografie del tempo è la prima storia completa delle rappresentazioni grafiche del tempo in Europa e negli Stati Uniti dal 1450 a oggi. È un racconto avvincente, pieno di colpi di scena e personaggi inaspettati. Dai manoscritti medievali fino all'era di Internet, il volume prende in considerazione una vasta gamma di linee temporali che con le loro forme danno vita a emozionanti narrazioni. Una linea del tempo (dalla Creazione al 1753) è lunga sedici metri e mezzo, montata su cilindri girevoli e inserita in un astuccio. Un'altra utilizza le diverse parti del corpo umano per mostrare le genealogie di Gesú e dei sovrani di Sassonia. I diagrammi creati dai missionari del XVIII secolo per convertire gli indiani dell'Oregon ordinano in colonne verticali le storie bibliche. C'è persino il diagramma di comunicazione nel Nord Atlantico del telegrafo di Marconi, datato aprile 1912: segnalava dove si trovava una nave in relazione ad altre imbarcazioni in ciascun momento e non secondo la posizione geografica, e tra queste c'era il Titanic. Ci sono poi opere poco conosciute di personaggi famosi, come la cronologia storica del cartografo Gerardo Mercatore o un gioco mnemonico da tavolo brevettato da Mark Twain. Un libro ricco di sorprese, illustrato da oltre 300 immagini, che svela il ruolo svolto dalle forme visive nella nostra mutevole concezione della Storia.        

VIAGGI NEL PASSATO

Trecento illustrazioni colorate scandiscono il volume «Cartografie del tempo» di Daniel Rosenberg e Anthony Grafton, uscito per Einaudi. Una festa per gli occhi, che tuttavia sottace la brutalità di queste rappresentazioni meccaniche e lineari Dagli schemi medievali, che elencano uragani e morti di re e regine, ai grafici «scientifici» dell'800 positivista

APERTURA - Giacomo Todeschini il manifesto 2012.09.27 - 10 CULTURA

Una lettura paretiana della crisi



E dunque sempre interessante ma parziale [SGA].

Una classe dirigente chiusa ed esausta

Paese destinato a un sicuro declino 

di Giuseppe Bedeschi Corriere 27.9.12



Da molto tempo assistiamo a un blocco nel ricambio della classe di governo, la quale è, da svariati lustri, sempre la medesima. Di qui le lamentele sempre più diffuse: i leader politici non cambiano da decenni, non emergono nuove personalità, non c'è ricambio. E ciò sia a destra (dove Berlusconi sta decidendo se presentarsi come leader alle elezioni), sia a sinistra (dove si fanno sempre più intense le richieste di «ricambio», o, con parola sgarbata ma efficace, di «rottamazione»).
Diceva Vilfredo Pareto che in ogni società c'è uno strato inferiore (molto ampio), che egli chiamava la «classe non eletta» (ovvero la classe dei governati), e c'è uno strato superiore, che egli chiamava la «classe eletta», da lui suddivisa poi in due parti: a) la «classe eletta di governo», e, b) la «classe eletta non di governo». Quest'ultima noi oggi la chiamiamo per lo più «classe dirigente», in senso lato: essa comprende infatti tutti coloro che (per ritornare al linguaggio di Pareto) «hanno gli indici più elevati nel loro ramo di attività», cioè tutti quelli che hanno meritato buoni voti nell'esame della vita, oppure, più semplicemente, hanno estratto numeri fortunati alla lotteria dell'esistenza sociale.
Quali rapporti intercorrono fra queste classi? La «classe eletta di governo», rispondeva Pareto, è forte e vitale nella misura in cui essa assorbe gli elementi migliori della «classe eletta non di governo» (cioè della classe dirigente). Ma questo certo non basta: è necessario anche che la «classe di governo» assorba continuamente gli elementi di qualità superiore che crescono negli strati inferiori (cioè nella «classe non eletta»). Se questo assorbimento (o «circolazione delle élite», come la chiamava il grande sociologo) non avviene, allora la «classe di governo» non è in grado di reagire al proprio invecchiamento, alla propria decadenza, al proprio logoramento. Spiegava Pareto: «Vi è un processo simile a quello che si osserva nell'animale vivente, che non sussiste se non eliminando certi elementi e sostituendoli con altri, che assimila. Se questa circolazione è soppressa, l'animale muore, è distrutto. Accade lo stesso per l'élite sociale, e se la distruzione può essere più lenta, essa non è meno sicura».
Credo che questi concetti svolti da Pareto siano assai utili per capire la situazione attuale del nostro Paese. Da molto tempo, infatti, assistiamo a un vero e proprio blocco nel ricambio della classe di governo, la quale è, da svariati lustri, sempre la medesima. Di qui le lamentele sempre più diffuse: i leader politici non cambiano da decenni, le facce sono sempre le stesse, non emergono nuove personalità, non c'è nessun ricambio nella classe politica. E ciò sia a destra (dove Berlusconi sta decidendo se presentarsi come leader alle elezioni per la sesta volta), sia a sinistra (dove si fanno sempre più intense le richieste di «ricambio», ovvero, con parola sgarbata ma efficace, di «rottamazione»). Per usare il linguaggio di Pareto, le nostre élite politiche governanti, sempre più vecchie ed esauste, non assorbono più elementi validi emergenti dalla classe dei governati. Inoltre, ai livelli intermedi (Regioni, Province, Comuni), esse si circondano di vecchi professionisti della politica (per non dire, in molti casi, di maneggioni), che danno di sé lo spettacolo che danno.
Come si è arrivati a questa situazione? Si tratta certo di un fenomeno complesso, e quindi caratterizzato da diversi aspetti. È probabile che fra le sue cause ci siano anche il crollo delle ideologie (le quali erano sì «sistemi chiusi», e quindi per tanti versi nocivi, e tuttavia erano altamente mobilitanti per i giovani, ai quali davano una forte carica ideale), e il processo di secolarizzazione della nostra società (nei primi decenni della cosiddetta Prima repubblica le grandi organizzazioni cattoliche — l'Azione Cattolica, le Acli ecc. — furono vivai di vitale importanza per la Democrazia Cristiana, ai fini del reclutamento di nuovi dirigenti). Ma io credo che nell'attuale decadenza dei partiti abbia avuto un ruolo fondamentale la prova estremamente deludente che essi hanno dato nella cosiddetta Seconda Repubblica (dove pure, a differenza di quanto avveniva nella Prima Repubblica, si è avuta una alternanza fra due schieramenti): non fu uno spettacolo entusiasmante la litigiosità e l'inconcludenza dei governi di centrosinistra, e fu uno spettacolo deprimente il venir meno del centrodestra a tutte le altisonanti promesse di riforme liberali. Entrambi gli schieramenti, di destra e di sinistra, hanno gravemente deluso le attese, in quanto, una volta al governo si sono dimostrati del tutto incapaci di incidere sui meccanismi economico-sociali paralizzanti, sui privilegi corporativi, sui gravi difetti della macchina dello Stato e della pubblica amministrazione che bloccano la crescita del nostro Paese. Finché si è arrivati sull'orlo del baratro, e i partiti stessi hanno fatto, significativamente, un passo indietro (confessando così il proprio fallimento e la propria impotenza), e hanno insediato un governo di tecnici. Quale entusiasmo, quale passione può suscitare una situazione di questo genere nelle giovani generazioni e nelle classi governate? Come può spingerle a entrare nei partiti, a rinsanguarli, a dedicarsi alla politica, divenuta ormai arena di arrivisti, non di rado senza scrupoli?

Tradotto "Michael", il romanzo di Joseph Goebbels

Michael di Joseph Goebbels: la nuova uscita editoriale di Thule
Un libro dal quale si capisce perché Goebbels decise di cambiare mestiere [SGA].

JOSEPH GOEBBELS: MICHAEL. Diario di un destino tedesco, Thule

Risvolto

È il 1929 quando la Franz Eher Verlag pubblica Michael – Diario di un destino tedesco, il romanzo scritto da Joseph Goebbels. In quell’anno, il futuro ministro del Reich è già responsabile della propaganda del Partito, è deputato al Reichstag, è Gauleiter della “rossa” Berlino ed è considerato uno dei più brillanti ed efficaci oratori dello NSDAP.
Unico romanzo di Goebbels – all’interno di una ricca produzione letteraria, fatta di diari, discorsi politici, articoli di giornale e persino una pièce teatrale come Der Wanderer (Il viaggiatore) – Michael ha avuto una genesi alquanto lunga, che abbraccia un lasso di tempo di una decina di anni.
Michael narra la storia di un giovane soldato tedesco che torna in patria alla fine del Primo conflitto mondiale, e si ritrova a fare i conti con la Germania sconfitta e umiliata di Weimar. Inizialmente s’iscrive all’università, dove incontra l’amore per la studentessa Hertha Holk, e dove comincia a sviluppare il suo pensiero, che si alterna tra lo strazio di vedere la devastazione fisica e morale della sua terra e il travolgente desiderio di aiutare il Paese e il popolo a risollevarsi. Un desiderio che è permeato di ideali socialisti e che lo spingerà ad abbandonare gli studi per trasformarsi in lavoratore. Michael decide quindi di andare in miniera, per dedicare tutto se stesso al sogno di risvegliare il popolo, poiché soltato un lavoratore può parlare in maniera credibile ad altri lavoratori. Qui il suo destino si compirà. Inesorabilmente. Non prima però di avere incontrato – a Monaco, durante un comizio – l’uomo destinato a cambiargli la vita e che vedrà come faro e guida della nuova Germania e dell’Uomo nuovo: Adolf Hitler.

IL GIORNALE del 26/9/2012 
BUFERA SUGLI SCRITTI DEL TENERO GOEBBELS (ABBIATI DANIELE) a pag. 33

Bersaniiiiiiiiii..... tiè!


Monti: "Non mi candido per il bis ma sono pronto a dare un mano"

Il presidente del Consiglio ritorna sull'ipotesi di tornare alla guida dell'esecutivo: "Dopo le elezioni è giusto che i partiti politici possano presentare un premier che sia uno di loro e che non sarò io. Certo che se dovesse essere richiesto, considererei la possibilità"
Repubblica on line 27 settembre 2012)

Nasce la sua «corrente»di Maria Teresa Meli Corriere 27.9.12


Le rovine della destra tra i porci senza ali
di Pietrangelo Buttafuoco  Repubblica 27.9.12


Rimane solamente l’inurbamento fesso e festoso dei nuovi arrivati, traviati dalla vanità e caratterizzati dalla parlata romanesca, che ormai tutti riconoscono come la lingua del ridicolo

Beate le fogne, allora. (Ricordate? “Fascisti carogne, tornate nelle fogne”). Ruggiva l’anno 1994 e c’era il primo governo Berlusconi. Osservate la scena: Pinuccio Tatarella, il primo post-fascista a palazzo Chigi, porta dolci a palazzo Taverna. È il luogo dove Italo Bocchino ha trovato il suo nuovo domicilio. Tatarella bussa e Bocchino apre per accogliere l’ospite nel fragore della conquistata rivincita sociale: indossando una giacca da camera tutta foderata di soddisfazioni.
Beate quelle fogne. A Tatarella viene da ridere tanto da non finirla più. Lascia cadere per terra i dolci (erano zeppole di Bari) e si attacca al telefono. Chiama Gianfranco Fini e gli dice: “Altro che arrivare al Governo! È oggi che ho avuto tutto dalla vita: ho visto Italo in giacca da camera”.
Ruggiva sempre l’anno 1994. Nei pressi di quella dimora, a Roma, c’è il Caffè della Pace. I “professionisti della politica” arrivavano tra quei tavoli per fare le ore piccole, tutta una prima Repubblica se n’era appena andata e le cronache riferivano di un cartello dispettoso fatto trovare all’angolo di piazza Navona: “I signori fascisti sono pregati di accomodarsi altrove”. Quando si dice il dettaglio. A pochi passi, c’è il Raphael, l’albergo da dove Bettino Craxi, il 30 aprile dell’anno precedente, era uscito di gran carriera per chiudere la sua epoca. Ripassate a mente la scena: ad attenderlo, tra i fischi e il lancio oltraggioso delle monetine, c’è una folla inferocita. Sono in gran parte attivisti del Msi. Tra loro (e lo ha ricordato lui stesso, quando si dice il dettaglio) c’è Francone Fiorito, l’ex-attuale capogruppo del Pdl al consiglio regionale del Lazio, quello che oggi, più per nemesi che per contrappasso, rischia una pioggia d’ingiurie identica a quella subita a suo tempo dal leader socialista.
E’ tutta una storia di pari e patta (e scalata sociale) quella della destra alla prova del governo. Teodoro Buontempo dormiva in una Cinquecento parcheggiata davanti Villa Borghese: il contrappasso lo vuole fino a ieri assessore alla Casa, ma la nemesi della destra — il punto di non ritorno all’austera regola dei reduci e dei nostalgici — è stata celebrata con un’altra casa, a Montecarlo, sottratta all’eredità del Msi e poi donata a Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, l’uomo in Lebole.
Ma la destra fatta cartapesta tra musi di porco e toga party — la destra inu-
tilmente sudata di Renata Polverini — non è affatto una caricatura: è il ritratto più sincero dell’ideologia arci-italiana giunta al suo esito politico. Sarebbe stato meglio se i signori consiglieri regionali del Lazio avessero rubato e basta. Chiudere una stagione politica nella ricotta dei festini, schiantarsi di spocchia burina per restarsene tra loro, nella familiarità di passaggi rusticani un po’ scollacciati, anziché ricacciarli sotto al predellino di Berlusconi li ha rintanati un gradino sopra il Bunga-Bunga.
Beate le fogne lasciate alle spalle di tutti questi destri senza più radici cui attingere. Non più con un Leo Longanesi, che se ne fuggì alla prospettiva di mettersi a capo di un partito politico quando dovette ricevere Franco Maria Servello e si accorse che questi, pur sempre americano nello stile, portava calzini corti: “E dovrei fare la grande destra, i Circoli de Il Borghese, con le mezzecalze? ”. Non più con un Giovanni Ansaldo, “Il Vero Signore”, l’autore del libro sulle Belle Maniere, vero prontuario esistenziale dell’uomo di destra, che a quel mondo di disciplinati e di conservatori impartiva la regola delle regole: “Il vero signore non potrà certo raggiungere la popolarità, che è l’alone caldo, solare, in cui, finché dura, si muove il politico vero; ma potrà raggiungere la considerazione che è un’aureola un po’ fredda, un po’ pallida, con cui però egli lenirà l’amarezza dell’impari gara”.
Un’impari gara con le beate fogne perché qui, a sfogliare l’album fotografico di questa brutta fine toccata alla destra dello Spirito, non c’è parentela col Nerone di Ettore Petrolini, né una bizzarria derivata dal berlusconismo, e neppure più una parodia del Bagaglino: c’è solo l’inurbamento fesso e festoso dei nuovi arrivati traviati dalla vanità (non c’è giornale che, intervistandoli, non debba trascriverne i colloqui in quel romanesco che — si sa — è la lingua del ridicolo. Mai nessuno ha redatto le dichiarazioni di Umberto Bossi in varesotto, e questo, in tema di estetica e politica, qualcosa vuol dire).
Valga per tutti il dettaglio delle ostriche, che se a Fiorito non piacciono (ipse dixit) a tutti gli altri sì. Dopo aver nutrito quell’idea proletaria e sociale che era la radice del Msi, l’attuale ridursi alla crapula è più che un segnale. Insomma, finisce che la moralità e il rigore della politica si riducono ai soli mesi senza la “r”, quando le ostriche non si possono mangiare. Anche se i veri squali si nutrono d’altro.

Repubblica 27.9.12
Maschere
Dalla piramide ai toga party la deriva estetica del potere
di Francesco Merlo


In passato i maiali restavano nascosti, non c’erano le Olgettine ma le avventure di Marina Ripa di Meana, di Marta Marzotto e gli scandali di Valentina Cortese
Anche D’Alema, una volta giunto al governo, ha avuto la sua caduta di gusto. Con le scarpe fatte a mano, la barca a vela esibita e il risotto da Bruno Vespa

Monumento all’avvenenza come Scienza della Politica, Nicole Minetti in bikini sulla passerella della moda è stata la più istruttiva lezione di storia italiana, il riassunto di cinquant’anni di progressiva decomposizione del gusto nazionale. Si tratti di bunga bunga o di suini greco-romaneschi è degenerato e sbrindellato il potere che non è più capace di esprimersi con le volumetrie dell’architettura come la chiesa col barocco e come il fascismo con il monumentalismo di Piacentini che costruiva le case della legge e dell’ordine. Oggi le volumetrie del potere in passerella sono seni rialzati come le mansarde condonate, sono le rotondità levigate come i colonnati finto classici delle villette (abusive) e delle feste (abusive) in costume. Sono patacche che vengono da lontano, dalle forme dello scenografo del craxismo Filippo Panseca che costruì con cartapesta e polistirolo il tempio greco alla Fiera di Rimini, la piramide nella ex Ansaldo, 20 metri di muro di Berlino. La sua ossessione della Romanità e del Rinascimento è ancora quella di Alemanno che adora toghe, bighe, gladiatori e indossa costumi medievali presi al teatro dell’Opera.
Panseca stava a Craxi come Speer a Hitler, ma “con i materiali dell’effimero”, tra i quali anche il titolo di architetto dismesso dai giornali solo quando Craxi cadde nella polvere e Panseca tornò “il geometra”. Oggi è dimenticato come l’enorme garofano rosso illuminato a neon sul monte Pellegrino. Una sua falsa Venere del Tiziano, che stava nella camera da letto di Craxi, fu presa per vera dagli esperti del tribunale. Panseca era già kitsch ma non ancora la cloaca maximache è tornata a galla a Roma. Allo stesso modo, nella Milano da bere, c’era in nuce l’estetica del bunga bunga e dei maiali.
I socialisti portarono in politica, insieme a nani e ballerine, talkshow, barzellette, vignette, pubblicità, mode, canzoni, gossip, esibizionismi, follie, sprechi di ogni genere e cocaina. A Roma si faceva l’alba nella villa di Martelli sull’Appia antica mentre De Michelis si dissipava in discoteca. E Andreotti, per non averli tra i piedi, convocava le riunioni del Consiglio dei ministri alle 7 del mattino. E però alle feste partecipavano anche i grandi stilisti, cantavano la Vanoni e Dalla, c’erano Strehler e la Jonasson, pittori, agenti di cambio e faccendieri. Il cerimoniere non era Craxi “il faraone”, ma Pillitteri “il cognato”: «ma quale sindaco di Milano, quello mio cognato è». Alla Rai non c’erano le veline ma le zarine, famose per le note spese, e poi il mondo dell’editore di Playmen Adelina Tattilo… Giorgio Bocca rievocò una finta caccia alla volpe dai Visconti: «Quali Visconti? Non importa, i Visconti». E le cene ad Arcore non si concludevano nella sala del bunga bunga, ma in giardino tra gli obelischi bianchi di Cascella e nel sacrario famiglia dove Montanelli rifiutò l’assegnazione di una tomba e chissà se è vero che disse «Domine, non sum dignus». Il posto lo ottenne invece Emilio Fede, e chissà se ce l’ha ancora.
I maiali restavano nascosti e non c’erano le Olgettine, ma le avventure di Marina Ripa di Meana, di Marta Marzotto, gli scandali di Valentina Cortese, le chiacchiere attorno a donne che volevano rifare il mondo attraverso la bellezza. Dietro le loro gambe si vedevano la Biennale di Venezia, l’Accademia d’Arte, i poeti, Guttuso che disegnava Lucio Magri in sembianze di scimmione. Neppure Totò aveva previsto il potere maiale tra le puellae che si leccano il muso. La sua malafemmina era ancora la vipera gentile, la maggiorata che fumava mille sigarette mentre Fred faceva il grano col tressette. Oggi non c’è più posto per la Valentina selvaggia e innocente di Crepax nelle feste attorno a Ponte Milvio, che in questi anni a Roma ha preso il posto della vecchia Piazza Euclide dei Parioli: Ponte Milvio è diventato Ponte Silvio.
Nessuno poteva immaginare la maschera di Stato della femmina emancipata dal porno che Berlusconi ha mandato nei parlamenti d’Italia. Lo sguaiato incedere del suo bunga bunga è ormai il modello di tutte le esibizioni del potere. Non c’è dubbio che i maiali, i gladi di plastica e i muscoli flaccidi ripropongono a Roma la stessa sessualità sbracata di Arcore ma senza i titoli di Stato della Minetti, boccone di re Priapo.
Oggi la maschera è quella della democrazia “Fiorito plebea”, un po’ Briatore e un po’ Califano, molto Berlusconi e una spruzzata di Ciarrapico. E però Bossi che festeggia il dio Po e Alemanno che si mette in maschera sul Tevere non sono la cultura popolare di Pasolidi ni né quella di Alberto Sordi ma la sua rimasticatura “piccolo borghese” direbbe il vecchio e saggio Lukàcs (che era un grande borghese). La Roma di Alemanno e della Polverini toglie i veli alla repubblica, smonumentalizza l’ingessatura statuaria dell’Italia, è la democrazia alla vaccinara dell’arraffo. Il vecchio Gava che porgeva l’anello al bacio dei clienti devoti imitava il Papa ed era a sua volta imitato da Mario Merola che cantava «Addnocchiat e vasam sti man» (inginocchiati e baciami le mani). La sceneggiata del potere non era ancora festa.
Quando nacque l’euro solo Roma, con Rutelli sindaco, anziché organizzare convegni di studi sulla moneta come produttore di comunità, si sfrenò in canti e balli in
mezzo ai quali fu intrappolato – può capitare – anche Ciampi, in evidente e crescente disagio, molto diverso dal compiacimento della Polverini tra i porci, ai quali solo la sinistra mise le ali, festeggiando la trasgressione e la liberazione sessuale da ogni stalinismo puritano e bigottismo ecclesiastico.
Ma quando la classe operaia andò in paradiso, anche D’Alema precipitò nell’estetica del potere, con le famose scarpe fatte a mano, la barca, il risotto da Vespa. È un’estetica fatta apposta per le caricature che, in questi anni di “teatraccio”, così lo chiama il nostro grande Filippo Ceccarelli, sempre sono state migliori degli originali. E infatti solo Virginia Raffaele è riuscita a dare dignità umoristica alla Minetti che mai ci riesce da sola. Proprio come la Cortellesi con la Santanché, Fiorello con La Russa, la Guzzanti con D’Alema, Panariello con Briatore e tutti i comici d’Italia con Berlusconi. Nella satira all’italiana, la vittima ha una sola via d’uscita: farsi compare del carnefice. La Minetti che incarna lo stereotipo della Minetti diventerebbe allegria e intelligenza. Ma non accade più. Il modello è ancora Berlusconi, che cacciava dalla Rai tutti quelli che lo prendevano in giro. Il potere italiano, nelle sue varie maschere, è così degradato che non sa prendere le distanze da quel se stesso che le Virginia Raffaele così bene strapazzano.