LA POLITICA
Si è scritto spesso di lui che egli sia stato un «comunista scomodo» o
un «eretico», intendendo dire che egli fu un non conformista, un uomo
con un pensiero proprio. Questo è vero, ma non dice tutto, non gli
restituisce quello che gli si deve, non dice l’essenziale del posto che
gli spetta nella vicenda di quella parte della sinistra italiana. Le
definizioni di «scomodità» e di «eresia» presuppongono la tradizionale
immagine del partito cui Ulisse appartenne per 50 anni come quella di
una compagine di credenti dominata da una ortodossia, come fu da un
certo momento in poi nel partito sovietico. Non fu così. Quel partito
per tutta la sua vita fu squassato da lotte talora asperrime, non mai
chiuse una volta per tutte anche per la esistenza di centri diversi di
iniziativa sparsi per l’Europa e il mondo nel tempo della clandestinità
in patria. E quando, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, il Pci
mostrò un suo volto unitario, e incominciò la sua ascesa, viveva
egualmente un travaglio interno che fu, all’inizio, drammatico. La
politica di Togliatti tutta centrata sulla fedeltà alla democrazia e
alla nazione nell’interesse medesimo dei lavoratori, che appariva e
ancora viene presentata come indiscussa, si dovette affermare tra duri
contrasti e conobbe per anni avanzamenti e arretramenti.
Per la formazione del partito definito come «nuovo» rispetto alle idee,
ai concetti e ai linguaggi del passato e di altri partiti detti
‘fratelli’ l’Unità fu uno strumento determinante e quella di Milano
diretta da Lajolo dal ‘48 al ‘58 spiccò tra le altre (ci furono fino al
1957 quattro diverse edizioni e redazioni) proprio per le qualità di
Ulisse polemista vigoroso e uomo libero, pur in una disciplina che
veniva spontanea dinnanzi ai vecchi dirigenti usciti da prove durissime
sia nella lotta antifascista sia sotto il regime staliniano. La stessa
figura di Lajolo, venuto tra i comunisti durante la Resistenza
provenendo da una prima giovinezza di fascista impegnato, era
emblematica di una forza politica dove gli antichi e riconosciuti meriti
non facevano per se stessi grado e non abilitavano a tracciare la linea
politica. Lajolo diventò, così, quasi naturalmente, uno dei sostenitori
più efficaci del partito nuovo, in stretto legame politico con
Giancarlo Pajetta: anche se la comune indole ribelle aveva generato nel
passaggio tra l’adolescenza e la giovinezza percorsi politici opposti,
l’uno nelle galere fasciste per 12 anni, l’altro volontario fascista in
Spagna convinto che da quella parte fosse la vera rivoluzione.
Quello che Lajolo rappresenta e contribuisce a formare è un partito che
vuole cambiare, aprirsi culturalmente e rinnovarsi, che rifiuta la
tentazione, pur molto presente, a chiudersi in una trincea settaria dopo
la sconfitta del ‘48. Se Togliatti aveva chiamato nel Comitato centrale
grandi intellettuali di tendenze culturali assai diverse, da Antonio
Banfi a Concetto Marchesi, Lajolo appena può ritornare la terza pagina
perché i giornali hanno un po’ più di carta spalanca le porte, senza
esclusivismi ideologici, ai migliori del tempo: da Pavese a Calvino,
dalla Ginzburg alla Masino, a tanti altri. Contemporaneamente, nella
lotta politica di quegli anni, che era allo stesso tempo di opposizione
ai duri governi centristi e di sottintesa polemica interna di partito,
Lajolo portava allora e portò poi un timbro e una sensibilità propria.
Era, la sua, una concezione, spontaneamente vissuta, della politica come
passione, quella che il fascismo aveva tradito, e quella passione
avvertibile e sincera ne faceva un dirigente popolare e amato e un
costruttore di quella comunità umana che veniva diventando il Pci.
IL GIORNALISMO
Conobbi Ulisse nel ‘46, essendo io tornato a Milano da Genova dove avevo
fatto l’ultima parte della Resistenza e partecipato a fondare la
edizione genovese: egli, poco più che trentenne, era allora stato
chiamato da Torino come redattore capo e a me, appena ventenne, era
stato affidato, certo con eccesso di fiducia, il servizio interni con
dei redattori letteratissimi, come Fidia Gambetti, delicato poeta, con
una storia simile a quella di Ulisse, e altri più esperti di lotta
partigiana che di parole, come lo straordinario comandante Mezzadra
dell’Oltrepò pavese. Non fu un incontro facile tra un ragazzo, se non
ricordo male, un pò saccente, che masticava di filosofia e credeva di
avere già chissà quale lungo passato alle spalle e un uomo fatto, che
sembrava e voleva sembrare l’immagine di una rude semplicità contadina e
di una immediatezza comunicativa. Ma, credo, imparai presto a vedere
quanti turbamenti e, anche, quanto dolore ci fossero dietro l’apparenza
brusca e sicura di quell’uomo profondamente buono. Da Ulisse appresi la
importanza politica non solo degli editoriali o delle cronache del
potere (la nota politica, si chiamava) e di quelle sindacali, ma della
cronaca bianca e nera, per cui a quei tempi non c’erano sezioni
speciali. Ma si apprendeva da lui, soprattutto, ad essere vicini alla
sensibilità e alle passioni popolari.
I suoi corsivi non erano, come saranno poi quelli di Fortebraccio,
modelli di ironia e di satira, ma volevano parlare, e parlavano,
direttamente al sentimento e al buon senso di ciascun lettore e di
tutti, e venivano costruendo una mentalità nuova. «Caro Papa» fu una
volta l’inizio e il titolo di un suo memorabile corsivo. Quel rivolgersi
familiarmente, per una qualche critica che non ricordo, ad una
istituzione religiosa volutamente avvolta allora ancora più di oggi in
un’aura d’intangibilità sacrale e in tempi di scomunica imperante,
diventava per ciò stesso lezione di una laicità serena che evita la
grossolanità e non teme il rispetto per l’altro da te. È un esempio
soltanto di una funzione educativa fuori dagli schemi del tempo
sicuramente incompresa dalla parte più conservatrice dei quadri
d’allora, formati alla scuola dolorosa e severa e necessariamente musona
della clandestinità.
Ma vi erano altri, tra quelli che ci apparivano i vecchi, che invece
comprendevano e aiutavano lo sforzo di fare dell’Unità un giornale
popolare aperto a una pluralità di interessi e di culture: in primo
luogo il segretario del partito. Si narrava allora che Togliatti
all’assai influente dirigente, di abbondanti fattezze, che protestava
con lui perché l’Unità aveva messo in prima pagina il caso di una balena
spiaggiata anziché un suo importante discorso avesse risposto: «Quando
ti spiaggerai tu, ti metteremo in prima pagina». Non so se fosse un
aneddoto vero, ma credibile lo era certamente. Lajolo non avrebbe potuto
reggere tutto quel tempo, così come Ingrao a Roma, se non ci fosse
stato un fortissimo argine alle pressioni personali e politiche di
tanti. Lajolo fu apprezzato, in primo luogo, da Togliatti e da Longo. Fu
Amendola che lo mandò all’Unità e Pajetta lo volle come suo successore.
I CRIMINI DI STALIN
La prova più lacerante venne con la rivelazione dei crimini di Stalin e
con la insurrezione popolare in Ungheria. Comune fu allora per molti,
che trassero poi conseguenze diverse, la consapevolezza che una storia
era finita e un’altra doveva cominciare, alcuni concludendo che col Pci
non c’era più niente da fare, altri di noi convincendosi e sperando che
fosse possibile cambiare dall’interno, su un cammino che era già stato
diverso e in qualche caso, opposto rispetto a quello dei partiti
comunisti al potere. Tra chi scelse di restare fu Ulisse: con un
travaglio, che vidi da vicino, più doloroso e più sofferto che per altri
perché per la seconda volta sentiva la ferita del disinganno e anche
perché, forse, più passionale era stata la sua adesione. Ma questa
scelta lo indurrà a farsi un forte sostenitore del rinnovamento di
mentalità e di quadri di cui furono tra i primi protagonisti Giorgio
Amendola, andato all’organizzazione dopo Secchia, e Pajetta, alla
propaganda. Così, quando arriverà, nel 68, il dramma della
Cecoslovacchia, Ulisse sarà con Longo in prima fila nella difesa del
socialismo dal volto umano e nella condanna dell’intervento e cercherà,
poi, contatti con gli uomini della resistenza. Pelikan , che fu tra i
protagonisti della primavera di Praga, lo ricorda assieme a Rossana
Rossanda e a Lucio Lombardo Radice tra coloro che lo accolsero
affettuosamente in Italia, contrariamente alla ufficialità del partito
(...).
Verso la fine del periodo parlamentare, durato tre legislature, Longo
affida a Ulisse il settimanale Vie Nuove, ormai esangue. Ed egli intende
e svolge questo compito con la sua abilità giornalistica, ma con una
intenzionalità politica assai precisa ed evidente: quella di aiutare il
suo partito sulla strada della propria piena autonomia. Il lungo periodo
di attività parlamentare, però, fu anche l’occasione di una più intensa
attività di Ulisse come scrittore di cui conta qui rammentare l’opera
di maggiore impegno civile, quel «Il voltagabbana» che poneva a
confronto le vite di due che avevano combattuto su opposti fronti nella
guerra civile spagnola: lui stesso e Francesco Scotti, di cui era
diventato amico nella resistenza, che sarà poi tra i costituenti,
parlamentare, dirigente comunista, uomo di straordinaria finezza e
generosità. Ne viene un ritratto d’epoca che aiutò molti giovani capire
cosa era stata la storia e i drammi di una generazione e del proprio
paese (...).
C’è uno stereotipo, con molti esempi letterarii, della figura di quelli
che furono i dirigenti comunisti, caricaturale anche quando non è
malevolo e, anzi, vuole essere elogiativo. Uomini tutti d’un pezzo,
certo integri, ma chiusi in una trappola di idee antiquate, quasi
discepoli di una fede in nome della quale pronti ad ogni doppiezza. Ci
fu anche questo, soprattutto nella clandestinità. Quando tutto è
perduto, come spiega Gramsci, la fede in una fatalità progressista
sembra aiutare. Ma è lui a chiarire nella stessa pagina che incoraggiare
questa tendenza è insensato perché spegne la ricerca critica, che è
l’unica strada da percorrere. A questa scuola che insegna il dubbio
crebbero, con maggiore o minore diligenza, i dirigenti di quel partito. E
Lajolo ha mostrato la sua forza e il suo ruolo dirigente proprio perché
più visibilmente di altri ha rotto quel cliché, perché ha voluto
adempiere al suo ruolo come uomo di politica e di cultura senza
dimenticare la propria e l’altrui umanità.