mercoledì 31 ottobre 2012

La vita privata degli oggetti sovietici: un libro imperdibile. Il Corriere della sera diffonde nostalgia sovietica a tutto spiano

VITA PRIVATA DEGLI OGGETTI SOVIETICI - 25 STORIE DA UN ALTRO MONDO
Gian Piero Piretto: La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo, Sironi

Risvolto
La gazirovka: il distributore pubblico d'acqua gassata; il nomerok: il "numeretto" dei cappotti; le papirosy: le sigarette scadenti. Un'affascinante riflessione sul rapporto tra le cose e la vita. I 25 oggetti russo-sovietici protagonisti di queste pagine sono semplici cose di uso comune, non i noti "cimeli" da nostalgici esibiti talvolta nelle mostre o venduti nei negozi di souvenir. A cosa servivano, che importanza avevano nella vita dei cittadini sovietici, qual è la loro storia? Unendo l'esperienza personale a citazioni letterarie, artistiche e cinematografiche, l'autore costruisce 25 percorsi che non solo raccontano il passato ma anche il presente di questi oggetti, nell'uso e nell'immaginario collettivo. Si compone così un ritratto emozionante e inedito di una realtà spesso solo ipotizzata da oltre cortina. Un libro che riesce a stupire e a modificare per sempre il nostro giudizio, così stereotipato, di un mondo che davvero è stato altro. 


Ettore Cinnella: 1917. La Russia verso l'abisso, Della Porta

Risvolto
Ancora oggi, la rivoluzione del 1917 viene vista come il risultato dell'opera politica e organizzativa di Lenin e dei bolscevichi. In realtà, il ciclo rivoluzionario che si aprì nel febbraio-marzo 1917 fu ben più complesso ed ebbe innumerevoli protagonisti, politici e sociali. Quest'ultimo studio di Ettore Cinnella restituisce a tutti gli attori della rivoluzione il posto che a loro spetta nella storia e ci spiega come e perché il bolscevismo si sia trasformato, dopo la presa del potere, in una feroce tirannide militaresca, suscitando la resistenza delle masse popolari e la protesta dei partiti rimasti fedeli agl'ideali del socialismo democratico.




Diario di un guardiano del Gulag
Ivan Cistjakov: Diario di un sorvegliante del Gulag, Bruno Mondadori. Corredato da un saggio di Marcello Flores e dalla postfazione di Irina Scerbakova

Risvolto
Nell'estate del 1934 un uomo poco oltre i trent'anni viene arruolato nelle truppe destinate a presidiare il BAMlag, un lager in Siberia dove era compito dei detenuti costruire un tratto della ferrovia Bajkal-Amur. Nei due anni passati al Gulag come comandante di un plotone di sorveglianza, Ivan Cistjakov tiene un diario che, scampato alla distruzione e pubblicato oggi per la prima volta, è un documento storico di eccezionale rilevanza, anche perché unico nel proporre un punto di vista diverso da quello delle vittime. Tipico rappresentante della zona grigia, Cistjakov è un testimone umanissimo e ambiguo, stretto tra insofferenza e paura, pietà e autocommiserazione. Non è un eroe, ma prova simpatia per le miserie dei prigionieri, vede le perversioni del sistema e l'inutilità di molte sofferenze, si irrita per gli ordini insensati. Medita il suicidio, ma desiste; sogna di tornare alla vita modesta di un leale cittadino sovietico, ma non si ribella; subisce collera, tristezza e vergogna protetto solo dalle pagine di questo diario, che diventa il suo sfogo e il suo segreto. E che costituisce oggi l'unica memoria diretta del Gulag capace di restituire la voce di un responsabile (se pur marginale) del suo funzionamento. Con un saggio di Marcello Flores. Postfazione di Irina Scerbakova. 



Potenza e miseria del regime sovietico
di Antonio Carioti Corriere La Lettura 28.10.12

La vita privata degli oggetti sovietici

In un libro la storia di 25 oggetti simbolo del  mondo sovietico, ma un po' anche il nostro passato recente.
Gianluca Nicoletti La Stampa 27/10/2012

Il Gulag visto «al di qua» del filo spinato - Lun, 26/11/2012

Ermeneutica e Nuovo Realismo: Markus Gabriel replica ad Emanuele Severino



CORRIERE DELLA SERA del 29/10/2012
IL TUTTO NON ESISTE CI SONO SOLO I FATTI (GABRIEL MARKUS) a pag. 29

Alle origini dell'identità europea e occidentale

In principio fu TroiaSimon Price, Peter Thonemann: In principio fu Troia. L'Europa nel mondo antico, trad di L. Argentieri, Laterza

Risvolto
"Le storie devono cominciare da qualche parte, e questa comincia piuttosto in anticipo rispetto a molte storie del mondo classico. Cominciamo con l'età dei palazzi minoici e micenei a Creta e nella Grecia continentale, analizzando le relazioni con i loro vicini nell'Egeo orientale e oltre, con particolare attenzione a Troia, nell'Asia Minore nord-occidentale. Poi allarghiamo i nostri orizzonti verso occidente, per inquadrare nella sua totalità il centro del mondo mediterraneo, ed esaminiamo il periodo degli sconvolgimenti che seguirono al crollo dei palazzi e l'ascesa delle prime città-stato greche e italiche; segue la storia dei Greci attraverso l'età classica fino all'epoca ellenistica, quando la cultura delle città-stato si diffuse ben oltre la madrepatria egea fin nel cuore dell'Asia. E ancora, si ritorna alla penisola italiana, partendo dalla fondazione della repubblica romana alla crescita dell'"imperium" romano all'estero, culminando nel crollo delle istituzioni repubblicane e nella transizione dalla repubblica all'impero. Infine, esaminiamo la trasformazione del sistema imperiale nel IV secolo d.C, il crescente impatto del cristianesimo sull'impero e il modo in cui cambiò l'atteggiamento di questo periodo verso la cultura "classica"": Simon Price e Peter Thonemann raccontano una lunga storia che dalla Scozia arriva alla valle del Nilo e dalla costa atlantica del Portogallo alle montagne dell'Armenia, con due popolazioni protagoniste su tutte...

Lingue, calendari, sistemi politici: è incredibile quanto ancora oggi continuiamo a vivere all’ombra del mondo classico e quanto ancora adottiamo schemi di riferimento creati dalle antiche culture mediterranee. Lo stesso accadeva anche agli abitanti di quelle civiltà: i loro miti, la loro storia, i loro edifici erano il frutto di un raffinato confronto con un passato già antico e riverito, fatto di grandi personaggi, scrittori, migrazioni e guerre. Anzi, la nostra conoscenza così precisa dell’antichità è dovuta in gran parte proprio all’importanza ossessiva che tante generazioni di Greci e Romani attribuirono alla loro storia, interpretando e reinterpretando continuamente i propri miti e leggende.
«I Greci non consideravano i propri miti ‘mitologici’, ossia alla stregua di storie fiabesche, ma come racconti di un passato remoto che si potevano ricollegare a luoghi e oggetti realmente esistiti». Per loro e per i Romani, la guerra di Troia e gli eventi immediatamente successivi costituirono il limite più antico della consapevolezza del passato umano e divennero le fondamenta dell’identità europea.
Questo libro è un racconto di lungo respiro che spazia dalla Scozia alla valle del Nilo, dalla costa atlantica del Portogallo alle montagne dell’Armenia, con due popolazioni protagoniste su tutte e un’era, dalla civiltà minoica al tardo impero romano, che da alcuni punti di vista è molto remota, ma da altri è sorprendentemente vicina.

CORRIERE DELLA SERA del 30/10/2012 
LA CULLA DELL'EUROPA SOTTO LE MURA DI TROIA (MIELI PAOLO) a pag. 36/37

LIBERO del 9/3/2013
QUANDO IL MITO SERVIVA A FARE LA STORIA (RUGGERI MISKA) a pag. 28

Una nuova traduzione per il trattato di botanica dello pseudo-Aristotele

Piante
[Aristotele]: Le piante, Bompiani

Risvolto

Il testo originale del Peri phyton è perduto, e il trattato che leggiamo in greco, edito per la prima volta nei Geoponica (1539), e incluso in tutte le edizioni del Corpus Aristotelicum, a partire dalla seconda edizione di Basilea (1539), è la retroversione greca (anonima) condotta sulla traduzione latina, condotta a sua volta su una traduzione araba di una traduzione siriaca. Si distinguono cinque traduzioni (siriaca, araba, ebraica, latina, greca), su cui si basa la nostra conoscenza del trattato. Il Medioevo latino attribuisce quasi unanimemente il trattato ad Aristotele. L’attribuzione a Nicola di Damasco (un peripatetico vissuto nel I secolo a.C.) si è imposta con l’edizione della versione latina (di Alfred of Sareshel), curata da Ernst H.F. Meyer. Il trattato ha un carattere peculiare nell’ambito della botanica antica, in quanto affronta temi discussi principalmente in ambito biologico e filosofico: se la pianta sia un essere vivente, quale tipo di “anima” abbia, se sia capace di percepire, se i sessi siano in essa distinti, e in genere quali caratteristiche tipiche della fisiologia animale sia possibile riconoscere anche nella pianta. Esso ha costituito nel Medioevo e nel Rinascimento una delle fonti antiche più lette, come dimostrano, tra gli altri, il De vegetabilibus di Alberto Magno, e il commento della retroversione greca da parte di Giulio Cesare Scaligero. Il testo greco stampato a fronte della traduzione è (tranne in alcuni punti, segnalati e discussi nelle note) quello dell’edizione del 1989, curata da H.J. Drossaart Lulofs (editore delle versioni orientali) e E.L.J. Poortman (editore della versione latina e greca). La traduzione integrale è la prima in italiano. Questa edizione è curata da Maria Fernanda Ferrini che insegna Filologia greca all’Università di Macerata. Per Bompiani ha curato, in questa stessa collana, la traduzione integrale e il commento di trattati appartenenti al Corpus Aristotelicum: Problemi (2002), Fisiognomica (2007), I colori e i suoni (2008), Meccanica (2010). Del trattato sui Colori ha curato anche l’edizione critica (1999).



Una nuova traduzione per un testo il cui originale non si è mai conosciuto

Interpretazioni del fascismo: conflitti nella scuola defeliciana


LA REPUBBLICA del 27/10/2012
Int. a GENTILE EMILIO LA MARCIA DEL DITTATORE (FIORI SIMONETTA) a pag. 48/49

IL FATTO QUOTIDIANO del 27/10/2012 
MARCIA SU ROMA, GOLPE AUTORIZZATO (D'ORSI ANGELO) a pag. 22

CORRIERE DELLA SERA del 27/10/2012 
LE CINQUE CAUSE DELLA DITTATURA (BELARDELLI GIOVANNI) a pag. 56/57

IL MESSAGGERO del 27/10/2012 
LA RESISTIBILE ASCESA DEL CAVALIERE MUSSOLINI (CAMMARANO FULVIO) a pag. 25

IL MESSAGGERO del 27/10/2012 
Int. a VIVARELLI ROBERTO VIVARELLI: "ABILE A DISFARSI DI AVVERSARI DI SCARSA CARATURA" (SANTORO GABRIELE) a pag. 25

GIORNO/RESTO/NAZIONE del 27/10/2012 
Int. a VIVARELLI ROBERTO MARCIA SU ROMA 90 ANNI (PESTELLI CARLO) a pag. 36/37

SECOLO D'ITALIA del 28/10/2012 
Int. a ANDRIOLA FABIO "LA MARCIA SU ROMA? UN FATTO STORICO SOPRAVVALUTATO DA TUTTI" (DE FEUDIS MICHELE) a pag. 5

CORRIERE DELLA SERA del 27/10/2012 

PUBBLICO del 29/10/2012 

il manifesto 2012.10.30 - 11 CULTURA
MOSTRE - «Il mito scolastico della Marcia su Roma» al Museo della Resistenza di Bologna

TAGLIO BASSO - Piero Fossati
Uomini di cultura misero a disposizione del fascismo le loro discutibili abilità per distorcere la storia

L'antifascismo dei comunisti e dei non comunisti negli anni Trenta

Anni Trenta. Grandezza e illusioni dell'antifascismo comunista
Alessandro Roveri: Anni Trenta. Grandezza e illusioni dell’antifascismo comunista, Libreriauniversitaria.it edizioni

Risvolto

Negli anni Trenta del XX secolo l’antifascismo dei comunisti italiani non ebbe eguali per arresti e condanne da parte dell’apparato repressivo del totalitarismo fascista. Ma ebbe anche un limite, sul quale la storiografia di partito ha fino ad oggi sorvolato: la totale sottomissione alla centrale russa del comunismo internazionale. Presupposti di tale sottomissione furono l’adorazione dell’URSS di Stalin come paese del socialismo e la tesi che il proletariato italiano sarebbe stato il protagonista della rivoluzione antifascista. A tali illusioni si opposero il pensiero dello storico Gaetano Salvemini, esule negli Stati Uniti, e il movimento di “Giustizia e libertà” di Carlo Rosselli, che tennero fermo il principio della libertà, calpestato dallo stalinismo.

Alessandro Roveri è nato a Cattolica; si è specializzato in storia presso l’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea di Roma. Libero docente di Storia contemporanea presso l’Università di Roma dal 16 agosto 1971, ha insegnato Storia contemporanea e Storia del Risorgimento all’Università di Ferrara. Le sue opere principali sono Le cause del fascismo (Bologna, 1985) e Mussolini (Milano, 1994); per i tipi di libreriauniversitaria.it edizioni nel 2011 ha pubblicato Gianfranco Fini: una storia politica.



Roveri: l’abbaglio classista dei marxisti prevalse sull’intuizione di Rosselli
Federico Orlando Europa 30 ottobre 2012

Luigi Cavallaro sulle risposte alla crisi economica


 il manifesto 2012.10.31 - 10 CULTURA
IN DIFESA DI KEYNES
Risparmio, austerità. Il mantra dell'Unione Europea ha valore per gestire un bilancio familiare, ma non indicano nessuna possibile uscita dalla crisi. Un percorso di lettura a partire da un volume dell'economista greco Yanis Varoufakis


APERTURA - Luigi Cavallaro da dirittiglobali



http://yanisvaroufakis.eu/

Yanis Varoufakis, «Il Minotauro globale» (Asterios, pp. 250, euro 25)

Risvolto
In this remarkable and provocative book, Yanis Varoufakis explodes the myth that financialisation, ineffectual regulation of banks, greed and globalisation were the root causes of the global economic crisis. Rather, they are symptoms of a much deeper malaise which can be traced all the way back to the Great Crash of 1929, then on through to the 1970s: the time when a 'Global Minotaur' was born. Just as the Athenians maintained a steady flow of tributes to the Cretan beast, so the 'rest of the world' began sending incredible amounts of capital to America and Wall Street. Thus, the Global Minotaur became the 'engine' that pulled the world economy from the early 1980s to 2008. ----- Today's crisis in Europe, the heated debates about austerity versus further fiscal stimuli in the US, the clash between China's authorities and the Obama administration on exchange rates are the inevitable symptoms of the weakening Minotaur; of a global 'system' which is now as unsustainable as it is imbalanced. Going beyond this, Varoufakis lays out the options available to us for reintroducing a modicum of reason into a highly irrational global economic order. ----- An essential account of the socio-economic events and hidden histories that have shaped the world as we now know it.
Mercoledì, 20 giugno 2012 - 15:11:00 Affaritaliani Di Tommaso Cinquemani

Miti Tabagista, gioca in Borsa, scrive versi. L’ambigua bestia terrorizza e seduceIl Minotauro si nasconde in AmericaPer l’economista greco Varoufakis è il deficit Usa Il poeta laureato Simic confessa: «Il mostro sono io»
Luca Mastrantonio Corriere

http://www.qlibri.it/saggistica/economia-e-finanza/il-minotauro-globale/

Dalla parte di Penelope. La Grecia, le favole, la parresia e il dovere di narrare la verità
di Girolamo De Michele Carmilla on line


Da Adelphi una nuova edizione del Simbolismo della croce di René Guénon


René Guénon: Il simbolismo della croce, Adelphi 

Risvolto
Se c'è un libro che mostra fin dove si può spingere – tremendamente lontano – la comprensione di un simbolo, questo è Il simbolismo della croce. Pubblicato nel 1931, dopo i due grandi libri indiani (Introduzione generale allo studio delle dottrine indù e L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta), è l'opera in cui Guénon scelse l'immagine stessa su cui è fondata la civiltà occidentale cristiana per condurre una dimostrazione rigorosa e inflessibile, che permettesse di cogliere la «pluralità dei significati inclusi in ogni simbolo». I quali scorreranno qui davanti agli occhi del lettore come anelli di un'aurea catena: fra gli altri, la teoria indù dei tre guna (le qualità fondamentali che compongono il mondo), la simbolica della tessitura, l'Albero della Vita e l'Albero della Conoscenza, il rapporto fra il punto e l'estensione, il vortice sferico uni­versale, e infine la Grande Triade (Cielo, Terra, Uomo) della Cina arcaica.


Torna lo studio del filosofo esoterista René Guénon che analizza il simbolo attraverso le varie religioni

di Alessandra Iadicicco La Stampa 30.10.12

Le radici del partito radicale italiano


immagine scheda libro
Mario Pannunzio e Leo Valiani: Democrazia laica. Epistolario, documenti, articoli, a cura di Massimo Teodori, Aragno

Risvolto
L'epistolario illustra quanto significativa sia stata per la nuova Italia la tradizione politica e culturale di Mario Pannunzio e Leo Valiani, ispirata al rigore morale, alla competenza personale e al disinteresse pubblico. Senza uomini impegnati nella riforma morale e politica quali furono gli intellettuali di cui si leggono qui 101 lettere dense di passione civile, l’Italia del Duemila rischia di affondare in una crisi senza uscita.

CORRIERE DELLA SERA del 29/10/2012
LA VISTA CORTA DEI PRIMI RADICALI (GALLI DELLA LOGGIA ERNESTO) a pag. 29

Politica

il manifesto 2012.10.31 - 01 PRIMA PAGINA
 DOPO IL VOTO
COMMENTO - Alfonso Gianni da dirittiglobali 

il manifesto 2012.10.31 - 01 PRIMA PAGINA
SINISTRA
COMMENTO - Enrico Grazzini da politicasocial

Ma l'ex leader del Prc Giordano frena: è fantapolitica La formazione potrebbe chiamarsi «Italia, bene comune»di Maria Teresa Meli Corriere 28.10.12

“Al bando gli estremismi”. Bersani: risultato storico. Scompaiono Sel e Idv
di Annalisa Cuzzocrea Repubblica 30.10.12

I centristi ora non escludono la coalizionedi Goffredo De Marchis Repubblica 30.10.12

Corriere 31.10.12
di Renato Mannheimer

Repubblica 31.10.12
Il Pd cede un voto su quattro boom tra gli ex delle civiche ecco dove ha pescato Grillo
di Michele Smargiassi

La Stampa 31.10.12
Patto Casini-Bersani su Lazio e Lombardia resta il nodo VendolaColloquio alla Camera. L’Udc: fuori Sel
di Carlo Bertini


di Ilvo Diamanti Repubblica 30.10.12

La crisi è profonda: basterà una maggioranza relativa?
di Emanuele Macaluso  l’Unità 30.10.12


Il voto rispecchia la crisi politica e sociale in Sicilia. Ma è un segnale per il Sud e il Paese. L’astensionismo è il dato inquietante: cittadini che non volevano più votare per i partiti tradizionali, né dare un voto protestatario a Grillo.
Il quale, però, ha raccolto una gran parte degli indignatos siciliani. Il fatto che in questo marasma, la coalizione Pd-Udc abbia parzialmente e significativamente retto, è un altro segnale per la sinistra e per il centro. In questo dopoguerra la Sicilia ha conosciuto momenti in cui i movimenti contestavano e si contrapponevano ai grandi partiti nazionali impegnati a dare al Paese la Repubblica e la Costituzione. Dopo lo sbarco alleato del luglio del 1943 in Sicilia si manifestò un forte movimento separatista, soprattutto nelle grandi città Palermo, Catania e Messina che coinvolse il ceto medio urbano tanti giovani di destra e di sinistra.
La costruzione dei partiti nazionali e dei sindacati fu faticosa, soprattutto per quelli di sinistra; la Dc aveva radici nel Partito popolare di Sturzo e godette dell’impegno di gran parte del clero. Dopo il separatismo arrivò l’ondata monarchica insieme al movimento dell’Uomo Qualunque che ottennero un grande successo nel referendum istituzionale, nelle elezioni per la Costituente del 1946, nelle amministrative: governarono le città di Palermo e Catania e altri copoluoghi. Fu il grande movimento contadino, proprio nel 1946-47 e il grande impegno politico e organizzativo del Pci e del Psi, uniti nel Blocco del Popolo, ad affermare la forte presenza della sinistra, nelle prime elezioni regionali del 1947. La risposta della destra agraria e della mafia fu la strage di Portella delle Ginestre.
Con le elezioni del 1948, le forze conservatrici si radunarono nella Dc e i movimenti separatisti, monarchici e qualunquisti verranno assorbiti dal partito di De Gasperi. La Sicilia per 7 anni (48-55) fu governata dai governi di centrodestra presieduti da Franco Restivo, uomo colto e abile della conservazione siciliana. Ma la sinistra resse e resse bene, organizzando un blocco sociale e politico alternativo alla Dc. E quando a Roma entra in crisi il centrismo degasperiano, a Palermo entra in crisi il centradestra restiviano (1955) e si apre una fase di lotte politiche che provocheranno una scissione nel blocco sociale conservatore e nella Dc, con un movimento popolare guidato da un democristiano sturziano, Silvio Milazzo. Il movimento milazziano, nel quale confluisce la piccola e media impresa siciliana, grazie all’iniziativa del Pci, mosse verso sinistra. E anche se non resse all’urto dei grandi poteri nazionali e siciliani, facilitò l'avvento anticipato del centrosinistra (1961). Il quale dopo un inizio positivo, si consumò in una gestione clientelare della Regione, con una espansione della burocrazia e della spesa pubblica improduttiva che ha alimentato un sistema di potere inquinato dalla mafia.
Un sistema che alla fine degli anni Settanta entra in crisi anche perché nella Dc e nella società c’è un sommovimento che trova un riferimento nella svolta impressa da Moro sul piano nazionale. Sono gli anni di Piersanti Mattarella, dei suoi tentativi di intesa con il Pci, del mutamento di clima che si respira anche nel Palazzo di Giustizia dove operano magistrati che si chiamano Costa, Chinnici, Terranova e poi i giovani Falcone, Borsellino e altri. Sono gli anni in cui imperversa il terrorismo mafioso che massacrerà quei magistrati, Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa e tanti altri servitori dello Stato. E in questo clima rovente nasce il movimento della «Primavera» di Palermo che mette in crisi la Dc e in giuoco il Pci. Un movimento che ha come leader Leoluca Orlando, il quale, però, tende a personalizzarlo e a dargli un carattere giustizialista, a cui si associò il Pci entrando così nel cono d’ombra dell’orlandismo.
E ancora una volta si manifesta un movimento che appare travolgente negli anni del collasso di Dc e Psi. Il movimento dei sindaci in Sicilia mieteva successi impensabili: la sinistra in quell’onda vinse a Palermo, Catania, Messina e in tutti gli altri capoluoghi, mentre i partiti decadevano. Orlando a Palermo ottenne nel 1993 più del 70%. Ma, un anno dopo, nel 1994 il movimento berlusconiano di Miccichè, Dell’Utri e soci ottenne 61 seggi e zero la sinistra. E, ancora una volta, pochi mesi fa Orlando ottenne a Palermo più del 70%, ma ora il suo partito personale è sparito. Mentre scrivo sembra certa che la coalizione Pd-Udc guidato da Crocetta avrà la maggioranza relativa. Ma come sarà governata, se sarà governata, la Sicilia, dove i problemi aperti appaiono insolvibili? Chi avrà la forza di riformare radicalmente una Regione dove il bilancio non copre le spese dei dipendenti, dei consulenti e dei clienti?
Il partito più forte in Sicilia non è un partito, è un movimento di sola protesta e tale resterà. La destra consuma una crisi irreversibile, i partiti «locali» di Lombardo e Miccichè appaiono residuati di un tempo che non c'è più. La sinistra è debole e di incerta costituzione. Il centro dell’Udc è un insieme di ex Dc senza una chiara identità. Il mio non è un pessimismo cieco. Guardo la realtà, sperando che si radunino attorno al centrosinistra forze sociali e culturali che guardino con preoccupazione questa realtà e mettano mano a una ricostruzione che dia dignità alla politica e senso ai partiti. Se non ci sarà questa consapevolezza, la crisi siciliana, intrecciata con quella del Paese, può assumere caratteri imprevedibili. Riflettiamo tutti, anche a Roma.

Un inedito di Aron sulla Rivista di Politica



LIBERO del 30/10/2012
LA SOLITUDINE DI SOLZHENITSYN NELLA BATTAGLIA PER LA LIBERTA' (ARON RAYMOND) a pag. 29

Le conseguenze della crisi della pianificazione urbanistica



Enzo Scandurra: Vite periferiche. Solitudine e marginalità in dieci quartieri di Roma, presentazione di Bruno Amoroso, Ediesse 2012, pp. 160, euro 12

Risvolto

Chi costruisce le nostre città? Gli amministratori, i politici, gli immobiliaristi, gli urbanisti? Tutti costoro tracciano piani, elaborano progetti, disegnano e realizzano opere, ma poi sono le persone in carne ed ossa – coloro che la abitano – a produrre l’anima della città; anche di una grande capitale come Roma. C’è una Grande Storia fatta di personaggi e luoghi noti e c’è una piccola storia fatta anch’essa di luoghi e persone che non vengono raccontati dalla narrazione mainstream. La controffensiva liberista produce nelle nostre città desolazione, solitudini, individualismi, competizione, egoismi, insieme a quella che alcuni chiamano «modernizzazione», destinata ad emarginare ancora di più gli abitanti che non riescono a prendere il suo treno in continua e folle corsa verso un futuro oscuro. Quella che una volta era la città moderna, la cui aria «rendeva liberi», oggi è una città desertificata di individui che forse potremmo chiamare sconfitti, ma non perdenti, non rinunciatari, ancora non rassegnati. Queste singole esistenze senza una storia sono anche esempi di una irrinunciabile volontà di sopravvivere, di una eccedenza umana irriducibile alle omologazioni della città mercantile, che promette di crescere e diventare collettiva se si avrà la forza di non lasciarle ancora sole; l’inizio di una nuova e diversa storia delle nostre città.
Dieci brevi storie di «pezzi» di periferia romana raccontate da un osservatore che ha rinunciato allo sguardo neutrale di urbanista, intrecciate a dieci racconti di vite marginali, solitudini nella folla anonima e silenziosa della città che un tempo fu eterna e, ora, solo moderna.

il manifesto 2012.10.31 - 11 CULTURA
SOCIETÀ

TAGLIO MEDIO - Piero Bevilacqua
Tra urbanistica e sociologia le «Vite periferiche» di Enzo Scandurra uscito da Ediesse

I fondamenti ideologici del governo Bersani-Casini


Alessandro Zaccuri Avvenire 31 ottobre 2012


Francesco Ognibene Avvenire 7 novembre 2012

La questione del "nucleare iraniano"


Nucleare iraniano. Non c’è solo la via militare
di Pino Arlacchi  l’Unità 29.10.12

LA DISINFORMAZIONE SUL PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO ha raggiunto negli ultimi mesi il limite di guardia. Il partito della guerra contro l’Iran è più attivo che mai sia negli Usa che in Israele e in Europa. Poiché ogni guerra si basa su una menzogna più o meno grande, è importante che l’opinione pubblica conosca i tratti essenziali della bugia che sta venendo confezionata allo scopo di ripetere, dieci anni dopo, il disastro della guerra contro l’Irak.

Molti sono convinti che il governo iraniano abbia imboccato la strada della costruzione della bomba atomica e che l’unico modo per fermarlo sia quello di sanzionarlo a tutto spiano, isolarlo, minacciarlo di un attacco militare, colpirlo con le uccisioni mirate di scienziati e con la guerra informatica. Secondo questo modo di pensare, altri metodi sono destinati a fallire, perché gli ayatollah non hanno intenzione di trattare sul serio e vogliono solo guadagnare tempo per consentire ai loro tecnici di progredire verso la fabbricazione della bomba.
Da tre anni il governo americano, con l’assenso totale della Ue, propaganda questa visione delle cose. Adottata senza fiatare dai media occidentali, essa tace sulla posizione iraniana e minimizza o nasconde le informazioni sulle proposte di soluzione alternative.
Eppure queste proposte sono sul tappeto. Due anni fa, l’Iran dette il suo consenso ad un piano della Turchia e del Brasile secondo cui questi paesi avrebbero ricevuto dall’Iran materiale atomico da arricchire entro i limiti dell’uso civile, e l’avrebbero restituito all’Iran stesso. Ma Obama, dopo avere aderito alla proposta, fece un indecoroso dietro-front dopo che a Washington si era scatenata la lobby israeliana. La Ue non disse neppure una parola e quando ho chiesto conto in pubblico di questo comportamento alla signora Ashton ho ricevuto una risposta vaga.
L’anno scorso la Russia ha avanzato un piano che imponeva restrizioni sull’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran accompagnate da ispezioni più penetranti dell’Agenzia nucleare di Vienna. L’Iran era disposto a discutere il progetto ma non se ne fece nulla perché la priorità dell’amministrazione Obama era l’intensificazione delle pressioni internazionali su Teheran per arrivare a nuove sanzioni. Non si ha notizia della posizione europea sulla proposta. Si sa solo che la Ue ha adottato le sanzioni volute dagli Usa.
Il risultato è che gli oltranzisti iraniani hanno avuto facile gioco nel proseguire lungo la strada dell’arricchimento sospetto dell’uranio, arrivato oggi al 20%. Ogni nuovo accordo diplomatico è perciò da adesso in poi obbligato ad introdurre un monitoraggio ancora più intrusivo, dotato di un sistema di allerta precoce piazzato dentro l’establishment nucleare iraniano. Questo ulteriore requisito è fondamentale, perché introduce un punto di rottura superato il quale l’Iran sa che scatteranno sanzioni più dure e anche attacchi militari. Ma un accordo che introduca questo requisito deve anche contenere una lista di passi ben precisi che l’Iran deve compiere per ottenere la cancellazione delle sanzioni. È ciò che l’Onu fece con l’Irak dopo la prima guerra del Golfo, e l’accordo funzionò finchè gli Usa non decisero che il loro vero obiettivo era il cambiamento di regime.
L’Iran ha più volte offerto in questi anni di ospitare un regime di ispezioni intrusive, più profonde di quelle attuate di norma dall’Agenzia atomica dell’Onu. Mousavian, il capo dei negoziatori fino a poco tempo fa, aveva suggerito un tetto di arricchimento pari al 5% ed aveva accettato di non stoccare sul suolo iraniano l’uranio arricchito in eccesso. In cambio, gli Stati Uniti ed i loro alleati avrebbero dovuto riconoscere il diritto dell’Iran alla tecnologia di arricchimento diritto che è uno dei cardini del Trattato di non proliferazione e smantellare gradualmente le sanzioni.
Qualcuno dei lettori ha mai sentito anche vagamente parlare di questa storia? Non se ne è mai saputo niente perché gli Stati Uniti e la Ue hanno testardamente rifiutato negli ultimi tre anni di cercare una soluzione negoziata con l’Iran. I negoziati falliti della primavera e dell’estate scorsa illustrano come se l’Occidente non ha da offrire alcunché, ma è ostaggio del partito dello scontro armato, dopo le elezioni presidenziali americane il mondo rischia di ritrovarsi di nuovo nella nebbia della guerra.

Il migliorismo di padre in figlio

Pensare la sinistra
Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà (ed. Laterza)


Risvolto
"Oggi più che nel passato, solidarietà, uguaglianza, lavoro sono obiettivi dai significati incerti, non conciliabili con la prassi e l'azione politica. L'immigrazione, la concorrenza internazionale, la necessità di accrescere il capitale umano e di migliorare la qualità delle istituzioni mettono quotidianamente i governi, i sindacati e i partiti di fronte a scelte difficili, spesso scambiate come compromessi necessari, ma in contraddizione con l'ideale 'vero' della sinistra, uno Stato ideale in cui esiste allo stesso tempo il massimo di equità e il massimo di benessere sociale. Le idee di giustizia e di equità devono rimanere le motivazioni fondamentali delle proposte e dei programmi della sinistra, pur sapendo che saremo sempre di fronte a scelte difficili e rinunce necessarie. Lo scopo di una sinistra moderna dovrebbe essere quello di uscire dalla perenne frustrazione di chi aspira a governare sulla base di obiettivi irrealizzabili per poi trovarsi, nel governo, a dover realizzare obiettivi pratici, senza riuscire a spiegare il nesso tra i primi e i secondi." 

di Giuseppe Bedeschi Corriere 30.10.12

IL GIORNALE del 13/11/2012
CI SONO DUE SINISTRE. INCONCILIABILI (COFRANCESCO DINO) a pag. 29

Tortorella ricorda Davide Lajolo


Davide Lajolo

Il coraggio di Ulisse sulla nave de l’Unità
Pubblichiamo ampi stralci della relazione di Aldo Tortorella al convegno
su Davide Lajolo organizzato dalla Fondazione Gramsci
in occasione del centenario della nascita che si è svolto alla Camera dei deputati

di Aldo Tortorella l’Unità 30.10.12


Certamente, è difficile, anzi praticamente impossibile, distinguere la figura di Davide Lajolo politico dall’opera di Ulisse il corsivista, il giornalista, il direttore de l’Unità per dieci anni e per altrettanti del settimanale Vie Nuove, o dall’opera sua di saggista e scrittore di narrazioni autobiografiche che furono di educazione e di pensiero politico in forma di opera letteraria. Solo lui e Ingrao hanno diretto l’Unità così a lungo, e il settimanale Giorni-Vie Nuove ebbe vita vera finché egli ne guidò le sorti. Ma proprio per la politicità del suo impegno di giornalista e di scrittore si deve parlare di una sua peculiare funzione dirigente e non solo per il fatto che Lajolo fu deputato per quindici anni e fu per un quarto di secolo membro del Comitato centrale del Pci (quando quell’organismo era di decine e non centinaia di persone come accadde più avanti nel tempo). Dirigente non è chi ne reca i galloni, ma chi esercita con il pensiero o con l’azione o con entrambi un compito di creazione di realtà sociali e politiche: e a questo modello di dirigente appartenne Lajolo.
LA POLITICA
Si è scritto spesso di lui che egli sia stato un «comunista scomodo» o un «eretico», intendendo dire che egli fu un non conformista, un uomo con un pensiero proprio. Questo è vero, ma non dice tutto, non gli restituisce quello che gli si deve, non dice l’essenziale del posto che gli spetta nella vicenda di quella parte della sinistra italiana. Le definizioni di «scomodità» e di «eresia» presuppongono la tradizionale immagine del partito cui Ulisse appartenne per 50 anni come quella di una compagine di credenti dominata da una ortodossia, come fu da un certo momento in poi nel partito sovietico. Non fu così. Quel partito per tutta la sua vita fu squassato da lotte talora asperrime, non mai chiuse una volta per tutte anche per la esistenza di centri diversi di iniziativa sparsi per l’Europa e il mondo nel tempo della clandestinità in patria. E quando, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, il Pci mostrò un suo volto unitario, e incominciò la sua ascesa, viveva egualmente un travaglio interno che fu, all’inizio, drammatico. La politica di Togliatti tutta centrata sulla fedeltà alla democrazia e alla nazione nell’interesse medesimo dei lavoratori, che appariva e ancora viene presentata come indiscussa, si dovette affermare tra duri contrasti e conobbe per anni avanzamenti e arretramenti.
Per la formazione del partito definito come «nuovo» rispetto alle idee, ai concetti e ai linguaggi del passato e di altri partiti detti ‘fratelli’ l’Unità fu uno strumento determinante e quella di Milano diretta da Lajolo dal ‘48 al ‘58 spiccò tra le altre (ci furono fino al 1957 quattro diverse edizioni e redazioni) proprio per le qualità di Ulisse polemista vigoroso e uomo libero, pur in una disciplina che veniva spontanea dinnanzi ai vecchi dirigenti usciti da prove durissime sia nella lotta antifascista sia sotto il regime staliniano. La stessa figura di Lajolo, venuto tra i comunisti durante la Resistenza provenendo da una prima giovinezza di fascista impegnato, era emblematica di una forza politica dove gli antichi e riconosciuti meriti non facevano per se stessi grado e non abilitavano a tracciare la linea politica. Lajolo diventò, così, quasi naturalmente, uno dei sostenitori più efficaci del partito nuovo, in stretto legame politico con Giancarlo Pajetta: anche se la comune indole ribelle aveva generato nel passaggio tra l’adolescenza e la giovinezza percorsi politici opposti, l’uno nelle galere fasciste per 12 anni, l’altro volontario fascista in Spagna convinto che da quella parte fosse la vera rivoluzione.
Quello che Lajolo rappresenta e contribuisce a formare è un partito che vuole cambiare, aprirsi culturalmente e rinnovarsi, che rifiuta la tentazione, pur molto presente, a chiudersi in una trincea settaria dopo la sconfitta del ‘48. Se Togliatti aveva chiamato nel Comitato centrale grandi intellettuali di tendenze culturali assai diverse, da Antonio Banfi a Concetto Marchesi, Lajolo appena può ritornare la terza pagina perché i giornali hanno un po’ più di carta spalanca le porte, senza esclusivismi ideologici, ai migliori del tempo: da Pavese a Calvino, dalla Ginzburg alla Masino, a tanti altri. Contemporaneamente, nella lotta politica di quegli anni, che era allo stesso tempo di opposizione ai duri governi centristi e di sottintesa polemica interna di partito, Lajolo portava allora e portò poi un timbro e una sensibilità propria. Era, la sua, una concezione, spontaneamente vissuta, della politica come passione, quella che il fascismo aveva tradito, e quella passione avvertibile e sincera ne faceva un dirigente popolare e amato e un costruttore di quella comunità umana che veniva diventando il Pci.
IL GIORNALISMO
Conobbi Ulisse nel ‘46, essendo io tornato a Milano da Genova dove avevo fatto l’ultima parte della Resistenza e partecipato a fondare la edizione genovese: egli, poco più che trentenne, era allora stato chiamato da Torino come redattore capo e a me, appena ventenne, era stato affidato, certo con eccesso di fiducia, il servizio interni con dei redattori letteratissimi, come Fidia Gambetti, delicato poeta, con una storia simile a quella di Ulisse, e altri più esperti di lotta partigiana che di parole, come lo straordinario comandante Mezzadra dell’Oltrepò pavese. Non fu un incontro facile tra un ragazzo, se non ricordo male, un pò saccente, che masticava di filosofia e credeva di avere già chissà quale lungo passato alle spalle e un uomo fatto, che sembrava e voleva sembrare l’immagine di una rude semplicità contadina e di una immediatezza comunicativa. Ma, credo, imparai presto a vedere quanti turbamenti e, anche, quanto dolore ci fossero dietro l’apparenza brusca e sicura di quell’uomo profondamente buono. Da Ulisse appresi la importanza politica non solo degli editoriali o delle cronache del potere (la nota politica, si chiamava) e di quelle sindacali, ma della cronaca bianca e nera, per cui a quei tempi non c’erano sezioni speciali. Ma si apprendeva da lui, soprattutto, ad essere vicini alla sensibilità e alle passioni popolari.
I suoi corsivi non erano, come saranno poi quelli di Fortebraccio, modelli di ironia e di satira, ma volevano parlare, e parlavano, direttamente al sentimento e al buon senso di ciascun lettore e di tutti, e venivano costruendo una mentalità nuova. «Caro Papa» fu una volta l’inizio e il titolo di un suo memorabile corsivo. Quel rivolgersi familiarmente, per una qualche critica che non ricordo, ad una istituzione religiosa volutamente avvolta allora ancora più di oggi in un’aura d’intangibilità sacrale e in tempi di scomunica imperante, diventava per ciò stesso lezione di una laicità serena che evita la grossolanità e non teme il rispetto per l’altro da te. È un esempio soltanto di una funzione educativa fuori dagli schemi del tempo sicuramente incompresa dalla parte più conservatrice dei quadri d’allora, formati alla scuola dolorosa e severa e necessariamente musona della clandestinità.
Ma vi erano altri, tra quelli che ci apparivano i vecchi, che invece comprendevano e aiutavano lo sforzo di fare dell’Unità un giornale popolare aperto a una pluralità di interessi e di culture: in primo luogo il segretario del partito. Si narrava allora che Togliatti all’assai influente dirigente, di abbondanti fattezze, che protestava con lui perché l’Unità aveva messo in prima pagina il caso di una balena spiaggiata anziché un suo importante discorso avesse risposto: «Quando ti spiaggerai tu, ti metteremo in prima pagina». Non so se fosse un aneddoto vero, ma credibile lo era certamente. Lajolo non avrebbe potuto reggere tutto quel tempo, così come Ingrao a Roma, se non ci fosse stato un fortissimo argine alle pressioni personali e politiche di tanti. Lajolo fu apprezzato, in primo luogo, da Togliatti e da Longo. Fu Amendola che lo mandò all’Unità e Pajetta lo volle come suo successore.
I CRIMINI DI STALIN
La prova più lacerante venne con la rivelazione dei crimini di Stalin e con la insurrezione popolare in Ungheria. Comune fu allora per molti, che trassero poi conseguenze diverse, la consapevolezza che una storia era finita e un’altra doveva cominciare, alcuni concludendo che col Pci non c’era più niente da fare, altri di noi convincendosi e sperando che fosse possibile cambiare dall’interno, su un cammino che era già stato diverso e in qualche caso, opposto rispetto a quello dei partiti comunisti al potere. Tra chi scelse di restare fu Ulisse: con un travaglio, che vidi da vicino, più doloroso e più sofferto che per altri perché per la seconda volta sentiva la ferita del disinganno e anche perché, forse, più passionale era stata la sua adesione. Ma questa scelta lo indurrà a farsi un forte sostenitore del rinnovamento di mentalità e di quadri di cui furono tra i primi protagonisti Giorgio Amendola, andato all’organizzazione dopo Secchia, e Pajetta, alla propaganda. Così, quando arriverà, nel 68, il dramma della Cecoslovacchia, Ulisse sarà con Longo in prima fila nella difesa del socialismo dal volto umano e nella condanna dell’intervento e cercherà, poi, contatti con gli uomini della resistenza. Pelikan , che fu tra i protagonisti della primavera di Praga, lo ricorda assieme a Rossana Rossanda e a Lucio Lombardo Radice tra coloro che lo accolsero affettuosamente in Italia, contrariamente alla ufficialità del partito (...).
Verso la fine del periodo parlamentare, durato tre legislature, Longo affida a Ulisse il settimanale Vie Nuove, ormai esangue. Ed egli intende e svolge questo compito con la sua abilità giornalistica, ma con una intenzionalità politica assai precisa ed evidente: quella di aiutare il suo partito sulla strada della propria piena autonomia. Il lungo periodo di attività parlamentare, però, fu anche l’occasione di una più intensa attività di Ulisse come scrittore di cui conta qui rammentare l’opera di maggiore impegno civile, quel «Il voltagabbana» che poneva a confronto le vite di due che avevano combattuto su opposti fronti nella guerra civile spagnola: lui stesso e Francesco Scotti, di cui era diventato amico nella resistenza, che sarà poi tra i costituenti, parlamentare, dirigente comunista, uomo di straordinaria finezza e generosità. Ne viene un ritratto d’epoca che aiutò molti giovani capire cosa era stata la storia e i drammi di una generazione e del proprio paese (...).
C’è uno stereotipo, con molti esempi letterarii, della figura di quelli che furono i dirigenti comunisti, caricaturale anche quando non è malevolo e, anzi, vuole essere elogiativo. Uomini tutti d’un pezzo, certo integri, ma chiusi in una trappola di idee antiquate, quasi discepoli di una fede in nome della quale pronti ad ogni doppiezza. Ci fu anche questo, soprattutto nella clandestinità. Quando tutto è perduto, come spiega Gramsci, la fede in una fatalità progressista sembra aiutare. Ma è lui a chiarire nella stessa pagina che incoraggiare questa tendenza è insensato perché spegne la ricerca critica, che è l’unica strada da percorrere. A questa scuola che insegna il dubbio crebbero, con maggiore o minore diligenza, i dirigenti di quel partito. E Lajolo ha mostrato la sua forza e il suo ruolo dirigente proprio perché più visibilmente di altri ha rotto quel cliché, perché ha voluto adempiere al suo ruolo come uomo di politica e di cultura senza dimenticare la propria e l’altrui umanità.

Un nuovo libro di Ugo Palmiro

Ugo Intini : AVANTI! Un giornale, un’epoca, pagine 754 euro 30,00 Ponte Sisto

«Un giornale unico» Così Gramsci definiva l’Avanti!

Il libro di Intini ne ripercorre la storia Vendeva 400mila copie nel 1919. Una vita epica e molto travagliata tra censure assalti dei fascisti, la chiusura nel ’36 e le pubblicazioni riprese in esilio. Il legame con i socialisti nel bene e nel male La sua storia, dagli eroici giorni del 1896, arrivò fino alla crisi di Tangentopoli Il quotidiano chiuse nel 1993
di Maria Luisa Righi  l’Unità 29.10.12

«L’AVANTI! È GIORNALE UNICO, SENZA CONCORRENTI, È IL “PRODOTTO” NECESSARIO CHE SI ACQUISTA PERCHÉ NECESSARIO, PERCHÉ INSOSTITUIBILE, PERCHÉ CORRISPONDE A UN BISOGNO INTIMO IRRESISTIBILE COME IL BISOGNO DEL PANE PER UNO STOMACO SANO». Così Gramsci scriveva alla fine de 1918 sulle colonne del «suo» giornale. Il giornale del partito socialista era ormai maggiorenne e in vent’anni aveva quasi decuplicato le vendite: 400mila copie nel 1919, contro le 40mila copie del primo anno di vita. Il primo numero era uscito nel Natale 1896.
L’Avanti! s’era subito distinto dagli altri giornali, per le sue battaglie a sostegno delle lotte dei lavoratori, contro il colonialismo, per le sue inchieste sulla corruzione, sulla condizione dei poveri, degli immigrati, per l’attenzione a «tutto ciò
che avviene nella società moderna» (aveva suggerito Turati) e al tempo stesso vicino ai bisogni più elementari degli ultimi, spingendosi a propagandare le regole dell’igiene, «come evitare i pidocchi, lavarsi i denti, fare il brodo, alimentare i bambini». Il giornale conquistò ben presto le simpatie di larghi settori dell’intellettualità non solo socialista. Da Edmondo De Amicis a Giuseppe Prezzolini, da Ada Negri a Giovanni Pascoli, da Gabriele Galantara, che disegnò la testata, a Umberto Boccioni. Come scrisse Croce, «intorno ai socialisti si aggrega tutta o quasi tutta la parte eletta della giovane generazione».
Fu il primo giornale d’opposizione, espressione di una forza politica nazionale e non di potentati locali o interessi particolari. Per questo divenne da subito il simbolo della coscienza acquisita dai proletari che, organizzandosi, emancipavano se stessi e il mondo. E al mondo, alle lotte dei cavatori di pietra inglesi, ai portuali di Amburgo, alle vittorie dei socialisti francesi, il giornale dedicava grande spazio (il nome stesso era la traduzione dell’organo della socialdemocrazia tedesca).
I lavoratori sacrificavano i pochi centesimi guadagnati per destinarli alla sottoscrizione; lo si portava con sé nella tomba; qualcuno, specie in Emilia, chiamò «Avanti!» il proprio bambino.
L’Avanti! fu giornale di partito originale e modello per molti, da L’Humanité, fondata nel 1904 da Jean Jaurès, a l’Unità che i comunisti si decisero a fondare solo nel 1924, quando fu chiaro che la riunificazione col Psi (concordata a Mosca tra
Giacinto Menotti Serrati e Gramsci, e che avrebbe dovuto vederli co-direttori dell’Avanti!) era ormai fallita. Ed era fallita per l’opposizione dei dirigenti organizzati proprio intorno alla redazione milanese del giornale, capeggiati da Pietro Nenni, che utilizzando il suo ruolo di redattore capo alla fine del 1922, si oppose agli impegni assunti a Mosca dal suo direttore Serrati.
L’Avanti! era l’orgoglio dei socialisti, e l’ossessione delle forze reazionarie, che contro il giornale scatenarono un’occhiuta vigilanza e ripetute persecuzioni: sequestri, arresti (nel 1898, dopo le cannonate di Bava Beccaris, furono arrestati Turati e il direttore del giornale, Leonida Bissolati), perquisizioni e censura. Durante la prima guerra mondiale intere pagine uscirono completamente bianche oppure riempite ironicamente con brani dei Promessi sposi. Con lo squadrismo nazionalista e poi fascista arriveranno gli assalti armati e le devastazioni (tra il 1919 e il 1922 le sue redazioni sono ripetutamente assaltate, distrutte e incendiate), i ripetuti sequestri (36 nel 1924, 62 nel 1925). Benito Mussolini, che del giornale era stato uno dei direttori più amati negli anni che avevano preceduto la guerra, aveva maturato «invidia e odio profondo». Ma il quotidiano confezionato da Nenni non s’arrendeva e continuava a uscire. Solo le Leggi eccezionali ne decretarono la chiusura il 31 ottobre 1926.
Ma l’Avanti!, come aveva scritto Gramsci nel 1918, non era un «giornale-merce» e continuava a vivere là dove operavano i socialisti. Già il 10 dicembre 1926 riprese le pubblicazioni a Parigi, dove si rifugiarono molti dirigenti socialisti, come Bollettino del Partito socialista. Era soltanto una paginetta settimanale, grande come un volantino, ma era un «impegno d’onore» per «far rivivere in Francia l’organo glorioso». Anche in esilio i socialisti non persero quei tratti che li avevano contraddistinti sin dalle origini: «divisi e litigiosi. Libertari, spiriti critici, insofferenti alla disciplina, generosi e sanguigni». La condizione di esiliati non attenuò, semmai acuì queste caratteristiche e i contrasti tra le posizioni massimaliste di Angelica Balabanoff, che lo dirigeva, e quelle di Nenni (che si batteva per la fusione con i socialisti riformisti). Si acuirono fino a portare alla nascita di un nuovo Avanti!, stampato a Zurigo.
Quelli che vanno dalla crisi del ’29, all’affermarsi del nazismo alla guerra e alla Resistenza, sono anni tumultuosi che costrinsero i partiti antifascisti a misurarsi con un quadro politico continuamente in movimento e le posizioni cambiavano rapidamente. Sicché Nenni, il fiero oppositore della fusione tra Psi e neonato Pcd’I del 1923, divenne negli anni dei fronti popolari il fautore prima e il firmatario poi del Patto d’unità d’azione col partito comunista, siglato nel 1934.
Caduto Mussolini, «neppure si concepisce che il socialismo possa rinascere se non contestualmente all’Avanti!» che esce clandestinamente già il 22 agosto 1943. Alla liberazione di Roma, la sera del 5 giugno 1944, il giornale «Anno 48. Nuova serie, n. 1» è «sventolato come una bandiera vittoriosa» nei cortei che festeggiarono l’ingresso dei soldati americani.
Il quotidiano divenne subito il quotidiano più diffuso e autorevole del Sud, che presto raggiunse le 50mila copie, mentre al Nord un’edizione clandestina arrivò a stamparne 15mila. Dopo la Liberazione raggiunse presto le 360mila copie, grazie a quelle caratteristiche che l’avevano fatto grande alla nascita: l’attenzione a quanto di meglio esprimeva la cultura italiana e mondiale, grazie a collaboratori di vaglia (da Franco Fortini a Fernanda Pivano, ai giovani Paolo Grassi e Giorgio Strehler), ma anche allo sport, alla cronaca nera, alle lotte del lavoro, che la «stampa borghese» ignorava o distorceva, con giornalisti che diventeranno famosi come Ugo Zatterin o Ruggero Orlando (corrispondente da Londra).
La storia dell’Avanti! fu, anche nel dopoguerra, la storia del suo partito, coi suoi successi e le sue sconfitte, pregi e limiti, intuizioni ed errori. Una storia che dagli eroici giorni del 1896 arrivò al «logoramento e al declino» del 1987-1992, sino al «crollo» del 1993. Una storia raccontata con competenza e partecipazione da Ugo Intini che al giornale ha lavorato 27 anni e che lo ha diretto dal 1981 al 1987.
Il ponderoso volume si legge come un romanzo perché la storia d’Italia vista dalla redazione del giornale, si anima delle passioni di quegli uomini e quelle donne, che quella storia non solo l’hanno fatta, dividendo il loro impegno di giornalisti con l’attività di dirigenti di partito, ma l’hanno determinata anche raccontandola giorno per giorno, trovando un senso ai grandi e ai piccoli accadimenti quotidiani. E così facendo hanno orientato masse di cittadini, rendendoli consapevoli dei propri diritti, dando loro il coraggio di organizzarsi per rivendicarli.

LIBERO
del 13/11/2012
Argomenti di classificazione IL DELIRIO COMUNISTA CONTRO GLI SPOT IN TV  (INTINI UGO) a pag. 28