Di Leo al fenomeno ha dedicato un libro, “Il ritorno delle élites”, edito da manifesto libri, che inizia così: “Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élite economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello stato sociale”. A far “uscire dall’ombra” le élite finanziarie è stato “il 1989, data simbolo che ha posto fine all’alternativa sovietica”. Fino a quel momento, in Europa occidentale almeno, la strategia economica era stata quella dominata dallo “stato sociale”, cioè di “un capitalismo orientato alla domanda di consumi domestici e alla piena occupazione”. Paradossalmente “il momento d’oro della politica europea deve molto all’Unione sovietica. La sua mera esistenza ha spinto infatti i rappresentanti del mondo dell’economia, i partiti, i mass media e varie organizzazioni formali e informali a inventarsi complesse strategie difensive, e ad accettare compromessi e sacrifici”. Dall’uscita di scena dell’alternativa sovietica “gli avversari dello stato sociale hanno ricavato una spinta formidabile, che si è tradotta in una loro forte legittimazione culturale e politica”. La riscossa delle élite finanziarie, secondo di Leo, è stata duplice: sul versante “ideologico” si è realizzata con l’attacco alla cultura del primato e dell’autonomia della politica; sul versante “materiale” con l’imposizione di strategie di ridimensionamento dell’intervento dello stato nell’economia e nel sociale. L’esperienza tecnocratica di Monti, che il premier uscente intende legittimare anche elettoralmente con il voto di febbraio, è la prova di questa riscossa in corso. Di Leo cita l’esempio delle critiche mosse ripetutamente dall’ex Commissario dell’Unione europea al metodo della concertazione tra le parti sociali: “Tradizionalmente, negli Stati Uniti, al modello del welfare state venivano e vengono addebitati uno scarso slancio per le esigenze dell’apparato produttivo e, soprattutto, un mercato del lavoro che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale – dice la professoressa che dirige l’Osservatorio geopolitico sulle élite contemporanee – Alla concertazione si preferisce l’icona dello ‘scambio a due’, uno scambio nel quale il lavoratore è sempre più solo davanti al datore di lavoro, uno scambio alternativo e antagonista all’azione collettiva del passato, che al conflitto preferisce la sola alternativa tra adesione o meno”. Eppure Monti, così come molti dei guru riuniti a Davos, pone un problema macroscopico: quello della scarsa “efficacia” delle nostre democrazie, dello strapotere degli interessi particolari ai danni di quelli generali. “Le élite finanziarie hanno una loro cultura politica che hanno iniziato a propugnare apertamente con documenti come quelli della Banca mondiale degli anni 90, incentrati su ‘come lo stato di dovrebbe comportare’ – replica Di Leo – Gli uomini del capitale finanziario hanno creato una società segnata dall’assenza di regole, e soprattutto dove è esclusa la politica”. Altro che premure dai grandi riuniti a Davos, il sogno delle nuove élite è quello di liberarsi dell’“ultima grande invenzione offerta dall’Europa al mondo, i politici professionali”.
mercoledì 30 gennaio 2013
La lotta di classe dall'alto e la rivoluzione conservatrice dei giorni nostri: il libro di Rita di Leo
Risvolto
La novità ogni giorno più evidente è il primato delle
élites economiche, che si sono imposte su quelle politiche e sulla massa
dei "governati". Il loro potere è una novità assoluta, perché per la
prima volta della storia gli uomini dell'economia hanno nelle proprie
mani il governo della società, lo Stato, i partiti, i corpi intermedi.
Il libro descrive la sconfitta sempre più evidente delle élites
politiche europee e l'egemonia di quelle economiche americane. La tesi
di Rita Di Leo è che il potere sociale delle élites economiche esercita
ormai un'attrazione irresistibile ovunque, anche nelle nuove potenze
globali come la Cina, l'India e il Brasile, il cui contesto geopolitico e
culturale è altro da quello americano.
La vittima sacrificale di un potere senza nemici
Un affresco sto
Un libro che non nasconde le sue ambizioni, quello di Rita di Leo
pubblicato da manifestolibri. Già il titolo è critico verso lo spirito
del tempo - Il ritorno delle élites, pp. 122, euro 15 -. A supporto
dell'intenzionalità critica anche la forma scelta di esposizione - il
pamphlet - è commisurata all'altro obiettivo del volume: un atto di
accusa contro la politica ridotta a arida amministrazione
dell'esistente.
Il punto di vista dell'autrice si muove in una prospettiva storica, con
una datazione che vede nel Novecento il punto di svolta del concetto
di élite. Impregnate di sapori premoderni, le élite vengono scalzata
dalla scena politica mondiale a partire dalla formazione dei grandi
partiti di massa nel vecchio continente. È infatti in Europa che il
nodo tra produzione di ricchezza ed esercizio del potere viene reciso. I
detentori del potere economico devono vedersela con la politica,
quella con la P maiuscola. Non riescono più a piegare lo stato ai loro
interessi, che diviene invece l'arena in cui confliggono diverse
concezioni del vivere in società. Protagonisti di questa trasformazione
sono i politici di professione, eredi legittimi di quegli intellettuali
francesi che durante la Rivoluzione del 1789 diventarono i leader
delle prime formazioni politiche moderne. Rita di Leo ha scelto però la
prospettiva storica per analizzare il ruolo delle élite. Sa che la
«politica progetto» ha un suo epicentro ben preciso. È a Est dell'Elba,
cioè in Russia. È in quel paese che la politica scalza dagli scranni
del potere le élite economiche. Da allora, come un virus, la «politica
progetto» si diffonde nel resto d'Europa, ma con una sostanziale
differenza da Mosca e da Pietroburgo. Nella Russia sovietica la
«politica progetto» punta infatti a trasformare la società, rinunciando
all'esistenza dell'élite economiche; a Ovest dell'Elba i politici di
professione elaborano strategie per contenere il «virus sovietico». Da
qui prende forma quello che è stato poi chiamato il welfare state. I
grandi partiti socialdemocratici, assieme a esponenti della borghesia
industriale, sono gli artefici di questa «grande trasformazione»
europea. Le èlite economiche per sopravvivere cedono così la sovranità
alla politica.
Instabile equilibrio
Rita di Leo conosce bene la genealogia del concetto di élite, ma
accetta il rischio di confrontarsi con la sua ambivalenza. E nel fare
questo si sposta al di là dell'Atlantico, dove la storia ha usato un
altro lessico. Negli Stati Uniti la commistione tra politica e economia
è alle radici della storia americana. Le élite non hanno mai ceduto la
sovranità alla politica. Semmai hanno creato un delicato dispositivo
che ha consentito equilibrio di poteri, ma anche tracciato la via
affinché il passaggio da una poltrona in un consiglio di
amministrazione a un seggio al Congresso sia indolore e funzionale alla
imprese capitalistiche. Ironicamente, si potrebbe dire che gli Stati
Uniti sono fondati non sulla ricerca della felicità, come recita la
loro carta fondamentale, ma su una ben più materiale commistione di
interessi tra eletti al senato, al congresso e le imprese. Più che
conflitto di interessi sarebbe dunque lecito parlare di convergenza di
interessi in un, appunto, equilibrio di poteri.
Ma la storia è come l'evoluzione descritta da Stephen Jay Gould. Tutto
procede senza variazioni, fino a quando c'è una variazione sostanziale,
che crea discontinuità storica. Anche qui la datazione dell'autrice è
chiara. È l'Ottantanove del Novecento ha segnare la cesura. Il crollo
del Muro di Berlino e l'implosione del socialismo reale aprono la porta
per il ritorno trionfale dell'élite economiche. Da allora la «politica
progetto» è sospinte sullo sfondo, in un ruolo marginale e del tutto
ininfluente sia a livello nazionale che globale. Sono élite economiche,
che agiscono su un piano globale, spesso indifferenti al ruolo dello
stato-nazione, a patto che non disturbi il loro operato. In caso
contrario, lo occupano, ripristinando la «politica di potenza» che la
«politica progetto» aveva ridimensionato. Soltanto che le armi usate
sono la borsa e la circolazione dei capitali, che possono far eleggere
un leader in un paese, oppure far cadere un governo da un giorno
all'altro. D'altronde, la retorica italiana per legittimare scelte
neoliberiste in politica economica si basa sulla frase: è l'Europa che
lo vuole. In altri termini lo vogliono le élite economiche e la politica
ridotta ad amministrazione non fa altro che ratificare quando deciso
altrove. Sono dunque élite cosmopolite, anche se Rita di Leo scrive che
vivono prevalentemente negli Stati Uniti o in qualche gated community
della vecchia Europa.
C'è però da decidere se questo ritorno delle élite sia un ritorno al
passato o a una inedita forma di interdipendenza tra economia e
politica. Quesito lasciato aperto dall'autrice, anche se traspare una
qualche nostalgia per quella «politica progetto» che ha plasmato la
storia globale del Novecento. Ma oltre a questo è l'ambivalenza della
nozione di élite che chiede di essere interrogata. Nelle pagine finali
del libro, Rita di Leo evoca lo slogan di Occupy Wall Street sul 99%
vittima della crisi e l'1% che continua ad arricchirsi. Più che
analitica, è una rappresentazione che semplifica lo scenario sociale,
la composizione del lavoro vivo e la divisione in classi della società.
Tra Gramsci e Lenin
Le élite di cui si descrive il ritorno ricordano, così rappresentate,
più i ceti dominanti del passato che non gli esponenti di un capitale
finanziario fortemente differenziato socialmente al suo interno. Il
manager di una impresa finanziaria è infatti cosa diversa da chi siede
nel suo consiglio di amministrazione. Per questo, varrebbe la pena
attingere alla cassetta gramsciana degli attrezzi e mettere al lavoro -
teorico, va da sé - il concetto di blocco sociale. Ne uscirebbe un
quadro più articolato che aiuterebbe meglio a comprendere il consenso
che le élite hanno. La stessa operazione andrebbe fatta, ma in questo
caso la cassetta degli attrezzi è diversa vede al suo interno il nome
di Lenin, per meglio capire come il lavoro vivo interagisce con
l'esercizio del potere. Ma questo indicherebbe solo il lavoro teorico
per meglio comprendere l'eclissi Politico nel capitalismo
contemporaneo. Un lavoro che è sempre più urgente compiere per dare
forma a una rinnovata e più radicale «politica del progetto».
Al governo in realtà ci sono le
élite, ma quelle finanziarie. Parla Di Leo
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Marco Valerio Lo Prete 29 gennaio 2013 - ore 09:48
Di Leo al fenomeno ha dedicato un libro, “Il ritorno delle élites”, edito da manifesto libri, che inizia così: “Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élite economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello stato sociale”. A far “uscire dall’ombra” le élite finanziarie è stato “il 1989, data simbolo che ha posto fine all’alternativa sovietica”. Fino a quel momento, in Europa occidentale almeno, la strategia economica era stata quella dominata dallo “stato sociale”, cioè di “un capitalismo orientato alla domanda di consumi domestici e alla piena occupazione”. Paradossalmente “il momento d’oro della politica europea deve molto all’Unione sovietica. La sua mera esistenza ha spinto infatti i rappresentanti del mondo dell’economia, i partiti, i mass media e varie organizzazioni formali e informali a inventarsi complesse strategie difensive, e ad accettare compromessi e sacrifici”. Dall’uscita di scena dell’alternativa sovietica “gli avversari dello stato sociale hanno ricavato una spinta formidabile, che si è tradotta in una loro forte legittimazione culturale e politica”. La riscossa delle élite finanziarie, secondo di Leo, è stata duplice: sul versante “ideologico” si è realizzata con l’attacco alla cultura del primato e dell’autonomia della politica; sul versante “materiale” con l’imposizione di strategie di ridimensionamento dell’intervento dello stato nell’economia e nel sociale. L’esperienza tecnocratica di Monti, che il premier uscente intende legittimare anche elettoralmente con il voto di febbraio, è la prova di questa riscossa in corso. Di Leo cita l’esempio delle critiche mosse ripetutamente dall’ex Commissario dell’Unione europea al metodo della concertazione tra le parti sociali: “Tradizionalmente, negli Stati Uniti, al modello del welfare state venivano e vengono addebitati uno scarso slancio per le esigenze dell’apparato produttivo e, soprattutto, un mercato del lavoro che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale – dice la professoressa che dirige l’Osservatorio geopolitico sulle élite contemporanee – Alla concertazione si preferisce l’icona dello ‘scambio a due’, uno scambio nel quale il lavoratore è sempre più solo davanti al datore di lavoro, uno scambio alternativo e antagonista all’azione collettiva del passato, che al conflitto preferisce la sola alternativa tra adesione o meno”. Eppure Monti, così come molti dei guru riuniti a Davos, pone un problema macroscopico: quello della scarsa “efficacia” delle nostre democrazie, dello strapotere degli interessi particolari ai danni di quelli generali. “Le élite finanziarie hanno una loro cultura politica che hanno iniziato a propugnare apertamente con documenti come quelli della Banca mondiale degli anni 90, incentrati su ‘come lo stato di dovrebbe comportare’ – replica Di Leo – Gli uomini del capitale finanziario hanno creato una società segnata dall’assenza di regole, e soprattutto dove è esclusa la politica”. Altro che premure dai grandi riuniti a Davos, il sogno delle nuove élite è quello di liberarsi dell’“ultima grande invenzione offerta dall’Europa al mondo, i politici professionali”.
La subalternità dei comunisti e della sinistra alle origini dell'esplosione di Grillo come fenomeno politico

Che
il partito di Grillo - a prescindere da qualunque giudizio sulla sua
proposta politica e sulla sua forma strutturale - fosse nato dagli
errori dei comunisti e della sinistra radicale, che con la loro
subalternità al PD gli hanno lasciato un'autostrada aperta, era
abbastanza chiaro a chi avesse un minimo di dimestichezza con la
politica e soprattutto a chi ha avuto la sventura di vivere la vita
politica italiana degli ultimi decenni militando in Rifondazione
Comunista (ai tempi di Bertinotti ma anche dopo). Adesso una prima
indagine sociologica del Mulino conferma questa impressione: "... il
voto per il comico-politico è fatto da operai (la percentuale più alta,
il 29,5), poi da dipendenti privati (28,5), lavoratori autonomi e
partite Iva (27,4), studenti (25,3)...". Ovviamente, questa ricerca dà anche utili indicazioni per il futuro, a chi non voglia ripetere
gli errori politici del passato e a chi si è finalmente liberato della
sudditanza nei confronti del PD. [SGA].
Risvolto
"Per anni ci hanno abituato che un politico se aspettavi un po’ diventava un pregiudicato, ma mai il contrario, che prendi un pregiudicato, aspetti un po’ e diventa politico"
"Per anni ci hanno abituato che un politico se aspettavi un po’ diventava un pregiudicato, ma mai il contrario, che prendi un pregiudicato, aspetti un po’ e diventa politico"
Capace di suscitare entusiasmi e speranze pari ai
timori e alle ripulse, il "grillismo" sembra più di una meteora del
costume: forse sarà un nuovo protagonista degli equilibri politici
italiani, forse – come promette e minaccia – li farà saltare. In ogni
caso, sarà bene conoscere il fenomeno più da vicino, al di là del
clamore giornalistico. Con l’aiuto dell’Istituto Cattaneo, il lettore
potrà scoprire le ragioni del successo del M5s e potrà quindi, alla
vigilia delle prossime elezioni politiche, su cui Grillo si sforza
quotidianamente di mettere un’ipoteca, inquadrare bene il movimento e la
sua organizzazione dentro e fuori la rete, il rapporto tra la base e il
condottiero-blogger, le relazioni tra eletti e militanti, l’uso delle
tecnologie informatiche e della "web democracy", il ruolo delle
tradizioni civiche e la capacità di proiezione a livello nazionale.
Piergiorgio Corbetta è professore ordinario di Metodologia della ricerca sociale nell’Università di Bologna. È da molti anni tra gli animatori dell’Istituto Cattaneo, di cui è stato a più riprese direttore. Elisabetta Gualmini è professore ordinario di Scienza politica nell’Università di Bologna. È presidente dell’Istituto Cattaneo.
Piergiorgio Corbetta è professore ordinario di Metodologia della ricerca sociale nell’Università di Bologna. È da molti anni tra gli animatori dell’Istituto Cattaneo, di cui è stato a più riprese direttore. Elisabetta Gualmini è professore ordinario di Scienza politica nell’Università di Bologna. È presidente dell’Istituto Cattaneo.
Una forza nata nella sinistra radical
Il partito Grillo, a cura di Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini, è edito da il Mulino
di Elisabetta Gualmini La Stampa 30.1.13
Esce
domani Il partito di Grillo , una ricerca edita da il Mulino a cura di
Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini. Pubblichiamo qui
un’anticipazione dall’introduzione della Gualmini.
Vi sono
infatti due distinte modalità per relazionarsi sul piano della ricerca a
questo fenomeno totalmente nuovo per il sistema politico italiano. La
prima è quella di analizzare in via prioritaria le caratteristiche della
leadership di Grillo, il suo ruolo e il suo messaggio politico, e i
suoi rapporti con la base. La seconda modalità è quella di esaminare
appunto chi sono, da dove vengono e perché si sono mobilitati gli
attivisti del M5s. Noi abbiamo privilegiato questa seconda prospettiva,
non soffermandoci tuttavia solamente sull’osservazione del presente (per
di più ambiguo e sfuggente data la fase di profonda instabilità – anche
per crescita – in cui il Movimento si trova oggi), ma allungando lo
sguardo anche al passato e – per quanto possibile – al futuro, cercando
di avanzare alcune ipotesi sulle linee evolutive del Movimento e
cercando di capire in quale traiettoria della storia dei partiti
occidentali ed europei esso si posiziona. (...)
Se guardiamo alla
fase iniziale del M5s, ci troviamo davanti a una forza politica che
affonda le proprie origini nell’humus dei movimenti e dei partiti della
sinistra libertaria e radicale, da cui sono nati ad esempio i partiti
dei Verdi in Germania e in altri Paesi europei. Si tratta di quella
silent revolution caratterizzata dalla lotta per l’affermazione di
valori trasversali, postideologici e post-materialisti come i diritti
civili e di pari opportunità, la pace, lo sviluppo solidale e
l’ecologia. Grillo non è estraneo a questo ambiente culturale, almeno
nelle sue rivendicazioni iniziali (contro le multinazionali, a favore di
un commercio globale più equo, ecc.).
La sua vicinanza all’area
della sinistra è testimoniata poi, sempre agli inizi, dalle prime
esibizioni «politiche» alle feste dell’Unità tra gli anni ottanta e
novanta, dall’appoggio, seppure turandosi il naso, al governo Prodi del
2006 e dal tentativo di candidarsi alle primarie per la segreteria del
Pd nel 2009.
Durante le amministrative 2012, tuttavia, il M5s inizia
ad attrarre consensi dagli elettori del centrodestra, anche a fronte
dello sfacelo della Lega di Bossi sotto la scure degli scandali e della
corruzione, e della frantumazione del Pdl berlusconiano, assumendo una
natura sempre più «pigliatutti». Un movimento dunque che nasce in
opposizione al sistema vigente dei partiti, di cui si denuncia
l’inefficacia e il degrado secondo un arcinoto repertorio populista, e
che poi finisce per essere esso stesso un partito, con i propri eletti
nelle assemblee regionali e comunali alle prese con problemi intricati
da gestire e da risolvere. Un non-partito che assume le vesti del
partito, benché con specificità e caratteristiche proprie che qui
esamineremo. Che all’inizio raccoglie i transfughi della sinistra e che
poi si sposta verso destra, collocandosi alla fine oltre qualsiasi
rigida dicotomia tra sinistra e destra. (...)
Se poi guardiamo ai
dati elettorali successivi alle amministrative 2012, l’identikit
dell’elettoretipo del M5s conferma da un lato la predominanza del
centrosinistra, ma dall’altro la crescita importante della componente di
centrodestra. Nel post-elezioni 2012, su 100 elettori intenzionati a
votare per il M5s, il 34,5% viene da Pd e Idv, cui si aggiunge l’11,8%
dalla Sinistra arcobaleno, per un totale del centrosinistra pari al
46,3. Il 33,8% viene da Pdl-Lega-Mpa e il 5,1% dall’Udc, per un totale
del blocco di centrodestra pari quasi al 39%.
Grillo, la classe operaia in paradiso assieme alle partite Iva
La Stampa 30/01/2013
Da dove vengono politicamente e socialmente gli elettori cinque
stelle? Viaggio col Mulino in un mondo di post-sinistra, operai,
studenti, lavoratori autonomi
C’ è un elemento che di solito sfugge, nel vasto blaterare a
proposito del Movimento di Beppe Grillo; è quello che riguarda la sua
composizione sociale e il suo carattere post-ideologico. È vero, il
«partito di Grillo» è un movimento trasversale, ma se ascoltiamo i suoi
simpatizzanti, se ci parliamo, non possiamo non sapere che hanno molto
spesso una chiarissima provenienza politica, almeno in partenza. E poi, è
il secondo punto, questo elettorato vede crescere costantemente alcune
categorie dimenticate che potremmo definire - usando un copyright
sfortunato di D’Alema - «una costola della sinistra». Abbiamo davanti un
voto (anche) molto operaio, che attrae tanto gli studenti universitari,
che pesca molto tra i disoccupati. Se non è sinistra questa, almeno
geneticamente... Non è per caso che Grillo provò a iscriversi alle
primarie del Pd (cosa che gli fu negata, contribuendo però ad
alimentarne la crescita).
Si tratta di due caposaldi che segneranno un punto fermo nelle infinite disquisizioni sui militanti cinque stelle, sul loro supposto qualunquismo e sull’estraneità a un orizzonte politico vero e proprio. Un’inchiesta miliare del Mulino che ha potuto studiare in anteprima, curata da Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta ( Il partito di Grillo ), lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio. Solo in epoca recentissima Grillo va a pescare anche a destra, ma dalle elezioni amministrative del 2012 in poi il voto per il comico-politico è fatto da operai (la percentuale più alta, il 29,5), poi da dipendenti privati (28,5), lavoratori autonomi e partite Iva (27,4), studenti (25,3). È da sempre relativamente meno attraente, invece, per chi lavora nel settore pubblico, e per pensionati e casalinghe. È fatto sì di tanti giovani, ma il suo cuore è tra i 35 e i 44 anni, non tra gli universitari. Il livello di istruzione è medio, o medio alto, i diplomati e i laureati sono rispettivamente il 27,3 e il 23,7, percentuali notevoli, se consideriamo i tassi di analfabetismo di ritorno ancora agghiaccianti tra i votanti degli altri partiti. (...)
Si tratta di due caposaldi che segneranno un punto fermo nelle infinite disquisizioni sui militanti cinque stelle, sul loro supposto qualunquismo e sull’estraneità a un orizzonte politico vero e proprio. Un’inchiesta miliare del Mulino che ha potuto studiare in anteprima, curata da Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta ( Il partito di Grillo ), lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio. Solo in epoca recentissima Grillo va a pescare anche a destra, ma dalle elezioni amministrative del 2012 in poi il voto per il comico-politico è fatto da operai (la percentuale più alta, il 29,5), poi da dipendenti privati (28,5), lavoratori autonomi e partite Iva (27,4), studenti (25,3). È da sempre relativamente meno attraente, invece, per chi lavora nel settore pubblico, e per pensionati e casalinghe. È fatto sì di tanti giovani, ma il suo cuore è tra i 35 e i 44 anni, non tra gli universitari. Il livello di istruzione è medio, o medio alto, i diplomati e i laureati sono rispettivamente il 27,3 e il 23,7, percentuali notevoli, se consideriamo i tassi di analfabetismo di ritorno ancora agghiaccianti tra i votanti degli altri partiti. (...)
La retorica del dono o la retrocessione della coscienza politica dal concetto al desiderio pio e autocontraddittorio
Il nome perduto della condivisione
L'economia ha bisogno della moneta come mezzo di mediazione tra i partecipanti a uno scambio. Diversa è la dinamica del dono, dove la reciprocità apre la porta a possibili e inedite relazioni sociali UN'OPERA DI NIKI DE
SAINT PHALLE Un brano del testo del filosofo francese apparso nell'ultimo numero di «Vita e Pensiero» Quella critica al capitalismo che auspica zone autonome dal mercato
ARTICOLO - Jean-Luc Marion il manifesto 2013.01.30 - 10 CULTURA
L'economia che, letteralmente significa la «legge che regna in
casa», è interpretata come scambio economico. Ma quest'ultimo
dev'essere considerato come un aspetto dell'economia che si può
discutere, e non come sinonimo di economia. Che cosa, all'interno
dell'economia, può contrapporsi allo scambio? Non l'abolizione del
sistema di mercato, non l'opposizione del capitalismo al socialismo, ma
il dono. Quando si oppone il dono allo scambio, apparentemente si va
contro la più celebre definizione di scambio, quella formulata da Marcel
Mauss negli anni Venti, e sulla quale continua a basarsi la
maggioranza degli studi sul dono. Secondo Mauss, il dono è un caso
particolare di scambio, vale a dire uno scambio gratuito. Se guardiamo
alla storia di certi gruppi etnici rimasti estranei alla rivoluzione
economica, troviamo un sistema di scambio in cui una tribù che ne
incontra un'altra le fa un dono in segno di benevolenza, costringendo
così l'altra tribù, per mantenere la pace, a uno scambio reciproco che è
uguale al precedente +1.
In nome di Mauss
Grazie allo scambio gratuito, ma che comporta una logica di
reciprocità, è mantenuta la pace. È il sistema del dono di potlatch. Il
dono è di fatto uno scambio, senza la mediazione della moneta. Si dirà
che vi sono scambi gratuiti, il dono, e scambi non gratuiti, il
commercio, mediato dal valore di scambio e dalla moneta. Vorrei
mostrare che le cose non stanno così: la gratuità e il dono non sono un
caso particolare dello scambio; la logica del dono è irriducibile alla
logica dello scambio e del commercio.
Per stabilire questo punto, bisogna capire che c'è anche una difficoltà
del dono, sottolineata da Jacques Derrida il quale, per rafforzare la
riduzione da parte di Marcel Mauss del dono alla gratuità, diceva che
il dono è sempre un'illusione e che la realtà del dono è sempre
implicitamente la logica dello scambio. Se faccio un dono a qualcuno,
egli mi deve qualcosa, anche se io non gli chiedo nulla. In uno scambio
economico, è chiarissimo che devo qualcosa. Nel dono, apparentemente,
non ho nient'altro da fare. In verità, colui al quale è stato fatto il
dono, anche se glie è stato fatto per niente, deve qualcosa, almeno la
riconoscenza dalla quale cercherà di sbarazzarsi facendo un giorno un
contro-dono. Se non dona niente in cambio, lo riterranno tutti un
ingrato, avrà perso la reputazione di uomo generoso perché gli è stato
fatto un regalo che lui non avrà reso. Apparirà come un uomo roso
dall'ingratitudine, dall'avarizia, si sentirà colpevole. Colui che
riceve dovrà dunque pagare, in termini reali o simbolici. Chi entra nel
deficit simbolico, pagherà con gli interessi. Il dono è sempre
sospetto, non solo di ipocrisia, ma prosegue implicitamente in uno
scambio tanto più radicale in quanto sarà fatto in modo sotterraneo e
forse morboso. Il dono è sempre solo uno scambio taciuto - e di fatto
non taciuto poi così tanto. È questo un modo per conservare la
posizione di Mauss.
È possibile avere un dono pur riducendone il beneficiario, il
donatario. È un'esperienza che facciamo spesso - donare non sapendo a
chi doniamo - ad esempio alle Ong: è proprio perché non sappiamo a chi
doniamo che possiamo donare in modo efficace. La scomparsa del
donatario non impedisce il dono. Proviamo a essere cinici: a volte
preferiamo non doverci occupare del fine della distribuzione, che
lasciamo a professionisti. L'anonimato del donatario può essere una
soluzione comoda. Ma ci sono doni più degni di ammirazione che si
basano sulla scomparsa del donatario. Quando doniamo a qualcuno che non
ci ha chiesto niente o di cui sappiamo che conserverà la sua
ingratitudine e la sua incapacità di ringraziarci, quando sappiamo che
ci faremo rimproverare di aver fatto un dono e lo facciamo comunque: in
queste situazioni il nostro dono diviene ancor più chiaro.
Ma si può anche fare un dono senza che nessuno lo doni e senza che
appaia come un dono. L'esempio più evidente del dono che nessuno dona è
quello fatto da chi è morto. Il morto dona nel momento in cui nessuno
dona: è la questione dell'eredità. Diventa il prototipo del dono
anonimo. Come nel romanzo dove il capitano Nemo fa ai naufraghi
dell'isola misteriosa il dono di cui hanno un bisogno vitale; o nei
romanzi popolari, dove un misterioso donatore si nasconde e veglia
sulla salvezza della povera orfana. Il donatore migliore è il donatore
assente. Nel caso dell'eredità, è necessario che il donatore sia
assente perché essa abbia luogo; qui l'assenza è la condizione stessa
del dono; e non ci sarà scambio perché non ci sarà un ritorno in vita
del donatore. L'eredità è un dono perfettamente ingiusto: può capitare a
qualcuno che non ne ha bisogno o a qualcuno che il defunto detestava o
viceversa. Non è legato all'interesse, è senza interesse in tutti i
sensi del termine. Viene in mente l'immagine biblica di Dio che
dispensa i suoi benefici tanto sul cattivo quanto sul buono. In altri
termini, il dono non è legato all'interesse e una delle forme del
disinteresse è che non c'è donatore. È questo il motivo per cui gli
antichi dicevano che gli dèi non provano invidia, formula ripresa dai
primi cristiani: Dio dona senza invidia, senza fare calcoli, in
perdita. Di fatto, il donatore deve sparire, nel senso che egli dona
sempre in perdita, e più dona in perdita più il suo è un dono.
Arriviamo alla terza riduzione. Sant'Agostino, per spiegarla, fa
l'ipotesi di una donna che riceve dal suo futuro sposo un anello e
dice: «Grazie, mi tengo il gioiello e non ci sposeremo». Ragionando
così, ella si comporta come se il giovane le avesse donato l'anello e
niente di più; ma non è così che la pensava il giovane: egli pensava
che, mettendole l'anello al dito, si sarebbe dato a lei e,
reciprocamente, lei a lui. Per quanto il gioiello abbia un valore, ciò
che ne costituisce il valore profondo è ciò che procede con la persona
amata. Nella maggior parte dei doni che facciamo, non è mai ciò che
doniamo effettivamente a costituire il dono, ma è ciò che «procede
con». Quando volete far piacere a qualcuno, gli donate qualcosa, ma il
regalo è solo il portavoce, l'accessorio dell'affetto che così gli
testimoniate. E più quel che si dona è importante, più il dono deve
essere irreale, irrealizzato e simbolico.
Pensiamo a quando si prende possesso di un immobile o di una società
che si è acquistata. Per farlo, si va da un notaio e si firmano dei
documenti. Ma la presa di possesso non ha alcun rapporto con
l'effettività di quello che si sta per possedere. Quando viene eletto,
il presidente degli Usa riceve i codici nucleari, ma non qualcosa come
«il potere», che resta invisibile. Ciò che si dona non è mai
proporzionale a ciò che accompagna il dono. Più il dono è
considerevole, più diviene immateriale. Quando c'è gente che muore di
fame e noi diamo loro da mangiare, da bere, un alloggio, doniamo certo
qualcosa, ma è la vita che diamo, al di là di pane, acqua e coperte.
Non doniamo medicinali, ma la possibilità di sopravvivere a una
malattia; non prodotti agricoli, ma la possibilità di mangiare, insomma
la vita. La vita si dona donando qualcos'altro insieme ad essa, e
quest'altra cosa non avrebbe alcun valore se non ne avessimo bisogno
per restare in vita. Quando donate il vostro tempo, la vostra vita, il
vostro amore, in senso stretto, non donate niente. Compite un gesto o
un altro, ma i gesti non sono oggetti. Donate ciò che non è una cosa,
perché la differenza tra la vita e la morte non è reale, il morto è
reale tanto quanto il vivo. Il tempo che donate non è reale, è anzi la
sola cosa che il denaro non possa comprare. Con il tempo si fa denaro,
ma con il denaro nessuno ha mai comprato del tempo. Quindi, quando si
perde il proprio tempo a fare denaro, non è affatto sicuro che ci si
guadagni nel cambio. Più quel che donate è essenziale, meno è reale.
Dire che più il dono è fondamentale meno è reale, significa dire la
verità. Sono soltanto i doni di pochissimo valore a essere reali, come
offrire una sigaretta a qualcuno per la strada.
Il contratto erotico
La questione del dono è davvero paradossale, poiché esso non ha bisogno
dei termini dello scambio per apparire come un dono; al contrario,
appare come tale solo se si fa a meno dei termini dello scambio. Cosa si
produce nel dono? Si produce una logica dell'avanzo - in senso
economico - che io ho chiamato altrove la logica dell'esperienza
erotica.
Anche nell'esperienza erotica, infatti, si può ragionare secondo la
logica dell'economia e dello scambio, seguendo il principio: «Io ti amo
solo se tu hai iniziato ad amarmi, ti amerò solo in cambio del primo
investimento che tu avrai fatto per amarmi, e non sperare che sia il
primo a giocare le mie carte». È un'interpretazione economica
dell'amore. Ma ce n'è un'altra: l'interpretazione erotica dell'amore. In
questo caso si tratta di donare senza aspettarsi in risposta lo
scambio, persino senza sperarlo, né desiderarlo. È ciò che fa la
grandezza di Dio, quando crea cose che non sono in condizione di amarlo,
poiché non esistono ancora; o il fascino di don Giovanni che dice a
una donna «Sei bella, ti amo» e che, di colpo, fa sì che lei lo
diventi, bella. Chi è primo ad amare si assume il rischio dell'assenza
di reciprocità, è questa la logica del dono. Egli crea le condizioni
eventuali della risposta, ma non è orientato sulla possibilità dello
scambio e della risposta. Ha un potere creatore, come non accade per lo
scambio. Lo scambio mira alla giustizia, alla reciprocità e si accorda
sulla crescita o sull'interesse del rimborso del debito. Lo scambio
segue l'uguaglianza in senso matematico e politico. Quel che è proprio
del dono, invece, è di essere sempre nel principio dell'anticipo senza
risposta, quindi nella logica della crescita.
*****************
SCAFFALI
L'allievo di Levinas scopre Marcel Mauss
«Vita e Pensiero» è il bimestrale di cultura e dibattito
dell'Università Cattolica. Si vuole proporre come luogo di confronto
scientifico ed elaborazione intellettuale. Nel numero 6/2012, appena
uscito nelle librerie delle principali città, figurano fra gli altri un
dialogo fra gli economisti Alberto Quadrio Curzio e Carlo Dell'Aringa
sulla crisi economica; una riflessione della scrittrice Sylvie Germain
su aldilà e letteratura; un intervento di Cristiana Collu,
neodirettrice del Mart di Rovereto, sul rapporto fra italiani e musei.
Dalla rivista pubblichiamo uno scritto di Jean-Luc Marion dal titolo
«Democrazia, c'è ancora posto per la gratuità?» Marion, allievo di Paul
Ricoeur ed Emmanuel Lévinas, insegna presso l'Università Sorbona di
Parigi e quella di Chicago: in un contesto filosofico postmetafisico, è
giunto a elaborare un'originale «fenomenologia della donazione».
Persiste il mito storiografico del Sonderweg tedesco e la criminalizzazione della Germania in quanto tale
Thomas Kühne: Il male dentro. La comunità di Hitler: psicologia del genocidio e orgoglio nazionale, Edizioni dell'Altana, 2012
IL FOGLIO del 29/1/2013
LIBRI a pag. 3
IL FOGLIO del 29/1/2013
LIBRI a pag. 3
Una nuova edizione italiana per il Chisciotte
Miguel de Cervantes: Don Chisciotte della Mancia. Testo spagnolo a fronte a cura di F. Rico, trad. di A. Valastro Canale, Bompiani
Risvolto
Nel maggio del 2002, una giuria composta da un
centinaio di scrittori di oltre cinquanta Paesi ha scelto il romanzo di
Cervantes come "the world's best work of fiction" (La migliore opera di
fantasia del mondo) di tutti i tempi, assai più votato delle opere di
Proust, Shakespeare, Omero, Tolstoj. Cos'ha "Don Chisciotte della
Mancia" per meritare una tale preferenza? Nessuno potrà dirlo con
sicurezza, ma è un fatto che, dal momento della sua apparizione, nel
1605, questo libro ha goduto in modo crescente di una stima e di un
successo eccezionale. Questa edizione del capolavoro di Cervantes
presenta il testo critico spagnolo costituito sulla comparazione di un
centinaio di edizioni antiche e moderne, una sorta di summa di
quattrocento anni di studi preparata dal professor Francisco Rico,
conoscitore massimo dell'opera cervantina; è corredata da un apparato di
note tanto essenziali quanto illuminanti; infine è dotata, a fronte,
della traduzione italiana di Angelo Valastro Canale, che si è avvalsa
dei più recenti commenti al "Don Chisciotte".
L’umano assoluto di Don Chisciotte
Imperdibile edizione del libro di Cervantes a cura di Francisco Rico Nella collana di Bompiani dedicata ai Classici le gesta dell’hidalgo a caccia di mulini a vento diventano la sublime metafora di un mondo diviso tra l’utopia e la mediocrità della condizione reale
di Giulio Ferroni l’Unità 30.1.13
TUTTA LA VARIETÀ
MOLTEPLICE ED ETEROGENEA DEL ROMANZO MODERNO, DI QUELLO CHE È STATO,
DOPO, IL MONDO ROMANZESCO, SEMBRA come erompere e scaturire dal Don
Chisciotte, un libro assoluto, uno dei pochi libri davvero assoluti: con
le mille avventure che si dispiegano nelle pagine di Cervantes, nei
volumi della prima e della seconda parte, messi a stampa nel 1605 e nel
1615, ma che da lì hanno viaggiato nell’immaginario, con il richiamo di
quel tipo umano, di quel fallimentare eroe in cui spesso si riconosce
anche chi il libro non l’ha letto o l’ha sfiorato solo da lontano.
In
esso la realtà e l’illusione si intrecciano con i grovigli più diversi,
bizzarri e pedestri, abnormi e quotidiani, negli atti e nei discorsi
del cavaliere dalla triste figura e del suo scudiero Sancho Panza. Nella
follia di don Chisciotte nel suo voler credere nella realtà dei romanzi
cavallereschi di cui è ossessivo lettore e nella possibilità di
partecipare direttamente, nel presente, al loro mondo si manifesta
l’attrazione dell’illusione, l’aspirazione impossibile a vivere entro un
mondo perfetto e assoluto, a cui l’individuo possa imporre senza limiti
la propria forza, il proprio coraggio, per il trionfo e della
giustizia, della verità, della bellezza, in cui abbiano campo reale
tutte le favolose meraviglie sognate dalle fantasie romanzesche. Ma
nella rappresentazione della sua follia si dà anche la critica a
quell’illusione, messa a confronto con la volgarità quotidiana, con la
mediocre piattezza di un mondo in cui è sempre in agguato l’inganno, la
menzogna, la violenza, il sordido squallore, il più bieco egoismo (e,
semmai, la giocosa disposizione a beffarsi di chi quel sogno lo prende
sul serio).
Don Chisciotte è uno dei più grandi emblemi dell’umano,
del nostro essere sospesi tra l’utopia (che forse sgorga da sogni
favolosi di ricomposizione e conciliazione) e la mediocrità delle
condizioni reale (il contraddittorio, confuso, banale, disgregato darsi
dell’esistenza, dei caratteri del mondo). È tutto questo, formidabile
immagine della contraddittorietà del nostro essere (anche dell’essere
politico, di un essere politico che non rinuncia a cercare il meglio pur
nella coscienza della crisi e dello sfacelo): ma nello stesso tempo ci
gratifica con la sua indifesa testardaggine, simpatico e sinistro,
allucinato e cordiale; è qualcuno a cui alla fine non si può non volere
bene, come non si può non volere bene al suo scudiero Sancho e
all’autore che lo accompagna ammiccando in un narrare dispiegato e
cordiale, pure pieno di trabocchetti, di contorsioni, di manieristici
avvolgimenti. Egli finge del resto di attribuire l’invenzione della
storia ad un altro autore, l’arabo Cide Hamete Benengeli, e crea
incredibili sovrapposizioni tra piani narrativi, come quelle della
seconda parte, dove l’eroe e il suo scudiero incontrano personaggi già
informati su di essi e sulle loro imprese, avendole già lette nella
prima parte.
Per questo e per mille altri motivi il Don Chisciotte ha
fatto da nutrimento alla più grande narrativa europea, agendo anche
sugli scrittori da esso in apparenza più lontani: e si può avere
l’impressione che una delle ragioni di debolezza della più recente
narrativa italiana sia data proprio dalla scarsa presenza di questo
capolavoro tra le letture correnti.
Allora può essere occasione di un
ritorno più intenso di questo grande romanzo l’edizione appena apparsa
nella nuova collana dei Classici della letteratura europea con testo
integrale a fronte, diretta per Bompiani da Nuccio Ordine (a cura di
Francisco Rico, traduzione di Angelo Valastro Canale, pagine 2182, euro
30,00: il testo e la traduzione sono accompagnati da ulteriori apparati e
puntuale annotazione).
Nella stessa collana appare
contemporaneamente l’edizione di un ampio poema inglese del tardo
Cinquecento, che ha molteplici tangenze con la letteratura italiana,
finora mai tradotto integralmente nella nostra e in nessun’altra lingua,
La regina delle fate (The Faerie Queene) di Edmund Spenser, a cura di
Luca Manini, introduzione di Thomas P.Roche jr, pagine 2288: poema
d’eroismo e di magia, che sembra proiettarsi ancora, pur se in
un’esaltata messa in scena simbolica, su quel mondo di cui il Don
Chisciotte registra contraddittoriamente la caduta.
Queste edizioni
così appaiate fanno così incontrare simbolicamente questo grande e quasi
dimenticato poema, che per la nuova cultura inglese sintetizzava
modelli ormai rivolti verso il passato, con il capolavoro al cui seguito
si svilupperà tutta la storia del romanzo moderno: e l’introduzione di
Rico (a cui spetta anche la cura del testo critico, che riproduce quello
da lui approntato per l’edizione critica spagnola uscita per il
centenario del 2005) ritrova le ragioni della singolare modernità del
Don Chisciotte nel suo radicamento nella realtà concreta della Spagna
nel passaggio tra Cinquecento e Seicento, dove era diffuso uso di
travestimenti e mascherate in abiti cavallereschi, di tornei e di
recitazioni in costume.
Nella sua follia l’hidalgo di provincia, con
la sua armatura bizzarra e la sua celata di cartone, porta in giro per
la Spagna anche quegli usi spettacolari, quelle diffuse proiezioni
teatrali di un orizzonte eroico in realtà sempre più lontano dalla vita
quotidiana (a cui in fondo Cervantes, già combattente a Lepanto, non
poteva non guardare con una certa nostalgia).
Rico, che è il maggiore
studioso della letteratura classica spagnola (ed è anche uno dei
maggiori studiosi del Petrarca e dell’umanesimo italiano) mette poi in
evidenza la vera e propria semplicità della scrittura di Cervantes, il
suo procedere in un flusso continuo, in una lingua che sembra seguire la
veloce disponibilità di un narrare affidato alla voce (il che non solo
spiega certe sviste e incongruenze, ma le giustifica, attribuisce loro
un singolare valore); e indica come il narratore, ponendosi nella
prospettiva morale del «giusto mezzo», sappia nel contempo mostrare
attenzione a tutti i comportamenti estremi, positivi e negativi (appunto
con un senso modernissimo della contraddittorietà dell’esperienza,
dell’impossibilità di ricondurla a modelli di perfezione).
Davvero
moltissimi sono gli spunti suggeriti da questa edizione e dal lavoro di
Rico. Ma c’è una bizzarra possibilità di incontrare Rico, in questi
giorni, in un altro libro, da poco uscito presso Einaudi, il bellissimo
romanzo di Javier Marias, Gli innamoramenti: qui è Marías dà voce in
prima persona ad un personaggio femminile, che si imbatte in Francisco
Rico (proprio lui, col
suo nome e cognome, con la sua sapienza, i
suoi modi, il suo linguaggio di accademico atipico, poco formale),
incontrandolo nel salotto di Luisa, vedova del personaggio intorno alla
cui morte ruota la vicenda. E l’autore, tra l’inquieto interrogare su
cui si sviluppa il romanzo, si diverte maliziosamente a dare una
caricatura del grande studioso, della sua esclusiva passione per la
letteratura del siglo de oro, della sua scarsa attenzione a tutto ciò
che fuoriesce dal proprio universo.
Conosco di persona Rico, ben noto
nel mondo universitario italiano, e non mi so decidere se la caricatura
di Marías sia malevola o benevola: sono certo però che Gli
innamoramenti sia un formidabile romanzo, uno di quelli che ancora
stanno, così «da dopo» sulla scia di quel grande inizio che è Don
Chisciotte, che sanno interrogare la contraddittorietà dell’esperienza
nei termini del nostro presente; e forse proprio per questo non lo
troviamo nelle classifiche, in mezzo a tanta narrativa vuota, trascritta
da modelli di vita già fissati dall’apparenza mediatica.
Rispetto a
questo orizzonte attuale, ci sarebbe qualche vantaggio ad avvicinarsi
ancora e di più al Don Chisciotte: e davvero quella di Rico, a tutt’oggi
la sola edizione italiana veramente completa, meriterebbe di sostare in
permanenza su tanti tavoli, anche solo per occasioni casuali di lettura
o rilettura di qualche capitolo (e non farà male, anche per il lettore
poco esperto di spagnolo, qualche sguardo all’originale).
Ricordo di Gesualdo Bufalino
LA STAMPA del 29/1/2013
BUFALINO, L'UOMO CHE AVEVA LETTO TUTTI I LIBRI (SAVATTERI GAETANO) a pag. 31martedì 29 gennaio 2013
Tradotto il libro di Robert Nisbet sul conservatorismo
Robert A. Nisbet: Conservatorismo: sogno e realtà, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), pagg. 192, € 12,00
Risvolto
Che cos'è il conservatorismo? Che cosa
significa essere conservatore? Chi sono i conservatori più
rappresentativi nella storia del pensiero politico occidentale? A queste
domande Nisbet risponde attraverso una ricerca sul campo che illustra
le origini, la dogmatica e le prospettive del movimento politico e
culturale conservatore. Nisbet individua le basi filosofiche e
dottrinarie del conservatorismo, per troppo tempo considerato come mera
inclinazione caratteriale che spinge a rifuggire dal cambiamento e
dall'innovazione a ogni costo, e lo eleva al rango di una delle tre più
importanti ideologie della storia occidentale, essendo le altre due il
liberalismo e il socialismo. Nato in contrapposizione alla Rivoluzione
francese, che si è resa responsabile della confisca delle autorità e
delle lealtà tradizionali al fine di legittimare uno Stato onnipotente e
provvidenziale, il conservatorismo si è imposto come corpus organico di
idee morali, economiche, sociali e culturali in cui si sono
identificate generazioni di intellettuali e uomini politici tra i più
influenti e carismatici degli ultimi due secoli, come Burke, Bonald,
Maistre, Tocqueville, Coleridge, Disraeli, Hegel, Kirk, Spengler,
Voegelin, Savigny, Churchill, Eliot, Oakeshott. Nella sua analisi Nisbet
pone in risalto le principali proposizioni dei conservatori contro il
radicalismo, l'egalitarismo, il progressismo, il relativismo, il
razionalismo, con riferimento anche ai fenomeni sociopolitici di fine
Novecento.
L'archivio Giorgio Colli è in rete
Giorgio Colli è in Rete (con Socrate)
Il
pensatore che ha curato le opere di Nietzsche diffidava della parola
scritta Invitava gli allievi a dialogare tra
loro e con i grandi del
passato. Ora rivive grazie a un sito
di Edoardo Camurri Corriere La Lettura 27.1.13
L'iniziativa è paradossale e affascinante insieme. Ne parliamo con
Alberto Banfi, quarantaquattro anni, bibliotecario per ragazzi a
Seregno, che da anni ha iniziato a lavorare insieme a Enrico Colli
(morto il 30 luglio del 2011) proprio a questo progetto. «Grazie al web —
dice — è possibile raccogliere quell'interesse per Colli che altrimenti
è difficile catalizzare attraverso le scuole, le istituzioni, i
giornali e i media tradizionali; parliamo di un filosofo che ha trovato
pochissimo spazio nell'università e nella critica». A complicare le
cose, e a renderle perciò ancora più interessanti, è il fatto che
Giorgio Colli ha scritto pochissimo, preferendo un lavoro diretto con
gli amici e con i collaboratori: «Colli aveva capito che l'unico modo
per fare cultura, in quel periodo, era il lavoro editoriale» spiega
Banfi spingendo ancora più in là un paradosso che si può riassumere
così: rivive sul web un grande filosofo inattuale la cui unica
concessione culturale alla contemporaneità erano le grandi fatiche
editoriali (per dirne una: Colli curò per l'Adelphi appena fondata da
Luciano Foà, Roberto Bazlen e Roberto Calasso l'edizione critica
dell'opera completa di Friedrich Nietzsche; e sul sito è possibile
leggere una parte dell'affascinante corrispondenza con Luciano Foà a
proposito di questo incredibile progetto editoriale nato alla fine degli
anni Cinquanta). Viene in mente un passo che si legge nel suo Dopo
Nietzsche (Adelphi) e che può essere applicato a lui stesso: «Nietzsche —
scrive Colli — attacca Socrate come se fosse vivo, come se lo vedesse
dinanzi a sé. Questo è il grande fascino della sua inattualità. Essere
fuori del tempo ma avvicinare il passato, trattare l'assente come
presente». Il web, chi lo studia lo ripete spesso, è capace infatti di
trattare l'assente come presente, in una sospensione del tempo che
sembra poco per volta erodere il pregiudizio collettivo nei confronti
della storia e del progresso. Considerazioni abbastanza conturbanti
anche se, lo ammetto, arrivano dopo l'entusiasmo per l'immediato, cioè
per lo spettacolo che si prova davanti a tutto il materiale che si può
trovare sul sito web dell'archivio Giorgio Colli. Ho trovato per esempio
innamorevole la ricostruzione che Clara Valenziano, scrittrice, prima
moglie di Valentino Parlato, ha fatto degli anni di Lucca quando,
immediatamente dopo la guerra, Giorgio Colli insegnava filosofia in un
liceo di quella città e i suoi allievi la studiavano secondo lo spirito
più classico dei grandi greci: «Molto presto fu deciso, per dare basi
più solide alle nostre discussioni, di organizzare la lettura di testi.
L'autore più letto fu Platone. Ed è comprensibile che, quando a Lucca si
seppe che leggevamo il Simposio e ci banchettavamo su, la cosa fosse
considerata deplorevole: del resto era vero che quasi sempre qualcuno
finiva sbronzo». Il Simposio li rese famosi. «Anzi, malfamati» precisa
la Valenziano che poi aggiunge: «Fu il primo dialogo che leggemmo,
l'Alcibiade, ad aiutarmi a capire quello che Colli intendeva quando
diceva che dovevamo formare "una comunità di amici uniti dal vincolo
della conoscenza e da una particolare qualità dell'anima". È il passo
dove Socrate dice che come un occhio, se vuol guardare se stesso, deve
specchiarsi nell'occhio — sede della vista — di un altro, così l'anima,
se vuol conoscere se stessa, deve guardare nell'anima — sede del sapere —
di un altro: deve specchiarsi, manifestarsi, esprimersi».
La rievocazione di quell'esperienza filosofica, come si dice, vale il
viaggio. Come vale la pena sorprendersi leggendo sempre sul sito il
diario del 1944 dove il ventisettenne Giorgio Colli confidava come buon
proposito: «Preparare sin d'ora il sistema filosofico definitivo» (può
fare sorridere, ma è l'unica ambizione vera dei grandi filosofi).
Giorgio Colli diffidava della comunicazione scritta; si legge nella sua
Filosofia dell'espressione (Adelphi): «Qualcosa di sinistro appartiene
alla scrittura: chi legge si sente spinto ad abbreviare i passaggi, a
saltare qualcosa, come per un'oppressione innaturale di fronte a una
struttura macchinosa. La parola viva richiama direttamente l'universale,
mentre di fronte allo scritto, che dovrebbe richiamarlo indirettamente,
si salta lo stadio della parola o meglio si confonde in una cosa sola
parola e universale». Diffido delle teorizzazioni sul web, ma è
eccitante pensare che l'aristocratica diffidenza di Giorgio Colli nei
confronti della scrittura in nome di una comunità di eletti e di eguali
con la quale fare filosofia possa essere attraversata dalla freccia di
una comunità 2.0 di appassionati di Giorgio Colli. Anche se il maestro è
assente, importante è trattarlo come presente. Guardarsi negli occhi.
Anche attraverso un sito web.
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