mercoledì 30 gennaio 2013

La lotta di classe dall'alto e la rivoluzione conservatrice dei giorni nostri: il libro di Rita di Leo


Rita di Leo: Il ritorno delle élite, manifestolibri

Risvolto
La novità ogni giorno più evidente è il primato delle élites economiche, che si sono imposte su quelle politiche e sulla massa dei "governati". Il loro potere è una novità assoluta, perché per la prima volta della storia gli uomini dell'economia hanno nelle proprie mani il governo della società, lo Stato, i partiti, i corpi intermedi. Il libro descrive la sconfitta sempre più evidente delle élites politiche europee e l'egemonia di quelle economiche americane. La tesi di Rita Di Leo è che il potere sociale delle élites economiche esercita ormai un'attrazione irresistibile ovunque, anche nelle nuove potenze globali come la Cina, l'India e il Brasile, il cui contesto geopolitico e culturale è altro da quello americano.

La vittima sacrificale di un potere senza nemici
Un affresco sto

ARTICOLO Benedetto Vecchi il manifesto 2013.01.30 - 11 CULTURA

Un libro che non nasconde le sue ambizioni, quello di Rita di Leo pubblicato da manifestolibri. Già il titolo è critico verso lo spirito del tempo - Il ritorno delle élites, pp. 122, euro 15 -. A supporto dell'intenzionalità critica anche la forma scelta di esposizione - il pamphlet - è commisurata all'altro obiettivo del volume: un atto di accusa contro la politica ridotta a arida amministrazione dell'esistente. 

Il punto di vista dell'autrice si muove in una prospettiva storica, con una datazione che vede nel Novecento il punto di svolta del concetto di élite. Impregnate di sapori premoderni, le élite vengono scalzata dalla scena politica mondiale a partire dalla formazione dei grandi partiti di massa nel vecchio continente. È infatti in Europa che il nodo tra produzione di ricchezza ed esercizio del potere viene reciso. I detentori del potere economico devono vedersela con la politica, quella con la P maiuscola. Non riescono più a piegare lo stato ai loro interessi, che diviene invece l'arena in cui confliggono diverse concezioni del vivere in società. Protagonisti di questa trasformazione sono i politici di professione, eredi legittimi di quegli intellettuali francesi che durante la Rivoluzione del 1789 diventarono i leader delle prime formazioni politiche moderne. Rita di Leo ha scelto però la prospettiva storica per analizzare il ruolo delle élite. Sa che la «politica progetto» ha un suo epicentro ben preciso. È a Est dell'Elba, cioè in Russia. È in quel paese che la politica scalza dagli scranni del potere le élite economiche. Da allora, come un virus, la «politica progetto» si diffonde nel resto d'Europa, ma con una sostanziale differenza da Mosca e da Pietroburgo. Nella Russia sovietica la «politica progetto» punta infatti a trasformare la società, rinunciando all'esistenza dell'élite economiche; a Ovest dell'Elba i politici di professione elaborano strategie per contenere il «virus sovietico». Da qui prende forma quello che è stato poi chiamato il welfare state. I grandi partiti socialdemocratici, assieme a esponenti della borghesia industriale, sono gli artefici di questa «grande trasformazione» europea. Le èlite economiche per sopravvivere cedono così la sovranità alla politica. 
Instabile equilibrio 
Rita di Leo conosce bene la genealogia del concetto di élite, ma accetta il rischio di confrontarsi con la sua ambivalenza. E nel fare questo si sposta al di là dell'Atlantico, dove la storia ha usato un altro lessico. Negli Stati Uniti la commistione tra politica e economia è alle radici della storia americana. Le élite non hanno mai ceduto la sovranità alla politica. Semmai hanno creato un delicato dispositivo che ha consentito equilibrio di poteri, ma anche tracciato la via affinché il passaggio da una poltrona in un consiglio di amministrazione a un seggio al Congresso sia indolore e funzionale alla imprese capitalistiche. Ironicamente, si potrebbe dire che gli Stati Uniti sono fondati non sulla ricerca della felicità, come recita la loro carta fondamentale, ma su una ben più materiale commistione di interessi tra eletti al senato, al congresso e le imprese. Più che conflitto di interessi sarebbe dunque lecito parlare di convergenza di interessi in un, appunto, equilibrio di poteri. 
Ma la storia è come l'evoluzione descritta da Stephen Jay Gould. Tutto procede senza variazioni, fino a quando c'è una variazione sostanziale, che crea discontinuità storica. Anche qui la datazione dell'autrice è chiara. È l'Ottantanove del Novecento ha segnare la cesura. Il crollo del Muro di Berlino e l'implosione del socialismo reale aprono la porta per il ritorno trionfale dell'élite economiche. Da allora la «politica progetto» è sospinte sullo sfondo, in un ruolo marginale e del tutto ininfluente sia a livello nazionale che globale. Sono élite economiche, che agiscono su un piano globale, spesso indifferenti al ruolo dello stato-nazione, a patto che non disturbi il loro operato. In caso contrario, lo occupano, ripristinando la «politica di potenza» che la «politica progetto» aveva ridimensionato. Soltanto che le armi usate sono la borsa e la circolazione dei capitali, che possono far eleggere un leader in un paese, oppure far cadere un governo da un giorno all'altro. D'altronde, la retorica italiana per legittimare scelte neoliberiste in politica economica si basa sulla frase: è l'Europa che lo vuole. In altri termini lo vogliono le élite economiche e la politica ridotta ad amministrazione non fa altro che ratificare quando deciso altrove. Sono dunque élite cosmopolite, anche se Rita di Leo scrive che vivono prevalentemente negli Stati Uniti o in qualche gated community della vecchia Europa. 
C'è però da decidere se questo ritorno delle élite sia un ritorno al passato o a una inedita forma di interdipendenza tra economia e politica. Quesito lasciato aperto dall'autrice, anche se traspare una qualche nostalgia per quella «politica progetto» che ha plasmato la storia globale del Novecento. Ma oltre a questo è l'ambivalenza della nozione di élite che chiede di essere interrogata. Nelle pagine finali del libro, Rita di Leo evoca lo slogan di Occupy Wall Street sul 99% vittima della crisi e l'1% che continua ad arricchirsi. Più che analitica, è una rappresentazione che semplifica lo scenario sociale, la composizione del lavoro vivo e la divisione in classi della società. 
Tra Gramsci e Lenin 
Le élite di cui si descrive il ritorno ricordano, così rappresentate, più i ceti dominanti del passato che non gli esponenti di un capitale finanziario fortemente differenziato socialmente al suo interno. Il manager di una impresa finanziaria è infatti cosa diversa da chi siede nel suo consiglio di amministrazione. Per questo, varrebbe la pena attingere alla cassetta gramsciana degli attrezzi e mettere al lavoro - teorico, va da sé - il concetto di blocco sociale. Ne uscirebbe un quadro più articolato che aiuterebbe meglio a comprendere il consenso che le élite hanno. La stessa operazione andrebbe fatta, ma in questo caso la cassetta degli attrezzi è diversa vede al suo interno il nome di Lenin, per meglio capire come il lavoro vivo interagisce con l'esercizio del potere. Ma questo indicherebbe solo il lavoro teorico per meglio comprendere l'eclissi Politico nel capitalismo contemporaneo. Un lavoro che è sempre più urgente compiere per dare forma a una rinnovata e più radicale «politica del progetto».                       


Al governo in realtà ci sono le élite, ma quelle finanziarie. Parla Di Leo
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Marco Valerio Lo Prete  29 gennaio 2013 - ore 09:48

“Davvero al Forum di Davos si preoccupano della ‘vulnerabilità delle élite politiche’?”. Sì, almeno a giudicare dalla lettura di uno dei principali documenti emersi dall’appuntamento svizzero di businessmen e uomini della finanza (“The vulnerability of Elites”, vedi articolo sopra): il maggiore rischio gepopolitico del 2013 sarebbe costituito infatti da classi dirigenti sempre meno legittimate e reattive rispetto alle sfide poste dalla globalizzazione. “Allora le possibilità sono due – dice al Foglio Rita Di Leo, professore emerito di Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma – o quegli esponenti delle élite finanziarie che sostengono ciò sono troppo gentili, oppure sono parecchio ipocriti. E’ noto, infatti, che in questa fase storica le élite vincenti siano loro, ai danni della politica”. Di Leo ritiene che quello italiano sia un caso paradigmatico: “Mario Monti è il figlio più rappresentativo di questa élite finanziaria dominante, al punto che oggi, sceso in campo, si muove come un politico decisamente ‘amatoriale’. Nella sua proposta di riforna della democrazia, sottostante e ben più importante della sua Agenda programmatica, tra appelli alla ‘depoliticizzazione’, critiche alla ‘concertazione’ o ai rappresentanti del ‘dissenso sociale’, ed esaltazione del contributo degli organismi tecnocratici, si riconosce l’apice di un processo di sottomissione della politica avviato nel 1989”.
Di Leo al fenomeno ha dedicato un libro, “Il ritorno delle élites”, edito da manifesto libri, che inizia così: “Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élite economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello stato sociale”. A far “uscire dall’ombra” le élite finanziarie è stato “il 1989, data simbolo che ha posto fine all’alternativa sovietica”. Fino a quel momento, in Europa occidentale almeno, la strategia economica era stata quella dominata dallo “stato sociale”, cioè di “un capitalismo orientato alla domanda di consumi domestici e alla piena occupazione”. Paradossalmente “il momento d’oro della politica europea deve molto all’Unione sovietica. La sua mera esistenza ha spinto infatti i rappresentanti del mondo dell’economia, i partiti, i mass media e varie organizzazioni formali e informali a inventarsi complesse strategie difensive, e ad accettare compromessi e sacrifici”. Dall’uscita di scena dell’alternativa sovietica “gli avversari dello stato sociale hanno ricavato una spinta formidabile, che si è tradotta in una loro forte legittimazione culturale e politica”. La riscossa delle élite finanziarie, secondo  di Leo, è stata duplice: sul versante “ideologico” si è realizzata con l’attacco alla cultura del primato e dell’autonomia della politica; sul versante “materiale” con l’imposizione di strategie di ridimensionamento dell’intervento dello stato nell’economia e nel sociale. L’esperienza tecnocratica di Monti, che il premier uscente intende legittimare anche elettoralmente con il voto di febbraio, è la prova di questa riscossa in corso. Di Leo cita l’esempio delle critiche mosse ripetutamente dall’ex Commissario dell’Unione europea al metodo della concertazione tra le parti sociali: “Tradizionalmente, negli Stati Uniti, al modello del welfare state venivano e vengono addebitati uno scarso slancio per le esigenze dell’apparato produttivo e, soprattutto, un mercato del lavoro che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale – dice la professoressa che dirige l’Osservatorio geopolitico sulle élite contemporanee – Alla concertazione si preferisce l’icona dello ‘scambio a due’, uno scambio nel quale il lavoratore è sempre più solo davanti al datore di lavoro, uno scambio alternativo e antagonista all’azione collettiva del passato, che al conflitto preferisce la sola alternativa tra adesione o meno”. Eppure Monti, così come molti dei guru riuniti a Davos, pone un problema macroscopico: quello della scarsa “efficacia” delle nostre democrazie, dello strapotere degli interessi particolari ai danni di quelli generali. “Le élite finanziarie hanno una loro cultura politica che hanno iniziato a propugnare apertamente con documenti come quelli della Banca mondiale degli anni 90, incentrati su ‘come lo stato di dovrebbe comportare’ – replica Di Leo – Gli uomini del capitale finanziario hanno creato una società segnata dall’assenza di regole, e soprattutto dove è esclusa la politica”. Altro che premure dai grandi riuniti a Davos, il sogno delle nuove élite è quello di liberarsi dell’“ultima grande invenzione offerta dall’Europa al mondo, i politici professionali”.

Religione e politica secondo Habermas in un saggio su MicroMega


LA REPUBBLICA del 29/1/2013
DARE A CESARE (HABERMAS JURGEN) a pag. 48/49

La subalternità dei comunisti e della sinistra alle origini dell'esplosione di Grillo come fenomeno politico


Il partito di Grillo (Contemporanea) (Italian Edition)
Che il partito di Grillo - a prescindere da qualunque giudizio sulla sua proposta politica e sulla sua forma strutturale - fosse nato dagli errori dei comunisti e della sinistra radicale, che con la loro subalternità al PD gli hanno lasciato un'autostrada aperta, era abbastanza chiaro a chi avesse un minimo di dimestichezza con la politica e soprattutto a chi ha avuto la sventura di vivere la vita politica italiana degli ultimi decenni militando in Rifondazione Comunista (ai tempi di Bertinotti ma anche dopo). Adesso una prima indagine sociologica del Mulino conferma questa impressione: "... il voto per il comico-politico è fatto da operai (la percentuale più alta, il 29,5), poi da dipendenti privati (28,5), lavoratori autonomi e partite Iva (27,4), studenti (25,3)...". Ovviamente, questa ricerca dà anche utili indicazioni per il futuro, a chi non voglia ripetere gli errori politici del passato e a chi si è finalmente liberato della sudditanza nei confronti del PD. [SGA].


Il partito di Grillo, Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini, il Mulino

Risvolto
"Per anni ci hanno abituato che un politico se aspettavi un po’ diventava un pregiudicato, ma mai il contrario, che prendi un pregiudicato, aspetti un po’ e diventa politico"
Capace di suscitare entusiasmi e speranze pari ai timori e alle ripulse, il "grillismo" sembra più di una meteora del costume: forse sarà un nuovo protagonista degli equilibri politici italiani, forse – come promette e minaccia – li farà saltare. In ogni caso, sarà bene conoscere il fenomeno più da vicino, al di là del clamore giornalistico. Con l’aiuto dell’Istituto Cattaneo, il lettore potrà scoprire le ragioni del successo del M5s e potrà quindi, alla vigilia delle prossime elezioni politiche, su cui Grillo si sforza quotidianamente di mettere un’ipoteca, inquadrare bene il movimento e la sua organizzazione dentro e fuori la rete, il rapporto tra la base e il condottiero-blogger, le relazioni tra eletti e militanti, l’uso delle tecnologie informatiche e della "web democracy", il ruolo delle tradizioni civiche e la capacità di proiezione a livello nazionale.

Piergiorgio Corbetta è professore ordinario di Metodologia della ricerca sociale nell’Università di Bologna. È da molti anni tra gli animatori dell’Istituto Cattaneo, di cui è stato a più riprese direttore. Elisabetta Gualmini è professore ordinario di Scienza politica nell’Università di Bologna. È presidente dell’Istituto Cattaneo.

Una forza nata nella sinistra radical

Il partito Grillo, a cura di Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini, è edito da il Mulino

di Elisabetta Gualmini La Stampa 30.1.13


Esce domani Il partito di Grillo , una ricerca edita da il Mulino a cura di Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini. Pubblichiamo qui un’anticipazione dall’introduzione della Gualmini.


Vi sono infatti due distinte modalità per relazionarsi sul piano della ricerca a questo fenomeno totalmente nuovo per il sistema politico italiano. La prima è quella di analizzare in via prioritaria le caratteristiche della leadership di Grillo, il suo ruolo e il suo messaggio politico, e i suoi rapporti con la base. La seconda modalità è quella di esaminare appunto chi sono, da dove vengono e perché si sono mobilitati gli attivisti del M5s. Noi abbiamo privilegiato questa seconda prospettiva, non soffermandoci tuttavia solamente sull’osservazione del presente (per di più ambiguo e sfuggente data la fase di profonda instabilità – anche per crescita – in cui il Movimento si trova oggi), ma allungando lo sguardo anche al passato e – per quanto possibile – al futuro, cercando di avanzare alcune ipotesi sulle linee evolutive del Movimento e cercando di capire in quale traiettoria della storia dei partiti occidentali ed europei esso si posiziona. (...)
Se guardiamo alla fase iniziale del M5s, ci troviamo davanti a una forza politica che affonda le proprie origini nell’humus dei movimenti e dei partiti della sinistra libertaria e radicale, da cui sono nati ad esempio i partiti dei Verdi in Germania e in altri Paesi europei. Si tratta di quella silent revolution caratterizzata dalla lotta per l’affermazione di valori trasversali, postideologici e post-materialisti come i diritti civili e di pari opportunità, la pace, lo sviluppo solidale e l’ecologia. Grillo non è estraneo a questo ambiente culturale, almeno nelle sue rivendicazioni iniziali (contro le multinazionali, a favore di un commercio globale più equo, ecc.).
La sua vicinanza all’area della sinistra è testimoniata poi, sempre agli inizi, dalle prime esibizioni «politiche» alle feste dell’Unità tra gli anni ottanta e novanta, dall’appoggio, seppure turandosi il naso, al governo Prodi del 2006 e dal tentativo di candidarsi alle primarie per la segreteria del Pd nel 2009.
Durante le amministrative 2012, tuttavia, il M5s inizia ad attrarre consensi dagli elettori del centrodestra, anche a fronte dello sfacelo della Lega di Bossi sotto la scure degli scandali e della corruzione, e della frantumazione del Pdl berlusconiano, assumendo una natura sempre più «pigliatutti». Un movimento dunque che nasce in opposizione al sistema vigente dei partiti, di cui si denuncia l’inefficacia e il degrado secondo un arcinoto repertorio populista, e che poi finisce per essere esso stesso un partito, con i propri eletti nelle assemblee regionali e comunali alle prese con problemi intricati da gestire e da risolvere. Un non-partito che assume le vesti del partito, benché con specificità e caratteristiche proprie che qui esamineremo. Che all’inizio raccoglie i transfughi della sinistra e che poi si sposta verso destra, collocandosi alla fine oltre qualsiasi rigida dicotomia tra sinistra e destra. (...)
Se poi guardiamo ai dati elettorali successivi alle amministrative 2012, l’identikit dell’elettoretipo del M5s conferma da un lato la predominanza del centrosinistra, ma dall’altro la crescita importante della componente di centrodestra. Nel post-elezioni 2012, su 100 elettori intenzionati a votare per il M5s, il 34,5% viene da Pd e Idv, cui si aggiunge l’11,8% dalla Sinistra arcobaleno, per un totale del centrosinistra pari al 46,3. Il 33,8% viene da Pdl-Lega-Mpa e il 5,1% dall’Udc, per un totale del blocco di centrodestra pari quasi al 39%.

Grillo, la classe operaia in paradiso assieme alle partite Iva
La Stampa   30/01/2013

Da dove vengono politicamente e socialmente gli elettori cinque stelle? Viaggio col Mulino in un mondo di post-sinistra, operai, studenti, lavoratori autonomi
C’ è un elemento che di solito sfugge, nel vasto blaterare a proposito del Movimento di Beppe Grillo; è quello che riguarda la sua composizione sociale e il suo carattere post-ideologico. È vero, il «partito di Grillo» è un movimento trasversale, ma se ascoltiamo i suoi simpatizzanti, se ci parliamo, non possiamo non sapere che hanno molto spesso una chiarissima provenienza politica, almeno in partenza. E poi, è il secondo punto, questo elettorato vede crescere costantemente alcune categorie dimenticate che potremmo definire - usando un copyright sfortunato di D’Alema - «una costola della sinistra». Abbiamo davanti un voto (anche) molto operaio, che attrae tanto gli studenti universitari, che pesca molto tra i disoccupati. Se non è sinistra questa, almeno geneticamente... Non è per caso che Grillo provò a iscriversi alle primarie del Pd (cosa che gli fu negata, contribuendo però ad alimentarne la crescita).

Si tratta di due caposaldi che segneranno un punto fermo nelle infinite disquisizioni sui militanti cinque stelle, sul loro supposto qualunquismo e sull’estraneità a un orizzonte politico vero e proprio. Un’inchiesta miliare del Mulino che ha potuto studiare in anteprima, curata da Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta ( Il partito di Grillo ), lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio. Solo in epoca recentissima Grillo va a pescare anche a destra, ma dalle elezioni amministrative del 2012 in poi il voto per il comico-politico è fatto da operai (la percentuale più alta, il 29,5), poi da dipendenti privati (28,5), lavoratori autonomi e partite Iva (27,4), studenti (25,3). È da sempre relativamente meno attraente, invece, per chi lavora nel settore pubblico, e per pensionati e casalinghe. È fatto sì di tanti giovani, ma il suo cuore è tra i 35 e i 44 anni, non tra gli universitari. Il livello di istruzione è medio, o medio alto, i diplomati e i laureati sono rispettivamente il 27,3 e il 23,7, percentuali notevoli, se consideriamo i tassi di analfabetismo di ritorno ancora agghiaccianti tra i votanti degli altri partiti. (...) 

La retorica del dono o la retrocessione della coscienza politica dal concetto al desiderio pio e autocontraddittorio



Non si frequenta impunemente Bernard-Henri Lévy [SGA].

ETICA DEL DONO
Il nome perduto della condivisione

L'economia ha bisogno della moneta come mezzo di mediazione tra i partecipanti a uno scambio. Diversa è la dinamica del dono, dove la reciprocità apre la porta a possibili e inedite relazioni sociali UN'OPERA DI NIKI DE 
SAINT PHALLE Un brano del testo del filosofo francese apparso nell'ultimo numero di «Vita e Pensiero» Quella critica al capitalismo che auspica zone autonome dal mercato

ARTICOLO - Jean-Luc Marion il manifesto 2013.01.30 - 10 CULTURA


    L'economia che, letteralmente significa la «legge che regna in casa», è interpretata come scambio economico. Ma quest'ultimo dev'essere considerato come un aspetto dell'economia che si può discutere, e non come sinonimo di economia. Che cosa, all'interno dell'economia, può contrapporsi allo scambio? Non l'abolizione del sistema di mercato, non l'opposizione del capitalismo al socialismo, ma il dono. Quando si oppone il dono allo scambio, apparentemente si va contro la più celebre definizione di scambio, quella formulata da Marcel Mauss negli anni Venti, e sulla quale continua a basarsi la maggioranza degli studi sul dono. Secondo Mauss, il dono è un caso particolare di scambio, vale a dire uno scambio gratuito. Se guardiamo alla storia di certi gruppi etnici rimasti estranei alla rivoluzione economica, troviamo un sistema di scambio in cui una tribù che ne incontra un'altra le fa un dono in segno di benevolenza, costringendo così l'altra tribù, per mantenere la pace, a uno scambio reciproco che è uguale al precedente +1. 

In nome di Mauss 
Grazie allo scambio gratuito, ma che comporta una logica di reciprocità, è mantenuta la pace. È il sistema del dono di potlatch. Il dono è di fatto uno scambio, senza la mediazione della moneta. Si dirà che vi sono scambi gratuiti, il dono, e scambi non gratuiti, il commercio, mediato dal valore di scambio e dalla moneta. Vorrei mostrare che le cose non stanno così: la gratuità e il dono non sono un caso particolare dello scambio; la logica del dono è irriducibile alla logica dello scambio e del commercio. 
Per stabilire questo punto, bisogna capire che c'è anche una difficoltà del dono, sottolineata da Jacques Derrida il quale, per rafforzare la riduzione da parte di Marcel Mauss del dono alla gratuità, diceva che il dono è sempre un'illusione e che la realtà del dono è sempre implicitamente la logica dello scambio. Se faccio un dono a qualcuno, egli mi deve qualcosa, anche se io non gli chiedo nulla. In uno scambio economico, è chiarissimo che devo qualcosa. Nel dono, apparentemente, non ho nient'altro da fare. In verità, colui al quale è stato fatto il dono, anche se glie è stato fatto per niente, deve qualcosa, almeno la riconoscenza dalla quale cercherà di sbarazzarsi facendo un giorno un contro-dono. Se non dona niente in cambio, lo riterranno tutti un ingrato, avrà perso la reputazione di uomo generoso perché gli è stato fatto un regalo che lui non avrà reso. Apparirà come un uomo roso dall'ingratitudine, dall'avarizia, si sentirà colpevole. Colui che riceve dovrà dunque pagare, in termini reali o simbolici. Chi entra nel deficit simbolico, pagherà con gli interessi. Il dono è sempre sospetto, non solo di ipocrisia, ma prosegue implicitamente in uno scambio tanto più radicale in quanto sarà fatto in modo sotterraneo e forse morboso. Il dono è sempre solo uno scambio taciuto - e di fatto non taciuto poi così tanto. È questo un modo per conservare la posizione di Mauss. 
È possibile avere un dono pur riducendone il beneficiario, il donatario. È un'esperienza che facciamo spesso - donare non sapendo a chi doniamo - ad esempio alle Ong: è proprio perché non sappiamo a chi doniamo che possiamo donare in modo efficace. La scomparsa del donatario non impedisce il dono. Proviamo a essere cinici: a volte preferiamo non doverci occupare del fine della distribuzione, che lasciamo a professionisti. L'anonimato del donatario può essere una soluzione comoda. Ma ci sono doni più degni di ammirazione che si basano sulla scomparsa del donatario. Quando doniamo a qualcuno che non ci ha chiesto niente o di cui sappiamo che conserverà la sua ingratitudine e la sua incapacità di ringraziarci, quando sappiamo che ci faremo rimproverare di aver fatto un dono e lo facciamo comunque: in queste situazioni il nostro dono diviene ancor più chiaro. 
Ma si può anche fare un dono senza che nessuno lo doni e senza che appaia come un dono. L'esempio più evidente del dono che nessuno dona è quello fatto da chi è morto. Il morto dona nel momento in cui nessuno dona: è la questione dell'eredità. Diventa il prototipo del dono anonimo. Come nel romanzo dove il capitano Nemo fa ai naufraghi dell'isola misteriosa il dono di cui hanno un bisogno vitale; o nei romanzi popolari, dove un misterioso donatore si nasconde e veglia sulla salvezza della povera orfana. Il donatore migliore è il donatore assente. Nel caso dell'eredità, è necessario che il donatore sia assente perché essa abbia luogo; qui l'assenza è la condizione stessa del dono; e non ci sarà scambio perché non ci sarà un ritorno in vita del donatore. L'eredità è un dono perfettamente ingiusto: può capitare a qualcuno che non ne ha bisogno o a qualcuno che il defunto detestava o viceversa. Non è legato all'interesse, è senza interesse in tutti i sensi del termine. Viene in mente l'immagine biblica di Dio che dispensa i suoi benefici tanto sul cattivo quanto sul buono. In altri termini, il dono non è legato all'interesse e una delle forme del disinteresse è che non c'è donatore. È questo il motivo per cui gli antichi dicevano che gli dèi non provano invidia, formula ripresa dai primi cristiani: Dio dona senza invidia, senza fare calcoli, in perdita. Di fatto, il donatore deve sparire, nel senso che egli dona sempre in perdita, e più dona in perdita più il suo è un dono. 
Arriviamo alla terza riduzione. Sant'Agostino, per spiegarla, fa l'ipotesi di una donna che riceve dal suo futuro sposo un anello e dice: «Grazie, mi tengo il gioiello e non ci sposeremo». Ragionando così, ella si comporta come se il giovane le avesse donato l'anello e niente di più; ma non è così che la pensava il giovane: egli pensava che, mettendole l'anello al dito, si sarebbe dato a lei e, reciprocamente, lei a lui. Per quanto il gioiello abbia un valore, ciò che ne costituisce il valore profondo è ciò che procede con la persona amata. Nella maggior parte dei doni che facciamo, non è mai ciò che doniamo effettivamente a costituire il dono, ma è ciò che «procede con». Quando volete far piacere a qualcuno, gli donate qualcosa, ma il regalo è solo il portavoce, l'accessorio dell'affetto che così gli testimoniate. E più quel che si dona è importante, più il dono deve essere irreale, irrealizzato e simbolico. 
Pensiamo a quando si prende possesso di un immobile o di una società che si è acquistata. Per farlo, si va da un notaio e si firmano dei documenti. Ma la presa di possesso non ha alcun rapporto con l'effettività di quello che si sta per possedere. Quando viene eletto, il presidente degli Usa riceve i codici nucleari, ma non qualcosa come «il potere», che resta invisibile. Ciò che si dona non è mai proporzionale a ciò che accompagna il dono. Più il dono è considerevole, più diviene immateriale. Quando c'è gente che muore di fame e noi diamo loro da mangiare, da bere, un alloggio, doniamo certo qualcosa, ma è la vita che diamo, al di là di pane, acqua e coperte. Non doniamo medicinali, ma la possibilità di sopravvivere a una malattia; non prodotti agricoli, ma la possibilità di mangiare, insomma la vita. La vita si dona donando qualcos'altro insieme ad essa, e quest'altra cosa non avrebbe alcun valore se non ne avessimo bisogno per restare in vita. Quando donate il vostro tempo, la vostra vita, il vostro amore, in senso stretto, non donate niente. Compite un gesto o un altro, ma i gesti non sono oggetti. Donate ciò che non è una cosa, perché la differenza tra la vita e la morte non è reale, il morto è reale tanto quanto il vivo. Il tempo che donate non è reale, è anzi la sola cosa che il denaro non possa comprare. Con il tempo si fa denaro, ma con il denaro nessuno ha mai comprato del tempo. Quindi, quando si perde il proprio tempo a fare denaro, non è affatto sicuro che ci si guadagni nel cambio. Più quel che donate è essenziale, meno è reale. Dire che più il dono è fondamentale meno è reale, significa dire la verità. Sono soltanto i doni di pochissimo valore a essere reali, come offrire una sigaretta a qualcuno per la strada. 
Il contratto erotico 
La questione del dono è davvero paradossale, poiché esso non ha bisogno dei termini dello scambio per apparire come un dono; al contrario, appare come tale solo se si fa a meno dei termini dello scambio. Cosa si produce nel dono? Si produce una logica dell'avanzo - in senso economico - che io ho chiamato altrove la logica dell'esperienza erotica. 
Anche nell'esperienza erotica, infatti, si può ragionare secondo la logica dell'economia e dello scambio, seguendo il principio: «Io ti amo solo se tu hai iniziato ad amarmi, ti amerò solo in cambio del primo investimento che tu avrai fatto per amarmi, e non sperare che sia il primo a giocare le mie carte». È un'interpretazione economica dell'amore. Ma ce n'è un'altra: l'interpretazione erotica dell'amore. In questo caso si tratta di donare senza aspettarsi in risposta lo scambio, persino senza sperarlo, né desiderarlo. È ciò che fa la grandezza di Dio, quando crea cose che non sono in condizione di amarlo, poiché non esistono ancora; o il fascino di don Giovanni che dice a una donna «Sei bella, ti amo» e che, di colpo, fa sì che lei lo diventi, bella. Chi è primo ad amare si assume il rischio dell'assenza di reciprocità, è questa la logica del dono. Egli crea le condizioni eventuali della risposta, ma non è orientato sulla possibilità dello scambio e della risposta. Ha un potere creatore, come non accade per lo scambio. Lo scambio mira alla giustizia, alla reciprocità e si accorda sulla crescita o sull'interesse del rimborso del debito. Lo scambio segue l'uguaglianza in senso matematico e politico. Quel che è proprio del dono, invece, è di essere sempre nel principio dell'anticipo senza risposta, quindi nella logica della crescita. 

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SCAFFALI 
L'allievo di Levinas scopre Marcel Mauss 

«Vita e Pensiero» è il bimestrale di cultura e dibattito dell'Università Cattolica. Si vuole proporre come luogo di confronto scientifico ed elaborazione intellettuale. Nel numero 6/2012, appena uscito nelle librerie delle principali città, figurano fra gli altri un dialogo fra gli economisti Alberto Quadrio Curzio e Carlo Dell'Aringa sulla crisi economica; una riflessione della scrittrice Sylvie Germain su aldilà e letteratura; un intervento di Cristiana Collu, neodirettrice del Mart di Rovereto, sul rapporto fra italiani e musei. Dalla rivista pubblichiamo uno scritto di Jean-Luc Marion dal titolo «Democrazia, c'è ancora posto per la gratuità?» Marion, allievo di Paul Ricoeur ed Emmanuel Lévinas, insegna presso l'Università Sorbona di Parigi e quella di Chicago: in un contesto filosofico postmetafisico, è giunto a elaborare un'originale «fenomenologia della donazione».

Persiste il mito storiografico del Sonderweg tedesco e la criminalizzazione della Germania in quanto tale

Thomas Kühne: Il male dentro. La comunità di Hitler: psicologia del genocidio e orgoglio nazionale, Edizioni dell'Altana, 2012

IL FOGLIO del 29/1/2013   LIBRI a pag. 3

Una nuova edizione italiana per il Chisciotte


Don Chisciotte della Mancia. Testo spagnolo a fronte
Miguel de Cervantes: Don Chisciotte della Mancia. Testo spagnolo a fronte a cura di F. Rico, trad. di A. Valastro Canale, Bompiani

Risvolto
Nel maggio del 2002, una giuria composta da un centinaio di scrittori di oltre cinquanta Paesi ha scelto il romanzo di Cervantes come "the world's best work of fiction" (La migliore opera di fantasia del mondo) di tutti i tempi, assai più votato delle opere di Proust, Shakespeare, Omero, Tolstoj. Cos'ha "Don Chisciotte della Mancia" per meritare una tale preferenza? Nessuno potrà dirlo con sicurezza, ma è un fatto che, dal momento della sua apparizione, nel 1605, questo libro ha goduto in modo crescente di una stima e di un successo eccezionale. Questa edizione del capolavoro di Cervantes presenta il testo critico spagnolo costituito sulla comparazione di un centinaio di edizioni antiche e moderne, una sorta di summa di quattrocento anni di studi preparata dal professor Francisco Rico, conoscitore massimo dell'opera cervantina; è corredata da un apparato di note tanto essenziali quanto illuminanti; infine è dotata, a fronte, della traduzione italiana di Angelo Valastro Canale, che si è avvalsa dei più recenti commenti al "Don Chisciotte". 


L’umano assoluto di Don Chisciotte

Imperdibile edizione del libro di Cervantes a cura di Francisco Rico Nella collana di Bompiani dedicata ai Classici le gesta dell’hidalgo a caccia di mulini a vento diventano la sublime metafora di un mondo diviso tra l’utopia e la mediocrità della condizione reale

di Giulio Ferroni l’Unità 30.1.13


TUTTA LA VARIETÀ MOLTEPLICE ED ETEROGENEA DEL ROMANZO MODERNO, DI QUELLO CHE È STATO, DOPO, IL MONDO ROMANZESCO, SEMBRA come erompere e scaturire dal Don Chisciotte, un libro assoluto, uno dei pochi libri davvero assoluti: con le mille avventure che si dispiegano nelle pagine di Cervantes, nei volumi della prima e della seconda parte, messi a stampa nel 1605 e nel 1615, ma che da lì hanno viaggiato nell’immaginario, con il richiamo di quel tipo umano, di quel fallimentare eroe in cui spesso si riconosce anche chi il libro non l’ha letto o l’ha sfiorato solo da lontano.
In esso la realtà e l’illusione si intrecciano con i grovigli più diversi, bizzarri e pedestri, abnormi e quotidiani, negli atti e nei discorsi del cavaliere dalla triste figura e del suo scudiero Sancho Panza. Nella follia di don Chisciotte nel suo voler credere nella realtà dei romanzi cavallereschi di cui è ossessivo lettore e nella possibilità di partecipare direttamente, nel presente, al loro mondo si manifesta l’attrazione dell’illusione, l’aspirazione impossibile a vivere entro un mondo perfetto e assoluto, a cui l’individuo possa imporre senza limiti la propria forza, il proprio coraggio, per il trionfo e della giustizia, della verità, della bellezza, in cui abbiano campo reale tutte le favolose meraviglie sognate dalle fantasie romanzesche. Ma nella rappresentazione della sua follia si dà anche la critica a quell’illusione, messa a confronto con la volgarità quotidiana, con la mediocre piattezza di un mondo in cui è sempre in agguato l’inganno, la menzogna, la violenza, il sordido squallore, il più bieco egoismo (e, semmai, la giocosa disposizione a beffarsi di chi quel sogno lo prende sul serio).
Don Chisciotte è uno dei più grandi emblemi dell’umano, del nostro essere sospesi tra l’utopia (che forse sgorga da sogni favolosi di ricomposizione e conciliazione) e la mediocrità delle condizioni reale (il contraddittorio, confuso, banale, disgregato darsi dell’esistenza, dei caratteri del mondo). È tutto questo, formidabile immagine della contraddittorietà del nostro essere (anche dell’essere politico, di un essere politico che non rinuncia a cercare il meglio pur nella coscienza della crisi e dello sfacelo): ma nello stesso tempo ci gratifica con la sua indifesa testardaggine, simpatico e sinistro, allucinato e cordiale; è qualcuno a cui alla fine non si può non volere bene, come non si può non volere bene al suo scudiero Sancho e all’autore che lo accompagna ammiccando in un narrare dispiegato e cordiale, pure pieno di trabocchetti, di contorsioni, di manieristici avvolgimenti. Egli finge del resto di attribuire l’invenzione della storia ad un altro autore, l’arabo Cide Hamete Benengeli, e crea incredibili sovrapposizioni tra piani narrativi, come quelle della seconda parte, dove l’eroe e il suo scudiero incontrano personaggi già informati su di essi e sulle loro imprese, avendole già lette nella prima parte.
Per questo e per mille altri motivi il Don Chisciotte ha fatto da nutrimento alla più grande narrativa europea, agendo anche sugli scrittori da esso in apparenza più lontani: e si può avere l’impressione che una delle ragioni di debolezza della più recente narrativa italiana sia data proprio dalla scarsa presenza di questo capolavoro tra le letture correnti.
Allora può essere occasione di un ritorno più intenso di questo grande romanzo l’edizione appena apparsa nella nuova collana dei Classici della letteratura europea con testo integrale a fronte, diretta per Bompiani da Nuccio Ordine (a cura di Francisco Rico, traduzione di Angelo Valastro Canale, pagine 2182, euro 30,00: il testo e la traduzione sono accompagnati da ulteriori apparati e puntuale annotazione).
Nella stessa collana appare contemporaneamente l’edizione di un ampio poema inglese del tardo Cinquecento, che ha molteplici tangenze con la letteratura italiana, finora mai tradotto integralmente nella nostra e in nessun’altra lingua, La regina delle fate (The Faerie Queene) di Edmund Spenser, a cura di Luca Manini, introduzione di Thomas P.Roche jr, pagine 2288: poema d’eroismo e di magia, che sembra proiettarsi ancora, pur se in un’esaltata messa in scena simbolica, su quel mondo di cui il Don Chisciotte registra contraddittoriamente la caduta.
Queste edizioni così appaiate fanno così incontrare simbolicamente questo grande e quasi dimenticato poema, che per la nuova cultura inglese sintetizzava modelli ormai rivolti verso il passato, con il capolavoro al cui seguito si svilupperà tutta la storia del romanzo moderno: e l’introduzione di Rico (a cui spetta anche la cura del testo critico, che riproduce quello da lui approntato per l’edizione critica spagnola uscita per il centenario del 2005) ritrova le ragioni della singolare modernità del Don Chisciotte nel suo radicamento nella realtà concreta della Spagna nel passaggio tra Cinquecento e Seicento, dove era diffuso uso di travestimenti e mascherate in abiti cavallereschi, di tornei e di recitazioni in costume.
Nella sua follia l’hidalgo di provincia, con la sua armatura bizzarra e la sua celata di cartone, porta in giro per la Spagna anche quegli usi spettacolari, quelle diffuse proiezioni teatrali di un orizzonte eroico in realtà sempre più lontano dalla vita quotidiana (a cui in fondo Cervantes, già combattente a Lepanto, non poteva non guardare con una certa nostalgia).
Rico, che è il maggiore studioso della letteratura classica spagnola (ed è anche uno dei maggiori studiosi del Petrarca e dell’umanesimo italiano) mette poi in evidenza la vera e propria semplicità della scrittura di Cervantes, il suo procedere in un flusso continuo, in una lingua che sembra seguire la veloce disponibilità di un narrare affidato alla voce (il che non solo spiega certe sviste e incongruenze, ma le giustifica, attribuisce loro un singolare valore); e indica come il narratore, ponendosi nella prospettiva morale del «giusto mezzo», sappia nel contempo mostrare attenzione a tutti i comportamenti estremi, positivi e negativi (appunto con un senso modernissimo della contraddittorietà dell’esperienza, dell’impossibilità di ricondurla a modelli di perfezione).
Davvero moltissimi sono gli spunti suggeriti da questa edizione e dal lavoro di Rico. Ma c’è una bizzarra possibilità di incontrare Rico, in questi giorni, in un altro libro, da poco uscito presso Einaudi, il bellissimo romanzo di Javier Marias, Gli innamoramenti: qui è Marías dà voce in prima persona ad un personaggio femminile, che si imbatte in Francisco Rico (proprio lui, col
suo nome e cognome, con la sua sapienza, i suoi modi, il suo linguaggio di accademico atipico, poco formale), incontrandolo nel salotto di Luisa, vedova del personaggio intorno alla cui morte ruota la vicenda. E l’autore, tra l’inquieto interrogare su cui si sviluppa il romanzo, si diverte maliziosamente a dare una caricatura del grande studioso, della sua esclusiva passione per la letteratura del siglo de oro, della sua scarsa attenzione a tutto ciò che fuoriesce dal proprio universo.
Conosco di persona Rico, ben noto nel mondo universitario italiano, e non mi so decidere se la caricatura di Marías sia malevola o benevola: sono certo però che Gli innamoramenti sia un formidabile romanzo, uno di quelli che ancora stanno, così «da dopo» sulla scia di quel grande inizio che è Don Chisciotte, che sanno interrogare la contraddittorietà dell’esperienza nei termini del nostro presente; e forse proprio per questo non lo troviamo nelle classifiche, in mezzo a tanta narrativa vuota, trascritta da modelli di vita già fissati dall’apparenza mediatica.
Rispetto a questo orizzonte attuale, ci sarebbe qualche vantaggio ad avvicinarsi ancora e di più al Don Chisciotte: e davvero quella di Rico, a tutt’oggi la sola edizione italiana veramente completa, meriterebbe di sostare in permanenza su tanti tavoli, anche solo per occasioni casuali di lettura o rilettura di qualche capitolo (e non farà male, anche per il lettore poco esperto di spagnolo, qualche sguardo all’originale).

Ricordo di Gesualdo Bufalino


LA STAMPA del 29/1/2013
BUFALINO, L'UOMO CHE AVEVA LETTO TUTTI I LIBRI (SAVATTERI GAETANO) a pag. 31

martedì 29 gennaio 2013

Tradotto il libro di Robert Nisbet sul conservatorismo

Conservatorismo: sogno e realtà
Robert A. Nisbet: Conservatorismo: sogno e realtà, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), pagg. 192, € 12,00

Risvolto
Che cos'è il conservatorismo? Che cosa significa essere conservatore? Chi sono i conservatori più rappresentativi nella storia del pensiero politico occidentale? A queste domande Nisbet risponde attraverso una ricerca sul campo che illustra le origini, la dogmatica e le prospettive del movimento politico e culturale conservatore. Nisbet individua le basi filosofiche e dottrinarie del conservatorismo, per troppo tempo considerato come mera inclinazione caratteriale che spinge a rifuggire dal cambiamento e dall'innovazione a ogni costo, e lo eleva al rango di una delle tre più importanti ideologie della storia occidentale, essendo le altre due il liberalismo e il socialismo. Nato in contrapposizione alla Rivoluzione francese, che si è resa responsabile della confisca delle autorità e delle lealtà tradizionali al fine di legittimare uno Stato onnipotente e provvidenziale, il conservatorismo si è imposto come corpus organico di idee morali, economiche, sociali e culturali in cui si sono identificate generazioni di intellettuali e uomini politici tra i più influenti e carismatici degli ultimi due secoli, come Burke, Bonald, Maistre, Tocqueville, Coleridge, Disraeli, Hegel, Kirk, Spengler, Voegelin, Savigny, Churchill, Eliot, Oakeshott. Nella sua analisi Nisbet pone in risalto le principali proposizioni dei conservatori contro il radicalismo, l'egalitarismo, il progressismo, il relativismo, il razionalismo, con riferimento anche ai fenomeni sociopolitici di fine Novecento. 

Alberto Mingardi Domenicale 27 gennaio 2013

L'archivio Giorgio Colli è in rete


www.giorgiocolli.it


Giorgio Colli è in Rete (con Socrate)
Il pensatore che ha curato le opere di Nietzsche diffidava della parola scritta Invitava gli allievi a dialogare tra 
loro e con i grandi del passato. Ora rivive grazie a un sito

di Edoardo Camurri Corriere La Lettura 27.1.13

 «Prima regola di saggezza della vita: non farsi prendere dalla rabbia di fronte alla stupidità e alla debolezza degli uomini. Ciò reca grave danno» scriveva Giorgio Colli ne La ragione errabonda. Quaderni postumi, un testo a cura del figlio Enrico uscito per Adelphi nel 1982. Giorgio Colli è stato uno dei più grandi filosofi del Novecento, ma (consentitemi una certa brutalità) la stupidità e la debolezza degli uomini non hanno ancora permesso di riconoscerlo fino in fondo come tale. Colli giganteggia davanti a Heidegger, potrebbe dare del tu a Nietzsche e può concedersi il sovrano disprezzo (ma senza rabbia, anzi con sprezzatura) nei confronti di una contemporaneità ridotta spesso a essere luogo d'appuntamento delle menti ordinarie. Giorgio Colli, come ricordava il suo allievo e collaboratore Mazzino Montinari, è il filosofo meno convegnabile che ci sia. Ora, se le cose stanno così, potrebbe sorprendere che l'interesse per Giorgio Colli stia riemergendo; e non in Cina (dove ormai è diventata una moda giornalistica andare a caccia della fortuna postuma di alcuni grandi pensatori, per esempio Tocqueville e Leo Strauss) o negli Usa (dove serve sempre un nuovo strumentista per suonare la grancassa dell'Italian Theory) ma sul web, grazie a un sito rinato qualche mese fa e che, poco per volta, ma con un ritmo abbastanza impressionante, sta mettendo online gran parte dei materiali presenti nell'Archivio Colli di Firenze: giorgiocolli.it.

L'iniziativa è paradossale e affascinante insieme. Ne parliamo con Alberto Banfi, quarantaquattro anni, bibliotecario per ragazzi a Seregno, che da anni ha iniziato a lavorare insieme a Enrico Colli (morto il 30 luglio del 2011) proprio a questo progetto. «Grazie al web — dice — è possibile raccogliere quell'interesse per Colli che altrimenti è difficile catalizzare attraverso le scuole, le istituzioni, i giornali e i media tradizionali; parliamo di un filosofo che ha trovato pochissimo spazio nell'università e nella critica». A complicare le cose, e a renderle perciò ancora più interessanti, è il fatto che Giorgio Colli ha scritto pochissimo, preferendo un lavoro diretto con gli amici e con i collaboratori: «Colli aveva capito che l'unico modo per fare cultura, in quel periodo, era il lavoro editoriale» spiega Banfi spingendo ancora più in là un paradosso che si può riassumere così: rivive sul web un grande filosofo inattuale la cui unica concessione culturale alla contemporaneità erano le grandi fatiche editoriali (per dirne una: Colli curò per l'Adelphi appena fondata da Luciano Foà, Roberto Bazlen e Roberto Calasso l'edizione critica dell'opera completa di Friedrich Nietzsche; e sul sito è possibile leggere una parte dell'affascinante corrispondenza con Luciano Foà a proposito di questo incredibile progetto editoriale nato alla fine degli anni Cinquanta). Viene in mente un passo che si legge nel suo Dopo Nietzsche (Adelphi) e che può essere applicato a lui stesso: «Nietzsche — scrive Colli — attacca Socrate come se fosse vivo, come se lo vedesse dinanzi a sé. Questo è il grande fascino della sua inattualità. Essere fuori del tempo ma avvicinare il passato, trattare l'assente come presente». Il web, chi lo studia lo ripete spesso, è capace infatti di trattare l'assente come presente, in una sospensione del tempo che sembra poco per volta erodere il pregiudizio collettivo nei confronti della storia e del progresso. Considerazioni abbastanza conturbanti anche se, lo ammetto, arrivano dopo l'entusiasmo per l'immediato, cioè per lo spettacolo che si prova davanti a tutto il materiale che si può trovare sul sito web dell'archivio Giorgio Colli. Ho trovato per esempio innamorevole la ricostruzione che Clara Valenziano, scrittrice, prima moglie di Valentino Parlato, ha fatto degli anni di Lucca quando, immediatamente dopo la guerra, Giorgio Colli insegnava filosofia in un liceo di quella città e i suoi allievi la studiavano secondo lo spirito più classico dei grandi greci: «Molto presto fu deciso, per dare basi più solide alle nostre discussioni, di organizzare la lettura di testi. L'autore più letto fu Platone. Ed è comprensibile che, quando a Lucca si seppe che leggevamo il Simposio e ci banchettavamo su, la cosa fosse considerata deplorevole: del resto era vero che quasi sempre qualcuno finiva sbronzo». Il Simposio li rese famosi. «Anzi, malfamati» precisa la Valenziano che poi aggiunge: «Fu il primo dialogo che leggemmo, l'Alcibiade, ad aiutarmi a capire quello che Colli intendeva quando diceva che dovevamo formare "una comunità di amici uniti dal vincolo della conoscenza e da una particolare qualità dell'anima". È il passo dove Socrate dice che come un occhio, se vuol guardare se stesso, deve specchiarsi nell'occhio — sede della vista — di un altro, così l'anima, se vuol conoscere se stessa, deve guardare nell'anima — sede del sapere — di un altro: deve specchiarsi, manifestarsi, esprimersi».
La rievocazione di quell'esperienza filosofica, come si dice, vale il viaggio. Come vale la pena sorprendersi leggendo sempre sul sito il diario del 1944 dove il ventisettenne Giorgio Colli confidava come buon proposito: «Preparare sin d'ora il sistema filosofico definitivo» (può fare sorridere, ma è l'unica ambizione vera dei grandi filosofi). Giorgio Colli diffidava della comunicazione scritta; si legge nella sua Filosofia dell'espressione (Adelphi): «Qualcosa di sinistro appartiene alla scrittura: chi legge si sente spinto ad abbreviare i passaggi, a saltare qualcosa, come per un'oppressione innaturale di fronte a una struttura macchinosa. La parola viva richiama direttamente l'universale, mentre di fronte allo scritto, che dovrebbe richiamarlo indirettamente, si salta lo stadio della parola o meglio si confonde in una cosa sola parola e universale». Diffido delle teorizzazioni sul web, ma è eccitante pensare che l'aristocratica diffidenza di Giorgio Colli nei confronti della scrittura in nome di una comunità di eletti e di eguali con la quale fare filosofia possa essere attraversata dalla freccia di una comunità 2.0 di appassionati di Giorgio Colli. Anche se il maestro è assente, importante è trattarlo come presente. Guardarsi negli occhi. Anche attraverso un sito web.