giovedì 28 febbraio 2013

Tradotto l'importante libro di Huntington sull'ordine politico

Ordine politico e cambiamento sociale
Samuel P. Huntington: Ordine politico e cambiamento sociale, traduzione di Federica Tavernelli, prefazioni di Francesco Battegazzorre e Francis Fukuyama, Rubbettino


Risvolto
 Che cosa sono le istituzioni politiche? Innanzitutto, per Huntington la principale differenza tra i regimi politici è di forza, e non di forma. La distinzione fondamentale è tra regimi forti, capaci di governare, dotati dell’autorità e della fl essibilità necessaria per il governo, e regimi deboli; e non tra democrazie e totalitarismi. La forza delle istituzioni, dei governi, e dei regimi politici, è la loro capacità di governare, è la loro effi cacia nel regolare i comportamenti sociali. Nei regimi caratterizzati da decadenza politica, cioè da un’acuta instabilità e violenza di regime, e da una diffusa corruzione al vertice, quali sono le vie di uscita dalla decadenza? E quali attori sociali sono in grado di sollevare le sorti di questi regimi dalla decadenza ulteriore? Qual è il ruolo, perciò, giocato dai militari? Sono essi in grado di riportare l’ordine e di porre le fondamenta di un regime stabile? Qual è il ruolo dei lavoratori, degli studenti, del clero, del sottoproletariato urbano, delle potenze straniere? Qual è il timing strategico di cui il politico riformatore deve tenere conto per attuare le riforme strutturali? Quando non sono più possibili le riforme ed è possibile solo la rivoluzione? Qual è il ruolo del partito, nella costruzione di regimi civili, cioè quei regimi in cui le istituzioni sono forti, cioè capaci di governare? In questo volume, Huntington, tenta di rispondere a queste domande, passando in rassegna una fi tta serie di casi empirici, fortemente legati all’intuizione fondamentale del libro: la critica alla tesi, diffusamente accettata, secondo la quale la modernizzazione socio-economica porta con sé anche la modernizzazione politica. In una situazione ormai compromessa, quando il livello di partecipazione politica è di massa, l’unica via, ammonisce Huntington, è quella spettrale e sanguinosa della rivoluzione.

da radioradicale.it

Il ritorno in libreria di "Ordine politico e cambiamento sociale" fa riflettere sulla necessità di istituzioni moderne ed efficienti 

Dino Cofrancesco - il Giornale Gio, 28/02/2013

Beppe Grillo non sa di essere un seguace di Toni Negri ma il manifesto glielo spiega

Almeno uno o due giorni a settimana il Manifesto è l'organo ufficiale del post-operaismo; questa sfida di coniugare Negri e Grillo consentirà a questa componente della sinistra italiana di continuare a vivere per almeno altri 20 anni, dicendo in forme diverse le stesse cose che diceva negli anni Settanta [SGA].

La scommessa vincente del convitato di pietra 
di BENEDETTO VECCHI il Manifesto 28 / 02 / 2013

Apologie del pubblico impiego

CopertinaLuciano Vandelli: Tra carte e scartoffie. Apologia letteraria del pubblico impiegatoIl Mulino


Risvolto
Zelanti o lavativi, capaci o perdigiorno, molti giganti della letteratura – da Gogol’ a Stendhal, da Svevo a Dickens – hanno indossato le «mezze maniche» del pubblico impiegato, vivendo la quotidianità di quel mondo fatto di mediocrità e routine, ma traendone idee, personaggi, ambienti che hanno ispirato grandi capolavori. Queste pagine ci restituiscono le vicende, ora tristi ora divertenti, spesso surreali, di scrittori e di personaggi immaginari accomunati dal medesimo destino impiegatizio, seguendo le tracce del rapporto tra letteratura e burocrazia in luoghi, culture, epoche, generi assai distanti: dalla Francia alla Russia, dalla Mitteleuropa alla letteratura anglosassone, dai nostri Travet e Policarpo sino alla spy-story e alla fantascienza. E svelando anche legami inconsueti, come quelli tra Balzac e Marx, tra Kafka e Weber o, ancora, tra Tolkien, Asimov e i politologi.

LA STAMPA del 27/2/2013 
LA RIVINCITA (LETTERARIA) DEL SIGNOR TRAVET (PANARARI MASSIMILIANO) a pag. 46/47

Gli impiegati raccomandati della letteratura
Anche il fior fiore della narrativa mondiale non ha disdegnato la "spintarella" per un posto nel pubblico impiego. Lo racconta Luciano Vandelli nel volume "Tra carte e scartoffie"

Vittoria Vigna Europa 

Mappe

Simon Garfield: On The Map: Why the world looks the way it does, Profile Books


Risvolto
Maps fascinate us. They chart our understanding of the world and they log our progress, but above all they tell our stories.From the early sketches of philosophers and explorers through to Google Maps and beyond, Simon Garfield exam

ines how maps both relate and realign our history. His compelling narratives range from the quest to create the perfect globe to the challenges of mapping Africa and Antarctica, from spellbinding treasure maps to the naming of America, from Ordnance Survey to the mapping of Monopoly and Skyrim, and from rare map dealers to cartographic frauds. En route, there are 'pocket map' tales on dragons and undergrounds, a nineteenth century murder map, the research conducted on the different ways that men and women approach a map, and an explanation of the curious long-term cartographic role played by animals.On The Map is a witty and irrepressible examination of where we've been, how we got there and where we're going."Delightful. If maps be the fuel of wanderlust, read on." From the foreword by Dava Sobel, author of Longitude.

LA REPUBBLICA del 27/2/2013 
ULTIMA FERMATA ATLANTIDE (ALUFFI GIULIANO) a pag. 60/61

Monarchici e Stati Uniti

I monarchici e la politica estera italianaAndrea Ungari; Luciano Monzali: I monarchici e la politica estera italiana, Rubbettino

IL FOGLIO del 27/2/2013   LIBRI a pag. 3

Gli astuti intellettuali del PD proprio non riescono a capacitarsi del perché a tre quarti del Paese il loro partito stia sulle scatole

Una commissione di storici è già al lavoro per capire quando, come e perché è nato il mito della superiore intelligenza politica di Massimo D'Alema. Uno dei nodi cruciali è questo: è nato prima o dopo del mito della superiore intelligenza politica di Giuliano Ferrara? [SGA].

D'Alema: impegno con 5 Stelle e Pdl

A loro la guida delle Camere «Ora dobbiamo salvare il Paese. No all'ipotesi di un governissimo. Neanche Grillo può volere che si precipiti verso nuove urne Monti? Dialogo con chi è indispensabile»

intervista di Maria Teresa Meli Corriere 28.2.13

La democrazia in presa diretta


di Michele Ciliberto l’Unità 28.2.13


di Alfredo Reichlin l’Unità 28.2.13

Il Corriere, La Stampa e l'ardua ma disinteressata impresa di destabilizzare la Cina

Cina, sfida a Xi Jinping Gli attivisti: ora le riforme

Cento intellettuali scrivono al neo leader: subito i diritti civili

di Ilaria Maria Sala La Stampa 27.2.13


A cinque anni dalla «Carta 08», che chiedeva ampie riforme per incamminarsi verso una piena democrazia in Cina, cento intellettuali cinesi firmato una lettera aperta, indirizzata all’Assemblea Nazionale del Popolo che aprirà fra una settimana, affinché sia ratificato il trattato Onu sui diritti civili e politici (Iccpr) di cui la Cina è già firmataria.
La «Carta 08» è costata cara ai riformisti nel Paese: il più famoso di loro, il Premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, sta scontando una pena a 11 anni di prigione, e molti altri hanno subito interrogatori, pedinamenti, periodi di detenzione o di restrizione delle libertà personali. La nuova lettera - firmata anche da alcuni membri del Partito fra cui il giurista He Weifang, fra i più stimati in Cina, e da nomi noti come quello dall’avvocato per i diritti umani Pu Zhiqiang, l’economista Mao Yushi e lo scrittore Wang Lixiong - ha richieste più modeste e rientra nel tentativo di favorire maggiori aperture politiche nel periodo di transizione fra la leadership uscente composta da Hu Jintao e Wen Jiabao, e quella che entrerà in carica a marzo, composta da Xi Jinping e Li Keqiang. Il trattato dell’Onu protegge la libertà di espressione e la libertà di assemblea e prevede standard internazionali per i processi penali.
La Cina non è l’unico Paese ad aver ritardato la sua applicazione: gli Stati Uniti, per esempio, dopo averlo firmato attesero 15 anni prima di ratificarlo. La Corea del Nord, invece, lo firmò e ratificò immediatamente. Ma poi chiese di ritirare la sua adesione, un’eventualità non prevista dall’Onu, che non glielo consentì. La Cina stessa, del resto, ha solo pochi mesi di tempo per non superare i 15 anni del precedente statunitense. Gli intellettuali sperano che questa lettera potrà accelerare le cose. «Si tratta di una richiesta di riforme, e il gesto è senz’altro coraggioso, ma è stato fatto in un modo che potrebbe essere accettabile dal governo cinese», dice Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch. «Nei fatti, la ratificazione non cambierebbe molto, ma sarebbe un modo per la società civile di avere uno standard rispetto al quale chiedere conto al governo. E su questo il governo non vuole rischiare».
La lettera chiede al governo cinese di «mostrare al mondo di essere una potenza mondiale responsabile», capace di rispettare i diritti umani e la Costituzione nazionale, e soddisfare così le speranze «più sentite del popolo cinese». Pechino ha sempre dichiarato che il trattato Onu sarà ratificato «al momento opportuno». Ma la lettera aperta risponde dicendo che «per quanto riguarda la situazione dei diritti umani in Cina, appare chiaro che esiste un divario fondamentale fra gli standard internazionali e le pratiche cinesi attuali (…) da cui consegue che questo è il momento più opportuno per ratificare il trattato, e operare in modo costruttivo».
Gli intellettuali firmatari della lettera rimandano apertamente ad alcuni dei primi concetti politici espressi da Xi Jinping, dichiarando che «i principi supremi dei diritti umani e del costituzionalismo fanno parte della grande missione per il rinnovo della nazione». Una frase, quest’ultima, cara al Presidente cinese.
Diffusa tramite il Web, la lettera da ieri appariva e spariva dai siti nei quali veniva pubblicata, nel solito gioco del gatto e del topo fra chi vuole utilizzare Internet per diffondere scritti che allarghino i limiti di ciò che si può discutere, e i censori governativi con la loro costante mannaia.



Diritti umani, la lettera degli intellettuali a Xi

di Guido Santevecchi Corriere 28.2.13


PECHINO — La lettera è firmata da centoventi accademici, giuristi, giornalisti e attivisti delle libertà civili. È indirizzata al Congresso nazionale del popolo, l'assemblea legislativa cinese che si apre il 5 marzo e durerà due settimane. La richiesta: ratificare la «Convenzione internazionale sui diritti civili e politici», il trattato Onu sui diritti umani sottoscritto da Pechino nel 1998 e mai attuato. Un gesto coraggioso in una fase cruciale, perché il Congresso di Pechino segnerà l'ultimo passo nel ricambio al vertice del potere: Xi Jinping, che a novembre è diventato segretario generale del partito comunista, assumerà anche la carica di capo dello Stato.
Il documento delle Nazioni Unite prevede tra gli altri punti la rinuncia alla detenzione arbitraria, la libertà religiosa, e il riconoscimento del diritto di partecipazione politica: che significa poter fondare o aderire a partiti, poter votare, criticare apertamente le autorità. La ratifica rappresenterebbe quindi un segnale della rotta che vorrà seguire Xi Jinping. La reale e piena applicazione, naturalmente, non è nemmeno pensabile: significherebbe la fine del regime del partito unico e questo Xi ha già detto che non avverrà. Ma neanche gli intellettuali della petizione lo sognano: tanto per fare un esempio, tra i Paesi che hanno accettato la Convenzione Onu c'è la Corea del Nord.
I centoventi firmatari quindi non si fanno illusioni, vogliono solo muovere le acque, chiedono il «riconoscimento dei diritti umani e l'applicazione della Costituzione cinese», che in teoria offre alcune garanzie come il diritto di parola. Tra loro spiccano i nomi della scrittrice Dai Qing, ex esponente del partito, scomunicata quando pubblicò nel 1989 un saggio contro la costruzione della diga delle Tre Gole sullo Yangtze; dell'avvocato Pu Zhiqiang, che ha tra i suoi clienti Ai Weiwei; dell'economista Mao Yushi. A dicembre alcuni di loro avevano sottoscritto un appello dai toni molto più forti, in cui si metteva in guardia il regime dal rischio che «la frustrazione popolare esplodesse nel caos e in una rivoluzione violenta». Questa volta le parole sono studiate per dare atto al nuovo leader Xi Jinping della difficoltà di avviare un cambiamento politico.
Il giornalista investigativo Wang Keqin, un altro dei firmatari, ha spiegato alla Bbc che nessuno di loro «osa nemmeno sognare che la Cina possa fare un grande balzo sul terreno delle riforme politiche: il Paese si sviluppa passo dopo passo, è imbarazzante magari, ma è così». Wang sostiene però che l'obiettivo minimo della ratifica della Convenzione Onu sarà probabilmente raggiunto durante la sessione di marzo del Congresso nazionale del popolo.
La prima reazione delle autorità non è stata incoraggiante: la lettera aperta è stata rimossa piuttosto rapidamente dal web ieri mattina. Qualche segnale incoraggiante però, nei primi tre mesi dell'era Xi è arrivato: sono state diffuse anticipazioni sulla fine del laojao, il sistema «amministrativo» che permette alla polizia di «rieducare attraverso il lavoro» soggetti ai quali non si vuol concedere nemmeno la possibilità di comparire di fronte a una corte di giustizia: tradotto significa che centinaia di migliaia di cinesi sono finiti nei gulag. Questo almeno, da marzo, dovrebbe finire.

Architettura: una polemica che decide le sorti del mondo

Servire il potere, lite tra archistar
Meglio i dittatori o il mercato? Gregotti e Fuksas attaccano Libeskind
di Pierluigi Panza Corriere 28.2.13

mercoledì 27 febbraio 2013

Massimo Cacciari già pronto per il Conclave


Massimo Cacciari: Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Adelphi

Risvolto
Nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, che la tradizione attribuiva a san Paolo, compare l'enigmatica figura di una potenza: il katechon, qualcosa o qualcuno che trattiene e contiene, arrestando o frenando l'assalto dell'Anticristo, ma che dovrà togliersi o esser tolto di mezzo – affinché l'Anti­cristo si disveli – prima del giorno del Signore. E l'in­terpretazione di quella figura è qui lo sfondo su cui si dipana una riflessione generale – in costante 'divergente accordo' con la posizione di Carl Schmitt – sulla 'teologia politica', e cioè sulle forme in cui idee e simboli escatologico-apocalittici si sono venuti secolarizzando nella storia politica dell'Occidente, fino all'attuale oblio della loro origine. Con quale sistema politico può trovare un compromesso il paradossale monoteismo cristiano, la fede nel Deus-Trinitas? Con la forma del­l'impero o, invece, con quella di un potere che frena, contiene, amministra e distribuisce soltanto? Oppure occorre cercare una contaminazione tra le due? Non poche delle decisioni politiche che hanno segnato la nostra civiltà ruotano intorno a queste domande, e nell'opera di alcuni dei suoi più grandi interpreti, da Agostino a Dante a Dostoevskij, trovano una drammatica rappresentazione.  Il volume è corredato da un'antologia dei passi più significativi della tradizione teologica, dalla prima patristica a Calvino, dedicati all'esegesi della Seconda lettera ai Tessalonicesi, 2, 6-7.

Alessandro Zaccuri Avvenire 27 febbraio 2013


DIBATTITO
Apocalisse alle porte, il potere si scatena
Alessandro Zaccuri  Avvenire 28 febbraio 2013
Se la religione si sporca col potere
Un saggio di Massimo Cacciari affronta una classica controversia da San Paolo fino a Nietzsche e Carl Schmitt
di Roberto Esposito Repubblica 27.2.13

C’è un passo enigmatico, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 6-7) attribuita a S. Paolo, su cui si è esercitata una schiera di esegeti, antichi e moderni, senza mai venirne definitivamente a capo. In esso si fa riferimento a un katechon che trattiene il trionfo finale del male, ritardando così anche il suo annientamento da parte del Signore. Il “mistero”, come l’autore stesso lo definisce, contenuto in questo testo riguarda insieme il soggetto e il significato del katechon. Chi, o cosa, è questa forza che frena al contempo lo scatenamento del male e la vittoria del bene? E come, tale funzione, va interpretata — come espressione diabolica o come forza spirituale? La questione torna ad essere interrogata, con straordinaria acutezza analitica, da Massimo Cacciari in un piccolo, ma denso, libro appena edito da Adelphi col titolo Il potere che frena. Saggio di teologia politica.

Nella sua interpretazione, naturalmente, non è in gioco solo il senso di quel passo e l’identità della figura che esso evoca, ma l’intero rapporto tra teologia e politica — il ruolo del potere e la maschera della sovranità, il contrarsi del tempo e l’immagine dell’eternità, il travaglio del cristianesimo e il destino del mondo contemporaneo. Il presupposto da cui Cacciari parte è che tra teologia e politica vi sia una relazione ineliminabile. Non solo nel senso, teorizzato da Carl Schmitt, che i principali concetti politici abbiano un’origine teologica. E neanche in quello, affermato dal grande egittologo Jan Assmann, che le categorie teologiche contengano un originario nucleo politico. Ciò che presuppone Cacciari è un rapporto insieme più vincolante e più contraddittorio. E cioè che la vita religiosa abbia già in sé un impulso politico, così come un autentico operare politico non possa mai smarrire la propria radice spirituale.

La drammatica figura del katechon si situa precisamente all’incrocio di queste traiettorie — rendendole, se è possibile, ancora più impervie. Intanto non è chiaro chi storicamente lo incarni. Gli interpreti sono divisi — la maggioranza di essi pensa alla potenza dell’impero romano, altri all’apparato istituzionale della Chiesa. In nessuno dei casi, tuttavia, il mistero del katechon sembra sciogliersi, acquietarsi in una soluzione soddisfacente. Certamente esso si pone in un tempo ultimativo. L’età presente sta per finire — questa è la convinzione della comunità cristiana cui Paolo dà voce. Ma come avverrà tale fine? E cosa ci sarà dopo di essa — un’altra epoca o l’Evo eterno, la fine gloriosa della storia? Che il soggetto del katechon sia l’Impero oppure la Chiesa, resta la domanda di fondo. Come comporre gli opposti — tempo ed eternità, potere e bene, forza e giustizia? L’un termine non renderà vano l’altro? Per trattenere il male, sia l’Impero sia la Chiesa non possono fare a meno di usare quel potere che ad esso è connaturato. Perciò il katechon, qualunque cosa sia, opera sempre con le armi del Nemico dello Spirito. Ciò è ben visibile nelle vicende sanguinose dell’Impero romano; ma risulta altrettanto evidente nella storia della Chiesa, da sempre impastata con le forze che combatte, incapace di rispondere alla parola purissima da cui nasce. Certo, entrambi, Impero e Chiesa guardano oltre il proprio tempo, si fanno carico di una missione universale. Ma per produrre novitas — per dare espressione veritiera alla propria epoca — essi devono prima di tutto durare, conservarsi, con ogni mezzo possibile, compresi l’inganno e la violenza.
Le pagine di Cacciari restituiscono a pieno l’intensità di questo dramma. Il bene non è rappresentabile dal potere, ma per realizzarsi, sia pure imperfettamente, in questo mondo, è costretto a far ricorso ad esso. Così le due autorità che per un millennio hanno combattuto per assicurarsi il governo, politico e spirituale, degli uomini, si sono a lungo specchiate l’una nell’altra. Agostino e Dante sono i due grandi interpreti di questo scontro epocale. Il primo destituendo di ogni sacralità il potere dell’impero. Il secondo, cercando in esso il necessario contraltare alla potenza della Chiesa.
Nonostante questa divergenza profonda, per entrambi le due città non soltanto sono divise tra loro, ma divise anche al loro interno tra i salvi e i reprobi, tra coloro
che limitano lo sguardo al proprio interesse e coloro che lo allargano all’intera comunità.
Nulla meglio della figura del Grande Inquisitore di Dostoevskij rappresenta questo tragico conflitto. Con lui il male ha già vinto. Dando per scontata l’incapacità dell’uomo a sostenere la libertà, egli si è posto a fianco dell’Anticristo. Eppure anche nella sua maschera esangue traspare qualcosa dell’antica battaglia, come una eco non spenta di quell’annuncio che, dolorosamente, ha tradito. C’è anche questa infinita nostalgia nel bacio livido che egli depone sulle labbra di Cristo. L’Inquisitore è l’ultimo rappresentante di quella vicenda prometeica che ha scandito la storia del mondo, sospendendola allo scontro senza esito tra verità e potere.
Dopo di lui non resta che il compimento del nichilismo — il tempo dell’ultimo uomo di cui parla Nietzsche. In esso non trapela più il raggio di una possibile redenzione. Ma non si avverte neanche il frastuono dell’apocalisse. Piuttosto il deserto del nulla — la gestione tecnica come forma anomica dell’età globale. Esaurito lo spazio del sacro, viene meno anche quello del politico che ad esso corrisponde. Senza la polarità teologica non si dà vera politica. Naturalmente ciò vale, se regge il presupposto di partenza di tutto il discorso — e cioè il radicamento originariamente teologico del politico e viceversa. Che così sia, Cacciari lo dà per scontato. Ma si tratta dell’unica verità possibile? O non è un effetto ottico della stessa macchina teologico- politica che egli analizza, situandosi al suo interno? E ancora — qual è oggi il compito della filosofia contemporanea? Scendere sempre più a fondo dentro questo tragico viluppo o tentare di aprire un nuovo orizzonte di pensiero, con tutto il rischio che ciò comporta? Il dibattito che si va aprendo sulla teologia politica ha per posta questa questione decisiva.

La crisi della democrazia: Bensaid


Elogio della politica profana
Daniel Bensaid: Elogio della politica profanaEdizioni Alegre

Risvolto

Al tempo della crisi della politica un saggio che riporta al centro la politica nella sua accezione più nobile e disinteressata. Non “l’arte del possibile” o del compromesso né l’affarismo disgustoso cui ci hanno abituato le cronache. Ecco dunque che Bensaid elabora il concetto di politica profana, oggi messa a dura prova dal nuovo ordine imperiale e dal cambiamento degli attori sociali. Tra «l’illusione» della democrazia ricalcata sulle leggi del mercato e quella che intende preservare la purezza dei movimenti d’emancipazione si apre una strada stretta e difficile. In cui, il cambiamento del linguaggio, degli orizzonti e della cultura diventa essenziale.

SCAFFALI
ARTICOLO il manifesto 2013.02.27 - 10 CULTURA

Università: Messina come paradigma nazionale

TRINCIA: Parentopoli universitaria
All'Università di Messina la famiglia viene prima di tutto

ITALIA OGGI SETTE del 25/2/2013
TRA TAGLI E RAZIONALIZZAZIONI CORSI UNIVERSITARI AI MINIMI (PACELLI BENEDETTA) a pag. 40

ITALIA OGGI SETTE del 25/2/2013
Int. a MANCINI MARCO IL SISTEMA RISCHIA IL COLLASSO a pag. 40

CORRIERE DELLA SERA del 25/2/2013
PROFESSORI AFFETTI DA "BENALTRISMO" RALLENTANO L'EFFICIENZA DEGLI ATENEI (FERRERA MAURIZIO) a pag. 41

CORRIERE DELLA SERA del 26/2/2013
UNIVERSITA': LE VALUTAZIONI ANVUR - LETTERA (BACCINI ALBERTO, FERRERA MAURIZIO) a pag. 61

CORRIERE DELLA SERA del 26/2/2013
CURA EUROPEA PER L'UNIVERSITA' AL COLLASSO (MANERA LIVIA) a pag. 60

Essere e linguaggio



Andrea Moro: Breve storia del verbo essere. Viaggio al centro della frase, Adelphi 

Risvolto
L’interpretazione del verbo essere è come una costante che attraversa tutto il pensiero linguistico dell’Occidente sin dalle prime opere di Aristotele. E nel suo dipanarsi si intreccia con la filosofia, la metafisica, la logica e perfino con la matematica, tanto che Bertrand Russell considerava il verbo essere una disgrazia per l’umanità. Andrea Moro ricostruisce questa storia: dalla Grecia classica, attraverso i duelli tra maestri della logica nel Medioevo e le rivoluzioni seicentesche, fino al Novecento, quando la linguistica diventa un modello propulsivo per le neuroscienze. Il verbo essere penetra nel pensiero linguistico moderno portando scandalo e, come un cavallo di Troia, insinua elementi di disturbo tali da indurci a ripensare dalla radice la più fondamentale delle strutture del linguaggio umano: la frase.È una ricerca appassionante, quella di Moro, che giunge a scoprire una formula tale da risolvere l’anomalia delle frasi copulari – suscitando così nuove domande, sul linguaggio come sulla struttura della mente.
ALFABETO NATURALE

Un incontro con il neurolinguista Andrea Moro. Allievo di Chomsky e autore del saggio «Breve storia del verbo essere», inaugurerà un ciclo di conferenze da oggi a Pavia, interrogandosi sulla «biologia» della parola umana

ARTICOLO il manifesto 2013.02.26 - 10 CULTURA

Pierre Milza e gli incontri tra Mussolini e Hitler

Pierre Milza, Conversations Hitler-Mussolini 1934-1944, Fayard

lefigaro.fr

CORRIERE DELLA SERA del 25/2/2013
BENITO E ADOLFO, IL TEATRO DEI DITTATORI (ROMANO SERGIO) a pag. 37