sabato 29 giugno 2013

Tradotti i saggi di Karel Kosík 1964-2000

Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia
La cosa più significativa è comunque che la Guerra Fredda culturale non è mai finita [SGA].

Karel Kosík: Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia. Saggi di pensiero critico, Mimesis pagg. 290 euro 24

Risvolto
A cinquant’anni dalla pubblicazione di La dialettica del concreto (1963), uno dei testi fondamentali per il rinnovamento del marxismo che preparò il ’68, e a dieci anni dalla morte dell’autore, avvenuta nel 2003, vengono presentati in una cornice unitaria i saggi e gli interventi di Karel Kosík dal 1964 al 2000. Si tratta di un indispensabile contributo alla conoscenza di un grande filosofo, legato alla tradizione del pensiero europeo da Hegel a Marx fino a Husserl e a Heidegger, e interlocutore diretto negli anni ’50 e ’60 di Sartre e della cultura francese e tedesca. Si tratta anche della testimonianza dell’impegno etico e politico di Kosík durante la Primavera di Praga, portato avanti instancabilmente nei lunghi anni di isolamento e silenzio a cui fu costretto fin quasi alla morte. Le riflessioni contenute in questi saggi di pensiero critico affrontano, con l’inconfondibile stile radicato nella cultura, nella storia e nella letteratura ceca, il tema del riso, quello del comico e del tragico nel mondo in cui domina la banalità del male, la possibilità di una nuova concezione architettonica e poetica della città, il ruolo di una filosofia che offre la libertà di un nuovo rapporto con la realtà e apre lo spazio per un nuovo legame comunitario. Kosík lascia in eredità al nuovo millennio un programma “antidiluviano”, contro il diluvio della voracità, dell’avidità che minaccia l’umanità.

Karel Kosík (1926 – 2003) filosofo originario della Repubblica Ceca. Nella sua opera principale, La dialettica del concreto, presenta un’originale analisi comparata del pensiero di Martin Heidegegr e del giovane Marx. I suoi scritti più recenti sono una critica tagliente della società contemporanea, a tratti visionari, ma sempre densi della concretezza politica che caratterizza tutto il lavoro di Kosik.

Torna il filosofo legato alla Primavera di Praga
La lezione di Kosìk contro la farsa del nostro tempo
di Pier Aldo Rovatti Repubblica 29.6.13

Di Karel Kosík, filosofo cecoslovacco, si parlò molto in Italia all’inizio degli anni Sessanta e fino alla Primavera di Praga, che certamente lui nutrì con il suo pensiero critico e dissidente, poi sempre meno fino a un completo silenzio. Quando morì nel 2003, a 77 anni, la rivistaaut aut — la stessa che nel 1961, grazie a Enzo Paci, lo aveva fatto conoscere — gli dedicò un dovuto omaggio. Adesso esce una raccolta di suoi saggi e interventi intitolata Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia (a cura di Gabriella Fusi e Francesco Tava, con una introduzione di Laura Boella, nella collana “Gli imperdonabili” delle edizioni Mimesis) e all’Università Statale di Milano se ne è parlato in un seminario di studi promosso dalla stessa Boella. Curioso: proprio lì dove, cinquant’anni fa, Kosík aveva tenuto la sua unica conferenza milanese dedicata a “La ragione e la storia”, invitato da Paci.

Ma chi è Kosík? È innanzi tutto colui che con La dialettica del concreto (pubblicata nel 1963 a Praga e tradotta nel ‘65 da Bompiani, oggi introvabile) lanciò al marxismo ufficiale di allora un messaggio critico di eccezionale portata, puntando sull’idea di filosofia come senso della pratica trasformatrice e invitando a una rilettura radicale delCapitale di Marx al di là di ogni naturalismo economicistico e di ogni schematismo politico. Un libro che innervò la giovane generazione intellettuale protagonista di quella “primavera”, facendo saltare molti interdetti che penalizzavano pensieri considerati “irrazionalistici” (Heidegger, Sartre, ecc.), compreso quello relativo all’importanza di Kafka, smascherando le “pseudoconcretezze” e aprendo tutte le dimensioni del campo del “concreto”, dall’arte alla vita quotidiana, alla politica ricondotta alla “prassi” vincente.
Un libro, infine, che ovviamente venne letto e usato dai critici del “socialismo reale”, e meno ovviamente incise a lungo nel dibattito a Occidente che cercava un marxismo più umano e spendibile. Troviamo, nelle pagine di Kosík, tante singolari anticipazioni: cito solo il suo interesse per iGrundrisse di Marx, che erano al tempo ignoti anche da noi (dopo, produssero dibattiti molto significativi soprattutto all’interno dell’“operaismo”) e in cui lui vedeva il necessario volano per non tagliare in due il pensiero di Marx, di là gli scritti giovanili e filosofici e di qua quelli maturi sotto il segno esclusivo dell’economia politica. Questo libro, La dialettica del concreto, tra l’altro scritto con rara chiarezza, è stato completamente dimenticato, letteralmente “sepolto” nel tritacarne di quella cultura dell’amnesia che oggi è diventata dominante. Andrebbe ripubblicato, fatto circolare presso le nostre giovani generazioni, troppo digiune di storia e troppo analfabete di dialettica (parola, quest’ultima, che per Kosík andava rimessa al centro di ogni pensiero critico, mentre per noi si è ridotta a nulla più che un flatus vocis).
Sono stati in pochi, e perciò ancor più meritevoli, coloro che hanno cercato di salvare la preziosa memoria di Kosík, a partire naturalmente da Paci stesso (che lo conobbe in Francia a Royaumont e che di lì a poco si sarebbe recato proprio a Praga per lanciare il suo discorso su fenomenologia e marxismo, appoggiandosi anche alla filosofia di un altro grande “dimenticato”, Jan Patocka, amico di Kosík), poi Gianlorenzo Pacini, Guido Davide Neri, per arrivare a Gabriella Fusi e a Laura Boella.
Dopo il ‘68 a Praga arrivarono i carri armati sovietici e con loro la cosiddetta “normalizzazione”. Molti intellettuali dell’Est andarono in esilio (e qui le vicende di Praga e quelle di Budapest si intrecciano, penso agli allievi di Lukács e in primis ad Ágnes Heller). Kosík decise invece di rimanere, accettando che un pesante silenzio calasse su di lui: più volte nel catalogo Suhrkamp fu poi annunciata una sua opera sul “tecno-capitalismo” che però non vide mai la luce. Il volume adesso uscito in Italia testimonia di alcuni scritti e conversazioni degli anni Novanta, una geniale conferenza sulla Metamorfosi di Kafka, un saggio su “globalizzazione e morale”, uno sulla “mafiosità” degli attuali poteri forti, interventi su altri temi vari (sull’architettura urbana, ecc.).
Ancora più coinvolgenti sono comunque un paio di recuperi di scritti del ‘69, allora bloccati dalla censura: Il ragazzo e la morte, in cui traluce il sacrificio del giovane Jan Palach (che si diede fuoco in piazza San Venceslao, lasciando attonita l’opinione mondiale), e dove viene posta a tema la filosofia come “offerta sacrificale”; eIl riso,dove questo tema assai caro a Kosík viene declinato come condizione spirituale del nostro tempo, un’epoca in cui saremmo ormai diventati del tutto incapaci di vivere la condizione della “tragedia”, sprofondati come siamo in quella della “farsa”. Ma, a guardar bene, resta un buco nero di più di vent’anni, tanti, in cui Kosík sembra essersi volontariamente sepolto vivo, condannato al silenzio, ben al di là — sembra proprio — della sua stessa idea di filosofia comeuna sorta di offerta sacrificale.

Ancora sulla presunta egemonia della destra culturale

La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia
Mi pare che il recensore abbia le sue ragioni. In ogni caso, questi valori regressivi non sono meno condivisi dalla sinistra odierna [SGA].


Gabriele Turi: La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia, Bollati Boringhieri

Risvolto
Il tema di questo libro è più vivo che mai. Individualismo, consumismo, edonismo, diffidenza per l'altro e attaccamento ai valori cattolici tradizionali sono i fondamenti ai quali si è ispirata la destra italiana nell'ultimo ventennio. Con Silvio Berlusconi un nuovo blocco sociale è giunto al potere e si è mosso in aperto contrasto con quella che veniva (e viene) ossessivamente additata come "egemonia culturale della sinistra". Il percorso della destra non può evitare di ricostruire gli antagonismi e gli "scontri di civiltà" a cui abbiamo assistito negli ultimi vent'anni. La nuova destra non si è dunque legata esclusivamente al carisma del suo leader, ma ha agito capillarmente nel tessuto sociale, riprendendo temi e comportamenti che vengono da lontano e che non hanno mai cessato di esistere. Gabriele Turi ricostruisce questo percorso, passando attraverso il revisionismo storico, la riscrittura politica dei manuali scolastici, l'insistito ridimensionamento della Resistenza e la difesa militante del crocifisso nei luoghi pubblici. La crescente presenza dell'estrema destra clericale sul Web e la concomitante crisi identitaria della sinistra fanno da sfondo a questa storia politica dell'Italia recente, che vede tra i suoi attori principali esponenti politici di primo piano, giornalisti, docenti universitari e gente comune.



Tra stereotipi e luoghi comuni, i libri sulla cultura conservatrice sembrano scritti da gente appena sbarcata da un altro pianetaLuigi Mascheroni - il G iornale Ven, 28/06/2013

E questa è l'egemonia culturale del Cav?il commento 2
Redazione - il Giornale Mar, 09/07/2013

SAGGI - «Cultura delle destre» dello storico Gabriele Turi
La perdita del baricentro identitarioIl suo lessico è «libertà», «individuo», «gente» ma anche «mercato», «valori», «ordine». Il percorso è populista Un'ideologia eclettica è il dna politico del blocco sociale che si è riconosciuto in Silvio Berlusconi

APERTURA - Claudio Vercelli il manifesto 2013.11.15 - 11 CULTURA

Antimodernismo e populismo cristiano

Philip Sherrard: Uomo e Natura: storia di uno stupro. Indagine su origini e conseguenze della scienza moderna, Irfan Edizioni

Risvolto

Nel presente saggio Philip Sherrard cerca di mostrarci l'importanza dell'intima interrelazione tra uomo e ambiente naturale, considerati olisticamente e teologicamente come un tutt'uno. Nella misura in cui c'è disordine nell'anima dell'uomo, ecco che tale squilibrio viene necessariamente a riflettersi sul mondo. Lo stupro di cui parla in maniera provocatoria il titolo è quello subito dall'uomo che ha dimenticato il senso della sua esistenza ed è stato violentato da una mentalità iperrazionalistica, ma è anche lo stupro che tale uomo degradato, parodia dell'uomo e immagine divina, ha compiuto di conseguenza sulla natura, considerata ormai come un qualcosa d'esterno a lui, da sfruttare senza alcuna riserva. Sherrard offre al lettore cristiano un percorso interiore che lo riporta alle radici più genuine della propria fede, chiarendo i malintesi che hanno favorito los viluppo della mentalità scientifica moderna del mondo occidentale (e le sue tragedie), e a quello musulmano un'opportunità non solo di approfondire la visione teologica e antropologica del cristianesimo, ma anche di riflettere sul proprio rapporto con la scienza moderna e sull'impatto che essa ha avuto, e ha ancora oggi, sull'evoluzione socio-culturale e religiosa della civiltà islamica. 

Philip Sherrard (1922-1995) si formò culturalmente in Inghilterra e insegnò all'Università di Cambridge e di Londra, ma visse per lo più in Grecia. Pioniere degli studi di greco moderno e traduttore dei maggiori poeti greci contemporanei, ha curato (assieme a G. Palmer e K. Ware) la traduzione in inglese della "Philokalia", una raccolta di testi dei maestri spirituali della tradizione cristiana ortodossa. Ha prodotto inoltre scritti teologici e metafisici che abbracciano un'ampia gamma d'argomenti, alcuni dei qualigià pubblicati in Italia: Bisanzio (Mondadori, 1968), Il peccato culturale dell'Occidente (Servitium, 2001), Cristianesimo ed Eros (Ed-Ward, 2007) e gli studi "Significato e necessità di una tradizione sacra" e "Uomo e donna" (Da Invito alla tradizione cristiana, 2008) e "Cristianesimo e dissacrazione del cosmo" (da Antropo-ecologia, Terre Sommerse, 2009). Tradusse inoltre in lingua inglese Storia della filosofia islamica di Henry Corbin.


Riscoprire Philip Sherrard e la sua riflessione tra visibile e invisibile

Antonello Colimberti 28 giugno 2013 STAMPA 

Sivaismo

Gli aforismi di SivaVasugupta: Gli aforismi di Siva, a cura di Raffaele Torella, Adelphi

Risvolto

Composti nel IX secolo, "Gli aforismi di Siva" (Sivasutra) sono una delle opere basilari del cosiddetto Sivaismo del Kashmir, o Trika, "Triade". Riscoperti solo nel Novecento, gli insegnamenti delle scuole Trika - che rientrano nell'ambito più vasto del Tantrismo e sono improntati a un non-dualismo radicale (paramàdvaita, "supremo non-dualismo") - si sono andati rivelando i più alti raggiungimenti della speculazione e della spiritualità indiana di ogni tempo, e hanno attratto un numero crescente di studiosi e di ricercatori, dall'India all'Europa agli Stati Uniti. Secondo l'insegnamento essenziale del Tantrismo, il progresso spirituale deve essere visto non già come un cammino di negazione e di rinuncia, ma come una coltivazione e intensificazione di tutte le linee di energia che animano l'esistenza ordinaria e, in primo luogo, l'individuo nella sua fisicità e nelle sue pulsioni, compresa quella sessuale. Il mondo non appare quale un fosco e incerto sogno da cui risvegliarsi al più presto, ma come la spontanea espressione del divino, che per suo tramite si manifesta liberamente. In miracoloso equilibrio, il Tantrismo kashmiro si muove tra spiritualità, epistemologia e una avanzatissima speculazione che apre l'esperienza religiosa e filosofica alla contemplazione estetica - ed è proprio negli ambienti tantrici sivaiti che il pensiero estetico si definisce nella sua forma più compiuta, elegante ed estrema.

Il desiderio e l'ascesi principi del mondo secondo il dio Siva

Negli aforismi sacri ed eterni del tantrismo una energia che distrugge e ricrea l'universo

di Giorgio Montefoschi Corriere 29.6.13


Secondo quello che è l'insegnamento centrale del Tantrismo, scrive Raffaele Torella nella bella ed esaustiva prefazione agli Siva sutra, Gli aforismi di Siva (Adelphi) «il progresso spirituale non è più visto come un cammino di negazione e di rinuncia, ma come una coltivazione e intensificazione — fino al parossismo e alla trasgressione — di tutte le linee di energia che animano l'esistenza ordinaria e, in primo luogo, la persona individuale, anche nella sua fisicità e nelle sue pulsazioni».
Siva — racconta ancora Torella — è un dio che viene da lontano, ama i luoghi inaccessibili, e la notte. Egli è pura energia. Una energia talmente dirompente che, dilagando, può anche distruggere. Siva, infatti, è Creatore e Distruttore: insieme. Così come — in una unione degli opposti inestricabile — è asceta e animato da un inestinguibile desiderio sessuale, rappresentato dal lingam, il fallo eretto. L'ascesi (tapas) di Siva, dalla quale mai vorrebbe essere distolto, può durare anche migliaia di anni, nella solitudine più completa. Parvati, la figlia dell'Himalaya, solo con grandi sforzi e tentazioni riesce a distoglierlo e a unirsi a lui in matrimonio. Allora, la potenza sessuale che il dio manifesta è tale che può travolgere l'universo, e far sì che l'universo sia solo kama, desiderio. Al punto che, con il suo terzo occhio, Siva (per tornare all'austera ascesi di cui sente la nostalgia) incenerisce il desiderio; oscurando in tal modo il mondo. Sarà Parvati, di nuovo — secondo una leggenda trasferita in una quantità di leggende che le assomigliano, e valgono per altri esseri mitologici e umani — a resuscitare la voglia di congiungersi.
L'adepto, colui che insegue Siva, vivendo in se stesso questa contrapposizione degli estremi — l'ascesi più pura, il desiderio più travolgente e violento — si trasformerà in Siva. Si identificherà in Siva. E lo adorerà: solo in quel momento. Ma come, l'adepto, può arrivare a questa identificazione? Gli Agama, le scritture divine, dicono: con il rito, la conoscenza, lo yoga e la condotta. Rito e conoscenza, vale a dire: fare e pensare, si rispecchiano, e continuamente si rincorrono. Una parte non può fare a meno dell'altra. Tuttavia — e questa è davvero la sublimità dell'induismo, mai capita quanto sarebbe necessario dalla mentalità occidentale — l'agire, il fare, è più importante del pensare. Esistono dei livelli dell'essere ai quali nessun tipo di pensiero, anche il più spericolato, ha accesso. A quei livelli, a quella sostanza, si accede solamente attraverso la prassi. E la prassi è il rito.
Si narra che Gli aforismi di Siva furono trovati incisi in una roccia del Kashmir (che ancora viene mostrata al visitatore) da un asceta di nome Vasugupta, vissuto fra la fine dell'VIII e il principio del IX secolo dopo Cristo. Negli Aforismi — che risulterebbero impenetrabili senza il commento di Ksemaraja, un altro saggio asceta vissuto un paio di secoli più tardi in quella stessa regione fiorente di scuole e templi in cui convenivano yogi da tutta l'India — è indicato qual è il tracciato necessario a identificarsi con la Realtà Suprema, e cioè Siva.
Dunque. La Realtà Suprema non è altro che coscienza. Però, non una coscienza ferma. È una coscienza (spanda) che ha in se stessa una inesauribile vibrazione. Questa vibrazione si propaga al mondo: all'apparire. Che è illusione, sogno, dal momento che non esiste altro che come coscienza. Con un procedimento che ricorda molto quello che spiegano i testi cabbalisti, Siva, il Dio, si contrae, si macchia, e in quel modo conosce se stesso riflettendosi nell'universo. L'adepto che vuole diventare Siva, e percorre l'itinerario che consiste nel rito, nella conoscenza, nello yoga e nella condotta, sentirà a un tratto dischiudere se stesso. Sentirà che i suoi limiti bruciano e si annullano come il fuoco. E lui, liberandosi dalla dolorosa trasmigrazione, diventa coscienza pura.
La letteratura religiosa dell'India antica è principalmente una letteratura «di commento». Anche la parola, dicono i saggi indiani con grandissima parte di verità, è un limite. È uno dei limiti che meglio descrivono la nostra prigione. Va detto, però, che lo sforzo estremo compiuto dagli esegeti per penetrare nell'ineffabile, ed esplicarlo in qualche modo, può raggiungere vette di bellezza e di intensità straordinarie. Come nei commenti di Ksemaraja. Valga, per tutti, il commento al sutra numero dodici, che recita: «Gli stati dello yoga sono stupore». Questo, il commento di Ksemaraja: «Come uno che vede una cosa fuori dell'ordinario prova un senso di stupore, così il sentimento dello stupore, nel godere intensamente del contatto con le varie manifestazioni della realtà conoscibile, continuamente si produce in questo grande yogi con tutta intera la ruota dei sensi, sempre più dispiegata, immota, pienamente dischiusa, in forza della penetrazione nella sua più intima natura, unità compatta di coscienza e meraviglia sempre nuova, estrema e straordinaria. È uno sgorgare continuo di sbalordimento, sempre più intenso in quanto mai è saziato...».
Lo stesso sbalordimento che il viaggiatore prova nel piccolo museo di Tanjavur (Tamil Nadu), di fronte ai meravigliosi bronzi estatici del Dio creatore, distruttore, danzatore, mendicante, di epoca medievale.

La faccia come il deretano


Con tutto quello che pagano gli americani ai propri luogotenenti, il Corriere ha sbagliato argomento [SGA].

Mezzo miliardo al mese Così Cina, Russia e Iran pagano la guerra di Assad

Una marea di petrolio per tenere in vita il regime

di Davide Frattini Corriere 29.6.13


GERUSALEMME — I camioncini carichi di materassi e pentole attraversano la frontiera. I siriani fuggono dalla guerra anche solo per qualche settimana, si ammassano nelle stanze dei parenti che vivono dall’altra parte in Libano. I tir carichi di container seguono il percorso inverso, dal porto di Beirut risalgono verso i valichi, scendono nella valle della Bekaa, passano la dogana e arrivano a Damasco.
Negli oltre due anni di guerra i rifornimenti non hanno mai smesso di raggiungere la capitale. Le merci — racconta un uomo d’affari locale — vengono scaricate dalle navi con i documenti di consegna che portano i nomi di commercianti libanesi, come se il materiale dovesse fermarsi lì. Invece continua il suo viaggio e va a sostenere il regime sotto assedio. Che paga ancora i suoi conti, perché gli alleati internazionali di Bashar Assad gli permettono di sopravvivere all’embargo economico imposto dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.
Kadri Jamil, viceministro siriano dell’Economia, calcola per il quotidiano Financial Times che ogni mese l’Iran, la Russia e la Cina approvvigionano il Paese con petrolio per 500 milioni di dollari (quasi 385 milioni di euro), concedono crediti e agevolano le transazioni finanziarie. L’economia è diventata così dipendente dalle tre nazioni alleate che la Siria utilizza come valute negli scambi il riyal iraniano, i rubli russi e il renminbi cinese. «Abbiamo rimediato all’errore commesso prima della crisi e siamo usciti dal circolo dell’euro e del dollaro. La sterlina siriana è diventata troppo debole, abbiamo già un piano per rafforzarla nelle prossime settimane», spiega il viceministro.
Ammette che la situazione è «molto difficile e complicata», anche perché i ribelli controllano le province dove si trovano i giacimenti di petrolio. Accusa «i nemici di condurre una guerra finanziaria oltre che militare». Jamil ha studiato a Mosca ed è coinvolto nelle discussioni con il Cremlino: «I mercantili con la bandiera russa scaricano prodotti nei nostri porti. Vorrei vedere chi ha il coraggio di attaccarle», proclama al quotidiano britannico. Le zone sulla costa sono rimaste sotto il dominio del regime.
Il clan degli Assad ha resistito anche grazie al sostegno di imprenditori locali, non solo alauiti come la famiglia al potere. Khaled Mahjoub è un sunnita che tra gli anni Ottanta e Novanta lavorava con le piccole fabbriche della provincia italiana. Adesso investe in costruzioni eco-sostenibili e si è dato la missione di riavvicinare la Siria all’Occidente. «Il sistema funziona ancora e va salvato», commenta.
Bashar Assad, succeduto al padre Hafez nel 2000, ha favorito la nascita di una nuova classe, uomini d’affari arricchiti dalle privatizzazioni. Come il cugino (da parte di madre) Rami Makhlouf, che dopo i primi mesi della rivolta ha dovuto lasciare le numerose partecipazioni (una delle più importanti nella telefonia mobile) perché era diventato il bersaglio principale degli slogan creati dai manifestanti e il regime ancora cercava di calmare le proteste.
Makhlouf aveva promesso di devolvere i suoi profitti in beneficenza: non vivrebbe più a Damasco, forse si è rifugiato a Dubai. Dove risiederebbero anche la madre e la sorella di Bashar e da dove la moglie Asma si faceva spedire sotto falso nome divani e lampadari di lusso. Fino a febbraio 2012, quando il conflitto che ha fatto centomila morti andava avanti già da un anno.

"Chimerica" un corno

Non trascurare i progressi della Cina
di Giuliano Noci Corriere 28.6.13


Obama e Xi si sono incontrati nella cornice di una Cina che sta cambiando profondamente. Xi Jinping e Li Keqiang conoscono molto bene il mondo occidentale. Di più, e assai prima, del milione e mezzo di connazionali che hanno visitato gli Usa nel 2012: una vera e propria esplosione turistica che porta gli Usa ad essere la principale destinazione del turismo cinese fuori dall'Asia, e i viaggiatori cinesi a detenere il primato di spesa pro capite tra tutti i viaggiatori stranieri (con una spesa per lo shopping del 70% superiore rispetto alla media). L'interesse cinese spazia ormai a 360 gradi e, complice la necessità dei governi di privatizzare asset e attirare capitali freschi, la nuova passione asiatica riguarda le infrastrutture: porti, aeroporti, telecomunicazioni e utility. Il boom conferma più di ogni altra cosa come la Cina guardi ormai fuori dai propri confini, in politica ed in economia. Dobbiamo dunque cambiare in fretta la nostra idea sull'ex Impero di Mezzo. Fin qui l'avevamo pensato come un Paese che, sul versante economico, esporta i propri prodotti in nome di un vantaggio di costo e, da un punto di vista politico, è fortemente ancorato a una dimensione interna, in conseguenza anche della sua complessità sociale e culturale.
Ma la sua crescita è stata così vorticosa — prendiamo le auto: 4 mln nel 2000; 19 nel 2005; 85 nel 2010; 200 milioni, la stima per il 2020! — che la macchina dell'economia ha bisogno di nuovi cavalli. Si tratta di una crescita che si accompagna con il soft power della cultura e dell'immaginario grazie al moltiplicarsi — 1780! — degli Istituti di Confucio e alla diffusione della Cctv (China Central Television) in lingua inglese e araba. La Cina punta inoltre con decisione sul talento e sul merito, tanto che nascono università cinesi fuori dai confini nazionali: a Londra, partono i corsi dell'Imperial College con l'Università dello Zhejiang. Incoraggia l'apertura di centri di ricerca, fuori dai confini, con l'obiettivo di sviluppare innovazione proprio là dove il mercato è più avanzato: come ha fatto Huawei con il primo laboratorio fuori dalla Cina, a Milano, nell'assunto che il mercato delle telecomunicazioni mobili in Italia sia particolarmente avanzato. Investe all'estero: negli Usa, ad esempio, con una crescita del 300% rispetto al 2007; tra gennaio e febbraio 2013, lo shopping cinese all'estero è addirittura aumentato del 147% rispetto allo stesso periodo del 2012, per un totale di 18,39 miliardi di dollari e il discorso riguarda proprio noi europei tanto che gli investimenti di Pechino in Europa, in costante aumento dal 2008, sono più che triplicati negli ultimi due anni (circa 7,6 miliardi nel solo 2012).
Sul fronte identitario, la Cina si è resa conto che non può più essere workshop a basso costo del mondo. Deve quindi affrontare il cambiamento gestendo la dicotomia tra continuità e cambiamento: non può, infatti, permettersi una discontinuità troppo forte. Alcuni investimenti diretti esteri (in Africa e in Asia) si spiegano nella logica della continuità (basso costo); altri sono da interpretarsi in chiave di acquisizione di know how/innovazione (Usa, Ue) e affermano un nuovo posizionamento, una nuova Cina: che non solo esporta ma crea posti di lavoro e rimpingua, attraverso le tasse pagate, le casse degli Stati ospitanti. Un processo di rafforzamento di immagine che è confermato, come si è visto, anche dagli investimenti televisivi e dalla creazione di università all'estero.
L'incontro al Ranch di Sunnylands ha dunque rappresentato un vero e proprio reset del dialogo strategico tra Usa e la «nuova Cina». Nascerà una nuova Chimerica, fondata su relazioni diplomatiche più forti, con non pochi riflessi sulle politiche comunitarie. La recente introduzione di dazi sui pannelli solari cinesi testimonia invece di quanto inadeguata sia questa nostra Europa: continua a vedere una Cina che non c'è più e non si accorge che, così facendo, tarpa le ali alle imprese europee lanciate alla conquista di un enorme mercato. La reazione di Pechino — l'avvio di una procedura tariffaria sull'export di vino dall'Europa — è la risposta a una vecchia agenda che dobbiamo assolutamente cambiare. E l'Italia? Sonnecchia. Soprattutto se vuole veramente raggiungere l'obiettivo di attrarre un milione di visitatori cinesi all'Expo del 2015. Una «fedeltà» asiatica al nostro Paese che deve essere conquistata solo attraverso la consapevolezza sulla «nuova Cina».
Ordinario di Marketing al Politecnico di Milano

Il dialogo tra Grass e Steinbrück sulla crisi della sinistra e dell'Europa alla vigilia delle elezioni in Germania


Anche in Germania bisognerebbe vietare per legge i paragoni con la Repubblica di Weimar [SGA].

GRASS: "IL SILENZIO DEGLI INTELLETTUALI ROVINA DELL'EUROPA" DIALOGHI
Il premio Nobel e il leader Spd Peer Steinbrück sulla sinistra e sui pericoli per la democrazia
ANDREA TARQUINI, la Repubbica | 28 Giugno 2013

Università: la "boiata" e le gravi complicità dei Rettori italiani

Kant? Un incapace per i nostri atenei

Giovanni Puglisi: perché alle nostre università serve un cambio di rotta L’intervista Il rettore della Kore e dello Iulm, nonché presidente dell’Unesco Italia, traccia un bilancio amaro: «La conoscenza ormai è stata ridotta a un quiz»

intervista di Salvo Fallica  l’Unità 29.6.13


«SE EMANUELE KANT TORNASSE A VIVERE E SI PRESENTASSE AD UN CONCORSO PUBBLICO avendo scritto “solo” un capolavoro quale La critica della Ragion Pura, con le attuali regole di valutazione del sistema universitario italiano, non potrebbe vincerlo. Non basta una sola pubblicazione. Se Einstein si presentasse con il celebre scritto sulla teoria della Relatività ristretta, non lo farebbero nemmeno partecipare. È un testo “troppo breve”. Sembra assurdo ma è la triste realtà di questo Paese».
Sorride con amarezza, Giovanni Puglisi, rettore dell’università Kore di Enna e dello Iulm, presidente dell’Unesco Italia, ed aggiunge: «Può sembrare solo un paradosso provocatorio, eppure è una questione reale. Se oggi Einstein si presentasse con quel testo, che ha cambiato la visione del mondo, non entrerebbe nella griglia delle valutazioni delle mediane, un sistema burocratico, quantitativo ed assurdo. Verrebbe superato da un ricercatore che ha scritto molti testi ed ha avuto parecchie citazioni. È un sistema talmente assurdo che lo stesso ministero della Pubblica istruzione, successivamente alla sua introduzione, ha sottolineato che non necessariamente bisogna tenerne conto in maniera rigorosa. Sa quale sarà il risultato? Un ginepraio di ricorsi giudiziari, alla fine saranno i giudici a doversi esprimere sulla selezione dei docenti».
Puglisi esprime con nettezza e chiarezza le sue critiche in questo dialogo con l’Unità, e mette in guardia sul rischio della deriva che incombe sul sistema del sapere italiano, scuola ed università. Ma una speranza la coglie nella visione culturale e nelle prime decisioni ed azioni del nuovo ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza. «Ha le idee chiare ed è partita bene. Condivido la sua impostazione culturale sulla valorizzazione del merito e sulla centralità degli studenti nel processo formativo. Ed ha anche la capacità del dialogo costruttivo. Vi è però un limite...» Quale?
«È un limite che non dipende dal ministro Carrozza ma dal programma del governo Letta. In nessun passaggio di quel programma vi è un accenno alla riforma universitaria. Purtroppo Carrozza è costretta a muoversi all’interno di una griglia legislativa che è ancora quella della Gelmini. Potrà apportare modifiche innovative, fare riforme specifiche ma per cambiare profondamente occorre mutare quell’impianto strutturale».
Vi sono già atti concreti, come li giudica? «L’annuncio delle assunzioni dei ricercatori è senz’altro positivo e in controtendenza rispetto ai governi precedenti, ma la vera novità è il fatto di ottenere l’innalzamento dal 20 al 50, in termini percentuali, del tetto necessario per poter dare corso al turnover quando i docenti vanno in pensione. È un risultato di estrema importanza. Le racconto un aneddoto. L’altro giorno, durante l'incontro dei rettori con il ministro dell'Istruzione, un collega ha detto: “Finalmente Saccomanni ha messo la firma sul decreto”. Il ministro ha chiosato ironicamente: “Prima la firma l’ha messa Carrozza”, rivendicando giustamente, in un quadro di armonico confronto, l’autonomia del suo ruolo, che invece è apparso subalterno nei governi precedenti. Non solo la Gelmini si è fatta dettare la linea da Tremonti, ma anche Profumo ha seguito la linea Monti-Grilli. Vorrei aggiungere che in quei casi vi è stato anche un prevalere del potere della burocrazia del ministero dell’Economia rispetto al potere politico. Ha fatto bene il ministro Saccomanni a cambiare i vertici, non ne metto in dubbio la loro bravura, ma in democrazia vanno fatte delle rotazioni, è fisiologico oltre che razionale. Chi arriva ha uno spirito nuovo, guarda le cose in maniera diversa».
Quali sono i limiti dell’università italiana? «Purtroppo negli ultimi 20 anni vi è stato un progressivo peggioramento, una moltiplicazione di ruoli che ha avuto un effetto finanziario disastroso. In nome dell’autonomia sono avvenuti fenomeni di dequalificazione, rettori e presidi per ingraziarsi l'elettorato hanno aggregato, a volte, persone diciamo di non alto profilo. Spesso i concorsi sono avvenuti in coincidenza di elezioni di rettori e presidi. Questo è accaduto finché la vacca, munta eccessivamente, non si è spenta. In questo sistema impazzito, si è andata ad incardinare la riforma Gelmini con le sue forme di reclutamento, che oggettivamente le debbo dire, qualche novità l’hanno apportata, ma le novità si stanno dimostrando delle negatività. Abbiamo già citato il paradosso di Einstein».
Quali sono gli altri punti deboli?
«Parliamo delle abilitazioni. Ebbene qui la pseudo novità consiste nel fatto che occorrono 4 voti su cinque, invece di tre su cinque. Sa cosa vuol dire? Basta che uno dei membri della commissione ne convince un altro e la minoranza può ricattare la maggioranza. E per evitare la paralisi, si potranno verificare molti casi di abilitazioni dei docenti con l'unanimità dei voti. Ciò vuol dire che i commissari dovranno spesso trovare una mediazione per evitare l'impasse. Per non parlare delle abilitazioni prima delle sedi, che potranno portare ad abilitati di serie A con le sedi, altri senza. Conoscendo l'Italia non è difficile immaginare che resteranno fuori i migliori».
Rettore, il metodo quantitativo dall'università è giunto anche alle scuole medie inferiori e superiori. Che ne pensa della cultura dei quiz?
«Il metodo quantitativo è semplicemente una boiata. La cultura dei quiz è ancora peggio, è una sottocultura. La dobbiamo smettere di valutare la storia, la letteratura, la filosofia con gli stessi metodi dell’ingegneria, della clinica e della matematica. Così si finisce per uccidere l’area umanistica. Alcuni insistono sulla necessità di regole. Ma la regola non vuol dire omologazione. È servilismo culturale ed esterofilo attingere a modelli di quiz pensati per altre realtà e calarle in contesti diversi. Senza neanche delle opportune modifiche».
Sui media sono state pubblicate notizie sulle domande dei quiz del concorsone per i docenti della scuola. Vi erano anche domande sulla cucina e sulla moda. Dunque un insegnante che non sa queste nozioni non può insegnare?
«Vede, la moda e la cucina sono cose che hanno una loro valenza culturale, ma non necessariamente debbono far parte del bagaglio di conoscenze di un insegnante di lettere. Ma ancor più grave è la medesima concezione dei quiz, oppure i testi brevi di risposta agli scritti, magari ispirati da una visione didattico-scolastica contraria all’originalità interpretativa, all’approfondimento intelligente. In questo modo non si selezionano i migliori, ma quelli che hanno alcune nozioni in più, oppure sono semplicemente più fortunati. Siamo dinanzi a una crisi storica del modello di valutazione, ormai simile ad una forma di sorteggio. Con questi metodi non si coglie la qualità, la preparazione autentica, la capacità di scrittura e di analisi critica. Il metodo quantitativo porta la scuola italiana ad essere più debole rispetto agli altri grandi Paesi. Si uccide la peculiarità della nostra storia».
Professore, in Germania dove convivono armonicamente cultura umanistica e scientifica, in parecchie scuole elementari studiano anche la filosofia...
«In Italia invece ai professori nei concorsi pubblici chiedono qualcosa sul taglio e cucito. Magari alcuni burocrati hanno sbagliato la taglia dei vestiti, dimenticando le taglie grosse. Fuor di metafora, parlo di burocrati, perché non penso che questa cultura dei quiz sia il frutto della Minerva dell’ex ministro Profumo. Ho troppo rispetto per la sua intelligenza, credo che sia stato mal consigliato da qualche burocrate o esperto».
Vi è qualche possibilità di uscire da questo impasse?
«Come dicevo prima ho fiducia intellettuale nelle qualità del nuovo ministro Carrozza, però avrà molte difficoltà ad intervenire in maniera efficace su questi aspetti. L’omologazione verso la cultura dei quiz, il metodo quantitativo applicato a tutto ed in maniera indistinta è ormai una moda. Vi è una deriva pericolosa, se non la si ferma ed inverte avremo un ulteriore decadimento del sistema del sapere ed anche una opinione pubblica peggiore. Serve un nuovo metodo formativo e valutativo che recuperi i valori della cultura e li coniughi con le innovazioni, lo spirito scientifico e tecnologico. Ma il tutto deve avvenire in maniera critica, sì alla multidisciplinarità, non alla distruzione delle specificità e delle differenze».
Il dibattito è aperto...

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28-06-2013 la stampa