lunedì 22 luglio 2013

Snowden premio nobel: un appello e una provocazione

Si propone Edward Snowden per il Premio Nobel per la Pace per la sua battaglia non violenta a favore dei diritti fondamentali. Tra questi è essenziale quello di esprimersi liberamente in tutto il mondo, senza la sorveglianza del Grande Fratello. Noi affermiamo lo stretto legame tra i diritti fondamentali e la pace che sono un prerequisito per quella "fratellanza tra le nazioni" di cui Alfred Nobel scrisse nel suo testamento. Snowden denunciando la sottomissione dei nuovi media alla politica imperiale e fautrice del kaos e della guerra, ha dato un grande contributo alla pace nel mondo e alla fratellanza tra i popoli.
Ha rivelato all'opinione pubblica internazionale l'esistenza di un sistema generalizzato di ascolto delle comunicazioni private su Internet - e non solo - condotto segretamente dal governo statunitense con il programma di sorveglianza PRISM. Queste rivelazioni, mai smentite, sono state giudicate credibili dai più importanti quotidiani internazionali. Hanno spinto governi come quello della Germania a chiedere ufficialmente, attraverso il Ministero della giustizia, chiarimenti immediati alle autorità statunitensi.
Quest'ultime hanno deciso di accusare il giovane ex collaboratore della National Security Agency (NSA) di spionaggio, furto e utilizzo illegale di beni governativi, costringendolo ad una precaria condizione di fuggitivo mentre si sviluppa una "campagna di pressione a tutto campo" - come la definisce il New York Times - per convincere i governi progressisti dell'America Latina a non concedere asilo politico.
Convinti che l'indipendenza dei nuovi media sia una questione fondamentale nella nostra epoca e che, come scritto nell'articolo 12 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948), "nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, nè a lesioni del suo onore e della sua reputazione", chiediamo ai membri del Comitato Nobel di conferire ad Edward Snowed il Premio Nobel per la Pace in linea con una tradizione che ha spesso dato il giusto riconoscimento a personalità che hanno condotto una lotta non violenta per il rispetto dei diritti umani.
Gli Stati Uniti hanno saputo abolire la schiavitù, e riconoscere, sebbene con grave ritardo rispetto a molti altri paesi, i diritti civili per la popolazione afroamericana, fino ad avere un presidente afroamericano. Un progresso enorme. E' giunto il momento, per quella che è ancora la prima potenza economica e militare, di rinunciare ad una politica di controllo imperiale.

Firma ahttp://snowdennobel.altervista.org/

 
INTERNET · Rese note nuove rivelazioni di Edward Snowden sull'attività della Nsa
L'intelligence del complesso militare-digitale è nuda
Lo spionaggio della Rete esteso a tutti i messaggi cifrati personali. Con la collaborazione delle grandi corporation

APERTURA - Benedetto Vecchi  il manifesto 2013.09.07 - 11 CULTURA

Il suo avvocato sostiene che viaggia molto per conoscere il paese ospite, la Russia; che sta leggendo Dostoevski. Pensa anche di cercare un lavoro in quel paese. La vita di Edward Snowden è dipinto a tinte pastello, ma le sue rivelazioni continuano invece a mettere in luce i lati oscuri della National Security Agency statunitense. Ieri sul «Guardian», «The New York Times», «ProPublica» sono stati pubblicati articoli che svelano il contenuto di alcuni file avuti dall'ex-militare statunitense. Questa volta, viene divulgato il fatto che l'agenzia di intelligence statunitense, assieme alla «sorella» inglese, hanno spiato, con successo, messaggi criptati, che gli Stati Uniti hanno speso centinaia di milioni di dollari per sviluppare programmi informatici e avviare «collaborazioni» con compagnie telefoniche, Internet provider e imprese informatiche per poter avere le chiavi di accesso ai messaggi cifrati in Rete.

L'imbarazzo di Obama Anche questa volta la Nsa ha provato a dissuadere i tre giornali a non pubblicare gli articoli in nome della sicurezza nazionale, visto che molti dei potenziali «sorvegliati speciali» potevano così correre ai ripari. La risposta è stata negativa. Sul «Guardian» e su «ProPublica» sono stati inoltre pubblicati anche commenti al vetriolo contro la Nsa e il governo degli Stati Uniti, considerati responsabili di un comportamento irresponsabile perché ha violato sistematicamente la libertà di espressione e la privacy, due fattori costitutivi, secondo i giornali, della Rete. In un commento pubblicato dal «Guardian» viene chiesta una riunione di urgenza delle organizzazioni proposte alla governance di Internet per censurare il comportamento dei governi Usa e inglese. Nelle stesse ore che i contenuti degli articoli hanno cominciato a circolare in Rete, un imbarazzato Barack Obama ha dovuto vedersela al vertice del G20 in corso a San Pietroburgo con la presidente del Brasile Dilma Rousseff, che ha reagito con rabbia alle voci che la vedevano come una degli utenti di Internet «spiata» dalla Nsa. Stesso imbarazzo durante il colloquio di Obama con l'omologo messicano, anch'esso finito nel mirino della Nsa. Il presidente Usa ha rassicurato che le autorità americane forniranno la massima collaborazione con le indagini avviate nei due paesi. Sta di fatto che Dilma Roussef ha congelato i preparativi del viaggio di stato negli Stati Uniti previsto per Ottobre, in attesa delle scuse ufficiali da parte dall'amministrazione statunitense. Insomma, la valanga Snowden sembra proprio non fermarsi. Ma quello che emerge dalle informazioni diffuse dai tre quotidiani costituisce un tassello importante per comprendere la politica della sorveglianza messa in atto dalla Nsa. L'agenzia statunitense, e la sua omologa inglese, non solo hanno monitorato, controllato la posta elettronica di singoli e di imprese. Questo era infatti già noto. La differenza questa volta è costituita dal fatto che ad essere intercettati erano messaggi cifrati. Su Internet, o su un telefono cellulare connesso alla Rete, è infatti possibile usare programmi informatici che consentono di «cifrare» i messaggi. Il mittente usa una «chiave» per rendere impossibile accedere al contenuto del messaggio, mentre il destinatario ha la «chiave» per decifrarlo. Ce ne sono molti di programmi in giro. La Nsa aveva accumulato un archivio con le chiavi ricavata da: l'uso di potenti computer che le hanno decifrate, la collaborazione con Internet provider o società di gestione della posta elettronica che consentono di inviare e-mail cifrate, l'uso di personale tecnico interno alle imprese in cambio di sostanziose collaborazioni. In ogni caso, i nomi di società coinvolte sono Google, Microsoft, Skype, Hotmail, Yahoo! e Facebook, anche se non è chiaro il livello della loro collaborazione o se se sono state oggetto di monitoraggio. Anche in precedenza era stato reso noto che Microsoft, Facebook e Google avevano ammesso di avere avuto contatti con la Nsa, garantendo la loro collaborazione in nome della sicurezza nazionale per le attività di intelligence che coinvolgevano cittadino non americani. I protocolli di cifratura più noti in possesso della Nsa sono quelli relativi all'accesso https, al voice-over Ip e al Ssl.

Progetto decennale
È dal 2000 che la Nsa ha messo a punto progetti per l'intercettazione di messaggi cifrati. Finora ha investito una media di 200 milioni di dollari all'anno solo per questo (oltre 250 solo nel 2013). I nomi dei progetti sono fantasiosi. Uno, quello che fa capo alla Nsa, è stato denominato Bullrun, il nome di una località dove si combattè una delle prime battaglie per la guerra d'indipendenza. L'altro, relativo all'inglese «Government Communications Headquarters», si chiama Edgehill. Tutti fanno capo alla madre di tutti i progetti, il Sigint Enabling, cioè il «Signals Intelligence Enabling». Non è la prima volta che gli stati Uniti hanno spiato la Rete. Nei primi anni Novanta, hanno cercato di avere una «back doors» per entrare nei computer, sollevando una pioggia di critiche. Poi ci sono state le indiscrezioni su Echelon, che doveva controllare, intercettare le comunicazioni telefoniche e telematiche attraverso parole chiave. La sua esistenza non è stata né confermata, né smentita. Poi la proposta durante l'amministrazione Clinton di inserire un microprocessore nei computer - il cosiddetto «Clipper chip» - «sensibili». Anche in questo caso, il governo Usa ha prontamente ritirato la proposta per le critiche che ha incontrato non solo tra gli utenti della Rete, ma anche nel Congresso. È nel 2001 che la Nsa cambia tattica per raggiungere lo stesso obiettivo. Sviluppo di programmi informatici e ricerca di collaborazione con le imprese informatiche. Le Torre Gemelle sono da poco crollate e la legislazione antiterrorismo varata da ampi margini di manovra. Dieci anni passati a monitorare, controllare all'interno di un costituendo «complesso militare digitale» che è venuto lentamente alla luce grazie alle rivelazioni di Wikileaks e, soprattutto, di Edward Snowden, un militare direttamente impegnato nell'attività di intelligence nella Rete. Snowden sta ora leggendo Dostoevski. I demoni che ha conosciuto nelle pagine dello scrittore russo sono certo diversi da quelli evocati con le sue dichiarazioni. Ma sempre demoni sono. 

martedì 9 luglio 2013

E' estate. Fino al 16 settembre questo blog verrà aggiornato con scarsa continuità e convinzione



Buone vacanze [SGA].

Alberto Burgio su Sainte-Beuve e Tocqueville


Charles-Augustin Sainte-Beuve: Ritratto di Tocqueville, a cura di Giulia Oskian, Edizioni della Scuola Normale Superiore, Pisa

Risvolto

La democrazia in America di Alexis de Tocqueville rappresenta uno dei grandi classici della democrazia e, per la novità del suo approccio e del suo argomento – gli Stati Uniti d’America –, essa fu oggetto di discussioni assai vivaci fin dal primo apparire, nel 1835 del primo libro, nel 1840 del secondo. 
Fra i critici più attenti si distingue senza alcun dubbio Charles-Augustin Sainte-Beuve che interviene a più riprese sull’opera di Tocqueville in maniera assai acuta estendendo l’analisi, secondo il suo metodo, anche alla personalità dell’autore della Democrazia, presentata in pagine nelle quali si intrecciano ammirazione, da un lato, distacco, e anche disincanto critico, dall’altro. 
Tradotte per la prima volta in italiano, queste pagine contribuiscono a gettare luce su due dei massimi protagonisti della cultura europea del XIX secolo capaci, con i loro scritti, di parlare anche al nostro tempo storico.


Il tempo storico schiacciato dall'effimero
L'ostile ritratto sull'autore della «Democrazia in America» compiuto da un critico letterario all'apice della sua carriera. Un volume che fa parte della nuova collana «Variazioni» della casa editrice della Scuola Normale di Pisa
ARTICOLO Alberto Burgio, il manifesto 2013.07.09 - 11 CULTURA


Mancava solo la filosofia dei beni comuni ma anche questa grave carenza è stata risolta


Laura Pennacchi: Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli

Risvolto

«Bene comune e beni comuni, sfera pubblica, qualità della vita: si tratta di quei beni che non sono proprietà di nessuno, come l’acqua, l’aria, il clima, le risorse del mare, la biodiversità, le orbite satellitari, le bande dell’etere, la conoscenza, la cultura…».

La questione dei beni comuni sta assumendo un ruolo centrale nel dibattito pubblico e nella mobilitazione politica. In Italia, di recente – per fare un solo esempio – essa ha rappresentato un elemento imprevisto e dirompente di manifestazione della volontà popolare, in sede referendaria. I beni comuni sono quei beni che non sono proprietà di nessuno. Essi non riguardano solo le componenti naturali quali gli ecosistemi e le risorse non riproducibili,ma anche le forme della conoscenza, il capitale sociale, le regole, le norme, le istituzioni. In quanto tali, dunque, i beni comuni si ritrovano per definizione al centro di alcune tra le problematiche cruciali del nostro tempo. Dall’irrompere del dramma ambientale e del riscaldamento climatico al manifestarsi delle conseguenze della globalizzazione sregolata – con i suoi esiti di mercificazione esasperata generati dall’economia neoliberista – all’esplodere della crisi finanziaria globale: tutto impatta sui beni comuni. In senso critico, generando minacce di nuove dissipazioni, che vanno dal degrado allo spreco, dall’abuso alla mancanza di cura. Ma anche in senso positivo, di nuove opportunità che si presentano. Naturalmente, in quanto presupposti indispensabili della vita e della società umane, i beni comuni sono sempre esistiti; ma non sempre si è avuta coscienza della loro essenza, che risiede in primo luogo nell’essere «il limite» senza il quale si compie la «tragedia». In questo libro, attraverso un’argomentazione rigorosa che tocca i campi della filosofia, dell’economia e della politica, Laura Pennacchi offre per la prima volta al lettore italiano una sintesi essenziale sul tema, proponendo anche la sua originale impostazione: i beni comuni non si identificano né col «privato» né col «pubblico»; sono piuttosto un terzo elemento chiamato a triangolare con gli altri due. Essi rappresentano non il punto di vista dell’individuo, né quello dello Stato, quanto piuttosto quello – ricco di umanità solidale – della persona.


Articolo di Corrado Ocone, Libero




Brava gente. L'occupazione della Grecia da parte dell'Italia fascista


Marco Clementi: Camicie nere sull'Acropoli. L'occupazione italiana in Grecia, DeriveApprodi editore, pagg. 365, euro 23

Risvolto

28 ottobre 1940, Mussolini lancia l’attacco alla Grecia: è l’inizio di una pagina di storia che ha ispirato film e romanzi come Mediterraneo e Il mandolino del capitan Corelli. Una ricostruzione complessa della campagna italiana raccontata attraverso i documenti greci degli archivi di Atene, Rodi e Sira. Perché un paese piccolo e sostanzialmente innocuo come la Grecia fu brutalmente attaccato dagli italiani? Mussolini la considerava un osso spolpato, eppure la campagna italiana si rivelò più complicata del previsto.
Marco Clementi, grande conoscitore dei Balcani, ricostruisce tutte le fasi della guerra, dell’invasione e infine dell’occupazione della penisola ellenica. Basato su un vasto apparato di fonti inedite, questo libro offre una sintesi ampia e ben articolata di un capitolo fondamentale della politica espansionistica di Mussolini. Clementi sfata molti luoghi comuni come il mito di «italiani brava gente», ma allo stesso tempo ridimensiona, grazie ai documenti trovati negli archivi greci, la polemica sulla rimozione dei crimini di guerra. Dalle storie dei soldati alle strategie militari e al sacrificio della Divisione Julia, senza dimenticare gli episodi più drammatici come la strage di Domenikon e l’eccidio di Cefalonia, Clementi descrive magistralmente gli anni dell’occupazione, la solidarietà con la popolazione per combattere la fame, e le spaccature dopo l’8 settembre fra chi scelse di allearsi con la resistenza greca, chi con i tedeschi e chi cercò di tornare in patria.

Il risultato è un libro che offre spunti di riflessione su come la nostra memoria nazionale ha rielaborato questa drammatica vicenda ancora vicina.


Nel febbraio 1943 i partigiani ellenici attaccarono un'autocolonna di occupanti uccidendo nove militari. Come ritorsione furono trucidati 118 civili del villaggio 

Mario Cervi - il Giornale Mar, 09/07/2013

La scuola di Augusto Del Noce

Riscoperte
I golden boysdell’altro ’68
Alessandro Zaccuri  Avvenire 9 luglio 2013

Gramsci in Brasile



Spiace  che non sia stato ricordato il ruolo di Giorgio Baratta [SGA.

Riscoperte. Gramsci nello zainetto

L’avventura del «suo» film che spopola in Brasile La pellicola di Cecilia Mangini e Lino Del Fra è diventata in America Latina punto di riferimento di movimenti e studiosi del padre del Partito comunista italiano. E pensare che quasi è arrivata per caso

di Gabriella Gallozzi l’Unità 9.7.13


STAVOLTA NON È IL GIALLO DEL «QUADERNO» SCOMPARSO. O L’ULTIMA DISPUTA INTERPRETATIVA TRA STORICI. STAVOLTA, ANZI, PIÙ CHE UNA «SCOMPARSA» È UN RITROVAMENTO. A distanza di quasi quarant’anni e dall’altra parte dell’oceano. Capita così che Antonio Gramsci, i giorni del carcere di Lino Del Fra e Cecilia Mangini, vincitore del Pardo d’oro a Locarno 1977 e affidato all’oblio in Italia, sia «ricomparso» in Brasile, risalendo poi l’intero continente latino americano, dove è diventato una sorta di bandiera, di testo sacro su cui si stanno formando accademici e nuovi movimenti. A cominciare dagli ormai storici Sem terra, proseguendo con gli studenti universitari, e i responsabili delle più diverse associazioni. Tanto da essere finito, il film, in diffusione straordinaria allegato a un quotidiano brasiliano.
Come è avvenuta l’insolita transoceanica? A dire il vero la storia è già diventata leggenda. E ci piace raccontarla come tale, consapevoli, però, del potere di «attrazione» che il pensiero di Gramsci gode da anni soprattutto a certe latitudini. Se pensate, del resto, che nel cuore del Bronx appena qualche settimana fa è comparso un murales con gli occhiali rotondi e i folti capelli a contorno... Figuratevi come è di casa in quell’America Latina diventata di fatto il vero laboratorio sociale di quella sinistra, così mal concia, invece, nel vecchio continente. Tutto parte da qui, infatti. Da quel grande seminario dedicato al fondatore del partito comunista che si è tenuto a San Paolo nel 2009. Una fiumana composta da delegazioni provenienti da tutti gli angoli del globo. Studiosi, militanti, professori universitari, esponenti di movimenti della lotta per la casa, per la terra, gli «intellettuali organici» insomma. Ed è proprio nello zainetto di uno dei rappresentanti della delegazione italiana che viene trasportato un dvd di Antonio Gramsci, i giorni del carcere. Uscito da lì, è un attimo: il film diventa subito uno dei materiali di studio della scuola di formazione quadri di San Paolo, per poi proseguire il viaggio ovunque di Gramsci si parli. Questa la leggenda, perché come ci riporta un testimone oculare, Aimone Spinola, esperto in comunicazione sul versante socio culturale con trascorsi e presente a San Paolo, consulente del consolato venezuelano -, in realtà gli organizzatori dello storico seminario, non solo avevano già la copia del Gramsci, ma addirittura l’avevano sottotitolata in spagnolo e portoghese!
Con Riccardo Cucciolla nei panni del grande pensatore sardo, il film di Lino Del Fra e Cecilia Mangini, esemplari autori di quel cinema militante centrato sull’analisi critica della realtà e del suo essere, non si limita al racconto della reclusione. Come l’altro loro straordinario lavoro, Allarmi siam fascisti, non si limita al Ventennio ma alla denuncia del fascismo che permea il nostro dna. Così questo film, travalicando il chiuso del carcere di Turi, porta fuori lo stesso pensiero gramsciano. Compiendo su esso una lucida analisi, di pari passo con la stesura dei Quaderni e la ricostruzione del suo impegno politico, stralci della vita privata e «verità rivoluzionare» come pugni in faccia. La critica all’involuzione autoritaria dell’Urss, le posizioni anti Stalin, il conflitto con Togliatti e quindi con gli stessi «compagni» reclusi con lui, la solitudine e l’isolamento. «Nel film c’è tutto aggiunge Spinola è un toccare con mano il pensiero di Gramsci. Si capisce quindi la sua enorme diffusione in un paese dove ormai sono gli ex alunni di Carlos Nelson Coutinho, il primo ad aver tradotto i Quaderni, ad essere diventati degli espertissimi ed autorevoli gramscisti. Qui non si tratta solo di studi, come in Italia, ma di vera e propria prassi grasciana. L’enorme egemonia del movimento contadino, diventato negli ultimi trent’anni la punta avanzata della resistenza alla globalizzazione, non sarebbe potuto essere senza Gramsci».
«Tutti i semi sono falliti eccettuato uno che non so ancora cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia» chiosa il film con le parole di Gramsci. Quel fiore, si vede, deve essere sbocciato dall’altra parte dell’Oceano. E che sia il cinema, proprio quello che di semi ha tentato di piantarne sempre, è un bel segnale di speranza. Nell’attesa che un giorno, ci sia anche il suo «ritorno come è stato per Cristoforo Colombo», dice Cecilia Mangini. E noi le crediamo.

Incoerenti sostenitori del principio di eguaglianza che si ostinano a votare PD

Le disuguaglianze insostenibili
di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini Repubblica 9.7.13


Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse. Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni.
Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?
La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita. Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa.
Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.
Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.
Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento della middle class.
La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili.

Scuola, editoria e svolta digitale

ERA EBOOK
L'affabulatore dentro un tablet
Il decreto 209 dell'ex ministro Profumo ha stabilito che, nell'anno scolastico 2014/2015, alunni e insegnanti dovranno avvalersi di libri di testo in versione digitale o mista. Quali saranno le conseguenze sulla didattica e la cultura? Un'intervista con il linguista Luca Serianni
ARTICOLO Federico Gurgone il manifesto 2013.07.09 - 10 CULTURA



lunedì 8 luglio 2013

Su Pierre Bourdieu

SCIENZE SOCIALI
La materia viva del simbolico
In questo articolo scritto per «il manifesto» dal filosofo francese il rapporto tra teoria e prassi è letto alla luce dell'opera di Pierre Bourdieu

APERTURA - Pierre Macherey il manifesto 2013.07.03 - 10 CULTURA

La riflessione che Pierre Bourdieu ha dedicato ai problemi generali della pratica si è principalmente sviluppata attraverso tre opere: Per una teoria della pratica (1972), Il senso pratico (1980) e Ragioni pratiche (1994). Sono, questi, i successivi tentativi di riscrivere uno stesso testo, arricchito di nuovi concetti, come ad esempio quello di «campo» divenuto operativo dopo il 1980, e alimentato di nuovi riferimenti, senza che, tuttavia, i suoi orientamenti principali ne vengano modificati. Questi orientamenti definiscono il progetto di una «teoria della pratica» che unisce l'intero percorso di Bourdieu e gli conferisce, sebbene lui rifiuti questo termine, una dimensione autenticamente filosofica.

La reticenza di Bourdieu a fare rientrare il suo percorso sotto la categoria del filosofico si spiega con il suo rifiuto della pretesa teoricista che, a titolo di una sorta di platonismo latente, ha attribuito, a torto o a ragione, alla filosofia in quanto tale e che la porterebbe, una volta estratta dalla pratica la sua teoria, a presentare quest'ultima, la teoria, come la verità essenziale della pratica, senza rendersi conto che questa «pratica» di cui la teoria dice di dare la verità, non esiste se non per la teoria da cui essa è costruita: così il principale insegnamento che può impartire una teoria della pratica protetta da ogni deriva liturgica è, giustamente, che quella «pratica» non esiste, o almeno quella non esiste se non per quanti cerchino di determinarne la verità assoluta facendone la teoria, mentre in realtà esistono solo delle pratiche, al plurale, costruitesi e decostruitesi nella storia di cui sono allo stesso tempo i prodotti e le condizioni, poiché sono esse che determinano gli schemi della sua evoluzione. 

Illusione filosofica
La migliore critica dell'illusione teoricista, che pretende di pensare «la pratica» nello stesso momento in cui ignora sistematicamente la realtà effettiva delle pratiche, spetterebbe, finalmente, di proporla alla sociologia che, simultaneamente, mostrerebbe la genesi di questa illusione: ed è in nome di questa esigenza critica che Bourdieu, come si sa, è «passato» dalla filosofia, alla quale deve la sua formazione iniziale, alla sociologia di cui egli prevede di formulare, contemporaneamente alle verità che la filosofia manca, la verità dell'operazione di sviamento di queste stesse verità effettuate dalla filosofia.
In effetti, il sociologo, come lo definisce Bourdieu, studia le formazioni pratiche nelle quali il materiale (l'oggettivo) è indissociabile dal simbolico (il soggettivo), secondo un processo di stratificazione inspiegabilmente ignorato da Marx quando, seguendo il percorso tipico del suo materialismo causalista, ha preteso di separare i due piani delle infrastrutture e delle sovrastrutture cercando simultaneamente di installare un rapporto di determinazione univoca dal primo al secondo. Il sociologo, se si interroga sulle condizioni nelle quali perviene alla conoscenza del suo oggetto, sarebbe a dire se si fa epistemologo della sua disciplina e pratica con un massimo di conoscenza critica il suo «mestiere di sociologo», come accade precisamente nel caso di Bourdieu, si trova, dunque, particolarmente ben piazzato e armato per pensare la pratica, o meglio, per elaborare e mettere in opera un concetto di pratica adattata ai suoi interessi teorici e capace di «informarli», nel doppio senso di istruirli e ordinarli per permettere il loro adattamento a un contenuto proprio.
Ma cos'è pensare la pratica nell'articolazione del materiale e del simbolico come lo fa il sociologo? Si tratta semplicemente di sviluppare la conoscenza di questa articolazione, strutturandone quanto più precisamente possibile le procedure, correndo il rischio di reificarle? O si tratta di ben altra cosa, cioè di saper situare se stessi nel punto in cui questa articolazione funziona, sarebbe a dire pensare la pratica considerandola in quanto pratica, in modo da pensarla dentro la pratica, senza uscire dall'ordine della pratica né pretendere di esercitare su di essa uno sguardo sovrastante e disimpegnato, il quale troverebbe in questo disimpegno le sue garanzie teoriche? 
È alla seconda prospettiva che, di certo, vanno le preferenze di Bourdieu: lui si è costantemente interessato a pensare la pratica in quanto tale, cioè come pratica nella sua pratica, invece di cercare di estrapolarla con l'obiettivo di pensarla, sarebbe a dire non più «in pratica», ma «in teoria», proiettandola in una specie d'astrazione dove, svuotata di ogni contenuto, funziona a vuoto, esposta ad alternative irrisolvibili come quelle della libertà e della necessità, dell'individuale e del collettivo, della coscienza e della regola, alternative intrappolate che permetterebbero appunto di contrastare una conoscenza della pratica allo stato pratico.
Allora, come accedere a un sapere di ciò che è la pratica allo stato pratico? Bisognerebbe rinunciare ai benefici che si possono aspettare da una spiegazione teorica per rimettersi interamente alla pratica affinché essa, direttamente, dica che tipo di pratica sia? Per uscire da questa difficoltà Bourdieu, all'inizio di Per una teoria della pratica, riformula la distinzione spinoziana dei modi di conoscenza spiegando che «il mondo sociale può essere oggetto di tre modi di conoscenza teorica», che lui definisce «fenomenologica», «oggettivista» e «prassiologica». 

La conoscenza in tre mosse
L'approccio fenomenologico del mondo sociale è quello che stabilisce con esso una relazione di prossimità e di familiarità basata su di una sorta di intuizionismo che gli permette presumibilmente di avvicinarlo a nudo nel suo vissuto esistenziale, nella sua esperienza primaria di cui questo approccio si propone semplicemente di dare una descrizione quanto più fedele possibile. L'approccio oggettivista è quello che, al contrario, taglia ogni legame con il vissuto e la soggettività nella quale è immerso, impegnandosi a fare emergere le strutture latenti in azione nella vita sociale che essa dirige all'insaputa dei suoi agenti, quindi senza comunicazione con l'esperienza cosciente che essi stessi fanno spontaneamente. Infine, l'approccio prassiologico, rifiuta le alternative dei precedenti, effettua una qualche sorta di reinserimento della teoria nella pratica e dell'oggettivo nel soggettivo, interessandosi alle condizioni nelle quali il sistema di relazioni che comanda l'esistenza del mondo sociale è assimilato da quelli che ne realizzano la riproduzione sotto forma di disposizioni acquisite o habitus che contano per essi come una seconda natura.
I tre approcci così come sono definiti si situano dialetticamente gli uni in rapporto agli altri in una relazione di superamento, in base alla quale la seconda si dà come obiettivo quello di determinare ciò che, per definizione, è eluso dalla prima, movimento riprodotto per suo conto dalla terza: «Nella misura in cui si costituisce in opposizione all'esperienza primaria, apprensione pratica del mondo sociale, la conoscenza oggettivista si trova sviata dalla costruzione delle teoria della conoscenza pratica del mondo sociale di cui essa produce almeno in senso negativo l'assenza, producendo la conoscenza teorica del mondo sociale in opposizione ai presupposti impliciti della conoscenza pratica del mondo sociale». Sarebbe a dire che, per risolvere l'opposizione oggettivo-soggettivo, altrimenti detto, per sfuggire al dilemma Lévi-Strauss/Sartre, la sociologia deve elaborare una «teoria della conoscenza pratica del mondo sociale» capace di comprendere come, le leggi alle quali questo obbedisce, funzionino in pratica, governando dall'interno e non dal di fuori, le operazioni degli agenti che fanno esistere concretamente questo mondo sociale sotto la stessa forma in cui si presenta nella loro propria esperienza pratica che è, allo stesso tempo, quella della soggettività oggettivata, dell'individuale socializzato, e dell'oggettività soggettivata, del sociale individualizzato.
Traduzione di Fabrizio Denunzio

 

MEMORANDUM
Una fertile presa di posizione nel campo politico
TAGLIO MEDIO - Fabrizio Denunzio il manifesto 2013.07.03 - 10 CULTURA

L'articolo che Pierre Macherey, con l'abituale generosità che lo distingue, ha gentilmente dato a «il manifesto», è molto utile per dissolvere i dubbi che ciclicamente vengono sollevati sullo statuto epistemologico e politico delle scienze sociali e sul rapporto - che si vorrebbe subalterno - che queste hanno con una disciplina egemonica come la filosofia, o meglio, la filosofia politica. Dubbi che Macherey deve aver avuto ben presenti dal momento che ha scelto strategicamente di lavorare in un dispositivo sociologico come quello di Pierre Bourdieu.
Darò solo tre brevi indicazioni di lettura per mostrare come il filosofo francese, in questo breve e intenso articolo, sottragga la sociologia alla subalternità alla quale la filosofia la vuole storicamente costringere, la restituisca alla sua dignità epistemologica, e la immetta nel campo delle lotte politiche.
Innanzitutto, la filosofia. Lì dove i sociologi sanno che i tre modi di conoscenza avanzati da Bourdieu per relazionarsi al mondo sociale rappresentano altrettante correnti socio-antropologiche - l'approccio fenomenologico è quello etnometodologico e interazionista di Harold Garfinkel, quello oggettivista è quello strutturalista di Lévi-Strauss, quello prassiologico è quello bourdieusiano sul campo della ricerca algerina del popolo cabilo - Macherey li fa derivare direttamente da Spinoza. Con questo gesto l'immaginazione, la ragione e la scienza intuitiva spinoziane, elementi di una complessa ontologia, si ritrovano al centro di una sociologia che non ha mai smesso di riferirsi ai principi di rilevamento quantitativo dei dati per dimostrare le proprie asserzioni.
Poi, l'epistemologia. Quando Macherey insiste su quanto Bourdieu prescriveva ai ricercatori in scienze sociali, cioè di oggettivare sempre la posizione soggettiva nel campo di analisi, quindi di riflettere continuamente sul modo in cui si costruisce l'oggetto di riflessione, in realtà dimostra che la sociologia non ha bisogno di nessuna nuova fondazione del suo statuto epistemologico, è sufficiente quello datole da Bourdieu: articolare l'oggettivo e il soggettivo, il materiale e il simbolico, tutto ciò che, debitamente intessuto, dà vita alle formazioni sociali.
Infine, le lotte politiche. Cos'è tutto questo insistere di Macherey sulla pratica? Nient'altro che la valorizzazione di quel vecchio vizio dei sociologi di voler essere presenti sul campo, lì dove i fatti avvengono. Ora, dal momento che, come ha insegnato Bourdieu, questi campi non sono mai neutri, piuttosto, sono contrassegnati da forze e da conflitti, essere sul campo, in pratica, significa prendere posizione. Innanzitutto, contro quei meccanismi di potere simbolico che arbitrariamente assegnano i significati ai fenomeni, alle cose e alle scienze e li vogliono unici e irrevocabili.
L'entusiasmo di Macherey per la prassi bourdieusiana, allora, non è altro che l'entusiasmo per una sociologia che non ha ridotto il mondo sociale ad un qualcosa di astratto da utilizzare per gli esercizi intellettuali più arditi delle élite culturali, ma ne ha fatto il luogo, molto concreto e molto «basso» in cui gli agenti sociali, si devono impegnare in una lunga lotta «cognitiva» per comprendere cosa li condiziona e cosa li può liberare occupando la posizione oggettiva che gli è stata assegnata dalla storia.

La crisi dell'individualità moderna secondo Robert Castel

Proprietà privata, proprietà sociale, proprietà di séRobert Castel: Proprietà privata, proprietà sociale, proprietà di sé. Conversazioni sulla costruzione dell’individuo moderno, a cura di Ciro Tarantino e Ciro Pizzo, Quodlibet, pp. 148, euro 16

Risvolto
Agli inizi della modernità, la separazione della proprietà dal lavoro contrappone due modi di essere individuo: l’individuo proprietario che, come dice Locke, è anche «proprietario di sé» e la «classe non proprietaria», condannata al disprezzo attribuito a coloro che, poiché non hanno niente, non sono niente. L’abate Sieyès, principale ispiratore della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, vede ancora i lavoratori come «una folla immensa di strumenti bipedi, senza libertà, senza moralità, senza facoltà intellettuali, dotati solo di mani che guadagnano poco e di una mente gravata da mille preoccupazioni».
Questo volume si interroga sulla natura e sulle trasformazioni dei supporti necessari per esistere ed essere riconosciuti come individui, per accedere cioè alla proprietà di sé. In mancanza di proprietà privata, la proprietà sociale ha rappresentato un’innovazione decisiva che ha permesso la riabilitazione dei non-proprietari, assicurando sicurezza e riconoscimento a partire dal lavoro. Oggi il vacillare delle protezioni sociali fa emergere il profilo inedito di un individuo per difetto che, sganciato dalle regolazioni della società salariale che gli consentivano di essere se stesso attraverso la partecipazione a risorse comuni, sembra destinato a indossare la propria individualità come un peso.
ROBERT CASTEL
La fragile società del non lavoro

«Proprietà privata, proprietà sociale e proprietà di sé» può essere considerato il testamento dello studioso recentemente scomparso. Ha inoltre il pregio di presentare una lucida analisi della crisi sociale provocata dal neoliberismo e di proporre il reddito di cittadinanza come proposta per salvaguardare lo spirito del welfare state


APERTURA - Benedetto Vecchi il manifesto 2013.07.04 - 10 CULTURA

La parabola intellettuale di Robert Castel non è comprensibile senza il suo coinvolgimento nel Maggio parigino. È a partire dalle barricate del quartiere latino che la sua produzione subisce una svolta inaspettata. Sociologo di formazione in debito con la tradizione delle scienze sociali francesi, condivideva le riflessioni sulla modernità di Emile Durkheim, laddove sottolineava la fragilità del legame sociale rispetto il carattere tellurico, «rivoluzionario» dello sviluppo capitalistico. Ma a differenza di Durkheim, era interessato anche alle istituzioni sorte dalle ceneri dell'ancien régime che mostravano una grande capacità di tenuta e performatività dell'ordine sociale rispetto a quelle tendenza del capitalismo di rendere voltatile ciò che prima era solido, per parafrasare una famosa frase di Karl Marx. Così il primo, importante saggio Robert Castel lo ha dedicato all'istituzione psichiatrica, che aveva e ha la funzione di garantire la riproduzione sociale, in una prospettiva «pastorale» tesa a prevenire, rendendola inefficace, la devianza dalla norma. 

In quel saggio Castel non nasconde la sua sua fonte di ispirazione - La storia della follia di Michel Foucault -, ma prova ad alimentarla con una inchiesta sul campo. È con quel libro che avviene la svolta teorica, che lo ha fatto diventare, anno dopo anno, un intellettuale eterodosso. Vicino al partito socialista, si è confrontato con le posizioni teoriche più radicali de marxismo post-Sessantotto, accogliendone la pretesa di una politicizzazione integrale dei rapporti sociali. Così, dopo la critica dell'ospedale psichiatrico, e in sordina anche della psicoanalisi, intesa come una forma di un diffuso controllo sociale, ha concentrato la sua attenzione sull'altra grande «istituzione» del capitalismo, la fabbrica. 

La maledizione del salariato
Castel parte dal presupposto che il lavoro è la fonte della cittadinanza, ma ne vede anche la crisi. Comincia infatti a scrivere sulla Metamorfosi della questione sociale quando le pratiche del divorzio tra lavoro e cittadinanza sono state già avviate. Quel saggio, infatti, rappresenta il tentativo di storicizzare il rapporto tra lavoro e «democrazia sociale», offrendo una provvisoria bussola per orientare l'esplorazione della società postsalariale. Intraprende così un percorso teorico che lo porta ad analizzare la precarietà e la crisi del welfare state, condensato in due brevi, ma intensi saggi: L'insicurezza sociale (Einaudi) e La discriminazione negativa (Quodlibet). 
È quindi illuminante l'intervista raccolta da Claudine Haroche sulle contraddizioni del capitalismo, ma anche delle possibili via d'uscita dalla violenza - Robert Castel ha scritto pagine molto appassionate sulle rivolte delle banlieue, interpretate come disperate manifestazioni contro le invisibili, ma tuttavia operanti barriere alla piena cittadinanza di una parte della popolazione - che segnano la metamorfosi della società salariale.
Il libro intervista è stato pubblicato in Francia nel 2001 e ha come titolo Proprietà privata, proprietà sociale, proprietà di sé (Quodlibet, pp. 148, euro 16). Ricordare la data della pubblicazione è importante, perché il 2001 è l'anno della prima, globale crisi del neoliberismo, cioè di un modello sociale, economico e politico che ha posto nuovamente al centro della scena l'individuo proprietario. Nelle scienze sociali, la figura dell'individuo proprietario non incontra un forte dissenso, ma neppure una convinta adesione. Robert Castel non è interessato a liquidarla come una costruzione ideologica, bensì a stabilire quale sia stata la sua genesi, rintracciandola nella filosofia liberale ottocentesca e individuando la sua capacità mimetica di sopravvivenza quando si afferma la «proprietà sociale», cioè la definizione costituzionale di un insieme di diritti sociali tesi a definire una piena cittadinanza per chi proprietario non lo era. 

La trappola dei liberali
È la lunga stagione del welfare state, la cornice giuridica che legittima una costituzione materiale incentrata su una figura sociale, l'operaio, che rivendica appunto la piena cittadinanza. Questo non significa che l'individuo proprietario scompaia: si mimetizza, subendo quindi una metamorfosi. Castel, tuttavia, è consapevole che con l'affermazione del modello neoliberista l'individuo proprietario è un concetto che viene radicalizzato. Per capire come è potuta avvenire tale radicalizzazione compie un doppio movimento. La prima mossa è risalire al nesso tra proprietà e cittadinanza stabilito da John Locke - è cittadino solo chi è proprietario -; evidenziandone le contraddizioni, in particolare quando l'economia politica deve considerare anche il lavoratore un proprietario seppur particolare - possiede la sua forza-lavoro, che vende e rinnova grazie al lavoro. È così che il lavoro va a costituire una triade assieme alla proprietà la triade che ha plasmato le politiche sociali nel Novecento. Per i liberali è il primo smacco: se anche il lavoratore può essere considerato un individuo proprietario, la pretesa di limitare la cittadinanza viene meno. Il secondo movimento compiuto da Castel riguarda il welfare state, cioè il più coerente tentativo di includere dentro l'ordine politico capitalistico il movimento operaio attraverso il concetto di proprietà sociale costruita proprio per i «non-proprietari». I diritti sociali sono la traduzione operativa di questa «proprietà sociale». 
Da questo punto di vista il welfare state è la classica quadratura del cerchio: viene salvata la proprietà privata, facendo però diventare il salariato la figura centrale del processo produttivo. Il neoliberismo punta a distruggere tutto ciò, riportando al centro della scena pubblica l'individuo proprietario. Ma così facendo, destruttura tutte le forme di mediazione sociale e politica che hanno garantito la stabilità, certo precaria, ma pur sempre stabilità dello sviluppo capitalistico.

Dal vagabondo al precario
La cancellazione o il ridimensionamento del welfare state rivelano una violenza strisciante laddove rende incommensurabile la condizione del proprietario e quella del salariato. Il proprietario, dicono i neoliberisti, è il solo che ha il diritto alla piena cittadinanza, mentre i salariati hanno diritto solo a una compassionevole protezione stabilita discrezionalmente tesa solo alla sua sopravvivenza, condizione necessaria per la messa al lavoro dei «non proprietari». Le lancette della storia sembrano così messe indietro nel tempo, agli inizi cioè della accumulazione primitiva
Castel evoca il vagabondo, la figura simbolica della rivoluzione industriale che equipara al precario contemporaneo, figura che non è depositaria di nessun diritto e potenziale pericolo per l'ordine sociale da sottoporre a un ferreo controllo - le politiche di attivazione coatta al lavoro, ad esempio - perché la sua presenza è fondamentale nello sviluppo del capitale. Il precario diviene inoltre la figura centrale delle insorgenze e delle rivolte sociali. Ma ciò che è interessante nella posizione di Castel è il suo rifiuto delle tesi espresse da molti «scienziati sociali» sulla tendenza immanente del neoliberismo all'esclusione di ampie quote della popolazione. 
Il capitalismo neoliberista deve infatti operare inclusioni differenziate, all'interno di una rigida gerarchia sociale scandita dalla posizione lavorativa dal colore della pelle, dal genere. Inoltre, e questo è uno dei passaggi dell'intervista che più di altri sono controcorrente rispetto alle teorie sociali contemporanee, il welfare state non è stata una parentesi, ma ha costituito la forma più avanzata della modernità: la sua cancellazione, ripete Castel, mette a rischio la sopravvivenza stessa della stessa modernità. Per questo, c'è da aggiungere, le ricorrenti, seppur a geografia variabile, rivolte contro il neoliberismo fanno riferimento a quei diritti sociali di cittadinanza che hanno costituito, nel Novecento, la cornice politica di critica al capitalismo. Inoltre, il contemporaneo precario ha una caratteristica fondamentale che lo differenzia dal vagabondo. Da una parte soffre di un deficit di appartenenza sociale, ma dall'altra presenta un surplus di soggettività grazie ai processi di soggettivazione messi in campo da oltre un secolo di conflitti di classe e di di oltre quantan'anni di welfare state. 

L'incubo del nuovo ordine
Senza tornare alla spesso stucchevole discussione sull'esistenza o meno della postmodernità, quello che emerge dal libro intervista di Castel è però la fotografia di una impasse del capitalismo. Da una parte i neoliberisti vogliono costruire l'«uomo nuovo» - l'individuo proprietario - che decide la sua vita in base alla logica economica dei costi e dei ricavi; dall'altra la diffusa resistenza al nesso tra cittadinanza e proprietà privata. Il conflitto torna dunque a manifestarsi in forme estreme e talvolta violente.
Il libro, è stato ricordato, esce nel 2001, l'anno dopo il crollo del Nasdq e la fine del sogno di vedere nella Rete il nuovo eden capitalistico. Dodici anni dopo, la crisi del neoliberismo è ancora più radicale. Le pagine dedicate alle possibili vie d'uscita dall'impasse vanno dunque lette con attenzione. Specialmente quando intervistatrice e intervistato discutono sul reddito di cittadinanza. Entrambi concordano nel considerarlo la forma per un nuovo matrimonio tra lavoro e cittadinanza. Ma è qui che lo schema di Castel presenta un'intima fragilità. Lo sviluppo capitalistico non può garantire più la piena occupazione nelle forme novecentesche. Paradossalmente può garantirla solo attraverso una pervasiva e diffusa precarietà, dove l'intermittenza tra lavoro e non lavoro è tanto convulsa quanto «normale» esperienza di vita. Da questo punto di vista il divorzio tra lavoro e cittadinanza si è già consumato.
Il reddito di cittadinanza è dunque una forma di mediazione sociale che meglio si confà a una realtà fondata sulla figura del precario e su una disoccupazione strutturale. È cioè una misura «riformista» che punta a salvaguardare quella proprietà sociale affermatasi con il welfare state. Non ha dunque niente di rivoluzionario, ma consente di modificare i rapporti di forza nella società e relegare sullo sfondo, questa volta sì per sempre, la figura dell'individuo proprietario. E apre lo spazio per quel comune prodotto dalla cooperazione sociale. Consente cioè di poter cominciare nuovamente a pensare la politica della trasformazione.

SCAFFALI
Dall'ordine psichiatrico alla questione sociale

BREVE il manifesto 2013.07.04 - 10 CULTURA

Docente e ricercatore all'«École des hautes études en sciences sociales», Robert Castel non ha mai nascosto il suo interesse per gli aspetti più problematici del «vivere in società». Dopo una breve collaborazione con Pierre Bourdieu, ha concentrato la sua attenzione alla psichiatria, alla fabbrica e alle istituzione del welfare state. La sua griglia teorica trova poche eco nelle scienze sociali francesi. Anzi si può tranquillamente dire che è stato più studiato fuori dai confini nazionali che in Francia (i suoi scritti sono stati molto discussi in Germania e in Americalatina). In Italia sono stati tradotti: «Lo psicanalismo» (Einaudi), «L'ordine psichiatrico. L'epoca d'oro dell'alienismo» (Feltrinelli), «L'insicurezza sociale. Che significa essere protetti?» (Einaudi), «Le metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato» (Sellino), «La discriminazione negativa» (Quodlibet) e questo libro-intervista «Proprietà privata, proprietà sociale e proprietà di sé» (Quodlibet).

Vita e pensiero tormentato di Walter Benjamin

Ruggero D'Alessandro: Il genio precario, manifestolibri, pp. 141, euro 16

Risvolto
Walter Benjamin è uno di quei casi - tutt'altro che rari - di pensatori che il tempo trascorso dalla sua scomparsa ha riscattato. Un riscatto dalle difficoltà vissute: ad accedere all'insegnamento universitario, difficoltà economiche, perfino di sopravvivenza (negli anni Trenta dell'esilio parigino), vagabondaggi in mezza Europa, la rinuncia alla via di fuga in Palestina, la delusione sovietica. Eppure si tratta di una vita ricchissima di esperienze e scritture, interessi e libri, passioni intellettuali e politiche, culturali e sentimentali, quattro sfere scelte in questo volume (il metodo micrologico, le città, l'infanzia, l'università) possono rappresentare altrettante tracce per cogliere un pensiero che continua ad esercitare profonda influenza in campi vasti ed eterogenei: lettereratura, filosofia, sociologia, cinema, fotografia, teatro, architettura, urbanistica, storia, poesia, politica. In mondo sofferente e frammentato come l'odierno, Benjamin aiuta leggere e vivere lucidamente le tante geografie del dominio e della speranza.  

WALTER BENJAMIN
I frammenti sotto le lenti della critica


TAGLIO MEDIO - Nando Vitale il manifesto 2013.07.05 - 11 CULTURA

Nel ritratto di Walter Benjamin costruito da Ruggero D'Alessandro (Il genio precario, manifestolibri, pp. 141, euro 16) viene sottolineato il caso, tutt'altro che raro, di un autore che ha riscosso maggiore interesse dopo la tragica scomparsa che durante una vita vissuta tra innumerevoli difficoltà e ostacoli. Gli viene precluso l'insegnamento universitario, sopravvive in difficoltà economiche, vive in esilio vagabondando in mezza Europa, pensa alla fuga in Palestina, resta deluso dall'esperienza sovietica e infine muore suicida, a un passo dalla possibile salvezza, a Portbou nella Catalogna spagnola. 

Ciònonostante, la sua resta un'esistenza ricca di esperienze e scritture, interessi e libri, passioni intellettuali, politiche, culturali e sentimentali. Sono quattro le sfere privilegiate in questo saggio, quasi come un'opera musicale in quattro tempi: il metodo micrologico, ossia l'attenzione alle piccole cose tralasciate e apparentemente prive di valore; l'analisi delle mutazioni urbane esercitata principalmente attraverso la figura del flâneur, mediata da Baudelaire; l'infanzia; il rapporto con il mondo accademico. 
Il rapporto di Benjamin con la città rappresenta forse il corpus teorico più attuale, idea confermata dalla recente edizione del volume, a cura di Giorgio Agamben, che raccoglie con un nuovo criterio filologico gli scritti di Benjamin dedicati a Baudelaire: Un poeta lirico nell'età del capitalismo avanzato. I temi della fantasmagoria della merce, della moda, del desiderio collettivo, dell'utopia, dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, nonché le analisi del Moderno come mondo degli inferi, scaturiscono tutti dall'esperienza dell'ambiente metropolitano contemporaneo. Benjamin è un filosofo in cammino fra i relitti della storia, «frammenti testuali» intesi come allegorie del profano, raccolti e collezionati attingendo ai resti delle città-vetrina. Una compenetrazione profonda tra architettura urbana e scrittura filosofica, dove il testo diviene come la città, proprio come la città diviene un testo da interpretare. Tra gli spettri e i fossili che abitano il desolante paesaggio urbano, infatti, sono disseminate schegge salvifiche e monadi cariche di eternità, spunto di illuminazione rivoluzionaria e di critica esplosiva.
Gli oggetti dimenticati non sono singole «istantanee» ma rappresentazioni caleidoscopiche, mosaici in miniatura, montaggi dialettici di elementi estemporanei e fugaci. Prodotti di scarto che oggi tornano ad avere rilevanza per scardinare la compattezza di ogni forma mitologica della politica, dove non vi può essere redenzione se non «delle rovine del passato». Di questo e di altro vi è utile traccia nell'agile introduzione al pensiero del filosofo ebreo berlinese di Ruggero D'Alessandro. Una lettura consigliata soprattutto a chi si avvicina per la prima volta all'opera complessa e frammentaria di Walter Benjamin.