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lunedì 22 luglio 2013
Snowden premio nobel: un appello e una provocazione
Si propone Edward Snowden per il Premio Nobel per la Pace per la sua battaglia non violenta a favore dei diritti fondamentali. Tra questi è essenziale quello di esprimersi liberamente in tutto il mondo, senza la sorveglianza del Grande Fratello. Noi affermiamo lo stretto legame tra i diritti fondamentali e la pace che sono un prerequisito per quella "fratellanza tra le nazioni" di cui Alfred Nobel scrisse nel suo testamento. Snowden denunciando la sottomissione dei nuovi media alla politica imperiale e fautrice del kaos e della guerra, ha dato un grande contributo alla pace nel mondo e alla fratellanza tra i popoli.
Ha rivelato all'opinione pubblica internazionale l'esistenza di un sistema generalizzato di ascolto delle comunicazioni private su Internet - e non solo - condotto segretamente dal governo statunitense con il programma di sorveglianza PRISM. Queste rivelazioni, mai smentite, sono state giudicate credibili dai più importanti quotidiani internazionali. Hanno spinto governi come quello della Germania a chiedere ufficialmente, attraverso il Ministero della giustizia, chiarimenti immediati alle autorità statunitensi.
Quest'ultime hanno deciso di accusare il giovane ex collaboratore della National Security Agency (NSA) di spionaggio, furto e utilizzo illegale di beni governativi, costringendolo ad una precaria condizione di fuggitivo mentre si sviluppa una "campagna di pressione a tutto campo" - come la definisce il New York Times - per convincere i governi progressisti dell'America Latina a non concedere asilo politico.
Convinti che l'indipendenza dei nuovi media sia una questione fondamentale nella nostra epoca e che, come scritto nell'articolo 12 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948), "nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, nè a lesioni del suo onore e della sua reputazione", chiediamo ai membri del Comitato Nobel di conferire ad Edward Snowed il Premio Nobel per la Pace in linea con una tradizione che ha spesso dato il giusto riconoscimento a personalità che hanno condotto una lotta non violenta per il rispetto dei diritti umani.
Gli Stati Uniti hanno saputo abolire la schiavitù, e riconoscere, sebbene con grave ritardo rispetto a molti altri paesi, i diritti civili per la popolazione afroamericana, fino ad avere un presidente afroamericano. Un progresso enorme. E' giunto il momento, per quella che è ancora la prima potenza economica e militare, di rinunciare ad una politica di controllo imperiale.
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INTERNET · Rese note nuove rivelazioni di Edward Snowden sull'attività della Nsa
L'intelligence del complesso militare-digitale è nuda
Lo spionaggio della Rete esteso a tutti i messaggi cifrati personali. Con la collaborazione delle grandi corporation
APERTURA - Benedetto Vecchi il manifesto 2013.09.07 - 11 CULTURA
Il suo avvocato sostiene che viaggia molto per
conoscere il paese ospite, la Russia; che sta leggendo Dostoevski. Pensa
anche di cercare un lavoro in quel paese. La vita di Edward Snowden è
dipinto a tinte pastello, ma le sue rivelazioni continuano invece a
mettere in luce i lati oscuri della National Security Agency
statunitense. Ieri sul «Guardian», «The New York Times», «ProPublica»
sono stati pubblicati articoli che svelano il contenuto di alcuni file
avuti dall'ex-militare statunitense. Questa volta, viene divulgato il
fatto che l'agenzia di intelligence statunitense, assieme alla «sorella»
inglese, hanno spiato, con successo, messaggi criptati, che gli Stati
Uniti hanno speso centinaia di milioni di dollari per sviluppare
programmi informatici e avviare «collaborazioni» con compagnie
telefoniche, Internet provider e imprese informatiche per poter avere le
chiavi di accesso ai messaggi cifrati in Rete.
L'imbarazzo di Obama
Anche questa volta la Nsa ha provato a dissuadere i tre giornali a non
pubblicare gli articoli in nome della sicurezza nazionale, visto che
molti dei potenziali «sorvegliati speciali» potevano così correre ai
ripari. La risposta è stata negativa. Sul «Guardian» e su «ProPublica»
sono stati inoltre pubblicati anche commenti al vetriolo contro la Nsa e
il governo degli Stati Uniti, considerati responsabili di un
comportamento irresponsabile perché ha violato sistematicamente la
libertà di espressione e la privacy, due fattori costitutivi, secondo i
giornali, della Rete. In un commento pubblicato dal «Guardian» viene
chiesta una riunione di urgenza delle organizzazioni proposte alla
governance di Internet per censurare il comportamento dei governi Usa e
inglese. Nelle stesse ore che i contenuti degli articoli hanno
cominciato a circolare in Rete, un imbarazzato Barack Obama ha dovuto
vedersela al vertice del G20 in corso a San Pietroburgo con la
presidente del Brasile Dilma Rousseff, che ha reagito con rabbia alle
voci che la vedevano come una degli utenti di Internet «spiata» dalla
Nsa. Stesso imbarazzo durante il colloquio di Obama con l'omologo
messicano, anch'esso finito nel mirino della Nsa. Il presidente Usa ha
rassicurato che le autorità americane forniranno la massima
collaborazione con le indagini avviate nei due paesi. Sta di fatto che
Dilma Roussef ha congelato i preparativi del viaggio di stato negli
Stati Uniti previsto per Ottobre, in attesa delle scuse ufficiali da
parte dall'amministrazione statunitense. Insomma, la valanga Snowden
sembra proprio non fermarsi. Ma quello che emerge dalle informazioni
diffuse dai tre quotidiani costituisce un tassello importante per
comprendere la politica della sorveglianza messa in atto dalla Nsa.
L'agenzia statunitense, e la sua omologa inglese, non solo hanno
monitorato, controllato la posta elettronica di singoli e di imprese.
Questo era infatti già noto. La differenza questa volta è costituita dal
fatto che ad essere intercettati erano messaggi cifrati. Su Internet, o
su un telefono cellulare connesso alla Rete, è infatti possibile usare
programmi informatici che consentono di «cifrare» i messaggi. Il
mittente usa una «chiave» per rendere impossibile accedere al contenuto
del messaggio, mentre il destinatario ha la «chiave» per decifrarlo. Ce
ne sono molti di programmi in giro. La Nsa aveva accumulato un archivio
con le chiavi ricavata da: l'uso di potenti computer che le hanno
decifrate, la collaborazione con Internet provider o società di gestione
della posta elettronica che consentono di inviare e-mail cifrate, l'uso
di personale tecnico interno alle imprese in cambio di sostanziose
collaborazioni. In ogni caso, i nomi di società coinvolte sono Google,
Microsoft, Skype, Hotmail, Yahoo! e Facebook, anche se non è chiaro il
livello della loro collaborazione o se se sono state oggetto di
monitoraggio. Anche in precedenza era stato reso noto che Microsoft,
Facebook e Google avevano ammesso di avere avuto contatti con la Nsa,
garantendo la loro collaborazione in nome della sicurezza nazionale per
le attività di intelligence che coinvolgevano cittadino non americani. I
protocolli di cifratura più noti in possesso della Nsa sono quelli
relativi all'accesso https, al voice-over Ip e al Ssl.
Progetto decennale
È
dal 2000 che la Nsa ha messo a punto progetti per l'intercettazione di
messaggi cifrati. Finora ha investito una media di 200 milioni di
dollari all'anno solo per questo (oltre 250 solo nel 2013). I nomi dei
progetti sono fantasiosi. Uno, quello che fa capo alla Nsa, è stato
denominato Bullrun, il nome di una località dove si combattè una delle
prime battaglie per la guerra d'indipendenza. L'altro, relativo
all'inglese «Government Communications Headquarters», si chiama
Edgehill. Tutti fanno capo alla madre di tutti i progetti, il Sigint
Enabling, cioè il «Signals Intelligence Enabling». Non è la prima volta
che gli stati Uniti hanno spiato la Rete. Nei primi anni Novanta, hanno
cercato di avere una «back doors» per entrare nei computer, sollevando
una pioggia di critiche. Poi ci sono state le indiscrezioni su Echelon,
che doveva controllare, intercettare le comunicazioni telefoniche e
telematiche attraverso parole chiave. La sua esistenza non è stata né
confermata, né smentita. Poi la proposta durante l'amministrazione
Clinton di inserire un microprocessore nei computer - il cosiddetto
«Clipper chip» - «sensibili». Anche in questo caso, il governo Usa ha
prontamente ritirato la proposta per le critiche che ha incontrato non
solo tra gli utenti della Rete, ma anche nel Congresso. È nel 2001 che
la Nsa cambia tattica per raggiungere lo stesso obiettivo. Sviluppo di
programmi informatici e ricerca di collaborazione con le imprese
informatiche. Le Torre Gemelle sono da poco crollate e la legislazione
antiterrorismo varata da ampi margini di manovra. Dieci anni passati a
monitorare, controllare all'interno di un costituendo «complesso
militare digitale» che è venuto lentamente alla luce grazie alle
rivelazioni di Wikileaks e, soprattutto, di Edward Snowden, un militare
direttamente impegnato nell'attività di intelligence nella Rete. Snowden
sta ora leggendo Dostoevski. I demoni che ha conosciuto nelle pagine
dello scrittore russo sono certo diversi da quelli evocati con le sue
dichiarazioni. Ma sempre demoni sono.
martedì 9 luglio 2013
Alberto Burgio su Sainte-Beuve e Tocqueville

Charles-Augustin Sainte-Beuve: Ritratto di Tocqueville, a cura di Giulia Oskian, Edizioni della Scuola Normale Superiore, Pisa
Risvolto
La democrazia in America di Alexis de Tocqueville rappresenta
uno dei grandi classici della democrazia e, per la novità del suo
approccio e del suo argomento – gli Stati Uniti d’America –, essa fu
oggetto di discussioni assai vivaci fin dal primo apparire, nel 1835 del
primo libro, nel 1840 del secondo.
Fra i critici più attenti si distingue senza alcun dubbio
Charles-Augustin Sainte-Beuve che interviene a più riprese sull’opera di
Tocqueville in maniera assai acuta estendendo l’analisi, secondo il suo
metodo, anche alla personalità dell’autore della Democrazia, presentata in pagine nelle quali si intrecciano ammirazione, da un lato, distacco, e anche disincanto critico, dall’altro.
Tradotte per la prima volta in italiano, queste pagine contribuiscono a
gettare luce su due dei massimi protagonisti della cultura europea del
XIX secolo capaci, con i loro scritti, di parlare anche al nostro tempo
storico.
Il tempo storico schiacciato dall'effimero
L'ostile ritratto sull'autore della «Democrazia in America» compiuto da un critico letterario all'apice della sua carriera. Un volume che fa parte della nuova collana «Variazioni» della casa editrice della Scuola Normale di Pisa
Mancava solo la filosofia dei beni comuni ma anche questa grave carenza è stata risolta
Laura Pennacchi: Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli
Risvolto
«Bene comune e beni comuni, sfera pubblica, qualità della vita: si
tratta di quei beni che non sono proprietà di nessuno, come l’acqua,
l’aria, il clima, le risorse del mare, la biodiversità, le orbite
satellitari, le bande dell’etere, la conoscenza, la cultura…».
La questione dei beni comuni sta assumendo un ruolo centrale nel
dibattito pubblico e nella mobilitazione politica. In Italia, di recente
– per fare un solo esempio – essa ha rappresentato un elemento
imprevisto e dirompente di manifestazione della volontà popolare, in
sede referendaria. I beni comuni sono quei beni che non sono proprietà
di nessuno. Essi non riguardano solo le componenti naturali quali gli
ecosistemi e le risorse non riproducibili,ma anche le forme della
conoscenza, il capitale sociale, le regole, le norme, le istituzioni. In
quanto tali, dunque, i beni comuni si ritrovano per definizione al
centro di alcune tra le problematiche cruciali del nostro tempo.
Dall’irrompere del dramma ambientale e del riscaldamento climatico al
manifestarsi delle conseguenze della globalizzazione sregolata – con i
suoi esiti di mercificazione esasperata generati dall’economia
neoliberista – all’esplodere della crisi finanziaria globale: tutto
impatta sui beni comuni. In senso critico, generando minacce di nuove
dissipazioni, che vanno dal degrado allo spreco, dall’abuso alla
mancanza di cura. Ma anche in senso positivo, di nuove opportunità che
si presentano. Naturalmente, in quanto presupposti indispensabili della
vita e della società umane, i beni comuni sono sempre esistiti; ma non
sempre si è avuta coscienza della loro essenza, che risiede in primo
luogo nell’essere «il limite» senza il quale si compie la «tragedia». In
questo libro, attraverso un’argomentazione rigorosa che tocca i campi
della filosofia, dell’economia e della politica, Laura Pennacchi offre
per la prima volta al lettore italiano una sintesi essenziale sul tema,
proponendo anche la sua originale impostazione: i beni comuni non si
identificano né col «privato» né col «pubblico»; sono piuttosto un terzo
elemento chiamato a triangolare con gli altri due. Essi rappresentano
non il punto di vista dell’individuo, né quello dello Stato, quanto
piuttosto quello – ricco di umanità solidale – della persona.
Articolo di Corrado Ocone, Libero
Brava gente. L'occupazione della Grecia da parte dell'Italia fascista
Marco Clementi: Camicie nere sull'Acropoli. L'occupazione italiana in Grecia, DeriveApprodi editore, pagg. 365, euro 23
Risvolto
28 ottobre 1940, Mussolini lancia l’attacco alla Grecia: è l’inizio di una pagina di storia che ha ispirato film e romanzi come Mediterraneo e Il mandolino del capitan Corelli.
Una ricostruzione complessa della campagna italiana raccontata
attraverso i documenti greci degli archivi di Atene, Rodi e Sira. Perché
un paese piccolo e sostanzialmente innocuo come la Grecia fu
brutalmente attaccato dagli italiani? Mussolini la considerava un osso
spolpato, eppure la campagna italiana si rivelò più complicata del
previsto.
Marco Clementi, grande conoscitore dei Balcani,
ricostruisce tutte le fasi della guerra, dell’invasione e infine
dell’occupazione della penisola ellenica. Basato su un vasto apparato di
fonti inedite, questo libro offre una sintesi ampia e ben articolata di
un capitolo fondamentale della politica espansionistica di Mussolini.
Clementi sfata molti luoghi comuni come il mito di «italiani brava
gente», ma allo stesso tempo ridimensiona, grazie ai documenti trovati
negli archivi greci, la polemica sulla rimozione dei crimini di guerra.
Dalle storie dei soldati alle strategie militari e al sacrificio della
Divisione Julia, senza dimenticare gli episodi più drammatici come la
strage di Domenikon e l’eccidio di Cefalonia, Clementi descrive
magistralmente gli anni dell’occupazione, la solidarietà con la
popolazione per combattere la fame, e le spaccature dopo l’8 settembre
fra chi scelse di allearsi con la resistenza greca, chi con i tedeschi e
chi cercò di tornare in patria.
Il risultato è un libro che offre
spunti di riflessione su come la nostra memoria nazionale ha rielaborato
questa drammatica vicenda ancora vicina.
Nel febbraio 1943 i partigiani ellenici attaccarono un'autocolonna di occupanti uccidendo nove militari. Come ritorsione furono trucidati 118 civili del villaggio
Mario Cervi - il Giornale Mar, 09/07/2013
Gramsci in Brasile
Spiace che non sia stato ricordato il ruolo di Giorgio Baratta [SGA.
L’avventura del «suo» film che spopola in Brasile La
pellicola di Cecilia Mangini e Lino Del Fra è diventata in America
Latina punto di riferimento di movimenti e studiosi del padre del
Partito comunista italiano. E pensare che quasi è arrivata per caso
di Gabriella Gallozzi l’Unità 9.7.13
STAVOLTA
NON È IL GIALLO DEL «QUADERNO» SCOMPARSO. O L’ULTIMA DISPUTA
INTERPRETATIVA TRA STORICI. STAVOLTA, ANZI, PIÙ CHE UNA «SCOMPARSA» È UN
RITROVAMENTO. A distanza di quasi quarant’anni e dall’altra parte
dell’oceano. Capita così che Antonio Gramsci, i giorni del carcere di
Lino Del Fra e Cecilia Mangini, vincitore del Pardo d’oro a Locarno 1977
e affidato all’oblio in Italia, sia «ricomparso» in Brasile, risalendo
poi l’intero continente latino americano, dove è diventato una sorta di
bandiera, di testo sacro su cui si stanno formando accademici e nuovi
movimenti. A cominciare dagli ormai storici Sem terra, proseguendo con
gli studenti universitari, e i responsabili delle più diverse
associazioni. Tanto da essere finito, il film, in diffusione
straordinaria allegato a un quotidiano brasiliano.
Come è avvenuta
l’insolita transoceanica? A dire il vero la storia è già diventata
leggenda. E ci piace raccontarla come tale, consapevoli, però, del
potere di «attrazione» che il pensiero di Gramsci gode da anni
soprattutto a certe latitudini. Se pensate, del resto, che nel cuore del
Bronx appena qualche settimana fa è comparso un murales con gli
occhiali rotondi e i folti capelli a contorno... Figuratevi come è di
casa in quell’America Latina diventata di fatto il vero laboratorio
sociale di quella sinistra, così mal concia, invece, nel vecchio
continente. Tutto parte da qui, infatti. Da quel grande seminario
dedicato al fondatore del partito comunista che si è tenuto a San Paolo
nel 2009. Una fiumana composta da delegazioni provenienti da tutti gli
angoli del globo. Studiosi, militanti, professori universitari,
esponenti di movimenti della lotta per la casa, per la terra, gli
«intellettuali organici» insomma. Ed è proprio nello zainetto di uno dei
rappresentanti della delegazione italiana che viene trasportato un dvd
di Antonio Gramsci, i giorni del carcere. Uscito da lì, è un attimo: il
film diventa subito uno dei materiali di studio della scuola di
formazione quadri di San Paolo, per poi proseguire il viaggio ovunque di
Gramsci si parli. Questa la leggenda, perché come ci riporta un
testimone oculare, Aimone Spinola, esperto in comunicazione sul versante
socio culturale con trascorsi e presente a San Paolo, consulente del
consolato venezuelano -, in realtà gli organizzatori dello storico
seminario, non solo avevano già la copia del Gramsci, ma addirittura
l’avevano sottotitolata in spagnolo e portoghese!
Con Riccardo
Cucciolla nei panni del grande pensatore sardo, il film di Lino Del Fra e
Cecilia Mangini, esemplari autori di quel cinema militante centrato
sull’analisi critica della realtà e del suo essere, non si limita al
racconto della reclusione. Come l’altro loro straordinario lavoro,
Allarmi siam fascisti, non si limita al Ventennio ma alla denuncia del
fascismo che permea il nostro dna. Così questo film, travalicando il
chiuso del carcere di Turi, porta fuori lo stesso pensiero gramsciano.
Compiendo su esso una lucida analisi, di pari passo con la stesura dei
Quaderni e la ricostruzione del suo impegno politico, stralci della vita
privata e «verità rivoluzionare» come pugni in faccia. La critica
all’involuzione autoritaria dell’Urss, le posizioni anti Stalin, il
conflitto con Togliatti e quindi con gli stessi «compagni» reclusi con
lui, la solitudine e l’isolamento. «Nel film c’è tutto aggiunge Spinola è
un toccare con mano il pensiero di Gramsci. Si capisce quindi la sua
enorme diffusione in un paese dove ormai sono gli ex alunni di Carlos
Nelson Coutinho, il primo ad aver tradotto i Quaderni, ad essere
diventati degli espertissimi ed autorevoli gramscisti. Qui non si tratta
solo di studi, come in Italia, ma di vera e propria prassi grasciana.
L’enorme egemonia del movimento contadino, diventato negli ultimi
trent’anni la punta avanzata della resistenza alla globalizzazione, non
sarebbe potuto essere senza Gramsci».
«Tutti i semi sono falliti
eccettuato uno che non so ancora cosa sia, ma che probabilmente è un
fiore e non un’erbaccia» chiosa il film con le parole di Gramsci. Quel
fiore, si vede, deve essere sbocciato dall’altra parte dell’Oceano. E
che sia il cinema, proprio quello che di semi ha tentato di piantarne
sempre, è un bel segnale di speranza. Nell’attesa che un giorno, ci sia
anche il suo «ritorno come è stato per Cristoforo Colombo», dice Cecilia
Mangini. E noi le crediamo.
Incoerenti sostenitori del principio di eguaglianza che si ostinano a votare PD
Le disuguaglianze insostenibili
di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini Repubblica 9.7.13
Mentre
le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei
consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea,
Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i
paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella
distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di
disparità superiori alla media dei paesi Ocse. Non solo: da noi la
favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso
che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma
entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che
la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana
accentuando il divario tra generazioni.
Il crollo dei consumi in
Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della
ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del
reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve
dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?
La
risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero
dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio
degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha
influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria
economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non
inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto
patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un
“effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la
ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e
ad una maggiore crescita. Questa idea ha aperto la strada alle
privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la
proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti
animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così
lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e
pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste,
ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La
gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza
diventata tristemente famosa.
Dall’inizio degli anni ’80, il drastico
ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato
nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che
cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive,
interrompono l’espansione della classe media che si era registrata
nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze
crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il
livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i
risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come
diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.
Insomma,
l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente
verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della
polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl
Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire
massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha
determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e
Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova
controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi
sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione
delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.
Il
ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la
fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in
consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio
reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per
promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che
favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il
rafforzamento della middle class.
La politica dei redditi deve dunque
tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla
crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare
insostenibili.
Scuola, editoria e svolta digitale
ERA EBOOK
ARTICOLO Federico Gurgone il manifesto 2013.07.09 - 10 CULTURA
L'affabulatore dentro un tablet
Il decreto 209 dell'ex ministro Profumo ha stabilito che, nell'anno scolastico 2014/2015, alunni e insegnanti dovranno avvalersi di libri di testo in versione digitale o mista. Quali saranno le conseguenze sulla didattica e la cultura? Un'intervista con il linguista Luca Serianni
lunedì 8 luglio 2013
Su Pierre Bourdieu
La materia viva del simbolico
In questo articolo scritto per «il manifesto» dal filosofo francese il rapporto tra teoria e prassi è letto alla luce dell'opera di Pierre Bourdieu
APERTURA - Pierre Macherey il manifesto 2013.07.03 - 10 CULTURA
La riflessione che Pierre Bourdieu ha dedicato ai problemi generali
della pratica si è principalmente sviluppata attraverso tre opere: Per
una teoria della pratica (1972), Il senso pratico (1980) e Ragioni
pratiche (1994). Sono, questi, i successivi tentativi di riscrivere uno
stesso testo, arricchito di nuovi concetti, come ad esempio quello di
«campo» divenuto operativo dopo il 1980, e alimentato di nuovi
riferimenti, senza che, tuttavia, i suoi orientamenti principali ne
vengano modificati. Questi orientamenti definiscono il progetto di una
«teoria della pratica» che unisce l'intero percorso di Bourdieu e gli
conferisce, sebbene lui rifiuti questo termine, una dimensione
autenticamente filosofica.
La reticenza di Bourdieu a fare rientrare
il suo percorso sotto la categoria del filosofico si spiega con il suo
rifiuto della pretesa teoricista che, a titolo di una sorta di
platonismo latente, ha attribuito, a torto o a ragione, alla filosofia
in quanto tale e che la porterebbe, una volta estratta dalla pratica la
sua teoria, a presentare quest'ultima, la teoria, come la verità
essenziale della pratica, senza rendersi conto che questa «pratica» di
cui la teoria dice di dare la verità, non esiste se non per la teoria da
cui essa è costruita: così il principale insegnamento che può impartire
una teoria della pratica protetta da ogni deriva liturgica è,
giustamente, che quella «pratica» non esiste, o almeno quella non esiste
se non per quanti cerchino di determinarne la verità assoluta facendone
la teoria, mentre in realtà esistono solo delle pratiche, al plurale,
costruitesi e decostruitesi nella storia di cui sono allo stesso tempo i
prodotti e le condizioni, poiché sono esse che determinano gli schemi
della sua evoluzione.
Illusione filosofica
La
migliore critica dell'illusione teoricista, che pretende di pensare «la
pratica» nello stesso momento in cui ignora sistematicamente la realtà
effettiva delle pratiche, spetterebbe, finalmente, di proporla alla
sociologia che, simultaneamente, mostrerebbe la genesi di questa
illusione: ed è in nome di questa esigenza critica che Bourdieu, come si
sa, è «passato» dalla filosofia, alla quale deve la sua formazione
iniziale, alla sociologia di cui egli prevede di formulare,
contemporaneamente alle verità che la filosofia manca, la verità
dell'operazione di sviamento di queste stesse verità effettuate dalla
filosofia.
In effetti, il sociologo, come lo definisce Bourdieu,
studia le formazioni pratiche nelle quali il materiale (l'oggettivo) è
indissociabile dal simbolico (il soggettivo), secondo un processo di
stratificazione inspiegabilmente ignorato da Marx quando, seguendo il
percorso tipico del suo materialismo causalista, ha preteso di separare i
due piani delle infrastrutture e delle sovrastrutture cercando
simultaneamente di installare un rapporto di determinazione univoca dal
primo al secondo. Il sociologo, se si interroga sulle condizioni nelle
quali perviene alla conoscenza del suo oggetto, sarebbe a dire se si fa
epistemologo della sua disciplina e pratica con un massimo di conoscenza
critica il suo «mestiere di sociologo», come accade precisamente nel
caso di Bourdieu, si trova, dunque, particolarmente ben piazzato e
armato per pensare la pratica, o meglio, per elaborare e mettere in
opera un concetto di pratica adattata ai suoi interessi teorici e capace
di «informarli», nel doppio senso di istruirli e ordinarli per
permettere il loro adattamento a un contenuto proprio.
Ma cos'è
pensare la pratica nell'articolazione del materiale e del simbolico come
lo fa il sociologo? Si tratta semplicemente di sviluppare la conoscenza
di questa articolazione, strutturandone quanto più precisamente
possibile le procedure, correndo il rischio di reificarle? O si tratta
di ben altra cosa, cioè di saper situare se stessi nel punto in cui
questa articolazione funziona, sarebbe a dire pensare la pratica
considerandola in quanto pratica, in modo da pensarla dentro la pratica,
senza uscire dall'ordine della pratica né pretendere di esercitare su
di essa uno sguardo sovrastante e disimpegnato, il quale troverebbe in
questo disimpegno le sue garanzie teoriche?
È alla seconda
prospettiva che, di certo, vanno le preferenze di Bourdieu: lui si è
costantemente interessato a pensare la pratica in quanto tale, cioè come
pratica nella sua pratica, invece di cercare di estrapolarla con
l'obiettivo di pensarla, sarebbe a dire non più «in pratica», ma «in
teoria», proiettandola in una specie d'astrazione dove, svuotata di ogni
contenuto, funziona a vuoto, esposta ad alternative irrisolvibili come
quelle della libertà e della necessità, dell'individuale e del
collettivo, della coscienza e della regola, alternative intrappolate che
permetterebbero appunto di contrastare una conoscenza della pratica
allo stato pratico.
Allora, come accedere a un sapere di ciò che è la
pratica allo stato pratico? Bisognerebbe rinunciare ai benefici che si
possono aspettare da una spiegazione teorica per rimettersi interamente
alla pratica affinché essa, direttamente, dica che tipo di pratica sia?
Per uscire da questa difficoltà Bourdieu, all'inizio di Per una teoria
della pratica, riformula la distinzione spinoziana dei modi di
conoscenza spiegando che «il mondo sociale può essere oggetto di tre
modi di conoscenza teorica», che lui definisce «fenomenologica»,
«oggettivista» e «prassiologica».
La conoscenza in tre mosse
L'approccio
fenomenologico del mondo sociale è quello che stabilisce con esso una
relazione di prossimità e di familiarità basata su di una sorta di
intuizionismo che gli permette presumibilmente di avvicinarlo a nudo nel
suo vissuto esistenziale, nella sua esperienza primaria di cui questo
approccio si propone semplicemente di dare una descrizione quanto più
fedele possibile. L'approccio oggettivista è quello che, al contrario,
taglia ogni legame con il vissuto e la soggettività nella quale è
immerso, impegnandosi a fare emergere le strutture latenti in azione
nella vita sociale che essa dirige all'insaputa dei suoi agenti, quindi
senza comunicazione con l'esperienza cosciente che essi stessi fanno
spontaneamente. Infine, l'approccio prassiologico, rifiuta le
alternative dei precedenti, effettua una qualche sorta di reinserimento
della teoria nella pratica e dell'oggettivo nel soggettivo,
interessandosi alle condizioni nelle quali il sistema di relazioni che
comanda l'esistenza del mondo sociale è assimilato da quelli che ne
realizzano la riproduzione sotto forma di disposizioni acquisite o
habitus che contano per essi come una seconda natura.
I tre approcci
così come sono definiti si situano dialetticamente gli uni in rapporto
agli altri in una relazione di superamento, in base alla quale la
seconda si dà come obiettivo quello di determinare ciò che, per
definizione, è eluso dalla prima, movimento riprodotto per suo conto
dalla terza: «Nella misura in cui si costituisce in opposizione
all'esperienza primaria, apprensione pratica del mondo sociale, la
conoscenza oggettivista si trova sviata dalla costruzione delle teoria
della conoscenza pratica del mondo sociale di cui essa produce almeno in
senso negativo l'assenza, producendo la conoscenza teorica del mondo
sociale in opposizione ai presupposti impliciti della conoscenza pratica
del mondo sociale». Sarebbe a dire che, per risolvere l'opposizione
oggettivo-soggettivo, altrimenti detto, per sfuggire al dilemma
Lévi-Strauss/Sartre, la sociologia deve elaborare una «teoria della
conoscenza pratica del mondo sociale» capace di comprendere come, le
leggi alle quali questo obbedisce, funzionino in pratica, governando
dall'interno e non dal di fuori, le operazioni degli agenti che fanno
esistere concretamente questo mondo sociale sotto la stessa forma in cui
si presenta nella loro propria esperienza pratica che è, allo stesso
tempo, quella della soggettività oggettivata, dell'individuale
socializzato, e dell'oggettività soggettivata, del sociale
individualizzato.
Traduzione di Fabrizio Denunzio
MEMORANDUM
Una fertile presa di posizione nel campo politico
TAGLIO MEDIO - Fabrizio Denunzio il manifesto 2013.07.03 - 10 CULTURA
Una fertile presa di posizione nel campo politico
TAGLIO MEDIO - Fabrizio Denunzio il manifesto 2013.07.03 - 10 CULTURA
L'articolo che Pierre Macherey, con
l'abituale generosità che lo distingue, ha gentilmente dato a «il
manifesto», è molto utile per dissolvere i dubbi che ciclicamente
vengono sollevati sullo statuto epistemologico e politico delle scienze
sociali e sul rapporto - che si vorrebbe subalterno - che queste hanno
con una disciplina egemonica come la filosofia, o meglio, la filosofia
politica. Dubbi che Macherey deve aver avuto ben presenti dal momento
che ha scelto strategicamente di lavorare in un dispositivo sociologico
come quello di Pierre Bourdieu.
Darò solo tre brevi indicazioni di lettura per mostrare come il filosofo francese, in questo breve e intenso articolo, sottragga la sociologia alla subalternità alla quale la filosofia la vuole storicamente costringere, la restituisca alla sua dignità epistemologica, e la immetta nel campo delle lotte politiche.
Innanzitutto, la filosofia. Lì dove i sociologi sanno che i tre modi di conoscenza avanzati da Bourdieu per relazionarsi al mondo sociale rappresentano altrettante correnti socio-antropologiche - l'approccio fenomenologico è quello etnometodologico e interazionista di Harold Garfinkel, quello oggettivista è quello strutturalista di Lévi-Strauss, quello prassiologico è quello bourdieusiano sul campo della ricerca algerina del popolo cabilo - Macherey li fa derivare direttamente da Spinoza. Con questo gesto l'immaginazione, la ragione e la scienza intuitiva spinoziane, elementi di una complessa ontologia, si ritrovano al centro di una sociologia che non ha mai smesso di riferirsi ai principi di rilevamento quantitativo dei dati per dimostrare le proprie asserzioni.
Poi, l'epistemologia. Quando Macherey insiste su quanto Bourdieu prescriveva ai ricercatori in scienze sociali, cioè di oggettivare sempre la posizione soggettiva nel campo di analisi, quindi di riflettere continuamente sul modo in cui si costruisce l'oggetto di riflessione, in realtà dimostra che la sociologia non ha bisogno di nessuna nuova fondazione del suo statuto epistemologico, è sufficiente quello datole da Bourdieu: articolare l'oggettivo e il soggettivo, il materiale e il simbolico, tutto ciò che, debitamente intessuto, dà vita alle formazioni sociali.
Infine, le lotte politiche. Cos'è tutto questo insistere di Macherey sulla pratica? Nient'altro che la valorizzazione di quel vecchio vizio dei sociologi di voler essere presenti sul campo, lì dove i fatti avvengono. Ora, dal momento che, come ha insegnato Bourdieu, questi campi non sono mai neutri, piuttosto, sono contrassegnati da forze e da conflitti, essere sul campo, in pratica, significa prendere posizione. Innanzitutto, contro quei meccanismi di potere simbolico che arbitrariamente assegnano i significati ai fenomeni, alle cose e alle scienze e li vogliono unici e irrevocabili.
L'entusiasmo di Macherey per la prassi bourdieusiana, allora, non è altro che l'entusiasmo per una sociologia che non ha ridotto il mondo sociale ad un qualcosa di astratto da utilizzare per gli esercizi intellettuali più arditi delle élite culturali, ma ne ha fatto il luogo, molto concreto e molto «basso» in cui gli agenti sociali, si devono impegnare in una lunga lotta «cognitiva» per comprendere cosa li condiziona e cosa li può liberare occupando la posizione oggettiva che gli è stata assegnata dalla storia.
Darò solo tre brevi indicazioni di lettura per mostrare come il filosofo francese, in questo breve e intenso articolo, sottragga la sociologia alla subalternità alla quale la filosofia la vuole storicamente costringere, la restituisca alla sua dignità epistemologica, e la immetta nel campo delle lotte politiche.
Innanzitutto, la filosofia. Lì dove i sociologi sanno che i tre modi di conoscenza avanzati da Bourdieu per relazionarsi al mondo sociale rappresentano altrettante correnti socio-antropologiche - l'approccio fenomenologico è quello etnometodologico e interazionista di Harold Garfinkel, quello oggettivista è quello strutturalista di Lévi-Strauss, quello prassiologico è quello bourdieusiano sul campo della ricerca algerina del popolo cabilo - Macherey li fa derivare direttamente da Spinoza. Con questo gesto l'immaginazione, la ragione e la scienza intuitiva spinoziane, elementi di una complessa ontologia, si ritrovano al centro di una sociologia che non ha mai smesso di riferirsi ai principi di rilevamento quantitativo dei dati per dimostrare le proprie asserzioni.
Poi, l'epistemologia. Quando Macherey insiste su quanto Bourdieu prescriveva ai ricercatori in scienze sociali, cioè di oggettivare sempre la posizione soggettiva nel campo di analisi, quindi di riflettere continuamente sul modo in cui si costruisce l'oggetto di riflessione, in realtà dimostra che la sociologia non ha bisogno di nessuna nuova fondazione del suo statuto epistemologico, è sufficiente quello datole da Bourdieu: articolare l'oggettivo e il soggettivo, il materiale e il simbolico, tutto ciò che, debitamente intessuto, dà vita alle formazioni sociali.
Infine, le lotte politiche. Cos'è tutto questo insistere di Macherey sulla pratica? Nient'altro che la valorizzazione di quel vecchio vizio dei sociologi di voler essere presenti sul campo, lì dove i fatti avvengono. Ora, dal momento che, come ha insegnato Bourdieu, questi campi non sono mai neutri, piuttosto, sono contrassegnati da forze e da conflitti, essere sul campo, in pratica, significa prendere posizione. Innanzitutto, contro quei meccanismi di potere simbolico che arbitrariamente assegnano i significati ai fenomeni, alle cose e alle scienze e li vogliono unici e irrevocabili.
L'entusiasmo di Macherey per la prassi bourdieusiana, allora, non è altro che l'entusiasmo per una sociologia che non ha ridotto il mondo sociale ad un qualcosa di astratto da utilizzare per gli esercizi intellettuali più arditi delle élite culturali, ma ne ha fatto il luogo, molto concreto e molto «basso» in cui gli agenti sociali, si devono impegnare in una lunga lotta «cognitiva» per comprendere cosa li condiziona e cosa li può liberare occupando la posizione oggettiva che gli è stata assegnata dalla storia.
La crisi dell'individualità moderna secondo Robert Castel
Robert Castel: Proprietà privata, proprietà sociale, proprietà di sé. Conversazioni sulla costruzione dell’individuo moderno, a cura di Ciro Tarantino e Ciro Pizzo, Quodlibet, pp. 148, euro 16
Risvolto
Agli inizi della modernità, la
separazione della proprietà dal lavoro contrappone due modi di essere
individuo: l’individuo proprietario che, come dice Locke, è anche
«proprietario di sé» e la «classe non proprietaria», condannata al
disprezzo attribuito a coloro che, poiché non hanno niente, non sono
niente. L’abate Sieyès, principale ispiratore della Dichiarazione dei
diritti dell’uomo e del cittadino, vede ancora i lavoratori come «una
folla immensa di strumenti bipedi, senza libertà, senza moralità, senza
facoltà intellettuali, dotati solo di mani che guadagnano poco e di una
mente gravata da mille preoccupazioni».
Questo volume si interroga sulla natura e sulle trasformazioni dei supporti necessari per esistere ed essere riconosciuti come individui, per accedere cioè alla proprietà di sé. In mancanza di proprietà privata, la proprietà sociale ha rappresentato un’innovazione decisiva che ha permesso la riabilitazione dei non-proprietari, assicurando sicurezza e riconoscimento a partire dal lavoro. Oggi il vacillare delle protezioni sociali fa emergere il profilo inedito di un individuo per difetto che, sganciato dalle regolazioni della società salariale che gli consentivano di essere se stesso attraverso la partecipazione a risorse comuni, sembra destinato a indossare la propria individualità come un peso.
Questo volume si interroga sulla natura e sulle trasformazioni dei supporti necessari per esistere ed essere riconosciuti come individui, per accedere cioè alla proprietà di sé. In mancanza di proprietà privata, la proprietà sociale ha rappresentato un’innovazione decisiva che ha permesso la riabilitazione dei non-proprietari, assicurando sicurezza e riconoscimento a partire dal lavoro. Oggi il vacillare delle protezioni sociali fa emergere il profilo inedito di un individuo per difetto che, sganciato dalle regolazioni della società salariale che gli consentivano di essere se stesso attraverso la partecipazione a risorse comuni, sembra destinato a indossare la propria individualità come un peso.
ROBERT CASTEL
La fragile società del non lavoro
«Proprietà privata, proprietà sociale e proprietà di sé» può essere considerato il testamento dello studioso recentemente scomparso. Ha inoltre il pregio di presentare una lucida analisi della crisi sociale provocata dal neoliberismo e di proporre il reddito di cittadinanza come proposta per salvaguardare lo spirito del welfare state
APERTURA - Benedetto Vecchi il manifesto 2013.07.04 - 10 CULTURA
La parabola intellettuale di Robert Castel non è comprensibile senza il
suo coinvolgimento nel Maggio parigino. È a partire dalle barricate del
quartiere latino che la sua produzione subisce una svolta inaspettata.
Sociologo di formazione in debito con la tradizione delle scienze
sociali francesi, condivideva le riflessioni sulla modernità di Emile
Durkheim, laddove sottolineava la fragilità del legame sociale rispetto
il carattere tellurico, «rivoluzionario» dello sviluppo capitalistico.
Ma a differenza di Durkheim, era interessato anche alle istituzioni
sorte dalle ceneri dell'ancien régime che mostravano una grande capacità
di tenuta e performatività dell'ordine sociale rispetto a quelle
tendenza del capitalismo di rendere voltatile ciò che prima era solido,
per parafrasare una famosa frase di Karl Marx. Così il primo, importante
saggio Robert Castel lo ha dedicato all'istituzione psichiatrica, che
aveva e ha la funzione di garantire la riproduzione sociale, in una
prospettiva «pastorale» tesa a prevenire, rendendola inefficace, la
devianza dalla norma.
In quel saggio Castel non nasconde la sua sua
fonte di ispirazione - La storia della follia di Michel Foucault -, ma
prova ad alimentarla con una inchiesta sul campo. È con quel libro che
avviene la svolta teorica, che lo ha fatto diventare, anno dopo anno, un
intellettuale eterodosso. Vicino al partito socialista, si è
confrontato con le posizioni teoriche più radicali de marxismo
post-Sessantotto, accogliendone la pretesa di una politicizzazione
integrale dei rapporti sociali. Così, dopo la critica dell'ospedale
psichiatrico, e in sordina anche della psicoanalisi, intesa come una
forma di un diffuso controllo sociale, ha concentrato la sua attenzione
sull'altra grande «istituzione» del capitalismo, la fabbrica.
La maledizione del salariato
Castel
parte dal presupposto che il lavoro è la fonte della cittadinanza, ma
ne vede anche la crisi. Comincia infatti a scrivere sulla Metamorfosi
della questione sociale quando le pratiche del divorzio tra lavoro e
cittadinanza sono state già avviate. Quel saggio, infatti, rappresenta
il tentativo di storicizzare il rapporto tra lavoro e «democrazia
sociale», offrendo una provvisoria bussola per orientare l'esplorazione
della società postsalariale. Intraprende così un percorso teorico che lo
porta ad analizzare la precarietà e la crisi del welfare state,
condensato in due brevi, ma intensi saggi: L'insicurezza sociale
(Einaudi) e La discriminazione negativa (Quodlibet).
È quindi
illuminante l'intervista raccolta da Claudine Haroche sulle
contraddizioni del capitalismo, ma anche delle possibili via d'uscita
dalla violenza - Robert Castel ha scritto pagine molto appassionate
sulle rivolte delle banlieue, interpretate come disperate manifestazioni
contro le invisibili, ma tuttavia operanti barriere alla piena
cittadinanza di una parte della popolazione - che segnano la metamorfosi
della società salariale.
Il libro intervista è stato pubblicato in
Francia nel 2001 e ha come titolo Proprietà privata, proprietà sociale,
proprietà di sé (Quodlibet, pp. 148, euro 16). Ricordare la data della
pubblicazione è importante, perché il 2001 è l'anno della prima, globale
crisi del neoliberismo, cioè di un modello sociale, economico e
politico che ha posto nuovamente al centro della scena l'individuo
proprietario. Nelle scienze sociali, la figura dell'individuo
proprietario non incontra un forte dissenso, ma neppure una convinta
adesione. Robert Castel non è interessato a liquidarla come una
costruzione ideologica, bensì a stabilire quale sia stata la sua genesi,
rintracciandola nella filosofia liberale ottocentesca e individuando la
sua capacità mimetica di sopravvivenza quando si afferma la «proprietà
sociale», cioè la definizione costituzionale di un insieme di diritti
sociali tesi a definire una piena cittadinanza per chi proprietario non
lo era.
La trappola dei liberali
È la lunga stagione
del welfare state, la cornice giuridica che legittima una costituzione
materiale incentrata su una figura sociale, l'operaio, che rivendica
appunto la piena cittadinanza. Questo non significa che l'individuo
proprietario scompaia: si mimetizza, subendo quindi una metamorfosi.
Castel, tuttavia, è consapevole che con l'affermazione del modello
neoliberista l'individuo proprietario è un concetto che viene
radicalizzato. Per capire come è potuta avvenire tale radicalizzazione
compie un doppio movimento. La prima mossa è risalire al nesso tra
proprietà e cittadinanza stabilito da John Locke - è cittadino solo chi è
proprietario -; evidenziandone le contraddizioni, in particolare quando
l'economia politica deve considerare anche il lavoratore un
proprietario seppur particolare - possiede la sua forza-lavoro, che
vende e rinnova grazie al lavoro. È così che il lavoro va a costituire
una triade assieme alla proprietà la triade che ha plasmato le politiche
sociali nel Novecento. Per i liberali è il primo smacco: se anche il
lavoratore può essere considerato un individuo proprietario, la pretesa
di limitare la cittadinanza viene meno. Il secondo movimento compiuto da
Castel riguarda il welfare state, cioè il più coerente tentativo di
includere dentro l'ordine politico capitalistico il movimento operaio
attraverso il concetto di proprietà sociale costruita proprio per i
«non-proprietari». I diritti sociali sono la traduzione operativa di
questa «proprietà sociale».
Da questo punto di vista il welfare
state è la classica quadratura del cerchio: viene salvata la proprietà
privata, facendo però diventare il salariato la figura centrale del
processo produttivo. Il neoliberismo punta a distruggere tutto ciò,
riportando al centro della scena pubblica l'individuo proprietario. Ma
così facendo, destruttura tutte le forme di mediazione sociale e
politica che hanno garantito la stabilità, certo precaria, ma pur sempre
stabilità dello sviluppo capitalistico.
Dal vagabondo al precario
La
cancellazione o il ridimensionamento del welfare state rivelano una
violenza strisciante laddove rende incommensurabile la condizione del
proprietario e quella del salariato. Il proprietario, dicono i
neoliberisti, è il solo che ha il diritto alla piena cittadinanza,
mentre i salariati hanno diritto solo a una compassionevole protezione
stabilita discrezionalmente tesa solo alla sua sopravvivenza, condizione
necessaria per la messa al lavoro dei «non proprietari». Le lancette
della storia sembrano così messe indietro nel tempo, agli inizi cioè
della accumulazione primitiva
Castel evoca il vagabondo, la figura
simbolica della rivoluzione industriale che equipara al precario
contemporaneo, figura che non è depositaria di nessun diritto e
potenziale pericolo per l'ordine sociale da sottoporre a un ferreo
controllo - le politiche di attivazione coatta al lavoro, ad esempio -
perché la sua presenza è fondamentale nello sviluppo del capitale. Il
precario diviene inoltre la figura centrale delle insorgenze e delle
rivolte sociali. Ma ciò che è interessante nella posizione di Castel è
il suo rifiuto delle tesi espresse da molti «scienziati sociali» sulla
tendenza immanente del neoliberismo all'esclusione di ampie quote della
popolazione.
Il capitalismo neoliberista deve infatti operare
inclusioni differenziate, all'interno di una rigida gerarchia sociale
scandita dalla posizione lavorativa dal colore della pelle, dal genere.
Inoltre, e questo è uno dei passaggi dell'intervista che più di altri
sono controcorrente rispetto alle teorie sociali contemporanee, il
welfare state non è stata una parentesi, ma ha costituito la forma più
avanzata della modernità: la sua cancellazione, ripete Castel, mette a
rischio la sopravvivenza stessa della stessa modernità. Per questo, c'è
da aggiungere, le ricorrenti, seppur a geografia variabile, rivolte
contro il neoliberismo fanno riferimento a quei diritti sociali di
cittadinanza che hanno costituito, nel Novecento, la cornice politica di
critica al capitalismo. Inoltre, il contemporaneo precario ha una
caratteristica fondamentale che lo differenzia dal vagabondo. Da una
parte soffre di un deficit di appartenenza sociale, ma dall'altra
presenta un surplus di soggettività grazie ai processi di
soggettivazione messi in campo da oltre un secolo di conflitti di classe
e di di oltre quantan'anni di welfare state.
L'incubo del nuovo ordine
Senza
tornare alla spesso stucchevole discussione sull'esistenza o meno della
postmodernità, quello che emerge dal libro intervista di Castel è però
la fotografia di una impasse del capitalismo. Da una parte i
neoliberisti vogliono costruire l'«uomo nuovo» - l'individuo
proprietario - che decide la sua vita in base alla logica economica dei
costi e dei ricavi; dall'altra la diffusa resistenza al nesso tra
cittadinanza e proprietà privata. Il conflitto torna dunque a
manifestarsi in forme estreme e talvolta violente.
Il libro, è stato
ricordato, esce nel 2001, l'anno dopo il crollo del Nasdq e la fine del
sogno di vedere nella Rete il nuovo eden capitalistico. Dodici anni
dopo, la crisi del neoliberismo è ancora più radicale. Le pagine
dedicate alle possibili vie d'uscita dall'impasse vanno dunque lette con
attenzione. Specialmente quando intervistatrice e intervistato
discutono sul reddito di cittadinanza. Entrambi concordano nel
considerarlo la forma per un nuovo matrimonio tra lavoro e cittadinanza.
Ma è qui che lo schema di Castel presenta un'intima fragilità. Lo
sviluppo capitalistico non può garantire più la piena occupazione nelle
forme novecentesche. Paradossalmente può garantirla solo attraverso una
pervasiva e diffusa precarietà, dove l'intermittenza tra lavoro e non
lavoro è tanto convulsa quanto «normale» esperienza di vita. Da questo
punto di vista il divorzio tra lavoro e cittadinanza si è già consumato.
Il
reddito di cittadinanza è dunque una forma di mediazione sociale che
meglio si confà a una realtà fondata sulla figura del precario e su una
disoccupazione strutturale. È cioè una misura «riformista» che punta a
salvaguardare quella proprietà sociale affermatasi con il welfare state.
Non ha dunque niente di rivoluzionario, ma consente di modificare i
rapporti di forza nella società e relegare sullo sfondo, questa volta sì
per sempre, la figura dell'individuo proprietario. E apre lo spazio per
quel comune prodotto dalla cooperazione sociale. Consente cioè di poter
cominciare nuovamente a pensare la politica della trasformazione.
SCAFFALI
Dall'ordine psichiatrico alla questione sociale
BREVE il manifesto 2013.07.04 - 10 CULTURA
Docente e ricercatore all'«École des hautes
études en sciences sociales», Robert Castel non ha mai nascosto il suo
interesse per gli aspetti più problematici del «vivere in società». Dopo
una breve collaborazione con Pierre Bourdieu, ha concentrato la sua
attenzione alla psichiatria, alla fabbrica e alle istituzione del
welfare state. La sua griglia teorica trova poche eco nelle scienze
sociali francesi. Anzi si può tranquillamente dire che è stato più
studiato fuori dai confini nazionali che in Francia (i suoi scritti sono
stati molto discussi in Germania e in Americalatina). In Italia sono
stati tradotti: «Lo psicanalismo» (Einaudi), «L'ordine psichiatrico.
L'epoca d'oro dell'alienismo» (Feltrinelli), «L'insicurezza sociale. Che
significa essere protetti?» (Einaudi), «Le metamorfosi della questione
sociale. Una cronaca del salariato» (Sellino), «La discriminazione
negativa» (Quodlibet) e questo libro-intervista «Proprietà privata,
proprietà sociale e proprietà di sé» (Quodlibet).
Vita e pensiero tormentato di Walter Benjamin
Risvolto
Walter Benjamin è uno di quei casi - tutt'altro che rari - di pensatori che il tempo trascorso dalla sua scomparsa ha riscattato. Un riscatto dalle difficoltà vissute: ad accedere all'insegnamento universitario, difficoltà economiche, perfino di sopravvivenza (negli anni Trenta dell'esilio parigino), vagabondaggi in mezza Europa, la rinuncia alla via di fuga in Palestina, la delusione sovietica. Eppure si tratta di una vita ricchissima di esperienze e scritture, interessi e libri, passioni intellettuali e politiche, culturali e sentimentali, quattro sfere scelte in questo volume (il metodo micrologico, le città, l'infanzia, l'università) possono rappresentare altrettante tracce per cogliere un pensiero che continua ad esercitare profonda influenza in campi vasti ed eterogenei: lettereratura, filosofia, sociologia, cinema, fotografia, teatro, architettura, urbanistica, storia, poesia, politica. In mondo sofferente e frammentato come l'odierno, Benjamin aiuta leggere e vivere lucidamente le tante geografie del dominio e della speranza.
Walter Benjamin è uno di quei casi - tutt'altro che rari - di pensatori che il tempo trascorso dalla sua scomparsa ha riscattato. Un riscatto dalle difficoltà vissute: ad accedere all'insegnamento universitario, difficoltà economiche, perfino di sopravvivenza (negli anni Trenta dell'esilio parigino), vagabondaggi in mezza Europa, la rinuncia alla via di fuga in Palestina, la delusione sovietica. Eppure si tratta di una vita ricchissima di esperienze e scritture, interessi e libri, passioni intellettuali e politiche, culturali e sentimentali, quattro sfere scelte in questo volume (il metodo micrologico, le città, l'infanzia, l'università) possono rappresentare altrettante tracce per cogliere un pensiero che continua ad esercitare profonda influenza in campi vasti ed eterogenei: lettereratura, filosofia, sociologia, cinema, fotografia, teatro, architettura, urbanistica, storia, poesia, politica. In mondo sofferente e frammentato come l'odierno, Benjamin aiuta leggere e vivere lucidamente le tante geografie del dominio e della speranza.
WALTER BENJAMIN
I frammenti sotto le lenti della critica
TAGLIO MEDIO - Nando Vitale il manifesto 2013.07.05 - 11 CULTURA
Nel ritratto di Walter Benjamin costruito da
Ruggero D'Alessandro (Il genio precario, manifestolibri, pp. 141, euro
16) viene sottolineato il caso, tutt'altro che raro, di un autore che ha
riscosso maggiore interesse dopo la tragica scomparsa che durante una
vita vissuta tra innumerevoli difficoltà e ostacoli. Gli viene precluso
l'insegnamento universitario, sopravvive in difficoltà economiche, vive
in esilio vagabondando in mezza Europa, pensa alla fuga in Palestina,
resta deluso dall'esperienza sovietica e infine muore suicida, a un
passo dalla possibile salvezza, a Portbou nella Catalogna spagnola.
Ciònonostante,
la sua resta un'esistenza ricca di esperienze e scritture, interessi e
libri, passioni intellettuali, politiche, culturali e sentimentali. Sono
quattro le sfere privilegiate in questo saggio, quasi come un'opera
musicale in quattro tempi: il metodo micrologico, ossia l'attenzione
alle piccole cose tralasciate e apparentemente prive di valore;
l'analisi delle mutazioni urbane esercitata principalmente attraverso la
figura del flâneur, mediata da Baudelaire; l'infanzia; il rapporto con
il mondo accademico.
Il rapporto di Benjamin con la città
rappresenta forse il corpus teorico più attuale, idea confermata dalla
recente edizione del volume, a cura di Giorgio Agamben, che raccoglie
con un nuovo criterio filologico gli scritti di Benjamin dedicati a
Baudelaire: Un poeta lirico nell'età del capitalismo avanzato. I temi
della fantasmagoria della merce, della moda, del desiderio collettivo,
dell'utopia, dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, nonché le
analisi del Moderno come mondo degli inferi, scaturiscono tutti
dall'esperienza dell'ambiente metropolitano contemporaneo. Benjamin è un
filosofo in cammino fra i relitti della storia, «frammenti testuali»
intesi come allegorie del profano, raccolti e collezionati attingendo ai
resti delle città-vetrina. Una compenetrazione profonda tra
architettura urbana e scrittura filosofica, dove il testo diviene come
la città, proprio come la città diviene un testo da interpretare. Tra
gli spettri e i fossili che abitano il desolante paesaggio urbano,
infatti, sono disseminate schegge salvifiche e monadi cariche di
eternità, spunto di illuminazione rivoluzionaria e di critica esplosiva.
Gli
oggetti dimenticati non sono singole «istantanee» ma rappresentazioni
caleidoscopiche, mosaici in miniatura, montaggi dialettici di elementi
estemporanei e fugaci. Prodotti di scarto che oggi tornano ad avere
rilevanza per scardinare la compattezza di ogni forma mitologica della
politica, dove non vi può essere redenzione se non «delle rovine del
passato». Di questo e di altro vi è utile traccia nell'agile
introduzione al pensiero del filosofo ebreo berlinese di Ruggero
D'Alessandro. Una lettura consigliata soprattutto a chi si avvicina per
la prima volta all'opera complessa e frammentaria di Walter Benjamin.
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