domenica 29 settembre 2013

Capitalismo che fagocita democrazia: il libro di Wolfgang Streeck

Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico libro di Streeck WolfgangWolfgang Streeck: Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, Feltrinelli 2013


E' l'ultimo erede della Scuola di Francoforte, ha sfidato il suo maestro Habermas, è stato un teorico del neocorporativismo tedesco. Ma dopo il caso Lehman Brothers ha riletto criticamente la storia del Novecento. La lezione di Paolo Feltrin

Paolo Feltrin Europa 28 settembre 2013

SOVRANITÀ PERDUTE
Nel neoliberismo si è consumato il divorzio tra democrazia e capitalismo, rinviandone la crisi terminale. «Tempo guadagnato» dell'economista tedesco Wolfgang Streeck per Feltrinelli
Massimiliano Guareschi, il manifesto Mercoledì 07 Agosto 2013


Un report rilasciato da J.P. Morgan nel maggio di quest'anno, dal titolo The Euro Area Adjustment, individua nelle costituzioni antifasciste dei paesi «periferici» una delle cause della mancata capacità dell'Europa di rispondere adeguatamente alla crisi. Senza ricorrere a perifrasi, la tutela costituzionale dei diritti del lavoro e il riconoscimento del diritto alla protesta
dei cittadini che quelle carte garantirebbero vengono considerate fra le ragioni della scarsa diligenza con cui Portogallo, Spagna, Grecia e Italia avrebbero intrapreso le riforme fiscali ed economiche necessarie per guadagnare il favore dei mercati. Nella sua sintesi, il documento redatto dagli analisti della famigerata banca d'affari sembra offrire una conferma alle tesi espresse da Wolfgang Streeck in Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, recentemente pubblicato da Feltrinelli (pp. 272, euro 25).
Al centro di questo interessante volume si colloca la constatazione di come il grande capitale, a partire dagli anni Settanta, si sia mosso con determinazione al fine di smantellare, nei paesi dell'Occidente industrializzato, quel complesso di vincoli imposti ai suoi processi di valorizzazione dal postwar settlement del capitalismo democratico o, se si preferisce, dal «compromesso fordista» fatto di salari alti, diritto sociali, welfare e stato neo-corporativo. Prendere tempo: questa la politica che le democrazie avanzate avrebbero seguito negli ultimi decenni a fronte della sempre maggiore espansione e autonomizzazione della sfera economica e della capacità dei mercati di sottrarsi a ogni controllo. Ma a un certo punto, quando il tempo non è dalla propria parte, per citare gli Stones degli esordi, i nodi vengono al pettine e prendere tempo non è più possibile. Streeck avvia la sua narrazione con la crisi fiscale degli anni Settanta. Il ricorso all'inflazione avrebbe inaugurato la pratica di «prendere tempo», permettendo di coniugare garanzie sociali ed espansione dei consumi con una crescita economica rallentata attraverso l'illusione del fiat money. La stagflazione, a parere di Streeck, segnalerebbe la secessione del capitale, tramite uno sciopero degli investimenti, rispetto a tale politica. La risposta sarebbe stata, dopo il passaggio per le forche caudine della stabilizzazione monetaria, la transizione allo «stato debitore», in cui il debito pubblico avrebbe sostituito l'inflazione nella funzione di anticipazione. Con la liberalizzazione dei mercati finanziari, inoltre, gli stati iniziarono a disporre di un'ampia platea di attori finanziari a cui piazzare il proprio debito, al cui incremento contribuiva non tanto l'espansione della spesa per il welfare, come vorrebbe molta analisi economica mainstream, ma la sempre maggiore sottrazione dei grandi capitali all'imposizione fiscale. Nel frattempo, mentre una parte sempre più cospicua dei bilanci statali era impiegata per remunerare il debito, il ridimensionamento delle prestazioni del welfare veniva compensato favorendo l'indebitamento dei privati.

La politica del debito

Con lo stato debitore, nota Streeck, le élite politiche finiscono per assumere come referente due differenti constituencies, ossia due popoli, uno a base nazionale, formato dai cittadini, e l'altro, disseminato a livello globale, formato dagli investitori, reali e potenziali, di cui diviene sempre più importante garantirsi il consenso, specie quando iniziano a diffondersi perplessità circa la solvibilità di alcuni stati. Prendere tempo diviene sempre più difficile e costoso. E così si avrà il passaggio alla successiva forma, lo «stato consolidato», la cui funzione prioritaria consiste nel garantire gli interessi di un popolo a scapito dell'altro, degli investitori a scapito dei cittadini (anche se non mancano intersezioni e sovrapposizioni fra le due constituencies). Come sottolinea il sociologo tedesco, i migliori risultati in tale direzione si ottengono «tramite istituti come il "pareggio di bilancio" (...) in costituzione che limitano la sovranità degli elettori e dei governi futuri circa la gestione delle finanze pubbliche» o con l'insediamento di governi di grande coalizione in grado di porre al riparo le decisioni assunte da eventuali ripensamenti da parte dei futuri esecutivi. Il problema è quello di garantire che nel presente e nel futuro eventuali sacrifici ricadano sulle popolazioni e non sugli investitori.
Una particolare attenzione, poi, è riservata all'Unione europea, visto come una sorta di schema ideale di stato consolidato, di principio generatore di una costituzionalizzazione in quel senso dei singoli stati europei. Per Streeck, infatti, l'Ue costituirebbe la concreta realizzazione del modello liberista proposto da Friederich von Hayek in un articolo del 1939 dal titolo The Economic Condition of Interstate Federalism, in cui l'istanza federale sottrae ai singoli stati una serie di competenze regolatorie in materia economica e sociale ma non per farsene carico direttamente quanto per consegnarle ai decreti «neutrali» del mercato. In sintesi, lo stato consolidato europeo sarebbe una «struttura non nazionale ma internazionale», «un regime sovranazionale destinato a regolare il funzionamento degli stati», «una governance e non un government in cui la democrazia è interamente addomesticata dai mercati».
Il libro di Streeck costituisce un esempio riuscito di teoria in tempo reale, di concettualizzazione in presa diretta delle trasformazioni del presente, a cui, tuttavia, è possibile muovere due critiche, una di tipo teorico, l'altra di carattere politico. Sul piano teorico, si potrebbe rilevare come Streeck, contrapponendo la logica del mercato a quella della politica democratica, cada nell'equivoco del «neoliberismo», una fortunata etichetta che, pur in termini polemici, finisce per aderire alla rappresentazione ottimistica che di se stessi hanno fornito nei passati decenni sia i
soggetti imprenditoriali portatori di una proposta efficientistica fondata sul mercato sia la politica e i media schierati a loro supporto.

Nel mondo dei «robber barons»

Quando si considerano le dinamiche di estrazione di valore del presente, però, più che nell'imprenditore schumpeteriano che competete su liberi mercati ci si imbatte in partnership pubblico-privato basate sulle socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti, nell'assalto alla diligenza dei finanziamenti pubblici, nell'acquisizione, grazie alla mediazione della politica, di posizioni di monopolio, monopsonio o rendita. Di fatto, le dinamiche del capitalismo contemporaneo sembrano rimandare non tanto agli schemi sul mercato dell'economia neoclassica quanto alla truce epopea dei robber barons o alle pagine dedicate da Marx e Polanyi alla cosiddetta «accumulazione orginaria».
Dal punto di vista politico, invece, allo studioso tedesco va senza dubbio riconosciuto il merito di evitare ogni retorica consolatoria nei confronti non solo di improbabili piani per la crescita ma anche delle opposizioni «ragionevoli» e delle proposte politiche che mirano a un'austerity dal volto umano. Diversamente, la rivolta di piazza, l'insubordinazione e l'irragionevolezza di chi il debito non lo vuole pagare vengono colte come l'elemento energetico che può spingere i singoli paesi a resistere alle pressioni dello stato consolidato. Si tocca qui un limite della proposta di  Streeck, ossia la sua dimensione sovranista, in base alla quale solo sul terreno dello stato nazionale sarebbe possibile articolare politiche di resistenza nei confronti della tempesta neoliberista. E tuttavia è lecito chiedersi se la capacità di disturbo e interferenza delle mobilitazioni dal basso non sia più produttivamente proiettatabile su quei sistemi trasnazionali parziali, in primis la finanza globale, rispetto ai quali la politica statale esercita una presa sempre più scarsa, agendo direttamente sui loro medium, per esempio la moneta e lo spazio.

La conversazione Foucault-Bonnefoy

Michel Foucault: Il bel rischio. Conversazione con Claude Bonnefoy, trad. di Antonella Moscati, pagg. 88, euro 10, Cronopio

Risvolto
Tra l'estate e l'autunno del 1968 Foucault e il critico Claude Bonnefoy progettano una serie d'incontri per realizzare un libro di conversazioni/interviste. In questa trascrizione del primo di tali incontri, Foucault si abbandona a un esercizio della parola molto diverso da quello a cui ci ha abituato. In un clima di grande libertà, egli affronta per la prima e unica volta il suo rapporto con la scrittura, intrecciando in maniera mirabile elementi autobiografici e riflessione filosofica. "Per me scrivere è avere a che fare con la morte degli altri, è essenzialmente avere a che fare con gli altri in quanto sono già morti. In un certo senso parlo sul cadavere degli altri". (Michel Foucault) 



Conversazioni private con Michel Foucault
di Francesca Bolino Repubblica 29.9.13

«Voglio mettermi risolutamente a fianco degli scrittori, di quelli che hanno una scrittura transitiva. Voglio dire con questo che la scrittura deve indicare, mostrare, manifestare al di fuori di se stessa qualcosa che senza di essa rimarrebbe nascosto, o perlomeno invisibile. Ecco, è là che, nonostante tutto, io trovo il mio incantamento per la scrittura». Michel Foucault racconta a Claude Bonnefoy il suo rapporto con la scrittura rivelando così un’inedita intimità del lavoro intellettuale. Una delucidazione inquieta, talvolta reticente, la scoperta del piacere del disfare il linguaggio abituale e di inventarne uno nuovo. Foucault svolge e riavvolge il filo della sua vita per raccontare la storia della sua scrittura, torna sugli scritti suoi e quelli degli altri, descrive il peso della sua cultura medica nella quale la parola è “svalutata”, ne rintraccia gli aspetti più evidenti, soprattutto quelli che derivano dal punto di vista del “diagnostico”. Filosofo e critico in un confronto nel quale si produce un singolare avvenimento: la messa in discussione (e in pericolo) di Foucault da parte di se stesso che si apre con una disarmata confessione: «Ho paura».

Ricordo di Albert O. Hirschman

Hirschman, il riformismo e l’azione collettiva
Giuseppe Berta Europa 28 settembre 2013 STAMPA 

Una nuova edizione del De anima e nuovi studi su Cassiodoro


Cassiodoro: De anima, Jaca Book

Risvolto
"Qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?": alle soglie del Medioevo, questo monito evangelico sembra risuonare nell'intimo di Cassiodoro, che nel culmine della sua carriera pubblica ha visto fallire l'ambizioso disegno di fondere in una nuova civiltà i Romani e i Goti, dopo aver lungamente operato e sofferto per quell' utopistica sintesi politica dei due popoli. L'anima gli appare dunque un tema carico di richiami spirituali e meritevole di meditazione in un'epoca in cui lo sfacelo degli effimeri ideali politici si rifletteva nel mondo dei valori morali. Anche in virtù del decisivo influsso esercitato su di lui specialmente dalla figura e dall'opera di sant'Agostino, il concetto di anima come "luce sostanziale" gli serve per costituire una connessione tra ciò che è "corporeo e caduco" e ciò che è "spirituale ed eterno". Di conseguenza acquistano particolare risalto l'uomo e la sua corporeità: il corpo umano, infatti, se può essere di ostacolo all'anima, inducendola al peccato e comunque rendendola mutevole, tuttavia possiede una grande dignità, sia perché Cristo si è "rivestito" di esso, sia perché la sua struttura richiama simbolicamente quella cosmica. Letto e interpretato secondo questa prospettiva esegetica, come documento di una crisi di valori, o di una "conversione" intesa nella sua accezione più ampia, il "Liber de anima" acquista un complementare interesse autobiografico.



Maria Bettetini Domenicale 29 settembre 2013

Ancora il libro di Giovanni Scirocco su Bobbio, Saddam Hussein e la questione della guerra che lacerò la sinistra

L'intellettuale nel labirinto. Norberto Bobbio e la «guerra giusta»La guerra e il giusto mezzo 
Domenicale 29 settembre 2013

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Sergio Romano: l'intervento di Putin nella questione siriana è stato provvidenziale

LA MOSSA SIRIANA DI PUTIN RISCATTA VECCHIE UMILIAZIONI


A Putin non potrà non essere assegnato il Premio Nobel per la Pace. Si è prodigato— del tutto disinteressatamente...— affinché gli Stati Uniti non attaccassero militarmente il regime di Assad in Siria. Ha abbracciato recentemente Prodi affermando di poter contare in Italia su due amici: Prodi e Berlusconi. Giacché costoro rappresentano, nella politica italiana degli ultimi 20 anni, le opposte tifoserie, Putin, amico di entrambi, potrebbe riuscire nell’impresa che neppure questo Governo delle larghe intese sta conseguendo e cioè realizzare la pacificazione nazionale, tra berlusconiani ed antiberlusconiani. Pazienza per i diritti umani e civili calpestati, per il dissenso e l’opposizione messi a tacere in tutti i modi e per la Cecenia. Soprassediamo e affidiamoci all’afflato umanitario dello zar Putin. 



Caro Rizzo, Putin non merita il premio Nobel per la pace (ma forse non lo meritava neppure Obama) e le sue simpatie italiane non riusciranno a conciliare i seguaci di Romano Prodi con quelli di Silvio Berlusconi. Ma credo che il suo intervento nella questione siriana sia stato provvidenziale. Obama aveva promesso che l’America avrebbe reagito militarmente all’uso delle armi chimiche ed era ormai, dopo la strage del 21 agosto, prigioniero delle proprie parole. Sapeva che un intervento militare contro il regime di Bashar Al Assad avrebbe giovato a formazioni ribelli di cui era difficile stabilire l’identità e le intenzioni. Ma alcuni consiglieri gli dicevano che la grande potenza americana non poteva starsene con le mani in mano senza perdere autorità e prestigio. Quando il Parlamento britannico bocciò le strategie guerresche di David Cameron, Obama intravide una via di uscita e cercò di togliersi d’imbarazzo responsabilizzando il Congresso. Ma la mossa, utile sul momento, presentava almeno due rischi. Se il Congresso avesse approvato, Obama sarebbe stato costretto a sparare. Se non avesse approvato, il presidente avrebbe risparmiato a se stesso i pericoli di una operazioni militare, ma il suo ruolo di comandante supremo ne sarebbe uscito ammaccato. Grazie alla proposta di Putin accettata da Assad (sottoporre l’intero arsenale chimico siriano al controllo dell’Onu), Obama ha certamente tirato un sospiro di sollievo. Il censimento delle armi chimiche richiederà molto tempo e si scontrerà lungo la strada con parecchi ostacoli. Tanto meglio. Tutto ciò che allontana l’intervento militare americano lascia spazio ad altre proposte e iniziative. Putin, quindi, ha giocato bene le sue carte e ha buoni motivi per essere soddisfatto di se stesso. Le ricordo, caro Rizzo, che i russi non hanno ancora smaltito due umiliazioni subite dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La prima risale alla guerra del Kosovo, nel 1999, quando gli Stati Uniti e i loro alleati bombardarono Belgrado e altre città serbe senza l’autorizzazione dell’Onu. La Serbia era amica della Russia e contava sulla sua protezione; l’azione americana dimostrò quindi che i russi non erano in grado di proteggere i loro amici e alleati. La seconda umiliazione risale alle operazioni militari contro la Libia del marzo 2011. La Russia aveva approvato la zona d’interdizione aerea nei cieli libici decisa dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma non immaginava che Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero utilizzato quella risoluzione per giustificare una vera e propria guerra contro Gheddafi. Ancora una volta i fatti sembravano dimostrare che la Russia non avrebbe più avuto alcuna influenza nelle vicende medio-orientali. Per un Paese che ha una forte comunità musulmana e molte regioni infiltrate dall’integralismo islamico, questa situazione non era accettabile.

Il sen. Mario Tronti ha già nostalgia del governo con Angelino Alfano

La sinistra ritrovi l’anima

di Mario Tronti l’Unità 29.9.13


Adesso il passaggio si fa stretto. La più fervida fantasia non avrebbe immaginato questo esito catastrofico della cosiddetta seconda Repubblica. Era nata sulla retorica del «nuovo è bello» e muore nelle convulsioni delle più antiche pratiche eversive. Perché di questo si tratta: un sovversivismo che, attraverso una strategia di allargamento del conflitto, va all’attacco non più del solo potere giudiziario, ma del potere esecutivo e di quello legislativo, governo e Parlamento. E non risparmia la figura di garanzia del Capo dello Stato. «Inquietante», si è detto, autorevolmente.

Questo senso di inquietudine, politica, sulla sorte delle istituzioni, va in questo particolare momento trasmesso al Paese intero, va calato nell’opinione del cittadino comune, depositato nella coscienza popolare. Ecco il compito del partito, che qui, in questi casi, ritrova la sua funzione di raccordo tra società e Stato. Funzione indispensabile e insostituibile, se si vuole riconsegnare dignità all’agire
pubblico. Va rivendicata con orgoglio, e sottolineata con forza, la differenza di qualità tra centrosinistra e centrodestra, nella situazione presente. Va segnato con nettezza il confine tra responsabilità e avventurismo, perché tutti possano vedere. E non per liquidare subito, domani, un accordo di governo. Ma per intervenire con l’iniziativa sul campo avverso, perché esplodano le sue contraddizioni interne. È vero che c’è lì dentro una «minoranza silenziosa», come sottolineava ieri Massimo Franco sul Corriere. Tutti sanno, lo sanno i firmatari dei prestampati, lo sa il plurimputato in attesa di ulteriori condanne definitive, che il destino del personaggio è segnato. La rabbiosa reazione di questi giorni nasce da questa consapevolezza. Il campo della sinistra deve mostrare misura e determinatezza. Niente cedimenti ma anche nessuna ordalìa, nessun giudizio di Dio. Le sentenze si rispettano, ma anche la persona, qualunque persona, nel dramma che vive in quel determinato momento della sua vita, va rispettata. La morte in esilio di Craxi, un personaggio divenuto un duro avversario, che tutti abbiamo giustamente contrastato, non è un buon ricordo repubblicano. Il presidente Napolitano ha richiamato molto questa categoria del rispetto, rievocando una figura di intellettuale coinvolto in politica, come quella di Luigi Spaventa. L’ha legata alla rivendicazione di un confronto politico civile. Mi ha colpito la commozione del presidente, quando richiamava altri tempi in cui questa civiltà del confronto non era mai venuta meno, pur in mezzo a contrapposizioni che, misurate con quelle di oggi, apparivano ed erano persino più severe e profonde. Nella maledetta prima Repubblica novecentesca, questa era la norma condivisa, e mai veniva superato il limite della rispettosa reciproca considerazione tra le grandi forze politiche e soprattutto nei confronti del comune terreno istituzionale.
Questo discorso mi permette di avanzare una raccomandazione. Approfittiamo di questo passaggio stretto per allargare lo sguardo. Se sarà dato tempo e in queste ore francamente non lo sappiamo a un dibattito congressuale disteso in un tempo sia pur breve, e sulle idee più che sulle persone, andrebbe avviata una seria, argomentata, approfondita riflessione sulle premesse storico-politiche che hanno portato a questo esito minaccioso e destabilizzante. È urgente una rivisitazione del ventennio berlusconiano, a partire però dalle cause vere che lo hanno reso possibile: dal dopo ’89 ai primi anni Novanta, dalle scelte della sinistra di allora, e del cattolicesimo democratico di allora, dalla dissoluzione dei grandi partiti, dalla involuzione istituzionale, che nell’illusione di una semplificazione dei canali del consenso attraverso l’elezione diretta di tutto quello che c’era da eleggere, ha provocato quella crisi di rappresentanza della società da
parte della politica, che sta davanti a noi come uno spazio vuoto da riempire con intelligenti riforme dello Stato e dei partiti.
E qui bisogna essere chiari. Non si può ridurre la complessità della domanda sociale, in una società frantumata comprendente una molteplicità selvaggia di figure di lavoro e di figure di impresa, di condizioni di vita bipolarizzate tra privilegio e miseria, di sensibilità umane cresciute nell’acculturazione di massa, di bisogni negati e diritti sovraeccitati, non si può rappresentare questo multiverso di nuovo popolo nella semplificazione di un nome sulla scheda, di una faccia sui manifesti, di una personalizzazione sul messaggio. Non basta quanto abbiamo visto in questo ventennio, non è sufficiente lo sfascio che si è procurato con questo sistema? Provaci ancora, Sam, magari da quest’altra parte? No, ci vuole un soggetto politico, che aderisca con la sua struttura organizzata a tutte le articolazioni di questo corpo sociale complesso, tanto più dentro una crisi che lo ha fatto emergere a coscienza, coscienza ancora confusa, elettoralmente ondivaga, perché non più orientata, non più diretta, non più appunto politicamente rappresentata. La sinistra non soffre per difetto di consenso, soffre per difetto di classi dirigenti, non perché non sa comunicare, ma perché non ha niente da dire, perché è stata svelta a buttar via le idee del passato e altrettanto svelta ad andare a prendere le idee del presente dal vocabolario dell’avversario di classe. E la parte di società che si riconosceva in essa non l’ha più riconosciuta. Farsi riconoscere autorità dalla propria parte è la condizione per meritare il rispetto della parte opposta, conquistando così pezzi del suo consenso. Una nuova generazione vuole cimentarsi in questo esercizio di alta politica? Ottimo. Vigileremo.
P.S. Accade qualcosa di simile, sempre, quando non si tiene in pugno la prospettiva, si lasciano andare le cose, si segue la corrente, quando si crede, e si fa credere, che il buono viene dal senso comune e il cattivo dal buon senso.

"Sono stato sessualmente molto attivo, ma senza nessun coinvolgimento": Luca Canali rivela ad Antonio Gnoli il segreto di Pulcinella del lavoro intellettuale


Luca Canali

Nato a Roma nel 1925, ha partecipato alla Resistenza con il Partito d’Azione

Poeta, docente universitario saggista e scrittore, è uno dei più grandi latinisti italiani 

Il grande latinista racconta memorie politica, incontri e ossessioni private 
“La storia insegna che il mondo è un incubo senza risveglio” 

“I miei stessi idoli erano canaglie. Cesare? un criminale di guerra” 

“Dagli studi alla famiglia, ho barato in tutto e la mia figlia segreta non sa che sono suo padre”

intervista di Antonio Gnoli Repubblica 29.9.13


Ad ascoltare Luca Canali, illustre latinista e scrittore, mentre narra la sua vita, sembra di piombare nel Grande Romanzo dell’Infelicità: «Non amo la solitudine, non l’ho scelta. Essa mi pesa enormemente. Eppure è qui, accanto a me, esigente nel rivendicare ogni volta il suo diritto. Faccio fatica a capire il senso di qualcosa che negli anni è diventata una prigione». Canali ha quasi 90 anni. Vado a trovarlo nel piccolo e modesto appartamento romano, pensando all’uomo la cui vita è stata illuminata dai lampi dell’antichità e da una remota militanza politica. Strane mescolanze in un’esistenza segnata da malattie dell’anima e da insidiosi pensieri: «Non ho mai voluto essere il migliore, e se qualche volta ciò è accaduto, la mia mente mi obbligava a pensare di essere nessuno». Epica di autolesionista, penso. Ma se scavo nel suo volto, ancora bello e grifagno, colgo una beffarda infelicità, e vi leggo il benvenuto ai piccoli inferni quotidiani.
Vive sempre così appartato?
«Ahimè, non sono quel che si dice un tipo mondano. Però non deve pensare che sia sempre stato così. Soprattutto da bambino avevo parecchi amichetti. Mia madre mi portava al Pincio, oppure sciamavo sotto casa. La mia è stata un’educazione stradaiola».
Chi erano i suoi?
«Mio padre faceva il carbonaio, mia madre era una maestrina. Lei si innamorò di quest’uomo strano, un donnaiolo impenitente. Soffrì di gelosia, come io avrei sofferto per tutto il resto. Abitavamo a Roma in via Gesù e Maria, una traversa di via del Babuino. Proprio davanti casa c’era un postribolo. Un altro era in via Laurina, uno in via della Fontanella, e uno in via Panisperna».
Anche quella fu un’educazione?
«Li ho frequentati, a volte ci andavo senza una necessità precisa. Per fiutare l’ambiente, perdendomi in certe sensazioni. Erano luoghi di interclassismo patetico e di superflue perversioni. Frequentato da vecchi renitenti alla leva del tempo che passa. Di non rassegnati. Ma anche luoghi creativi. Un grande latinista, Antonio La Penna, mi diceva: Luca, a me le migliori idee sono venute al casino».
Anche lei è un grande latinista.
«La ringrazio per il grande. La mia carriera di studioso fu frammentaria,incerta, pericolosa».
Andiamo con ordine. Dove ha studiato?
«Mia madre, ambiziosetta, mi mandò prima dalle suore inglesi e poi al Visconti: otto anni tra ginnasio e liceo. Frequentato da gente chic. Ero il solo a evidenziare un certo complesso di inferiorità. Vestivo male, portavo i maglioni dismessi da mio padre. Devo dire che i compagni di classe non avevano atteggiamenti di superiorità, erano i professori a discriminarmi un po’».
E lei subiva?
«Cercavo il riscatto negli studi. Mi mostrai bravo in latino e greco. Un professore di storia dell’arte, che sarebbe morto combattendo contro i tedeschi sotto le mura di San Paolo, ci aprì la testa leggendoci I fiori del male di Baudelaire eLe elegie duinesidi Rilke. Cominciai così ad amare la letteratura. A 16 anni scrissi le mie prime poesie che Ungaretti, con mia sorpresa, pubblicò sullaFiera letteraria.A giugno, quando finiva la scuola, con i compagni andavamo a fare il bagno al Tevere. Non dal “Ciriola”, dove spesso c’era Pasolini, ma da Ercole Tugli. Ci capitava di incontrare spesso Sandro Penna, del quale divenni amico».
Che ricordo ne ha?
«Un conversatore lamentoso ma non privo di fascino. Era come se la vita ogni volta gli morisse sulle labbra. Ricordo il suo incedere lento. Veniva giù da Ponte Vittorio, non lontano dal vicolo dove abitava, a braccetto della madre. Un gay d’altri tempi. Con i miei amici di scuola cominciammo a occuparci di politica. Scoprii l’esistenza del Partito Comunista. Si avvicinava la fine della guerra. Riparai in montagna per sfuggire alla ferma milita-re e infine mi iscrissi al partito.
Quanto è rimasto nel Pci?
«Sono stato nel partito dal 1945 al 1958. Ho diretto cinque sezioni romane, l’ultima in borgata. Il segretario della federazione, Otello Nannuzzi che aveva preso il posto di Aldo Natoli, mi disse: Luca, hai diretto solo sezioni borghesi, ti manca la classe operaia. E andai al Prenestino, dove rimasi un paio d’anni. Non ho mai pensato di fare una vera carriera politica, per mancanza di vocazione al compromesso. Poi nel 1958 – c’erano già stati i fatti di Ungheria – fui radiato dal partito. Buttarono fuori anche Tommaso Chiaretti, Mario Socrate, Dario Puccini e tra i pittori: Vespignani e Attardi. Venimmo accusati di revisionismo senza principi. Io nel frattempo mi ero iscritto all’università. E alla fine mi laureai con una tesi su Lucrezio».
Con chi?
«Con il terribile Ettore Paratore. Mi diede 110. Commentò, in seguito, che non poteva dare la lode a un comunista. Divenni suo assistente».
Era un uomo difficile. Un conservatore a oltranza, come poteva conviverci?
«Mi stimava. Era famoso perché bocciava a ripetizione. Ma era un genio, coltissimo. Aveva solo un debole: scriveva romanzi orrendi. Tanto che i figli, credo, sono stati costretti a farli sparire dalla circolazione. Nel frattempo mi riavvicinai al partito. Mario Alicata, che si occupava tra le altre cose anche de
dopo avermi cacciato, mi riprese come redattore. Ma quando morì, il suo posto di responsabile della cultura fu assunto da Rossana Rossanda».
Andai da lei e le dissi: scusa, ma lì io avevo il solo stipendiuccio, e per campare non ho altre entrate. E lei: hai l’università. E io: ma non prendo una lira. E lei: non ti preoccupare, vedrai che farai strada. E io, la guardai rassegnato».
«Mica fu semplice. Comunque divenni professore di ruolo e fui chiamato a insegnare a Pisa. Ho insegnato per 15 anni. Mi piaceva. Furono anni splendidi e durissimi. Ma alla fine non resistetti. E lasciai l’università».
«Ero doppiamente malato. Fui investito da una profonda depressione, che quando è seria ti viene voglia di ammazzarti; e l’altra malattia, fastidiosissima e fortemente condizionante, fu una psiconevrosi fobico ossessiva».
Come si manifestavano le sue ossessioni e fobie?
«Nel fatto, ad esempio, che le cose dovevano essere disposte in un certo modo. Ero capace di tornare improvvisamente a casa se solo fossi stato sfiorato dal dubbio che un certo oggetto era in un posto diverso da dove io lo immaginavo. O se avevo la sensazione di essermi dimenticato qualcosa che volevo ricordare, potevo restarne ossessionato per giorni. Perfino i nomi delle persone costituivano un problema. Se dimenticavo un nome, mi accadeva di passare nottate su un elenco telefonico per vedere se casualmente riaffiorasse. Tutto poteva trasformarsi in una ossessione».
Depressione e fobie però le ha superate.
«In forma blanda ancora ci sono».
Come le ha curate?
«Per anni, in un paesaggio di flebo e di lenzuola, mi sono imbottito di farmaci. E sono stato diverse volte in cliniche psichiatriche tentando di curarmi. Dalla depressione si può uscire; con le psiconevrosi è più difficile».
Si ricorre alla psicoanalisi.
«Ho fatto centinaia di sedute analitiche. Inutili. Da un punto di vista psicofisico il periodo migliore furono gli anni dell’impegno nel partito. Ero guarito. Forse perché ci credevo davvero.Forse perché io, che non ho mai avuto una fede, lì, avevo una fede. Poi, quando seppi dei crimini staliniani mi cascò il mondo addosso».
Perché dice che quelle malattie ancora non l’hanno abbandonata del tutto?
«Perché ancora oggi mi sdraio sul letto, chiudo gli occhi, e desidero non risvegliarmi più. E il risveglio è orrendo. Ancora oggi ho l’ossessione che non mi fa uscire da Roma. Sono decenni che non faccio una villeggiatura».
Si è dato una spiegazione?
«Non c’è spiegazione».
Non c’entra forse quel mondo antico che ha studiato?
«Non lo so. Francamente adoro la storia romana».
Cosa le ha insegnato?
«Che la storia è realismo e brutalità. Come diceva Stephen Dedalus: la storia è un incubo dal quale cerco inutilmente di svegliarmi. È un continuo scorrere di sangue, un moltiplicarsi di guerre e di morti. I miei stessi idoli erano delle canaglie. Cesare? Un criminale di guerra. Augusto? Grande politico, pessimo combattente le cui imprese descritte sono per metà false».
Lei ha anche scritto un Satyricon e collaborato con Fellini.
«Fu un’esperienza straordinaria vederlo dirigere il film. Il mio rapporto con lui fu propiziato da Antonello Trombadori. Fellini gli chiese se conosceva un latinista – senza il basco in testa, precisò ironico – che lo potesse aiutare non tanto a dirgli cosa fare, quanto cosa non fare. Aveva delle battute meravigliose. E diventammo amici. Per come si poteva intendere l’amicizia con lui. Qualcosa di volatile».
Lei ha scritto tantissimo.
«Sì, per anni ha fatto parte della mia terapia».
Citava Joyce, le piace?
«Lo preferisco a tutti gli altri scrittori del Novecento. Ulisse è il romanzo del buon umore. Mi attrae proprio per la sua natura così lontana dalla mia. E poi gronda sensualità: bassa, terrestre, vitale e avvolgente come una cappa di umidità».
Torniamo al sesso.
«Cosa vuole sapere?».
Dica lei.
«Con le donne sono stato spesso arrembante. E ho avuto molta fortuna. Ero un intellettuale colto e bello. Piacevo. Sono stato sessualmente molto attivo, ma senza nessun coinvolgimento. Ed era chiaramente il sintomo di una nevrosi».
Ci spieghi.
«Diciamo pure un problema sessuale. Quando mi innamoravo di una donna e subentravano gli affetti, non riuscivo più a fare l’amore fisico. Mi sembrava di commettere un incesto, perché quella donna diventava per me una sorella. Può immaginare cosa sia stato il mio matrimonio».
È sposato?
«Mia moglie è morta da parecchi anni. Fu un errore sposarmi. Non ero adatto. Ha molto sofferto. Mi sono occupato di quell’opera colossale che fu l’impero romano e la sua caduta e non vedevo che la decadenza era in casa».
Ha figli?
«Una figlia, ormai grande e...».
E...
«Una figlia segreta, con la quale parlai una sola volta, nascondendole il fatto che ero il padre».
Lo dice con un senso di rimpianto.
«Per molto tempo questa storia mi ha fatto soffrire. La madre – una donna importante, con due matrimoni alle spalle – mi impedì di vederla. Poi i medici mi consigliarono che era meglio così e mi rassegnai».
In fondo, non è stato un uomo fortunato.
«Qualche fortuna grande, e molte sfortune. Le malattie sono state un grosso impedimento. Ogni tanto ripenso ai continui litigi tra i miei genitori. Mia madre disprezzava mio padre e lui se ne fregava. Credo di non avere mai avuto una vera famiglia».
L’ha condizionata?
«Non ne sono proprio sicuro. Forse ho perfino vissuto più liberamentela mia vita».
Come si vede nell’imminenza dei 90 anni?
«Sono contento di me ma non della mia vita. La mia mente continua a funzionare anche quando non vorrebbe. Anche quando vorrei che tutto tacesse. A volte mi penso morto e immagino il mio corpo che si decompone. E l’angoscia riemerge. No, non sono stato decisamente fortunato. Nel gioco non ho avuto belle carte».
Lei ha scritto, ora ripubblicato, quello che in molti ritengono il suo libro più bello:Autobiografia di un baro. Perché “baro”?
«Fa parte della psicologia insana. Spesso ho la sensazione di barare. Perché i miei strumenti intellettuali, le mie parole coprono un’infelicità, un dolore, un fallimento. Ho barato in politica perché dopotutto non me ne fregava più di tanto; ho barato in famiglia, come può fare un marito inadatto; ho barato all’università non riuscendo a dare ciò che avrei potuto, o nascondendo i miei limiti. Solo come infermo mi pare di avere agito senza trucchi».

Nostalgia di Bottino


Marco Gervasoni: La guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal '68 a Tangentopoli, Marsilio, pp. 208, euro 19

Risvolto
Perché nell'Italia repubblicana la sinistra non ha - se non rarissimamente espresso una premiership di governo? Perché è apparsa, rispetto a quanto avveniva in altri contesti europei, "figlia di un dio minore"? Mille sono le ragioni del fallimento, prima di tutto culturale, di una famiglia politica, che pure è stata oggetto di ammirazione, negli anni sessanta e settanta, da parte dei progressisti di altri paesi. In questo libro Marco Gervasoni fornisce un'interpretazione storica basata su quello che ritiene un fattore fondamentale per la débâcle della sinistra italiana: il peso abnorme esercitato dal comunismo, unito alla scarsa volontà, prima, e all'incapacità poi, dei socialisti di controbattere a questa egemonia. Da sempre viva, per ragioni sistemiche e ideologiche, la competizione tra le due sinistre, Psi e Pci, si inasprì davanti alla sfida culturale rappresentata da Bettino Craxi a cui il Pci reagì trasformando il segretario socialista nel principale dei propri nemici. Così, se per Craxi Enrico Berlinguer era un politico refrattario alla modernità; per il segretario Pci, il leader socialista era un "bandito politico". Due personalità carismatiche opposte tra loro tanto da far intravedere due Italie: irrimediabilmente in crisi (economica, morale e politica) quella di Berlinguer; dinamica e aperta al mercato e ai consumi, quella di Craxi.


Nel libro di Marco Gervasoni, "La guerra delle sinistre" (Marsilio), la rivalità tra Craxi e Berlinguer e i conflitti che ne sono seguiti. Perché la sinistra italiana è sempre stata “costretta” a esecutivi di coalizione con forze di centro

Massimiliano Panarari Europa 29 settembre 2013

Lotte intestine e danni mortali

Una mostra a Palazzo Strozzi e chili di orientalismo




L'Avanguardia russa
, la Siberia e l'Oriente. Kandinsky, Malevič, Filonov, Gončarova


Trasgressivi e conformisti
Alberto Arbasino Corriere Della Sera

L'avanguardia russa tra Buddha e Shiva 

L'educazione siberiana
Riti sciamanici e spiritualità indiana Così l'avanguardia guardava a Oriente
A Palazzo Strozzi le radici del modernismo russo. Da Kandinsky a Malevic: 179 tra dipinti e oggetti


di Marco Gasperetti Corriere 29.9.13

I due universi dell'Avanguardia si mostrano e si ibridano, apparentemente incongrui, negli sguardi bifronti verso oriente ed occidente. Manifestandosi nel simbolismo dell'aquila bicipite, sigillo della Russia imperiale, o negli occhi bianchi e inquieti dei lupi che nella notte di ghiaccio siberiana (come li ha perpetuati nel 1912 Aleksej Stepanov), fissano orizzonti opposti. E ancora nel Cerchio nero di Kazimir Malevic, un'improbabile porta d'accesso e di fuga dal mondo (bianco) dello sfondo verso altre dimensioni artistiche e filosofiche e nella Macchia nera, capolavoro di Wassily Kandinsky. Oppure nell'unione dissacrante dei volti umani e animali nella Scena della vita dei selvaggi di Pavel Filonov (i buoi hanno sembianze umane, gli uomini bovine) che sembrano cibarsi nel folclore della tradizione contadina e allo stesso tempo trasfigurarsi nello sciamanesimo, che come un vento freddo siberiano, ha spazzato le certezze occidentali della Grande Madre Russia. Un caleidoscopio di opposti disegnato in un capitolo di storia anch'esso incongruo: la vigilia della Rivoluzione d'Ottobre, che avrebbe imposto altri canoni, materialisti e realisti, e in parte cancellato e represso questi fermenti straordinari.


La cosa più sorprendente, nella mostra sontuosa L'Avanguardia Russa La Siberia e l'Oriente (Palazzo Strozzi sino al 19 gennaio) è che queste suggestioni, questo clima inquieto di trasformazione alchemica, è avvertibile come una vibrazione, passo dopo passo, dipinto dopo dipinto, scultura dopo scultura. E non è soltanto Wassily Kandinsky a monopolizzare «inevitabilmente» l'esposizione e neppure le opere straordinarie (molte delle quali esposte per la prima volta in occidente) di Benois, Bakst, Larionov, Malevic, Filonov e Goncarova e di altri 42 artisti, ma questa atmosfera «altra» ricreata alla perfezione dai curatori John Bowlt e Nicoletta Misler e dall'allestimento dell'architetto Luigi Cupellini.

Quella di Palazzo Strozzi è un'esperienza unica tra le emanazioni di 130 opere (79 dipinti, acquerelli e disegni; 15 sculture e 36 oggetti etnoantropologici e incisioni popolari) e le «scenografie» delle undici sezioni (mura bianco ghiaccio, altre dai colori che evocano le antiche pareti di legno, foto delle steppe, strutture lignee ottagonali) che accende sensibilità individuali e costruzioniste come in un cammino storico-artistico verso l'ignoto. Anzi, gli ignoti, generati dall'unione tra le culture occidentali e orientali e il sommovimento comunista prossimo a deflagrare. Fuoco e ghiaccio, spiritualità e materialismo, ignoto e realismo.

Ci si potrebbe perdere nella mostra fiorentina, come nella tundra e nella steppa, se non ci fossero i punti di riferimento delle undici sezioni. Dedicate alle fonti esotiche dalla Grecia al Siam, all'incantesimo dell'Oriente, al Giappone, alla Cina come impero dei segni. E ancora agli influssi delle stampe orientali, alle immagine taumaturgiche, agli idoli lunatici e agli spiriti silvani. E a quel panteismo artistico che pervade tutta la rassegna.
C'è anche un filo d'Arianna. Che si dipana partendo dal Grande Viaggio, quello dello zarevic Nicola II ventiduenne e futuro zar di tutte le Russie, il 26 ottobre 1890, s'imbarca a Trieste per l'Oriente. Un viaggio iniziatico tra Cina e Giappone, Ceylon e Giava, Siam e India nel quale raccoglie migliaia di regali preziosi (oggi conservati all'Ermitage e al museo antropologico di San Pietroburgo) e che nel 1893 diventano protagonisti di una mostra a San Pietroburgo. I doni ricevuti dal principe ereditario svelano nuovi interessi, aprono nuovi orizzonti nell'arte.
«Che in parte sono già presenti nella cultura russa — spiega Nicoletta Misler — come l'animismo, lo spiritualismo quella sorta di panteismo artistico. La grande Russia non è formata da colonie, nonostante le distanze e le differenze, ma da un impero che ne è la sua stessa essenza. Queste culture conviveranno anche dopo la Rivoluzione d'Ottobre e neppure la repressione stalinista riuscirà ad estirparle».
La mostra è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, Mibac, sovrintendenza al polo museale fiorentino, museo statale di San Pietroburgo, galleria Tretyakov di Mosca e con la partecipazione di Comune, Provincia e Camera di Commercio di Firenze, Regione Toscana e con il sostegno della Banca CR di Firenze.


Fiabe, demoni e giganti: la bellezza (letteraria) del doppio
di Roberta Scorranese Corriere 29.9.13

«Gratta gratta, sotto ogni russo troverai un tartaro», recita un proverbio moscovita. Più che di affinità elettive, il sapere popolare evoca un Paese vastissimo, multiforme, dove le contrapposizioni, come i confini, si dissolvono nella nebbia. D'altra parte, fino a due secoli fa, la Russia era semplicemente «l'Oriente» per molti europei. Un Oriente vago, dagli echi mongoli o siberiani, alimentati da una letteratura che elevò a poesia certe fiabe della steppa, tramandate oralmente durante i lunghissimi pomeriggi bui nelle dimore aristocratiche.
Ma un tartaro lo si trova anche grattando sotto i demoni di Dostoevskij, sotto i broccati delle dinastie narrate da Tolstòj, persino dietro la resistenza passiva messa in piedi da Oblomov, l'accidioso personaggio di Goncarov. Perché il dividersi tra un'anima «orientale» e una «occidentale», non è stata solo una prerogativa delle Avanguardie in mostra a Palazzo Strozzi: l'oscillazione tra il «primitivismo» delle tradizioni dei confini e l'educazione alla modernità delle corti dell'ovest (come quella francese), ha attraversato tutta la letteratura russa dell'Ottocento, ora in silenzio ora con fragore.
La stessa rivoluzione narrativa di Puškin è una mescolanza di folclore e nitidezza realistica: nel poema Ruslan e Ljudmila (1820) ci sono «maghi dal volto sereno», cavalieri, lance e teste di gigante che spuntano nella steppa. Ma non si pensi alla tradizione cavalleresca occidentale: l'epos russo è altra cosa. È difesa dell'innocenza originaria, è barriera contro il moderno. Fino al cinismo.
Ed è forse questo l'humus da cui nasce l'altra grande figura letteraria russa: l'antieroe di Lermontov. O di Dostoevskij, l'uomo dal rigoroso senso della giustizia interiore che l'ambiente cerca di guastare, il difensore di una purezza primitiva destinata a tramutarsi in cupo pessimismo. Ma in questo richiamo ad un'origine (o presunta tale), non c'è nostalgia.
Anzi. «Lermontov è un uomo che vive tutto nel presente (...) e il presente vive in ogni goccia del suo sangue», osservava il critico Vissarion Belinskij. Così come la ferita morale di Raskolnikov (in Delitto e castigo di Dostoevskij) è forte, fa male ancora oggi e ancora oggi accende la discussione.
Nel 1836, poi, la polemica tra «occidentalisti» e «slavofili» esplode con la pubblicazione della prima versione russa delle Lettres sur la philosophie de l'histoire in cui il filosofo Piotr Caadaev afferma senza mezzi termini: «Noi siamo, per così dire, stranieri a noi stessi (...) È la naturale conseguenza di una cultura tutta importata e d'imitazione. Non c'è da noi uno sviluppo interiore, un progresso naturale». Ne nasce un putiferio, un dibattito che resterà vivo fino al secolo scorso.
Eppure, quel che oggi il lettore innamorato coglie, è semplice e nitido: questa doppia anima russa è stata la linfa stessa della sua bellezza letteraria. Alto e basso. Il linguaggio del Viaggiatore incantato di Nikolaj Leskov (la cui forza narrativa, tra dialetti e etimologie popolari, ha ispirato un magnifico saggio di Walter Benjamin); il mondo contadino di Nikolaj Nekrasov e il suo «infinito amore per il popolo», come ebbe a dire Dostoevskij.
Accanto a questo gusto pittorico del racconto, c'è l'eco delle religioni orientali nelle opere di Gurdjieff, l'attrazione per la cultura slava da parte del «poeta viandante» Velimir Chlebnikov (futurista, uomo che visse in un ossessivo nomadismo). In quest'altalena tra culture si ritrova un doppio percorso, quasi una lacerazione irrorata di fantasia, favola, follia. In un modo tutto particolare di sentire la realtà, prima ancora che di vederla. Come scrive Dostoevskij in una lettera a Nikolaj Ljubimov: «Nei Demoni c'è una quantità di personaggi che mi sono stati contestati come meramente fantastici. Ma in seguito, che lei lo creda o no, sono stati tutti confermati dalla realtà, il che significa che erano stati esattamente intuiti». In quell'espressione, «esattamente intuiti» c'è un mondo intero.

I giovani leader antizaristi che conquistarono il balletto
Diaghilev li volle con sé, col teatro girarono il mondodi Francesca Bonazzoli Corriere 29.9.13

«L'immagine esteriore della Goncarova. La prima cosa: coraggio virile. Della superiora di un monastero. Di una giovane superiora. La franchezza dei lineamenti e dello sguardo, la serietà - oh non severità - di tutta la fisionomia. Una persona che prende tutto sul serio. Quasi senza un sorriso, ma quando il sorriso c'è - incantevole». Così la poetessa Marina Cvetaeva descriveva Natalija Goncarova, la giovane aspirante artista che nel 1900 incontrava Michail Larionov «un immenso e bruciante figlio del popoloi mpulsivo, generoso e imprevidente, un lottatore nato, d'incurabile romanticismo», secondo le parole di un altro poeta, Guillaume Apollinaire.
La coppia di punta dell'avanguardia russa, dunque, non poteva essere caratterialmente più diversa. Eppure Goncarova e Larionov, dai banchi della Scuola di pittura, scultura e architettura di Mosca non si separarono più. Lei, pronipote della moglie di Puskin, era nata nel villaggio di Nagaevo, vicino a Tula, nella Russia centrale; mentre nello stesso anno, il 1881, lui nasceva a Tiraspol', in Moldavia, allora Bessarabia. Appartenevano insomma anche col carattere — l'uno riservato, l'altro esuberante — a due Russie diverse, quella del Nord e del Sud. Dal 1905 al 1915, per dieci anni, sono la coppia leader dei pittori di sinistra che contestava la società zarista e il perbenismo borghese. Lui si era ritagliato un ruolo più teorico, con la stesura di manifesti e dichiarazioni artistiche; lei si concentrava sulla pittura tanto che, quando nel 1913 allestì a Mosca la prima personale, espose oltre settecento opere. Sergej Diaghilev ne rimase impressionato e scrisse: «Questa donna trascina tutta Mosca e tutta San Pietroburgo dietro di sé: non si imita solo la sua opera, ma la sua personalità: si è dipinta dei fiori sul corpo. E immediatamente la nobiltà e la bohème l'hanno seguita con cavalli, case, elefanti, disegnati e dipinti sulle gote, sulla fronte e sul collo, oppure con il viso pitturato metà di blu e metà di ocra».
Proprio l'incontro con Diaghilev rappresenterà per entrambi una svolta, nell'arte come nella vita. L'impresario dei Balletti Russi, infatti, incaricò Natalija di disegnare costumi e scenografie per «Le coq d'or» di Rimskij-Korsakov. La Goncarova si ispirò all'amato repertorio primitivista con richiami alle icone, ai lubki (le stampe popolari), ai giocattoli, ai pizzi e fu un grande successo. Da quel momento anche Larionov venne coinvolto nell'attività di Diaghilev e il suo impegno fu tale che abbandonò la pittura per mettersi a progettare anche le coreografie. Il teatro portò la coppia a viaggiare a Parigi, in Svizzera, Spagna e dal 1919 a trasferirsi definitivamente a Parigi.
È così che l'intonazione folkloristica e primitivista del periodo moscovita si andò attenuando. Se nel 1913 nel manifesto del Raggismo Larionov proclamava «Viva il bellissimo Oriente! Viva il carattere nazionale! Siamo contrari all'Occidente che ha banalizzato le forme nostre e quelle orientali e che livella tutto»; se la Goncarova, in una serata del 1911 al Museo politecnico sosteneva davanti ai colleghi pittori che «Il cubismo è una buona cosa, ma non è poi così nuovo; le "streghe" di pietra degli sciti, le bambole di legno dipinte vedute nelle fiere, sono anch'esse delle opere cubiste», dopo il trasferimento a Parigi i due fanno i conti con il fatto che anche le altre avanguardie europee avevano il loro primitivismo cui guardare, a cominciare dall'arte africana che innescò il cubismo di Picasso. Sia Larionov che Goncarova si confrontarono con tali pitture e il loro radicalismo si trasformò in mediazione fra cultura russa e cultura occidentale.
Ben diversa dal radicalismo dell'approccio teorico del sacerdote ortodosso Pavel Florenskij, studioso di matematica, fisica e arte. Per lui il valore delle antiche icone è tutt0altro che semplicemente etnico o decorativo: «Fra tutte le dimostrazioni filosofiche dell'esistenza di Dio», scrive Florenskij a proposito della celebre icona medievale di Rublëv «suona come la più pervasiva quella di cui non si fa menzione nei manuali: si può formulare con il sillogismo: Esiste la Trinità di Rublëv, perciò Dio è».
Una posizione teoretica radicale che manderà piuttosto i suoi riverberi sul Suprematismo, magico e spirituale, di Malevic.

Ma il Giappone reagì alle notti disinvolte del rampollo Romanov
di Serena Vitale Corriere 29.9.13

Il viaggio in terre orientali che il futuro zar Nicola II intraprese alla fine dell'Ottocento rientra evidentemente nella tradizione del «Grand Tour», ma ebbe anche un forte significato politico, culturale e, non da ultimo, simbolico. Questo lungo itinerario attraverso l'Eurasia non nasceva da smanie espansionistiche della Russia, ma era piuttosto un modo per riaffermare la sua potenza sui mari. Il ventiduenne erede al trono si imbarcò su una fregata dal nome evocativo, «Pamiat' Azova», «Ricordo di Azov»: memoria del viaggio nel Sud compiuto da Pietro il Grande che aveva compreso la necessità di una flotta degna di una potenza imperiale per assicurare alla Russia l'agognato sbocco sul mare, e insieme memoria del famoso viaggio di Caterina in Crimea (la zarina e il suo seguito ovviamente si fermarono anche ad Azov, definitivamente sottratta al dominio turco) che nel 1787 aveva sancito la potenza militare russa nei confronti dell'Impero Ottomano.
Nel caso dello zarevic Nikolaj c'era un altro aspetto non meno importante: la presenza del giovane rampollo di casa Romanov aveva il compito di confortare le popolazioni di domini lontani, gli abitanti di un impero sterminato, dai confini difficili da tracciare. Alcune regioni degli Urali, oltretutto, poco tempo prima avevano dovuto affrontare una terribile carestia.
Infine, il viaggio del giovane era dovuto anche a motivi squisitamente privati: il ventiduenne erede al trono (che peraltro aveva un relazione con la ballerina classica Matilda Kshesinskaja) era innamorato di Alice, principessa d'Assia e del Reno, ed era deciso a sposarla. Lo zar Alessandro III si opponeva a un matrimonio che non giudicava opportuno dal punto vista della strategia diplomatico-politica: i nove mesi di assenza avrebbero aiutato il figlio, credeva, a dimenticare l'una e l'altra donna. Invano: dovette poi benedirne il matrimonio con la donna che divenne la zarina Aleksandra Fjodorovna.
In Giappone, mentre in un corteo di risciò attraversava Otsu, lo zarevic subì un attentato da parte del poliziotto Tsuda Sanzo; l'uomo lo colpì al capo con una sciabola, anche se non mortalmente. Sono ancora controversi i motivi del gesto — probabilmente si trattava di fanatismo religioso. I giapponesi, come è noto, sono molto attenti ai rituali (sociali e religiosi) e, a quanto pare, il principe aveva avuto una condotta non propriamente morigerata (a Nagasaki, in privato, aveva frequentato un locale malfamato, si era fatto fare un tatuaggio), né tutti i dignitari russi che lo accompagnavano avevano mostrato il dovuto rispetto nei luoghi di culto. All'attentato, che avrebbe potuto avere gravissime conseguenze, fino alla guerra, nei rapporti fra i due Imperi, seguirono le scuse del Giappone, e lo stesso imperatore Meiji andò al capezzale del giovane ferito.
(Testo raccolto da Roberta Scorranese)
Serena Vitale è scrittrice e slavista. Il suo ultimo libro è «A Mosca, a Mosca!» (Mondadori)


Pittori o sciamani? Quando i russi si innamorarono dell'Oriente
Francesca Amé - il Giornale Mar, 29/10/2013 

Fuoco e ghiaccio
A Firenze la mostra sull’Avanguardia Russa che guardava a Oriente
A Palazzo Strozzi le opere di Malevic, Kandinskij, Bakst, Filonov e Gontcharova, ma anche ottimi artisti minori Un fil rouge che si srotola fino al Giappone. Peccato per l’allestimento fin troppo didascalico
di Marco Di Capua l’Unità 2.11.13

MATCH GEOPOLITICO E GUERRA CULTURALE SEMIFREDDA TRA DUE GRANDI MOSTRE ATTUALMENTE IN ITALIA. PERCHÉ, mentre a Palazzo Reale di Milano dominano Gli Irascibili, e cioè Jackson Pollock & Company, e dunque in filigrana leggi l’America liberal che dai Kennedy arriva a Obama, a Palazzo Strozzi di Firenze c’è Putin. Nel senso che questa interessantissima esposizione, L’Avanguardia russa. La Siberia e l’Oriente (fino al 19 gennaio) respira forte, a pieni polmoni, il vento di recupero nazionale e imperiale che oggi soffia da Mosca e in tutte le direzioni e le terre e le piccole patrie dell’ex Urss.
Ne parliamo tra un attimo, però prima, già che ci siamo andati e abbiamo toccato con mano, diciamo ciò che nella mostra è proprio brutto. Mio Dio, l’allestimento. Un disastro.
In totale e quasi simpatica controtendenza con il trend attuale tutto less is more perfino ove si tratti di mettere i cartellini coi nomi degli autori e le date, ecco un massiccio bombardamento a tappeto di intrusioni storico-didascalico-pedagogiche, viste come trionfo, intaso e accumulo ossessivo del «tranquilli, adesso vi spieghiamo tutto noi!», attraverso tazebao e manifesti esplicativi e perfino disquisizioni sporgenti ad altezza ginocchio (attenti alla rotula!), con invasive domande tipo: «che rapporti hai con il cyber-spazio?». E ciò accanto o sotto, magari, a un incolpevole Malevic.
IL DIRETTORE RISPONDE
Giro il mio disagio al Direttore di Palazzo Strozzi, James Bradburne, e lui cortesemente ma fermamente obietta così: «Da noi, pannelli e didascalie per famiglie accompagnano ogni allestimento, e in questo caso in cui il tema è complesso un simile accompagnamento era ancora più necessario. Non mi sembra che all’estero si tenda a ridurre l’apparato didattico, era una tendenza ormai superata e risalente agli anni Ottanta. Palazzo Strozzi si basa sulla ricerca, e la ricerca ha dimostrato che gli oggetti “parlano da sé” solo a coloro che sono già informati, una piccola parte del pubblico. Una presentazione “non mediata” fa parte di un approccio non più giustificabile né dalla teoria né dalla pratica. Desideriamo far partecipare il visitatore. Di qui la presenza di domande nel percorso per famiglie e bambini. La dimensione dei testi è dovuta a una precisa volontà di leggibilità».
Ok, ma non ci sono già tutte quelle robe tecnologiche, nelle salette apposite? Non bastano quelle per i piccini, per altro sveltissimi sui touch screen? Bisogna asfissiare e alla fine tramortire così un’opera d’arte? È vero che da una mostra dobbiamo ricavare significati, un qualche senso, ma ciò spetta allo sguardo e a menti concentrate. Accidenti, soprattutto quando contempliamo opere che nacquero invocando una qualche purezza. Il silenzio. Dico questo davanti a una parete, proprio all’inizio del percorso, dove il Cerchio nero di Malevic è confinato sulla sinistra di un pannello che a destra e al centro esibisce la megaspiegazione del quadro medesimo. Stupefacente.
E veniamo al bello. La mostra, curata da John Bowlt, Nicoletta Mister e Evgenia Petrova (catalogo Skira), presenta 130 pezzi, e cioè 79 dipinti, 15 sculture e 36 oggetti di tipo etnoantropologico, per cui qui non solo quadri ma il senso profondo di una fascinazione e di un richiamo, quella per i misteriosi e leggendari Orienti, covati nella pancia turbolenta dell’Avanguardia russa tra Otto e Novecento.
Ci sono i bei nomi: oltre a Malevic, Kandinskij, la stupenda, barbarica Gontcharova, Larionov, Léon Bakst, Filonov, Burljuk. Ma ecco anche, tra i molti, pittori meno noti come lo stupendo, solido fauve Ilja Maskov, Petr Kontchalovskij, o come quel povero Gurkin, che amava dipingere sciamani e laghi ghiacciati e che nel 1937 fu fucilato con l’accusa di spionaggio a favore del Giappone. Infatti qui, ecco un sacco di stampe giapponesi, perché l’occhio laggiù cadeva di preferenza, come si sa. Meno si sapeva dei culti sciamanici delle popolazioni siberiane che sedussero fior di intellettuali. In mostra tamburi rituali e statue paleolitiche e idoli, simboli inquieti degli spiriti dei boschi e del deserti, vezzeggiati e stilisticamente copiati tali e quali nei lavori dei giovani, ferventi primitivisti di allora.
Non sapevo affatto, né me lo immaginavo, che esattamente un secolo fa, nel 1913, fu innalzato a San Pietroburgo il primo tempio buddista, sotto la doppia bandiera russa e tibetana: Nicola II e molti della sua corte erano interessatissimi al Buddismo, praticavano la meditazione, collezionavano oggetti venuti dal Tibet. Dunque, non solo l’orrido Rasputin attorno a quello stravagante, tragico trono?
Ora: un martellamento ritmico di danza pagana echeggia, notoriamente, nella Sagra della Primavera di Stravinsky, ma facendo il viaggio mentale ispirato da questa mostra ti ricordi un’altra cosa. Anzi due, una buona e una cattivissima. Quella buona è Derzu Usala, il piccolo uomo delle grandi pianure. È il film di Akiro Kurosawa, tratto dalle memorie di viaggio in Siberia di Arsenev, del 1923. L’aria e le date e le facce sono quelle lì. Lo spirito di Derzu si aggira per queste sale. Quella cattiva riguarda la storia di Roman Von Urgen-Sternberg, Il Barone sanguinario nel racconto di Vladimir Pozner pubblicato da Adelphi. Accidenti: quando dici il richiamo dell’Oriente, del Buddismo... E poi lo impasti con la reazione, con il viscerale, disperato disgusto per ciò che è «moderno». Urgen, a capo di un ferocissimo esercito paranazista e razzista di mongoli, cosacchi e tibetani si credette Gengis Khan, terrorizzò intere popolazioni a est della Russia, ammazzò migliaia di comunisti e di ebrei, e finì, con gran sollievo generale, fucilato su ordine di Lenin.
Storie di fango e di sangue, figure del Buddha assise tra i falò di accampamenti notturni, di assedi, di massacri. Che l’aria a Palazzo Strozzi non sia esattamente quella di un delicato, tenero vagheggiamento new age lo conferma la presenza del tatuatissimo Nicolai Lilin lo scorso 29 ottobre. Sapete, quello di Educazione siberiana. L’argomento che propone è: «La mia Siberia. Una terra di confini e al centro dell’Universo». (Prima dell’uso leggere attentamente le avvertenze).


Firenze
Quel vento d’Oriente sull’avanguardia russa
di Paolo Russo Repubblica 24.11.13

FIRENZE La mostra di Palazzo Strozzi è affascinante, nevralgica, di rara complessità. E viene da lontano. Fu infatti a fine Ottanta che James Bradburne, dal 2006 direttore della Fondazione Strozzi, la concepì negli Usa con noti specialisti. Come John Bowlt, oggi fra i curatori deL’Avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente (fino al 19 gennaio), con Nicoletta Misler ed Evgenija Petrova, direttrice del Museo Russo di San Pietroburgo. Con 130 fra dipinti, acquerelli, disegni, grafiche e sculture – di, fra i tanti, Kandinskij, Malevic, Larionov, la Goncarova, Filonov – poste in dialogo con 36 preziosi reperti etnoantropologici della Russia asiatica, la mostra ritesse la smisurata, fittissima rete di relazioni fra le culture orientali – anche esterne allo sconfinato impero: Mongolia, Persia, Siam, Cina, Giappone – e parte delle avanguardie russe, suprematismo in primis, del primo Novecento. Che, con modi ed esiti certo non univoci ma tutte egualmente avvinte dall’Oriente, vi si ispirarono, traendone irrinunciabili modelli e fondante diversità, spirituale e/o formale, dai coevi “ismi” europei.
In quella enorme macchina sincretica, raccontano la mostra e il bel catalogo (Skira), agirono lo sguardo zarista a Est, le spedizioni geografiche, viaggi e collezionismo anche di tanti artisti, esotismo e cineserie, le forti migrazioni interne con conseguenti flussi di culture e religioni (San Pietroburgo inaugura, fra India e Art Nouveau, il suo tempio buddista nel 1915), fino alla programmatica resistenza all’Occidente razionale e scientifico in cui la cultura russa fra Otto e Novecento non voleva riconoscersi (e col quale farà comunque i conti).
Risulta fortissimo, in quegli anni, il richiamo dei russi d’Europa verso una intensa spiritualità e l’alterità – un’alterità comunque riconoscibile: la Grande Madre Russia – delle sterminate distese siberiane, della loro natura, colori e luci, dei loro antichissimi usi, popoli e riti magici, così come delle millenarie culture confinanti. Rivelatore e motore di questo “risveglio della memoria”, il viaggio dello zarevic, il futuro Nicola II, che partito da Trieste il 26 ottobre 1890, visitò via mare Grecia, Egitto, India, Indonesia, Siam, Cina e Giappone, tornando – dopo aver inaugurato a Vladivostok il terminale dell’ancora erigenda Transiberiana e percorso in trionfo l’intera Siberia – a San Pietroburgo il 4 agosto 1891, con 1313 fra doni e reperti. Che nel 1893, in una mostra epocale, rafforzeranno la passione per la ritrovata sorella asiatica.
Vent’anni dopo, nella Parigi capitale del mondo, il grande Diaghilev di quella Russia arcaica, esotica e fiammeggiante, esporterà una versione di “scandaloso” successo coi suoi Ballets Russes, il carisma di Nijinski, il genio di Rimski-Korsakov e Stravinskij, pennelli e fantasia di Alexandre Benois, Bakst e Roerich, tutti ben documentati in mostra. Il cui percorso e pregio non son certo solo artistici. Tuttavia, nella sua scelta copia di opere d’arte e reperti, oltre ad un’interessante antologia di artisti russi poco o punto noti, spiccano numerosi i capolavori. E si fa torto al loro numero citando solo alcuni dei maggiori: Il vuoto, Statue di sale e Natura morta con scultura della Goncarova; l’attrazione sciamanica del Kandinskij di Ovale bianco e Ovale grigio, i suoi Macchia nera e Due ovali; il Filonov inafferrabile diCosmo, Oriente-Occidente e Occidente-Oriente; Borisov con la misterica Eclisse nella Novaja Zemlija; l’apocalittico Bakst di Terror Antiquus, fino alla spiritualità assoluta dell’immenso Malevic di Cerchio nero e Supremus n. 58.