
Albert Camus:
Il calendario della libertà, Castelvecchi
Risvolto
Gli
scritti raccolti in questa antologia, molti dei quali tradotti per la
prima volta in italiano, testimoniano l'evoluzione del pensiero politico
di Albert Camus, il suo impegno di intellettuale libero in una fase
cruciale della storia europea. Sono articoli, interventi pubblici,
interviste e conferenze che abbracciano un ampio periodo della vita
dello scrittore: dal 1939, nel pieno della sua formazione culturale e
politica, fino al 1956, l'anno precedente il conferimento del premio
Nobel per la letteratura. In un processo d'incessante dialogo tra realtà
e coscienza, sfilano tutti i temi centrali della riflessione di Camus:
la causa della Repubblica spagnola, la questione algerina, la critica
all'imperialismo sovietico, il ruolo dell'intellettuale e l'idea di una
"società dei popoli" sovra-nazionale che salvaguardi gli individui dalla
violenza degli Stati. Prende così forma il ritratto di un uomo messo di
fronte a delle scelte difficili, in un contesto dilaniato prima dalla
guerra e poi dalla contrapposizione delle ideologie e degli
imperialismi. Nel mai eluso confronto con il proprio tempo e nel
coraggio delle prese di posizione, il Camus politico, inscindibile dal
filosofo e dal narratore, mostra oggi la sua quanto mai necessaria
attualità.
Ottimista, federalista e filo americano. Ecco l'"altro" Camus
A
un secolo dalla sua nascita e a quasi 54 anni dalla sua morte, conviene
a tutti rileggerlo e riascoltarlo. Ecco una silloge dei suoi pensieri
Albert Camus
- il Giornale Sab, 09/11/2013
Albert Camus Avvenire 4 novembre 2013
Camus, il lato oscuro della verità
Lo scrittore deve saper svelare anche i dubbi angosciosi del rivoluzionario Dietro i dubbi l’angoscia (la speranza) del vivere
di Albert Camus Corriere 31.10.13
Il testo qui pubblicato è una recensione di «Vino e Pane» di Silone.
Inedita in Italia, uscì il 13 maggio 1939 su «Le Soir Républicain» ed è
tratta dall’antologia «Il calendario della libertà», edita da
Castelvecchi a cura di Alessandro Bresolin
Più i conflitti rivoluzionari saranno dolorosi e più saranno attivi. Il
militante convinto troppo in fretta sta al vero rivoluzionario come il
bigotto sta al mistico. Perché la grandezza di una fede si misura con i
suoi dubbi.
Le edizioni Grasset hanno appena pubblicato un’eccellente traduzione del
romanzo di Ignazio Silone, Vino e pane . Si tratta di un’opera che si
occupa dei problemi attuali. Ma la miscela di distacco e angoscia con
cui vengono affrontati questi problemi permette di salutare, in Vino e
pane , una grande opera rivoluzionaria. E per diversi motivi.
Innanzitutto, questo romanzo è senza dubbio quello di un antifascista.
Il messaggio che porta però va al di là dell’antifascismo. Perché questo
rivoluzionario esiliato per anni, dopo essere evaso da un campo di
concentramento, se torna in Italia e se scopre sempre dei motivi per
odiare il fascismo, vi trova al contempo dei motivi per dubitare. Non
certo della propria fede rivoluzionaria, ma del modo in cui si
esprimeva. Uno dei passaggi culminanti di questo libro è senz’altro
quando Pietro Sacca, il protagonista, a contatto con la vita semplice
dei contadini italiani, si chiede se le teorie con cui ha travestito
l’amore che provava per quel popolo non l’hanno allontanato da quello
stesso popolo. È qui che possiamo valutare quest’opera come
rivoluzionaria. Perché un’opera simile non è affatto quella che esalta
le vittorie e le conquiste, ma quella che svela i conflitti più
angoscianti della Rivoluzione. Più questi conflitti saranno dolorosi e
più saranno attivi. Il militante convinto troppo in fretta sta al vero
rivoluzionario come il bigotto sta al mistico. Perché la grandezza di
una fede si misura con i suoi dubbi. E quello che investe Pietro Sacca
nessun militante sincero, proveniente dal popolo e deciso a difenderne
la dignità, può ignorarlo. L’angoscia che coglie il rivoluzionario
italiano è la stessa che dà al libro di Silone la sua vivacità cupa e la
sua amarezza. D’altra parte, non c’è opera rivoluzionaria senza qualità
artistica. Questo può sembrare paradossale. Credo però che se l’epoca
ci insegna qualcosa a questo riguardo, è che l’arte rivoluzionaria non
può fare a meno della grandezza artistica, senza regredire alle forme
più umiliate del pensiero. Non c’è via di mezzo tra la bassa propaganda e
la creazione esaltante, tra quello che Malraux chiama «la volontà di
provare» e un’opera come La Condizione umana . Vino e pane risponde a
tale esigenza. Questo libro ribelle è radicato nella più classica delle
forme. Una frase breve, una visione del mondo al contempo ingenua e
riflessiva, dei dialoghi naturali e secchi, danno allo stile di Silone
una vibrazione segreta che traspare finanche nella traduzione. Se la
parola poesia ha un senso, è qui che lo ritrova, in questi quadri di
un’Italia eterna e rustica, in questi pendii ricoperti di cipressi e in
quel cielo senza pari, e nei gesti secolari di questi contadini
italiani. Ritrovare la strada di quei gesti e di quella verità, e da una
filosofia astratta della rivoluzione ritornare al pane e al vino della
semplicità, è l’itinerario di Ignazio Silone e la lezione di questo
romanzo. E una delle sue grandezze principali è di incitare anche noi a
ritrovare, attraverso gli odi attuali, il volto di un popolo fiero e
umano che rimane la nostra unica speranza di pace.
La rivolta e l’intransigenza che l’avvicinano a Calvino
di Antonio Debenedetti Corriere 31.10.13
Camus è un mito, un amore, un partito preso. Piace senza se e senza ma,
piace anche a chi ne ha sentito parlare senza averlo letto. È un
contagio: a un secolo dalla nascita e a oltre mezzo secolo dalla morte, è
vivo nell’aria morta della letteratura. Le sue frasi trafiggono la
ragione come spade di gelida luce. Non possiamo sottrarci a Camus quando
scrive: «Il senso dell’assurdo, alla svolta di una qualunque via, può
cogliere qualunque uomo». Il suo fascino è in una geniale, apparente
contraddizione perché, come ha scritto Montale, al solito
ineguagliabilmente lucido, «il suo nichilismo non esclude la speranza,
non dispensa l’uomo dal difficile compito di vivere e di morire con
dignità». Solo un grande riesce a spiegare un altro grande con tale
semplicità.
Albert Camus è dunque lo scrittore francese, l’intellettuale nel senso
più pieno del termine, più coccolato, oltre che ammirato, dai lettori
italiani. È anche una moda che resiste come raramente resistono le mode,
è una bandiera. È l’espressione d’un gauchismo libero e ribelle di cui
le nostre generazioni, le generazioni con i capelli bianchi, sentono la
nostalgia. E i giovani, quanti fra loro hanno il suo nome sulle labbra?
Credo che pensino a lui come a un altro scrittore, stavolta italiano, di
statura diversa e meno manifestamente contagiosa. Intendo riferirmi a
Italo Calvino. L’autore delle bellissime Lezioni americane come l’autore
dello Straniero sono manifestamente quelli, fra i maestri del
Novecento, che più piacciono alle nuove generazioni, alle loro
impazienze di rottamatori del tempo perduto (quello di Pasolini,
gettonatissimo, è un caso diverso). Che senso ha accostare Camus e
Calvino? Non hanno niente in comune. O invece sì, qualcosa in comune ce
l’hanno? Qualcosa che li riguarda come uomini, figli fino in fondo
all’anima del loro tempo? Vediamo. Per entrambi la morte è arrivata
prematuramente, a passi di lupo, consegnandoli al rimpianto della storia
prima che le ombre dei ripensamenti crudeli, d’un uso e abuso della
propria figura pubblica e della propria intelligenza, potesse guastarne
l’immagine. Ecco che cosa hanno in comune, un modo di affrontare la vita
impegnato e severo, che rispecchia una intransigenza all’occorrenza
sfumata di moralismo. L’intransigenza delle generazioni che ereditarono
dai padri, dai fratelli maggiori il maquis, la Resistenza, un mondo
libero, ma da ricostruire dopo la barbarie nazifascista. Proprio in
quella luce Camus e Calvino avrebbero fatto i conti anche con lo
stalinismo, con un comunismo che aveva tradito i suoi ideali. I giovani
sentono, leggendoli, che dietro le loro pagine c’è una svolta decisiva
compiuta dalla letteratura del secolo breve. Un mutamento di prospettiva
che li convince.
A quei giovani che vogliano saperne di più intorno all’autore dell’Uomo
in rivolta suggeriamo, oltre a quella esaustiva di Olivier Todd edita
anni fa da Bompiani, una più recente biografia. Si intitola Albert
Camus. Una vita per la verità , l’ha scritta il rumeno Virgil Tanase e
l’ha pubblicata adesso l’editore Castelvecchi, che ha anche raccolto
alcuni testi di Camus, inediti in Italia, nel volume Il calendario della
libertà .
Todd è un testimone diretto, insostituibile: ha raccontato Camus da
complice, da amico, da critico letterario e da analista del costume. Ci
porta nel suo mondo, che era anche quello di Simone de Beauvoir e di
Sartre, cui si deve un insuperato saggio su L’étranger (Che cos’è, si
chiedeva Sartre, l’assurdo di Camus? «Niente altro che il rapporto
dell’uomo con il mondo»). Nelle pagine di Todd vediamo sfilare davanti a
noi, descritti con l’occhio di chi deve bilanciare un eccesso di
giustificata partecipazione con i doveri dell’obbiettività, personaggi
quali Gide, Malraux, Merleau-Ponty, i Gallimard, eccetera. Tanase,
grande estimatore di Camus, fruga viceversa nella vita privata dello
scrittore, descrive le sue disavventure professionali con l’imparzialità
dello storico. Ricostruisce a tavolino, lavoro assai utile quando venga
fatto con scrupolo come qui, la figura pubblica di Camus. Amori,
polemiche letterario-politiche, qualche pettegolezzo. Insomma un po’
tutto di questo maestro nemico delle cattedre, morto senza essersi
piegato ai compromessi del successo, che ebbe a dire «Io mi rivolto,
dunque noi siamo».
Albert Camus
Il filosofo della libertà dagli ipocriti
Lo scrittore avrebbe compiuto oggi cent’anni Nelle sue opere si rintracciano un programma etico-politico una diagnosi impietosa dell’oggi e un’autentica idea del futuro
di Paolo Flores D’Arcais Repubblica 7.11.13
PUBBLICHIAMO
parte dell’intervento che Paolo Flores d’Arcais ha pronunciato ieri a
una conferenza organizzata dalla città di Bellinzona con la Radio
televisione della Svizzera italiana. Il testo integrale dell’intervento
sarà disponibile da domani sul sito www.micromega.net. in formato ebook
(al costo di euro 2,99). Nello stesso ebook è presente l'intervista alla
figlia di Camus, Catherine, Mio padre, solitarie, solidaire. Per
celebrare il centenario, dalla mezzanotte del 6 novembre alla mezzanotte
del 7 novembre, tutti i 'navigatori' del sito possono scaricare
gratuitamente l’ebook.
Considero Camus uno dei rarissimi
'filosofi del futuro', la cui impostazione di pensiero e il cui
programma eticopolitico possano costituire un vero e proprio promemoria
per una 'filosofia dell'avvenire' che provi a realizzare, all'insegna di
un autentico realismo esistenziale, tanto Feuerbach («Io sono, anche
quando penso, anche in quanto filosofo, un uomo insieme con altri
uomini» e «la vera dialettica non è un monologo del pensatore solitario
con se stesso, ma un dialogo tra l'io e il tu») che Marx («I filosofi
hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di
trasformarlo»).
Provo a trasmettere questa convinzione con qualche
rapsodica citazione accompagnata da glosse amargine. (...) La scelta
etico-politica di Camus nasce come indignazione di fronte a due evidenze
intollerabili e concrete che in termini tradizionali potremmo definire
una materiale e una spirituale. Cominciamo da quest'ultima: «Il grande
peccato della società borghese è stato di fare di questa parola
[libertà] una mistificazione senza contenuto».
L'ipocrisia, questo il
peccato inespiabile della società borghese.Le promesse non mantenute,
le parole tradite. I borghesi sono i farisei, i sepolcri imbiancati
della nostra epoca. Quelli che ammantano le Costituzioni delle parole
che incantano, che mobilitano, che guidano le rivoluzioni, che spingono
fin al sacrificio della vita, o all'esilio, alla prigione, alla tortura
(...), ma che immediatamente dopo calpestano nella vita politica
quotidiana, nei gesti e nelle iniquità del potere, i valori con cui
avevano 'rovesciatoil mondo'. C'è un dipinto/icona nella grande arte
francese moderna, La libertà che guida i popolidi Delacroix, quella
bellissima donna fiera e a seno nudo, che resta il 'J'accuse' contro
ogni potere che l'ha infangata e umiliata. Del resto, gli editoriali di
Camus suCombatcostituiscono la testimonianza e la cronaca giornaliera,
talvolta ora per ora, dell'ultimo grande tradimento, quello delle
speranze sollevate dalla Liberazione.
Dunque, la lotta contro
l'ipocrisia, per la realizzazione dei valori scritti nelle parole
umiliate e offese. Il carattere attualissimo di questa strategia
politica che sembra poggiare su una modestissima istanza etica,
recentemente lo si è potuto constatare due volte: nella lotta dei
dissidenti contro i regimi comunisti dell'est, quando, a partire dalla
lucida intuizione dei polacchi Kuron Modzelewski e Michnik, e con Havel
in Cecoslovacchia, e via via amacchia d'olio, ci si limita a pretendere
l'applicazione della legge che 'loro' hanno imposto, e che in teoria
garantisce le più grandi libertà ai lavoratori nei 'paradisi' in fieri
del 'socialismo'. Inchiodando così i regimi alla loro contraddizione,
facendo delle parole del regime l'arma sovversiva e libertaria contro le
sue pratiche totalitarie di potere.
Oggi, in condizioni meno
drammatiche e soprattutto meno visibili, più anestetizzate, la stessa
cosa accade nelle società occidentali. Le Costituzioni contro il potere,
le Costituzioni come programma politico di cambiamento radicale. Del
resto, cosa c'è di più estremista della triade 'Libertà, eguaglianza,
fratellanza', dove ogni valore successivo è l'interprete autentico di
quello precedente? Scolpito a lettere d'oro in tutti gli edifici
pubblici e calpestato senza ritegno nelle politiche sostantive del
privilegio e della menzogna? Della nostra Costituzione repubblicana non
aggiungo, poiché lo hanno già fatto i cittadini scendendo in piazza
qualche settimana fa per chiederne la realizzazione.
E veniamo
all'intollerabile evidenza materiale: «La cupidigia, l'egoismo infinito,
la cecità soddisfatta, i bassi privilegi delle nostre classi dirigenti»
condannano «la viltà della società borghese». Camus scrive queste righe
nel periodo dell'immediato dopoguerra, quando i sacrifici della
ricostruzione non venivano ripartiti secondo 'equità' se non nelle
retoriche dei politici e della stampa conservatrici. Eppure quelle
diseguaglianze, che negli anni sessanta e settanta avrebbero visto
significative limitazioni, grazie al combinarsi del boom economico e
dell'onda lunga del sessantotto, sono ingiustizie da dilettanti rispetto
al loro disfrenarsi incontrollato e spudorato che sta travolgendo le
democrazie della crisi finanziaria.(...) Tiriamo allora la prima somma:
per Camus, rifiutare l'ipocrisia e volere la democrazia significa
automaticamente essere di sinistra. «Sono nato in una famiglia, la
sinistra, nella quale morirò». Di questa famiglia, tuttavia, gli è
«difficile non vedere il decadimento». Ancor più difficile non
considerare questeparole come una diagnosi impietosa dell'oggi. Perché
la sinistra di cui era «difficile non vedere il decadimento » era ai
tempi di Camus quella comunista. Quella di una minacciata rivoluzione,
che però tradiva già nel suo progettarsi, perché «anche e soprattutto
quando si dichiara materialista, è solo una smisurata crociata
metafisica». Che all'inizio si manifesta attraverso i suoi martiri, e
perciò si confonde con la rivolta autentica, ben presto, però,
«sopraggiungono i preti e i bigotti». Contro quella sinistra Camus
appoggerà ogni dissenso nell'est, e nel 1956 sintetizzerà così il dovere
di una sinistra autentica «L'Ungheria sarà per noi ciò che fu la Spagna
vent'anni fa».
Ma la sinistra di oggi, il cui 'decadimento' è peggio
che tracollo, e per la quale le parole di Camus contro l'ipocrisia
borghese sarebbero a malapena sufficienti, è ormai diventata parte
integrante dell'intreccio politico-finanziario-corruttivo (con crescenti
'dependance' mafiose) che caratterizza, in dosaggi diversi, ogni
establishment occidentale. (...) Camus militante di sinistra, senza se e
senza ma, e dunque senza nessuna accondiscendenza per chi i valori
della rivolta tradisce, infanga, dimentica. Il primo di quei valori è il
rifiuto della menzogna. «La libertà consiste in primo luogo a non
mentire». La menzogna, infatti, distrugge «la complicità e la
comunicazione scoperte attraverso la rivolta ». Perfino profetico,
infine, il Camus che vede il tradimento comunista della rivolta e
l'ipocrisiaborghese contro la democrazia condividere un cinismo morale
che sembra rendere possibile una «fusione della società poliziesca con
la società mercantile». (...) Ma l'intransigenza etica e la dirittura
politica, irrinunciabili, non hanno in Camus mai la iattanza della
certezza, anzi. «È possibile fare il partito di quelli che non sono
sicuri di avere ragione? Sarebbe il mio». In totale consonanza con un
verso del suo grande amico René Char, tra i più grandi poeti del secolo,
e 'capitaine Alexandre' nella Resistenza: «Il dubbio si trova
all'origine di ogni grandezza». Ecco perché, allora «la misura non è il
contrario della rivolta». Anzi, «se la rivolta potesse fondare una
filosofia, sarebbe una filosofia dei limiti, dell'ignoranza calcolata e
del rischio». L'uomo incerto, l'uomo del relativo, e che perciò si
impegna. Poiché nulla è garantito, poiché tutto è esposto allo scacco, e
dunque ciascuno è responsabile di quel poco di senso - fragile,
parziale, definitivamente provvisorio - che possiamo consegnare
all'esistenza.
Quel finto attentato organizzato dal Kgb
Un libro rilancia una tesi senza riscontri: l’autore della “Peste” fu uccisodi Giuseppe Dierna Repubblica 7.11.13
È
imbarazzante dover difendere il Kgb, ma ci sono troppe cose – be’,
diciamo: tutte - che non quadrano nel volume di Giovanni CatelliCamus
deve morire,per credere davvero che il feroce apparato sovietico possa
aver organizzato l'incidente automobilistico in cui il 4 gennaio 1960 è
morto Albert Camus insieme al suo editore Michel Gallimard, mentre
moglie e figlia di quest'ultimo ne uscivano quasi illese.
Qual era
(qual è) la tesi sostenuta? Sulla base di una quindicina di righe
annotate nel 1980 nel proprio diario dal poeta e traduttore ceco Jan
Zábrana (che dice di aver avuto l'informazione da «un uomo che conosce
parecchie cose »), Catelli sostiene che un intervento di Camus
suFranc-Tireur del marzo 1957 in difesa degli insorti ungheresi e di
condanna del cruento intervento sovietico aveva indotto l'allora
ministro Dmitrij Šepilov – esplicitamente chiamato in causa – a ordinare
la sua eliminazione fisica.
È chiaro che Zábrana va a memoria, e
anche maldestramente. Šepilov viene infatti da lui definito
ministrodegli Interni,mentre era agli Esteri, ma soprattutto sia lui che
Catelli (che corregge senza dir nulla l'errore e parla di 'esattezza
assoluta') sembrano ignorare il successivo destino del presunto
carnefice di premi Nobel che, accusato di aver ordito - insieme al più
noto Molotov - un tentativo di colpo di Stato, viene destituito già nel
luglio del '57 e spedito come ambasciatore in Mongolia. E gli era andata
anche bene che le destituzioni non passassero più per il plotone
d'esecuzione, ma sembra lo stesso poco probabile che dall'impervia
Mongolia egli potesse gestire stragi di cittadini francesi. Del resto
gli interventi pubblici di Camus sull'Ungheria erano finiti nell'ottobre
del '57 (con un'appendice nel dicembre '58), e il filosofo era ormai
interamente assorbito dal turbolento evolversi della situazione nella
sua Algeria. Nel '60 erano scomparsi entrambi dalla scena, e la vendetta
inutile e tardiva.
E come sarebbe stato compiuto l'attentato? Scrive
Zábrana: «pare avessero danneggiato un pneumatico dell'auto,
utilizzando un marchingegno che con l'alta velocità lo aveva tranciato o
perforato». Il suo informatore sembra più un assiduo frequentatore dei
film di James Bond, e certo gli dev'essere rimasta impressa la nota
sequenza inMissione Goldfinger, lì dove Bond fa uscire dalla ruota della
sua Aston Martin dei coltellini rotanti che squarciano i copertoni
della sua inseguitrice, anche se nel caso di Camus viene non meno
fantasiosamente prospettato un meccanismo che blocchi o faccia scoppiare
la gomma dall'interno.
Con pericolosa reazione a catena, già un paio
di anni fa la notizia (diciamo: la farlocca congettura) era lievitata
in rete, per cui lo scrittore Catelli diventava, in pochi passaggi, uno
'slavista', e infine un più affidabile 'universitario', mentre la fonte
di Zábrana, lo sconosciuto «che conosce parecchie cose», si trasformava
con delirante automatismo prima in un 'agente sovietico' e infine in uno
che frequenta i piani alti del Potere. Dal canto loro, i maggiori
biografi di Camus (Olivier Todd, Herbert Lottman, Michel Onfray) avevano
all'unisono bollato come priva di fondamento tale ipotesi.
Ma
torniamo a questo fantomatico informatore che – annota Zábrana - «si era
rifiutato di dirmi come aveva ottenuto l'informazione, ma sosteneva che
era del tutto sicura e che lui sapeva con assoluta certezza che era
andata proprio così». Informatore e garante allo stesso tempo. Per chi
in quegli anni ha frequentato i paesi dell'Est, l'uomo 'informato su
fatti segreti' era una figura ricorrente. Giovanotti ben informati
assicuravano che Jaroslav Hašek, quand'era in Russia sul finire della
Guerra Mondiale, aveva ordinato fucilazioni in massa di suoi
connazionali. Per capire l'epoca e il tipo di circolazione delle notizie
basta d'altronde leggere, nel diario in questione, poche pagine prima,
lo “scoop” di un amico che confida a Zábrana – da fonti certe – che il
Pulitzer quell'anno l'avrebbe avuto Milan Kundera. Ma il Pulitzer è un
premio per americani.
Insomma, il diario di Jan Zábrana, ricco
peraltro di interessanti notazioni, era uscito a Praga nel 1992 (poi di
nuovo nel 2001), e lì in questi vent'anni nessuno – conoscendo bene
l'epoca, ansiosa e un po' paranoica, che le aveva generate – mai aveva
pensato di prendere sul serio le 15 righe sul 'delitto Camus'. E che poi
queste – come subdolamente lamenta Catelli - manchino nella versione
francese e italiana (uscita col titoloTutta una vitapresso la :duepunti
edizioni) non stupisce affatto, avendo il curatore Patrik Ourednik
scelto solo un centinaio delle originarie millecento pagine. Quelle
credibili.