venerdì 28 febbraio 2014

"Il demone di Nietzsche" di Stefan Zweig: una nuova traduzione


Stefan Zweig: Il demone di Nietzschetraduzione di Aldo Oberdorfer, Medusa, pagg. 98, euro 13

Risvolto

"Zweig entra nella vita di Nietzsche per scrivere la sua 'tragedia senza personaggi', per osservarlo nelle camere mobiliate e povere che diventano la vera dimora di colui che farà danzare Zarathustra, per controllarne la fortissima miopia (i suoi occhi 'tre quarti ciechi') o per misurare la violenza dei sonniferi, giacché in due mesi consuma cinquanta grammi di idrato di cloralio per propiziarsi la quiete del sonno. Si sofferma sui nervi, sui dolori terribili di cui soffre ('fuoco di fucileria' contro la sua carne) per quell''unica malattia che per vent'anni continua a scavare il cunicolo fin sotto la cittadella del suo spirito e lo fa poi saltare all'improvviso'. Lo osserva a tavola, nei momenti di ricreazione: 'il tè dev'essere di una determinata marca e di una particolare qualità; la carne è pericolosa; i legumi devono essere preparati in un certo modo'; insomma, a poco a poco questo 'eterno far da medico e diagnosticare assume un carattere morboso di solipsismo'. Nietzsche, 'don Giovanni della conoscenza', nel suo entusiasmo crede di godere di una 'suprema sanità', ma il suo grande spirito ha creato un''autosuggestione', si è convinto di essere sano attraverso una 'salute inventata'. Di più: Zweig coglie già allora quello che i professori capiranno con qualche decennio di ritardo, ovvero l'impossibilità di formulare un giudizio definitivo sul pensiero di Nietzsche, sui suoi fini, sul 'sistema' che non si trova." (Dalla prefazione di Armando Torno) 

Daniele Abbiati - il Giornale Ven, 28/02/2014

Tradotta la classica biografia di Max Stirner scritta da J.H. Mackay

John Henry Mackay: Max Stirner. Vita e Opere, Bibliosofica

Risvolto
Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schmidt (Bayreuth 1806 – Berlino 1856), filosofo tedesco. Sue opere principali: L’Unico e la sua proprietà (1845), Scritti minori e risposte ai critici dell’Unico (1842-1847), Storia della reazione (2 voll., 1852).
John Henry Mackay (Greenock 1864 – Charlottenburg 1933), scrittore tedesco di origine scozzese. Sue opere principali: Tempesta (raccolta di poesie, 1888), Gli anarchici (1891), Max Stirner (1898), I cercatori di libertà (1920).
Quando, nell’estate del 1887, il giovane poeta scozzese John Henry Mackay si imbatté nel nome di Max Stirner e nella sua opera L’Unico e la sua proprietà, fu come folgorato da un incomparabile desiderio di approfondirne la conoscenza. E fu così che, con grande entusiasmo, dedicò molti anni della sua vita alla ricerca di tutte le fonti possibili, sia testimoniali che documentarie, per realizzare una biografia, per raccogliere i testi, per perpetuare la memoria, insomma per togliere dall’oblio quell’oscuro filosofo, morto in povertà e ormai dimenticato da tempo.

Quella del Mackay rimane a tutt’oggi l’unica biografia attendibile di Max Stirner. Ne curò tre successive edizioni, negli anni 1898, 1910, 1914. Quest’ultima viene qui utilizzata per la prima traduzione pubblicata in lingua italiana. Essa colma una lacuna, in quanto un’opera scritta con così grande passione merita di essere conosciuta, soprattutto perché apre un velo più “umano” rispetto alla imponente bibliografia stirneriana, incentrata quasi esclusivamente su studi e ricerche di preminente carattere filosofico.


Max Stirner, il precursore dimenticato
Anticipò Nietzsche, piaceva al Duce ma anche a Camus: il flosofo tedesco ora è riscoperto per la sua modernità
di Diego Gabutti Sette del Corriere 11.4.14

Guerra, Stato nazionale e modernità


Azincourt 1415, scende in campo il futuro

Contro le preponderanti forze francesi, il re inglese Enrico V trionfa facendo leva sulla disperazione degli umili: finisce l’età aristocratica dei guerrieri, s’inizia quella dei soldati

di Antonio Scurati La Stampa 27.2.14


Davanti a sé ha soltanto la piana, a perdita d’occhio.
Jean Le Meingre in persona gli ha riconosciuto l’onore di potersi schierare nella prima linea. Lui va così fiero del favore del Maresciallo che tra il cuore e il capo del proprio scudo, nel posto d’onore, ha chiesto e ottenuto di poter mettere il suo blasone, l’aquila rossa membrata d’azzurro.
Ora tutto è pronto e tutto è perfetto. Il terreno, certo, è fangoso e solcato dall’aratro ma è sgombro da ostacoli e da trabocchetti. Pare che l’Onnipotente stesso abbia scelto il luogo per la carica dei Suoi cavalieri nella radura tra le foreste di Azincourt. E quei cavalieri non mancheranno al loro dovere verso se stessi, verso i propri compagni d’arme, verso i prìncipi di Francia e verso l’Altissimo: fra pochi minuti caricheranno a fondo e non si sottrarranno ai colpi del nemico sulla linea di battaglia.
Lui indossa un’armatura completa e monta un cavallo da guerra. Il suo corpo di carne è interamente rivestito d’acciaio, dall’elmo a coppo fino alla scarpa a zampa d’orso infilata nella staffa. Ma la cavalcatura non è da meno del cavaliere. Gli scudieri l’hanno strigliata, abbeverata e foraggiata, poi l’hanno corazzata, quindi l’hanno sellata. Non manca niente al suo orgoglio di guerriero: il cavallo lo solleva da terra e lo innalza verso il cielo, l’armatura sublima la sua carne. Lui non disdegna la carne, perché è nella carne che gode e che soffre. Ma la verità di un uomo non sta nella sua carne. E quell’armatura, che non lascia scoperto nemmeno un brandello di pelle, non serve a proteggere il suo corpo, serve a nascondere e a rivelare. A nascondere la menzogna del corpo e a rivelare la verità dell’anima. Le placche d’acciaio sono la manifestazione visibile dell’invisibile spirito di un uomo. Sono spirito forgiato nel ferro.
Tutto è perfetto tranne il terreno e il nemico. Lui vorrebbe lanciarsi contro un battaglione di cavalieri suoi pari, che come lui amassero il gioco bello della guerra, che volentieri danzassero in quella festa crudele. Ma gli hanno comandato di caricare gli arcieri inglesi, dei villani che hanno appena smesso la vanga per imbracciare l’arco. Quella plebaglia non combatte per l’onore ma per vivere ancora. Non combatte per la gloria ma per vincere. Non cercano la mischia, la fuggono. Combattono a piedi, seminudi, senza alcun segno manifesto della loro anima, ragion per cui lui dubita che ne abbiano una. Quella gente scaglia dardi di lontano, non c’è verso che uno di loro possa essere ricordato. Combattono per mettere le mani sui gioielli di un principe, per poi scambiarli con un fiorino e comprarci il pane da portare alle loro famiglie sui monti del Galles. Davanti a lui, adesso quei pezzenti impastati di fango piantano in silenzio pali nel terreno. Come falegnami. 
Ma poi nemmeno questo importa perché accanto a lui i suoi compagni lanciano urli di guerra, agitano le loro insegne, si passano fiasche di vini odoriferi, millantano, motteggiano, si amano e ammirano a vicenda, ricordano e si preparano a essere ricordati.
Lui è pienamente felice. Ancora solo quelle due piccole crepe nella sua felicità. Il fango che rallenterà la corsa dei cavalli e il silenzio che proviene dal fondo della piana: la schiera degli arcieri inglesi è laboriosa ma muta, non c’è gioia tra le loro file, soltanto una cupa ferocia. 
Fortunatamente non c’è più tempo per i pensieri. A momenti giungerà l’ordine della carica e lui sente attorno a sé l’aria impregnarsi degli umori del sangue che ribolle quando migliaia di cuori pulsano all’impazzata nel buio delle armature. Ma l’ordine non viene, le bandiere rosse non volano, la voce profonda del corno non risuona e su tutti loro, invece della gloria di Dio, comincia a scendere una sciocca pioggia di frecce.
Immedesimarsi in un cavaliere francese negli istanti che precedettero la battaglia di Azincourt è fondamentale per comprenderne gli esiti. Azincourt non fu, infatti, una grandiosa vittoria ma una grandiosa sconfitta. Vi furono sconfitti il Medioevo cavalleresco e l’orgoglio del guerriero a cavallo. Un’intera epoca tramontò nel massacro e un’altra vi si annunciò. Se non si comprende questo sarà impossibile spiegare quella memorabile carneficina.
Quando il 25 ottobre 1415 i francesi sbarrarono la marcia degli inglesi verso Calais, l’esercito d’invasione di Enrico V era effettivamente ridotto a una banda di pezzenti. Decimati dalle febbri e dalla dissenteria, sfiniti dalle marce, braccati da settimane, indeboliti dalla fame, gli inglesi contavano non più di seimila combattenti – mille uomini d’arme (vestiti di corazza) e cinquemila arcieri – a fronte di circa venticinquemila francesi, quasi tutti uomini d’arme dei quali circa un migliaio a cavallo, ben nutriti e ben equipaggiati. Ma contro la coscienza della superiorità numerica e della supremazia che le aristocrazie guerriere dei cavalieri avevano esercitato lungo tutto l’Alto Medioevo, Enrico schierò la tenace disperazione degli umili, la rigida disciplina dei fanti, il professionismo militare come arte servile. Schierò, insomma, il futuro. 
Il sovrano inglese dispose i suoi in tre gruppi, con gli uomini d’arme al centro e il grosso degli arcieri collocati sui fianchi, leggermente aggettanti. Attesero così quattro ore all’inpiedi, ore di fame e di freddo, l’attacco dei francesi, poi Enrico ordinò ai suoi di avanzare fino al punto in cui le zone boscose che delimitavano il campo convergevano a formare un imbuto (a circa 270 metri dai francesi). Fu allora che gli arcieri cominciarono a piantare indisturbati i loro pali nel terreno trincerandosi contro la carica dei cavalieri. Se i francesi li avessero caricati in quel momento, li avrebbero sbaragliati facilmente. Ma i francesi erano impegnati da ore a bere, vantarsi, soprattutto a disputarsi i posti d’onore in prima fila sotto lo stendardo del loro signore feudale. Caricarono soltanto quando calò su di loro la prima pioggia di frecce, offesi più nell’onore che non nel corpo da quel tiro indiretto. La carica però si infranse contro l’istrice di pali appuntiti dietro cui si schermavano gli arcieri che adesso potevano abbatterli con il tiro diretto. La rotta della cavalleria si trasformò in una controcarica di cavalli imbizzarriti che ruppe l’avanzata degli uomini d’arme appiedati che sopraggiungeva alle loro spalle. Questi, del resto, sdegnarono di battersi con gli arcieri – che pure li tartassavano indisturbati – e si ammassarono tutti al centro per incrociare le spade con i loro pari inglesi. Si raggrumarono così in tre colonne la cui densità amorfa, sommata all’intralcio dell’armatura, gli impediva quasi ogni movimento. Sotto la spinta dei propri compagni alle spalle, crollavano come birilli. La vecchia ideologia della guerra aveva trasformato in inermi i guerrieri di un’altra epoca. 
Ebbe allora inizio la mattanza. Gli arcieri, disinteressati alla distinzione e interessati solo al bottino, deposero gli archi, impugnarono asce, mazze e coltelli, e con la sapienza plebea o piccolo borghese di macellai, maestri d’ascia e corazzai attaccarono i fianchi scoperti dei francesi aggredendo in piccoli gruppi i singoli uomini d’arme sconcertati e umiliati. Li finirono a terra, cercando con punteruoli e squarcine le giunture tra le piastre di metallo. Alla fine della giornata, accatasteranno più di diecimila cadaveri rivestiti di acciaio splendente.
Ma già dopo mezzogiorno gli inglesi erano padroni del campo. I cavalieri francesi della terza schiera rinunciarono alla carica. Volsero le terga dei cavalli e se ne tornarono ciascuno al proprio castello. Il Medioevo cavalleresco era finito. Cominciava la modernità, l’epoca della «universale, indifferente e impersonale morte». Finiva l’età dei guerrieri, iniziava quella dei soldati.

Due testi di Gramsci e Sturzo sul Mezzogiorno

Il Mezzogiorno e l’Italia, a cura di Giampaolo D’Andrea e Francesco Giasi, Studium

Risvolto

Il volume propone due classici del pensiero meridionalista: Il Mezzogiorno e la politica italiana, discorso pronunciato da Luigi Sturzo nella Galleria Principe di Napoli il 18 gennaio 1923, e il saggio di Antonio Gramsci del 1926, scritto alla vigilia del suo arresto e noto col titolo Alcuni temi della quistione meridionale.
L’inconsueto accostamento dei due scritti nasce dalla volontà di mettere a confronto due visioni che costituiscono ancora oggi un punto di riferimento per chi voglia riflettere sulla questione meridionale. La visione geopolitica della questione meridionale e la concezione della politica come lotta per l’egemonia fanno di Sturzo e di Gramsci i due uomini politici più lungimiranti dell’Italia fra le due guerre. La comparazione tra i due scritti mostra sia le convergenze nell’analisi della società meridionale sia le divergenze nel prospettare le soluzioni politiche. Ad una lettura ravvicinata appare evidente l’attualità della loro lezione per chiunque affronti i problemi storici del meridionalismo e dell’unità d’Italia.

I testi di Sturzo e Gramsci sono preceduti dai saggi di Giuseppe Vacca e Francesco Malgeri e dalle note introduttive di Giampaolo D’Andrea e Francesco Giasi.

Sturzo e Gramsci, due idee di Mezzogiorno
Studium propone due classici del pensiero meridionalista che costituiscono ancora oggi un punto di riferimento per chi voglia riflettere sulla questione
Luigi Giorgi Europa 27 febbraio 2014 STAMPA 

La mitica "governance" ovvero una struttura di comando intrinsecamente neoliberale

Ales­san­dro Arienzo: La gover­nance, Ediesse, pp. 205, euro 12
Risvolto
Dalla governance globale a quella dell’università, dal la governance d’impresa alla governance dei servizi pubblici, il dibattito politico è ormai segnato dal persistente riferimento a un oggetto oscuro e sfuggente che lascia nell’ombra il «chi» governa «cosa» e «come». Quando si usa la parola governance, sembra si voglia intendere che le cose devono governarsi da sé, magari per favorire un processo di riduzione del ruolo dello Stato e del peso della dimensione pubblica. In questo libro sono tratteggiate le caratteristiche di un «discorso politico» che non solo descrive alcune importanti trasformazioni della forma dello Stato e della relazione tra pubblico e privato, ma propone modalità nuove di governo e di autogoverno delle comunità umane. Collocata nell’odierno dibattito intorno al rapporto tra politica ed economia, la governance che emerge dai documenti istituzionali internazionali svela il volto oscuro di un inedito primato dell’economia sulla politica.



Il dogma dell’austerità in una parola 
Saggi . «Governance» di Alessandro Arienzo per Ediesse. La ricostruzione storica e l’analisi puntale di un modello neoliberista di gestione politica delle società contemporanee

Giuseppe Allegri, il Manifesto 28.2.2014 


È un libro assai utile quello di Ales­san­dro Arienzo su La gover­nance (Ediesse, pp. 205, euro 12). Per­ché per­mette di inda­gare una for­mula con­fusa ed abu­sata, nell’oramai qua­ran­ten­nale domi­nio neo-liberista del capi­ta­li­smo finanziario. 

Il volume fa parte di una col­lana di recente crea­zione. È quella dei «fondamenti», che un gruppo di gio­vani cura­tori pro­muove, con l’editore Ediesse, «per un vasto pub­blico di let­tori curiosi e appas­sio­nati», incro­ciando il «taglio mono­gra­fico» con «l’alta divul­ga­zione». Una sfida note­vole, di que­sti tempi, quella di unire appro­fon­di­mento della ricerca e dif­fu­sione del sapere. Sem­bra sco­mo­dare i cele­bri Libri di base diretti da Tul­lio De Mauro, che Edi­tori Riu­niti pensò in tutt’altra fase cul­tu­rale. Ad ogni modo l’impostazione gra­fica di que­sti volumi è carat­te­riz­zata dalla pre­senza di schemi esem­pli­fi­ca­tivi, glos­sari, biblio­gra­fie com­men­tate e sunti chia­ri­fi­ca­tori posti alla fine di cia­scun capi­tolo, «per rias­su­mere» il con­te­nuto di quanto detto in pre­ce­denza. Il tutto senza per­dere il taglio ana­li­tico cri­tico che vor­rebbe con­trad­di­stin­guere la col­lana. Sicu­ra­mente così suc­cede con il volume di Ales­san­dro Arienzo, ricer­ca­tore appar­te­nente alla scuola filo­so­fica napo­le­tana e attento stu­dioso di gover­na­men­ta­lità e bio­po­li­tica che dagli studi sulla ragion di Stato è da tempo appro­dato a scan­da­gliare i mean­dri delle tec­ni­che di gover­nance con­tem­po­ra­nea. 
Un gene­rico termine 
Ma che cos’è la gover­nance? Que­sto l’interrogativo che apre il libro. Seguono tre capi­toli riguar­danti la gover­nance euro­pea, quella inter­na­zio­nale, tra sicu­rezza e svi­luppo, per finire con una rifles­sione sulla por­tata della gover­nance tra Stato e mercato. 

Arienzo chia­ri­sce subito che il lemma gover­nance può essere inteso come «espres­sione gene­rica del gover­nare»: «qual­siasi forma di orga­niz­za­zione dell’azione col­let­tiva». Qui la memo­ria risale alle for­mule uti­liz­zate nella Fran­cia medie­vale, piut­to­sto che nell’Inghilterra del Sei­cento. Ma l’opposizione tra gover­nance e govern­ment si afferma nel les­sico pub­bli­ci­stico e scien­ti­fico con le riforme delle isti­tu­zioni di governo locale e metro­po­li­tano negli Stati Uniti degli anni Ses­santa e Set­tanta del Nove­cento. Poi arriva la cor­po­rate gover­nance delle imprese finan­zia­rie, che diviene para­me­tro di com­por­ta­mento delle isti­tu­zioni della glo­ba­liz­za­zione: dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale alla Banca mon­diale. Da una parte quindi il governo gerarchico-piramidale che si fonda sull’autorità sovrana dello Stato. Dall’altra la gover­nance dei mec­ca­ni­smi infor­mali, di pro­cessi aperti e dif­fusi, ten­den­zial­mente oriz­zon­tali e non-gerarchici, che inclu­dono reti deci­sio­nali miste, pub­bli­che e private. 

Ecco che qui Arienzo si con­cen­tra giu­sta­mente sulla ten­denza ora­mai qua­ran­ten­nale dell’attuale con­cetto e pra­tica di gover­nance: «un per­corso di messa in discus­sione delle pro­ce­dure del governo rap­pre­sen­ta­tivo negli Stati demo­cra­tici e par­la­men­tari», non per aprire spazi di oriz­zon­ta­lità par­te­ci­pa­tiva, ma per obbe­dire al dogma della «gover­na­bi­lità». È un man­tra che giunge fino agli epi­goni del com­pro­messo sto­rico, tut­tora ai ver­tici isti­tu­zio­nali, ma che prende le mosse dal cele­bre Rap­porto alla Com­mis­sione Tri­la­te­rale, tra­dotto in Ita­lia nel 1977 con pre­fa­zione di Gio­vanni Agnelli: non è certo una strana com­bi­na­zione. Piut­to­sto un manuale che impone il verbo della gover­na­bi­lità per argi­nare som­mo­vi­menti sociali che riven­di­cano giu­sti­zia sociale, demo­cra­zia, diritti, redi­stri­bu­zione del red­dito. È l’inizio di un pro­cesso di spo­li­ti­ciz­za­zione dell’orizzonte demo­cra­tico e di incu­ba­zione di una reto­rica sulla gover­nance, intesa esclu­si­va­mente come pro­cesso di «forme orga­niz­za­tive e poli­ti­che di diretta espres­sione del con­tem­po­ra­neo neo­li­be­ra­li­smo», piut­to­sto che come occa­sione di redi­stri­bu­zione dei pro­cessi deci­sio­nali verso il basso, in favore di sog­getti non appar­te­nenti alla strut­tura gerar­chica dei poteri economico-politici esi­stenti. Sono Mar­ga­ret That­cher e Ronald Rea­gan che si affac­ciano, in com­pa­gnia dei Chi­cago boys, fino all’ortodossa auste­rità tedesca. 

Così Arienzo sin­te­tizza per­fet­ta­mente lo stato dell’arte. Nell’ultimo decen­nio è uscita scon­fitta l’ipotesi di una «gover­nance poli­tica dell’economia» che la Com­mis­sione euro­pea aveva descritto nel Libro bianco del 2001, insi­stendo par­ti­co­lar­mente sui prin­cìpi di «aper­tura, par­te­ci­pa­zione, respon­sa­bi­lità, effi­ca­cia e coe­renza». Nella biblio­gra­fia com­men­tata è ricor­dato un volume col­let­tivo che provò a con­fron­tarsi a viso aperto con quell’opzione, insi­stendo sugli spazi di azione dei movi­menti sociali euro­pei e glo­bali: Gover­nance, società civile e movi­menti sociali. Riven­di­care il comune (Ediesse, 2009). Nello stesso decen­nio ha preso sem­pre più corpo una «gover­nance eco­no­mica della poli­tica e della società», fau­trice di uno Stato rego­la­tore minimo, imbe­vuta di neo­cor­po­ra­ti­vi­smo, capace di con­ser­vare i rap­porti di potere esi­stenti e al con­tempo di colo­niz­zare l’immaginario collettivo. 
Una par­tita ancora aperta 

È la nuova ragione dell’ordine neo-liberale (per dirla con Dardot-Laval, da poco tra­dotti per Deri­veAp­prodi) che diventa «gover­nance com­mis­sa­ria di mer­cato», in grado di «com­mis­sa­riare le poli­ti­che eco­no­mi­che degli Stati» e gover­nare le forme di vita degli indi­vi­dui, nel «gestire e ammi­ni­strare il loro capi­tale umano», così come gli spazi dei «pro­cessi aggre­ga­tivi», tanto reali, quanto vir­tuali. Eppure Ales­san­dro Arienzo ci invita a non con­si­de­rare con­clusa la par­tita. Tra i «vuoti e gli scarti della demo­cra­zia» (ripren­dendo un lavoro curato dallo stesso Arienzo e da Diego Laz­za­rich, Esi, 2012) si apre l’urgenza di rico­no­scere il carat­tere poli­tico e con­flit­tuale che la gover­nance inscrive nei rap­porti di potere. È quello il ter­reno dove sfi­dare le derive neo-oligarchiche e tec­no­cra­ti­che. Magari con il pro­ta­go­ni­smo di sog­getti col­let­tivi con­sa­pe­voli del fatto che gli spazi poli­tici di azione sono quelli locali – per un nuovo diritto alla città – insieme con quello con­ti­nen­tale – per un’Europa poli­tica e sociale.

Prima fanno la catastrofe, poi vorrebbero salvarci: la disciplina neoliberale secondo Schulz il kapò e i socialisti europei


Martin Schulz: Europa gigante incatenato, Fazi

Risvolto
Siamo veramente disposti a rinunciare al progetto europeo, che ha saputo garantire la pace nel nostro continente per oltre sessant’anni? Martin Schulz, presidente Parlamento Europeo, è sicuro che valga la pena dargli un nuovo impulso per farlo progredire e motiva qui le sue teorie in modo chiaro ed efficace. Martin Schulz traccia uno scenario realistico quanto inquietante: crollo del mercato interno europeo, disoccupazione alle stelle, gli Stati europei inevitabilmente sottoposti al potere degli Stati Uniti e dei paesi in crescita come la Cina, mentre all’interno monta la minaccia del populismo di destra. In modo provocatorio e senza reticenze, Martin Schulz, uno dei più convinti europeisti, elenca tutto ciò che nell’Europa di oggi non va, puntando l’indice soprattutto sul deficit democratico, sulla mentalità degli Stati membri ancora legata all’ambito nazionale, e sulla mancanza di una politica estera unitaria. Schulz si scaglia inoltre contro le illusioni degli euroscettici e argomenta con forza in favore di una vera democrazia europea che sappia mantenere un ruolo di rilievo nello scacchiere globale e allo stesso tempo preservare quel modello sociale che tanto è ammirato nel resto del mondo. 



Martin Schulz Dal 2012 presidente del Parlamento Europeo, Schulz ha militato nella spd tedesca dall’età di diciannove anni. Già libraio, sindaco della sua cittadina natale, nel 1984 entra nel direttivo nazionale del partito, e nel 1994 è eletto per la prima volta nel Parlamento Europeo, dove presiede il gruppo socialista tra il 2004 e il 2012. Oggi è lui il candidato ufficiale del Pse per la presidenza della Commissione Europea.


Un’autocritica dal respiro corto
Pamphlet. «Il gigante incatenato» di Martin Schulz per Fazi Editore. Le politiche liberiste per gestire la crisi europea secondo il candidato socialista a presidente della Commissione Giuseppe Allegri, il Manifesto 20.3.2014

Ultima oppor­tu­nità per l’Europa? Così recita l’epocale sot­to­ti­tolo de Il gigante inca­te­nato (Fazi edi­tore, pp. 250, euro 18) di Mar­tin Schulz, pre­si­dente uscente dell’Europarlamento e can­di­dato dai Socia­li­sti e Demo­cra­tici alla pre­si­denza della Com­mis­sione euro­pea in occa­sione delle ele­zioni euro­pee della pros­sima pri­ma­vera. Schulz è l’eurodeputato cono­sciuto alle cro­na­che ita­li­che per l’infausto appel­la­tivo di Kapò affib­bia­to­gli nel luglio 2003 da Sil­vio Ber­lu­sconi, pro­ta­go­ni­sta di un incan­de­scente dibat­tito all’Europarlamento, in qua­lità di Capo del Governo ita­liano e pre­si­dente di turno del seme­stre euro­peo. A luglio ci sarà Mat­teo Renzi in quella fun­zione. Dif­fi­cile imma­gi­nare che rie­sca ad egua­gliare il suo pre­de­ces­sore. E una volta tanto ver­rebbe da dire: per for­tuna. Magra consolazione.

Ma Mar­tin Schulz è soprat­tutto un lea­der social­de­mo­cra­tico tede­sco for­te­mente euro­pei­sta. Negli anni Set­tanta, era un gio­vane libraio nel pic­colo borgo di Wür­se­len, del quale è stato poi anche sin­daco. Quindi la tren­ten­nale mili­tanza nella social­de­mo­cra­zia tede­sca e il ruolo da euro­de­pu­tato rico­perto dal 1994. Il libro è un acco­rato appello per sal­vare il pro­getto di inte­gra­zione con­ti­nen­tale. E se da una parte que­sto appello è sicu­ra­mente rivolto alle cit­ta­di­nanze d’Europa che a mag­gio eleg­ge­ranno i pro­pri euro­de­pu­tati, dall’altra sem­bra evo­care con­vi­tati di pie­tra molto vicini allo stesso autore dell’appello. E vicini per pros­si­mità di governo. Visto che Angela Mer­kel è can­cel­liere del governo tede­sco in virtù di quella Große Koa­li­tion che i social­de­mo­cra­tici sosten­gono con con­vin­zione. E Angela Mer­kel risulta essere tut­tora la più stre­nua soste­ni­trice di quell’Europa tede­sca che dispensa rigo­rosa auste­rità per gli «spen­dac­cioni» Paesi medi­ter­ra­nei. Fedele al motto più volte ripe­tuto che «mai più dovrà essere il con­tri­buente a pagare se la banca fal­li­sce». Con un corol­la­rio sot­tin­teso: il «con­tri­buente tede­sco». Tutt’altro che una postura sin­ce­ra­mente euro­pei­sta, insomma.

Sicu­ra­mente non euro­pei­sta nel senso descritto da Schulz in que­sto libro, che merita un’attenzione par­ti­co­lare, poi­ché è una sorta di con­sun­tivo dei fal­li­menti euro­pei nella Grande Crisi e con­tem­po­ra­nea­mente un abbozzo di pro­gramma di governo per la nuova Com­mis­sione. Sul banco degli accu­sati c’è l’oramai qua­ran­ten­nale orto­dos­sia neo­li­be­ri­sta. Quella che ha dif­fuso nel mondo il man­tra del «pri­va­tiz­zare i gua­da­gni e col­let­ti­viz­zare le per­dite». E il giu­di­zio di Schulz appare ine­qui­vo­ca­bile. In più parti del libro se la prende con il fatto che nella «lotta alla crisi» siano state «uti­liz­zate le ricette dei neo­li­be­ri­sti, che già ave­vano cau­sato tante scia­gure». Non manca una neces­sa­ria auto­cri­tica: «siamo stati noi stessi a vin­co­larci alle agen­zie di rating, sta­bi­lendo per legge che le loro valu­ta­zioni abbiano pre­cise conseguenze».

Qui è sotto accusa la classe diri­gente euro­pea, cui appar­tiene lo stesso Schulz. Il quale tiene però a pre­ci­sare il grande scacco nel quale è finita la crisi dei debiti sovrani, dive­nuta crisi della moneta comune con gli attac­chi spe­cu­la­tivi degli anni 2010–2012. Dall’avvio delle spe­cu­la­zioni si è regi­strata la ten­denza alla «ver­ti­ciz­za­zione» nella gestione della crisi, inau­gu­rata dal «diret­to­rio franco-tedesco» dell’ottobre 2010, con Angela Mer­kel e l’ex pre­si­dente della Repub­blica fran­cese Nico­las Sar­kozy. Poi solo a gestione tede­sca. È que­sto il cuore dell’attuale con­flitto poli­tico in Europa. Una crisi di gestione della crisi impu­ta­bile ai capi di governo. Sem­bra una lon­tana eco della «crisi del mana­ge­ment della crisi», come Claus Offe descri­veva la crisi capi­ta­li­stica dei primi anni Set­tanta del Nove­cento. In que­sto caso Schulz la uti­lizza per evi­den­ziare il gioco della colpa. Un gioco al mas­sa­cro che le gelose diplo­ma­zie inter­go­ver­na­tive hanno rivolto con­tro le isti­tu­zioni euro­pee. L’intera archi­tet­tura con­ti­nen­tale, e in par­ti­co­lare l’Eurozona, restano ostaggi di quello che è dive­nuto un governo di emer­genza con­ti­nen­tale che vede spa­dro­neg­giare il metodo Mer­kia­velli, come è stato pro­vo­ca­to­ria­mente defi­nito il com­por­ta­mento di Frau Mer­kel da Ulrich Beck. Un’esaltazione dell’ortodossia ordo-liberista dello Stato nazione nel con­te­sto euro­peo, che fa leva sulla supre­ma­zia del con­senso nazio­nale e sull’ossessione tede­sca per la sta­bi­lità, con­giunta a un’arte dell’esitazione come stru­mento di coer­ci­zione nei con­fronti degli Stati col­pe­voli di essere in debito. Per­ché chi è in debito è anche in colpa. In tede­sco Schuld signi­fica sia debito, che colpa: della colpa come debito. Ma Schulz si rifiuta di ade­rire a que­sta inter­pre­ta­zione poli­tica di Schuld.

Per que­sto afferma che biso­gna inver­tire la rotta degli anni 2008–2012, in cui l’Europa è stata gover­nata in mag­gio­ranza da governi neo-liberisti. Ma come rea­liz­zare que­sto muta­mento? È lo stesso Schulz a ricor­dare una pra­tica col­let­tiva tra movi­menti sociali e Par­la­mento euro­peo. Quando quest’ultimo, nell’estate 2012, boc­ciò la rati­fica dell’accordo anti-pirateria, l’ Acta (Anti-Counterfeiting Trade Agree­ment), su spinta dei movi­menti sociali, per i diritti civili e i mediattivisti.

Solo inne­scando un movi­mento vir­tuoso tra cit­ta­di­nanze ed Euro­par­la­mento si potrebbe dare seguito a quello che anche Schulz pro­pone nel suo libro. Emis­sione di euro­bond, fondi di ammor­ta­mento del debito, Europa sociale, poli­ti­che pub­bli­che con­ti­nen­tali anti-cicliche. Per­ché non si può che essere «con­trari ad una poli­tica euro­pea capace di mobi­li­tare 700 miliardi di euro per sta­bi­liz­zare il sistema ban­ca­rio, ma che vuole spen­dere sol­tanto 6 miliardi per la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile», come recita l’appello sot­to­scritto da Haber­mas, Beck, Morin e molti altri lo scorso 27 feb­braio. Resta un mistero come sia pos­si­bile bat­tersi per que­sta Europa poli­tica e sociale stando alleati al governo con Angela Merkel.

Massimo Nava 167 28-02-2014 corriere della sera 59

Germania, cresce il divario ricchi-poveri
Secondo l’istituto Diw è il paese con le maggiori differenze nell’Eurozona: diseguaglianze crescenti
di Tonia Mastrobuoni La Stampa 28.2.14 qui da Spogli

C’è un’Europa oltre Bruxelles scegliamola con il voto
di Ulrich Beck Repubblica 27.2.14

IL PROSSIMO maggio le cittadine e i cittadini saranno per la prima volta chiamati alla scelta sul futuro dell’Europa. Quale Europa vogliamo? Dal momento dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona e per tutta la durata della crisi i cittadini non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere il loro giudizio sul futuro dell’Unione Europea, in un processo di formazione democratica della volontà. Questa volta, la novità è costituita dalla presenza di diversi candidati alla carica di presidente della Commissione europea, con la possibilità di scegliere tra diversi modelli d’Europa. È un salto quantico politico. Infatti, nel medesimo momento e in tutta l’Europa discuteremo in lingue diverse sugli stessi temi – cioè su persone e sui loro programmi. Vogliamo il “meno Europa” di un David Cameron, dettato dagli imperativi del mercato, oppure un’ “altra Europa”, che sottopone il mercato a regole democratiche, come ha in mente il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz?
I partiti anti-europei e i loro candidati vogliono essere eletti democraticamente per minare la democrazia in Europa.
Invitiamo i cittadini d’Europa a negare il loro voto a questo attacco politico suicida.
Ma è assolutamente necessario prendere sul serio lo scetticismo dei cittadini. Per la rinascita dell’Europa è indispensabile mettere pubblicamente in luce i difetti congeniti dell’Ue. Noi siamo contrari a una politica europea capace di mobilitare 700 miliardi di euro per stabilizzare il sistema bancario, ma che vuole spendere soltanto 6 miliardi per contrastare la disoccupazione giovanile. Molti, e tra di loro anche tanti giovani europei, hanno la sensazione che esista un mondo parallelo anonimo chiamato “Bruxelles”, e che esso minacci la loro identità, la loro lingua e la loro cultura. È sorta un’Europa delle élites, senza un’Europa dei cittadini. Per guadagnare i cittadini all’Europa, la politica deve affrontare i temi che stanno a cuore alle persone.
L’Europa si trova in un moment of decision. Dipenderà essenzialmente dall’esperienza, dagli orientamenti di fondo, dal coraggio e dall’abilità del prossimo presidente della Commissione europea se riusciremo a superare in Europa il “dispotismo benintenzionato” (Jacques Delors) e a far acquisire al vecchio continente una posizione energica e una voce che parli del futuro in un mondo globalizzato.
Hanno firmato l’appello
Zygmunt Bauman, Elisabeth Beck-Gernsheim, Daniel Birnbaum, Angelo Bolaffi, Jacques Delors, Chris Dercon, Slavenka Drakulic, Ólafur Elíasson, Péter Esterházy, Iván Fischer, Anthony Giddens, Lars Gustafsson,Jürgen Habermas, Ágnes Heller, Harold James, Mary Kaldor, Navid Kermani, Ivan Krastev, Michael Krüger, Pascal Lamy, Bruno Latour, Antonín Jaroslav Liehm, Robert Menasse, Christoph Möllers, Henrietta L. Moore, Edgar Morin, Adolf Muschg, Cees Nooteboom, Andrei Plesu, Ilma Rakusa, Volker Schlöndorff, Peter Schneider, Gesine Schwan, Hanna Schygulla, Tomáš Sedlácek, Kostas Simitis, Klaus Staeck, Richard Swartz, Michael M. Thoss, Lilian Thuram, Alain Touraine, António Vitorino, Christina Weiss, Michel Wieviorka