venerdì 28 febbraio 2014
"Il demone di Nietzsche" di Stefan Zweig: una nuova traduzione
Risvolto
"Zweig entra nella vita di Nietzsche per
scrivere la sua 'tragedia senza personaggi', per osservarlo nelle camere
mobiliate e povere che diventano la vera dimora di colui che farà
danzare Zarathustra, per controllarne la fortissima miopia (i suoi occhi
'tre quarti ciechi') o per misurare la violenza dei sonniferi, giacché
in due mesi consuma cinquanta grammi di idrato di cloralio per
propiziarsi la quiete del sonno. Si sofferma sui nervi, sui dolori
terribili di cui soffre ('fuoco di fucileria' contro la sua carne) per
quell''unica malattia che per vent'anni continua a scavare il cunicolo
fin sotto la cittadella del suo spirito e lo fa poi saltare
all'improvviso'. Lo osserva a tavola, nei momenti di ricreazione: 'il tè
dev'essere di una determinata marca e di una particolare qualità; la
carne è pericolosa; i legumi devono essere preparati in un certo modo';
insomma, a poco a poco questo 'eterno far da medico e diagnosticare
assume un carattere morboso di solipsismo'. Nietzsche, 'don Giovanni
della conoscenza', nel suo entusiasmo crede di godere di una 'suprema
sanità', ma il suo grande spirito ha creato un''autosuggestione', si è
convinto di essere sano attraverso una 'salute inventata'. Di più: Zweig
coglie già allora quello che i professori capiranno con qualche
decennio di ritardo, ovvero l'impossibilità di formulare un giudizio
definitivo sul pensiero di Nietzsche, sui suoi fini, sul 'sistema' che
non si trova." (Dalla prefazione di Armando Torno)
Daniele Abbiati - il Giornale Ven, 28/02/2014
Tradotta la classica biografia di Max Stirner scritta da J.H. Mackay
John Henry Mackay: Max Stirner. Vita e Opere, BibliosoficaRisvolto
Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schmidt (Bayreuth 1806 – Berlino 1856), filosofo tedesco. Sue opere principali: L’Unico e la sua proprietà (1845), Scritti minori e risposte ai critici dell’Unico (1842-1847), Storia della reazione (2 voll., 1852).
John Henry Mackay (Greenock 1864 – Charlottenburg 1933), scrittore tedesco di origine scozzese. Sue opere principali: Tempesta (raccolta di poesie, 1888), Gli anarchici (1891), Max Stirner (1898), I cercatori di libertà (1920).
Quando, nell’estate del 1887, il giovane
poeta scozzese John Henry Mackay si imbatté nel nome di Max Stirner e
nella sua opera L’Unico e la sua proprietà, fu come folgorato da un
incomparabile desiderio di approfondirne la conoscenza. E fu così che,
con grande entusiasmo, dedicò molti anni della sua vita alla ricerca di
tutte le fonti possibili, sia testimoniali che documentarie, per
realizzare una biografia, per raccogliere i testi, per perpetuare la
memoria, insomma per togliere dall’oblio quell’oscuro filosofo, morto in
povertà e ormai dimenticato da tempo.
Quella del Mackay rimane a tutt’oggi
l’unica biografia attendibile di Max Stirner. Ne curò tre successive
edizioni, negli anni 1898, 1910, 1914. Quest’ultima viene qui utilizzata
per la prima traduzione pubblicata in lingua italiana. Essa colma una
lacuna, in quanto un’opera scritta con così grande passione merita di
essere conosciuta, soprattutto perché apre un velo più “umano” rispetto
alla imponente bibliografia stirneriana, incentrata quasi esclusivamente
su studi e ricerche di preminente carattere filosofico.
Max Stirner, il precursore dimenticato
Anticipò Nietzsche, piaceva al Duce ma anche a Camus: il flosofo tedesco ora è riscoperto per la sua modernità
di Diego Gabutti Sette del Corriere 11.4.14
Anticipò Nietzsche, piaceva al Duce ma anche a Camus: il flosofo tedesco ora è riscoperto per la sua modernità
di Diego Gabutti Sette del Corriere 11.4.14
Guerra, Stato nazionale e modernità
Contro le preponderanti forze francesi, il re inglese Enrico V
trionfa facendo leva sulla disperazione degli umili: finisce l’età
aristocratica dei guerrieri, s’inizia quella dei soldati
di Antonio Scurati La Stampa 27.2.14
Davanti a sé ha soltanto la piana, a perdita d’occhio.
Jean Le Meingre in persona gli ha riconosciuto l’onore di potersi
schierare nella prima linea. Lui va così fiero del favore del
Maresciallo che tra il cuore e il capo del proprio scudo, nel posto
d’onore, ha chiesto e ottenuto di poter mettere il suo blasone, l’aquila
rossa membrata d’azzurro.
Ora tutto è pronto e tutto è perfetto. Il terreno, certo, è fangoso e
solcato dall’aratro ma è sgombro da ostacoli e da trabocchetti. Pare che
l’Onnipotente stesso abbia scelto il luogo per la carica dei Suoi
cavalieri nella radura tra le foreste di Azincourt. E quei cavalieri non
mancheranno al loro dovere verso se stessi, verso i propri compagni
d’arme, verso i prìncipi di Francia e verso l’Altissimo: fra pochi
minuti caricheranno a fondo e non si sottrarranno ai colpi del nemico
sulla linea di battaglia.
Lui indossa un’armatura completa e monta un cavallo da guerra. Il suo
corpo di carne è interamente rivestito d’acciaio, dall’elmo a coppo fino
alla scarpa a zampa d’orso infilata nella staffa. Ma la cavalcatura non
è da meno del cavaliere. Gli scudieri l’hanno strigliata, abbeverata e
foraggiata, poi l’hanno corazzata, quindi l’hanno sellata. Non manca
niente al suo orgoglio di guerriero: il cavallo lo solleva da terra e lo
innalza verso il cielo, l’armatura sublima la sua carne. Lui non
disdegna la carne, perché è nella carne che gode e che soffre. Ma la
verità di un uomo non sta nella sua carne. E quell’armatura, che non
lascia scoperto nemmeno un brandello di pelle, non serve a proteggere il
suo corpo, serve a nascondere e a rivelare. A nascondere la menzogna
del corpo e a rivelare la verità dell’anima. Le placche d’acciaio sono
la manifestazione visibile dell’invisibile spirito di un uomo. Sono
spirito forgiato nel ferro.
Tutto è perfetto tranne il terreno e il nemico. Lui vorrebbe lanciarsi
contro un battaglione di cavalieri suoi pari, che come lui amassero il
gioco bello della guerra, che volentieri danzassero in quella festa
crudele. Ma gli hanno comandato di caricare gli arcieri inglesi, dei
villani che hanno appena smesso la vanga per imbracciare l’arco. Quella
plebaglia non combatte per l’onore ma per vivere ancora. Non combatte
per la gloria ma per vincere. Non cercano la mischia, la fuggono.
Combattono a piedi, seminudi, senza alcun segno manifesto della loro
anima, ragion per cui lui dubita che ne abbiano una. Quella gente
scaglia dardi di lontano, non c’è verso che uno di loro possa essere
ricordato. Combattono per mettere le mani sui gioielli di un principe,
per poi scambiarli con un fiorino e comprarci il pane da portare alle
loro famiglie sui monti del Galles. Davanti a lui, adesso quei pezzenti
impastati di fango piantano in silenzio pali nel terreno. Come
falegnami.
Ma poi nemmeno questo importa perché accanto a lui i suoi compagni
lanciano urli di guerra, agitano le loro insegne, si passano fiasche di
vini odoriferi, millantano, motteggiano, si amano e ammirano a vicenda,
ricordano e si preparano a essere ricordati.
Lui è pienamente felice. Ancora solo quelle due piccole crepe nella sua
felicità. Il fango che rallenterà la corsa dei cavalli e il silenzio che
proviene dal fondo della piana: la schiera degli arcieri inglesi è
laboriosa ma muta, non c’è gioia tra le loro file, soltanto una cupa
ferocia.
Fortunatamente non c’è più tempo per i pensieri. A momenti giungerà
l’ordine della carica e lui sente attorno a sé l’aria impregnarsi degli
umori del sangue che ribolle quando migliaia di cuori pulsano
all’impazzata nel buio delle armature. Ma l’ordine non viene, le
bandiere rosse non volano, la voce profonda del corno non risuona e su
tutti loro, invece della gloria di Dio, comincia a scendere una sciocca
pioggia di frecce.
Immedesimarsi in un cavaliere francese negli istanti che precedettero la
battaglia di Azincourt è fondamentale per comprenderne gli esiti.
Azincourt non fu, infatti, una grandiosa vittoria ma una grandiosa
sconfitta. Vi furono sconfitti il Medioevo cavalleresco e l’orgoglio del
guerriero a cavallo. Un’intera epoca tramontò nel massacro e un’altra
vi si annunciò. Se non si comprende questo sarà impossibile spiegare
quella memorabile carneficina.
Quando il 25 ottobre 1415 i francesi sbarrarono la marcia degli inglesi
verso Calais, l’esercito d’invasione di Enrico V era effettivamente
ridotto a una banda di pezzenti. Decimati dalle febbri e dalla
dissenteria, sfiniti dalle marce, braccati da settimane, indeboliti
dalla fame, gli inglesi contavano non più di seimila combattenti – mille
uomini d’arme (vestiti di corazza) e cinquemila arcieri – a fronte di
circa venticinquemila francesi, quasi tutti uomini d’arme dei quali
circa un migliaio a cavallo, ben nutriti e ben equipaggiati. Ma contro
la coscienza della superiorità numerica e della supremazia che le
aristocrazie guerriere dei cavalieri avevano esercitato lungo tutto
l’Alto Medioevo, Enrico schierò la tenace disperazione degli umili, la
rigida disciplina dei fanti, il professionismo militare come arte
servile. Schierò, insomma, il futuro.
Il sovrano inglese dispose i suoi in tre gruppi, con gli uomini d’arme
al centro e il grosso degli arcieri collocati sui fianchi, leggermente
aggettanti. Attesero così quattro ore all’inpiedi, ore di fame e di
freddo, l’attacco dei francesi, poi Enrico ordinò ai suoi di avanzare
fino al punto in cui le zone boscose che delimitavano il campo
convergevano a formare un imbuto (a circa 270 metri dai francesi). Fu
allora che gli arcieri cominciarono a piantare indisturbati i loro pali
nel terreno trincerandosi contro la carica dei cavalieri. Se i francesi
li avessero caricati in quel momento, li avrebbero sbaragliati
facilmente. Ma i francesi erano impegnati da ore a bere, vantarsi,
soprattutto a disputarsi i posti d’onore in prima fila sotto lo
stendardo del loro signore feudale. Caricarono soltanto quando calò su
di loro la prima pioggia di frecce, offesi più nell’onore che non nel
corpo da quel tiro indiretto. La carica però si infranse contro
l’istrice di pali appuntiti dietro cui si schermavano gli arcieri che
adesso potevano abbatterli con il tiro diretto. La rotta della
cavalleria si trasformò in una controcarica di cavalli imbizzarriti che
ruppe l’avanzata degli uomini d’arme appiedati che sopraggiungeva alle
loro spalle. Questi, del resto, sdegnarono di battersi con gli arcieri –
che pure li tartassavano indisturbati – e si ammassarono tutti al
centro per incrociare le spade con i loro pari inglesi. Si raggrumarono
così in tre colonne la cui densità amorfa, sommata all’intralcio
dell’armatura, gli impediva quasi ogni movimento. Sotto la spinta dei
propri compagni alle spalle, crollavano come birilli. La vecchia
ideologia della guerra aveva trasformato in inermi i guerrieri di
un’altra epoca.
Ebbe allora inizio la mattanza. Gli arcieri, disinteressati alla
distinzione e interessati solo al bottino, deposero gli archi,
impugnarono asce, mazze e coltelli, e con la sapienza plebea o piccolo
borghese di macellai, maestri d’ascia e corazzai attaccarono i fianchi
scoperti dei francesi aggredendo in piccoli gruppi i singoli uomini
d’arme sconcertati e umiliati. Li finirono a terra, cercando con
punteruoli e squarcine le giunture tra le piastre di metallo. Alla fine
della giornata, accatasteranno più di diecimila cadaveri rivestiti di
acciaio splendente.
Ma già dopo mezzogiorno gli inglesi erano padroni del campo. I cavalieri
francesi della terza schiera rinunciarono alla carica. Volsero le terga
dei cavalli e se ne tornarono ciascuno al proprio castello. Il Medioevo
cavalleresco era finito. Cominciava la modernità, l’epoca della
«universale, indifferente e impersonale morte». Finiva l’età dei
guerrieri, iniziava quella dei soldati.
Due testi di Gramsci e Sturzo sul Mezzogiorno
Il Mezzogiorno e l’Italia, a cura di Giampaolo D’Andrea e
Francesco Giasi, StudiumRisvolto
Il volume
propone due classici del pensiero meridionalista:
Il Mezzogiorno e la politica italiana, discorso
pronunciato da Luigi Sturzo nella Galleria Principe
di Napoli il 18 gennaio 1923, e il saggio di Antonio
Gramsci del 1926, scritto alla vigilia del suo
arresto e noto col titolo Alcuni temi della
quistione meridionale.
L’inconsueto
accostamento dei due scritti nasce dalla volontà di
mettere a confronto due visioni che costituiscono
ancora oggi un punto di riferimento per chi voglia
riflettere sulla questione meridionale. La visione
geopolitica della questione meridionale e la
concezione della politica come lotta per l’egemonia
fanno di Sturzo e di Gramsci i due uomini politici
più lungimiranti dell’Italia fra le due guerre. La
comparazione tra i due scritti mostra sia le
convergenze nell’analisi della società meridionale
sia le divergenze nel prospettare le soluzioni
politiche. Ad una lettura ravvicinata appare
evidente l’attualità della loro lezione per chiunque
affronti i problemi storici del meridionalismo e
dell’unità d’Italia.
I testi di
Sturzo e Gramsci sono preceduti dai saggi di
Giuseppe Vacca e Francesco Malgeri e dalle note
introduttive di Giampaolo D’Andrea e Francesco Giasi.
Studium propone due classici del pensiero meridionalista che costituiscono ancora oggi un punto di riferimento per chi voglia riflettere sulla questione
Luigi Giorgi Europa 27 febbraio 2014 STAMPA
La mitica "governance" ovvero una struttura di comando intrinsecamente neoliberale
Risvolto
Dalla governance globale a quella dell’università, dal la governance
d’impresa alla governance dei servizi pubblici, il dibattito politico è ormai
segnato dal persistente riferimento a un oggetto oscuro e sfuggente che lascia
nell’ombra il «chi» governa «cosa» e «come». Quando si usa la parola governance,
sembra si voglia intendere che le cose devono governarsi da sé, magari per
favorire un processo di riduzione del ruolo dello Stato e del peso della
dimensione pubblica. In questo libro sono tratteggiate le caratteristiche di un
«discorso politico» che non solo descrive alcune importanti trasformazioni
della forma dello Stato e della relazione tra pubblico e privato, ma propone
modalità nuove di governo e di autogoverno delle comunità umane. Collocata
nell’odierno dibattito intorno al rapporto tra politica ed economia, la governance
che emerge dai documenti istituzionali internazionali svela il volto oscuro di
un inedito primato dell’economia sulla politica.
Il dogma dell’austerità in una parola
Saggi . «Governance» di Alessandro Arienzo per Ediesse. La ricostruzione storica e l’analisi puntale di un modello neoliberista di gestione politica delle società contemporanee
Giuseppe Allegri, il Manifesto 28.2.2014
È un libro assai utile quello di Alessandro Arienzo su La governance (Ediesse, pp. 205, euro 12). Perché permette di indagare una formula confusa ed abusata, nell’oramai quarantennale dominio neo-liberista del capitalismo finanziario.
Il volume fa parte di una collana di recente creazione. È quella dei «fondamenti», che un gruppo di giovani curatori promuove, con l’editore Ediesse, «per un vasto pubblico di lettori curiosi e appassionati», incrociando il «taglio monografico» con «l’alta divulgazione». Una sfida notevole, di questi tempi, quella di unire approfondimento della ricerca e diffusione del sapere. Sembra scomodare i celebri Libri di base diretti da Tullio De Mauro, che Editori Riuniti pensò in tutt’altra fase culturale. Ad ogni modo l’impostazione grafica di questi volumi è caratterizzata dalla presenza di schemi esemplificativi, glossari, bibliografie commentate e sunti chiarificatori posti alla fine di ciascun capitolo, «per riassumere» il contenuto di quanto detto in precedenza. Il tutto senza perdere il taglio analitico critico che vorrebbe contraddistinguere la collana. Sicuramente così succede con il volume di Alessandro Arienzo, ricercatore appartenente alla scuola filosofica napoletana e attento studioso di governamentalità e biopolitica che dagli studi sulla ragion di Stato è da tempo approdato a scandagliare i meandri delle tecniche di governance contemporanea.
Un generico termine
Ma che cos’è la governance? Questo l’interrogativo che apre il libro. Seguono tre capitoli riguardanti la governance europea, quella internazionale, tra sicurezza e sviluppo, per finire con una riflessione sulla portata della governance tra Stato e mercato.
Arienzo chiarisce subito che il lemma governance può essere inteso come «espressione generica del governare»: «qualsiasi forma di organizzazione dell’azione collettiva». Qui la memoria risale alle formule utilizzate nella Francia medievale, piuttosto che nell’Inghilterra del Seicento. Ma l’opposizione tra governance e government si afferma nel lessico pubblicistico e scientifico con le riforme delle istituzioni di governo locale e metropolitano negli Stati Uniti degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Poi arriva la corporate governance delle imprese finanziarie, che diviene parametro di comportamento delle istituzioni della globalizzazione: dal Fondo monetario internazionale alla Banca mondiale. Da una parte quindi il governo gerarchico-piramidale che si fonda sull’autorità sovrana dello Stato. Dall’altra la governance dei meccanismi informali, di processi aperti e diffusi, tendenzialmente orizzontali e non-gerarchici, che includono reti decisionali miste, pubbliche e private.
Ecco che qui Arienzo si concentra giustamente sulla tendenza oramai quarantennale dell’attuale concetto e pratica di governance: «un percorso di messa in discussione delle procedure del governo rappresentativo negli Stati democratici e parlamentari», non per aprire spazi di orizzontalità partecipativa, ma per obbedire al dogma della «governabilità». È un mantra che giunge fino agli epigoni del compromesso storico, tuttora ai vertici istituzionali, ma che prende le mosse dal celebre Rapporto alla Commissione Trilaterale, tradotto in Italia nel 1977 con prefazione di Giovanni Agnelli: non è certo una strana combinazione. Piuttosto un manuale che impone il verbo della governabilità per arginare sommovimenti sociali che rivendicano giustizia sociale, democrazia, diritti, redistribuzione del reddito. È l’inizio di un processo di spoliticizzazione dell’orizzonte democratico e di incubazione di una retorica sulla governance, intesa esclusivamente come processo di «forme organizzative e politiche di diretta espressione del contemporaneo neoliberalismo», piuttosto che come occasione di redistribuzione dei processi decisionali verso il basso, in favore di soggetti non appartenenti alla struttura gerarchica dei poteri economico-politici esistenti. Sono Margaret Thatcher e Ronald Reagan che si affacciano, in compagnia dei Chicago boys, fino all’ortodossa austerità tedesca.
Così Arienzo sintetizza perfettamente lo stato dell’arte. Nell’ultimo decennio è uscita sconfitta l’ipotesi di una «governance politica dell’economia» che la Commissione europea aveva descritto nel Libro bianco del 2001, insistendo particolarmente sui princìpi di «apertura, partecipazione, responsabilità, efficacia e coerenza». Nella bibliografia commentata è ricordato un volume collettivo che provò a confrontarsi a viso aperto con quell’opzione, insistendo sugli spazi di azione dei movimenti sociali europei e globali: Governance, società civile e movimenti sociali. Rivendicare il comune (Ediesse, 2009). Nello stesso decennio ha preso sempre più corpo una «governance economica della politica e della società», fautrice di uno Stato regolatore minimo, imbevuta di neocorporativismo, capace di conservare i rapporti di potere esistenti e al contempo di colonizzare l’immaginario collettivo.
Una partita ancora aperta
È la nuova ragione dell’ordine neo-liberale (per dirla con Dardot-Laval, da poco tradotti per DeriveApprodi) che diventa «governance commissaria di mercato», in grado di «commissariare le politiche economiche degli Stati» e governare le forme di vita degli individui, nel «gestire e amministrare il loro capitale umano», così come gli spazi dei «processi aggregativi», tanto reali, quanto virtuali. Eppure Alessandro Arienzo ci invita a non considerare conclusa la partita. Tra i «vuoti e gli scarti della democrazia» (riprendendo un lavoro curato dallo stesso Arienzo e da Diego Lazzarich, Esi, 2012) si apre l’urgenza di riconoscere il carattere politico e conflittuale che la governance inscrive nei rapporti di potere. È quello il terreno dove sfidare le derive neo-oligarchiche e tecnocratiche. Magari con il protagonismo di soggetti collettivi consapevoli del fatto che gli spazi politici di azione sono quelli locali – per un nuovo diritto alla città – insieme con quello continentale – per un’Europa politica e sociale.
Prima fanno la catastrofe, poi vorrebbero salvarci: la disciplina neoliberale secondo Schulz il kapò e i socialisti europei
Risvolto
Siamo veramente disposti a rinunciare al progetto europeo, che ha saputo
garantire la pace nel nostro continente per oltre sessant’anni? Martin
Schulz, presidente Parlamento Europeo, è sicuro che valga la pena dargli
un nuovo impulso per farlo progredire e motiva qui le sue teorie in
modo chiaro ed efficace.
Martin Schulz traccia uno scenario realistico quanto inquietante: crollo
del mercato interno europeo, disoccupazione alle stelle, gli Stati
europei inevitabilmente sottoposti al potere degli Stati Uniti e dei
paesi in crescita come la Cina, mentre all’interno monta la minaccia del
populismo di destra.
In modo provocatorio e senza reticenze, Martin Schulz, uno dei più
convinti europeisti, elenca tutto ciò che nell’Europa di oggi non va,
puntando l’indice soprattutto sul deficit democratico, sulla mentalità
degli Stati membri ancora legata all’ambito nazionale, e sulla mancanza
di una politica estera unitaria.
Schulz si scaglia inoltre contro le illusioni degli euroscettici e
argomenta con forza in favore di una vera democrazia europea che sappia
mantenere un ruolo di rilievo nello scacchiere globale e allo stesso
tempo preservare quel modello sociale che tanto è ammirato nel resto del
mondo.
Martin Schulz Dal 2012 presidente del Parlamento Europeo,
Schulz ha militato nella spd tedesca dall’età di diciannove anni. Già
libraio, sindaco della sua cittadina natale, nel 1984 entra nel
direttivo nazionale del partito, e nel 1994 è eletto per la prima volta
nel Parlamento Europeo, dove presiede il gruppo socialista tra il 2004 e
il 2012. Oggi è lui il candidato ufficiale del Pse per la presidenza
della Commissione Europea.
Un’autocritica dal respiro corto
Pamphlet. «Il gigante incatenato» di Martin Schulz per Fazi Editore. Le politiche liberiste per gestire la crisi europea secondo il candidato socialista a presidente della Commissione Giuseppe Allegri, il Manifesto 20.3.2014
Ultima opportunità per l’Europa? Così recita l’epocale sottotitolo de Il gigante incatenato (Fazi editore, pp. 250, euro 18) di Martin Schulz, presidente uscente dell’Europarlamento e candidato dai Socialisti e Democratici alla presidenza della Commissione europea in occasione delle elezioni europee della prossima primavera. Schulz è l’eurodeputato conosciuto alle cronache italiche per l’infausto appellativo di Kapò affibbiatogli nel luglio 2003 da Silvio Berlusconi, protagonista di un incandescente dibattito all’Europarlamento, in qualità di Capo del Governo italiano e presidente di turno del semestre europeo. A luglio ci sarà Matteo Renzi in quella funzione. Difficile immaginare che riesca ad eguagliare il suo predecessore. E una volta tanto verrebbe da dire: per fortuna. Magra consolazione.
Ma Martin Schulz è soprattutto un leader socialdemocratico tedesco fortemente europeista. Negli anni Settanta, era un giovane libraio nel piccolo borgo di Würselen, del quale è stato poi anche sindaco. Quindi la trentennale militanza nella socialdemocrazia tedesca e il ruolo da eurodeputato ricoperto dal 1994. Il libro è un accorato appello per salvare il progetto di integrazione continentale. E se da una parte questo appello è sicuramente rivolto alle cittadinanze d’Europa che a maggio eleggeranno i propri eurodeputati, dall’altra sembra evocare convitati di pietra molto vicini allo stesso autore dell’appello. E vicini per prossimità di governo. Visto che Angela Merkel è cancelliere del governo tedesco in virtù di quella Große Koalition che i socialdemocratici sostengono con convinzione. E Angela Merkel risulta essere tuttora la più strenua sostenitrice di quell’Europa tedesca che dispensa rigorosa austerità per gli «spendaccioni» Paesi mediterranei. Fedele al motto più volte ripetuto che «mai più dovrà essere il contribuente a pagare se la banca fallisce». Con un corollario sottinteso: il «contribuente tedesco». Tutt’altro che una postura sinceramente europeista, insomma.
Sicuramente non europeista nel senso descritto da Schulz in questo libro, che merita un’attenzione particolare, poiché è una sorta di consuntivo dei fallimenti europei nella Grande Crisi e contemporaneamente un abbozzo di programma di governo per la nuova Commissione. Sul banco degli accusati c’è l’oramai quarantennale ortodossia neoliberista. Quella che ha diffuso nel mondo il mantra del «privatizzare i guadagni e collettivizzare le perdite». E il giudizio di Schulz appare inequivocabile. In più parti del libro se la prende con il fatto che nella «lotta alla crisi» siano state «utilizzate le ricette dei neoliberisti, che già avevano causato tante sciagure». Non manca una necessaria autocritica: «siamo stati noi stessi a vincolarci alle agenzie di rating, stabilendo per legge che le loro valutazioni abbiano precise conseguenze».
Qui è sotto accusa la classe dirigente europea, cui appartiene lo stesso Schulz. Il quale tiene però a precisare il grande scacco nel quale è finita la crisi dei debiti sovrani, divenuta crisi della moneta comune con gli attacchi speculativi degli anni 2010–2012. Dall’avvio delle speculazioni si è registrata la tendenza alla «verticizzazione» nella gestione della crisi, inaugurata dal «direttorio franco-tedesco» dell’ottobre 2010, con Angela Merkel e l’ex presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy. Poi solo a gestione tedesca. È questo il cuore dell’attuale conflitto politico in Europa. Una crisi di gestione della crisi imputabile ai capi di governo. Sembra una lontana eco della «crisi del management della crisi», come Claus Offe descriveva la crisi capitalistica dei primi anni Settanta del Novecento. In questo caso Schulz la utilizza per evidenziare il gioco della colpa. Un gioco al massacro che le gelose diplomazie intergovernative hanno rivolto contro le istituzioni europee. L’intera architettura continentale, e in particolare l’Eurozona, restano ostaggi di quello che è divenuto un governo di emergenza continentale che vede spadroneggiare il metodo Merkiavelli, come è stato provocatoriamente definito il comportamento di Frau Merkel da Ulrich Beck. Un’esaltazione dell’ortodossia ordo-liberista dello Stato nazione nel contesto europeo, che fa leva sulla supremazia del consenso nazionale e sull’ossessione tedesca per la stabilità, congiunta a un’arte dell’esitazione come strumento di coercizione nei confronti degli Stati colpevoli di essere in debito. Perché chi è in debito è anche in colpa. In tedesco Schuld significa sia debito, che colpa: della colpa come debito. Ma Schulz si rifiuta di aderire a questa interpretazione politica di Schuld.
Per questo afferma che bisogna invertire la rotta degli anni 2008–2012, in cui l’Europa è stata governata in maggioranza da governi neo-liberisti. Ma come realizzare questo mutamento? È lo stesso Schulz a ricordare una pratica collettiva tra movimenti sociali e Parlamento europeo. Quando quest’ultimo, nell’estate 2012, bocciò la ratifica dell’accordo anti-pirateria, l’ Acta (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), su spinta dei movimenti sociali, per i diritti civili e i mediattivisti.
Solo innescando un movimento virtuoso tra cittadinanze ed Europarlamento si potrebbe dare seguito a quello che anche Schulz propone nel suo libro. Emissione di eurobond, fondi di ammortamento del debito, Europa sociale, politiche pubbliche continentali anti-cicliche. Perché non si può che essere «contrari ad una politica europea capace di mobilitare 700 miliardi di euro per stabilizzare il sistema bancario, ma che vuole spendere soltanto 6 miliardi per la disoccupazione giovanile», come recita l’appello sottoscritto da Habermas, Beck, Morin e molti altri lo scorso 27 febbraio. Resta un mistero come sia possibile battersi per questa Europa politica e sociale stando alleati al governo con Angela Merkel.
Un’autocritica dal respiro corto
Pamphlet. «Il gigante incatenato» di Martin Schulz per Fazi Editore. Le politiche liberiste per gestire la crisi europea secondo il candidato socialista a presidente della Commissione Giuseppe Allegri, il Manifesto 20.3.2014
Ultima opportunità per l’Europa? Così recita l’epocale sottotitolo de Il gigante incatenato (Fazi editore, pp. 250, euro 18) di Martin Schulz, presidente uscente dell’Europarlamento e candidato dai Socialisti e Democratici alla presidenza della Commissione europea in occasione delle elezioni europee della prossima primavera. Schulz è l’eurodeputato conosciuto alle cronache italiche per l’infausto appellativo di Kapò affibbiatogli nel luglio 2003 da Silvio Berlusconi, protagonista di un incandescente dibattito all’Europarlamento, in qualità di Capo del Governo italiano e presidente di turno del semestre europeo. A luglio ci sarà Matteo Renzi in quella funzione. Difficile immaginare che riesca ad eguagliare il suo predecessore. E una volta tanto verrebbe da dire: per fortuna. Magra consolazione.
Ma Martin Schulz è soprattutto un leader socialdemocratico tedesco fortemente europeista. Negli anni Settanta, era un giovane libraio nel piccolo borgo di Würselen, del quale è stato poi anche sindaco. Quindi la trentennale militanza nella socialdemocrazia tedesca e il ruolo da eurodeputato ricoperto dal 1994. Il libro è un accorato appello per salvare il progetto di integrazione continentale. E se da una parte questo appello è sicuramente rivolto alle cittadinanze d’Europa che a maggio eleggeranno i propri eurodeputati, dall’altra sembra evocare convitati di pietra molto vicini allo stesso autore dell’appello. E vicini per prossimità di governo. Visto che Angela Merkel è cancelliere del governo tedesco in virtù di quella Große Koalition che i socialdemocratici sostengono con convinzione. E Angela Merkel risulta essere tuttora la più strenua sostenitrice di quell’Europa tedesca che dispensa rigorosa austerità per gli «spendaccioni» Paesi mediterranei. Fedele al motto più volte ripetuto che «mai più dovrà essere il contribuente a pagare se la banca fallisce». Con un corollario sottinteso: il «contribuente tedesco». Tutt’altro che una postura sinceramente europeista, insomma.
Sicuramente non europeista nel senso descritto da Schulz in questo libro, che merita un’attenzione particolare, poiché è una sorta di consuntivo dei fallimenti europei nella Grande Crisi e contemporaneamente un abbozzo di programma di governo per la nuova Commissione. Sul banco degli accusati c’è l’oramai quarantennale ortodossia neoliberista. Quella che ha diffuso nel mondo il mantra del «privatizzare i guadagni e collettivizzare le perdite». E il giudizio di Schulz appare inequivocabile. In più parti del libro se la prende con il fatto che nella «lotta alla crisi» siano state «utilizzate le ricette dei neoliberisti, che già avevano causato tante sciagure». Non manca una necessaria autocritica: «siamo stati noi stessi a vincolarci alle agenzie di rating, stabilendo per legge che le loro valutazioni abbiano precise conseguenze».
Qui è sotto accusa la classe dirigente europea, cui appartiene lo stesso Schulz. Il quale tiene però a precisare il grande scacco nel quale è finita la crisi dei debiti sovrani, divenuta crisi della moneta comune con gli attacchi speculativi degli anni 2010–2012. Dall’avvio delle speculazioni si è registrata la tendenza alla «verticizzazione» nella gestione della crisi, inaugurata dal «direttorio franco-tedesco» dell’ottobre 2010, con Angela Merkel e l’ex presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy. Poi solo a gestione tedesca. È questo il cuore dell’attuale conflitto politico in Europa. Una crisi di gestione della crisi imputabile ai capi di governo. Sembra una lontana eco della «crisi del management della crisi», come Claus Offe descriveva la crisi capitalistica dei primi anni Settanta del Novecento. In questo caso Schulz la utilizza per evidenziare il gioco della colpa. Un gioco al massacro che le gelose diplomazie intergovernative hanno rivolto contro le istituzioni europee. L’intera architettura continentale, e in particolare l’Eurozona, restano ostaggi di quello che è divenuto un governo di emergenza continentale che vede spadroneggiare il metodo Merkiavelli, come è stato provocatoriamente definito il comportamento di Frau Merkel da Ulrich Beck. Un’esaltazione dell’ortodossia ordo-liberista dello Stato nazione nel contesto europeo, che fa leva sulla supremazia del consenso nazionale e sull’ossessione tedesca per la stabilità, congiunta a un’arte dell’esitazione come strumento di coercizione nei confronti degli Stati colpevoli di essere in debito. Perché chi è in debito è anche in colpa. In tedesco Schuld significa sia debito, che colpa: della colpa come debito. Ma Schulz si rifiuta di aderire a questa interpretazione politica di Schuld.
Per questo afferma che bisogna invertire la rotta degli anni 2008–2012, in cui l’Europa è stata governata in maggioranza da governi neo-liberisti. Ma come realizzare questo mutamento? È lo stesso Schulz a ricordare una pratica collettiva tra movimenti sociali e Parlamento europeo. Quando quest’ultimo, nell’estate 2012, bocciò la ratifica dell’accordo anti-pirateria, l’ Acta (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), su spinta dei movimenti sociali, per i diritti civili e i mediattivisti.
Solo innescando un movimento virtuoso tra cittadinanze ed Europarlamento si potrebbe dare seguito a quello che anche Schulz propone nel suo libro. Emissione di eurobond, fondi di ammortamento del debito, Europa sociale, politiche pubbliche continentali anti-cicliche. Perché non si può che essere «contrari ad una politica europea capace di mobilitare 700 miliardi di euro per stabilizzare il sistema bancario, ma che vuole spendere soltanto 6 miliardi per la disoccupazione giovanile», come recita l’appello sottoscritto da Habermas, Beck, Morin e molti altri lo scorso 27 febbraio. Resta un mistero come sia possibile battersi per questa Europa politica e sociale stando alleati al governo con Angela Merkel.
Massimo Nava 167 28-02-2014 corriere della sera 59
Germania, cresce il divario ricchi-poveri
Secondo l’istituto Diw è il paese con le maggiori differenze nell’Eurozona: diseguaglianze crescenti
di Tonia Mastrobuoni La Stampa 28.2.14 qui da Spogli
C’è un’Europa oltre Bruxelles scegliamola con il voto
di Ulrich Beck Repubblica 27.2.14
IL PROSSIMO maggio le cittadine e i cittadini saranno per la prima volta chiamati alla scelta sul futuro dell’Europa. Quale Europa vogliamo? Dal momento dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona e per tutta la durata della crisi i cittadini non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere il loro giudizio sul futuro dell’Unione Europea, in un processo di formazione democratica della volontà. Questa volta, la novità è costituita dalla presenza di diversi candidati alla carica di presidente della Commissione europea, con la possibilità di scegliere tra diversi modelli d’Europa. È un salto quantico politico. Infatti, nel medesimo momento e in tutta l’Europa discuteremo in lingue diverse sugli stessi temi – cioè su persone e sui loro programmi. Vogliamo il “meno Europa” di un David Cameron, dettato dagli imperativi del mercato, oppure un’ “altra Europa”, che sottopone il mercato a regole democratiche, come ha in mente il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz?
I partiti anti-europei e i loro candidati vogliono essere eletti democraticamente per minare la democrazia in Europa.
Invitiamo i cittadini d’Europa a negare il loro voto a questo attacco politico suicida.
Ma è assolutamente necessario prendere sul serio lo scetticismo dei cittadini. Per la rinascita dell’Europa è indispensabile mettere pubblicamente in luce i difetti congeniti dell’Ue. Noi siamo contrari a una politica europea capace di mobilitare 700 miliardi di euro per stabilizzare il sistema bancario, ma che vuole spendere soltanto 6 miliardi per contrastare la disoccupazione giovanile. Molti, e tra di loro anche tanti giovani europei, hanno la sensazione che esista un mondo parallelo anonimo chiamato “Bruxelles”, e che esso minacci la loro identità, la loro lingua e la loro cultura. È sorta un’Europa delle élites, senza un’Europa dei cittadini. Per guadagnare i cittadini all’Europa, la politica deve affrontare i temi che stanno a cuore alle persone.
L’Europa si trova in un moment of decision. Dipenderà essenzialmente dall’esperienza, dagli orientamenti di fondo, dal coraggio e dall’abilità del prossimo presidente della Commissione europea se riusciremo a superare in Europa il “dispotismo benintenzionato” (Jacques Delors) e a far acquisire al vecchio continente una posizione energica e una voce che parli del futuro in un mondo globalizzato.
Hanno firmato l’appello
Zygmunt Bauman, Elisabeth Beck-Gernsheim, Daniel Birnbaum, Angelo Bolaffi, Jacques Delors, Chris Dercon, Slavenka Drakulic, Ólafur Elíasson, Péter Esterházy, Iván Fischer, Anthony Giddens, Lars Gustafsson,Jürgen Habermas, Ágnes Heller, Harold James, Mary Kaldor, Navid Kermani, Ivan Krastev, Michael Krüger, Pascal Lamy, Bruno Latour, Antonín Jaroslav Liehm, Robert Menasse, Christoph Möllers, Henrietta L. Moore, Edgar Morin, Adolf Muschg, Cees Nooteboom, Andrei Plesu, Ilma Rakusa, Volker Schlöndorff, Peter Schneider, Gesine Schwan, Hanna Schygulla, Tomáš Sedlácek, Kostas Simitis, Klaus Staeck, Richard Swartz, Michael M. Thoss, Lilian Thuram, Alain Touraine, António Vitorino, Christina Weiss, Michel Wieviorka
Germania, cresce il divario ricchi-poveri
Secondo l’istituto Diw è il paese con le maggiori differenze nell’Eurozona: diseguaglianze crescenti
di Tonia Mastrobuoni La Stampa 28.2.14 qui da Spogli
C’è un’Europa oltre Bruxelles scegliamola con il voto
di Ulrich Beck Repubblica 27.2.14
IL PROSSIMO maggio le cittadine e i cittadini saranno per la prima volta chiamati alla scelta sul futuro dell’Europa. Quale Europa vogliamo? Dal momento dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona e per tutta la durata della crisi i cittadini non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere il loro giudizio sul futuro dell’Unione Europea, in un processo di formazione democratica della volontà. Questa volta, la novità è costituita dalla presenza di diversi candidati alla carica di presidente della Commissione europea, con la possibilità di scegliere tra diversi modelli d’Europa. È un salto quantico politico. Infatti, nel medesimo momento e in tutta l’Europa discuteremo in lingue diverse sugli stessi temi – cioè su persone e sui loro programmi. Vogliamo il “meno Europa” di un David Cameron, dettato dagli imperativi del mercato, oppure un’ “altra Europa”, che sottopone il mercato a regole democratiche, come ha in mente il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz?
I partiti anti-europei e i loro candidati vogliono essere eletti democraticamente per minare la democrazia in Europa.
Invitiamo i cittadini d’Europa a negare il loro voto a questo attacco politico suicida.
Ma è assolutamente necessario prendere sul serio lo scetticismo dei cittadini. Per la rinascita dell’Europa è indispensabile mettere pubblicamente in luce i difetti congeniti dell’Ue. Noi siamo contrari a una politica europea capace di mobilitare 700 miliardi di euro per stabilizzare il sistema bancario, ma che vuole spendere soltanto 6 miliardi per contrastare la disoccupazione giovanile. Molti, e tra di loro anche tanti giovani europei, hanno la sensazione che esista un mondo parallelo anonimo chiamato “Bruxelles”, e che esso minacci la loro identità, la loro lingua e la loro cultura. È sorta un’Europa delle élites, senza un’Europa dei cittadini. Per guadagnare i cittadini all’Europa, la politica deve affrontare i temi che stanno a cuore alle persone.
L’Europa si trova in un moment of decision. Dipenderà essenzialmente dall’esperienza, dagli orientamenti di fondo, dal coraggio e dall’abilità del prossimo presidente della Commissione europea se riusciremo a superare in Europa il “dispotismo benintenzionato” (Jacques Delors) e a far acquisire al vecchio continente una posizione energica e una voce che parli del futuro in un mondo globalizzato.
Hanno firmato l’appello
Zygmunt Bauman, Elisabeth Beck-Gernsheim, Daniel Birnbaum, Angelo Bolaffi, Jacques Delors, Chris Dercon, Slavenka Drakulic, Ólafur Elíasson, Péter Esterházy, Iván Fischer, Anthony Giddens, Lars Gustafsson,Jürgen Habermas, Ágnes Heller, Harold James, Mary Kaldor, Navid Kermani, Ivan Krastev, Michael Krüger, Pascal Lamy, Bruno Latour, Antonín Jaroslav Liehm, Robert Menasse, Christoph Möllers, Henrietta L. Moore, Edgar Morin, Adolf Muschg, Cees Nooteboom, Andrei Plesu, Ilma Rakusa, Volker Schlöndorff, Peter Schneider, Gesine Schwan, Hanna Schygulla, Tomáš Sedlácek, Kostas Simitis, Klaus Staeck, Richard Swartz, Michael M. Thoss, Lilian Thuram, Alain Touraine, António Vitorino, Christina Weiss, Michel Wieviorka
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