lunedì 31 marzo 2014

Slavoj Zizek benedice il golpe della Nato in Ucraina: sotto la maschera, il volto del radicalismo subalterno


Molti, a sinistra, hanno reagito alle proteste popolari in Ucraina con il solito paternalismo razzista verso i poveri ucraini: che illusi, ancora idealizzano l’Europa 
SLAVOJ ZIZEK, la Repubblica • 30 mar 14

LE ELEZIONI europee hanno come sfondo gli avvenimenti in Ucraina. Infatti le proteste che hanno rovesciato Yanukovich e la sua gang sono state innescate dalla decisione del governo di Kiev di privilegiare i buoni rapporti con la Russia rispetto all’integrazione con l’Unione europea. Molti, a sinistra, hanno reagito alle proteste popolari con il solito paternalismo razzista verso i poveri ucraini: che illusi, ancora idealizzano l’Europa; non si rendono conto che l’Europa è in declino, e che entrare nella Ue farà solo dell’Ucraina una colonia economica dell’Europa occidentale.

E CHE presto o tardi si ritroveranno nella posizione della Grecia…
Questi commenti, però, non considerano che gli ucraini non erano affatto inconsapevoli della situazione della Ue; conoscevano benissimo i suoi problemi e le sue disparità, ma il loro messaggio era molto semplice: noi siamo messi molto peggio. I problemi dell’Europa sono ancora problemi da ricchi (ricordiamoci che i profughi africani continuano a sbarcare in massa sulle coste greche nonostante la terribile situazione del Paese, scatenando l’ira dei patrioti di destra).
Ma c’è una domanda molto più importante: cosa rappresenta quell’“ Europa ” che i manifestanti ucraini vedono come un punto di riferimento? Non è possibile ridurre il progetto europeo a un’unica visione: abbraccia l’intero arco delle idee politiche, da elementi nazionalisti e perfino fascisti fino all’idea di quella che Étienne Balibar chiama égaliberté, la libertà nell’uguaglianza, il contributo specifico dell’Europa all’immaginario politico mondiale (anche se oggi le istituzioni europee lo tradiscono sempre più); e in mezzo a questi due poli c’è la fiducia ingenua nel capitalismo liberaldemocratico. Nelle proteste ucraine l’Europa vede la propria parte migliore e la peggiore. Il nazionalismo di destra ucraino si inserisce nel quadro di una rinnovata ondata populista anti-immigrati che innalza la bandiera della difesa dell’Europa. Il pericolo della nuova destra era percepito chiaramente, un secolo fa, da Gilbert Keith Chesterton, che nel suo Ortodossia illustrava la contraddizione di fondo dei contestatori della religione: «Gli uomini, che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono col combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa». Non vale lo stesso anche per i fautori della religione? Quanti fanatici difensori della religione hanno cominciato attaccando ferocemente la cultura laica contemporanea, e hanno finito per rinunciare a qualsiasi esperienza religiosa significativa? E non vale lo stesso anche per la recente ascesa dei difensori dell’Europa contro la minaccia degli immigrati? Nello zelo di difendere la tradizione cristiana, i nuovi zeloti sono pronti a rinunciare all’essenza stessa di quella tradizione.
Che cosa possiamo fare in una situazione del genere? I liberali ortodossi ci dicono che quando i valori democratici di fondo sono minacciati da fondamentalisti etnici o religiosi dobbiamo tutti unirci sotto la bandiera liberaldemocratica della tolleranza culturale,
salvare quel che può essere salvato, e accantonare i sogni di una trasformazione sociale più radicale. E il sogno europeo capitalista e liberaldemocratico? Non possiamo sapere con esattezza che cosa attende l’Ucraina all’interno della Ue, a partire dalle misure di austerity.
Possiamo immaginare uno scambio di battute tra un ucraino critico e un amministratore finanziario dell’Unione Europea. L’ucraino si lamenta: «Il panico che c’è qui in Ucraina ha due ragioni. La prima è che abbiamo paura che l’Unione Europea ci abbandoni alle pressioni russe e che lasci colare a picco la nostra economia…». Il funzionario europeo lo interrompe: «Ma potete fidarvi di noi, non vi abbandoneremo, vi controlleremo rigorosamente e vi consiglieremo cosa fare!». «Beh», risponde l’ucraino con calma, «questa è la seconda ragione».
Perciò sì, i manifestanti di Majdan sono stati eroi, ma la vera battaglia comincia ora, la battaglia per cosa diventerà la nuova Ucraina, e sarà una battaglia molto più difficile di quella contro l’intervento di Putin. La questione non è se nella Ue; la questione è se l’Europa di oggi è degna delle aspirazioni profonde degli ucraini. Se l’Ucraina finirà per essere un miscuglio di fondamentalismo etnico e capitalismo liberista, con gli oligarchi che muovono i fili, sarà europea quanto lo è oggi la Russia (o l’Ungheria). I commentatori politici hanno detto che la Ue non ha sostenuto abbastanza l’Ucraina nel conflitto con la Russia, che la risposta all’occupazione e all’annessione della Crimea è stata titubante. Ma soprattutto l’Europa non ha offerto all’Ucraina una strategia praticabile per uscire dall’impasse socioeconomica in cui è finita. Per fare una cosa del genere, l’Europa dovrebbe prima trasformare se stessa e tornare a dichiarare il proprio impegno per l’essenza emancipatrice del suo retaggio.
Nei suoi Appunti per una definizione della cultura, il grande conservatore T.S. Eliot osservava che ci sono momenti in cui l’unica scelta è tra settarismo e assenza di fede, in cui l’unico modo per tenere viva una religione è operare uno scisma settario dal suo cadavere principale. È la sola possibilità che abbiamo oggi: solo attraverso uno “scisma settario” dal cadavere in putrefazione della vecchia Europa potremo mantenere viva la tradizione europea dell’égaliberté. Uno scisma simile potrebbe mettere in crisi le premesse che tendiamo ad accettare come il nostro destino, come dati non negoziabili della nostra condizione, il fenomeno di solito designato col termine di Nuovo ordine mondiale, e la necessità di adeguarci a esso attraverso la “modernizzazione”. Per dirla in maniera cruda, se il Nuovo ordine mondiale emergente è il destino non negoziabile per tutti noi, allora l’Europa è perduta: e dunque, l’unica soluzione per l’Europa è assumersi il rischio e rompere l’incantesimo del nostro destino. Solo in questa nuova Europa, l’Ucraina potrebbe trovare il suo posto. Non sono gli ucraini che devono imparare dall’Europa: è l’Europa che deve imparare a far proprio il sogno che ha animato i manifestanti di Maidan.
Quale messaggio riceveranno gli ucraini dalle prossime elezioni europee?
( Traduzione di Fabio Galimberti)

Una nuova edizione per "Il Cammino del Cinabro"

Il Cammino del Cinabro
Il nietzscheanesimo di Evola - che era un nazista convintissimo e disprezzava la volgarità del fascismo italiano - non raggiunge a mio avviso il livello di profondita' filosofica e intellettuale di Heidegger.
Ciò che conta è la tendenza storico-politica generale che in lui si esprime. Per prenderlo sul serio, bisogna però spesso far finta di non aver letto quelle noiosissime tirate guenoniane sulla Tradizione, lo Spirito, l'Aristocrazia, ecc. ecc., per cogliere il senso del suo discorso all'interno della guerra civile europea.
Diciamo che la recensione è un tantino all'italiana, com'è nelle corde del suo autore [SGA].

Julius Evola: Il cammino del cinabroOpere a cura di Gianfranco de Turris, prefazione di Geminello Alvi, Mediterranee, pagg. 438, euro 32,50

Risvolto

Questo libro, che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Il sentiero del cinabro e che poi l’autore mutò in bozze ne Il cammino del cinabro, con evidenti riferimenti simbolici ed ermetici, venne completato entro la metà del 1962 e pubblicato dall’editore Vanni Scheiwiller nel marzo 1963, con lo scopo di rispondere alle polemiche suscitate dall’intellighenzia italiana all’uscita di Cavalcare la tigre nel novembre 1961, in quanto si riteneva intollerabile che fosse stato pubblicato un saggio di un autore ancora messo all’indice. Julius Evola lo aveva scritto per farlo pubblicare dopo la sua morte, ma prevalse la richiesta del giovane editore milanese. Non si tratta di un’opera autobiografica, precisa il filosofo, ma di una “guida attraverso i miei libri”, anche se trattando, più che di vicende e fatti personali, di idee e di quei valori tradizionali che hanno caratterizzato tutta la sua vita, ben gli si adatta la definizione di “autobiografia spirituale”. In quanto tale Il cammino del cinabro ha una importanza fondamentale ed è determinante non soltanto per ben comprendere il percorso delle tesi e della “visione del mondo” che mossero Julius Evola, ma soprattutto per constatare come ci sia un filo conduttore e una coerenza di fondo che legano tutte le sue opere e le posizioni che in esse vengono trasmesse.


Il lungo cammino attraverso Dada, esoterismo, Tradizione di un filosofo incompreso e rifiutato. Oggi come allora

Marcello Veneziani - il Giornale Lun, 31/03/2014

Uno sguardo etnografico sulle fenomenologie della violenza


Fabio Dei e Caterina Di Pasquale (a cura di): Grammatiche della violenza. Esplorazioni etnografiche tra guerra e pace, Pacini Editore, pagine 208, e 16

Risvolto

Da qualche anno in Italia le ricerche etnografiche e i dibattiti teorici sui temi della guerra, della violenza di massa e della memoria traumatica sono diventati parte importante degli studi antropologi. Questo volume pone a confronto studiosi che hanno lavorato su temi e contesti molto diversi: le memorie dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema e quelle della "guerra sporca" in Uruguay, la vita quotidiana in un carcere boliviano e nei territori palestinesi, le violenze contro i manifestanti al G8 di Genova e quelle subite dai migranti clandestini a Lampedusa, le performance della body art. Tratto comune è il rifiuto di "naturalizzare" le pratiche violente e il tentativo di cogliere i significati culturali e le regole sintattiche che ne articolano le espressioni. Il volume include saggi di Fabio Dei, Caterina Di Pasquale, Lorenzo D'Orsi, Francesca Cerbini, Omar Sammartano, Sabina Leoncini, Alessandra Verdini. 




La violenza ha un suo stile e non viene dalla barbarie

di Adriano Favole Corriere La Lettura 30.3.14


La generazione di antropologi italiani formatasi negli anni Duemila ha dedicato molta attenzione alla questione della violenza di massa e della memoria traumatica: sul tema, un volume curato da Fabio Dei e Caterina Di Pasquale raccoglie alcuni contributi significativi (Grammatiche della violenza. Esplorazioni etnografiche tra guerra e pace , Pacini Editore, pagine 208, e 16). Connettendo ricerche extraeuropee (Lorenzo d’Orsi in Uruguay, Francesca Cerbini in Bolivia, Sabina Leoncini tra Palestina e Israele) e italiane (Caterina Di Pasquale a Sant’Anna di Stazzema, Omar Sammartano a Bolzaneto), con un epilogo sulla messa in scena della violenza nella Body Art (Alessandra Verdini), il volume si struttura attorno a una innovativa proposta teorica che farà discutere soprattutto i (numerosi) seguaci di Giorgio Agamben (Homo sacer , Einaudi, 1995). 
Quale contributo specifico fornisce l’antropologia all’analisi della violenza? Che cosa rivela lo sguardo antropologico a proposito dei centri di identificazione ed espulsione (Cie), delle carceri, della vita in luoghi frammentati da muri simbolici e reali? La proposta di Dei e Di Pasquale è quella di una lettura «culturale» della violenza. Come un linguaggio, le forme della violenza sono culturalmente modellate, attraverso «grammatiche» che ne definiscono regole e «stili». La violenza è un habitus incorporato fatto di tecniche, procedure, abilità non dissimili da quelle di un artigiano (o di un artista, come mostrano provocatoriamente Marina Abramovic e altri). La violenza è culturalmente costruita, anche se non necessariamente pianificata, e definita nei (e dai) contesti storici e politici particolari in cui si manifesta. Ed è qui che entra in gioco lo sguardo dell’antropologo/a, avvezzo «a cogliere le pratiche sociali e culturali al di là dell’ufficialità istituzionale». 
De-naturalizzare il male è uno degli obiettivi centrali del volume. La violenza non scaturisce da una presunta, irriducibile animalità dell’uomo né dall’insorgere di comportamenti arcaici (la «barbarie»). Le grandi violenze di massa non si spiegano neppure con la messa a tacere della coscienza (la «banalità del male», secondo la formula di Hannah Arendt). Allo stesso modo, il paradigma della «nuda vita» e dello «stato di eccezione» elaborato da Agamben è antropologicamente inadeguato, in quanto appiattisce la violenza in una filosofia della storia che vede nello Stato l’origine d’ogni male, oscurando il ruolo di culture e attori sociali (vittime e carnefici) nel fenomeno della violenza. Le umiliazioni quotidiane che i migranti soffrono nei Cie (Fabrizio Gatti, Bilal , Rizzoli) non sono il frutto della riduzione delle loro persone a «nuda vita», ma il prodotto di tecniche e abilità di una «cultura da caserma» diffusa e pronta a manifestarsi (come mostrarono Bolzaneto e la Diaz al tempo del G8 di Genova); di visioni stereotipate delle culture dei migranti; di un dibattito politico inquinato da forze xenofobe. 

Ariani spiritualisti di casa nostra

Jean Herbert: La mitologia indù e il suo messaggio, a cura di G. De Turris, pagg. 130, euro 12,50, edizioni Mediterranee








Ananda Coomaraswamy: Tempo ed eternità, a cura di G. Marchianò, pagg. 154, euro 17,50, edizioni Mediterranee


Leonardo Arena - il Giornale Lun, 31/03/2014

Il feticismo delle merci diventa guida etica

Copertina
Almeno secondo quanto si capisce dalla recensione. Ovviamente, all'apologia del feticismo delle merci non si risponde con il populismo pauperista, atteggiamento che va respinto in quanto antimoderno. Noi siamo per lo sviluppo massimo delle forze produttive e per una soggettività ricca di bisogni e talenti [SGA].

Emanuele Coccia: Il bene nelle cose. La pubblicità come discorso morale, il Mulino

Risvolto
Per secoli i muri hanno raccontato la storia. Oggi che gli dèi sono caduti, e la storia sembra una lunga sequenza di errori, i muri delle città non hanno smesso di essere luogo di celebrazione e di insegnamento. Dove troneggiavano divinità, eroi o eventi del passato, appaiono ora oggetti comuni e di uso quotidiano: la morale a cielo aperto della città contemporanea, la pubblicità, continua a parlarci del bene, ma lo fa attraverso auto, telefoni, rasoi, vestiti, cibo, e quanto siamo abituati a chiamare merci.

Emanuele Coccia
 insegna Filosofia all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ha curato «Angeli. Ebraismo, cristianesimo, islam» (con G. Agamben, 2010). Con il Mulino ha pubblicato «La vita sensibile» (2011).


Angelo Crespi - il GIornale Mar, 06/05/2014 


Perché le “cose” ci rendono felici

Vivere in un’epoca piena di oggetti e di merci è una benedizione, secondo il filosofo Emanuele Coccia
di Maurizio Ferraris Repubblica 30.3.14



NELLO stesso anno 1882 in cui, da Genova, Nietzsche annunciava la morte di Dio e il trionfo del nichilismo, sul Gil Blas Zola pubblicava Al paradiso delle signore, storia al cui centro c’è uno dei primi grandi magazzini. Felicità delle donne, si dice in epoca ancora molto maschilista. Ma in realtà paradiso anche degli uomini, che negli oggetti trovano almeno altrettanta felicità. Il nichilismo - questa l’ipotesi di Emanuele Coccia in Il bene nelle cose, il Mulino - è non tanto confermato, quanto piuttosto scongiurato dalla felicità insita negli oggetti, e il fatto di vivere in un’epoca così piena di merci deve essere visto come una benedizione. In fondo, già nella nona Elegia duinese Rilke suggeriva di mostrare all’angelo «come può essere felice una cosa». Ma a favore dell’idea di vedere il bene solo nelle persone e non nelle cose militano molti pregiudizi tradizionali, dalla iper-valutazione del soggetto umano come fonte unica di valori, all’antropocentrismo di molte religioni, all’idea kantiana che l’unica cosa buona al mondo sia la volontà buona, le intenzioni. Ovviamente non c’è convinzione più falsa.
Così come è difficile sottoscrivere sino in fondo le filippiche che per decenni si sono scagliate contro il consumismo e l’alienazione. Ma, a ben vedere, proprio l’argomento della finitezza dei soggetti è tra quelli che depongono con più forza a vantaggio degli oggetti. Come sapevano benissimo i Faraoni, che si facevano seppellire circondati da oggetti, e si facevano imbalsamare, trasformandosi a loro volta in cose, gli oggetti dureranno molto più del nostro oblio.
Ed è un buon segno che sempre più numerosi siano i filosofi che guardano alla ricchezza degli oggetti: dalla cosiddetta “teoria orientata agli oggetti” proposta dal realismo speculativo americano, alla riflessione sugli oggetti sociali così diffusa nella filosofia contemporanea, alla riscoperta della sensibilità, cioè della via fondamentale attraverso cui incontriamo gli oggetti, alla ridiscussione della natura iperconcettuale dell’arte nel Novecento.

Rappresentante di una nuova generazione di filosofi, Coccia ha saputo dare una versione estremamente originale della filosofia dell’oggetto, con una attenzione più pronunciata nei confronti della morale e della politica rispetto all’ontologia, all’estetica e alla metafisica, che sono i campi tradizionali di applicazione. Con un percorso che si rivela come la maturazione dei suoi interessi fondamentali di lungo periodo: la filosofia medievale. E forse ancora di più la grande “Teoria dell’oggetto” di Alexius Meinong, che Coccia tradusse una decina di anni fa, anche in considerazione del fatto che il tema dell’oggetto è in Meinong strettamente connesso con il tema del valore, cioè con la portata morale dell’appello che ci viene dalle cose. È la conferma che per capire davvero il presente, per dire cose originali sull’oggi, è sempre meglio prendere le cose da lontano.

La morale dimenticata delle merciNel mondo dei segni. La critica al consumismo rimuove il fatto che i manufatti arredano la vita sociale e dei singoli. Allo stesso tempo danno forma a una morale pubblica. Un’intervista con il filosofo e antropologo Emanuele Coccia, autore del recente volume «Il bene nelle cose» per il Mulino— Michele Spanò, il Manifesto 22.4.2014


«Dopo aver chiuso que­sto libro, con­ti­nue­rete a odiare la pub­bli­cità ma in un modo molto più intel­li­gente, più per­so­nale, più intimo». Così, sulle colonne di Libé­ra­tion, Mar­cela Iacub pre­sen­tava l’ultimo libro di Ema­nuele Coc­cia ([/ACM_2]Il bene nelle cose. La pub­bli­cità come discorso morale, il Mulino, pp. 142, euro 12). E se la giu­ri­sta fran­cese aveva ragione di sot­to­li­neare l’esperienza tra­sfor­ma­tiva pro­vo­cata dalla let­tura di un libro tanto sin­go­lare, pec­cava forse nel con­cen­trarsi su un esito così nega­ti­va­mente mar­cato come l’odio. La let­tura del libro di Coc­cia per­mette infatti di rico­no­scere in quelle cose che sono le merci nulla di meno che l’oggetto pri­vi­le­giato della morale (di oggi e di ieri): se esse non sono da amare né da odiare, è per­ché esse andranno insieme cono­sciute e rico­no­sciute come la super­fi­cie e il mezzo di un discorso pub­blico e ubi­quo sulla pos­si­bi­lità di essere felici. Dai muri delle città che abi­tiamo e attra­ver­siamo, un’infinita distesa di réclame fa segno, gra­zie e attra­verso alle merci, a una vita altra e migliore, qui e adesso. Ema­nuele Coc­cia ha scritto così, in una prosa scin­til­lante, un grande libro sul pre­sente e sul possibile. 

Hai scritto un libro che farà alzare le soprac­ci­glia a molti. Sostieni – con­tro parec­chio senso comune, molta ideo­lo­gia e quasi tutta la sto­ria della filo­so­fia – che il nostro rap­porto con quelle cose che chia­miamo merci è ciò che defi­ni­sce, oggi più che mai, lo spa­zio della morale. Come spie­ghi l’apparente para­dosso che fa sì che il nome di merce impli­chi un impli­cito giu­di­zio morale nega­tivo allor­quando – è quello che mostri – essa incarna, almeno in Occi­dente, l’ultimo nome del bene? 

Si tratta in realtà di un falso para­dosso: non c’è alcuna dif­fe­renza sostan­ziale tra il discorso pub­bli­ci­ta­rio, che rico­no­sce nelle cose pro­dotte, scam­biate e con­su­mate la fonte più imme­diata della feli­cità (cioè il Bene) e chi al con­tra­rio parla di merci come la causa ultima di ogni alie­na­zione o si sforza di rico­no­scere nel nostro amore per esse la ragione strut­tu­rale della nostra inca­pa­cità di rag­giun­gere la feli­cità. In entrambi i casi le cose, le merci sono iden­ti­fi­cate come cause morali e non come realtà moral­mente indif­fe­renti, oggetti pura­mente eco­no­mici o mate­riali. Gli uni e gli altri par­lano delle cose come delle inten­sità morali, fanno morale a par­tire dalle cose, dalle merci. E in que­sto senso la filo­so­fia cri­tica è solo una forma di pub­bli­cità risen­tita; la cri­tica al con­su­mi­smo è la filo­so­fia di pub­bli­ci­tari di cat­tivo umore che si sfor­zano di comu­ni­care quanto le cose più comuni pos­sano essere causa del male e non del bene comune. A me inte­res­sava capire per­ché per gli uni e per gli altri, improv­vi­sa­mente, le cose – di cui nella morale occi­den­tale si par­lava poco (o se ne par­lava solo per dire che non se ne deve par­lare in morale) – sono diven­tate le vere pro­ta­go­ni­ste della vita morale. Improv­vi­sa­mente, per par­lare di feli­cità biso­gna par­lare delle cose che ci cir­con­dano, che usiamo, che pro­du­ciamo, che sogniamo. È nor­male del resto che sia così: più di un secolo fa Georg Sim­mel aveva già notato che in città ci sono più cose che uomini. La città è oggi lo spa­zio delle cose più che degli uomini ed è giu­sto che si pensi alla feli­cità, anche poli­tica, a par­tire dai pro­ta­go­ni­sti della vita urbana: le cose. Ed è qual­cosa che l’antropologia dice da anni: Daniel Mil­ler lo mostra per­fet­ta­mente nel volume Cose che par­lano di noi. Un antro­po­logo a casa nostra. 

Il bene nelle cose è anche, tra molto altro, un sag­gio di antro­po­lo­gia urbana: i muri e, più in gene­rale, lo spa­zio urbano «tatuato» di réclame, sono infatti cru­ciali a «sor­reg­gere» il tuo argo­mento. Qual è il rap­porto tra spa­zio pub­blico e discorso pub­bli­ci­ta­rio e quali i tratti di uni­cità di una città che parla di sè espo­nendo un infi­nito cata­logo di merci? 

A dif­fe­renza di quello che si è soliti scri­vere o pen­sare a me sem­bra che il discorso pub­bli­ci­ta­rio sia una sorta di modello for­male, reto­rico e strut­tu­rale dello spa­zio pub­blico e non una sua dege­ne­ra­zione. Ed è nor­male che sia così. Con l’arrivo di tele­vi­sione, tele­foni cel­lu­lari, inter­net e social net­work la natura dello spa­zio pub­blico è radi­cal­mente cam­biata: quello pub­blico, per esem­pio, non è più uno spa­zio che si oppone al pri­vato. Al con­tra­rio, è pro­prio soli, a casa, davanti a un tele­vi­sore o a un com­pu­ter che si è più espo­sti al discorso comune della società civile vei­co­lato dai diversi media. Per que­sto la comu­ni­ca­zione pub­blica non può che avere la forma della comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria e sopra­tutto la comu­ni­ca­zione dell’intimo non può che avere la forma della comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria: lo spa­zio della pub­bli­cità è lo spa­zio per eccel­lenza dell’intimità collettiva. 

Peter Szendy una volta ha scritto che per capire cosa sia una merce biso­gna capire che cos‘è una can­zo­netta. Io aggiun­ge­rei che per capire che cos’è oggi lo spa­zio pub­blico biso­gna pen­sare a un walk­man o a un iPod. Lo spa­zio pub­blico ha oggi la forma di un discorso intimo, la natura di un segreto sus­sur­rato alle orec­chie, che nes­suno oltre te può ascol­tare. Lo spa­zio pub­blico era nato per com­bat­tere gli arcana impe­rii, i segreti dello stato, ora è diven­tato lo spa­zio della cir­co­la­zione dei segreti sus­sur­rati, non da per­sona a per­sona, ma in modo ano­nimo, lo spa­zio dell’intimità ano­ni­ma­mente con­di­visa. È quello che Face­book ha capito: lo spa­zio del sus­surro e della con­fi­denza ano­nima è diven­tato la via d’accesso all’universale per eccel­lenza. La pub­bli­cità è stata la prima ad aver capito que­sto muta­mento strutturale. 

Nel libro riper­corri, dal tote­mi­smo al feti­ci­smo, una serie di bla­so­nate teo­rie sul ruolo della merce. Sem­bra quasi – e que­sta impres­sione diviene più forte allor­ché chiami in causa l’oggetto arti­stico – che l’idea di dis­so­ciare la morale dall’agency operi come uno dei più pro­fondi e impli­citi inter­detti della cul­tura occi­den­tale. Per­chè, in altre parole, è così dif­fi­cile pen­sare il bene nelle cose? 

In realtà al divieto teo­rico di pen­sare il bene come cosa, oggetto materiale,si sono sem­pre accom­pa­gna­tisi, pra­ti­che, realtà che anda­vano in dire­zione oppo­sta. L’arte ne è un esem­pio ecla­tante; ma ogni forma di culto e di vene­ra­zione si com­pie quasi esclu­si­va­mente per inter­po­sto oggetto, attra­verso la media­zione delle cose. Di fatto la rivo­lu­zione indu­striale e il capi­ta­li­smo sono stati, tra mille altre cose, una radi­ca­liz­za­zione di que­sto movi­mento, lo sforzo di ritro­vare nelle cose, in tutte le cose pro­dotte, scam­biate, imma­gi­nate una fonte morale, un immane ten­ta­tivo di mora­liz­zare la mate­ria, in tutte le sue forme. È per que­sto che l’arte nella moder­nità è dive­nuta un para­digma essen­ziale: l’arte è stata la sola sfera in cui è stato lecito amare in maniera smo­data le cose in quanto incar­na­zione del bene. Quanto è cam­biato ora è che que­sto amore si è esteso a tutte le cose: la moda, il design ma anche lo svi­luppo dell’industria infor­ma­tica ci hanno abi­tuato a pen­sare ogni cosa come fonte di feli­cità e di per­fe­zione. La dif­fi­coltà sta pro­prio in que­sta universalità. 

Nel pas­sato la filo­so­fia aveva pen­sato nel con­cetto di bene lo spa­zio in cui tutte le cose si fon­dono in unità: il bene è il luogo in cui tutte le dif­fe­renze si stem­pe­rano, il luogo della fon­da­zione della comunità.Coincidendo con tutte le cose mate­riali pro­dotte e desi­de­rate da cia­scuno ora il bene è diven­tato lo spa­zio in cui ogni cosa si distin­gue da tutto il resto, il luogo in cui cia­scuno diverge dagli altri e pro­prio in que­sta dif­fe­renza trova la sua per­fe­zione. Il bene è ciò che separa e distin­gue le cose, non ciò che le unisce. 

Hai appo­sto una «post­fa­zione» al volume – «Per un ipper­rea­li­smo morale» – che sem­bra un vero e pro­prio mani­fe­sto per una filo­so­fia futura che sia dav­vero una filo­so­fia del pre­sente. Per­chè ti sem­bra così urgente imma­gi­nare una morale non mora­li­stica? E cosa ha da gua­da­gnare un filo­sofo a diven­tare un «bricoleur»? 

Non si tratta di uscire dal mora­li­smo. Si tratta solo di sepa­rare con cura l’osservazione curiosa e sim­pa­te­tica dei costumi umani – ovvero dei modi e delle forme attra­verso cui pro­viamo a essere felici – dal risen­ti­mento un po’ limi­tato che per secoli si è scam­biato per morale. E non si tratta tanto di diven­tare un bri­co­leur, quanto di rico­no­scere che in fatto di morale non si può andare oltre il bri­co­lage. I modi di inven­zione della feli­cità sono sem­pre imper­fetti, e non pos­sono che esserlo. La morale è sem­pre un bri­co­lage, per­ché è sem­pre uno spa­zio di inven­zione e di spe­ri­men­ta­zione incerta ed effi­mera. Non abbiamo la più pal­lida idea di come essere felici, veniamo al mondo con que­sto desi­de­rio e le cono­scenze rice­vute sono molto spesso inap­pro­priate, a volte per­ché si rife­ri­scono a una feli­cità diversa da quella che vogliamo, altre per­ché nella tra­smis­sione di mano in mano que­sti saperi si sono cor­rotti. E pas­siamo decenni a sco­prire, spe­ri­men­tare, inven­tare, senza sapere bene dove andare, facen­doci spesso molto male. Oggi più che mai non pos­siamo fare altro che sperimentare. 

Le due gene­ra­zioni che ci hanno pre­ce­duto hanno distrutto tutto l’universo morale basato su fami­glia e lavoro in cui l’umanità aveva vis­suto per secoli. Non pos­siamo ere­di­tare nulla del pas­sato, il mondo morale cam­bia sotto i nostri occhi giorno dopo giorno e spazza via le capanne di costumi accu­mu­lati da padri, nonni, ante­nati. Siamo inven­tori, spe­ri­men­ta­tori, pri­mi­tivi che si scon­trano con un nuovo mondo, e accu­mu­lano tec­ni­che, sco­prono giorno dopo giorno che la terra arriva molto più lon­tano di quanto ci è stato detto. Che cosa signi­fica amare una volta che il matri­mo­nio, la fami­glia non esi­stono più? E cosa signi­fica agire, fare quando il lavoro non è più l’orizzonte defi­ni­tivo dell’esistenza. Sono tempi duri, ma c’è anche una luce che nes­suno prima di noi ha visto, la luce pura degli ele­menti, il fuoco vivo nelle sue forme più pure. Siamo i primi, dopo cen­ti­naia di gene­ra­zioni, a poterlo vedere di nuovo. E a dover costruire con quello e solo con quello. Le mani si bru­ciano in fretta, ma la posta in gioco è enorme. Per que­sto oggi più che mai dob­biamo avere il corag­gio del bri­co­lage e rifiu­tare ogni risen­ti­mento nei con­fronti del possibile.

La crisi e la filosofia dell'economia

Julian Reiss: Philosophy of Economics: A Contemporary Introduction, Routledge 

Risvolto
Philosophy of Economics: A Contemporary Introduction is the first systematic textbook in the philosophy of economics. It introduces the epistemological, metaphysical and ethical problems that arise in economics, and presents detailed discussions of the solutions that have been offered.
Throughout, philosophical issues are illustrated by and analysed in the context of concrete cases drawn from contemporary economics, the history of economic ideas, and actual economic events. This demonstrates the relevance of philosophy of economics both for the science of economics and for the economy.
This text will provide an excellent introduction to the philosophy of economics for students and interested general readers alike.





La rappresentazione matematica dell'universo è, per l'appunto, una rappresentazione

Max Tegmark: Our Mathematical Universe. My Quest for the Ultimate Nature of Reality, Knopf

Risvolto
Max Tegmark leads us on an astonishing journey through past, present and future, and through the physics, astronomy and mathematics that are the foundation of his work, most particularly his hypothesis that our physical reality is a mathematical structure and his theory of the ultimate multiverse. In a dazzling combination of both popular and groundbreaking science, he not only helps us grasp his often mind-boggling theories, but he also shares with us some of the often surprising triumphs and disappointments that have shaped his life as a scientist. Fascinating from first to last—this is a book that has already prompted the attention and admiration of some of the most prominent scientists and mathematicians.

Niente illusioni, l’universo non è matematico
Per quanto possano apparire coerenti e ragionevoli i modelli aritmetici o geometrici, la rappresentazione del cosmo non è oggettiva Risponde comunque alla nostra realtà cerebrale

di Sandro Modeo Corriere La Lettura 30.3.14

I segreti della natura. Ogni cosa è informata
I «bit» sostanza prima del mondo? Studiosi di diverse discipline ne hanno discusso a un recente convegno in un'isola dei Caraibi
di Aldo Rovelli il Sole24ore domenica 30.3.14

Di cosa è fatto il mondo? Un'ipotesi confusa e controversa anima discussioni di scienziati in discipline che vanno dalla fisica teorica alla biologia, dalla filosofia alla neuro-scienza: se il mondo fosse fatto di informazione? Studiosi di discipline svariate si sono riuniti recentemente sull'isola di Vieques nei Caraibi, per fare il punto sulla natura dell'informazione e il suo ruolo possibile per spiegare «la natura delle cose». Il convegno era promosso da FQXi, una vivace fondazione privata americana che sostiene la ricerca su questioni scientifiche speculative ai margini del sapere attuale. Il tema del convegno, una domanda provocatoria: «È possibile che il mondo sia fatto di informazione?»
L'informazione è l'unità di misura che usiamo quando comperiamo una chiavetta Usb, per esempio da otto Giga. "Otto Giga" è una misura della quantità di dati che la chiavetta può contenere, cioè quanta informazione possiamo fissare nella sua memoria. Sono molte le quantità che si misurano in termini di unità d'informazione: la capacità della memoria dei calcolatori, la portata di una linea internet, la capacità di elaborare dati del nostro cervello, la quantità di eredità che sta scritta nel Dna, la quantità di segnali che attraversa la parete di una cellula, eccetera. La definizione più precisa di informazione è stata data nel 1948 dal matematico e ingegnere americano Claude Shannon, il padre della teoria dell'informazione.
Shannon lavorava nel centro di ricerca della compagnia americana dei telefoni e si era interessato al problema di misurare la portata delle linee telefoniche. Ma cosa "porta" una linea telefonica? Porta informazione. Nella definizione di Shannon, l'informazione è determinata dal numero di modi diversi in cui qualcosa può stare. Per esempio la memoria interna della chiavetta Usb può essere messa in un certo numero di configurazioni differenti, e questo numero è l'informazione che può contenere. L'unità minima di informazione si chiama "bit" e designa un qualcosa che possa stare solo in due posizioni. Per esempio una moneta sul tavolo può mostrare "testa" o "croce". Se so che è "testa", dispongo di un singolo bit di informazione. Abbastanza semplice. Ma l'importanza di tale «conteggio del numero di modi in cui qualcosa può stare» appare ovunque. Alcuni esempi: «Perché il calore fluisce dai corpi caldi ai corpi freddi?» La risposta è che ci sono più configurazioni in cui gli atomi dei due corpi possono stare quando la temperatura dei due corpi è uguale. L'intera scienza del calore, la termodinamica, può quindi essere compresa puramente in termini di informazione. In un altro campo, la meccanica quantistica, il linguaggio di base della fisica fondamentale, si può formulare in termini di informazione che un sistema ha su un altro sistema. In tutt'altro ambito, uno degli approcci più interessanti allo studio scientifico della coscienza (l'integrated information theory of consciousness) è interamente basato sulla teoria dell'informazione. Un'interpretazione dei sistemi viventi di cui si fa spesso uso in biologia è come sistemi che sono in grado di raccogliere e usare informazione. La teoria dell'evoluzione è basata sul passaggio di informazione dai genitori alla prole… Ovunque si guardi, alla base della nostra comprensione del mondo sembra entrare in gioco la nozione di informazione. C'è un sentimento diffuso che questa nozione debba giocare un ruolo molto generale nella nostra comprensione del mondo.
Alla fine degli anni 80, il grande fisico americano John Archibald Wheeler, allievo di Bohr, collaboratore di Einstein e padre della gravità quantistica, avanzò un'ipotesi sconcertante: che sarebbe utile pensare che tutto è solo informazione. Wheeler ha coniato uno slogan per esprimere quest'idea: «It from bit». Letteralmente la traduzione dello slogan è «esso dai bit». Qualcosa come «tutto è bit», o «qualunque cosa è fatta solo di bit, cioè di informazione». La proposta di Wheeler lasciò tutti confusi e pochi la presero sul serio. Oggi Wheeler non è più fra noi, ma la sua idea ha continuato a serpeggiare ed influire in campi diversi dalla scienza. Alla conferenza di Vieques la discussione è venuta completamente alla luce, e l'ubiquità del concetto di informazione è diventata palese. C'è oggi di nuovo chi suggerisce che l'"informazione" possa essere la sostanza prima del mondo, più fondamentale che non materia, campi o energia.
Nessuno, a dire il vero, ha le idee chiare. Il punto unificante sembra essere il fatto che la trama del mondo non viene dagli oggetti, ma dalle relazioni fra gli oggetti, e dai processi. L'idea di "oggetto", di "sostanza", così cara alla metafisica occidentale, si sta sciogliendo in rivoli diversi, messa in questione da discipline che vanno dalla fisica alle scienze che studiano il cervello, dalla filosofia della scienza alla biologia. Pensare il mondo come un insieme di oggetti sembra funzionare sempre meno. Un oggetto esiste come nodo di un insieme di interazioni, di relazioni, e queste possono essere descritte in termini di informazione relativa di sistemi (o processi): informazione che un sistema ha su un altro sistema. In fondo che cosa sono un'onda del mare, una montagna o una nuvola, se non una porzione del mondo che assume un'identità individuale solo perché noi, che le guardiamo, le consideriamo come entità distinte? Sono oggetti in sé, oppure elementi dell'informazione scambiata fra il mondo e noi? Tutto questo non è chiaro, lo ammetto, e al convegno, animato da discussioni amichevoli ma vivaci, si sono ascoltati i punti di vista più disparati. La situazione ricorda i grandi dibattiti sull'energia della fine del XIX secolo: gli sviluppi della meccanica e della termodinamica mostravano il carattere generale del concetto di energia, fino a evocare letture quasi spiritualistiche: «il mondo è pura energia», aprendo una traccia fumosa che sopravvive oggi in qualche vuoto esoterismo. Oggi sappiamo che queste derive erano prive di fondamento: l'energia è un concetto utile e generale, ma non ha nulla di extra-fisico. Con l'informazione la situazione è simile: sono in diversi a suggerire che il mondo possa essere fatto di informazione, ma per ora nessuno sa spiegare bene cosa questo significhi.
Sembra essere in difficoltà il mondo semplice delle sostanze, il mondo chiaro e distinto di Democrito: lo spazio infinito in cui corrono gli atomi. Ma è davvero così? Per Democrito quello che contava degli atomi non era solo la loro forma, ma anche il modo in cui gli atomi si combinano. Democrito usava la metafora dell'alfabeto: come le combinazioni di una ventina di lettere possono dar luce a commedie o tragedie, storie sciocche o poemi epici, così le innumerevoli combinazioni di pochi tipi di atomi possono generare la straordinaria varietà del mondo che vediamo attorno a noi. Il mondo è dunque come un linguaggio. Ma se è un linguaggio, per chi sono scritte le storie che racconta? È un linguaggio così ricco da riuscire a leggere se stesso… La colorata varietà del mondo è informazione scambiata in continuazione dal mondo con se stesso?