lunedì 31 marzo 2014
Slavoj Zizek benedice il golpe della Nato in Ucraina: sotto la maschera, il volto del radicalismo subalterno
Molti, a sinistra, hanno reagito alle proteste popolari in Ucraina con il solito paternalismo razzista verso i poveri ucraini: che illusi, ancora idealizzano l’Europa
SLAVOJ ZIZEK, la Repubblica • 30 mar 14
LE ELEZIONI europee hanno come sfondo gli avvenimenti in Ucraina. Infatti le proteste che hanno rovesciato Yanukovich e la sua gang sono state innescate dalla decisione del governo di Kiev di privilegiare i buoni rapporti con la Russia rispetto all’integrazione con l’Unione europea. Molti, a sinistra, hanno reagito alle proteste popolari con il solito paternalismo razzista verso i poveri ucraini: che illusi, ancora idealizzano l’Europa; non si rendono conto che l’Europa è in declino, e che entrare nella Ue farà solo dell’Ucraina una colonia economica dell’Europa occidentale.
E CHE presto o tardi si ritroveranno nella posizione della Grecia…
Questi commenti, però, non considerano che gli ucraini non erano affatto inconsapevoli della situazione della Ue; conoscevano benissimo i suoi problemi e le sue disparità, ma il loro messaggio era molto semplice: noi siamo messi molto peggio. I problemi dell’Europa sono ancora problemi da ricchi (ricordiamoci che i profughi africani continuano a sbarcare in massa sulle coste greche nonostante la terribile situazione del Paese, scatenando l’ira dei patrioti di destra).
Ma c’è una domanda molto più importante: cosa rappresenta quell’“ Europa ” che i manifestanti ucraini vedono come un punto di riferimento? Non è possibile ridurre il progetto europeo a un’unica visione: abbraccia l’intero arco delle idee politiche, da elementi nazionalisti e perfino fascisti fino all’idea di quella che Étienne Balibar chiama égaliberté, la libertà nell’uguaglianza, il contributo specifico dell’Europa all’immaginario politico mondiale (anche se oggi le istituzioni europee lo tradiscono sempre più); e in mezzo a questi due poli c’è la fiducia ingenua nel capitalismo liberaldemocratico. Nelle proteste ucraine l’Europa vede la propria parte migliore e la peggiore. Il nazionalismo di destra ucraino si inserisce nel quadro di una rinnovata ondata populista anti-immigrati che innalza la bandiera della difesa dell’Europa. Il pericolo della nuova destra era percepito chiaramente, un secolo fa, da Gilbert Keith Chesterton, che nel suo Ortodossia illustrava la contraddizione di fondo dei contestatori della religione: «Gli uomini, che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono col combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa». Non vale lo stesso anche per i fautori della religione? Quanti fanatici difensori della religione hanno cominciato attaccando ferocemente la cultura laica contemporanea, e hanno finito per rinunciare a qualsiasi esperienza religiosa significativa? E non vale lo stesso anche per la recente ascesa dei difensori dell’Europa contro la minaccia degli immigrati? Nello zelo di difendere la tradizione cristiana, i nuovi zeloti sono pronti a rinunciare all’essenza stessa di quella tradizione.
Che cosa possiamo fare in una situazione del genere? I liberali ortodossi ci dicono che quando i valori democratici di fondo sono minacciati da fondamentalisti etnici o religiosi dobbiamo tutti unirci sotto la bandiera liberaldemocratica della tolleranza culturale,
salvare quel che può essere salvato, e accantonare i sogni di una trasformazione sociale più radicale. E il sogno europeo capitalista e liberaldemocratico? Non possiamo sapere con esattezza che cosa attende l’Ucraina all’interno della Ue, a partire dalle misure di austerity.
Possiamo immaginare uno scambio di battute tra un ucraino critico e un amministratore finanziario dell’Unione Europea. L’ucraino si lamenta: «Il panico che c’è qui in Ucraina ha due ragioni. La prima è che abbiamo paura che l’Unione Europea ci abbandoni alle pressioni russe e che lasci colare a picco la nostra economia…». Il funzionario europeo lo interrompe: «Ma potete fidarvi di noi, non vi abbandoneremo, vi controlleremo rigorosamente e vi consiglieremo cosa fare!». «Beh», risponde l’ucraino con calma, «questa è la seconda ragione».
Perciò sì, i manifestanti di Majdan sono stati eroi, ma la vera battaglia comincia ora, la battaglia per cosa diventerà la nuova Ucraina, e sarà una battaglia molto più difficile di quella contro l’intervento di Putin. La questione non è se nella Ue; la questione è se l’Europa di oggi è degna delle aspirazioni profonde degli ucraini. Se l’Ucraina finirà per essere un miscuglio di fondamentalismo etnico e capitalismo liberista, con gli oligarchi che muovono i fili, sarà europea quanto lo è oggi la Russia (o l’Ungheria). I commentatori politici hanno detto che la Ue non ha sostenuto abbastanza l’Ucraina nel conflitto con la Russia, che la risposta all’occupazione e all’annessione della Crimea è stata titubante. Ma soprattutto l’Europa non ha offerto all’Ucraina una strategia praticabile per uscire dall’impasse socioeconomica in cui è finita. Per fare una cosa del genere, l’Europa dovrebbe prima trasformare se stessa e tornare a dichiarare il proprio impegno per l’essenza emancipatrice del suo retaggio.
Nei suoi Appunti per una definizione della cultura, il grande conservatore T.S. Eliot osservava che ci sono momenti in cui l’unica scelta è tra settarismo e assenza di fede, in cui l’unico modo per tenere viva una religione è operare uno scisma settario dal suo cadavere principale. È la sola possibilità che abbiamo oggi: solo attraverso uno “scisma settario” dal cadavere in putrefazione della vecchia Europa potremo mantenere viva la tradizione europea dell’égaliberté. Uno scisma simile potrebbe mettere in crisi le premesse che tendiamo ad accettare come il nostro destino, come dati non negoziabili della nostra condizione, il fenomeno di solito designato col termine di Nuovo ordine mondiale, e la necessità di adeguarci a esso attraverso la “modernizzazione”. Per dirla in maniera cruda, se il Nuovo ordine mondiale emergente è il destino non negoziabile per tutti noi, allora l’Europa è perduta: e dunque, l’unica soluzione per l’Europa è assumersi il rischio e rompere l’incantesimo del nostro destino. Solo in questa nuova Europa, l’Ucraina potrebbe trovare il suo posto. Non sono gli ucraini che devono imparare dall’Europa: è l’Europa che deve imparare a far proprio il sogno che ha animato i manifestanti di Maidan.
Quale messaggio riceveranno gli ucraini dalle prossime elezioni europee?
( Traduzione di Fabio Galimberti)
Una nuova edizione per "Il Cammino del Cinabro"

Il nietzscheanesimo di Evola - che era un nazista convintissimo e disprezzava la volgarità del fascismo italiano - non raggiunge a mio avviso il livello di profondita' filosofica e intellettuale di Heidegger.
Ciò che conta è la tendenza storico-politica generale che in lui si esprime. Per prenderlo sul serio, bisogna però spesso far finta di non aver letto quelle noiosissime tirate guenoniane sulla Tradizione, lo Spirito, l'Aristocrazia, ecc. ecc., per cogliere il senso del suo discorso all'interno della guerra civile europea.
Diciamo che la recensione è un tantino all'italiana, com'è nelle corde del suo autore [SGA].
Julius Evola: Il cammino del cinabro, Opere a cura di Gianfranco de Turris, prefazione di Geminello Alvi, Mediterranee, pagg. 438, euro 32,50
Risvolto
Questo libro, che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Il sentiero del cinabro e che poi l’autore mutò in bozze ne Il cammino del cinabro, con evidenti riferimenti simbolici ed ermetici, venne completato entro la metà del 1962 e pubblicato dall’editore Vanni Scheiwiller nel marzo 1963, con lo scopo di rispondere alle polemiche suscitate dall’intellighenzia italiana all’uscita di Cavalcare la tigre nel novembre 1961, in quanto si riteneva intollerabile che fosse stato pubblicato un saggio di
un autore ancora messo all’indice. Julius Evola lo aveva scritto per
farlo pubblicare dopo la sua morte, ma prevalse la richiesta del giovane
editore milanese. Non si tratta di un’opera autobiografica, precisa il
filosofo, ma di una “guida attraverso i miei libri”, anche se trattando,
più che di vicende e fatti personali, di idee e di quei valori
tradizionali che hanno caratterizzato tutta la sua vita, ben gli si
adatta la definizione di “autobiografia spirituale”. In quanto tale Il
cammino del cinabro ha una importanza fondamentale ed è determinante non
soltanto per ben comprendere il percorso delle tesi e della “visione
del mondo” che mossero Julius Evola, ma soprattutto per constatare come
ci sia un filo conduttore e una coerenza di fondo che legano tutte le
sue opere e le posizioni che in esse vengono trasmesse.
Il lungo cammino attraverso Dada, esoterismo, Tradizione di un filosofo incompreso e rifiutato. Oggi come allora
Marcello Veneziani - il Giornale Lun, 31/03/2014
Uno sguardo etnografico sulle fenomenologie della violenza
Fabio Dei e Caterina Di Pasquale (a cura di): Grammatiche della violenza. Esplorazioni etnografiche tra
guerra e pace, Pacini Editore, pagine 208, e 16
Risvolto
Da qualche anno in Italia le ricerche
etnografiche e i dibattiti teorici sui temi della guerra, della violenza
di massa e della memoria traumatica sono diventati parte importante
degli studi antropologi. Questo volume pone a confronto studiosi che
hanno lavorato su temi e contesti molto diversi: le memorie dell'eccidio
di Sant'Anna di Stazzema e quelle della "guerra sporca" in Uruguay, la
vita quotidiana in un carcere boliviano e nei territori palestinesi, le
violenze contro i manifestanti al G8 di Genova e quelle subite dai
migranti clandestini a Lampedusa, le performance della body art. Tratto
comune è il rifiuto di "naturalizzare" le pratiche violente e il
tentativo di cogliere i significati culturali e le regole sintattiche
che ne articolano le espressioni. Il volume include saggi di Fabio Dei,
Caterina Di Pasquale, Lorenzo D'Orsi, Francesca Cerbini, Omar
Sammartano, Sabina Leoncini, Alessandra Verdini.
La violenza ha un suo stile e non viene dalla barbarie
di Adriano Favole Corriere La Lettura 30.3.14
La generazione di antropologi italiani formatasi negli anni Duemila ha
dedicato molta attenzione alla questione della violenza di massa e della
memoria traumatica: sul tema, un volume curato da Fabio Dei e Caterina
Di Pasquale raccoglie alcuni contributi significativi (Grammatiche della
violenza. Esplorazioni etnografiche tra guerra e pace , Pacini Editore,
pagine 208, e 16). Connettendo ricerche extraeuropee (Lorenzo d’Orsi in
Uruguay, Francesca Cerbini in Bolivia, Sabina Leoncini tra Palestina e
Israele) e italiane (Caterina Di Pasquale a Sant’Anna di Stazzema, Omar
Sammartano a Bolzaneto), con un epilogo sulla messa in scena della
violenza nella Body Art (Alessandra Verdini), il volume si struttura
attorno a una innovativa proposta teorica che farà discutere soprattutto
i (numerosi) seguaci di Giorgio Agamben (Homo sacer , Einaudi, 1995).
Quale contributo specifico fornisce l’antropologia all’analisi della
violenza? Che cosa rivela lo sguardo antropologico a proposito dei
centri di identificazione ed espulsione (Cie), delle carceri, della vita
in luoghi frammentati da muri simbolici e reali? La proposta di Dei e
Di Pasquale è quella di una lettura «culturale» della violenza. Come un
linguaggio, le forme della violenza sono culturalmente modellate,
attraverso «grammatiche» che ne definiscono regole e «stili». La
violenza è un habitus incorporato fatto di tecniche, procedure, abilità
non dissimili da quelle di un artigiano (o di un artista, come mostrano
provocatoriamente Marina Abramovic e altri). La violenza è culturalmente
costruita, anche se non necessariamente pianificata, e definita nei (e
dai) contesti storici e politici particolari in cui si manifesta. Ed è
qui che entra in gioco lo sguardo dell’antropologo/a, avvezzo «a
cogliere le pratiche sociali e culturali al di là dell’ufficialità
istituzionale».
De-naturalizzare il male è uno degli obiettivi centrali del volume. La
violenza non scaturisce da una presunta, irriducibile animalità
dell’uomo né dall’insorgere di comportamenti arcaici (la «barbarie»). Le
grandi violenze di massa non si spiegano neppure con la messa a tacere
della coscienza (la «banalità del male», secondo la formula di Hannah
Arendt). Allo stesso modo, il paradigma della «nuda vita» e dello «stato
di eccezione» elaborato da Agamben è antropologicamente inadeguato, in
quanto appiattisce la violenza in una filosofia della storia che vede
nello Stato l’origine d’ogni male, oscurando il ruolo di culture e
attori sociali (vittime e carnefici) nel fenomeno della violenza. Le
umiliazioni quotidiane che i migranti soffrono nei Cie (Fabrizio Gatti,
Bilal , Rizzoli) non sono il frutto della riduzione delle loro persone a
«nuda vita», ma il prodotto di tecniche e abilità di una «cultura da
caserma» diffusa e pronta a manifestarsi (come mostrarono Bolzaneto e la
Diaz al tempo del G8 di Genova); di visioni stereotipate delle culture
dei migranti; di un dibattito politico inquinato da forze xenofobe.
Ariani spiritualisti di casa nostra
Il feticismo delle merci diventa guida etica
Almeno secondo quanto si capisce dalla recensione. Ovviamente, all'apologia del feticismo delle merci non si risponde con il populismo pauperista, atteggiamento che va respinto in quanto antimoderno. Noi siamo per lo sviluppo massimo delle forze produttive e per una soggettività ricca di bisogni e talenti [SGA].
Emanuele Coccia: Il bene nelle cose. La pubblicità come discorso morale, il Mulino
Risvolto
Per secoli i muri hanno raccontato la storia. Oggi che gli dèi sono caduti, e la storia sembra una lunga sequenza di errori, i muri delle città non hanno smesso di essere luogo di celebrazione e di insegnamento. Dove troneggiavano divinità, eroi o eventi del passato, appaiono ora oggetti comuni e di uso quotidiano: la morale a cielo aperto della città contemporanea, la pubblicità, continua a parlarci del bene, ma lo fa attraverso auto, telefoni, rasoi, vestiti, cibo, e quanto siamo abituati a chiamare merci.
Emanuele Coccia insegna Filosofia all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ha curato «Angeli. Ebraismo, cristianesimo, islam» (con G. Agamben, 2010). Con il Mulino ha pubblicato «La vita sensibile» (2011).
Angelo Crespi - il GIornale Mar, 06/05/2014
Perché le “cose” ci rendono felici
Vivere in un’epoca piena di oggetti e di merci è una benedizione, secondo il filosofo Emanuele Coccia
di Maurizio Ferraris Repubblica 30.3.14
NELLO stesso anno 1882 in cui, da Genova, Nietzsche annunciava la morte
di Dio e il trionfo del nichilismo, sul Gil Blas Zola pubblicava Al
paradiso delle signore, storia al cui centro c’è uno dei primi grandi
magazzini. Felicità delle donne, si dice in epoca ancora molto
maschilista. Ma in realtà paradiso anche degli uomini, che negli oggetti
trovano almeno altrettanta felicità. Il nichilismo - questa l’ipotesi
di Emanuele Coccia in Il bene nelle cose, il Mulino - è non tanto
confermato, quanto piuttosto scongiurato dalla felicità insita negli
oggetti, e il fatto di vivere in un’epoca così piena di merci deve
essere visto come una benedizione. In fondo, già nella nona Elegia
duinese Rilke suggeriva di mostrare all’angelo «come può essere felice
una cosa». Ma a favore dell’idea di vedere il bene solo nelle persone e
non nelle cose militano molti pregiudizi tradizionali, dalla
iper-valutazione del soggetto umano come fonte unica di valori,
all’antropocentrismo di molte religioni, all’idea kantiana che l’unica
cosa buona al mondo sia la volontà buona, le intenzioni. Ovviamente non
c’è convinzione più falsa.
Così come è difficile sottoscrivere sino in fondo le filippiche che per
decenni si sono scagliate contro il consumismo e l’alienazione. Ma, a
ben vedere, proprio l’argomento della finitezza dei soggetti è tra
quelli che depongono con più forza a vantaggio degli oggetti. Come
sapevano benissimo i Faraoni, che si facevano seppellire circondati da
oggetti, e si facevano imbalsamare, trasformandosi a loro volta in cose,
gli oggetti dureranno molto più del nostro oblio.
Ed è un buon segno che sempre più numerosi siano i filosofi che guardano
alla ricchezza degli oggetti: dalla cosiddetta “teoria orientata agli
oggetti” proposta dal realismo speculativo americano, alla riflessione
sugli oggetti sociali così diffusa nella filosofia contemporanea, alla
riscoperta della sensibilità, cioè della via fondamentale attraverso cui
incontriamo gli oggetti, alla ridiscussione della natura
iperconcettuale dell’arte nel Novecento.
Rappresentante di una nuova generazione di filosofi, Coccia ha saputo
dare una versione estremamente originale della filosofia dell’oggetto,
con una attenzione più pronunciata nei confronti della morale e della
politica rispetto all’ontologia, all’estetica e alla metafisica, che
sono i campi tradizionali di applicazione. Con un percorso che si rivela
come la maturazione dei suoi interessi fondamentali di lungo periodo:
la filosofia medievale. E forse ancora di più la grande “Teoria
dell’oggetto” di Alexius Meinong, che Coccia tradusse una decina di anni
fa, anche in considerazione del fatto che il tema dell’oggetto è in
Meinong strettamente connesso con il tema del valore, cioè con la
portata morale dell’appello che ci viene dalle cose. È la conferma che
per capire davvero il presente, per dire cose originali sull’oggi, è
sempre meglio prendere le cose da lontano.
La morale dimenticata delle merciNel mondo dei segni. La critica al consumismo rimuove il fatto che i manufatti arredano la vita sociale e dei singoli. Allo stesso tempo danno forma a una morale pubblica. Un’intervista con il filosofo e antropologo Emanuele Coccia, autore del recente volume «Il bene nelle cose» per il Mulino— Michele Spanò, il Manifesto 22.4.2014
«Dopo aver chiuso questo libro, continuerete a odiare la pubblicità ma in un modo molto più intelligente, più personale, più intimo». Così, sulle colonne di Libération, Marcela Iacub presentava l’ultimo libro di Emanuele Coccia ([/ACM_2]Il bene nelle cose. La pubblicità come discorso morale, il Mulino, pp. 142, euro 12). E se la giurista francese aveva ragione di sottolineare l’esperienza trasformativa provocata dalla lettura di un libro tanto singolare, peccava forse nel concentrarsi su un esito così negativamente marcato come l’odio. La lettura del libro di Coccia permette infatti di riconoscere in quelle cose che sono le merci nulla di meno che l’oggetto privilegiato della morale (di oggi e di ieri): se esse non sono da amare né da odiare, è perché esse andranno insieme conosciute e riconosciute come la superficie e il mezzo di un discorso pubblico e ubiquo sulla possibilità di essere felici. Dai muri delle città che abitiamo e attraversiamo, un’infinita distesa di réclame fa segno, grazie e attraverso alle merci, a una vita altra e migliore, qui e adesso. Emanuele Coccia ha scritto così, in una prosa scintillante, un grande libro sul presente e sul possibile.
Hai scritto un libro che farà alzare le sopracciglia a molti. Sostieni – contro parecchio senso comune, molta ideologia e quasi tutta la storia della filosofia – che il nostro rapporto con quelle cose che chiamiamo merci è ciò che definisce, oggi più che mai, lo spazio della morale. Come spieghi l’apparente paradosso che fa sì che il nome di merce implichi un implicito giudizio morale negativo allorquando – è quello che mostri – essa incarna, almeno in Occidente, l’ultimo nome del bene?
Si tratta in realtà di un falso paradosso: non c’è alcuna differenza sostanziale tra il discorso pubblicitario, che riconosce nelle cose prodotte, scambiate e consumate la fonte più immediata della felicità (cioè il Bene) e chi al contrario parla di merci come la causa ultima di ogni alienazione o si sforza di riconoscere nel nostro amore per esse la ragione strutturale della nostra incapacità di raggiungere la felicità. In entrambi i casi le cose, le merci sono identificate come cause morali e non come realtà moralmente indifferenti, oggetti puramente economici o materiali. Gli uni e gli altri parlano delle cose come delle intensità morali, fanno morale a partire dalle cose, dalle merci. E in questo senso la filosofia critica è solo una forma di pubblicità risentita; la critica al consumismo è la filosofia di pubblicitari di cattivo umore che si sforzano di comunicare quanto le cose più comuni possano essere causa del male e non del bene comune. A me interessava capire perché per gli uni e per gli altri, improvvisamente, le cose – di cui nella morale occidentale si parlava poco (o se ne parlava solo per dire che non se ne deve parlare in morale) – sono diventate le vere protagoniste della vita morale. Improvvisamente, per parlare di felicità bisogna parlare delle cose che ci circondano, che usiamo, che produciamo, che sogniamo. È normale del resto che sia così: più di un secolo fa Georg Simmel aveva già notato che in città ci sono più cose che uomini. La città è oggi lo spazio delle cose più che degli uomini ed è giusto che si pensi alla felicità, anche politica, a partire dai protagonisti della vita urbana: le cose. Ed è qualcosa che l’antropologia dice da anni: Daniel Miller lo mostra perfettamente nel volume Cose che parlano di noi. Un antropologo a casa nostra.
Il bene nelle cose è anche, tra molto altro, un saggio di antropologia urbana: i muri e, più in generale, lo spazio urbano «tatuato» di réclame, sono infatti cruciali a «sorreggere» il tuo argomento. Qual è il rapporto tra spazio pubblico e discorso pubblicitario e quali i tratti di unicità di una città che parla di sè esponendo un infinito catalogo di merci?
A differenza di quello che si è soliti scrivere o pensare a me sembra che il discorso pubblicitario sia una sorta di modello formale, retorico e strutturale dello spazio pubblico e non una sua degenerazione. Ed è normale che sia così. Con l’arrivo di televisione, telefoni cellulari, internet e social network la natura dello spazio pubblico è radicalmente cambiata: quello pubblico, per esempio, non è più uno spazio che si oppone al privato. Al contrario, è proprio soli, a casa, davanti a un televisore o a un computer che si è più esposti al discorso comune della società civile veicolato dai diversi media. Per questo la comunicazione pubblica non può che avere la forma della comunicazione pubblicitaria e sopratutto la comunicazione dell’intimo non può che avere la forma della comunicazione pubblicitaria: lo spazio della pubblicità è lo spazio per eccellenza dell’intimità collettiva.
Peter Szendy una volta ha scritto che per capire cosa sia una merce bisogna capire che cos‘è una canzonetta. Io aggiungerei che per capire che cos’è oggi lo spazio pubblico bisogna pensare a un walkman o a un iPod. Lo spazio pubblico ha oggi la forma di un discorso intimo, la natura di un segreto sussurrato alle orecchie, che nessuno oltre te può ascoltare. Lo spazio pubblico era nato per combattere gli arcana imperii, i segreti dello stato, ora è diventato lo spazio della circolazione dei segreti sussurrati, non da persona a persona, ma in modo anonimo, lo spazio dell’intimità anonimamente condivisa. È quello che Facebook ha capito: lo spazio del sussurro e della confidenza anonima è diventato la via d’accesso all’universale per eccellenza. La pubblicità è stata la prima ad aver capito questo mutamento strutturale.
Nel libro ripercorri, dal totemismo al feticismo, una serie di blasonate teorie sul ruolo della merce. Sembra quasi – e questa impressione diviene più forte allorché chiami in causa l’oggetto artistico – che l’idea di dissociare la morale dall’agency operi come uno dei più profondi e impliciti interdetti della cultura occidentale. Perchè, in altre parole, è così difficile pensare il bene nelle cose?
In realtà al divieto teorico di pensare il bene come cosa, oggetto materiale,si sono sempre accompagnatisi, pratiche, realtà che andavano in direzione opposta. L’arte ne è un esempio eclatante; ma ogni forma di culto e di venerazione si compie quasi esclusivamente per interposto oggetto, attraverso la mediazione delle cose. Di fatto la rivoluzione industriale e il capitalismo sono stati, tra mille altre cose, una radicalizzazione di questo movimento, lo sforzo di ritrovare nelle cose, in tutte le cose prodotte, scambiate, immaginate una fonte morale, un immane tentativo di moralizzare la materia, in tutte le sue forme. È per questo che l’arte nella modernità è divenuta un paradigma essenziale: l’arte è stata la sola sfera in cui è stato lecito amare in maniera smodata le cose in quanto incarnazione del bene. Quanto è cambiato ora è che questo amore si è esteso a tutte le cose: la moda, il design ma anche lo sviluppo dell’industria informatica ci hanno abituato a pensare ogni cosa come fonte di felicità e di perfezione. La difficoltà sta proprio in questa universalità.
Nel passato la filosofia aveva pensato nel concetto di bene lo spazio in cui tutte le cose si fondono in unità: il bene è il luogo in cui tutte le differenze si stemperano, il luogo della fondazione della comunità.Coincidendo con tutte le cose materiali prodotte e desiderate da ciascuno ora il bene è diventato lo spazio in cui ogni cosa si distingue da tutto il resto, il luogo in cui ciascuno diverge dagli altri e proprio in questa differenza trova la sua perfezione. Il bene è ciò che separa e distingue le cose, non ciò che le unisce.
Hai apposto una «postfazione» al volume – «Per un ipperrealismo morale» – che sembra un vero e proprio manifesto per una filosofia futura che sia davvero una filosofia del presente. Perchè ti sembra così urgente immaginare una morale non moralistica? E cosa ha da guadagnare un filosofo a diventare un «bricoleur»?
Non si tratta di uscire dal moralismo. Si tratta solo di separare con cura l’osservazione curiosa e simpatetica dei costumi umani – ovvero dei modi e delle forme attraverso cui proviamo a essere felici – dal risentimento un po’ limitato che per secoli si è scambiato per morale. E non si tratta tanto di diventare un bricoleur, quanto di riconoscere che in fatto di morale non si può andare oltre il bricolage. I modi di invenzione della felicità sono sempre imperfetti, e non possono che esserlo. La morale è sempre un bricolage, perché è sempre uno spazio di invenzione e di sperimentazione incerta ed effimera. Non abbiamo la più pallida idea di come essere felici, veniamo al mondo con questo desiderio e le conoscenze ricevute sono molto spesso inappropriate, a volte perché si riferiscono a una felicità diversa da quella che vogliamo, altre perché nella trasmissione di mano in mano questi saperi si sono corrotti. E passiamo decenni a scoprire, sperimentare, inventare, senza sapere bene dove andare, facendoci spesso molto male. Oggi più che mai non possiamo fare altro che sperimentare.
Le due generazioni che ci hanno preceduto hanno distrutto tutto l’universo morale basato su famiglia e lavoro in cui l’umanità aveva vissuto per secoli. Non possiamo ereditare nulla del passato, il mondo morale cambia sotto i nostri occhi giorno dopo giorno e spazza via le capanne di costumi accumulati da padri, nonni, antenati. Siamo inventori, sperimentatori, primitivi che si scontrano con un nuovo mondo, e accumulano tecniche, scoprono giorno dopo giorno che la terra arriva molto più lontano di quanto ci è stato detto. Che cosa significa amare una volta che il matrimonio, la famiglia non esistono più? E cosa significa agire, fare quando il lavoro non è più l’orizzonte definitivo dell’esistenza. Sono tempi duri, ma c’è anche una luce che nessuno prima di noi ha visto, la luce pura degli elementi, il fuoco vivo nelle sue forme più pure. Siamo i primi, dopo centinaia di generazioni, a poterlo vedere di nuovo. E a dover costruire con quello e solo con quello. Le mani si bruciano in fretta, ma la posta in gioco è enorme. Per questo oggi più che mai dobbiamo avere il coraggio del bricolage e rifiutare ogni risentimento nei confronti del possibile.
La crisi e la filosofia dell'economia
Risvolto
Philosophy of Economics: A Contemporary Introduction is the first
systematic textbook in the philosophy of economics. It introduces the
epistemological, metaphysical and ethical problems that arise in economics, and
presents detailed discussions of the solutions that have been offered.
Throughout, philosophical issues are illustrated by and analysed in the
context of concrete cases drawn from contemporary economics, the history of
economic ideas, and actual economic events. This demonstrates the relevance of
philosophy of economics both for the science of economics and for the economy.
This text will provide an excellent introduction to the philosophy of
economics for students and interested general readers alike.
La rappresentazione matematica dell'universo è, per l'appunto, una rappresentazione
Max Tegmark leads us on an astonishing journey through past, present and future, and through the physics, astronomy and mathematics that are the foundation of his work, most particularly his hypothesis that our physical reality is a mathematical structure and his theory of the ultimate multiverse. In a dazzling combination of both popular and groundbreaking science, he not only helps us grasp his often mind-boggling theories, but he also shares with us some of the often surprising triumphs and disappointments that have shaped his life as a scientist. Fascinating from first to last—this is a book that has already prompted the attention and admiration of some of the most prominent scientists and mathematicians.
Per
quanto possano apparire coerenti e ragionevoli i modelli aritmetici o
geometrici, la rappresentazione del cosmo non è oggettiva Risponde comunque alla nostra realtà cerebrale
di Sandro Modeo Corriere La Lettura 30.3.14
I segreti della natura. Ogni cosa è informata
I «bit» sostanza prima del mondo? Studiosi di
diverse discipline ne hanno discusso a un recente convegno in un'isola dei
Caraibi
di Aldo Rovelli il Sole24ore domenica 30.3.14
Di cosa è fatto il mondo? Un'ipotesi confusa e controversa anima
discussioni di scienziati in discipline che vanno dalla fisica teorica alla
biologia, dalla filosofia alla neuro-scienza: se il mondo fosse fatto di
informazione? Studiosi di discipline svariate si sono riuniti recentemente
sull'isola di Vieques nei Caraibi, per fare il punto sulla natura
dell'informazione e il suo ruolo possibile per spiegare «la natura delle cose».
Il convegno era promosso da FQXi, una vivace fondazione privata americana che
sostiene la ricerca su questioni scientifiche speculative ai margini del sapere
attuale. Il tema del convegno, una domanda provocatoria: «È possibile che il
mondo sia fatto di informazione?»
L'informazione è l'unità di misura che usiamo quando comperiamo una chiavetta Usb, per esempio da otto Giga. "Otto Giga" è una misura della quantità di dati che la chiavetta può contenere, cioè quanta informazione possiamo fissare nella sua memoria. Sono molte le quantità che si misurano in termini di unità d'informazione: la capacità della memoria dei calcolatori, la portata di una linea internet, la capacità di elaborare dati del nostro cervello, la quantità di eredità che sta scritta nel Dna, la quantità di segnali che attraversa la parete di una cellula, eccetera. La definizione più precisa di informazione è stata data nel 1948 dal matematico e ingegnere americano Claude Shannon, il padre della teoria dell'informazione.
Shannon lavorava nel centro di ricerca della compagnia americana dei telefoni e si era interessato al problema di misurare la portata delle linee telefoniche. Ma cosa "porta" una linea telefonica? Porta informazione. Nella definizione di Shannon, l'informazione è determinata dal numero di modi diversi in cui qualcosa può stare. Per esempio la memoria interna della chiavetta Usb può essere messa in un certo numero di configurazioni differenti, e questo numero è l'informazione che può contenere. L'unità minima di informazione si chiama "bit" e designa un qualcosa che possa stare solo in due posizioni. Per esempio una moneta sul tavolo può mostrare "testa" o "croce". Se so che è "testa", dispongo di un singolo bit di informazione. Abbastanza semplice. Ma l'importanza di tale «conteggio del numero di modi in cui qualcosa può stare» appare ovunque. Alcuni esempi: «Perché il calore fluisce dai corpi caldi ai corpi freddi?» La risposta è che ci sono più configurazioni in cui gli atomi dei due corpi possono stare quando la temperatura dei due corpi è uguale. L'intera scienza del calore, la termodinamica, può quindi essere compresa puramente in termini di informazione. In un altro campo, la meccanica quantistica, il linguaggio di base della fisica fondamentale, si può formulare in termini di informazione che un sistema ha su un altro sistema. In tutt'altro ambito, uno degli approcci più interessanti allo studio scientifico della coscienza (l'integrated information theory of consciousness) è interamente basato sulla teoria dell'informazione. Un'interpretazione dei sistemi viventi di cui si fa spesso uso in biologia è come sistemi che sono in grado di raccogliere e usare informazione. La teoria dell'evoluzione è basata sul passaggio di informazione dai genitori alla prole… Ovunque si guardi, alla base della nostra comprensione del mondo sembra entrare in gioco la nozione di informazione. C'è un sentimento diffuso che questa nozione debba giocare un ruolo molto generale nella nostra comprensione del mondo.
Alla fine degli anni 80, il grande fisico americano John Archibald Wheeler, allievo di Bohr, collaboratore di Einstein e padre della gravità quantistica, avanzò un'ipotesi sconcertante: che sarebbe utile pensare che tutto è solo informazione. Wheeler ha coniato uno slogan per esprimere quest'idea: «It from bit». Letteralmente la traduzione dello slogan è «esso dai bit». Qualcosa come «tutto è bit», o «qualunque cosa è fatta solo di bit, cioè di informazione». La proposta di Wheeler lasciò tutti confusi e pochi la presero sul serio. Oggi Wheeler non è più fra noi, ma la sua idea ha continuato a serpeggiare ed influire in campi diversi dalla scienza. Alla conferenza di Vieques la discussione è venuta completamente alla luce, e l'ubiquità del concetto di informazione è diventata palese. C'è oggi di nuovo chi suggerisce che l'"informazione" possa essere la sostanza prima del mondo, più fondamentale che non materia, campi o energia.
Nessuno, a dire il vero, ha le idee chiare. Il punto unificante sembra essere il fatto che la trama del mondo non viene dagli oggetti, ma dalle relazioni fra gli oggetti, e dai processi. L'idea di "oggetto", di "sostanza", così cara alla metafisica occidentale, si sta sciogliendo in rivoli diversi, messa in questione da discipline che vanno dalla fisica alle scienze che studiano il cervello, dalla filosofia della scienza alla biologia. Pensare il mondo come un insieme di oggetti sembra funzionare sempre meno. Un oggetto esiste come nodo di un insieme di interazioni, di relazioni, e queste possono essere descritte in termini di informazione relativa di sistemi (o processi): informazione che un sistema ha su un altro sistema. In fondo che cosa sono un'onda del mare, una montagna o una nuvola, se non una porzione del mondo che assume un'identità individuale solo perché noi, che le guardiamo, le consideriamo come entità distinte? Sono oggetti in sé, oppure elementi dell'informazione scambiata fra il mondo e noi? Tutto questo non è chiaro, lo ammetto, e al convegno, animato da discussioni amichevoli ma vivaci, si sono ascoltati i punti di vista più disparati. La situazione ricorda i grandi dibattiti sull'energia della fine del XIX secolo: gli sviluppi della meccanica e della termodinamica mostravano il carattere generale del concetto di energia, fino a evocare letture quasi spiritualistiche: «il mondo è pura energia», aprendo una traccia fumosa che sopravvive oggi in qualche vuoto esoterismo. Oggi sappiamo che queste derive erano prive di fondamento: l'energia è un concetto utile e generale, ma non ha nulla di extra-fisico. Con l'informazione la situazione è simile: sono in diversi a suggerire che il mondo possa essere fatto di informazione, ma per ora nessuno sa spiegare bene cosa questo significhi.
Sembra essere in difficoltà il mondo semplice delle sostanze, il mondo chiaro e distinto di Democrito: lo spazio infinito in cui corrono gli atomi. Ma è davvero così? Per Democrito quello che contava degli atomi non era solo la loro forma, ma anche il modo in cui gli atomi si combinano. Democrito usava la metafora dell'alfabeto: come le combinazioni di una ventina di lettere possono dar luce a commedie o tragedie, storie sciocche o poemi epici, così le innumerevoli combinazioni di pochi tipi di atomi possono generare la straordinaria varietà del mondo che vediamo attorno a noi. Il mondo è dunque come un linguaggio. Ma se è un linguaggio, per chi sono scritte le storie che racconta? È un linguaggio così ricco da riuscire a leggere se stesso… La colorata varietà del mondo è informazione scambiata in continuazione dal mondo con se stesso?
L'informazione è l'unità di misura che usiamo quando comperiamo una chiavetta Usb, per esempio da otto Giga. "Otto Giga" è una misura della quantità di dati che la chiavetta può contenere, cioè quanta informazione possiamo fissare nella sua memoria. Sono molte le quantità che si misurano in termini di unità d'informazione: la capacità della memoria dei calcolatori, la portata di una linea internet, la capacità di elaborare dati del nostro cervello, la quantità di eredità che sta scritta nel Dna, la quantità di segnali che attraversa la parete di una cellula, eccetera. La definizione più precisa di informazione è stata data nel 1948 dal matematico e ingegnere americano Claude Shannon, il padre della teoria dell'informazione.
Shannon lavorava nel centro di ricerca della compagnia americana dei telefoni e si era interessato al problema di misurare la portata delle linee telefoniche. Ma cosa "porta" una linea telefonica? Porta informazione. Nella definizione di Shannon, l'informazione è determinata dal numero di modi diversi in cui qualcosa può stare. Per esempio la memoria interna della chiavetta Usb può essere messa in un certo numero di configurazioni differenti, e questo numero è l'informazione che può contenere. L'unità minima di informazione si chiama "bit" e designa un qualcosa che possa stare solo in due posizioni. Per esempio una moneta sul tavolo può mostrare "testa" o "croce". Se so che è "testa", dispongo di un singolo bit di informazione. Abbastanza semplice. Ma l'importanza di tale «conteggio del numero di modi in cui qualcosa può stare» appare ovunque. Alcuni esempi: «Perché il calore fluisce dai corpi caldi ai corpi freddi?» La risposta è che ci sono più configurazioni in cui gli atomi dei due corpi possono stare quando la temperatura dei due corpi è uguale. L'intera scienza del calore, la termodinamica, può quindi essere compresa puramente in termini di informazione. In un altro campo, la meccanica quantistica, il linguaggio di base della fisica fondamentale, si può formulare in termini di informazione che un sistema ha su un altro sistema. In tutt'altro ambito, uno degli approcci più interessanti allo studio scientifico della coscienza (l'integrated information theory of consciousness) è interamente basato sulla teoria dell'informazione. Un'interpretazione dei sistemi viventi di cui si fa spesso uso in biologia è come sistemi che sono in grado di raccogliere e usare informazione. La teoria dell'evoluzione è basata sul passaggio di informazione dai genitori alla prole… Ovunque si guardi, alla base della nostra comprensione del mondo sembra entrare in gioco la nozione di informazione. C'è un sentimento diffuso che questa nozione debba giocare un ruolo molto generale nella nostra comprensione del mondo.
Alla fine degli anni 80, il grande fisico americano John Archibald Wheeler, allievo di Bohr, collaboratore di Einstein e padre della gravità quantistica, avanzò un'ipotesi sconcertante: che sarebbe utile pensare che tutto è solo informazione. Wheeler ha coniato uno slogan per esprimere quest'idea: «It from bit». Letteralmente la traduzione dello slogan è «esso dai bit». Qualcosa come «tutto è bit», o «qualunque cosa è fatta solo di bit, cioè di informazione». La proposta di Wheeler lasciò tutti confusi e pochi la presero sul serio. Oggi Wheeler non è più fra noi, ma la sua idea ha continuato a serpeggiare ed influire in campi diversi dalla scienza. Alla conferenza di Vieques la discussione è venuta completamente alla luce, e l'ubiquità del concetto di informazione è diventata palese. C'è oggi di nuovo chi suggerisce che l'"informazione" possa essere la sostanza prima del mondo, più fondamentale che non materia, campi o energia.
Nessuno, a dire il vero, ha le idee chiare. Il punto unificante sembra essere il fatto che la trama del mondo non viene dagli oggetti, ma dalle relazioni fra gli oggetti, e dai processi. L'idea di "oggetto", di "sostanza", così cara alla metafisica occidentale, si sta sciogliendo in rivoli diversi, messa in questione da discipline che vanno dalla fisica alle scienze che studiano il cervello, dalla filosofia della scienza alla biologia. Pensare il mondo come un insieme di oggetti sembra funzionare sempre meno. Un oggetto esiste come nodo di un insieme di interazioni, di relazioni, e queste possono essere descritte in termini di informazione relativa di sistemi (o processi): informazione che un sistema ha su un altro sistema. In fondo che cosa sono un'onda del mare, una montagna o una nuvola, se non una porzione del mondo che assume un'identità individuale solo perché noi, che le guardiamo, le consideriamo come entità distinte? Sono oggetti in sé, oppure elementi dell'informazione scambiata fra il mondo e noi? Tutto questo non è chiaro, lo ammetto, e al convegno, animato da discussioni amichevoli ma vivaci, si sono ascoltati i punti di vista più disparati. La situazione ricorda i grandi dibattiti sull'energia della fine del XIX secolo: gli sviluppi della meccanica e della termodinamica mostravano il carattere generale del concetto di energia, fino a evocare letture quasi spiritualistiche: «il mondo è pura energia», aprendo una traccia fumosa che sopravvive oggi in qualche vuoto esoterismo. Oggi sappiamo che queste derive erano prive di fondamento: l'energia è un concetto utile e generale, ma non ha nulla di extra-fisico. Con l'informazione la situazione è simile: sono in diversi a suggerire che il mondo possa essere fatto di informazione, ma per ora nessuno sa spiegare bene cosa questo significhi.
Sembra essere in difficoltà il mondo semplice delle sostanze, il mondo chiaro e distinto di Democrito: lo spazio infinito in cui corrono gli atomi. Ma è davvero così? Per Democrito quello che contava degli atomi non era solo la loro forma, ma anche il modo in cui gli atomi si combinano. Democrito usava la metafora dell'alfabeto: come le combinazioni di una ventina di lettere possono dar luce a commedie o tragedie, storie sciocche o poemi epici, così le innumerevoli combinazioni di pochi tipi di atomi possono generare la straordinaria varietà del mondo che vediamo attorno a noi. Il mondo è dunque come un linguaggio. Ma se è un linguaggio, per chi sono scritte le storie che racconta? È un linguaggio così ricco da riuscire a leggere se stesso… La colorata varietà del mondo è informazione scambiata in continuazione dal mondo con se stesso?
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