di Massimo Gaggi Corriere 29.4.14
mercoledì 30 aprile 2014
Sergio Romano: la crescita dei BRICS e il declino dell'impero americano
Risvolto
Nel 2003, con Il rischio americano, Sergio Romano affermava,
nella nuova fase politica internazionale iniziata dopo gli attentati
dell’11 settembre, che gli Stati Uniti, unica superpotenza mondiale,
avevano agito con arroganza anche perché l’Europa era stata assente o
insignificante. Poco più di dieci anni dopo, in un contesto di continua
fibrillazione acuita dalla perdurante crisi economica apertasi nel
2007/2008, la domanda di fondo è sempre la stessa: cosa vuol fare
l’Europa da grande? Se il declino degli Stati Uniti come impero mondiale
sembra evidente, non altrettanto chiaro è il modo in cui gli americani
sapranno attraversare questa fase della loro storia. La condizione
imperiale è una droga da cui non è facile disintossicarsi. La parabola
del declino americano sarà tanto meno rischiosa quanto più sarà
accompagnata dalle scelte ragionevoli di Cina, Russia, Brasile, Iran e
di altri paesi. Ma la responsabilità maggiore è dell’Unione europea, che
non può assecondare l’America in ciò che rimane della sua politica
imperiale, e le sarà tanto più utile quanto più diverrà, in una realtà
multipolare, una sorta di Svizzera continentale. Per gli americani che
ancora credono nella vocazione imperiale del loro paese, un’Europa
divisa è il migliore degli alleati possibili. E l’unità europea si farà
soltanto a dispetto dell’America: per garantire un ruolo all’Europa in
un mondo in cui lo spazio creato dal declino americano verrebbe riempito
da potenze extraeuropee.
"Le guerre non vinte, come quelle dell'Afghanistan e dell'Iraq, sono
inevitabilmente, per una potenza imperiale, guerre perdute. La crisi
dell'impero americano è cominciata a Kabul e a Baghdad, ma diviene
ancora più evidente quando i più vecchi e fedeli alleati degli Stati
Uniti lanciano segnali di fastidio e cominciano a fare scelte politiche
che danno per scontato il declino della potenza americana. Questo libro
racconta le ultime fasi dell'ascesa e le prime fasi del declino sino ai
giorni nostri."
Geopolitca - Il saggio di Sergio Romano, che esce domani da Longanesi, analizza perché gli Stati Uniti non sono più il «gendarme del mondo»
Nuovi attori come Cina e Brasile e il ritorno russo cambiano gli scenari
di Massimo Gaggi Corriere 29.4.14
di Massimo Gaggi Corriere 29.4.14
E' pikettymania: la borghesia occidentale contro la "finanza" per salvare il capitalismo
Questo libro piace troppo
“Se il Capitale fa danni per natura, allora io capitalista non ho colpe”. I ricchi liberal americani leggono Piketty e si danno di gomito. Le tesi ultra pop dell’economista francese tra Papi, pessimisti secolari e liberisti d’antan
Marco Valerio Lo Prete il Foglio 29 aprile 2014
Il capitalismo è il peggiore sistema sociale ad eccezione di tutti gli altri

Giuliano Ferrara, il Foglio 27 aprile 2014 - ore 12:30
Se
Paul Krugman dice che il libro di questo Thomas Piketty è la nuova
edizione per il nostro secolo dell’anatomia della società civile
dell’Ottocento contenuta nel Das Kapital di Marx (in realtà Krugman è
spicciativo, scrive in tono entusiasta che è fantastico, il miglior
libro da decenni in qua), devo credergli. Se un verbale di commissariato
parigino afferma che Piketty le suonava alla moglie, Aurélie
Filippetti, ora ministro della Cultura, devo credergli. Se il Wall
Street Journal trova il saggio che fa tendenza a Washington ideologico e
confuso quanto a dati e interpretazioni, devo credergli.
Se ho capito bene, essendo bene informato ma senza aver ancora letto
le settecento pagine fatali in cui l’economista della rive gauche ha
raccolto dati e ispirazione letteraria per fare il suo ritratto del
capitalismo (riferimenti Balzac e la Austen, e gli indici di crescita
del reddito da lavoro e del capital return in dieci paesi, tra i quali
l’Italia, in un lungo arco di tempo), la tesi brillante del nouveau
économiste è questa: lo sviluppo capitalistico premia sempre di più i
redditi da patrimonio finanziario e immobiliare, crea tremende
ineguaglianze con i redditi da lavoro e i premi al merito e alla vera
produttività, e così ci condanna a un mondo in cui i ricchi sono sempre
più ricchi, la crescita dell’economia produttiva e dell’occupazione è
rinviata di almeno cent’anni, e manager di cui non si possono calcolare i
risultati competitivi come si può fare per l’impiegato di un call
center guadagnano cifre stellari fuori da ogni logica di mercato.
L’incubo di Piketty è che il capitale incrementa sé stesso e lascia
indietro il lavoro produttivo, con questo condannando il mondo a essere
diseguale e povero a favore di una classe di ricchissimi.
A me questa sembra la solita solfa di Occupy Wall Street, il
movimento stradaiolo di qualche tempo fa che piaceva alla gente che
piace, il cui obiettivo è colpire l’1 per cento degli straricchi: un
tipico caso di filantropia di massa, alimentato dai non poverissimi
George Soros e compagni dell’Upper West Side di Manhattan, un problema
sociale risolto da alcune cariche a cavallo nei parchi trasformati in
tendopoli di primavera e dall’esito di tutte le bolle sociali, lo
scoppio. Magari mi sbaglio e mi toccherà leggere Piketty per capire se
l’evoluzione della vecchia tiritera contro l’economia di carta ha
prodotto nuove analisi scientifiche, e se per combattere uno squilibrio
che distrugge ricchezza sia davvero necessario sequestrare la ricchezza
ai ricchi con un’imposta straordinaria sui patrimoni dell’80 per cento
(il nouveau économiste non ama le mezze misure).
Intanto mi limito a osservare. Ho passato una bella decina di giorni a
San Pietroburgo, in un paese che ricordo oltre mezzo secolo fa come una
nebbiosa e infantile favola tolstoiana, corretta dal noir della
devozione esistenziale di Dostoevskij. E’ ancora se Dio vuole un mondo
prima di Prada, l’autorità non è tutta sequestrata dalle scarpe, ma è
l’universo sociale di un ceto medio con una scala di valori magari
banale ma non infame: anche qui, nel luogo dell’esperimento novecentesco
più serio e tragico, la proletarizzazione universale non c’è stata, le
diseguaglianze sono tornate, la democrazia è appena praticabile, lo
squilibrio consente alla società di avanzare oltre il mito ideologico, e
la bellezza aristocratica del Settecento, combinata con un mediocre ma
solido benessere, ha divorato e risputato i sapori acidi di birra e
vodka che avevano ubriacato di sogni e di incubi l’ingresso della Russia
nel mondo moderno. Avevano ragione Raymond Aron e Alberto Ronchey, a
giudicare dai risultati ictu oculi, quando dicevano che senza squilibrio
e ineguaglianza non c’è sviluppo e non c’è democrazia o per lo meno un
relativo rispetto degli individui, dei loro vizi, dei loro culti, del
loro darsi da fare – naturalmente invano – nella ricerca della felicità.
Avevano ragione Gogol e Gonciarov, la vita è grottesca e la sua fatica
sembra sempre indegna di essere vissuta, ma a giudicare dai risultati il
capitalismo, nonostante i capitalisti filantropi americani e gli
economisti della rive gauche, è il peggiore sistema sociale ad eccezione
di tutti gli altri.
Piketty e la tassazione patrimoniale Il falso mito delle nuove tasse
di Andrea Tavecchio Corriere 1.5.14
L’uscita, anche in italiano, del saggio dell’economista francese Thomas Piketty «Capital in the Twenty-First Century», che indaga sulla distribuzione del reddito e della concentrazione del capitale in mano a un numero ristretto di individui, non potrà che fare da combustibile nei prossimi mesi all’eterno dibattito sulle varie ipotesi di modulazione delle tasse patrimoniali, di successione e sui redditi di capitale.
Il premio Nobel per l’Economia Robert Solow sintetizza, infatti, la proposta fiscale preferita da Piketty come una tassa progressiva sulla ricchezza, ovunque posseduta, che colpisca ogni anno la quota eccedente un milione di euro con un’aliquota dell’uno per cento e la quota eccedente i cinque milioni di euro con un’aliquota del due per cento. Il dibattito in Italia si preannuncia surreale per almeno due motivi. Il primo è che, a fronte di una dichiarazione dei redditi di grande complessità, specie nella sezione dei redditi finanziari, in Italia non c’è ancora un modello di dichiarazione che dia una dimensione patrimoniale oltre che reddituale del contribuente, come avviene ormai in tutti i Paesi evoluti. Ipotizzare patrimoniali eque, in questo contesto, è quindi tecnicamente impossibile. Il secondo è che l’imposta patrimoniale in Italia c’è già ed è abbastanza pesante. Tra Imu sugli immobili (o Ivie su immobili esteri) calcolata senza dedurre le passività relative ai cespiti stessi, ed imposta di bollo su attività mobiliari (o Ivafe se attività estere), la tassazione patrimoniale per tantissime famiglie è già ben oltre la soglia immaginata da Piketty.
Un patrimonio sotto i cinque milioni di euro di immobili acquistati a fronte di mutui bancari ha un carico fiscale complessivo già oggi ben oltre l’1% sulla componente patrimoniale. A ciò bisogna poi aggiungere quanto si paga sul reddito. E nel caso dei dividendi, se distribuiti da società italiane, siamo ad una tassazione complessiva di circa il 75%, se si tiene conto anche di quanto versato dalle società stesse. La tassazione «alla Piketty» in Italia c’è già ed è mal strutturata e distorsiva. Sarebbe l’ora di mettere ordine e non pensare a nuove tasse.
Piketty e la tassazione patrimoniale Il falso mito delle nuove tasse
di Andrea Tavecchio Corriere 1.5.14
L’uscita, anche in italiano, del saggio dell’economista francese Thomas Piketty «Capital in the Twenty-First Century», che indaga sulla distribuzione del reddito e della concentrazione del capitale in mano a un numero ristretto di individui, non potrà che fare da combustibile nei prossimi mesi all’eterno dibattito sulle varie ipotesi di modulazione delle tasse patrimoniali, di successione e sui redditi di capitale.
Il premio Nobel per l’Economia Robert Solow sintetizza, infatti, la proposta fiscale preferita da Piketty come una tassa progressiva sulla ricchezza, ovunque posseduta, che colpisca ogni anno la quota eccedente un milione di euro con un’aliquota dell’uno per cento e la quota eccedente i cinque milioni di euro con un’aliquota del due per cento. Il dibattito in Italia si preannuncia surreale per almeno due motivi. Il primo è che, a fronte di una dichiarazione dei redditi di grande complessità, specie nella sezione dei redditi finanziari, in Italia non c’è ancora un modello di dichiarazione che dia una dimensione patrimoniale oltre che reddituale del contribuente, come avviene ormai in tutti i Paesi evoluti. Ipotizzare patrimoniali eque, in questo contesto, è quindi tecnicamente impossibile. Il secondo è che l’imposta patrimoniale in Italia c’è già ed è abbastanza pesante. Tra Imu sugli immobili (o Ivie su immobili esteri) calcolata senza dedurre le passività relative ai cespiti stessi, ed imposta di bollo su attività mobiliari (o Ivafe se attività estere), la tassazione patrimoniale per tantissime famiglie è già ben oltre la soglia immaginata da Piketty.
Un patrimonio sotto i cinque milioni di euro di immobili acquistati a fronte di mutui bancari ha un carico fiscale complessivo già oggi ben oltre l’1% sulla componente patrimoniale. A ciò bisogna poi aggiungere quanto si paga sul reddito. E nel caso dei dividendi, se distribuiti da società italiane, siamo ad una tassazione complessiva di circa il 75%, se si tiene conto anche di quanto versato dalle società stesse. La tassazione «alla Piketty» in Italia c’è già ed è mal strutturata e distorsiva. Sarebbe l’ora di mettere ordine e non pensare a nuove tasse.
I Piketty della piccola borghesia liberty

Siamo sempre fermi al socialismo antimoderno criticato da Marx ed Engels nel Manifesto [SGA].
C. H. Douglas (1879-1952): Come le banche soffocano l’economia. Monopolio finanziario e impoverimento dei popoli, Mimesis, pp.142, euro 14
Risvolto
C.H. Douglas ritiene che alla base di ogni problema economico ci sia un
contrasto tra credito reale e credito finanziario: il credito reale
nasce dalla produzione e dai consumi, e si basa sulla comunità di
cittadini che lavorano e vivono insieme; il credito finanziario, ossia
la disponibilità di potere d’acquisto fornito dalle banche, è nato in
ausilio del credito reale ma è diventato il vero protagonista della
scena economica mondiale. Monopolizza la distribuzione delle ricchezze
reali e non serve più a ripartire il benessere fra tutta la popolazione,
bensì ad arricchire smisuratamente una piccola minoranza di
sfruttatori.
C.H. Douglas (1879-1952), ingegnere
scozzese ed economista eterodosso, dopo la Prima guerra mondiale
elaborò la dottrina economica del Credito Sociale, che affascinò
intellettuali e artisti come Ezra Pound e T.S. Eliot, Charlie Chaplin e
Frank Lloyd Wright, George Orwell e Aldous Huxley. Secondo Douglas, il
sistema bancario di una nazione non deve essere gestito da enti di
profitto privato, come oggi sono tutte le banche, comprese quelle
centrali, ma deve essere indirizzato ad aumentare il benessere di una
nazione, migliorando il tenore di vita dei suoi cittadini.
“Un profeta immeritatamente trascurato, un autore che può incidere più
di Marx”. In questo modo Lord Keynes descrive il lavoro di Silvio
Gesell. Mai pubblicato in italiano, questo libro ha ispirato economisti e
rivoluzionari, utopisti e poeti, sfidando il monopolio dottrinario
marxista e il dogma liberale del libero mercato. Quanto mai attuali, ai
giorni dello strapotere della finanza, le pagine di Gesell sviscerano il
paradosso dell’ossessione monetaria. Il valore del denaro è frutto di
una convenzione sociale. Il monopolio della creazione e distribuzione
del denaro crea artificialmente miseria e sovrapproduzione, seminando
artificialmente povertà in mezzo all’abbondanza.
Silvio Gesell
(1862-1930) nato in Germania, si trasferisce in Argentina dove diventa
un ricchissimo allevatore e un prolifico scrittore di economia. La sua
fama di economista pragmatico lo porta a ricoprire la carica di Ministro
delle finanze nella Repubblica Sovietica Bavarese del 1919. La sua
opera principale, L’Ordine Economico Naturale, ha ispirato
utopisti, rivoluzionari e intellettuali, affascinati dalla proposta di
liberare il denaro dalla schiavitù dell’interesse.
Spendere alla faccia delle banche Riforme radicali contro l’usura
Mimesis dedica una collana ai teorici eterodossi, da Douglas a Gesell, che influenzarono il grande poeta. Con il sogno della giustizia sociale
29 apr 2014 Libero ANDREA COLOMBO
Ezra Pound era un poeta economista. Molti sono composti rincorrendo sogni di equità sociale, con l’idea che l’abbondanza in natura c’è, basta saperla sfruttare e distribuire con giustizia i beni della terra. Un ideale, questo, avversato, secondo Pound, dagli usurai eda un sistema finanziario che ha perso, per dirla conDante, «ilben dell’intelletto», preferendo le speculazioni sul denaro creato dal nulla all’economia reale che inventa, produce, vende e compra cose concrete.
Ora, una nuova collana curata da Luca Gallesi (che di Pound si è occupato in diversi saggi), Oro e lavoro di Mimesis, intende presentare al pubblico italiano quegli economisti eterodossi che sono servitida fonti per ilpoetaamericano. Come il maggiore scozzese C. H. Douglas (1879-1952), il fondatore del cosiddetto «Credito Sociale», che nel testo del 1920 Come le banche soffocano l’economia ( pp.142, euro 14), spiega che il sistema finanziario delle democrazie dell’epoca è fallace edeve essere sostituito da unmeccanismo virtuoso che metta al centro i produttori. O come l’economista tedesco Silvio Gesell (1862-1930), un socialista dal taglio nettamente libertario, che ne Il valoredeldenaro ( pp.192, euro 18) proponeunaformula consumisticaante
in cui lamoneta deve circolare, e in fretta, per evitare di essere tassata. I soldi, d’altronde, vannospesise si vuole garantire una crescita dei consumi: l’opposto dell’austerità imposta daimeccanismi finanziari che strangolano oggi l’Europa, ma che hanno una storia antica.
Douglasparte da una disamina impietosadelle condizionieconomichedell’Europa postbellica, strangolata da un lato daimeccanismi usurai dell’alta finanza e dall’altro dalla violenta politica di nazionalizzazione imposta dai Soviet (con le mitragliatrici che, nota Douglas, sono diventate le armi di persuasione nel «paradiso del proletariato»). A nulla servono misurecomel’impostapatrimoniale, o altre forme di ipertassazione che impoveriscono popoli e classe dirigente. L’antidoto proposto da questo economista eterodosso è contrapporre al credito finanziario il credito reale che nasce dalla produzione e dai consumi, e che si basa sulla comunità dei cittadini e non sugli gnomi diWall Street o della City che rispondono a interessi privati.
Come scrive Gallesi nell’introduzione, «secondoilMaggiore, la scarsità delpotere d’acquisto è assolutamente artificiale, e potrebbe essere efficacemente neutralizzata distribuendo periodicamente ai consumatori del credito aggiuntivo», un “dividendo” statale che permetterebbe nonsolodiabolire la tassazione, mapersino di ridurre l’orario di lavoro a tutti.
Un’utopia statalista, certo, che tuttavia affascinò numerosi letterati: non solo Pound, attratto dalle critiche al sistema usuraio delle banche, ma pure T. S. Eliot, AldousHuxley e persino CharlieChaplin. Douglas intuiva anche che uno dei nodi centralipermigliorare laproduzione, rendendola ecocompatibile e in ultima analisi più conveniente, è quello energetico: per questo accenna alla possibilità di utilizzare l’energia solare. Le teorie delcredito sociale di Douglas hanno avuto un discreto successo, e applicazioni pratiche, tra gli anni ’30 e ’50, specie in Canada e Australia.
L’altro economista eterodosso di riferimento di Pound è Gesell. Figura singolare di commerciante, trasferitosi dapprima in Sudamerica con le sue attività imprenditoriali, torna in Europa nel 1911 e inizia a pensare a un’alternativa al sistema monetario vigente, che permette la speculazione da parte di persone che accumulano ricchezze senza lavorare, semplicemente speculando sugli interessi del denaro conservato in banca. Pensa quindi alla formadiun denaro «prescrittibile», ossia che scada dopo un certo tempo: e quindi che, come un alimento, debba essere “consumato” (ossia circolare) in fretta e non possa essere tesaurizzato.
Diventato dopo la GrandeGuerra, anche se solo per una settimana, ministro delle Finanze della fugace Repubblica SovieticadiBaviera, tentadi introdurre questa nuova forma di moneta, accanto ad altremisure (come una pesante patrimoniale e la nazionalizzazione delle terre agricole), ma i tempi non erano maturi per tali riforme radicali. Bisognerà attendere l’arrivo della grande recessione del 1929 per vedere applicate le sue idee, in diverse città degliUsa e aWorgl, in Tirolo. Negli anni Trenta, dopo la sua morte, la sua filosofia proto-consumista conoscerà una discreta circolazione, sia in ambienti libertari e anarchicheggianti, sia tra simpatizzanti fascisti, come l’inglese James Barnes e appunto Pound. 
È un’economia poetica, certo, quella che aveva inmentePound, utopistica, anche se con una certa pretesa di incidere sulla realtà. Ma ciò che va salvato è l’anelito a unamaggiore giustizia sociale, a una più equa distribuzione delle ricchezze.
Foucaultiani di sinistra italiani uniti
Incontri. Un ciclo di seminari sulla eredità teorica del filosofo francese Michel Foucault
Paolo Vernaglione, il Manifesto 29.4.2014
A trent’anni dalla scomparsa di Michel Foucault, il suo pensiero rimane vittima dello spirito dei tempi e la testimonianza della sua opera fatica a manifestarsi: quando lo fa, nell’epoca dei saperi asserviti al mercato, non può che essere nella modalità eterodossa e idiosincratica in cui quel pensiero e quell’opera sono stati prodotti. Misurare questo scarto è ciò che si propongono i tre incontri seminariali, il primo dei quali si è svolto lo scorso 28 aprile, e a cui seguiranno le giornate del 5 e del 12 maggio, presso il Dipartimento di Filosofia della «Sapienza» di Roma (via Carlo Fea 2, aula XI, ore 17,30).
Il titolo dell’iniziativa è Michel Foucault: il presente come eredità (calendario sul sito «Materiali Foucaultiani» e «SofiaRoney.org»). Relatori e ospiti sono: Stefano Catucci, Daniele Lorenzini, Orazio Irrera, Martina Tazzioli e Laura Cremonesi, esponenti di una generazione di ricercatori che dedica a Foucault la propria volontà di sapere.
Stefano Catucci, professore di Estetica all’Università di Ascoli Piceno, autore di un importante Introduzione a Foucault, interverrà il 5 maggio per illustrare i rapporti tra potere e sensibilità nell’opera faucaultiana, nella ricostruzione di un percorso in cui prassi teorica e teoria della prassi risultano inscindibili. Ciò che emerge, ormai lontano dalla temperie culturale dell’ «epoca Foucault», fatta di critica alle istituzioni di disciplinamento (clinica, famiglia, scuola, caserma, chiesa), è la forza di soggettivazione che quelle istanze di contestazione e di ribellione hanno avuto. È quanto metterà in luce Orazio Irrera, co-direttore di «Materiali Foucaultiani», indicando nella critica dell’ideologia il nucleo infuocato da cui si dipana il pensiero dell’autore di Storia della follìa, Sicurezza, territorio, popolazione, Nascita della biopolitica. I corsi al Collège de France, insieme alla grande e magnifica messe dei Dits e Ecrits (saggi, interviste, interventi), nonché la recente pubblicazione in Francia de La societè punitive (1972–73), a cura di François Ewald e del compianto Alessandro Fontana e in Italia del prezioso corso di Lovanio (1981) Mal fare, dir vero, costituiscono una cospicua «eredità», che fa segno verso il compito critico (di cui parlerà Laura Cremonesi) che potrebbe essere acquisito dalle attuali generazioni di studenti e ricercatori. Si tratta di elaborare un’ontologia del presente non costretta dai vincoli della specializzazione. Ciò significa interrogare l’opera di Foucault nei punti in cui è più vicina all’intervento diretto sulla realtà, nell’azione coercitiva e criminalizzante sullo «straniero», nelle interruzioni di confine e nelle soggettivazioni agiuridiche (Martina Tazzioli), in cui si disloca la maledizione governamentale dei poteri.
La questione decisiva del nostro presente, dissolto in una normale precarietà quotidiana, è dunque quella della soggettività, cioè anzitutto dei modi in cui ci si incarica delle prese di posizione etiche e politiche nel governo di sé e degli altri, tema indagato da Daniele Lorenzini. Riconoscere il metodo archeologico come forma necessaria della critica; scorgere nella microfisica degli usi del linguaggio il potere di seduzione e di sovversione del monotono «discorso» del presente; rilevare in spazi liberati dalla corruzione di sé e del mondo, il divenire altro della soggettività, sembrano costituire il compito per un futuro già presente, nell’ a-priori storico in cui si intrecciano storia e metastoria.
Luminari della scienza, padri della patria
Risvolto
Aldo Semerari. Tra i più importanti criminologi dai tempi di Cesare
Lombroso. Amico di politici e potenti, di boss e faccendieri. Eminenza
grigia dell'eversione nera. Sfogliando l'album dei segreti d'Italia, da
piazza Fontana alla strage di Bologna, dal sequestro Moro all'omicidio
Amato, fino alla prima trattativa Stato-mafia, quella del sequestro
Cirillo, con regolarità, a un certo punto, spunta il suo nome. A volte
sullo sfondo, altre in primo piano, nelle foto ricordo del passato più
misterioso…
Lo psichiatra che custodiva i misteri dell’Italia nera
Un libro racconta Aldo Semerari Aiutò neofascisti e mafiosi Coinvolto nella strage di Bologna finì decapitato dalla camorra
di Enrico Bellavia Repubblica 29.4.14
Evocava i demoni, parlava con loro, e quando non c’erano era capace di
inventarseli. Bravo, bravissimo, Aldo Semerari, un’autorità della
psichiatria applicata alla sottile arte dell’impunità. Dalla sua arte,
per il suo ricettario, passarono un po’ tutti. Da Luciano Liggio alle
agguerrite batterie della Banda della Magliana di Nicolino Selis, Franco
Giuseppucci “il Fornaretto”, Marcello Colafigli. Da Alessandro
D’Ortenzi “zanzarone”,una specie di ufficiale di collegamento tra la
Banda e i “neri”, al clan dei Marsigliesi fino al boia di Albenga,
Luciano Luberti. Fior di criminali al suo cospetto diventavano agnelli
divorati dal male oscuro che li rendeva crudeli all’inverosimile. Lui
studiava e poi sentenziava: matto.
Per un insano di mente non c’è
posto in galera. E Aldo Semerari, il medico criminologo professore de La
Sapienza, era un biglietto da visita perché pluriassassini si
trovassero a scontare una manciata d’anni in quegli inferni chiamati
manicomi giudiziari e vedersi restituire la libertà in barba alla legge.
Perché
il professore era un nome, con la fama accademica, il brevetto
massonico, i rapporti con Licio Gelli e i modi risoluti di chi sa stare
al mondo abitando nella sottile linea che separa diritto e delitto.
Bussarono
al suo studio romano camorristi e mafiosi. E i “neri” alla Paolo
Signorelli o alla Fabio De Felice teorici, come il professore, di una
comune prospettiva rivoluzionaria per camicie nere e bolscevichi. E quei
grigi spioni che vivevano a cavallo. Un po’ qui a prendere
informazioni, ingaggiare mestatori spesso inconsapevoli, trafficare con
la verità e un po’ lì a confezionare verbali e veline buone a fabbricare
la realtà virtuale che tenne (tenne?) il Paese nella bolla delle stragi
negate, della giustizia impossibile, delle prove sparite.
Passò per
le sue mani anche un giovane Pier Paolo Pasolini e Semerari fu utile a
bollarlo come un omosessuale molesto. Precedente necessario per la
messinscena dell’Idroscalo.
Di quei demoni, in qualche modo, anche il
professore doveva essere vittima. Lo ritrovarono lontano dagli agi dei
salotti complottardi alle pendici di una collina dalla quale il boss
Raffaele Cutolo dominava la sua Ottaviano. Il capo qui, il corpo
altrove. Strangolato e poi decapitato nel macabro rituale degli
assassini che si accaniscono così sulla testa, sul cervello di chi
muore, punito per ciò che ha fatto in vita e potrebbe fare. Morì così il
professore, la mente che scrutava le menti. Perché lo uccisero rimane
un mistero a distanza di 32 anni.
Corrado De Rosa, (La Mente Nera ,
Sperling & Kupfer) psichiatra e scrittore, ha preso a scavare nella
vita di Semerari, frugando tra le pieghe dei suoi inarrivabili referti,
arrivando a far convergere una quantità di indizi su una data precisa:
il 2 agosto del 1980. È il giorno in cui una bomba alla stazione di
Bologna decreta la fine dell’età dell’innocenza di un Paese capace di
spargere altro sangue, più di quanto non fosse già accaduto a Milano e a
Brescia, perché quell’ondata di terrore fosse la coltre sotto cui
ammantare altri decenni di stabilità.
Il 26 agosto 1980 accusano
Semerari di avere avuto un ruolo non nella strage ma in ciò che l’aveva
preceduta. Due giorni dopo l’arrestano. Quando il Sisde del generale
Santovito mette in piedi il depistaggio chiamato “terrore sui treni”,
facendo ritrovare un borsone di armi che era passato proprio per le mani
del professore, lui in carcere capisce che può giocarsi la carta del
cedimento. Fa filtrare all’esterno che potrebbe parlare. Allora gli
amici, preoccupati, corrono a riprenderselo da quella cella, per tenerlo
buono un po’. Era il 9 aprile del 1981. Semerari non parlò e nella sua
testa fatta rotolare il primo aprile del 1982 dal camorrista Umberto
Ammaturo, rivale di Cutolo, che si autoaccusò, ma non venne creduto,
rimase sepolto il mistero di chi aveva davvero voluto la bomba alla
stazione di Bologna.
Il professore era arrivato a Napoli tre giorni
prima. Era andato a un appuntamento dal quale non era più tornato. Tra
la scomparsa e il ritrovamento Fiorella Carrara, la sua assistente e
principale confidente, fu vittima di uno strano suicidio nella sua casa
di Roma.
Nell’Italia del tritolo come argomento politico, degli
assassini dei giudici Mario Amato e Vittorio Occorsio, Aldo Semerari era
stato «un sarto tra le frange del potere malato», come scrive De Rosa.
Avanguardista
al crepuscolo del ventennio, poi comunista nella sua Puglia.
L’intelligence rossa gli negò però il visto per la Cecoslovacchia
dove l’allora giovane medico meditava di trasferirsi. Ripiegò su Roma e
virò di 180 gradi. Si ritrovò uomo di destra all’ombra di Fernando
Tambroni. Quando, molti anni dopo, lo spogliarono all’ingresso di quello
stesso carcere dove era entrato mille volte per lavoro, si accorsero
della svastica che si era tatuato. Se avessero frequentato il suo buen
retiro a Castel San Pietro, nel reatino, si sarebbero accorti del letto a
baldacchino nero con le croci uncinate e dei cimeli fascisti che teneva
in bella mostra. Nel mondo buio delle grisaglie ministeriali, lui si
segnalava per il nero ostentato nell’abbigliamento con quel cinturone da
Ss e la pistola appresso. Seduttivo e ipnotico, incantava studenti e
giudici sciorinando la scienza che gli era arrivata per via indiretta da
Cesare Lombroso, allevato com’era alla scuola del successore del
Maestro, Benigno Di Tullio.
Uscito dal carcere, fiaccato nello
spirito, provato nel corpo, Aldo Semerari temeva per la sua vita, si era
fatto guardingo. Non abbastanza per rendersi conto che neppure la sua
scienza lo avrebbe salvato dall’abitudine di prestare i propri servigi a
Cutolo e ai suoi avversari. Un doppiogiochista. Dissero così che lo
avevano fatto fuori per vendetta. Fecero rotolare quella testa, forse
l’unica che avrebbe potuto spiegare perché mai Aldo Moro era rimasto
nella prigione del popolo brigatista e Ciro Cirillo ne era potuto
uscire. Perché mai quegli stessi amici che si trovavano nello studio
Semerari erano riusciti a vedersi nella cella di Cutolo ad Ascoli per
accordare la musica che suonarono insieme camorristi e rivoluzionari,
ministri e piduisti, con i servizi (segreti?) sul podio a dirigere
l’orchestra.
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