mercoledì 30 aprile 2014

Sergio Romano: la crescita dei BRICS e il declino dell'impero americano


Sergio Romano: Il declino dell’impero americano, Longanesi 

Risvolto
Nel 2003, con Il rischio americano, Sergio Romano affermava, nella nuova fase politica internazionale iniziata dopo gli attentati dell’11 settembre, che gli Stati Uniti, unica superpotenza mondiale, avevano agito con arroganza anche perché l’Europa era stata assente o insignificante. Poco più di dieci anni dopo, in un contesto di continua fibrillazione acuita dalla perdurante crisi economica apertasi nel 2007/2008, la domanda di fondo è sempre la stessa: cosa vuol fare l’Europa da grande? Se il declino degli Stati Uniti come impero mondiale sembra evidente, non altrettanto chiaro è il modo in cui gli americani sapranno attraversare questa fase della loro storia. La condizione imperiale è una droga da cui non è facile disintossicarsi. La parabola del declino americano sarà tanto meno rischiosa quanto più sarà accompagnata dalle scelte ragionevoli di Cina, Russia, Brasile, Iran e di altri paesi. Ma la responsabilità maggiore è dell’Unione europea, che non può assecondare l’America in ciò che rimane della sua politica imperiale, e le sarà tanto più utile quanto più diverrà, in una realtà multipolare, una sorta di Svizzera continentale. Per gli americani che ancora credono nella vocazione imperiale del loro paese, un’Europa divisa è il migliore degli alleati possibili. E l’unità europea si farà soltanto a dispetto dell’America: per garantire un ruolo all’Europa in un mondo in cui lo spazio creato dal declino americano verrebbe riempito da potenze extraeuropee. 

"Le guerre non vinte, come quelle dell'Afghanistan e dell'Iraq, sono inevitabilmente, per una potenza imperiale, guerre perdute. La crisi dell'impero americano è cominciata a Kabul e a Baghdad, ma diviene ancora più evidente quando i più vecchi e fedeli alleati degli Stati Uniti lanciano segnali di fastidio e cominciano a fare scelte politiche che danno per scontato il declino della potenza americana. Questo libro racconta le ultime fasi dell'ascesa e le prime fasi del declino sino ai giorni nostri."             

Geopolitca - Il saggio di Sergio Romano, che esce domani da Longanesi, analizza perché gli Stati Uniti non sono più il «gendarme del mondo» 

Nuovi attori come Cina e Brasile e il ritorno russo cambiano gli scenari
di Massimo Gaggi Corriere 29.4.14

E' pikettymania: la borghesia occidentale contro la "finanza" per salvare il capitalismo

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Giuliano Ferrara, da uomo navigato, ha capito al volo [SGA].

Leggi anche qui, qui e qui


SE IL CAPITALE NON E' UMANO
160 30-04-2014 il messaggero 29 

Questo libro piace troppo
“Se il Capitale fa danni per natura, allora io capitalista non ho colpe”. I ricchi liberal americani leggono Piketty e si danno di gomito. Le tesi ultra pop dell’economista francese tra Papi, pessimisti secolari e liberisti d’antan 


Marco Valerio Lo Prete il Foglio 29 aprile 2014

Il capitalismo è il peggiore sistema sociale ad eccezione di tutti gli altri


Giuliano Ferrara, il Foglio 27 aprile 2014 - ore 12:30


Se Paul Krugman dice che il libro di questo Thomas Piketty è la nuova edizione per il nostro secolo dell’anatomia della società civile dell’Ottocento contenuta nel Das Kapital di Marx (in realtà Krugman è spicciativo, scrive in tono entusiasta che è fantastico, il miglior libro da decenni in qua), devo credergli. Se un verbale di commissariato parigino afferma che Piketty le suonava alla moglie, Aurélie Filippetti, ora ministro della Cultura, devo credergli. Se il Wall Street Journal trova il saggio che fa tendenza a Washington ideologico e confuso quanto a dati e interpretazioni, devo credergli.
Se ho capito bene, essendo bene informato ma senza aver ancora letto le settecento pagine fatali in cui l’economista della rive gauche ha raccolto dati e ispirazione letteraria per fare il suo ritratto del capitalismo (riferimenti Balzac e la Austen, e gli indici di crescita del reddito da lavoro e del capital return in dieci paesi, tra i quali l’Italia, in un lungo arco di tempo), la tesi brillante del nouveau économiste è questa: lo sviluppo capitalistico premia sempre di più i redditi da patrimonio finanziario e immobiliare, crea tremende ineguaglianze con i redditi da lavoro e i premi al merito e alla vera produttività, e così ci condanna a un mondo in cui i ricchi sono sempre più ricchi, la crescita dell’economia produttiva e dell’occupazione è rinviata di almeno cent’anni, e manager di cui non si possono calcolare i risultati competitivi come si può fare per l’impiegato di un call center guadagnano cifre stellari fuori da ogni logica di mercato. L’incubo di Piketty è che il capitale incrementa sé stesso e lascia indietro il lavoro produttivo, con questo condannando il mondo a essere diseguale e povero a favore di una classe di ricchissimi.
A me questa sembra la solita solfa di Occupy Wall Street, il movimento stradaiolo di qualche tempo fa che piaceva alla gente che piace, il cui obiettivo è colpire l’1 per cento degli straricchi: un tipico caso di filantropia di massa, alimentato dai non poverissimi George Soros e compagni dell’Upper West Side di Manhattan, un problema sociale risolto da alcune cariche a cavallo nei parchi trasformati in tendopoli di primavera e dall’esito di tutte le bolle sociali, lo scoppio. Magari mi sbaglio e mi toccherà leggere Piketty per capire se l’evoluzione della vecchia tiritera contro l’economia di carta ha prodotto nuove analisi scientifiche, e se per combattere uno squilibrio che distrugge ricchezza sia davvero necessario sequestrare la ricchezza ai ricchi con un’imposta straordinaria sui patrimoni dell’80 per cento (il nouveau économiste non ama le mezze misure).
Intanto mi limito a osservare. Ho passato una bella decina di giorni a San Pietroburgo, in un paese che ricordo oltre mezzo secolo fa come una nebbiosa e infantile favola tolstoiana, corretta dal noir della devozione esistenziale di Dostoevskij. E’ ancora se Dio vuole un mondo prima di Prada, l’autorità non è tutta sequestrata dalle scarpe, ma è l’universo sociale di un ceto medio con una scala di valori magari banale ma non infame: anche qui, nel luogo dell’esperimento novecentesco più serio e tragico, la proletarizzazione universale non c’è stata, le diseguaglianze sono tornate, la democrazia è appena praticabile, lo squilibrio consente alla società di avanzare oltre il mito ideologico, e la bellezza aristocratica del Settecento, combinata con un mediocre ma solido benessere, ha divorato e risputato i sapori acidi di birra e vodka che avevano ubriacato di sogni e di incubi l’ingresso della Russia nel mondo moderno. Avevano ragione Raymond Aron e Alberto Ronchey, a giudicare dai risultati ictu oculi, quando dicevano che senza squilibrio e ineguaglianza non c’è sviluppo e non c’è democrazia o per lo meno un relativo rispetto degli individui, dei loro vizi, dei loro culti, del loro darsi da fare – naturalmente invano – nella ricerca della felicità. Avevano ragione Gogol e Gonciarov, la vita è grottesca e la sua fatica sembra sempre indegna di essere vissuta, ma a giudicare dai risultati il capitalismo, nonostante i capitalisti filantropi americani e gli economisti della rive gauche, è il peggiore sistema sociale ad eccezione di tutti gli altri.


Piketty e la tassazione patrimoniale Il falso mito delle nuove tasse
di Andrea Tavecchio Corriere 1.5.14

L’uscita, anche in italiano, del saggio dell’economista francese Thomas Piketty «Capital in the Twenty-First Century», che indaga sulla distribuzione del reddito e della concentrazione del capitale in mano a un numero ristretto di individui, non potrà che fare da combustibile nei prossimi mesi all’eterno dibattito sulle varie ipotesi di modulazione delle tasse patrimoniali, di successione e sui redditi di capitale.
Il premio Nobel per l’Economia Robert Solow sintetizza, infatti, la proposta fiscale preferita da Piketty come una tassa progressiva sulla ricchezza, ovunque posseduta, che colpisca ogni anno la quota eccedente un milione di euro con un’aliquota dell’uno per cento e la quota eccedente i cinque milioni di euro con un’aliquota del due per cento. Il dibattito in Italia si preannuncia surreale per almeno due motivi. Il primo è che, a fronte di una dichiarazione dei redditi di grande complessità, specie nella sezione dei redditi finanziari, in Italia non c’è ancora un modello di dichiarazione che dia una dimensione patrimoniale oltre che reddituale del contribuente, come avviene ormai in tutti i Paesi evoluti. Ipotizzare patrimoniali eque, in questo contesto, è quindi tecnicamente impossibile. Il secondo è che l’imposta patrimoniale in Italia c’è già ed è abbastanza pesante. Tra Imu sugli immobili (o Ivie su immobili esteri) calcolata senza dedurre le passività relative ai cespiti stessi, ed imposta di bollo su attività mobiliari (o Ivafe se attività estere), la tassazione patrimoniale per tantissime famiglie è già ben oltre la soglia immaginata da Piketty.
Un patrimonio sotto i cinque milioni di euro di immobili acquistati a fronte di mutui bancari ha un carico fiscale complessivo già oggi ben oltre l’1% sulla componente patrimoniale. A ciò bisogna poi aggiungere quanto si paga sul reddito. E nel caso dei dividendi, se distribuiti da società italiane, siamo ad una tassazione complessiva di circa il 75%, se si tiene conto anche di quanto versato dalle società stesse. La tassazione «alla Piketty» in Italia c’è già ed è mal strutturata e distorsiva. Sarebbe l’ora di mettere ordine e non pensare a nuove tasse.
 

I Piketty della piccola borghesia liberty

Come le banche soffocano l'economia
Siamo sempre fermi al socialismo antimoderno criticato da Marx ed Engels nel Manifesto [SGA].

C. H. Douglas (1879-1952): Come le banche soffocano l’economia. Monopolio finanziario e impoverimento dei popoli, Mimesis, pp.142, euro 14

Risvolto

C.H. Douglas ritiene che alla base di ogni problema economico ci sia un contrasto tra credito reale e credito finanziario: il credito reale nasce dalla produzione e dai consumi, e si basa sulla comunità di cittadini che lavorano e vivono insieme; il credito finanziario, ossia la disponibilità di potere d’acquisto fornito dalle banche, è nato in ausilio del credito reale ma è diventato il vero protagonista della scena economica mondiale. Monopolizza la distribuzione delle ricchezze reali e non serve più a ripartire il benessere fra tutta la popolazione, bensì ad arricchire smisuratamente una piccola minoranza di sfruttatori.

C.H. Douglas (1879-1952), ingegnere scozzese ed economista eterodosso, dopo la Prima guerra mondiale elaborò la dottrina economica del Credito Sociale, che affascinò intellettuali e artisti come Ezra Pound e T.S. Eliot, Charlie Chaplin e Frank Lloyd Wright, George Orwell e Aldous Huxley. Secondo Douglas, il sistema bancario di una nazione non deve essere gestito da enti di profitto privato, come oggi sono tutte le banche, comprese quelle centrali, ma deve essere indirizzato ad aumentare il benessere di una nazione, migliorando il tenore di vita dei suoi cittadini. 


Il valore del denaro
Silvio Gesell (1862-1930): Il valore del denaro, Mimesis, pp.192, euro 18

Risvolto

“Un profeta immeritatamente trascurato, un autore che può incidere più di Marx”. In questo modo Lord Keynes descrive il lavoro di Silvio Gesell. Mai pubblicato in italiano, questo libro ha ispirato economisti e rivoluzionari, utopisti e poeti, sfidando il monopolio dottrinario marxista e il dogma liberale del libero mercato. Quanto mai attuali, ai giorni dello strapotere della finanza, le pagine di Gesell sviscerano il paradosso dell’ossessione monetaria. Il valore del denaro è frutto di una convenzione sociale. Il monopolio della creazione e distribuzione del denaro crea artificialmente miseria e sovrapproduzione, seminando artificialmente povertà in mezzo all’abbondanza.

Silvio Gesell (1862-1930) nato in Germania, si trasferisce in Argentina dove diventa un ricchissimo allevatore e un prolifico scrittore di economia. La sua fama di economista pragmatico lo porta a ricoprire la carica di Ministro delle finanze nella Repubblica Sovietica Bavarese del 1919. La sua opera principale, L’Ordine Economico Naturale, ha ispirato utopisti, rivoluzionari e intellettuali, affascinati dalla proposta di liberare il denaro dalla schiavitù dell’interesse. 



Spendere alla faccia delle banche Riforme radicali contro l’usura 
Mimesis dedica una collana ai teorici eterodossi, da Douglas a Gesell, che influenzarono il grande poeta. Con il sogno della giustizia sociale

29 apr 2014 Libero ANDREA COLOMBO  

Ezra Pound era un poeta economista. Molti sono composti rincorrendo sogni di equità sociale, con l’idea che l’abbondanza in natura c’è, basta saperla sfruttare e distribuire con giustizia i beni della terra. Un ideale, questo, avversato, secondo Pound, dagli usurai eda un sistema finanziario che ha perso, per dirla conDante, «ilben dell’intelletto», preferendo le speculazioni sul denaro creato dal nulla all’economia reale che inventa, produce, vende e compra cose concrete.  
Ora, una nuova collana curata da Luca Gallesi (che di Pound si è occupato in diversi saggi), Oro e lavoro di Mimesis, intende presentare al pubblico italiano quegli economisti eterodossi che sono servitida fonti per ilpoetaamericano. Come il maggiore scozzese C. H. Douglas (1879-1952), il fondatore del cosiddetto «Credito Sociale», che nel testo del 1920 Come le banche soffocano l’economia ( pp.142, euro 14), spiega che il sistema finanziario delle democrazie dell’epoca è fallace edeve essere sostituito da unmeccanismo virtuoso che metta al centro i produttori. O come l’economista tedesco Silvio Gesell (1862-1930), un socialista dal taglio nettamente libertario, che ne Il valoredeldenaro ( pp.192, euro 18) proponeunaformula consumisticaante 

in cui lamoneta deve circolare, e in fretta, per evitare di essere tassata. I soldi, d’altronde, vannospesise si vuole garantire una crescita dei consumi: l’opposto dell’austerità imposta daimeccanismi finanziari che strangolano oggi l’Europa, ma che hanno una storia antica. 

Douglasparte da una disamina impietosadelle condizionieconomichedell’Europa postbellica, strangolata da un lato daimeccanismi usurai dell’alta finanza e dall’altro dalla violenta politica di nazionalizzazione imposta dai Soviet (con le mitragliatrici che, nota Douglas, sono diventate le armi di persuasione nel «paradiso del proletariato»). A nulla servono misurecomel’impostapatrimoniale, o altre forme di ipertassazione che impoveriscono popoli e classe dirigente. L’antidoto proposto da questo economista eterodosso è contrapporre al credito finanziario il credito reale che nasce dalla produzione e dai consumi, e che si basa sulla comunità dei cittadini e non sugli gnomi diWall Street o della City che rispondono a interessi privati. 


Come scrive Gallesi nell’introduzione, «secondoilMaggiore, la scarsità delpotere d’acquisto è assolutamente artificiale, e potrebbe essere efficacemente neutralizzata distribuendo periodicamente ai consumatori del credito aggiuntivo», un “dividendo” statale che permetterebbe nonsolodiabolire la tassazione, mapersino di ridurre l’orario di lavoro a tutti. 

Un’utopia statalista, certo, che tuttavia affascinò numerosi letterati: non solo Pound, attratto dalle critiche al sistema usuraio delle banche, ma pure T. S. Eliot, AldousHuxley e persino CharlieChaplin. Douglas intuiva anche che uno dei nodi centralipermigliorare laproduzione, rendendola ecocompatibile e in ultima analisi più conveniente, è quello energetico: per questo accenna alla possibilità di utilizzare l’energia solare. Le teorie delcredito sociale di Douglas hanno avuto un discreto successo, e applicazioni pratiche, tra gli anni ’30 e ’50, specie in Canada e Australia. 

L’altro economista eterodosso di riferimento di Pound è Gesell. Figura singolare di commerciante, trasferitosi dapprima in Sudamerica con le sue attività imprenditoriali, torna in Europa nel 1911 e inizia a pensare a un’alternativa al sistema monetario vigente, che permette la speculazione da parte di persone che accumulano ricchezze senza lavorare, semplicemente speculando sugli interessi del denaro conservato in banca. Pensa quindi alla formadiun denaro «prescrittibile», ossia che scada dopo un certo tempo: e quindi che, come un alimento, debba essere “consumato” (ossia circolare) in fretta e non possa essere tesaurizzato. 

Diventato dopo la GrandeGuerra, anche se solo per una settimana, ministro delle Finanze della fugace Repubblica SovieticadiBaviera, tentadi introdurre questa nuova forma di moneta, accanto ad altremisure (come una pesante patrimoniale e la nazionalizzazione delle terre agricole), ma i tempi non erano maturi per tali riforme radicali. Bisognerà attendere l’arrivo della grande recessione del 1929 per vedere applicate le sue idee, in diverse città degliUsa e aWorgl, in Tirolo. Negli anni Trenta, dopo la sua morte, la sua filosofia proto-consumista conoscerà una discreta circolazione, sia in ambienti libertari e anarchicheggianti, sia tra simpatizzanti fascisti, come l’inglese James Barnes e appunto Pound.

È un’economia poetica, certo, quella che aveva inmentePound, utopistica, anche se con una certa pretesa di incidere sulla realtà. Ma ciò che va salvato è l’anelito a unamaggiore giustizia sociale, a una più equa distribuzione delle ricchezze.

"Lo stalinismo togliattiano è la chiave per decifrare tutto": estraneità alla politica & Tachipirinas

"NAPOLITANO MI PROCESSO' PER IL MIO LIBRO"
Ermanno Rea 138 29-04-2014 il fatto quotidiano 6 

Sokal senza Sokal


Foucaultiani di sinistra italiani uniti

Un’opera che sfida lo spirito dominante del tempo 

Incontri. Un ciclo di seminari sulla eredità teorica del filosofo francese Michel Foucault 

 Paolo Vernaglione, il Manifesto 29.4.2014 


A trent’anni dalla scom­parsa di Michel Fou­cault, il suo pen­siero rimane vit­tima dello spi­rito dei tempi e la testi­mo­nianza della sua opera fatica a mani­fe­starsi: quando lo fa, nell’epoca dei saperi asser­viti al mer­cato, non può che essere nella moda­lità ete­ro­dossa e idio­sin­cra­tica in cui quel pen­siero e quell’opera sono stati pro­dotti. Misu­rare que­sto scarto è ciò che si pro­pon­gono i tre incon­tri semi­na­riali, il primo dei quali si è svolto lo scorso 28 aprile, e a cui segui­ranno le gior­nate del 5 e del 12 mag­gio, presso il Dipar­ti­mento di Filo­so­fia della «Sapienza» di Roma (via Carlo Fea 2, aula XI, ore 17,30). 

Il titolo dell’iniziativa è Michel Fou­cault: il pre­sente come ere­dità (calen­da­rio sul sito «Mate­riali Fou­caul­tiani» e «Sofia​Ro​ney​.org»). Rela­tori e ospiti sono: Ste­fano Catucci, Daniele Loren­zini, Ora­zio Irrera, Mar­tina Taz­zioli e Laura Cre­mo­nesi, espo­nenti di una gene­ra­zione di ricer­ca­tori che dedica a Fou­cault la pro­pria volontà di sapere. 

Ste­fano Catucci, pro­fes­sore di Este­tica all’Università di Ascoli Piceno, autore di un impor­tante Intro­du­zione a Fou­cault, inter­verrà il 5 mag­gio per illu­strare i rap­porti tra potere e sen­si­bi­lità nell’opera fau­caul­tiana, nella rico­stru­zione di un per­corso in cui prassi teo­rica e teo­ria della prassi risul­tano inscin­di­bili. Ciò che emerge, ormai lon­tano dalla tem­pe­rie cul­tu­rale dell’ «epoca Fou­cault», fatta di cri­tica alle isti­tu­zioni di disci­pli­na­mento (cli­nica, fami­glia, scuola, caserma, chiesa), è la forza di sog­get­ti­va­zione che quelle istanze di con­te­sta­zione e di ribel­lione hanno avuto. È quanto met­terà in luce Ora­zio Irrera, co-direttore di «Mate­riali Fou­caul­tiani», indi­cando nella cri­tica dell’ideologia il nucleo infuo­cato da cui si dipana il pen­siero dell’autore di Sto­ria della fol­lìa, Sicu­rezza, ter­ri­to­rio, popo­la­zione, Nascita della bio­po­li­tica. I corsi al Col­lège de France, insieme alla grande e magni­fica messe dei Dits e Ecrits (saggi, inter­vi­ste, inter­venti), non­ché la recente pub­bli­ca­zione in Fran­cia de La societè puni­tive (1972–73), a cura di Fra­nçois Ewald e del com­pianto Ales­san­dro Fon­tana e in Ita­lia del pre­zioso corso di Lova­nio (1981) Mal fare, dir vero, costi­tui­scono una cospi­cua «ere­dità», che fa segno verso il com­pito cri­tico (di cui par­lerà Laura Cre­mo­nesi) che potrebbe essere acqui­sito dalle attuali gene­ra­zioni di stu­denti e ricer­ca­tori. Si tratta di ela­bo­rare un’ontologia del pre­sente non costretta dai vin­coli della spe­cia­liz­za­zione. Ciò signi­fica inter­ro­gare l’opera di Fou­cault nei punti in cui è più vicina all’intervento diretto sulla realtà, nell’azione coer­ci­tiva e cri­mi­na­liz­zante sullo «stra­niero», nelle inter­ru­zioni di con­fine e nelle sog­get­ti­va­zioni agiu­ri­di­che (Mar­tina Taz­zioli), in cui si disloca la male­di­zione gover­na­men­tale dei poteri. 

La que­stione deci­siva del nostro pre­sente, dis­solto in una nor­male pre­ca­rietà quo­ti­diana, è dun­que quella della sog­get­ti­vità, cioè anzi­tutto dei modi in cui ci si inca­rica delle prese di posi­zione eti­che e poli­ti­che nel governo di sé e degli altri, tema inda­gato da Daniele Loren­zini. Rico­no­scere il metodo archeo­lo­gico come forma neces­sa­ria della cri­tica; scor­gere nella micro­fi­sica degli usi del lin­guag­gio il potere di sedu­zione e di sov­ver­sione del mono­tono «discorso» del pre­sente; rile­vare in spazi libe­rati dalla cor­ru­zione di sé e del mondo, il dive­nire altro della sog­get­ti­vità, sem­brano costi­tuire il com­pito per un futuro già pre­sente, nell’ a-priori sto­rico in cui si intrec­ciano sto­ria e metastoria.

L'autobiografia di Pietro Barcellona, quasi un anno dopo

Pietro Barcellona Avvenire 29 aprile 2014

Luminari della scienza, padri della patria


Corrado De Rosa: La Mente Nera. Un cattivo maestro e i misteri d'Italia: lo strano caso di Aldo Semerari., Sperling & Kupfer

Risvolto
Aldo Semerari. Tra i più importanti criminologi dai tempi di Cesare Lombroso. Amico di politici e potenti, di boss e faccendieri. Eminenza grigia dell'eversione nera. Sfogliando l'album dei segreti d'Italia, da piazza Fontana alla strage di Bologna, dal sequestro Moro all'omicidio Amato, fino alla prima trattativa Stato-mafia, quella del sequestro Cirillo, con regolarità, a un certo punto, spunta il suo nome. A volte sullo sfondo, altre in primo piano, nelle foto ricordo del passato più misterioso



Lo psichiatra che custodiva i misteri dell’Italia nera
Un libro racconta Aldo Semerari Aiutò neofascisti e mafiosi Coinvolto nella strage di Bologna finì decapitato dalla camorra

di Enrico Bellavia Repubblica 29.4.14



Evocava i demoni, parlava con loro, e quando non c’erano era capace di inventarseli. Bravo, bravissimo, Aldo Semerari, un’autorità della psichiatria applicata alla sottile arte dell’impunità. Dalla sua arte, per il suo ricettario, passarono un po’ tutti. Da Luciano Liggio alle agguerrite batterie della Banda della Magliana di Nicolino Selis, Franco Giuseppucci “il Fornaretto”, Marcello Colafigli. Da Alessandro D’Ortenzi “zanzarone”,una specie di ufficiale di collegamento tra la Banda e i “neri”, al clan dei Marsigliesi fino al boia di Albenga, Luciano Luberti. Fior di criminali al suo cospetto diventavano agnelli divorati dal male oscuro che li rendeva crudeli all’inverosimile. Lui studiava e poi sentenziava: matto.
Per un insano di mente non c’è posto in galera. E Aldo Semerari, il medico criminologo professore de La Sapienza, era un biglietto da visita perché pluriassassini si trovassero a scontare una manciata d’anni in quegli inferni chiamati manicomi giudiziari e vedersi restituire la libertà in barba alla legge.
Perché il professore era un nome, con la fama accademica, il brevetto massonico, i rapporti con Licio Gelli e i modi risoluti di chi sa stare al mondo abitando nella sottile linea che separa diritto e delitto.
Bussarono al suo studio romano camorristi e mafiosi. E i “neri” alla Paolo Signorelli o alla Fabio De Felice teorici, come il professore, di una comune prospettiva rivoluzionaria per camicie nere e bolscevichi. E quei grigi spioni che vivevano a cavallo. Un po’ qui a prendere informazioni, ingaggiare mestatori spesso inconsapevoli, trafficare con la verità e un po’ lì a confezionare verbali e veline buone a fabbricare la realtà virtuale che tenne (tenne?) il Paese nella bolla delle stragi negate, della giustizia impossibile, delle prove sparite.
Passò per le sue mani anche un giovane Pier Paolo Pasolini e Semerari fu utile a bollarlo come un omosessuale molesto. Precedente necessario per la messinscena dell’Idroscalo.
Di quei demoni, in qualche modo, anche il professore doveva essere vittima. Lo ritrovarono lontano dagli agi dei salotti complottardi alle pendici di una collina dalla quale il boss Raffaele Cutolo dominava la sua Ottaviano. Il capo qui, il corpo altrove. Strangolato e poi decapitato nel macabro rituale degli assassini che si accaniscono così sulla testa, sul cervello di chi muore, punito per ciò che ha fatto in vita e potrebbe fare. Morì così il professore, la mente che scrutava le menti. Perché lo uccisero rimane un mistero a distanza di 32 anni.
Corrado De Rosa, (La Mente Nera , Sperling & Kupfer) psichiatra e scrittore, ha preso a scavare nella vita di Semerari, frugando tra le pieghe dei suoi inarrivabili referti, arrivando a far convergere una quantità di indizi su una data precisa: il 2 agosto del 1980. È il giorno in cui una bomba alla stazione di Bologna decreta la fine dell’età dell’innocenza di un Paese capace di spargere altro sangue, più di quanto non fosse già accaduto a Milano e a Brescia, perché quell’ondata di terrore fosse la coltre sotto cui ammantare altri decenni di stabilità.
Il 26 agosto 1980 accusano Semerari di avere avuto un ruolo non nella strage ma in ciò che l’aveva preceduta. Due giorni dopo l’arrestano. Quando il Sisde del generale Santovito mette in piedi il depistaggio chiamato “terrore sui treni”, facendo ritrovare un borsone di armi che era passato proprio per le mani del professore, lui in carcere capisce che può giocarsi la carta del cedimento. Fa filtrare all’esterno che potrebbe parlare. Allora gli amici, preoccupati, corrono a riprenderselo da quella cella, per tenerlo buono un po’. Era il 9 aprile del 1981. Semerari non parlò e nella sua testa fatta rotolare il primo aprile del 1982 dal camorrista Umberto Ammaturo, rivale di Cutolo, che si autoaccusò, ma non venne creduto, rimase sepolto il mistero di chi aveva davvero voluto la bomba alla stazione di Bologna.
Il professore era arrivato a Napoli tre giorni prima. Era andato a un appuntamento dal quale non era più tornato. Tra la scomparsa e il ritrovamento Fiorella Carrara, la sua assistente e principale confidente, fu vittima di uno strano suicidio nella sua casa di Roma.
Nell’Italia del tritolo come argomento politico, degli assassini dei giudici Mario Amato e Vittorio Occorsio, Aldo Semerari era stato «un sarto tra le frange del potere malato», come scrive De Rosa.
Avanguardista al crepuscolo del ventennio, poi comunista nella sua Puglia. L’intelligence rossa gli negò però il visto per la Cecoslovacchia dove l’allora giovane medico meditava di trasferirsi. Ripiegò su Roma e virò di 180 gradi. Si ritrovò uomo di destra all’ombra di Fernando Tambroni. Quando, molti anni dopo, lo spogliarono all’ingresso di quello stesso carcere dove era entrato mille volte per lavoro, si accorsero della svastica che si era tatuato. Se avessero frequentato il suo buen retiro a Castel San Pietro, nel reatino, si sarebbero accorti del letto a baldacchino nero con le croci uncinate e dei cimeli fascisti che teneva in bella mostra. Nel mondo buio delle grisaglie ministeriali, lui si segnalava per il nero ostentato nell’abbigliamento con quel cinturone da Ss e la pistola appresso. Seduttivo e ipnotico, incantava studenti e giudici sciorinando la scienza che gli era arrivata per via indiretta da Cesare Lombroso, allevato com’era alla scuola del successore del Maestro, Benigno Di Tullio.
Uscito dal carcere, fiaccato nello spirito, provato nel corpo, Aldo Semerari temeva per la sua vita, si era fatto guardingo. Non abbastanza per rendersi conto che neppure la sua scienza lo avrebbe salvato dall’abitudine di prestare i propri servigi a Cutolo e ai suoi avversari. Un doppiogiochista. Dissero così che lo avevano fatto fuori per vendetta. Fecero rotolare quella testa, forse l’unica che avrebbe potuto spiegare perché mai Aldo Moro era rimasto nella prigione del popolo brigatista e Ciro Cirillo ne era potuto uscire. Perché mai quegli stessi amici che si trovavano nello studio Semerari erano riusciti a vedersi nella cella di Cutolo ad Ascoli per accordare la musica che suonarono insieme camorristi e rivoluzionari, ministri e piduisti, con i servizi (segreti?) sul podio a dirigere l’orchestra.