sabato 31 maggio 2014

Luciano Canfora: democrazia o bonapartismo oligarchico?


Luciano Canfora, Gustavo Zagrebelsky: La maschera democratica dell'oligarchia. Un dialogo, a cura di G. Preterossi, Laterza

Risvolto
  Cosa rimane della democrazia se all’opera ci sono oligarchie molto potenti, molto remote, sempre più decisive?

L’oligarchia è il governo dei pochi, è un sistema che concentra il potere a danno dei molti, in contrasto con l’idea democratica del potere diffuso tra tutti. Oggi viviamo in un tempo in cui la democrazia, come principio, come idea, come forza legittimante, è fuori discussione. Nei nostri regimi democratici perciò, quando l’oligarchia si instaura, lo fa mascherandosi,senza mai presentarsi apertamente, come un’entità usurpatrice. Non si manifesta ma esiste, e si fonda sul denaro, sul potere e sul loro collegamento reciproco: nel sistema finanziario globale il danaro alimenta il potere e il potere alimenta il danaro. Quella finanziaria è una forma oligarchica diversa da quella tradizionale. Sa trasformarsi in pressione politica svuotando di senso la democrazia. La domanda che oggi si pone drammaticamente è perché il sistema debba ruotare intorno al benessere di un potere essenzialmente fondato sulla speculazione e la contemplazione della ricchezza e come fare per tornare a essere, da sudditi, cittadini.

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Arte e potere nel libro di Dal Lago e Giordano

Cosa c'entra la restaurazione filosofica? E perché il realismo sarebbe restaurativo? Misteri de l'Unità [SGA].

Alessandro Dal Lago, Serena Giordano: L’artista e il potere. Episodi di una relazione equivoca, pagine 252, euro 18,00, Il Mulino


Risvolto
n saggista trasversale, Alessandro Dal Lago, e un'accademica dell'arte, Serena Giordano, hanno scoperto un nuovo tipo di male legato all'arte, d
esunto dalla famosa sindrome di Stendhal. La definiscono sindrome di Warhol. La prima sindrome, quella più tradizionale, dipenderebbe da un eccesso di fruizione artistica. 
Le sue conseguenze porterebbero, ancora oggi, decine di turisti in visita a Firenze direttamente nei pronti soccorso della città, stesi da una overdose di bellezza.

Dal Lago e Giordano sembrano rimpiangere quel malinconico morbo. Appare loro peggio il virus che hanno appena beccato: non sapere più distinguere, nell'arte, il brutto dal bello.

Tutto diventa, indistintamente, «straordinariamente significativo ». Quel newyorkese albino, padre indiscusso della Pop Art, che acquistò al supermercato le famose Brillo Box, innalzando una merce da bancone quasi al pari della Cappella Sistina, aprì una strada stravagante. Si finì per affermare che l'arte è l'artista stesso, punto e basta. E che l'artista superstar determina in solitudine quel che sia bello. Come un tiranno.

In L'artista e il potere (Il Mulino, pp. 252, euro 18) si elencano gli episodi di una relazione equivoca tra il genio creativo e la sovranità. Il potere dell'arte e l'arte in relazione al potere. Dall'architettura millenaria del Reich, ideata da Albert Speer, al mausoleo funerario che lo scultore Pietro Cascella ha costruito per Berlusconi, gli autori ammettono l'impossibilità di redigere una storia organica dei rapporti frastagliati tra arte e potere. Tuttavia, è possibile individuare decine di tracce di un rapporto che svela l'estetica o aura del potere e la potenza estetica dell'arte. Sono questi i due poli, affermano Dal Lago e Giordano, che tracciano i confini di un giacimento zeppo di sconvolgenti verità.


Se Berlusconi è papa Giulio II e Cascella è Michelangelo
ll saggio di Dal Lago e Giordano sull'irresistibile attrazione tra arte e potere Alessandra Bernocco Europa


I grandi temi della restaurazione filosofica
l’Unità 30.5.14

C’È UN’ARIA DI RESTAURAZIONE CHE SPIRA IN FILOSOFIA, SOPRATTUTTO IN ITALIA. IDEE COME REALTÀ E VERITÀ, CHE PER TUTTO IL NOVECENTO sono state sottoposte a critica serrata, tornano oggi come nuovi idoli o feticci del pensiero accademico. Sotto l’apparenza di una confutazione del postmodernismo, la filosofia dell'università diffonde una sorta di catechismo o di manuale d’istruzione per gli scettici. Ed ecco riapparire le maschere di sempre del teatro filosofico: oltre alla Realtà e alla Verità, l’Oggettività, il Realismo, la Morale, l’Educazione... Etichette a cui non corrisponde alcun contenuto originale di pensiero, ma che vorrebbero soddisfare la domanda di conformismo che sale da una cultura spaventata dalla mancanza di punti fermi. 
Il saggio di Alessandro Dal Lago, sociologo della cultura, non vuole essere certamente una critica del Nuovo Realismo, una moda che già mostra la corda. Piuttosto, riprende alcuni grandi temi del pensiero del secondo Novecento, oggi per lo più trascurati o minimizzati, mostrandone fecondità e attualità. Ed ecco in questo libro discussioni serrate del ruolo del linguaggio per il pensiero (in cui alcuni filosofi medievali appaiono più avanzati dei neo-realisti d’oggi ...), dell’idea di verità scientifica e storica, dei mondi possibili, del governo delle menti, del rapporto tra credenze e razionalità, dell’infondatezza ultima del pensiero morale e altre ancora. Ma la critica di ogni pretesa filosofica che si voglia sistematica, oggettiva o scientifica non sfocia certamente nell’indifferenza o nell’irenismo. Infatti, per l’autore, è proprio quando l’impalcatura idealistica e sistematica del pensiero comincia a traballare che le pratiche di resistenza e di trasformazione (come in Foucault e nelle Tesi su Feuerbach di Marx) appaiono nella loro urgenza e necessità. 
Di Alessandro Dal Lago è uscito in questi stessi giorni L’artista e il potere. Episodi di una relazione equivoca (pagine 252, euro 18,00, Il Mulino), firmato insieme a Serena Giordano, saggio sull’attrazione irresistibile del potere nei confronti dell’estetica e sulla volontà di potenza dell’arte. Una relazione profondamente ambigua e, sullo sfondo, il mercato che fagocita tutto.

Altro che Marx, c'è Guénon che è persino meglio di Nietzsche!

L'età oscura
Guénon pioniere della filosofia interculturale?
Guénon che supera l'ideologia coloniale?
E come reagire, leggendo frasi come quella che leggerete più sotto?
Perché il Signore (degli Anelli) non manda giù un po' di fuoco? [SGA].

"Eppure non c’è nulla di conservatore o “reazionario” nella sua critica del Moderno, persino più radicale della critica di Marx alla società capitalistica e della critica di Nietzsche alla “decadenza” occidentale".



Giorgio Cognetti: L’età oscura. Attualità di René Guénon, Mimesis Edizioni


Risvolto

Violenza, guerre, ingiustizie, fame e povertà per un miliardo e mezzo di esseri umani, devastanti malattie psichiche, disoccupazione, precarietà generalizzata, crisi economica planetaria sono sintomi e segni del tempo in cui viviamo e che nel corso del Novecento si sono esasperati e intensificati: di essi R. Guénon (1886-1951) tenta di mettere a fuoco le premesse nell’oblio progressivo della Tradizione e nell’avvento fi nale della Modernità. Guénon, grande pioniere di quel nuovo modo di fare fi losofi a che da un paio di decenni si propone come “fi losofi a interculturale” e rappresenta lo sforzo di superare una volta per tutte l’ideologia coloniale, cioè la convinzione che la cultura occidentale non solo sia superiore alle altre innumerevoli culture che hanno abitato e abitano il pianeta, ma anche sia depositaria della vera filosofia, della vera religione, della vera scienza etc., interpreta questo tempo come l’ultima fase del Kali-yuga, l’“età oscura” prevista dalle scritture tradizionali hindu. Eppure non c’è nulla di conservatore o “reazionario” nella sua critica del Moderno, persino più radicale della critica di Marx alla società capitalistica e della critica di Nietzsche alla “decadenza” occidentale. La modernità, nello scenario di quell’immenso processo alchemico che è la “storia”, fuori da ogni illusione “progressista”, è epoca cruciale da attraversare necessariamente e integrare perchè, oltre la sua stessa dissoluzione post-moderna, si rimanifesti in pienezza la Sapienza originaria, perenne novità, nell’evento di “nuova terra e nuovo cielo”.


Un saggio di Giorgio Cognetti introduce il grande pensatore francese, pioniere della “filosofia interculturale”, nel circuito della cultura accademica italiana

Antonello Colimberti 30 maggio 2014

L'ala liberal del partito di Repubblica adotta Piketty

https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcREmIrcs45PtORvcPXUQmu8HPon2bo1GHMkwEPZO8X_ljYp_SKCGAPerché hanno paura delle idee di Piketty
L’economista francese, studioso delle diseguaglianze, è oggetto di accuse dagli ultras neoliberisti. Lui si difende e contrattacca
FEDERICO RAMPINI Repubblica 31 maggio 2014

Thomas Piketty è il Nemico Pubblico da abbattere. L’Internazionale neoliberista si mobilita per demolire un economista francese semi-sconosciuto (al pubblico di massa) fino all’altroieri. Dal Wall Street Journal al Financial Times, gli organi più autorevoli del pensiero unico mercatista, è un crescendo di attacchi contro lo studioso parigino, “colpevole” di aver messo le diseguaglianze sociali al centro dell’attenzione nella comunità scientifica.
Il Financial Times ha messo al lavoro per settimane una task force di economisti e giornalisti. La loro missione: scovare errori nel saggio Il Capitale nel X-XI secolo , il monumentale studio che Piketty ha dedicato alle diseguaglianze nel capitalismo degli ultimi due secoli. Gli attacchi pubblicati dal Financial Times — e rintuzzati dall’economista francese con una risposta molto dettagliata, ripres a dal New York Times — lasciano interdetti e perplessi per la loro futilità. Se non fosse che quelle accuse lasciano intuire ben altro; l’accanimento contro Piketty sembra una resa dei conti, il tentativo di mettere a tacere una voce scomoda screditandola sotto il profilo scientifico. Il nucleo sostanziale delle 600 pagine di Piketty è questo: il capitalismo è stato accompagnato da diseguaglianze estreme dalla Rivoluzione francese fino alla prima guerra mondiale; è seguito un periodo di relativo livellamento dei patrimoni e dei redditi fra le classi sociali nel XX secolo (compreso il trentennio “glorioso” dopo la seconda guerra mondiale); infine negli ultimi trent’anni le disparità hanno ripreso a salire a livelli estremi. Anche perché una oligarchia di privilegiati — in particolare i top manager — hanno “fatto secessione” dal resto della società, conquistandosi il potere di auto-determinare i propri compensi senza alcun nesso con la loro produttività reale. Tesi doppiamente scomoda. Sia perché individua cause precise dietro le diseguaglianze. Sia perché dimostra che queste non sono affatto inevitabili.
Gli “errori” che il Financial Times pretende di aver individuato sono marginali e contestabili. Il quotidiano sostiene ad esempio che Piketty avrebbe dovuto usare statistiche sulla tassa patrimoniale svedese del 1920 anziché del 1908; oppure contesta alcune stime sul “differenziale di mortalità” in Francia. La difesa argomentata di Piketty si avvale del fatto che il suo studio non è un exploit individuale: ci hanno lavorato più di trenta economisti di vari continenti, da 15 anni, inclusi docenti di Berkeley, California. Il libro viene accompagnato da sterminate appendici di dati archiviate online per non appesantire oltremodo la lettura. La vera notizia è proprio questo accanimento. Cosa c’è dietro? La gelosia è uno dei possibili moventi visto che Piketty si è imposto come un fenomeno da star-system che non ha precedenti nella “scienza triste” (come viene definita l’economia): invitato da Barack Obama per un incontro coi consiglieri della Casa Bianca; poi dai due Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz a New York, infine da Harvard. Il suo libro è in vetta alle classifiche negli Stati Uniti.
Ma l’ostilità verso Piketty ha motivazioni più profonde. Il francese non è sconosciuto negli ambienti accademici. Enfant prodige della sua disciplina, brillante matematico, insegnava al prestigioso Massachusetts Institute of Technology quando era ventenne. Poi fece un affronto imperdonabile: voltò le spalle alle università americane e tornò a lavorare in Francia. Con due accuse pesanti: criticando gli economisti Usa per la loro “deriva matematica” (modelli sempre più complessi e sempre meno attinenti ai problemi reali), ed anche per i loro latenti conflitti d’interessi. Quest’ultima accusa venne lanciata, a livello divulgativo, anche dal celebre documentario Inside Job: con nomi e cognomi di illustri economisti arricchiti grazie a consulenze per i big di Wall Street, l’industria petrolifera, ecc.
Il Financial Times è un ottimo giornale, ma non ha mai preso le distanze dall’ideologia neoliberista, neppure dopo il disastro sistemico del 2008. Il mercato è (quasi) sempre la soluzione dei nostri problemi, a leggere i suoi editoriali. Le energie che oggi il Financial Times dispiega per demolire Piketty, non le ha dedicate con la stessa intensità e coerenza a individuare tutti gli errori della scienza economica neoclassica e liberale degli ultimi trent’anni. In questo il Financial Times e il Wall Street si accodano ad un comportamento omertoso che accomuna gran parte degli economisti: una scienza colpevole di tanti danni e incredibilmente avara di autocritiche.
Piketty ironizza sul fatto che «secondo il Financial Times l’Inghilterra di oggi sarebbe una società più egualitaria di quanto lo sia stata la Svezia» nel periodo di massima redistribuzione sotto governi socialdemocratici. Una tesi che contraddice l’evidenza empirica e sbeffeggia il buonsenso comune. Un altro economista controcorrente, l’australiano David Gruen, ha descritto in questi termini il comportamento dell’establishment neoliberista alla vigilia del disastro sistemico del 2008: «È come se sul Titanic, avviato alla collisione finale contro l’iceberg, tutti quelli che avrebbero potuto e dovuto avvistare il disastro, fossero rimasti chiusi dentro una cabina senza oblò, impegnati a disegnare una nuova nave meravigliosa, fatta per un mare senza iceberg». Un grande intellettuale inglese scomparso, Tony Judt, ricordava quel che fu l’austerity del dopoguerra: la ricchezza e il reddito in Gran Breta- gna vennero redistribuiti con una fiscalità progressiva che oggi sembrerebbe da esproprio. La quota del patrimonio nazionale detenuta dall’1% dei più ricchi era scesa brutalmente, dal 56% del 1938 al 43% nel 1954. Il 13% di ricchezza redistribuita è un’operazione “livellatrice” di rara potenza. Ben diversa dal segno sociale dell’austerity di oggi. Tutto questo accadde in un’economia capitalistica, che seppe poi sprigionare il boom degli anni Sessanta. Piketty risulta insopportabile alle poderose armate del neoliberismo, perché lui non è un neomarxista, non è un pensatore utopico e radicale. Dimostra che un capitalismo meno diseguale è possibile, perché in realtà è già esistito.
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Quella barzelletta di Žižek


Slavoj Žižek: 107 storielle di Žižek, Ponte alle grazie

Risvolto

Vorreste spiegare il concetto di negazione determinata a un amico, ma temete di essere lasciati a piedi? Sospettate che "filosofia" sia qualcosa di affine al riso e allo scherzo, ma non sapreste come dimostrarlo? In merito di humour avete gusti più fini di Francesco Totti o Silvio Berlusconi? Beh, questo è il libro che fa al caso vostro. Si tratta di una raccolta di storielle, molte delle quali inedite, che ripercorre oltre un ventennio di indefessa produzione filosofica di Žižek (da L’oggetto sublime dell’ideologia, 1989, al maestoso Meno di niente, 2013-2014) e riassume meglio di qualsiasi trattato «serio» il pensiero del gigante di Lubiana, come quello dei grandi maestri che egli non smette mai di chiamare a confronto: Marx, Freud, Lacan e, soprattutto, Hegel, la cui famigerata dialettica speculativa è candidata da Žižek al ruolo di madre di tutte le 


barzellette.

Ne risulta, insieme, un manuale del politicamente scorretto e un prontuario di critica dell’ideologia. Žižek è un distillatore vivente di paradossi, capace di cogliere il rovescio comico o grottesco di ogni teoria e situazione del mondo reale, per quanto tragiche, scabrose o astruse esse possano apparire a tutta prima: e nessun suo libro lo prova più di questo.



Tradotto il libro postumo di Dworkin sulla religione e la morale

Copertina di 'Religione senza Dio'Ronald Dworkin: Religione senza Dio, presentazione di Salvatore Veca, il Mulino

Risvolto

Ronald Dworkin affronta il problema della religione, suggerendo la dissociazione del sentimento religioso dalla fede in un dio determinato, e la sua restituzione allo spirito umano universale. Per Dworkin, come per Einstein, la religione è il senso del mistero, del bello e del sublime che ci pervade di fronte all'universo: una depersonalizzazione del divino che lo riconduce alla dimensione dell'inesauribile ricerca umana. Diventa allora difficile continuare a pensare che la questione religiosa sia una partita fra atei e credenti come gruppi opposti eppure identici. Diversamente da quanto predicano fedeli dottrinari e ate
Ingrandisci immagine
i zelanti, siamo tutti credenti, se credere significa coltivare l'ansia e la meraviglia della scoperta. Né riscossa del dogmatismo né intransigenza razionalistica, dunque, ma la perorazione di un sentimento religioso identificato con il desiderio insoddisfatto di conoscere, e con il senso di infinito che la conoscenza nutre.

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Ronald Dworkin 160 30-05-2014 la repubblica 40/41

La guerra dei libri

Ecco la guerra dei libri che deciderà il futuro dell'editoria
Amazon e il marchio francese Hachette si danno battaglia sugli accordi economici. Ma anche per imporre filosofie diverse
Luigi Mascheroni - il Giornale Ven, 30/05/2014


FUSIONI E LOTTE IL GRANDE GIOCO TRA I PADRONI DEL LIBRO GLOBALE
153 03-06-2014 la repubblica 46/47

Architettura in uniforme: una mostra a Parigi sull'architettura nella Seconda guerra mondiale




Une équipe de camoufleurs au travail au Fort Belvoir, Virginie, Etats-Unis. Illustration dans Modern Camouflage de Robert P. Breckenridge © DR

Architecture en uniforme

Projeter et construire pour la Seconde Guerre mondiale
jeudi 24 avril 2014 - lundi 08 septembre 2014

Galerie haute des expositions temporaires
Cité de l'architecture & du patrimoine
1 place du Trocadéro, Paris 16e


L’exposition rend compte des conséquences que le Second conflit mondial a eues sur l’environnement bâti, révélant les développements oubliés de l’architecture durant les années sombres.

Demeurée jusqu’ici dans une zone grise, la dynamique qui a animé la recherche, l’innovation et les constructions réalisées par les architectes durant les années de guerre est enfin restituée. De la destruction de Guernica par les Nazis en 1937 aux bombardements atomiques d’Hiroshima et Nagasaki en 1945, les modalités de la rencontre entre les architectes et la guerre sont analysées sur une base comparative. Un parallèle est proposé entre les projets entrepris en France, au Canada, en Allemagne, en Italie, au Japon, en Espagne, aux États-Unis et en URSS, tant pour le front proprement dit que pour l’arrière.

Dessins, maquettes, objets grandeur, photographies, ouvrages imprimés et documents d’archives rendent compte de trajectoires allant de la simple mobilisation des professionnels dans l’armée à l’action criminelle de responsables politiques comme Albert Speer et de leurs complices comme Ernst Neufert. Les expériences des témoins, des résistants et des prisonniers sont restituées avec des documents émouvants.

La mobilisation de l’ensemble des ressources de l’architecture est ainsi révélée, de la conception des usines et des logements ouvriers à l’invention de systèmes préfabriqués, et de la construction des abris antiaériens au camouflage de territoires entiers, sans oublier les recherches pionnières sur l’économie des matériaux. Le changement d’échelle des projets apparait aussi, au travers d’ensembles géants comme le Pentagone, Auschwitz, Peenemünde ou Oak Ridge. Connaissant des modes d’engagement extraordinairement divers et parfois provocants, l’architecture franchit à l’occasion de la guerre et de la reconstruction un seuil décisif vers la modernisation de ses procédures et de ses formes.



Se la guerra fa fiorire l’architettura

Una straordinaria mostra a Parigi sullo sviluppo delle idee architettoniche durante l’ultimo conflitto 
Carlo Olmo La Stampa 30 maggio 2014


Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi. 
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale. 
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi. 
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite. 
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica. 


Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi. 
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale. 
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi. 
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite. 
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica. 


Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi. 
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale. 
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi. 
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite. 
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica. 



Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi. 
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale. 
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi. 
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite. 
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica. 


Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi. 
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale. 
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi. 
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite. 
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica. 


Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi. 
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale. 
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi. 
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite. 
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica.

Il manifesto politico e il rinnovamento dei codici estetici alle soglie del postmodernismo

I muri del lungo ’68
William Gambetta: I muri del lungo '68. Manifesti e comunicazione politica in Italia, prefazione di Edoardo Novelli, DeriveApprodi



Risvolto

A partire dalla fine degli anni Sessanta, con l’onda lunga del ’68 italiano, il manifesto è stato uno dei principali strumenti della comunicazione politica. Nel vivo di quelle mobilitazioni conobbe una vera e propria rinascita, sia nel linguaggio grafico che nei metodi d’informazione e agitazione. Questo libro svolge un’analisi dei codici comunicativi che i diversi partiti e movimenti italiani utilizzarono nei loro manifesti.
La grafica politica si rinnovò anche sulla base degli stimoli e degli impulsi che provenivano da altri paesi, dai manifesti del Maggio parigino a quelli latinoamericani, dai disegni underground statunitensi ai grandi cartelloni della Cina maoista. Sperimentazioni grafiche che si intrecciarono a cliché più consueti, recuperati dall’iconografia del movimento operaio. Il confronto tra i manifesti italiani e quelli esteri e tra manifesti di differenti organizzazioni, più o meno distanti dai movimenti, mostra come il linguaggio della rivolta abbia influenzato l’immaginario politico nel suo complesso e le sue rappresentazioni iconiche, sconvolgendo anche la grafica dei partiti istituzionali.
Il libro affronta, grazie anche al ricco apparato iconografico a colori, alcuni di questi temi dell’immaginario politico e si conclude con un’analisi della crisi del manifesto politico, nei primissimi anni Ottanta. Con il declinare dei movimenti e il ritorno della politica nei luoghi istituzionali, infatti, il ruolo di questo medium declinò e la pervasività della televisione lo rese progressivamente marginale o, per lo meno, ne cambiò profondamente la funzione.



50 storie taoiste

Il cavo e il vuoto. 50 storie taoiste
Il cavo e il vuoto. 50 storie taoiste, Utet 

Risvolto

Si sa ben poco della vita di Lieh-tzu, lo straordinario maestro del Tao protagonista dell'opera tradizionalmente intitolata "Vero Libro della Sublime Virtù del Cavo e del Vuoto". Visse probabilmente fra il V e il IV secolo a.C., ebbe una moglie e moltissimi allievi. I suoi detti e le sue meditazioni avevano la forza di cambiare radicalmente il corso di intere esistenze, eppure nessuno più di Lieh-tzu spregiava il sapere umano e l'orgoglio che ne deriva. La sua familiarità con il Tao gli aveva insegnato che una scienza che ha un reale valore non può essere espressa dalle parole umane, e coincide con lo stesso Tao. Come da una folgore, il saggio è attraversato da una sublime intuizione: l'equivalenza dell'essere e del non essere. La sua mente e? uno specchio in cui i segreti del mondo si riflettono spontaneamente, per questo e? in grado di guarire, di volare, di conoscere il futuro e il passato. Ma e? in grado anche di non fare nulla di tutto ciò. Da questa sapienza negativa derivano poteri immensi, la cui manifestazione esteriore può essere facilmente scambiata per l'opera dei maghi. E di maghi e magie, verità paradossali e incanti sorprendentemente realistici, sono ricche le 50 storie contenute in questo libro, ambientate in un paesaggio fiabesco fitto di boschi e montagne sacre, cascate e rupi scoscese, padiglioni di principi e rifugi di mendicanti. 50 brevissimi racconti che sono altrettante illuminazioni sulla via del Tao.



In principio fu il silenzio del mondo L’assoluto secondo la morale taoista 
Nelle meditazioni di Lieh-tzu un gioiello ancora ignoto all’Occidente 
di PIETRO CITATI Sabato 31 Maggio, 2014 CORRIERE DELLA SERA


Tra i testi antichi della meditazione taoista, il Vero libro della Sublime Virtù del Cavo e del Vuoto , scritto tra il V e il IV secolo avanti Cristo, e attribuito a Lieh-tzu (ora pubblicato come Il cavo e il vuoto. 50 storie taoiste dalla Utet Extra, collana a cura di Emanuele Trevi e Luna Orlando), è il meno conosciuto in Occidente. Esso contiene alcune massime meravigliose, che si imprimono per sempre nella nostra mente, desiderosa d’assoluto. 
Nella cultura occidentale, di rado abbiamo conosciuto una simile tensione ed eleganza intellettuale: una mente pura conduce il pensiero all’estremo del suo rigore, al punto oltre il quale non può spingersi, dove avvertiamo il brivido dell’invalicabile. Proprio lì, Lieh-tzu deride il pensiero: allude, accenna, ironizza, comincia a giocare; e una grande dimostrazione filosofica diventa un apologo o un raccontino o una commediola, che potrebbe piacere a un bambino, o alla nostra mente di bambini. Qui il pensiero non ha più nulla di astratto: ci sorride amabilmente, incarnato in deliziose storie concrete. La superficie della storia è chiarissima: Lieh-tzu parla di cose elementari: ma se riflettiamo attorno a quello che dice, spesso ci sembra misterioso ed enigmatico. Lieh-tzu va dietro l’apparenza delle parole, oltrepassa il silenzio, intende ciò che sta oltre la parola e il silenzio; nomina le cose che non possono essere dette, e che tuttavia vengono mirabilmente dette attraverso l’arte finissima di rivelare e di nascondere. 
Lieh-tzu ama il viaggio: con gli occhi del viaggiatore guarda le cose che mutano, di minuto in minuto; le fattezze, l’aspetto, la sapienza, il comportamento, la pelle, la carne, le ciglia dell’uomo, i paesaggi e gli edifici del mondo. Subito dopo aver esaltato il flusso, Lieh-tzu celebra il suo opposto: l’immobilità assoluta del mondo, la quiete della natura e dell’uomo, e la fissità silenziosa dell’acqua, che non si cura di muovere le proprie onde. Ciò che sorprende è la conclusione a cui giunge Lieh-tzu: perché il movimento e la stasi si identificano, ciò che muove e ciò che non cambia mai diventano la stessa cosa, ciò che è e ciò che si trasforma si esprimono con lo stesso verbo; e la cascata e il lago senza onde conoscono lo stesso ritmo verbale. Quando viviamo nel Tao, avvertiamo la stessa voce nell’uno e nel mutevole, nel molteplice e nell’identico. 
Lieh-tzu e i grandi pensatori taoisti hanno un dono unico. Quando guardano le cose e le pensano, riescono ad attraversare miracolosamente le superfici, avvertendo dietro di esse la misteriosa presenza del Vuoto, che toglie ogni peso e rilievo alle cose, come se fossero spugne imbevute di una sostanza ultraterrena. Per cogliere il Vuoto, il saggio allontana da sé ogni rigidezza: «smussa ciò che è affilato». Diventa molle e cedevole come la medusa, morbido e flessibile come il giunco. Tra i quattro elementi, sceglie a modello l’acqua: l’acqua che, se incontra un ostacolo, si arresta; se l’ostacolo si rompe, corre via; che è rotonda e quadrata secondo il recipiente in cui viene messa, e per questa estrema facilità e pieghevolezza è il più forte tra tutti gli elementi. Come l’acqua, la natura del saggio non si può suddividere in parti: cede a tutte le cose e penetra in tutte le cose; è senza forma, neutra, insapore; si turba solo quando viene agitata e le sue agitazioni non durano a lungo, perché non nascono da lei ma dal vento. 
Quando ha raggiunto questa condizione, il saggio conosce la beatitudine del Vuoto — col quale il Tao coincide. Sebbene tutti esaltino la perfezione del pieno, egli sa che il segreto del mondo riposa sul vuoto; i raggi sono indispensabili per fare una ruota, ma la sua perfezione dipende dal mozzo vuoto; l’argilla è necessaria per modellare il vasellame, ma la bellezza di un vaso dipende dalla forma vuota che circoscrive; i mattoni sono indispensabili per costruire le porte e le finestre di una casa, ma ciò che importa è la forma vuota delle porte e delle finestre. Così egli fa il vuoto in se stesso, annullando il proprio io. Annulla i propri desideri, i propri impulsi, i propri amori, i propri odi: la tristezza e il piacere, la gioia e la collera. Cancella le proprie esperienze, rinchiudendosi nella propria natura innata. Non guarda, non ascolta, non sente, non conosce, non sa. 
Allora diventa quieto, come il Tao: tranquillo come la baia, silenzioso come il deserto, pacato come la melodia, esile come l’eco. Senza forma, senza resistenze, senza desideri, senza volontà, senza passioni, attraversa il mondo simile a una barca senza ormeggi che va alla deriva sull’acqua; e riflette nel proprio puro specchio intellettuale gli opposti dell’universo, tutte le creature che esistono, tutte le cose che accadono e appaiono. Non agisce. La passività è l’unica azione perfetta: l’azione che nasce dal cuore immobile della vita comunica il suo mite e ininterrotto movimento a tutte le forme. 
Questo Vuoto è sia trascendente sia immanente. «Ha in sé — dice Chuang-tzu, un altro pensatore taoista — la sua radice, ed è sempre esistito», molto prima della creazione del cielo e della terra, e addirittura prima della nascita dell’Uno: abita dove non c’è né altezza, né profondità, né durata. 
Dunque: il Tao è trascendente. Potremmo chiamarlo Dio, a patto di cancellare da questa parola tutte le connotazioni cristiane, in primo luogo l’amore. Possiede la qualità fondamentale che il pensiero occidentale attribuisce all’Essere: ma è così vuoto, puro, infinito, privo di qualsiasi limitazione e determinazione, che potremmo anche chiamarlo Nulla. Eppure, subito dopo aver detto che il Tao è trascendente, il vero taoista conclude: egli è immanente. Se vogliamo vederlo, dobbiamo guardare con gli occhi interiori questa formica, questo filo d’erba, questa tegola, questo mucchio di letame: il Tao è qui, davanti a noi, ubiquo e onnipresente, silenziosa legge regolatrice di tutte le cose, fluido ritmo dell’universo. 
Nel nostro mondo non conosciamo che antitesi: antitesi che formano la sua sostanza — come lo yin e lo yang . Oppure le antitesi generate dalle idee umane. C’è chi si chiede: il mondo è stato creato da qualcosa o dal nulla? Il Tao esiste o non esiste? Quando viene posto davanti alle idee umane, il saggio taoista è assalito da un’ostilità profondissima. Egli detesta l’unilateralità, la rigidezza, la parzialità, la frammentarietà di tutte le costruzioni intellettuali, così care agli esseri umani, e rifiuta i due termini di ogni dilemma — non si può dire né che ci sia stato un creatore né che non ci sia stato, non si può dire né che il Tao esista né che non esista. Il compito del saggio non è di produrre quei pacchetti lucidi e maneggevoli che sono le idee. Sopra a ciascuno di esse, sopra ogni precetto, intenzione e morale, egli apre un punto di vista simile a quello di un romanziere, un punto di vista distante, assente e vuoto, unico e primordiale — il Tao che illumina tutte le contraddizioni del mondo. 
Gli uomini guardano: guardano senza fine, e commentano quello che vedono, con un chiacchiericcio insaziabile, che annoia moltissimo Lieh-tzu. Egli ribadisce che chi si conforma al Tao non si serve né di orecchie né di occhi, né di forma né di mente. È inappropriato volersi conformare al Tao e cercarlo per mezzo della vista, dell’udito, della forma e della sapienza. Il vero taoista possiede una vista superiore: osserva tutto ciò che è inosservabile, impercettibile, addirittura inesistente, e lo trascrive nella sua mente vuota. Quando deve rivelare ciò che ha visto e agire di conseguenza, obbedisce a un famoso aforisma: «il modo sommo di parlare è evitare di parlare, il modo sommo di agire è non agire». La lingua suprema è il silenzio. «Chi ha raggiunto la propria meta non parla, chi ha progredito nella sapienza non parla. Parlare con il silenzio è anch’esso parlare, conoscere con l’ignoranza è anch’esso conoscere». 
Molti filosofi razionalisti dell’epoca di Lieh-tzu e dei nostri tempi derisero questa mistica fondata sul silenzio, che permeò profondamente l’anima femminile della Cina. Ma i saggi taoisti osservarono che non vi è alcuna speranza di raggiungere, per mezzo dello sguardo e della parola, l’armonia con gli altri esseri umani e con le creature della natura. Solo la mente vuota permette le silenziose corrispondenze tra i cuori. «Colui che è nell’armonia vive in perfetta comunanza con le creature, e queste non sono in grado di nuocergli e di ostacolarlo. Egli può passare attraverso il metallo e la pietra e camminare nell’acqua e nel fuoco». © RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 30 maggio 2014

Il lavoro dello storico secondo Christophe Charle

Homo Historicus
Christophe Charle: Homo historicus, Colin

Risvolto

Ces réflexions sur l’histoire et les historiens s’attachent à mettre au jour les contraintes souvent invisibles ou inconscientes qui pèsent sur le travail historique. Non seulement celles, toujours évoquées, de la difficile prise de distance critique par rapport à la société globale et à l’horizon temporel et mémoriel mais surtout celles, souvent trop vite oubliées, de l’héritage des pratiques et des censures propres à chaque système académique et des effets induits par la position relative de l’histoire au sein des autres sciences sociales et humaines.
Abordant des types d’histoire, de méthode ou d’objets multiples, au croisement de plusieurs disciplines, l’ouvrage entend combattre aussi un certain discours de dénigrement et un catastrophisme franco-français sur l’état de l’histoire et des sciences humaines et sociales, qui ne correspondent pas à l’état réel du champ historiographique. Face à certaines dérives induites par les politiques universitaires et de recherche depuis une décennie, Homo historicus entend pratiquer ce que Julien Gracq appelait justement « l’hygiène des lettres », réactivation de l’esprit critique et autocritique, fondement de toute démarche historienne. Issu de la coopération ou du dialogue avec des chercheurs partageant les mêmes convictions, cet essai propose une défense et illustration d’une pratique de l’histoire pleinement engagée dans son siècle, dans la lignée d’historiens européens évoqués dans les chapitres finaux. 


Christophe Charle, professeur à l’Université de Paris 1-Panthéon-Sorbonne, membre de l’Institut universitaire de France, est l’auteur d’une vingtaine d’ouvrages dont en dernier lieu, Discordance des temps, une brève histoire de la modernité (Armand Colin, 2011) et, avec J. Verger, Histoire des Universités XIIe-XXIe siècle (PUF, 2012).



La Storia messa al mercato 
Tempi presenti. Lo studioso Christophe Charle ha pubblicato «Homo historicus», un importante contributo nell’analisi di una disciplina stretta tra una deriva nichilistica e la gabbia di una valutazione mercantile dei suoi prodotti

Michele Nani, il Manifesto 29.5.2014  


Chri­sto­phe Charle è uno dei più impor­tanti sto­rici euro­pei, autore di ricer­che fon­da­men­tali sulle classi diri­genti e sugli intel­let­tuali fran­cesi ed euro­pei in età con­tem­po­ra­nea. Con­si­de­rato un mae­stro della «sto­ria sociale» — il suo manuale di sin­tesi sulla Fran­cia otto­cen­te­sca è un vero clas­sico — ha saputo esten­derne i con­fini fino alla dimen­sione cul­tu­rale. Il dia­logo costante con la socio­lo­gia, e in par­ti­co­lare con gli indi­rizzi defi­niti da Pierre Bour­dieu e dalla sua scuola, non gli ha impe­dito di trarre bene­fi­cio dagli attrezzi pro­po­sti dalle altre disci­pline uma­ni­sti­che e scienze sociali. 

Fare «sto­ria cul­tu­rale» per Charle signi­fica in primo luogo ambire a un approc­cio cri­tico, a una sor­ve­glianza auto-riflessiva sul mestiere di sto­rico, che come tutto il lavoro di ricerca è sot­to­po­sto a un duplice con­di­zio­na­mento. Da un lato tutta una serie di vin­coli «esterni» sono posti agli studi sto­rici dai con­te­sti di pro­du­zione della ricerca (le isti­tu­zioni cul­tu­rali) e di cir­co­la­zione dei suoi risul­tati (il mer­cato edi­to­riale e media­tico, l’insegnamento): basti pen­sare al pro­blema, oggi dram­ma­tico, del finan­zia­mento pub­blico, o a quello dei canali di pub­bli­ca­zione dei risul­tati degli studi per ren­dersi conto del carat­tere ana­cro­ni­stico e illu­so­rio dell’autorappresentazione in ter­mini umil­mente arti­gia­nali e disin­te­res­sati del lavoro sto­rico, che in realtà si svolge in un uni­verso strut­tu­rato, gerar­chiz­zato e con­flit­tuale. Dall’altro lato le stesse moda­lità «interne» di con­du­zione delle ricer­che (temi, fonti, tec­ni­che, con­cetti), soli­ta­mente pen­sate come «disin­car­nate» e frutto di un’idealistica libertà dello stu­dioso, rap­pre­sen­tano invece opzioni in gran parte ispi­rate da un vero e pro­prio «incon­scio acca­de­mico», un «impen­sato» sistema di rela­zioni di domi­nio cul­tu­rale che orienta le scelte e che, ad esem­pio, attra­verso la ripro­du­zione irri­flessa di abi­tu­dini e pra­ti­che impone oggetti e metodi «legit­timi», pri­vi­le­gia la dimen­sione nazio­nale, fram­menta gli studi in iso­lotti sub-disciplinari e spe­cia­li­smi non comu­ni­canti, ato­mizza indi­vi­dua­li­sti­ca­mente le indagini. 
Oltre la scolastica 

Nono­stante l’indubbio inte­resse, i libri di Charle non sono stati tra­dotti in ita­liano, con l’eccezione de Gli intel­let­tuali nell’Ottocento (del 1996, tra­dotto dal Mulino nel 2002) e, molto prima, del breve stu­dio sugli scrit­tori fran­cesi e il caso Drey­fus Let­te­ra­tura e potere (del 1977, edito da Sel­le­rio nel 1979). Si potrebbe comin­ciare a recu­pe­rare il ter­reno per­duto a par­tire dal suo sag­gio sulla «breve sto­ria della moder­nità» (Discor­dance des temps, uscito nel 2011) o dalla sua ultima pubblicazione. 

L’editore pari­gino Colin ha infatti da poco dato alle stampe Homo histo­ri­cus una rac­colta di saggi ed inter­venti che rap­pre­senta una sti­mo­lante presa di posi­zione sul ruolo e gli indi­rizzi della sto­rio­gra­fia. Il volume si pre­senta come una «difesa cri­tica e auto­cri­tica» dell’homo histo­ri­cus, cioè non sem­pli­ce­mente dello sto­rico di pro­fes­sione, chiuso nel suo «habi­tus sco­la­stico», ma dello stu­dioso che pur inda­gando vicende anche remote resta «in ascolto della sto­ria che vive», del pre­sente. Il volume è dedi­cato alla memo­ria di Pierre Bour­dieu e di Eric Hob­sbawm ed è ispi­rato al ricordo del primo mae­stro di Charle, il grande sto­rico mar­xi­sta Pierre Vilar, del quale viene ripresa, nelle prime pagine, l’arguta messa in guar­dia dai frain­ten­di­menti pro­dotti dalle somi­glianze del «com­mer­cio di sto­ria» rispetto ai com­merci ordi­nari, come quello dei deter­sivi. Se l’accostamento può sem­brare irri­ve­rente, basti ricor­dare che nel lin­guag­gio dell’odierna valu­ta­zione della ricerca, i risul­tati delle inda­gini si chia­mano «pro­dotti». Tut­ta­via, a dif­fe­renza dell’uso lin­gui­stico pro­mosso da una mac­china valu­ta­tiva tesa sostan­zial­mente al disci­pli­na­mento e al taglio delle risorse, Vilar uti­liz­zava l’analogia in ter­mini cri­tici, met­tendo in guar­dia dalla ten­denza a spac­ciare le mere «novità» che com­pa­iono copiose sul «mer­cato» della sto­ria per vere e pro­prie «inno­va­zioni» scientifiche. 
La sva­lu­ta­zione neoliberale 

L’atteggiamento cri­tico di Charle sulle moda­lità di orga­niz­za­zione della ricerca nelle scienze storico-sociali non si spinge però fino al «cata­stro­fi­smo» oggi di moda. Lo sto­rico fran­cese denun­cia espli­ci­ta­mente il ricor­rente discorso sulla «crisi» defi­ni­tiva dei saperi sulla società pre­senti e pas­sate come espres­sione ideo­lo­gica dello spi­rito di tec­no­crati in mala fede e di stu­diosi resi pes­si­mi­sti dalla sva­lu­ta­zione della ricerca impli­cita nelle «riforme» dell’era neo-liberale (sui cui «danni» nel 2007 ha curato un volume per Syl­lepse). La rifles­si­vità dello sto­rico, dun­que, non si risolve nichi­li­sti­ca­mente nel rela­ti­vi­smo, nella denun­cia del «potere» o della «poli­ti­ciz­za­zione», nel senso di inu­ti­lità, vanità cono­sci­tiva e infe­rio­rità rispetto alle «vere» scienze. È invece in primo luogo capa­cità di con­te­stua­liz­za­zione sociale e sto­rica delle pro­prie pra­ti­che, nel ten­ta­tivo di creare le con­di­zioni per sot­trarsi alla forza dei con­di­zio­na­menti, rad­dop­piata dal loro pro­ce­dere per vie spesso incon­sa­pe­voli. Farsi sto­rico di se stesso, dei pro­pri oggetti e dei pro­pri approcci, delle pro­prie appa­ren­te­mente inno­centi abi­tu­dini quo­ti­diane, sul modello dell’esercizio di auto-analisi pro­po­sto dieci anni fa dallo stesso Bour­dieu (Que­sta non è un’autobiografia, Fel­tri­nelli 2005), può avere effetti libe­ra­tori sulla ricerca. Ma que­sto iti­ne­ra­rio in qual­che modo freu­diano, che intro­duce ele­menti di con­sa­pe­vo­lezza sui mec­ca­ni­smi incon­sci della rimo­zione dei con­di­zio­na­menti, dovrebbe essere accom­pa­gnato da un’azione col­let­tiva: sia come pra­tica di ricerca non indi­vi­duale, sia come inter­vento poli­tico che cambi i rap­porti di forza interni al campo sto­rio­gra­fico e punti a mutare le logi­che di rela­zione con gli altri campi del sociale (il potere poli­tico o l’universo dei media, ad esempio). 

Nella seconda sezione del volume, Charle pro­pone una serie di anti­doti per con­tra­stare la ripro­du­zione mec­ca­nica delle pra­ti­che cul­tu­rali impe­ranti nel campo sto­rio­gra­fico. In primo luogo il valore appena deli­neato di una sto­ri­ciz­za­zione del pro­prio sapere e dei pro­pri stru­menti, che per­mette una distan­zia­zione cri­tica nei con­fronti delle ten­denze domi­nanti nel pre­sente. In pro­po­sito, nella terza sezione del libro sono pro­po­sti diversi pro­fili di impor­tanti stu­diosi di sto­ria (fra i quali Hob­sbawm e Wehler), come con­tri­buto all’analisi degli effetti sto­rio­gra­fici della pas­sione poli­tica e, vice­versa, dell’influenza della ricerca sulle moda­lità di enga­ge­ment. Secon­da­ria­mente, il rifiuto del par­ti­co­la­ri­smo disci­pli­nare, che con­sente, per fare solo un esem­pio, attra­verso gli stru­menti socio­lo­gici di com­pren­dere la dimen­sione rela­zio­nale della pro­du­zione cul­tu­rale, che è sem­pre l’esito di con­flitti fra gli agenti e fra i campi. Infine, la com­pa­ra­zione: Charle rimane fedele alla lezione di Marc Bloch e ritiene che la sto­ria di una società non si possa com­pren­dere, anche nei suoi aspetti più ori­gi­nali, se non nel con­fronto con altri con­te­sti. Per que­sto ha scritto sto­rie «euro­pee» degli intel­let­tuali, dei tea­tri e delle «capi­tali cul­tu­rali» in Europa, ma anche della «crisi delle società impe­riali» nella prima metà del Nove­cento, il pro­cesso che portò le riva­lità inter-europee allo sca­te­na­mento di due con­flitti mon­diali e poi alla pro­gres­siva mar­gi­na­liz­za­zione del Vec­chio con­ti­nente dopo il 1945 (un altro libro che meri­te­rebbe una traduzione). 

A que­ste indi­ca­zioni gene­rali, Homo histo­ri­cus affianca diverse opzioni sul piano più pro­pria­mente meto­do­lo­gico: darsi alla «pro­so­po­gra­fia», cioè a ricer­che basate sulla bio­gra­fie col­let­tive, che supe­rino l’insistenza sui casi esem­plari, come i «grandi» uomini poli­tici o intel­let­tuali, a favore di un approc­cio più largo, neces­sa­ria­mente quan­ti­ta­tivo ma non ridotto ad esso, che favo­ri­sce gli scambi, le ricer­che col­let­tive e la stessa com­pa­ra­zione, per­ché porta alla costru­zione di basi di dati e di docu­menti da met­tere in comune e aperte ad usi mol­te­plici; non rifiu­tare l’apporto degli studi let­te­rari e non temere la sfida della «sto­ria cul­tu­rale», essa stessa pro­dotto dell’allargamento del «sociale», per quanto non immune da derive «cul­tu­ra­li­ste» che fanno di ogni pra­tica sociale un «testo» ridu­cendo i docu­menti sto­rici a costru­zioni let­te­ra­rie o a stru­menti di potere, oppure ricer­cano spie­ga­zioni in ter­mini di lun­ghis­sime inva­rianti «cul­tu­rali»; fare atten­zione alla cir­co­la­zione cul­tu­rale nei diversi livelli sociali e fra diverse società, e non solo al rap­porto fra pro­du­zione e rice­zione (fra gruppi sociali, fra disci­pline, fra uni­versi lin­gui­stici), dun­que pri­vi­le­giando il ruolo cru­ciale che gio­cano i mediatori. 
Spe­cia­li­smi esasperati 

In con­clu­sione, nell’intervista che chiude il volume, Charle ricon­duce la «regres­sione sto­rio­gra­fica» cor­rente, fatta di spe­cia­li­smi esa­spe­rati, di assenza di dibat­tito, di chiu­sura nazio­nale, alla fase di «regres­sione intel­let­tuale» più gene­rale, dovuta all’offensiva poli­tica con­tro le scienze sociali e, in par­ti­co­lare, con­tro la sto­ria sociale. Riba­di­sce quindi il valore cen­trale del «ragio­na­mento sto­rico» con­tro il para­digma oggi domi­nante, quello del mec­ca­ni­ci­smo eco­no­mi­ci­stico: un valore non solo scien­ti­fico, che fa della sto­rio­gra­fia ben intesa uno «stru­mento neces­sa­rio allo spi­rito cri­tico di fronte a un discorso poli­tico domi­nante che fa leva sull’emotività e non sulla razionalità».