Una straordinaria mostra a Parigi sullo sviluppo delle idee architettoniche durante l’ultimo conflitto
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale.
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi.
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite.
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica.
Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi.
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale.
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi.
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite.
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica.
Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi.
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale.
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi.
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite.
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica.
Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi.
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale.
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi.
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite.
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica.
Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi.
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale.
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi.
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite.
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica.
Nel giugno 1931 Heinrich Mann scrive sulla rivista Plans, parlando della guerra, «la prossima volta scoppierà di nuovo, se non sapremo impedirlo con la nostra vigilanza». Otto anni dopo Le Corbusier, nell’illustrare uno dei suoi libri più noti e riscritti, La ville radieuse, usa la dispersione delle Unité d’habitations come risposta alle bombe che stanno per cadere sulle città. Guerre aux villes è anche la seconda delle diciassette sezioni della rassegna Architecture en uniforme, che fino all’8 settembre si potrà vedere nel bell’allestimento di Béatrice Julien alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine a Parigi.
La mostra presenta architetture che, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte alleato come su quello tedesco devono rispondere, in tempi brevissimi, a richieste spesso opposte. Così è per le migliaia di fabbriche che occupano nel 1943 il 54% della popolazione in Gran Bretagna o il 37% in Germania. Fabbriche come quella costruita da Albert Kahn tra 1941 e 1943, a Willow Run in Michigan, capace di produrre un aereo l’ora. Ma gli edifici industriali sono anche l’occasione di sofisticate sperimentazioni costruttive, come accade per il primo edifico americano di Mies Van der Rohe, il «Minerals and Metals Research Center» a Chicago, o per la fabbrica sotterranea per la produzione di aerei Messerschmitt, progettata e realizzata dall’architetto Ebehhard Kuen nell’Hartz in Germania. Tecniche, materiali, soluzioni costruttive che si ritroveranno in tanta produzione industriale del dopoguerra. Come e forse ancor più succede per le città costruite per alloggiare gli operai che in quelle officine lavorano. Forse le più famose e riconosciute sono le 600 residenze progettate da Richard Neutra, ormai californiano, vicino a Los Angeles a Channel Heights, modello urbano e sociale, non solo esempio di un’urbanistica emergenziale.
Ma la mostra tocca molti e ancor più inattesi risvolti, mettendo in luce quanto un effimero «necessario» sia l’origine di innovazioni radicali. È cosi per «Les écoles volantes» immaginate da Le Corbusier e Jean Prouvé, strutture metalliche in grado di «seguire» gli spostamenti della popolazione o le «Dymaxion Deployment Unit», forse la più nota invenzione di Buckminster Fuller, riadattata per alloggiare le truppe americane inviate nel golfo arabo-persiano nel 1942-43. Sono coinvolti nella produzione di nuove architetture progettisti che resteranno talmente legati alla loro invenzione da… perdere il loro nome, identificato con l’oggetto: è il caso di Donald Bailey e dell’omonimo ponte, o del porto artificale Mulberry, i cui pezzi furono trasportati oltre la Manica, rendendo inutile le difese costiere allestite dai tedeschi.
Tutti le tecniche e i materiali sono messi alla prova in sperimentazioni che diventeranno prima prototipi e poi produzioni di serie. Per esempio la «Packaged House», progettata da Konrad Wachsman e Walter Gropius, uno dei primi sistemi prefabbricati e completamente smontabili, che usano un medesimo modulo tridimensionale in tutte le direzioni. L’esperienza porterà Wachsaman dopo il 1945 a creare una catena di montaggio a Burbank in California per produrre alcune centinaia di esemplari di questa raffinata casa. Ma l’innovazione può toccare ad esempio l’isolamento di residenze temporanee, come quello messo a punto dall’architetto tedesco (emigrato negli Usa) Otto Brandenberger, fondamentale per affrontare i climi più diversi degli scenari bellici e che conoscerà dopo la guerra una grande diffusione, dal Sahara all’Alaska.
Anche la difesa dai bombardamenti sviluppa conoscenze latenti o non ancora sviluppate. È il caso ovviamente dei rifugi, ma ancor più del camouflage, di cui la mostra restituisce l’insegnamento, i maestri, Hugh Casson in particolare, ma che coinvolge personaggi inattesi come i disegnatori di Metro-Goldwyn Meyer, Disney, Fox, Paramount e Universal, quando, dopo Pearl Harbour, si pensa di rendere invisibili gli stabilimenti della Douglas di Santa Monica. Un‘operazione che coinvolge anche architetti paesaggisti come Edouard Huntsman-Trout.
La mostra si avvia alla conclusione scegliendo, un po provocatoriamente, quattro grandi progetti per illustrare, anche sul piano della «scala», l’accelerazione che la seconda guerra impone. Quattro esempi che lasciano un retrogusto amaro. La grande scala segna anche i massimi punti di contraddizione dell’intera architecture en uniforme: il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge, il luogo dove nasce la bomba atomica, Penemunde, un autentico progetto paesaggista in cui si costruiscono e collaudano le V1 e le V2. In questi quattro esempi è più facile cogliere il nesso che in altre sezioni si attenua, quasi ammirati dal fiorire di idee e di innovazioni: il nesso tra la capacità di rispondere a domande impreviste in tempi brevissimi che l’architettura ha nel suo dna e la violenza che quelle architetture rappresentano nelle forme più esplicite.
Delle ultime sezioni almeno due vanno ancora segnalate. La preparazione dell’aula del processo di Norimberga – una situation room come è chiamata in catalogo - e la gestione del processo come scenografia e sceneggiatura. Si legge in quella mise en scène che ricorda progetti di Jacques-Louis David durante la rivoluzione francese, il ruolo di produzione di retoriche dell’architetto e dell’artista: e anche in questo caso almeno un nome va ricordato quello di Eero Saarinen. L’altra sezione è quella sulla formazione dell’immaginario del dopoguerra, ripercorso soprattutto attraverso le mostre che a partire dal 1945 popolano soprattutto l’Europa, legate e connesse, come ricorda un libro di recente uscito di Paolo Scrivano, al piano Marshall.
La mostra - che ha avuto una sua prima tappa nel 2011 a Montréal al Centre Canadien d’Architecture - dopo Parigi verrà al MAXXI a Roma a fine anno Forse in questa occasione, sarebbe bello ritrovarvi il ruolo che hanno avuto gli esuli, ad esempio gli italiani in Svizzera, nel preparare una ricostruzione politica non solo architettonica o urbana ( Adriano Olivetti o Gustavo Colonnetti in Svizzera o Pier Maria Bardi e Lina Bo Bardi in Brasile) o il ruolo di libri, come The Culture of the Cities di Lewis Mumford nel conservare la memoria del ruolo che le città distrutte avevano avuto e avranno nel caratterizzare la civiltà europea. Con una domanda latente che oggi ancor più inquieta.: non è stata forse la seconda guerra mondiale anche la vera fuoriuscita dalla crisi del 1929?
Jean Louis Cohen, curatore dell’esposizione, ha davvero dato il meglio di sé, uscendo anche da manierismi che alcune sue ultime mostre avevano segnalato e offre un’occasione unica per chi quella stagione non ha vissuto, di uscire da stereotipi e da rappresentazioni di quella che rimane la più grande tragedia dell’umanità, ma anche una stagione dove l’intelligenza dell’uomo e in particolare in questa mostra degli architetti hanno saputo sviluppare. Per proteggere uomini e monumenti, per alloggiare senza casa e operai, per costruire, con i materiali che erano disponibili – un peso inatteso ha il legno – rifugi come case temporanee, per sviare il nemico o per fare dell’informazione , elemento essenziale nello svolgimento del conflitto, un’occasione di sperimentazione di nuove forme di comunicazione, come fa Norman Bel Geddes con le sue maquettes de bataille.
Raramente si esce da una mostra con tante domande. Forse questo è il merito maggiore di una mostra che è un invito a negare stereotipi e simulacri che sulla seconda guerra mondiale sono ancora così presenti nell’opinione pubblica.