sabato 28 giugno 2014
Arrivederci a settembre
E' estate. Come di consueto, fino a settembre questo blog verrà aggiornato con scarsa convinzione e continuità [SGA].
Per il restauro e la conservazione delle carte di Antonio Gramsci
«Portate i testi di Gramsci all’Istituto per il Restauro»
«Quaderni» e lettere a rischio. E la burocrazia frena
di Luciano Canfora Corriere 20 giugno 2014
Luciano Canfora difende gli studi classici
Questa recensione, che usa il discorso di Canfora per fare un elogio della fine del lavoro, è per Canfora una sorta di contrappasso... [SGA].
Risvolto
Si levano voci che chiedono di emarginare gli
antichi, per esempio a scuola. Sarebbe una amputazione sciocca. Lo
studio degli antichi costituisce invece una potente risorsa per
comprendere quel che ci accade intorno: il rapporto libertà-dipendenza, la lotta per la cittadinanza, la competenza come requisito della
politica. Problemi oggi cruciali che già percorrevano le società
antiche. Esse seppero affrontarli, talvolta scegliendo risposte non
consolatorie.
L’ozio come antidoto al presente
Scaffale. Luciano Canfora e il suo pamphlet «Gli antichi di riguardano», per Il Mulino. Gli studi classici? Non sono inutili, anzi....
Marco Bascetta, il Manifesto 20.6.2014
A cosa ci serve lo studio dell’antichità classica? Da un pezzo la domanda è diventata puramente retorica. Figuriamoci, poi, nel tempo delle rottamazioni e del «fare» sans phrase. Da decenni, di riforma in riforma, gli strateghi ministeriali hanno inseguito la fata morgana di un sistema formativo funzionale al mercato del lavoro. Mercato di cui tutto ignoravano e del quale non hanno indovinato, neanche lontanamente, la benché minima tendenza e, men che meno, la progressiva scomparsa. In compenso sono riusciti a trasformare il corso degli studi in un iter burocratizzato e molesto. La modulistica universitaria e la selva degli adempimenti sono diventate ben più complesse della scrittura cuneiforme ed occupano buona parte del tempo e delle energie dei docenti.
Ma per tornare alla parola d’ordine che ha accompagnato tutte le tappe di questo disastro («adeguiamoci al mercato del lavoro!») è chiaro che gli studi classici ne hanno fatto le maggiori spese, anche se non sono stati certo i soli. All’«utilità o il danno dello studio dell’antichità classica per la vita» Luciano Canfora ha recentemente dedicato un breve scritto polemico, genere in cui è maestro, intitolato Gli antichi ci riguardano (Il Mulino, pp. 104, euro 10), nel quale passa in rassegna, più che l’ostilità dominante, la debolezza degli argomenti messi in campo nel difendere dai suoi detrattori «riformisti» lo studio dell’antichità classica. Quest’ultimo rappresenta certamente un caso specifico, ma rinvia anche a un tema molto più generale.
Tra gli argomenti presi criticamente in esame da Canfora vi è quello dell’«utilità dell’inutile» che l’autore considera un sofisma destinato a rovesciarsi nel suo contrario e magari perfino a insinuarsi attraverso qualche improbabile pertugio nell’agognato mercato del lavoro. Ma forse la questione dell’«inutile» andrebbe affrontata in un altro modo, con un occhio alla storia e un altro alla gerarchia dei saperi (e dei poteri). Allo scopo possiamo fare ricorso a due autori, un esponente dell’Illuminismo e uno dei suoi più acuti critici. «Non vi è scienza – scrive Condorcet nella Quinta memoria sull’Istruzione pubblica ( 1791) – che, per la natura stessa delle cose, non sia condannata a intervalli di ristagno e di oblio. Se intanto allora la si trascura (…) bisognerà ripercorrere una seconda volta la via abbandonata, quando nuovi bisogni o nuove scoperte obbligheranno gli spiriti a tornarvi sopra. Ma, al contrario, se le società dei dotti conservano lo studio di queste scienze, allora nelle epoche fissate dalla natura al loro rinnovamento, si vedranno riapparire con nuovo splendore». Qui «il ristagno e l’oblio» significano soprattutto quel salutare attrito con il proprio tempo che restituisce l’«utile», sottraendolo all’eterno presente della «fine della storia», alla contingenza che gli è propria. Quante mode culturali e saperi che avrebbero dovuto rappresentare e permeare il futuro sono tramontati in una girandola di «master» nel giro di pochi anni?
Dalla miniera inesauribile dei Minima moralia di Adorno traiamo invece la seguente osservazione: «Ai fatali transfert dal campo della pianificazione economica al campo della teoria (…) appartiene la fede nell’amministrabilità del lavoro intellettuale, in base a criteri che determinano ciò di cui è necessario o ragionevole occuparsi. Si stabilisce un ordine di conoscenze più o meno urgenti. Ma privare il pensiero del suo momento d’involontarietà significa abolire proprio la sua necessità». In questo caso l’attrito si produce con il sistema di potere che stabilisce la gerarchia dell’’utile’ e ne ’amministra’ l’elaborazione, ma anche con l’ortodossia della disciplina e le sue regole di scuola: ’la schematizzazione in importante e secondario ripete formalmente la gerarchia di valori della prassi dominante anche quando ne contraddice il contenuto’».
Certo, la venerazione del mondo antico è stata un tempo dalla parte del «necessario», del «principale», fungendo proprio da serbatoio di quei «valori della prassi dominante» a cui Adorno si riferisce, da principio d’ordine e abitudine alla disciplina. Una grande mistificazione, spiega Canfora, dedita a fabbricare quel «canone» del mondo antico che lo sottraeva alle furiose contraddizioni, ai conflitti , alle biforcazioni e alle alternative che lo avevano attraversato per consegnarlo all’ideologia nazionale.
È, al contrario, proprio da questi conflitti radicali, da questi problemi insoluti, che deriverebbe, secondo l’autore, l’insegnamento più importante dell’antichità, dall’essere stata cioè un grandioso laboratorio nel quale furono sperimentati, senza risparmiarsi, tutti i fondamentali della politica, poste tutte le domande che restano ancora aperte. È, insomma, un approccio machiavelliano, quello che ci viene suggerito. Una lettura storica della politica e una lettura politica della storia. Una scienza delle passioni umane nel loro reciproco agire. Non proprio ciò che più aggrada alla stucchevole retorica del «nuovo che avanza» concitato, senza provenire da nessuna parte.
Ma nel rapporto di Machiavelli con l’antichità classica vi è anche un altro elemento niente affatto secondario: quello del piacere, della fascinazione, della curiosità, dell’otium. È una ragione più che sufficiente per avventurarsi tra gli autori classici. Del resto nemmeno il più arido degli utilitaristi, tutt’altro che inclini al puritanesimo e all’ascesi, si sarebbe mai sognato di bandire il piacere dalla dimensione dell’utile.
I «riformisti», invece, non trovano difficoltà nel farlo, nel ritenerlo una manifestazione del colpevole desiderio di «vivere al di sopra dei propri mezzi». Poiché non è che il calcolo costi\benefici a tracciare i confini dell’utile che essi intendono imporre. Le riforme dell’Università che si sono susseguite negli anni hanno coerentemente lavorato a demolire con tenace determinazione, il piacere dello studio. Tanto che l’argomento del piacere non figura nemmeno più tra quelli messi in campo dai difensori degli studi umanistici. È forse il segno di una generale rassegnazione all’«intervallo di ristagno e di oblio»?
Ma torniamo alla politica, quella che stabilisce la scala delle priorità, tenendo bene a mente l’insidia che in essa si cela e che Adorno così descrive: «la divisione del mondo in cose principali e accessorie, che ha sempre contribuito a neutralizzare, come semplici eccezioni, i fenomeni chiave dell’estrema ingiustizia sociale, va perseguita fino al punto in cui viene convinta della propria falsità». Magari con l’aiuto degli antichi che, come scrive Canfora «non hanno scelto la via consolatoria» e continuano così a fornire un antidoto contro l’autoassoluzione dello stato di cose presente.
Una storia del pensiero ebraico
Giuseppe Laras: «Ricordati dei giorni del mondo». 1. Storia del pensiero ebraico dalle origini all’età moderna, Edb, pp. 272, e 16.50
Risvolto
L'inesausto
"pensare" di Israele sembra trovarsi al crocevia tra la riflessione
speculativa di natura più propriamente filosofica, l'esegesi talvolta
"avventurosa" - dei testi biblici e talmudici, le intuizioni mistiche
della qabbalah e la sterminata produzione della normativa rabbinica, la
halakhah. L'opera si propone di guidare il lettore in un viaggio lungo e
affascinante, spesso sorprendente e inatteso, finalizzato a cogliere i
momenti e le figure fondamentali del pensiero ebraico.
Gli ebrei tra ragione e rivelazione
La via di Maimonide: sposare Aristotele con la Torah
Esce il primo volume della storia del pensiero israelitico scritto dal rabbino Giuseppe Laras
di Armando Torno Corriere 20.6.14
Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano, è tra gli studiosi più
autorevoli del pensiero ebraico medievale. È presidente del Tribunale
rabbinico del Centro-Nord Italia, nonché uno dei massimi specialisti di
Mosè Maimonide (Mosheh ben Maimòn). Di questo filosofo ha, tra l’altro,
curato dei testi: Gli otto capitoli. La dottrina etica (Giuntina 2001) e
Immortalità e resurrezione (Morcelliana 2006). Sta ora uscendo il primo
volume — il secondo a fine estate — di un’opera di sintesi che
rispecchia i suoi studi, i mille percorsi: «Ricordati dei giorni del
mondo». Storia del pensiero ebraico dalle origini all’età moderna (Edb,
pp. 272, e 16.50). Nel successivo volume verrà esaminato il periodo
dall’Illuminismo al mondo contemporaneo. Non si tratta semplicemente di
una storia della filosofia ebraica, ma di una sintesi dell’inesausto
pensare che testi biblici, talmudici, intuizioni mistiche della Qabbalah
e produzioni vastissime della normativa rabbinica, la Halakhah, hanno
accumulato accanto alle congetture filosofiche.
Rav Laras prende il lettore per mano guidandolo dallo shock che il
pensiero talmudico sperimentò entrando in contatto con la razionalità
greca fino alla grande sintesi scolastica medievale. È un’epoca in cui
emergono due figure colossali: Sa’adyah ben Yoséph ha-Gaòn (882-942),
primo traduttore della Bibbia in arabo, secondo il quale «per ben
credere bisogna ben ragionare»; e Mosè Maimonide (1135-1204), giurista,
medico, rabbino, pensatore innamorato di Aristotele, ma che — sottolinea
Laras — «sul tema della creazione erige un netto steccato fra la
speculazione aristotelica e il dato della Rivelazione». Ecco inoltre
l’autore offrire preziose indicazioni sull’epoca successiva
all’espulsione degli ebrei dalla Spagna da parte di Isabella e
Ferdinando (1492). Da quel momento il loro pensiero anziché interrogarsi
su Dio si pose la questione riguardante il popolo d’Israele e il suo
destino. Nacque una «identità marranica» che si manifestò attraverso
«un’intima e straziante contraddizione all’interno dell’animo e della
psiche degli ebrei». È un aspetto della modernità. Laras sintetizza quel
che letteratura e filosofia registreranno nei secoli successivi
attraverso le opere di eminenti protagonisti: «Essere e non-essere,
essere “fuori” ed essere “dentro”, volere e rifiutare, a cavallo tra
ebraismo e cristianesimo, tra appartenenza al popolo di Israele e
formale adesione al cattolicesimo, tra fedeltà sincera e tenace
all’ebraismo e paura del peccato di apostasia: queste le caratteristiche
di un vero e proprio sdoppiamento della personalità, che talvolta
raggiunse una sorta di para-schizofrenia». Si pensi a Spinoza e al suo
maestro, il qabbalista Menasheh ben Israel, che ebbe tra l’altro un
ruolo rilevante nelle trattative con il governo di Oliver Cromwell per
la riammissione nei territori inglesi degli ebrei, espulsi nel 1290.
In entrambi i volumi (il secondo abbiamo avuto il permesso di vederlo in
bozze) si nota il grande contributo dell’ebraismo italiano in seno alla
più generale storia del pensiero ebraico e della normativa rabbinica.
Lo provano figure quali Elia Delmedigo, maestro di Qabbalah di Pico
della Mirandola e prezioso traduttore di Averroè, o Abravanel padre
(uomo di Stato e commentatore dei testi biblici) o suo figlio,
l’umanista noto come Leone Ebreo, autore dei Dialoghi d’amore (Roma
1535) in cui si fondono in una luce neoplatonica teorie ermetiche,
orfismo, mistica ebraica e araba. Per aggiungere un altro protagonista:
Leon da Modena, morto a Venezia nel 1648. Anche se fu tormentato dal
vizio del gioco d’azzardo, lasciò scritti dottrinali e apologetici di
notevole valore, tra i quali Arì Nohèm (Il leone ruggente ), in cui
confutava la Qabbalah e si suoi sostenitori.
Il secondo volume si occupa della contrastata penetrazione del pensiero
illuminista in seno alla tradizione dei figli d’Israele, dello scontro
tra l’ortodossia rabbinica e la riforma ebraica (oggi coincidente con la
maggioranza dell’ebraismo nord americano) e della nascita del sionismo.
Laras sottolinea che il Novecento presenta una «difficile mappatura»,
giacché resta il secolo dei Protocolli dei savi anziani di Sion , della
Shoah, della nascita dello Stato d’Israele (1948) e della «disfatta
della filosofia» (così definisce l’adesione di Heidegger al nazismo).
La prefazione del libro è del cardinale Carlo Maria Martini. Fu scritta a
suo tempo per la collana che ospita l’opera, «Cristiani ed ebrei», ma
qui assume un particolare significato per l’amicizia che ci fu tra Laras
e il porporato. I due, oltre ad avviare il dialogo ebraico-cristiano,
si incontrarono poche settimane prima della scomparsa del cardinale. E
reciprocamente si benedirono.
Postmodernismo e quistione meridionale: da Gramsci... a Deleuze
a cura di Orizzonti Meridiani: Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni, ombre corte
Risvolto
In modi diversi, i contributi raccolti in questo volume gettano uno sguardo assolutamente originale sulla condizione del Meridione d'Italia. Ne interrogano, anzi, l'esistenza stessa, a partire da una comune, autonoma temporalità, dal sentimento del luogo e del movimento che ne costituisce la specificità. Sono esercizi di decostruzione delle vecchie categorie concettuali sulle quali per anni si è fondata la tradizionale "questione meridionale": la coppia sviluppo/sottosviluppo, dispositivo di governo che attraversa tutta la storia del Mezzogiorno, sancendone la presunta "arretratezza"; i discorsi di inferiorizzazione, spesso esplicitamente razzisti, che hanno avuto ampia parte nella costruzione della subalternità del Sud; le retoriche dello stato d'eccezione e della perpetua "emergenza". Allo stesso tempo, sondano le nuove pratiche del comune, della riappropriazione, degli esperimenti di welfare dal basso, che animano le lotte della società meridionale.
In modi diversi, i contributi raccolti in questo volume gettano uno sguardo assolutamente originale sulla condizione del Meridione d'Italia. Ne interrogano, anzi, l'esistenza stessa, a partire da una comune, autonoma temporalità, dal sentimento del luogo e del movimento che ne costituisce la specificità. Sono esercizi di decostruzione delle vecchie categorie concettuali sulle quali per anni si è fondata la tradizionale "questione meridionale": la coppia sviluppo/sottosviluppo, dispositivo di governo che attraversa tutta la storia del Mezzogiorno, sancendone la presunta "arretratezza"; i discorsi di inferiorizzazione, spesso esplicitamente razzisti, che hanno avuto ampia parte nella costruzione della subalternità del Sud; le retoriche dello stato d'eccezione e della perpetua "emergenza". Allo stesso tempo, sondano le nuove pratiche del comune, della riappropriazione, degli esperimenti di welfare dal basso, che animano le lotte della società meridionale.
In queste pagine - che nascono dall'esperienza di Orizzonti meridiani,
una rete che collega ricercatori ed esperienze militanti, e che prova da
qualche anno a sperimentare un simile "materialismo geografico" -
Gramsci incontra i Subaltern Studies e le prospettive postcoloniali, per
una cartografia delle lotte, delle resistenze, delle insorgenze che, da
Sud, tracciano un'alternativa altermoderna, oltre la crisi del modello
lineare e omologante di sviluppo imposto dal neoliberismo.
gli autori Adalgiso Amendola, Francesco S. Caruso, CS Anomalia, CSA Depistaggio, CS ExKarcere, Anna Curcio, Girolamo De Michele, Francesco Festa, Francesco Ferri, L.S.A. Assalto, Lab. soc. Bancarotta 2.0 - Lido Pola liberato, Lab. soc. Quarto Mondo, Giorgio Martinico, Sandro Mezzadra, Caterina Miele, Carmine Pace, Antonello Petrillo, Marta Petrusewicz, Ugo Rossi, Nicola Savoia, CSOA Tempo Rosso, Zer081 - Zona di esperienze ribelli
il curatore
Orizzonti meridiani è una rete e un percorso di autoformazione, inchiesta sociale e conricerca, promosso da alcuni collettivi politici e centri sociali del Sud d'Italia, il cui intento è affrontare la rappresentazione che viene data "dei" sud dal pensiero dominante e di farne una "pratica teorica" per intervenire nei movimenti sociali, di cui le realtà promotrici sono parte attiva.
gli autori Adalgiso Amendola, Francesco S. Caruso, CS Anomalia, CSA Depistaggio, CS ExKarcere, Anna Curcio, Girolamo De Michele, Francesco Festa, Francesco Ferri, L.S.A. Assalto, Lab. soc. Bancarotta 2.0 - Lido Pola liberato, Lab. soc. Quarto Mondo, Giorgio Martinico, Sandro Mezzadra, Caterina Miele, Carmine Pace, Antonello Petrillo, Marta Petrusewicz, Ugo Rossi, Nicola Savoia, CSOA Tempo Rosso, Zer081 - Zona di esperienze ribelli
il curatore
Orizzonti meridiani è una rete e un percorso di autoformazione, inchiesta sociale e conricerca, promosso da alcuni collettivi politici e centri sociali del Sud d'Italia, il cui intento è affrontare la rappresentazione che viene data "dei" sud dal pensiero dominante e di farne una "pratica teorica" per intervenire nei movimenti sociali, di cui le realtà promotrici sono parte attiva.
La logica del ricordo
Tempi presenti. «Briganti o emigranti», un lavoro collettivo di ricercatori e studiosi, pubblicato da ombre corte. Un'analisi sulla memoria meridionale come antidoto all'immaginario nazionale egemonico e gerarchico
Miguel Mellino, il Manifesto 20.6.2014
Il rapporto tra ricordo e memoria è sempre conflittuale. Ce lo ricordava anche un bergsoniano come Gilles Deleuze nel suo lavoro sul cinema: la memoria è ciò che il ricordo non riesce a contenere. La memoria, al contrario del ricordo, è un flusso informe e incontrollabile; un magma impersonale e collettivo, esterno a noi, incapace di scorrere tranquillo entro argini artificiali. La memoria è agita dal desiderio, non tollera quindi alcuna condizione-Stato: non ha essenza né tempo né origine, poiché è sempre riattivata dal presente; irrompe quindi come rottura, come conflitto verso tutto ciò che le si oppone.
Questa contrapposizione deleuziana torna utile per inquadrare il recente Briganti o emigranti (ombre corte), a cura di Orizzonti meridiani, una rete che collega ricercatori e diverse soggettività politiche dedita alla conricerca, all’inchiesta teorico-politica militante. Si può dire infatti che Briganti o emigranti, sin dal titolo, sia un prodotto di un (eterno) dirompente ritorno della memoria subalterna del Sud tra le crepe di un ricordo nazionale italiano sempre meno «egemonico» e sempre più in rovine, ovvero sempre più vuoto, rituale, istituzionale e autoritario.
Un ricordo che può certo ancora usufruire del potere interpellante di quelli che Althusser chiamava gli «apparati ideologici dello stato», ma che non riesce più ad addomesticare una memoria meridionale popolare e ribelle; una memoria che si è fatta sempre più insistentemente resistenza attiva e insorgenza, lotte di riappropriazione dal basso, come mostrano le mobilitazioni sul ciclo dei rifiuti o quelle più recenti contro il «biocidio»; si tratta di un’intelligenza collettiva che alcuni saggi del volume propongono di interpretare, a partire da quello che possiamo chiamare il Gramsci foucaultiano e meridiano di Partha Chatterjee, come una vera e propria «politica dei governati».
Confini e flussi
Sta qui uno dei principali elementi di interesse di questo lavoro collettivo: nel proporre una lettura dei numerosi movimenti che hanno attraversato in questi anni le terre del Sud come effetti di una «memoria meridionale altermoderna», di un’alternativa politica meridiana, espressione della cooperazione sociale tipica del meridione e della sua ricchezza soggettiva, del tutto incapace di abitare quella «sala d’attesa della storia» – per riprendere qui il noto enunciato critico di Chakrabarty – in cui l’ha confinata dal momento stesso dell’unificazione il discorso (del ricordo) egemonico nazionale. Tuttavia, porre i movimenti meridionali sul flusso della memoria, non significa qui alcuna nostalgia del passato: anzi, significa soprattutto spezzare l’ordine gerarchico imposto dalla costruzione discorsiva della «questione meridionale», smascherare il suo architrave concettuale e politico – passato e presente – come mera «violenza epistemica» a danno del meridione stesso.
Nella (ri)lettura meridiana e postcoloniale del passato e del presente del mezzogiorno che ci propone Briganti o emigranti questo punto emerge con assoluta chiarezza: la «questione meridionale» come dispositivo di governo del Sud non è stata che una variante locale o nazionale dell’immaginario storicistico del coloniale occidentale.
La memoria dello sterminio del brigantaggio, del razzismo antimeridionale costitutivo dello stato unitario e post-unitario, dello stato d’eccezione permanente come strategia necessaria di «incivilimento» e «modernizzazione» del meridione, delle lotte di resistenza delle popolazioni meridionali, non appare qui rivolta all’indietro, ma lanciata verso il futuro, ovvero come immaginazione teorica e politica di un altro modo di stare e abitare il mondo; come un’immaginazione «altra» e alternativa non soltanto al tradizionale regime statale sviluppista di regolazione delle condotte, bensì all’attuale governance neoliberista delle soggettività, delle culture, dei saperi e dei territori.
Al di là della pluralità di sguardi che lo compongono, dunque, Briganti o emigranti può essere certamente inserito, a pieno titolo, nel sempre più folto campo degli «studi postcoloniali sull’Italia».
Tuttavia, è bene precisare, se guardiamo a questa particolare correnti di studi, che si tratta di un lavoro in un certo senso atipico. In effetti, buona parte dell’originalità del testo sta soprattutto, oltre che nell’offrire un’intera sezione dedicata a casi specifici di «inchiesta politica-territoriale» a carico di diversi collettivi ed esperienze militanti, nel suo prendere corpo a partire da una combinazione assai singolare di diverse prospettive teoriche: il marxismo gramsciano (non tanto nella sua versione più tradizionale in Italia, bensì nella traduzione proposta da autori come Guha, Stuart Hall e Chatterjee), operaismo e post-operaismo (interessante la ripresa e riattualizzazione di un classico come Stato e sottosviluppo (1972), di Ferrari Bravo e Serafini), gli studi foucaultiani sulla governamentalità e la biopolitica, gli studi postcoloniali (in particolare Orientalismo di Said), e gli studi subalterni indiani.
È precisamente questa singolare combinazione di sguardi a dare al testo una certa uniformità sotterranea, consentendogli allo stesso tempo di andare oltre uno dei limiti più marcati degli studi postcoloniali, italiani e non: il loro eccessivo situarsi su una dimensione prettamente estetica e/o letteraria, la loro afferenza a quello che possiamo chiamare il mero «campo delle rappresentazioni».
Dalla lettura di Briganti o emigranti, al contrario, emerge un approccio all’ordine del discorso, per dirla con Foucault, non soltanto in quanto mero «sistema di rappresentazioni», bensì come «insieme di politiche materiali» di governo. Mi pare che è proprio a partire da questa concezione che possa essere interpretata la proposta di un nuovo «materialismo geografico», come metodo di decostruzione e ricostruzione delle soggettività meridiane, presente in alcuni dei saggi del volume. In questo senso, si può dire Briganti o emigranti lanci un nuovo programma di ricerca teorica e politica postcoloniale sul mezzogiorno.
Prospettive rovesciate
Ma se la ricerca di un orizzonte politico meridiano altermoderno non sta a significare, come si è detto, alcuna nostalgia per il passato, essa non insegue nemmeno la rivendicazione di un qualsiasi particolarismo locale, regionale o identitario.
Su questo punto Briganti o emigranti traccia un confine più o meno netto con la prospettiva promossa, ad esempio, dal «pensiero meridiano» di Franco Cassano e altri. Porre gli attuali movimenti del Sud lungo la traccia di una «memoria meridiana altermoderna» significa schiudere la politica di riappropriazione integrale della vita che li sottende alla costruzione materiale del comune; sottolineare l’inflessione meridiana di queste nuove soggettività politiche territoriali non equivale, dunque, a promuovere alcuna chiusura regionalistica, bensì a mettere in luce il rovesciamento dei dispositivi di sfruttamento del capitalismo neoliberale attuato dalle lotte dei movimenti del Sud a partire da una singolarità storica specifica. Si tratta di una strategia che assume un’importanza «ricompositiva» del tutto particolare alla luce del conflitto sempre più aspro tra la Ue dell’austerity, della precarizzazione e della razzializzazione dei Pigs e i movimenti del Sud dell’Europa.
Come a dire che il contributo politico dell’Europa mediterranea alla risoluzione della crisi europea non può passare attraverso spinte autonomiste o localiste, bensì dalla ripresa del discorso sull’Europa a partire da quello che possiamo chiamare una «rottura meridiana» improntata al comune.
Saperi «irregolari»
Come suggerito dal Deleuze da cui siamo partiti, la memoria porta con sé la stessa immanenza sovversiva del moderno. L’irruzione della memoria interrompe la linearità cronologica del tempo, apre a temporalità sincroniche e molteplici e finisce così per dissolvere o disattivare il ricordo contenuto e trasmesso dagli archivi. La memoria, prima o poi, finisce per far vacillare ogni sembiante. Se negli archivi storici non troviamo alcuna traccia della subalternità, come avvertiva Gayatri Spivak nel suo saggio più noto, questo accade perché essi – i saperi dominanti – sono governati dalla logica del ricordo. La memoria, invece, come suggerisce Guha, è sempre subalterna, poiché apre alla storicità (allo spazio-tempo reale e autonomo dei subalterni) e chiude alla Storia (dello Stato-nazione).
Nel suo La Storia ai limiti della Storia del Mondo (2002), per esempio, egli si chiedeva come stare dentro la storia intesa come storicità, ovvero non come storia dello Stato ma delle masseo della gente comune? Era proprio a partire da questo interrogativo che la categoria gramsciana di subalterno aveva cominciato a caricarsi di senso in India, fino a sfociare nella «politica dei governati» di Chatterjee.
Briganti o emigranti sembra aver raccolto anche questa sfida posta dagli storici dei subaltern studies ai saperi coloniali occidentali, gettandone i primi lineamenti in Italia: si tratta di una sfida cruciale per l’ulteriore sviluppo di una prospettiva marxiana degli studi postcoloniali italiani.
La riscoperta di Minogue in Italia

Bisogna dire che i liberali riescono a sviluppare una politica culturale seria; i marxisti non più e devono accontentarsi di Zizek [SGA].
Kenneth Minogue: Breve introduzione alla politica, IBL, pagg. 202, euro 18
Risvolto
Che cos’è la politica? Kenneth Minogue comincia la sua riflessione
dalle società greca e romana: laddove la discussione politica, per come
la conosciamo in Occidente, ha avuto inizio. Le idee e i concetti
elaborati allora determinano ancora oggi il perimetro del dibattito:
dalla cittadinanza al patriottismo, dall’individualismo al senso della
comunità.
Questa Breve introduzione alla politica
si sviluppa attraverso una duplice prospettiva: storica e teorica.
Minogue riesce così a delineare alcune grandi tendenze che
caratterizzano l’epoca moderna. Tra queste, il conferimento di un ruolo
sempre maggiore allo Stato, che riduce gli spazi di autonomia della
persona e cambia in profondità obiettivi e ambizioni della politica.
Minogue esamina soprattutto le conseguenze negative dell’egualitarismo
(che comporta una crescente deresponsabilizzazione degli individui) e
dell’idealismo politico (che con le buone intenzioni apre la strada al
potere dispotico).
Per l’autore, l’ordine
giuridico-politico non può soddisfare le esigenze fondamentali della
persona umana: ha unicamente il compito di disegnare la cornice
istituzionale entro cui gli individui possono provare a essere se
stessi. La società libera è un equilibrio sempre precario.
Kenneth Minogue
(1930-2013) è stato uno dei maggiori filosofi politici degli ultimi
cinquant'anni. Nato in Australia, ha insegnato alla London School of
Economics, dove fu chiamato da Michael Oakeshott e dove è stato
Professore di Scienza Politica dal 1984 al 1995. È stato inoltre
Presidente della Mont Pelerin Society, l’associazione internazionale di
studiosi liberali fondata da Friedrich A. von Hayek. Nel 2012, IBL Libri
ha pubblicato il suo capolavoro: La mente servile. La vita morale
nell’era della democrazia.
L'interventismo
crea apparati elefantiaci che hanno come solo risultato la limitazione
delle libertà individuali e d'impresa. Risultato? La rivolta
Giampietro Berti
- il Giornale Ven, 20/06/2014
martedì 17 giugno 2014
Non avrai altra democrazia al di fuori della postdemocrazia: il liberalismo torna all'Ottocento

Si è riaperta ormai la spaccatura tra liberalismo e democrazia, quella distanza che era stata colmata soltanto nel Novecento e soltanto grazie a una lunghissima lotta di classe e 2 guerre mondiali. I liberali di ogni tendenza politica, anche quelli di sinistra, ritornano oggi a praticare l'apologia dell'esistente: accontentatevi [SGA].
Risvolto
Non crediamo più
nella capacità della politica di risolvere i nostri pressanti problemi?
Siamo ormai scettici circa le istituzioni democratiche? Questo libro
vuole farci cambiare idea, dimostrando che la politica democratica
mantiene molte più promesse di quante siamo disposti ad ammettere. La
nostra disillusione deriva dal fatto che diamo per scontato ciò che la
democrazia faticosamente assicura. E che attribuiamo ai diritti
individuali un peso assai maggiore di quello accordato alle
responsabilità verso la società e le generazioni future. Avversione e
disprezzo per la politica peraltro fanno presa in chi dimentica i
terribili costi delle alternative – autoritarie, populiste,
tecnocratiche – alla democrazia.
Matthew Flinders, docente nell’Università di Sheffield, è tra i più influenti politologi britannici; collabora con il «Times» e il «Guardian».
Perché credere ancora nella democrazia oggi? In un volume tradotto da Il Mulino, uno dei più autorevoli politologi britannici analizza il diffuso scetticismo verso le istituzioni democratiche e prova farci cambiare idea
Luca Gino Castellin Europa 16 giugno 2014
Esiste un "Archivio Carlo Sini"
E si trova qua: http://www.archiviocarlosini.it/
Se fossi in Carlo Sini mi toccherei.
Sorge però il sospetto che l'archiviato sappia. Pare infatti che siano in preparazione anche le "Opere" di Carlo Sini...
Più sotto un esempio della archiviabile prosa di Carlo Sini [SGA].
Oltre il movimento
Quel ritmo corporeo che mima l’armonia dell’universoE il cammino diventa danza per procedere con dignità L’uomo va avanti nel suo destino. Da interpretare
di Carlo Sini Corriere 19.6.14
«Mentre
gli altri animali tengono proni lo sguardo verso la terra, gli dèi
vollero che gli uomini, eretti, levassero il volto a mirare il cielo e a
guardare le stelle»: così Ovidio nelle Metamorfosi (I, 84). L’intuito
dei poeti trova qui una conferma, perché l’acquisto della postura eretta
fu indubbiamente uno degli eventi decisivi per il destino degli umani
sul pianeta. Per una ragione o per un’altra, forse legata ai mutamenti
del clima e alla necessità di muoversi rapidamente nelle pianure
africane, i nostri antenati impararono a camminare. Liberarono così, in
un colpo solo, le mani e la bocca, destinandole a compiti nuovi e
straordinari: dalla fabbricazione di armi e di utensili
all’articolazione dei suoni della voce, mettendosi letteralmente in
cammino verso il linguaggio. A dire il vero non furono i soli. Prima di
loro altre specie e varietà di ominidi imboccarono la via della postura
eretta e la perfezionarono per lungo tempo anche contemporaneamente a
noi, ma non c’è dubbio che della marcia sul pianeta divenimmo poi i
campioni assoluti, distanziando tutti gli altri, scomparsi via via nella
oscurità di un passato che solo vaghe tracce testimoniano per il sapere
dei nostri scienziati: anche loro hanno camminato a lungo e ancora
camminano a ritroso con l’immaginazione e la ricerca.
Homo viator :
Bruce Chatwin, nei suoi suggestivi racconti, ci ha ricordato che la
maggior parte del tempo trascorso ci ha visti impegnati in un nomadismo
perenne e che solo molto di recente siamo diventati stanziali. La
nostra, secondo Chatwin, è nel profondo un’anima di viaggiatori, dotati
di un corpo irrequieto come quello di Ulisse: se resta fermo declina, si
ammala, non fosse altro per nostalgia dell’ignoto e del mai conosciuto.
E così la metafora del viandante, che tutte le arti hanno frequentato e
che nella musica di Schubert trova una realizzazione perfetta, è
indubbiamente una delle più efficaci per comprendere la sorte dell’umana
vicenda. Non ci siamo accontentati di misurare a grandi passi il
giardino di Adamo; abbiamo voluto percorrere i mari e poi addirittura
slanciarci nei cieli: non soltanto contemplarli come cantano i poeti.
Questo
poi non è tutto, perché è molto riduttivo, o addirittura sbagliato,
considerare la deambulazione degli umani solo dal punto di vista del
movimento rettilineo di traslazione e dei parametri della velocità e
della distanza percorsa. C’è dell’altro, che ci separa nettamente da
tutti gli animali e ci rende unici sul pianeta. C’è il fatto cioè che
noi e noi soli, per dire la cosa propriamente, danziamo, trasformando
l’alternarsi dell’equilibrio e dello squilibrio nel movimento dei piedi
in un ritmo corporeo e in un canto spirituale che mima palesemente
l’armonia dell’universo e il ciclico corso delle celesti sfere: non si
può negare che questo Ovidio l’avesse compreso. La danza è così il primo
pensiero degli umani e la matrice di tutte le arti, sicché solo
danzando e continuando a danzare, in senso reale e metaforico,
testimoniamo di un inizio che nella notte dei tempi ci ha aperto, sulla
terra e nel cielo, il cammino della verità e del destino. Molto povera
sarebbe una cultura dimentica di questi aspetti, una cultura attenta
solo agli esiti pratici e alla efficienza dei nostri mezzi di
locomozione, anche se indubitabilmente straordinaria nel percorrere lo
spazio che abbiamo reso disponibile alle nostre avventure. Bisogna
ricordare che nella misura del chilometraggio il cerchione della ruota
viaggia sì sempre più lontano, ma non può mai procedere più di quanto
proceda il suo mozzo, l’immobile centro della ruota stessa.
Questa
essenzialmente è la verità perenne della danza: ritmo del ritorno e
della memoria ricostruttiva e costruttiva, senza la quale il procedere
in avanti rischia di assomigliare al folle volo di Icaro, incarnazione
sprovveduta dell’arte di Dedalo. Animali autenticamente tecnici, figli
di quell’automa semovente che è la cultura, gli umani rischiano il non
senso e forse la catastrofe se si dimenticano di danzare, cioè di
procedere non solo con efficienza, ma anche con grazia e dignità, come
diceva Schiller. Procedere memori di un destino che in ogni tempo va
cantato e rappresentato, interpretato e riprodotto in tutti i saperi
dell’umano, così che l’enigmatica luce che un giorno si accese continui a
illuminare la notte e a dare senso al cammino.
Un filone islamico della "non violenza"

Ma l'islam che si dissocia da "violenza ed estremismo" e che condanna in un colpo solo, come se fossero la stessa cosa,"Osama bin Laden e Saddam Hussein", cosa ha da dire su Obama? [SGA].
Cercasi Gandhi per i musulmani
Ramin Jahanbegloo Avvenire 17 giugno 2014
Ramin Jahanbegloo Avvenire 17 giugno 2014
lunedì 16 giugno 2014
Roberto Esposito sul libro di Nadler e altri spinozismi

Steven Nadler: Un libro forgiato all'inferno. Lo scandaloso «Trattato» di Spinoza e la nascita del secolarismo, Einaudi
Un romanzo e una monografia dedicate al filosofo rilanciano l’idea della repubblica federale olandese
Roberto Esposito 139 16-06-2014 la repubblica 34/35
E se fosse Spinoza l’autore in cui cercare un punto di riferimento in
una fase in cui è sempre più difficile orientarsi sul piano filosofico e
soprattutto politico? E se perfino questa Europa, sospesa tra vecchi
nazionalismi e nuovi populismi, prestasse qualche attenzione alla
Repubblica delle Sette Province Unite olandesi in cui egli visse,
godendo di insolita libertà intellettuale all’interno di un continente
insanguinato da guerre ininterrotte?
Certo, quella sorta di zona
franca, di felice anomalia, che furono i Paesi Bassi rispetto agli Stati
assoluti, si chiuse presto, come la condanna e l’espulsione di Spinoza
dalla comunità ebraica testimoniano. Eppure Il sogno di Spinoza - come
s’intitola il romanzo di Goce Smilevski appena tradotto da Guanda -
continua ad interpellarci non solo sul nostro passato, ma anche sul
nostro futuro.
In verità esso non tratta di questioni politiche e
considera solo di scorcio la prospettiva filosofica di Spinoza. Di cui
delinea, però, con maestria, il mondo interiore - turbamenti, emozioni,
ossessioni. La vita, in continuo transito tra Amsterdam, Rijnsburg e
l’Aia; il mestiere, singolare per un filosofo, di tornitore di lenti; le
amicizie, tra cui quella, forse sul punto di scivolare in passione, con
la sua giovane maestra di latino Clara Maria Van den Enden, e l’altra
con l’allievo, studioso di Cartesio, Joan Casearius.
Forse nulla più
del libro di Robert Burton sulla malinconia, insieme al celebre dipinto
di Rembrandt Lezione di anatomia del dottor Tulp , in cui lo scalpello
del medico penetra nelle carni aperte di un cadavere, restituiscono il
clima di quegli anni e anche qualcosa della psicologia di Spinoza -
pensatore della vita perché perennemente ossessionato dalla caducità
dell’esistenza. La sua stessa idea di una sostanza infinita ed eterna,
in cui Dio coincide con la natura delle cose, può essere interpretata
anche come il punto di resistenza nei confronti di qualcosa che ci viene
sottratta in un modo inaccettabile e prepotente.
La resistenza
all’oppressione e all’intolleranza è, d’altra parte, la cifra
dell’intero pen- siero di Spinoza. In particolare di quel saggio contro
ogni forma di teologia politica che curiosamente ha proprio il titolo di
Trattato teologicopolitico.
«Un libro forgiato all’inferno», come fu
definito dai nemici del filosofo e adottato come titolo della
monografia spinoziana, adesso tradotta da Einaudi, di Steven Nadler.
Autore già di un altro lavoro su Spinoza e l’Olanda del Seicento, nonché
di un originale saggio su Descartes, dal titolo Il filosofo, il
sacerdote e il pittore , entrambi editi da Einaudi, Nadler riesce nella
difficile impresa di presentare il complesso pensiero di Spinoza ad un
ampio pubblico senza tradirne i contenuti peculiari.
Ma che cosa c’è
di tanto scandaloso nel suo Trattato? Cosa ne fa un libro maledetto
destinato alla distruzione e all’oblio? Si tratta di una coraggiosa,
almeno per allora, difesa dell’autonomia della filosofia, e anche della
politica, dalla invadenza della religione. Rifiuto dei miracoli e del
ruolo divino dei profeti, riduzione della provvidenza all’insieme delle
leggi di natura, attribuzione della Bibbia all’opera dell’uomo sono i
contenuti blasfemi in base ai quali Giordano Bruno era stato bruciato
appena pochi decenni prima. Qualcosa di non meno pericoloso delle
scoperte astronomiche che Galileo fu costretto ad abiurare. Ma
l’elemento forse più rilevante in termini politici sta nella maniera in
cui la negazione del carattere trascendente ed onnipotente della Persona
divina si traduce nel rifiuto di quella del monarca. Ecco ciò che
differenzia Spinoza da Hobbes. Come questi, anch’egli è alla ricerca di
una forma politica che metta fine al caos delle guerre di religione. Ma
anziché individuarla nello Stato Leviatano, vale a dire nel potere
assoluto che condiziona la protezione dei sudditi alla loro obbedienza,
lo individua in una forma di democrazia che, contro il modello
monarchico e aristocratico, rispetta la libertà dei cittadini. Con ciò
Spinoza non intende negare il principio di autorità politica, ma
sottoporlo ad una legittimazione diffusa in base alla quale il diritto
di definire quello che è nell’interesse di tutti spetta al popolo
stesso.
Per certi versi Spinoza non fa che riprodurre in forma
radicale il regime politico della Repubblica olandese della seconda metà
del secolo, assediata dagli eserciti delle monarchie assolute. Essa era
governata, in forma federale, dai rappresentanti delle Sette Province
Unite, provenienti dal ceto mercantile delle città olandesi, gelose
della propria indipendenza nei confronti sia della Chiesa che, almeno
entro certi limiti, dello Stato centrale. Allorché Johan de Witt,
deputato permanente di Dordrecht e punto di riferimento politico dei
democratici radicali, fu assassinato, quel modello che rappresentava
un’eccezione vistosa nell’Europa del tempo crollò, perdendo le sue
connotazioni più peculiari. La messa al bando dell’opera di Spinoza fu
anche conseguenza di questa restaurazione. Ma tale esito non cancella,
né sul piano filosofico né su quello politico, il significato di quello
straordinario esperimento. Al suo centro era il progetto, fino allora
inaudito, di una federazione costituzionale che escludeva ogni carica
centralizzata e onnipotente. Ad ogni provincia era invece riconosciuto
il diritto di avere i propri rappresentanti, senza per questo indebolire
la loro unione, cui restavano le competenze della politica estera e
finanziaria.
Quali suggestioni tale modello costituzionale possa
contenere per un mondo, come il nostro, che ha conosciuto la crisi di
tutti i Leviatani, non è difficile intuire. Persino l’Unione europea
potrebbe riprodurne qualche tratto, nel difficile equilibrio tra unità e
differenze nazionali. Naturalmente senza omologare situazioni e
problematiche separate da secoli di storia e di pensiero. Se però
ricordiamo l’insistenza di Spinoza sulla necessità di contenere le
inevitabili spinte passionali nei limiti della razionalità, possiamo
ricavarne un’indicazione che muove in direzione contraria sia a un’idea
di sovranità trascendente - al potere assoluto degli Stati sovrani - sia
agli impulsi anarchici e irrazionali che alimentano la crescita dei
nuovi populismi.
Dentro il postmoderno letterario: nel laboratorio della factory Wu Ming
Wu Ming, storie tra strada e archivio
Ecco uno dei motti di riferimento del collettivo di scrittori bolognesi
di Wu Ming 1 l’Unità 16.6.14
FIN DAGLI ESORDI UNO DEI NOSTRI MOTTI È: «RACCONTARE LE NOSTRE
STORIE CON OGNI MEZZO NECESSARIO». Solitamente queste storie le
peschiamo dai «luoghi oscuri», dai coni d’ombra e dai rimossi della
storia (nazionale ma non solo), e/o le troviamo interrogando le
cicatrici del paesaggio. Un altro nostro motto è: «Stare tra l’archivio e
la strada». Su quel materiale ci sforziamo di esercitare uno sguardo il
più possibile «obliquo», sghembo, spiazzato.
Se di fronte alla
storia ci limitiamo alla visione frontale, quella di primo acchito,
inerziale, che avviene by design, della storia non vedremo che il
monumento, ovvero ciò che è stato selezionato per produrre una
retrospezione «ispirante» e dunque rosea. La storia monumentale vorrebbe
dirci che «la grandezza, un giorno esistente, fu comunque possibile e
perciò sarà anche possibile di nuovo; (l’uomo) percorre più coraggioso
il suo cammino, poiché ora è sgominato il dubbio, che lo afferra nelle
ore di maggior debolezza...» Sto citando dalla seconda delle
Considerazioni inattuali di Nietzsche, che subito dopo avverte: «Quanta
diversità dev’essere al riguardo ignorata (...) Come violentemente
l’individualità del passato deve essere compressa a viva forza entro una
forma universale e smussata, ai fini della concordanza, in tutti gli
spigolosi angoli e linee!» Un monumento vuole sempre raccontarci una
sola storia a scapito di tante altre, imporre un unico punto di vista su
tanti altri.
Faccio un esempio che conosco bene, essendo ormai
triestino d’adozione: se andiamo a Basovizza, presso la più celebre
delle «foibe» (che in realtà foiba non è, trattandosi di un pozzo
minerario), e quivi rimiriamo il monumento, eccoci esposti a un racconto
unico, quello dei «barbari slavocomunisti » e delle «vittime italiane»,
uccise - come vuole la più banale delle vulgate - «solo perché
italiane». L’Italia è un paese incapace di raccontarsi se non come
vittima, gli italiani sono sempre innocenti, nella tragedia hanno un
ruolo e non è consentito che ne interpretino altri, lo dimostrano le
vicende del film Il leone del deserto e del documentario Fascist Legacy.
Cosa viene rimosso dal monumento a Basovizza, come del resto da tutti i
monumenti dedicati ai «martiri delle foibe»? Viene rimossa l’intera
storia del confine orientale dalla Grande guerra al maggio 1945:
l’italianizzazione forzata, l’esproprio delle terre di sloveni e croati,
l’invasione nazifascista della Jugoslavia, i crimini di guerra del
Regio Esercito, la trasformazione di Lubiana in un grande campo di
concentramento, l’annessione di Trieste e dintorni al Terzo Reich...
Tutti «spigolosi angoli e linee» che è meglio far scomparire. L’esempio è
estremo, ma non c’è monumento che non faccia questo, anche partendo
dalle migliori intenzioni. Quanti monumenti alla Resistenza risultano
bolsi, tronfi, ridondanti, e finiscono per allontanare quell’esperienza
trasformandola in cliché?
Tuttavia, se un monumento lo aggiriamo,
può capitarci di scoprire una storia diversissima, una storia
alternativa. Non la consueta, banalissima, «storia nascosta», esoterica,
occulta, quella che piace ai complottisti, ma la storia del conflitto
che viene ogni volta rimosso, del molteplice ricondotto a forza all’Uno.
Non c’è «smussatura» che possa cancellare il molteplice, perché è
insopprimibile. In ogni società e fase storica il conflitto è endogeno,
endemico, inestirpabile, e basta davvero poco perché l’Uno torni a
essere (come minimo) due.
(...) Molti lettori si sono fermati ai
nostri romanzi storici di gruppo, da Qad Altai, ma è nell’altro filone -
meno seguito - che hanno avuto luogo le sperimentazioni importanti e
fondative. Sperimentazioni che hanno influenzato il nostro ultimo (in
tutti i sensi) romanzo storico, L’Armata dei Sonnambuli, nel cui «quinto
atto» irrompe il perturbante e si realizza la convergenza dei due
percorsi. Abbiamo cercato di raccontare la Rivoluzione francese
aggirandone il monumento (peraltro abbandonato e pieno di sterpaglie),
il contromonumento reazionario (la solfa sulla povera Maria Antonietta,
su Robespierre assetato di sangue e così via) e l’antimonumento
revisionista eretto a suo tempo da Furet e dai Nouveaux Philosophes, che
è forse la costruzione più impositiva e mononarrativa di tutte. Se il
contromonumento reazionario ci dice che la Révolution fu crudele,
asserzione a cui si può sempre rispondere con un plebeo «Grazie al
cazzo!», l’antimonumento revisionista ci dice che la Révolution fu
inutile, ed è un enunciato ben più pericoloso. Noi abbiamo cercato di
mettere in campo il molteplice, le diverse rivoluzioni dentro la
Rivoluzione. Fino al quinto atto si può credere di aver letto un
«semplice» romanzo storico (per quanto selvaggio e plurilingue esso
sia), poi nel quinto atto succede qualcosa...
Da anni ci muoviamo in
una terra di nessuno tra il «romanzo di non-fiction», la saggistica, il
giornalismo, la poesia, il travelogue e chissà cos’altro. La tradizione
è qualcosa che si sceglie, e noi rivendichiamo il carattere
distintamente italiano della nostra «non-fiction creativa». La storia
della letteratura italiana, per quanto possa sembrare strano, è in larga
parte una storia di non-fiction scritta con tecniche letterarie, o di
ibridazione tra fiction e non-fiction. (...) Dal nostro laboratorio, nel
2010, è uscito Il sentiero degli dei di Wu Ming 2. Si tratta di un
romanzo di viaggio composto da racconti collegati tra loro, e al tempo
stesso è - a tutti gli effetti - una guida per escursionisti con tanto
di mappe, foto, consigli, indirizzi e contatti utili - e
simultaneamente, senza soluzione di continuità, una controinchiesta su
com’è stato deturpato e devastato l’Appennino tosco-emiliano. Ci sono
tutti i danni e gli scempi causati da Tav e Variante di Valico. Qualche
tempo dopo sono usciti il «romanzo meticcio» Timira, diWu Ming 2 e Antar
Mohamed, e Point Lenana, scritto da me e Roberto Santachiara. Questi
ultimi due libri, usciti rispettivamente nel 2012 e nel 2013, compongono
un dittico: entrambi affrontano il nostro rimosso post-coloniale,
l’amnesia selettiva della nazione, i crimini del colonialismo italiano
in Africa, anche se non parlano solo di questo. Point Lenana racconta il
nazionalismo italiano, il fascismo, le guerre mondiali, le vicende del
confine orientale, facendo passare ogni raggio attraverso un particolare
prisma, quello del rapporto tra gli italiani e la montagna. È anche un
libro sull’alpinismo, e sulla sua dimensione politica. Tommaso De
Lorenzis lo ha definito «il risultato più estremo del lavoro di Wu Ming
sull’ibridazione dei tipi testuali», ed è vero che abbiamo utilizzato
tutte le tecniche che ci venivano in mente, tutti i tropi della
scrittura saggistica, narrativa, lirica... In realtà in L’Armata dei
Sonnambuli andiamo oltre, solo che la faccenda è più sottile.
In
fondo a molti nostri libri c’è una sezione chiamata Titoli di coda, dove
segnaliamo le nostre fonti, elenchiamo le letture fatte, i viaggi, gli
archivi consultati. In un certo senso «rilasciamo il codice sorgente del
libro», affinché il lettore possa intraprendere un suo percorso di
approfondimento, o andare alla deriva, oppure fare verifiche,
fact-checking, «ingegneria inversa». Sebbene anche nei Titoli di coda le
narrazioni proseguissero, il titolo e un certo salto stilistico li
collocavano fuori dalla cornice del testo principale. Erano un addendo,
un’appendice. Invece, in L’Armata dei sonnambuli, i titoli di coda sono
diventati il quinto atto dell’opera. Li abbiamo portati dentro la
cornice del romanzo. Manzoni chiama «Introduzione» la parte iniziale de I
promessi sposi, ponendola fuori dall’intelaiatura del romanzo, ma quel
testo è dentro la finzione dell’opera, l’estratto del documento
secentesco è invenzione, è scritto imitando l’italiano di duecento anni
prima. Oggi siamo smaliziati, sappiamo bene che quello stratagemma
narrativo è frequente nel romanzo storico (...). Oggi sappiamo anche
distinguere il documento simulato dai documenti realmente reperiti negli
archivi (le grida contro i bravi riprodotte nel primo capitolo). Anche i
famosi «venticinque lettori» a cui Manzoni si rivolgeva erano
smaliziati e in grado di cogliere la finzionalità e lo stratagemma,
perché Manzoni lo riprendeva da Cervantes e Walter Scott. Il romanzo,
dopo un lungo periodo di estrema «elasticità» nel definirlo, aveva da
tempo trovato la propria forma e andava formando il proprio canone.
Tempo addietro, la confusione tra fiction e non-fiction era frequente:
nel 1719 De Foe aveva pubblicato il Robinson Crusoe spacciandolo per
storia vera. È una volta terminata la confusione, una volta che il
romanzo conquista la distinguibilità da altre forme, che può
interrogarsi a fondo e con rigore su tale distinguibilità, e quindi sui
confini tra fiction e non-fiction. Su questo Manzoni rimane un punto di
riferimento, anche oggi, nell’era della testualità «liquida»,
dell’archivio infinito, della radicale prossimità e reciproco,
rapidissimo interpellarsi di autori e lettori.
Il quinto atto de
L’Armata dei sonnambuli non è chiamato «quinto atto» a caso, ma per
segnalare che siamo ancora dentro la cornice del romanzo: gli scrittori
entrano nel romanzo, il gioco prosegue e il lettore è sfidato a compiere
le proprie esplorazioni, per capire dove passano i confini dopo la
nostra ibridazione di archivio e finzione. Ci rivolgiamo a lettori
partecipi e attivi, ai lettori «smaliziati» di oggi. Pensando a loro,
abbiamo cercato di scrivere un libro che fosse pieno di bombe a tempo,
di mine che esplodessero solo al secondo o terzo passaggio. Un libro
che, una volta terminato, prima o poi chiamasse alla rilettura, grazie
all’ultima parte «perturbante». Siamo lieti che questo stia succedendo.
Quella che vogliamo far detonare è la consapevolezza del molteplice,
contro ogni «smussatura» mononarrativa. L’alternativa all’imposizione di
una storia è raccontarne mille altre possibili. (...)
Documenti di età vittoriana messi on line dalla British Library
La British Library mette online i tesori letterari di William Blake e Oscar Wilde
Sono consultabili gratuitamente 1200 tra libri, manoscritti, stampe e documenti del Romanticismo inglese e dell’età vittoriana
Sono consultabili gratuitamente 1200 tra libri, manoscritti, stampe e documenti del Romanticismo inglese e dell’età vittoriana
La Stampa 16/06/2014
domenica 15 giugno 2014
La guerra di posizione in Italia: ancora l'Epistolario di Palmiro Togliatti
Leggi anche qui per Serri
Il comunista che misurava i discorsi a chili Ovvero il vostro aff.mo Palmiro Togliatti
di Luciano Canfora Corriere La Lettura 15.6.14
Pensavamo di sapere quasi tutto sulla biografia e sulla documentazione
relativa a Palmiro Togliatti di cui, tra qualche mese, ricorre il
cinquantesimo anniversario della morte, avvenuta a Yalta il 21 agosto
del 1964. In realtà l’editoria riguardante l’opera di Togliatti presenta
luci e ombre. Proprio i vent’anni 1944-1964, da lui trascorsi
ininterrottamente in Italia dopo il lungo esilio impostogli dal fascismo
e dalla pesante condanna in contumacia inflittagli dal Tribunale
speciale, sono documentati mediocremente nei due tomi finali, purtroppo
selettivi, dell’edizione delle Opere pubblicati dagli Editori Riuniti.
Su iniziativa di Nilde Jotti la Camera dei deputati pubblicò tutti i
discorsi parlamentari di Togliatti. Raccolte antologiche di scritti
occasionali furono edite negli anni successivi. Non si era ancora
tentato uno sforzo in direzione dell’epistolario. Di grande rilievo,
tanto più che molte delle lettere di un uomo politico di spicco — lo
dimostra l’epistolario ciceroniano — costituiscono la prosecuzione
dell’opera sua.
Da qualche settimana, presso Einaudi, per cura di Gianluca Fiocco e
Maria Luisa Righi, è apparso un volume intitolato Palmiro Togliatti.
Epistolario 1944-1964 , con brevissima introduzione di Giuseppe Vacca,
il quale ha voluto dare al volume l’incipitaria definizione: La guerra
di posizione in Italia . È un titolo che propone già di per sé una
interpretazione del materiale offerto, nonché dell’azione politica di
Togliatti nei vent’anni più importanti della sua militanza politica.
Tale militanza viene interpretata come un programma di azione che non
perde di vista un obiettivo che si allontana però via via nel tempo,
quello della trasformazione dell’Italia in senso socialista, ma che
ritiene di avvicinarvisi attraverso una molecolare, capillare «guerra di
posizione» (formula gramsciana), nel corso della quale si produrrebbe
per gradi, ma inesorabilmente, una sorta di «rivoluzione passiva».
In attesa di una vera edizione critica dell’intero epistolario, questa
prima edizione selettiva si lascia apprezzare per le molte novità, meno
invece per le indicazioni non sempre esaurienti di carattere
archivistico. Imploriamo i due curatori di introdurre prima o dopo il
testo una tavola completa delle sigle e abbreviazioni che pullulano
lungo il testo e galleggiano qua e là nella Nota dei curatori .
La materia è talmente ricca che è difficile darne un quadro d’insieme.
Ci limiteremo a qualche esempio. Di straordinaria efficacia lo scambio
di lettere con Pietro Nenni a proposito della decadenza della prassi
parlamentare (pp. 354-355). Si tratta di lettere del maggio 1964 che
risalgono dunque ad un periodo nel quale Nenni è al governo e Togliatti
all’opposizione. Giova trascrivere la icastica descrizione dello
scadimento dello stile di lavoro dei parlamentari che Togliatti destina
al suo interlocutore: «Il problema che pongo è quello della decadenza
del dibattito e quindi anche dell’istituto parlamentare. Questi discorsi
ad aula vuota, nell’assenza totale o quasi dei partiti governativi e
dei dirigenti del governo, e i voti che intervengono poi, a corridoi
affollati, su posizioni elaborate in altra sede, sono un fatto assai
grave. Sono la conseguenza, in parte, del regime di vita parlamentare
instaurato da Gronchi, e della discriminazione delle opposizioni di
sinistra (“faccian pure discorsi, tanto non contano niente”!), ma ciò ne
accresce la gravità. Sono una delle radici del qualunquismo
antidemocratico, oggi così popolare».
La risposta di Nenni è difensiva. Addebita tale decadenza a «voi più che
a noi» e accusa il Partito comunista di «usare la tribuna parlamentare
per fini esclusivi di propaganda [...] misurando i discorsi a ore e a
chili». Ben singolare addebito da parte di un uomo che per tantissima
parte della sua vita era stato consapevole della funzione del Parlamento
come tribuna dell’opposizione. I suoi maestri socialisti ben lo
sapevano. Ma era anche prassi del parlamentarismo britannico, del quale è
pur rituale, da parte dei ben pensanti, tessere l’elogio.
Non sfugge d’altro canto, seguendo il filo di queste lettere, il
complesso di inferiorità che Nenni avverte nei confronti di Togliatti.
Non sempre, s’intende, è Togliatti all’offensiva. In circostanze ardue
la sua difesa della linea di partito è imbarazzata o addirittura
sommaria ed elusiva: si veda a p. 226 la polemica contro Salvemini che
«pone la questione dei fondi che il nostro partito riceverebbe da Stati
stranieri».
Apprendiamo infine da questa edizione che la ormai celebre lettera di
Togliatti a Donini in difesa di Gramsci e sul concetto di «storiografia
marxista» non era inedita quando fu pubblicata nel gennaio 1991: era già
apparsa nel dicembre 1989 sul «Calendario del Popolo», con una flebile
replica dello stesso Donini. Se i curatori avessero incluso la replica
di Donini, avrebbero reso un buon servizio a Togliatti.
Palmiro Togliatti (1893 - 1964)
Il Migliore, un alieno
Le lettere del leader mostrano la distanza dal nostro tempo: non confondeva la qualità delle risposte con la loro velocità
di Sergio Luzzatto
il Sole24ore domenica 15.6.14
È netta, in questo anno 2014, la vittoria postuma di Enrico Berlinguer
su Palmiro Togliatti. Per il trentesimo anniversario della morte di
Berlinguer, film, libri, pagine Facebook. Per il cinquantesimo
anniversario della morte di Togliatti, poco o niente. E ci si chiede se
ciò dipenda unicamente dai vent'anni di distanza – 1984, 1964 –
nell'esercizio ideologico e psicologico dell'amarcord. Dal fatto che nel
caso di Berlinguer la nostalgia di una certa politica e di se stessi
sia la nostalgia dei cinquantenni, cioè di chi adesso (in un modo o
nell'altro) fa opinione. Mentre nel caso di Togliatti sarebbe nostalgia
di settantenni, cioè di chi (in un modo o nell'altro) ha ormai fatto il
suo tempo.
Forse la differenza d'intensità nel l'amarcord dipende anche
da qualcosa di più sostanziale e profondo: da un rassicurante luogo
comune. Il luogo comune secondo cui Togliatti non ci parla più perché
resta, irrimediabilmente, il «compagno Ercoli»: incarna un comunismo da
Terza Internazionale, dunque condivide le colpe dello stalinismo. Mentre
a «Enrico» tutti vogliamo bene perché incarna una concezione del
comunismo diversa, quasi opposta: l'idea di una fuoriuscita dal modello
della rivoluzione bolscevica, che aveva esaurito (come Berlinguer
riconobbe nel 1981, con memorabile eufemismo) la sua «spinta
propulsiva».
Ha qualcosa di vero, evidentemente, il luogo comune sulla
lontananza storica di Berlinguer da Togliatti. Rischia però di
nascondere l'appartenenza di entrambi i leader non soltanto a una
medesima linea programmatica, la «via italiana al socialismo», ma a una
medesima cultura politica: la cultura della «Repubblica dei partiti», e
in particolare dei partiti di massa. D'altronde, l'interpretazione
stessa che i due segretari generali del Pci vollero dare delle forme
pratiche e simboliche della loro leadership testimonia di una continuità
piuttosto che di una rottura. Così come si iscrivono in continuità,
rispetto al vissuto del «popolo comunista», i cerimoniali funebri di
Togliatti e di Berlinguer: a distanza di vent'anni, due luttuose
spettacolari variazioni su un unico tema, quello del segretario del
Partito come capo carismatico.
C'è voluto non uno storico ma uno
scrittore – Francesco Piccolo, con Il desiderio di essere come tutti –
per ragionare senza ipocrisie sulla nostalgia per Berlinguer come su una
forma più o meno patetica di ricerca del tempo perduto. E c'è voluto
Piccolo per sottolineare fino a che punto i funerali di Berlinguer
chiudano un pezzo di storia dell'Italia repubblicana e ne inaugurino un
altro (che è poi il pezzo di storia che stiamo vivendo a tutt'oggi, in
una cosiddetta Seconda Repubblica segnata dalla parabola di Silvio
Berlusconi e continuata forse, chissà, dalla parabola di Matteo Renzi).
Qui, resta appunto da aggiungere che il tempo perduto di Berlinguer
somiglia al tempo perduto di Togliatti molto più di quanto i nostalgici
di «Enrico» siano disposti ad ammettere.
Il tempo perduto di Togliatti:
fra le rare iniziative che accompagnano il cinquantesimo anniversario
della sua morte va segnalata la pubblicazione, da Einaudi, di una scelta
di lettere tratte dall'epistolario del «Migliore». Lettere che si
leggono un po' come si salirebbe su una macchina del tempo. Scritte dal
1944 al 1964, nel ventennio compreso fra il rientro di Togliatti
dall'esilio moscovita e la scomparsa in quel di Yalta, le missive
indirizzate dal segretario del Pci a una varietà di destinatari –
dirigenti di altri partiti comunisti, militanti di base, alleati o
avversari politici, intellettuali vicini o lontani – valgono a
sottolineare la distanza fra il suo mondo e il nostro. Al lettore
odierno dell'epistolario, il Migliore fa l'effetto di un alieno.
Non si
tratta soltanto, prevedibilmente, dell'alienità di un uomo temprato alla
vita politica dalla doppia esperienza dei totalitarismi, di destra e di
sinistra: un uomo giunto all'appuntamento della lotta democratica,
nell'Italia postbellica, con un bagaglio di cinismo che puntualmente si
ritrova nelle sue lettere dell'epoca. Il cinismo che già nell'aprile del
1946, prima ancora delle elezioni per l'Assemblea costituente, spingeva
Togliatti a rassicurare il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi,
sul fatto che mai e poi mai il Pci avrebbe disturbato la Dc sul terreno
del Concordato con il Vaticano, né su qualsivoglia altra faccenda «che
riguardasse anche lontanamente la religione».
Nell'autunno del 1949, era
obbedendo allo stesso cinismo che Togliatti riduceva a perversione
privata la denuncia pubblica del comunismo contenuta nel libro più
discusso di quella stagione, Il dio che è fallito di Silone, Koestler,
Gide e altri ex «compagni di strada». Scrivendo alla «Fiera Letteraria»,
il segretario del Pci spiegava la disillusione di André Gide rispetto
all'Unione Sovietica con l'insoddisfazione di un pederasta reso famelico
dal superamento comunista dei vizietti borghesi: «Vedete, mi son detto,
se, quando costui ha visitato la Russia, gli avessero messo accanto un
energico e poco schizzinoso bestione che gli avesse dato le metafisiche
soddisfazioni ch'egli cerca, quanto bene avrebbe detto, al ritorno, di
quel Paese. Gli è che laggiù di quei bestioni non ce ne sono
più!».
Quale emerge dall'epistolario, l'alienità di Togliatti rispetto
al nostro tempo è anche quella di un leader di partito che coltivava la
sua propria leadership secondo una maniera sideralmente diversa da come
la coltivano i leader di oggi. Ecco – per esempio – il Palmiro Togliatti
che nel febbraio del 1953 si appresta a compiere sessant'anni e che
respinge con sdegno, scrivendone a Luigi Longo, la sola idea che
un'artista amica potesse festeggiare il genetliaco scolpendogli un
busto: «Questo si fa, da noi, ai morti ed è una cosa ridicola. Il mio
busto, per ora, sono io. Non andrò quindi dalla Mafai a posare e se ci
vado, (vado) con un bastone per distruggere il già fatto».
Difficile da
credere, in questi nostri tempi dove il rapporto del leader politico con
il militante vero o potenziale ha la forma moltiplicata di un selfie
che il leader di turno si guarda bene dal trovare ridicolo. Così pure,
sommersi dai tweets dei leader nostrani, fatichiamo oggi a credere che
Togliatti rimproverasse ai compagni di trattarlo come qualcuno con la
battuta sempre pronta, sempre disponibile ad andare in giro per
distribuire a ritta e a manca chissà quali pillole di saggezza. Da una
lettera del 23 marzo 1961 alla Federazione comunista di Bologna: «Voi mi
considerate come quegli apparecchi automatici che ti servono a tua
scelta, solo che tocchi un bottone, un pollo arrosto, o un bicchiere di
birra o una caramella al miele».
In generale, l'alienità di Togliatti
rispetto al nostro tempo è quella di un leader che non confondeva la
qualità delle risposte con la loro velocità. Al contrario, il Migliore
insisteva sul carattere obbligato del nesso fra la lentezza di un
approfondimento intellettuale e la correttezza di una scelta politica.
Le sue lettere ai compagni ripicchiavano il tasto di un impegno fondato
sulla «ricerca attenta, paziente, larga, dei materiali di fatto».
«Questo è vero studio, e studio che rende, anche per comprendere meglio
le posizioni generali. Ma richiede attenzione, applicazione, pazienza,
sforzo, disciplina – e ore e ore di lavoro». Slow Politics.
Tradotto "Il governo dei viventi" di Michel Foucault
Risvolto
Del governo dei viventi costituisce un passaggio cruciale nella storia dei regimi di verità che Michel Foucault sviluppa nell'insieme dei corsi al Collège de France. Dopo aver esplorato il campo giuridico e giudiziario e quello politico si rivolge qui alle pratiche e alle tecniche del sé, al campo dell'etica. Si domanda: "come accade che, nella cultura occidentale cristiana, il governo degli uomini richiede a coloro che sono diretti, oltre ad atti di obbedienza e di sottomissione, anche atti di verità che hanno di particolare il fatto che al soggetto non solo si richiede di dire il vero, ma di dire il vero riguardo a se stesso, alle sue colpe, ai suoi desideri, allo stato della sua anima ecc.?". La questione lo conduce da una rilettura dell'Edipo re di Sofocle all'analisi degli "atti di verità" del cristianesimo primitivo, attraverso le pratiche del battesimo, della penitenza e della direzione di coscienza. Foucault si interessa agli atti tramite i quali il credente è chiamato a manifestare la verità a proposito di sé, in quanto essere indefinitamente fallibile. Dall'espressione in pubblico della propria condizione di peccatore, nel rituale della penitenza, alla verbalizzazione minuziosa dei propri pensieri più intimi, nell'esame di coscienza, si vede disegnarsi l'organizzazione di un'economia pastorale centrata sulla confessione.
Del governo dei viventi costituisce un passaggio cruciale nella storia dei regimi di verità che Michel Foucault sviluppa nell'insieme dei corsi al Collège de France. Dopo aver esplorato il campo giuridico e giudiziario e quello politico si rivolge qui alle pratiche e alle tecniche del sé, al campo dell'etica. Si domanda: "come accade che, nella cultura occidentale cristiana, il governo degli uomini richiede a coloro che sono diretti, oltre ad atti di obbedienza e di sottomissione, anche atti di verità che hanno di particolare il fatto che al soggetto non solo si richiede di dire il vero, ma di dire il vero riguardo a se stesso, alle sue colpe, ai suoi desideri, allo stato della sua anima ecc.?". La questione lo conduce da una rilettura dell'Edipo re di Sofocle all'analisi degli "atti di verità" del cristianesimo primitivo, attraverso le pratiche del battesimo, della penitenza e della direzione di coscienza. Foucault si interessa agli atti tramite i quali il credente è chiamato a manifestare la verità a proposito di sé, in quanto essere indefinitamente fallibile. Dall'espressione in pubblico della propria condizione di peccatore, nel rituale della penitenza, alla verbalizzazione minuziosa dei propri pensieri più intimi, nell'esame di coscienza, si vede disegnarsi l'organizzazione di un'economia pastorale centrata sulla confessione.
Leggi anche qui per l'edizione francese
Foucault Anarcheologia del potere
di Sebastiano Maffettone
il Sole24ore domenica 15.6.14
L'uscita di un'opera di Michel Foucault rappresenta sempre un evento culturale di rilievo. Lo si può dire anche per questo volume intitolato Del governo dei viventi, pubblicato ora in italiano da Feltrinelli dopo l'edizione francese del 2012 curata da Michel Senellart, autore anche di un'utile Nota finale. Il corso in questione segue quello più famoso sulla biopolitica, in cui Foucault chiariva come il biologico influenzi il politico e viceversa. Negli anni precedenti, lo stesso Foucault aveva proposta la centrale nozione filosofico-politica di governamentalità, come contrapposta alla sovranità hobbesiana, e letto il liberalismo come tecnica o regime di governo. All'interno di questo quadro categoriale, il corso del 1979-1980 presenta un'idea centrale, che è poi quella del titolo del volume, sul «governo dei viventi». Dopo aver chiarito nel primo capitolo la natura di questo concetto, il corso è diviso in due parti. La prima parte ripercorre la vicenda dell'Edipo Re di Sofocle, e la seconda – in maniera più sorprendente – discute temi della tradizione patristica cristiana. Il trait d'union tra le due parti riguarda ovviamente il governo dei viventi in termini di "aleturgia". Con questo inconsueto termine, Foucault intende riferirsi al fatto che non è possibile «dirigere gli uomini senza fare delle operazioni nell'ordine del vero». Queste operazioni poi, pur essendo necessarie, sono sempre "eccedenti" rispetto a quanto serve per governare in modo efficace. In questo modo, Foucault vuole mettere da parte ogni interpretazione strumentale del rapporto tra potere e verità. Un "atto di verità" ritualizza il potere ma non ne costituisce uno strumento. Da ciò si ricava che un "regime di verità" è quello che obbliga gli individui ad aderire ad atti di verità. Un esempio storicamente rilevante è costituito dalla perenne lotta della ragion di stato contro il magico, a cominciare da stregoni e indovini. Questa lotta è fatta propria anche dalla tradizione ecclesiale, che Foucault rilegge non solo attraverso Cassiano, Agostino e Tertulliano ma con l'ausilio di sofisticata letteratura secondaria. Se la filosofia in generale è, per il nostro, un modo permanente per riflettere sul rapporto con la verità, nel corso del 1979-1980 questa riflessione si applica più esplicitamente alla questione della governabilità. Coevo alla scrittura della parte finale della Storia della sessualità, il discorso sul governo dei viventi propone una lettura diversa da quella nicciana, attribuita di solito anche a Foucault stesso, del nesso potere-sapere. Quest'ultimo viene ricompreso in un atteggiamento piuttosto che in una visione teoretica, atteggiamento che, con qualche auto-ironia, Foucault battezza di «anarcheologia». Si denuncia in questo modo l'assoluta non-necessità di ogni potere. La dove al fascino indubbio del movimento decostruttivo si accompagna, come di consueto, l'impossibilità di ogni speranza normativa.
Michel Foucault, l’immanenza della libertà
Michel Foucault. A trenta anni dalla scomparsa, l’opera del filosofo francese costituisce ancora un laboratorio teorico da esplorare. In Italia pubblicate da Feltrinelli le lezioni al Collège de France su «Il governo dei viventi»
Roberto Ciccarelli, 25.6.2014 il Manifesto
Nel trentennale dalla scomparsa di Michel Foucault, la traduzione in italiano del corso al Collège de France Del governo dei viventi (Feltrinelli, pp 384, euro 35, a cura di Pieraldo Rovatti e Deborah Borca) è l’occasione per raccontare gli ultimi cinque anni di ricerca del filosofo francese. Dal 1980 al 1984 Foucault rivoluziona ancora una volta il suo pensiero. Questa svolta è stata considerata come un riflusso del critico del potere verso tematiche narcisistiche. Il passaggio dall’analisi del sistema carcerario di Sorvegliare e punire alla genealogia delle pratiche di sé nell’antica Grecia o negli stoici di epoca romana a molti era sembrato la sublimazione della singolarità di un filosofo dichiaratamente omosessuale o la celebrazione di un dandysmo trasgressivo.
Nulla di più fuorviante, come lo stesso Foucault ha precisato a lungo e tempestivamente. Le ricerche sulla politica e il sistema carcerario che lo avevano reso celebre come intellettuale militante con la pubblicazione di Sorvegliare e Punire nel 1975 erano uno degli assi etico-politici di un percorso che dal 1976, con la pubblicazione del primo volume sulla storia della sessualità (La volontà di sapere), si sarebbe sviluppato in seguito anche su un’asse etico-sessuale.
La natura del potere
Fino a quel momento, Foucault aveva analizzato la sessualità nella modernità occidentale dal XVI al XIX secolo. A partire dal 1977, e da questo corso nel 1980 in poi, la studia nell’antichità greco-romana e nei primi secoli del cristianesimo. Questo viaggio tra epoche storiche molto lontane ha suscitato perplessità tra gli storici e gli esperti delle discipline che Foucault seziona e ricompone, seguendo obiettivi che non rispettano apparentemente l’oggettività di una ricerca storica né la linearità della storia della filosofia.
Gli affondi genealogici sulla storia della sessualità o sull’economia del potere pastorale cristiano basato sulla confessione, non vengono operati da Foucault in qualità di storico o di filosofo di professione. La storia, anche quella della filosofia, lo interessa nella misura in cui può sviluppare l’analisi a partire da un problema che si pone nel presente: la liberazione del soggetto e la costituzione dentro e contro il potere di una soggettività autonoma.
Negli ultimi cinque anni della sua vita, Foucault ha indirizzato le energie sullo studio delle lotte contro gli assoggettamenti etici. A suo avviso, nel XX secolo il principale obiettivo di queste lotte è stato quello di battersi non solo contro le istituzioni del potere, di classe o delle élite, ma contro una forma di potere che fissa il soggetto in una individualità cristallizzata imponendole l’identificazione con una verità, l’unico regime in grado di trasformare l’individuo in soggetto. Per questa ragione egli è risalito alle origini del cristianesimo identificando nel potere pastorale il modo per assoggettare l’individuo alle pratiche del battesimo, della confessione, della penitenza o dell’esame di coscienza.
Queste motivazioni sono chiare nel governo dei viventi dove Foucault analizza gli «atti di verità» nel cristianesimo delle origini dopo quattro incontri dedicati allo studio dell’Edipo Re. Questo studio sulla tragedia greca continuerà negli anni successivi sviscerando le ragioni della parresia, intesa come il coraggio di chi dice il vero al potere. Nel frattempo, dal 9 gennaio al 26 marzo 1980, Foucault discute le pratiche attorno alle quali si è strutturato l’obbligo degli uomini di esprimere ciò che sono in vista della remissione delle colpe e della salvezza. Sono questi gli elementi sui quali si è iniziato a costruire il dispositivo della «soggettivazione» che oggi lavora «da dentro» il soggetto trasformandolo in un «fedele» o in un «cittadino» di una società disciplinata.
Negli anni Settanta, in corsi come Bisogna difendere la società, Foucault aveva studiato queste pratiche nella modernità. Il soggetto da lui descritto era però sembrato il correlato alienato dei dispositivi che lo governavano, un’identità imposta dallo Stato, dai sistemi normativi della sessualità tramite l’educazione, la giustizia, il carcere o dai campi del sapere della medicina o della psicologia. In questo universo concetrazionario, la salvezza poteva essere trovata solo nella follia, nel crimine, nell’estetica o nella letteratura.
Calibrando invece il baricentro della ricerca sulle tecniche di esistenza dei greci o degli stoici, Foucault fa emergere un’altra tipologia del soggetto: non più costituito dall’alto, ma attraverso pratiche regolate da lui stesso. La sua tesi è che questo progetto rimandi ad una serie di pratiche di «controcondotta» che non solo portano il soggetto a resistere, ma a costituirsi diversamente rispetto alla verità stabilita dall’autorità politica o religiosa. Il cuore di questa strategia è la conoscenza di sé e la «forza del vero» ricercata attivamente dal soggetto il quale, una volta esperita tale conoscenza, inizia ad agire sul governo delle proprie condotte e di quelle altrui. In altre parole, compie un’azione politica di segno diverso rispetto a quelle fatte sotto l’egida dello stato, del mercato o del potere i quali impongono dall’alto una verità in forza di un regime prestabilito della verità.
Per Foucault la lotta in corso non è tanto quella di liberare l’individuo dallo Stato e dalle sue istituzioni, quanto di liberare noi stessi dallo Stato e dal tipo di individualizzazione a cui siamo legati. Gli strumenti per «creare nuove forme di soggettività» in un mondo come quello neoliberale, descritto tra il 1978 e il 1979 nei corsi su La nascita della biopolitica e Sicurezza, territorio e popolazione, sono stati adottati sin dall’antica Grecia e a Roma, pefezionati o stravolti dal cristianesimo. E hanno accompagnato la modernità, come il filosofo dimostra nella folgorante analisi della filosofia cinica e delle pratiche militanti socialiste nel XIX secolo ne Il coraggio della verità.
Estetica dell’esistenza
Dalla conoscenza di sé deriva un’ipotesi, sempre aperta e da verificare, di governo di sé e degli altri. Concepire un’idea «vera» significa collaborare a creare una società più giusta. Da questo lavoro etico sull’esistenza, che comprende anche l’«estetica dell’esistenza» fonte di malintesi, il soggetto potrà ambire a cambiare il suo modo di vivere creando regimi normativi o di governo diversi da quelli dov’è nato.
Per fare questo bisogna trasformare il discorso sulla verità, riservata al cristianesimo, allo Stato oppure alla storia della filosofia, in un principio permanente e attivo di un soggetto che si tiene lontano tanto dalle costituzioni trascendentali, quanto dalle fondazioni morali. Il «vero» non si limita ad un discorso, ma è una ragione di vita che si sperimenta mettendola alla prova tramite una verifica. Ciò che Foucault ha messo a disposizione è un’etica dell’immanenza, della critica e della strategia in una vita che stabilisce la piena appartenenza a se stessa e alla sua storia.
L’oggetto di questo pensiero dell’immanenza è la politica della verità. La sessualità rappresenta uno degli ambiti, non l’unico, dove si svolge questa lotta. Il soggetto, di cui Foucault vuole fare la storia, è il risultato, ma anche la condizione di una tensione politica continua. Nelle lezioni del governo dei viventi, questa tensione viene intesa come aleturgia. Rispetto all’uso che di questo concetto (alétheia) ne ha fatto Heidegger, Foucault abbandona gli aspetti metafisici legati alla rappresentazione (la verità come «svelatezza»), preferendo l’aspetto del resto noto allo stesso Heidegger: la verità viene esperita nella vita del soggetto, quello che sostiene Platone nel mito della caverna. Foucault fa un passo in avanti e definisce tale verità in quanto aleturgia «l’insieme delle condotte, verbali e non, attraverso le quali emerge ciò che è posto come vero in opposizione al falso, al nascosto, all’indicibile, all’imprevedibile, all’oblìo».
Le regole della coscienza
Su questa base egli affronta il cristianesimo dal punto di vista degli atti di confessione e non degli atti di fede ai quali di solito si presta più attenzione. Per Foucault sono il prodotto di due regimi di verità distinti, strettamente collegati ma che rispondono ad una morfologia differente: l’exomologesi, manifestazione drammatica di se stessi attraverso la quale il peccatore chiede di essere riammesso nel corpo della chiesa nel rito della penitenza canonica; l’exagoreusis, la pratica dell’esame di coscienza nel quadro della direzione monastica.
Il discorso si concentra su quest’ultima pratica orientata verso la permanente verbalizzazione dei moti più segreti della coscienza che le regole monastiche riprendono dal vecchio precetto delfico «conosci te stesso» trasformandolo nella confessione dei pensieri alla guida spirituale. Per Foucault è l’inizio dell’ermeneutica del sé, una pratica nata da un’ingiunzione etica che il soggetto pone a se stesso e che costituisce l’origine della soggettività moderna.
L'uscita di un'opera di Michel Foucault rappresenta sempre un evento culturale di rilievo. Lo si può dire anche per questo volume intitolato Del governo dei viventi, pubblicato ora in italiano da Feltrinelli dopo l'edizione francese del 2012 curata da Michel Senellart, autore anche di un'utile Nota finale. Il corso in questione segue quello più famoso sulla biopolitica, in cui Foucault chiariva come il biologico influenzi il politico e viceversa. Negli anni precedenti, lo stesso Foucault aveva proposta la centrale nozione filosofico-politica di governamentalità, come contrapposta alla sovranità hobbesiana, e letto il liberalismo come tecnica o regime di governo. All'interno di questo quadro categoriale, il corso del 1979-1980 presenta un'idea centrale, che è poi quella del titolo del volume, sul «governo dei viventi». Dopo aver chiarito nel primo capitolo la natura di questo concetto, il corso è diviso in due parti. La prima parte ripercorre la vicenda dell'Edipo Re di Sofocle, e la seconda – in maniera più sorprendente – discute temi della tradizione patristica cristiana. Il trait d'union tra le due parti riguarda ovviamente il governo dei viventi in termini di "aleturgia". Con questo inconsueto termine, Foucault intende riferirsi al fatto che non è possibile «dirigere gli uomini senza fare delle operazioni nell'ordine del vero». Queste operazioni poi, pur essendo necessarie, sono sempre "eccedenti" rispetto a quanto serve per governare in modo efficace. In questo modo, Foucault vuole mettere da parte ogni interpretazione strumentale del rapporto tra potere e verità. Un "atto di verità" ritualizza il potere ma non ne costituisce uno strumento. Da ciò si ricava che un "regime di verità" è quello che obbliga gli individui ad aderire ad atti di verità. Un esempio storicamente rilevante è costituito dalla perenne lotta della ragion di stato contro il magico, a cominciare da stregoni e indovini. Questa lotta è fatta propria anche dalla tradizione ecclesiale, che Foucault rilegge non solo attraverso Cassiano, Agostino e Tertulliano ma con l'ausilio di sofisticata letteratura secondaria. Se la filosofia in generale è, per il nostro, un modo permanente per riflettere sul rapporto con la verità, nel corso del 1979-1980 questa riflessione si applica più esplicitamente alla questione della governabilità. Coevo alla scrittura della parte finale della Storia della sessualità, il discorso sul governo dei viventi propone una lettura diversa da quella nicciana, attribuita di solito anche a Foucault stesso, del nesso potere-sapere. Quest'ultimo viene ricompreso in un atteggiamento piuttosto che in una visione teoretica, atteggiamento che, con qualche auto-ironia, Foucault battezza di «anarcheologia». Si denuncia in questo modo l'assoluta non-necessità di ogni potere. La dove al fascino indubbio del movimento decostruttivo si accompagna, come di consueto, l'impossibilità di ogni speranza normativa.
Michel Foucault, l’immanenza della libertà
Michel Foucault. A trenta anni dalla scomparsa, l’opera del filosofo francese costituisce ancora un laboratorio teorico da esplorare. In Italia pubblicate da Feltrinelli le lezioni al Collège de France su «Il governo dei viventi»
Roberto Ciccarelli, 25.6.2014 il Manifesto
Nel trentennale dalla scomparsa di Michel Foucault, la traduzione in italiano del corso al Collège de France Del governo dei viventi (Feltrinelli, pp 384, euro 35, a cura di Pieraldo Rovatti e Deborah Borca) è l’occasione per raccontare gli ultimi cinque anni di ricerca del filosofo francese. Dal 1980 al 1984 Foucault rivoluziona ancora una volta il suo pensiero. Questa svolta è stata considerata come un riflusso del critico del potere verso tematiche narcisistiche. Il passaggio dall’analisi del sistema carcerario di Sorvegliare e punire alla genealogia delle pratiche di sé nell’antica Grecia o negli stoici di epoca romana a molti era sembrato la sublimazione della singolarità di un filosofo dichiaratamente omosessuale o la celebrazione di un dandysmo trasgressivo.
Nulla di più fuorviante, come lo stesso Foucault ha precisato a lungo e tempestivamente. Le ricerche sulla politica e il sistema carcerario che lo avevano reso celebre come intellettuale militante con la pubblicazione di Sorvegliare e Punire nel 1975 erano uno degli assi etico-politici di un percorso che dal 1976, con la pubblicazione del primo volume sulla storia della sessualità (La volontà di sapere), si sarebbe sviluppato in seguito anche su un’asse etico-sessuale.
La natura del potere
Fino a quel momento, Foucault aveva analizzato la sessualità nella modernità occidentale dal XVI al XIX secolo. A partire dal 1977, e da questo corso nel 1980 in poi, la studia nell’antichità greco-romana e nei primi secoli del cristianesimo. Questo viaggio tra epoche storiche molto lontane ha suscitato perplessità tra gli storici e gli esperti delle discipline che Foucault seziona e ricompone, seguendo obiettivi che non rispettano apparentemente l’oggettività di una ricerca storica né la linearità della storia della filosofia.
Gli affondi genealogici sulla storia della sessualità o sull’economia del potere pastorale cristiano basato sulla confessione, non vengono operati da Foucault in qualità di storico o di filosofo di professione. La storia, anche quella della filosofia, lo interessa nella misura in cui può sviluppare l’analisi a partire da un problema che si pone nel presente: la liberazione del soggetto e la costituzione dentro e contro il potere di una soggettività autonoma.
Negli ultimi cinque anni della sua vita, Foucault ha indirizzato le energie sullo studio delle lotte contro gli assoggettamenti etici. A suo avviso, nel XX secolo il principale obiettivo di queste lotte è stato quello di battersi non solo contro le istituzioni del potere, di classe o delle élite, ma contro una forma di potere che fissa il soggetto in una individualità cristallizzata imponendole l’identificazione con una verità, l’unico regime in grado di trasformare l’individuo in soggetto. Per questa ragione egli è risalito alle origini del cristianesimo identificando nel potere pastorale il modo per assoggettare l’individuo alle pratiche del battesimo, della confessione, della penitenza o dell’esame di coscienza.
Queste motivazioni sono chiare nel governo dei viventi dove Foucault analizza gli «atti di verità» nel cristianesimo delle origini dopo quattro incontri dedicati allo studio dell’Edipo Re. Questo studio sulla tragedia greca continuerà negli anni successivi sviscerando le ragioni della parresia, intesa come il coraggio di chi dice il vero al potere. Nel frattempo, dal 9 gennaio al 26 marzo 1980, Foucault discute le pratiche attorno alle quali si è strutturato l’obbligo degli uomini di esprimere ciò che sono in vista della remissione delle colpe e della salvezza. Sono questi gli elementi sui quali si è iniziato a costruire il dispositivo della «soggettivazione» che oggi lavora «da dentro» il soggetto trasformandolo in un «fedele» o in un «cittadino» di una società disciplinata.
Negli anni Settanta, in corsi come Bisogna difendere la società, Foucault aveva studiato queste pratiche nella modernità. Il soggetto da lui descritto era però sembrato il correlato alienato dei dispositivi che lo governavano, un’identità imposta dallo Stato, dai sistemi normativi della sessualità tramite l’educazione, la giustizia, il carcere o dai campi del sapere della medicina o della psicologia. In questo universo concetrazionario, la salvezza poteva essere trovata solo nella follia, nel crimine, nell’estetica o nella letteratura.
Calibrando invece il baricentro della ricerca sulle tecniche di esistenza dei greci o degli stoici, Foucault fa emergere un’altra tipologia del soggetto: non più costituito dall’alto, ma attraverso pratiche regolate da lui stesso. La sua tesi è che questo progetto rimandi ad una serie di pratiche di «controcondotta» che non solo portano il soggetto a resistere, ma a costituirsi diversamente rispetto alla verità stabilita dall’autorità politica o religiosa. Il cuore di questa strategia è la conoscenza di sé e la «forza del vero» ricercata attivamente dal soggetto il quale, una volta esperita tale conoscenza, inizia ad agire sul governo delle proprie condotte e di quelle altrui. In altre parole, compie un’azione politica di segno diverso rispetto a quelle fatte sotto l’egida dello stato, del mercato o del potere i quali impongono dall’alto una verità in forza di un regime prestabilito della verità.
Per Foucault la lotta in corso non è tanto quella di liberare l’individuo dallo Stato e dalle sue istituzioni, quanto di liberare noi stessi dallo Stato e dal tipo di individualizzazione a cui siamo legati. Gli strumenti per «creare nuove forme di soggettività» in un mondo come quello neoliberale, descritto tra il 1978 e il 1979 nei corsi su La nascita della biopolitica e Sicurezza, territorio e popolazione, sono stati adottati sin dall’antica Grecia e a Roma, pefezionati o stravolti dal cristianesimo. E hanno accompagnato la modernità, come il filosofo dimostra nella folgorante analisi della filosofia cinica e delle pratiche militanti socialiste nel XIX secolo ne Il coraggio della verità.
Estetica dell’esistenza
Dalla conoscenza di sé deriva un’ipotesi, sempre aperta e da verificare, di governo di sé e degli altri. Concepire un’idea «vera» significa collaborare a creare una società più giusta. Da questo lavoro etico sull’esistenza, che comprende anche l’«estetica dell’esistenza» fonte di malintesi, il soggetto potrà ambire a cambiare il suo modo di vivere creando regimi normativi o di governo diversi da quelli dov’è nato.
Per fare questo bisogna trasformare il discorso sulla verità, riservata al cristianesimo, allo Stato oppure alla storia della filosofia, in un principio permanente e attivo di un soggetto che si tiene lontano tanto dalle costituzioni trascendentali, quanto dalle fondazioni morali. Il «vero» non si limita ad un discorso, ma è una ragione di vita che si sperimenta mettendola alla prova tramite una verifica. Ciò che Foucault ha messo a disposizione è un’etica dell’immanenza, della critica e della strategia in una vita che stabilisce la piena appartenenza a se stessa e alla sua storia.
L’oggetto di questo pensiero dell’immanenza è la politica della verità. La sessualità rappresenta uno degli ambiti, non l’unico, dove si svolge questa lotta. Il soggetto, di cui Foucault vuole fare la storia, è il risultato, ma anche la condizione di una tensione politica continua. Nelle lezioni del governo dei viventi, questa tensione viene intesa come aleturgia. Rispetto all’uso che di questo concetto (alétheia) ne ha fatto Heidegger, Foucault abbandona gli aspetti metafisici legati alla rappresentazione (la verità come «svelatezza»), preferendo l’aspetto del resto noto allo stesso Heidegger: la verità viene esperita nella vita del soggetto, quello che sostiene Platone nel mito della caverna. Foucault fa un passo in avanti e definisce tale verità in quanto aleturgia «l’insieme delle condotte, verbali e non, attraverso le quali emerge ciò che è posto come vero in opposizione al falso, al nascosto, all’indicibile, all’imprevedibile, all’oblìo».
Le regole della coscienza
Su questa base egli affronta il cristianesimo dal punto di vista degli atti di confessione e non degli atti di fede ai quali di solito si presta più attenzione. Per Foucault sono il prodotto di due regimi di verità distinti, strettamente collegati ma che rispondono ad una morfologia differente: l’exomologesi, manifestazione drammatica di se stessi attraverso la quale il peccatore chiede di essere riammesso nel corpo della chiesa nel rito della penitenza canonica; l’exagoreusis, la pratica dell’esame di coscienza nel quadro della direzione monastica.
Il discorso si concentra su quest’ultima pratica orientata verso la permanente verbalizzazione dei moti più segreti della coscienza che le regole monastiche riprendono dal vecchio precetto delfico «conosci te stesso» trasformandolo nella confessione dei pensieri alla guida spirituale. Per Foucault è l’inizio dell’ermeneutica del sé, una pratica nata da un’ingiunzione etica che il soggetto pone a se stesso e che costituisce l’origine della soggettività moderna.
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