domenica 31 agosto 2014

Dalla storia del Pci

Avevo già segnalato alcune recensioni di questi libri prima dell'estate [SGA].

Guido Liguori: Berlinguer rivoluzionario, Carocci

Guido Liguori e Paolo Ciofi: Un’altra idea del mondo, Editori Riuniti University Press
Alexander Höbel: Luigi Longo. Una vita partigiana, Carocci

Marco Albeltaro: Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte, Laterza

Antonia Lovecchio: Professione rivoluzionario, Edizioni del Sud

Luisa Lama: Nilde Iotti, Una storia politica al femminile, Donzelli
Quattro saggi rileggono la storia del partito comunista attraverso i comprimari: tra lotta, cultura e rigidi ideali
angelo d’orsi La Stampa

Il nuovo Secolo Americano

U7252675_Perche l'america non fallira@001.inddIn troppi, reduci da troppe delusioni e animati da troppe speranze (oltre che armati da una buona dose di pensiero magico), credono che presto vedremo il socialismo grazie alla Cina e ad un fantomatico campo dei Brics. Bisogna ricordare che siamo in piena offensiva di ricolonizzazione del mondo [SGA].

Josef Joffe: Perché l’America non fallirà. Politica, economia e mezzo secolo di false profezie, Utet

Risvolto
A ogni nuovo decennio si ripetono, puntuali, le profezie di storici ed economisti sul declino degli Stati Uniti d’America. Se a spegnere l’euforia del dopoguerra ci fu l’incubo dell’inferiorità nei confronti dell’Unione Sovietica, nel decennio successivo la guerra in Vietnam e le sue dolorose ripercussioni fecero parlare, per gli Usa, di “un tentativo di suicidio collettivo”. Previsioni apocalittiche accompagnarono la svalutazione del dollaro e lo spettro di una nuova minaccia russa negli anni settanta. In seguito, il miracolo economico giapponese e il senso di inadeguatezza nei confronti dell’Europa hanno continuato ad alimentare l’idea di un crollo imminente e inevitabile. Osservata da questa prospettiva “declinista”, la storia americana recente ci restituisce l’immagine di una superpotenza sul viale del tramonto, prossima a una definitiva uscita di scena. Ma è un’immagine distorta, ed essenzialmente sbagliata.
In questo saggio lucido e provocatorio, Josef Joffe smonta oltre mezzo secolo di falsi miti e profezie. Col piglio del polemista (e appoggiandosi a una impressionante serie di analisi economiche e geopolitiche) dimostra che le previsioni sul fallimento dell’America non si sono rivelate altro che vuota scaramanzia, strumentalizzata – sia dalla destra, sia dalla sinistra – per assicurarsi maggior potere politico. Le ombre che minacciavano la supremazia degli Stati Uniti si sono regolarmente dileguate. E non è da temere, rassicura Joffe, neppure l’ascesa di Paesi come India e Cina: un sistema educativo di altissimo livello e ingenti investimenti militari sono argini efficaci, che proteggeranno il primato americano. Se sapranno mantenere intatta la loro capacità di reinventarsi, gli Stati Uniti rimarranno ancora a lungo la più importante tra le “potenze di default” – le nazioni cui le altre guardano quando nessuno si fa avanti – per la loro abilità nel fare «ciò che altri non sanno o non vogliono fare».

Nel suo "Perché l'America non fallirà", Joffe smaschera gli allarmi del passato e rigetta le attuali teorie sul torbido futuro che attenderebbe il paese 
 Luca Gino Castellin 9 agosto 2014 Europa

Climatologia politica

Wolfgang Behringer: Storia culturale del clima. Dall'era glaciale al riscaldamento globale, Bollati Boringhieri

Risvolto
Chi sa quanto sia variabile il clima e quanto sia elastica la reazione culturale dell'uomo ai suoi mutamenti, sarà in grado di comprendere meglio il dibattito che si sta svolgendo in questi anni sul Riscaldamento globale. Gli uomini sono figli dell'Era glaciale: solo quando il freddo intenso dell'ultima glaciazione cominciò a stemperarsi, oltre 10 000 anni fa, iniziò la coltivazione, e con questa l'urbanizzazione e - in definitiva - l'inizio della storia. Può apparire paradossale, ma è stato il riscaldamento del clima a crearci. Nel corso di tutta la storia umana, d'altra parte, il clima non è certo rimasto stabile e i suoi effetti sulle culture sono stati enormi. Non si può prescindere dalle condizioni climatiche nello studio delle civiltà, dei popoli, delle guerre, delle migrazioni, delle carestie, delle religioni e persino dell'arte e della letteratura. Diventa sempre più chiaro che il clima della Terra è parte integrante e motore inconsapevole dello sviluppo storico, politico e culturale dell'uomo.

Un libro di Wolfgang Behringer
È il clima che decide la storia
Favorì l’ascesa di Roma, preparò la Rivoluzione francese
di Giovanni Caprara Corriere 28 agosto 2014

110 anni dalla nascita di Deng


Ricorrenze Il Partito comunista celebra i 110 anni dalla nascita del leader
La Cina riscopre Deng attraverso Oriana Fallaci 
Pechino traduce il saggio biografico sulla scrittrice
GUIDO SANTEVECCHI 26 agosto 2014 Corriere

Il lato astratto della Guerra Fredda culturale



Leggi anche qui

L’arma più segreta della Cia erano i pittori dell’astrattismo 
I coltissimi agenti dei servizi segreti americani capirono che quella con il comunismo era una battaglia culturale. Così sovvenzionarono Pollock, De Kooning, Rothko e tanti altri
Paolo Guzzanti - Sab, 23/08/2014 il Giornale

Ancora su La guerra di posizione

cover togliattiLeggi anche qui e qui

Quel totus politicus di Togliatti
Una selezione di lettere tra il leader comunista – dal suo rientro in Italia alla morte – e Croce, De Gasperi, Donini e altri esponenti del cattolicesimo italiano proposta da Einaudi ne "La guerra di posizione in Italia. Epistolario 1944-1964” 
Luigi Giorgi 3 agosto 2014 Europa

Uno studio sulla distribuzione della ricchezza nel Piemonte preindustriale

Tutti i populisti decrescitisti dovrebbero studiarlo [SGA].

Piemonte 1300-1800 Solo la peste riduce le diseguaglianze
Uno studio su fonti dirette mostra una società di grandi patrimoni circondati da masse indigenti
guido alfani La Stampa

Nuove forme di comunità?

Da 200 anni, un dibattito che torna ogni lustro [SGA].

Lavoro, residenza, affetti: prevale la mobilità. Amicizie e solidarietà si formano in Rete
La fine della comunità 
I vincoli identitari non si dissolvono per colpa dei social network, che anzi ne sono un surrogato, ma perché vengono meno sangue e suoloCarlo Bordoni La Lettura

Crisi di senso e vuoto di rapporti sociali: alla ricerca di radici antiche e nuovi legami
Rinascita della comunità 
L’uomo deluso dai processi di mondializzazione insegue vincoli forti nella «tribù» o nella «piccola patria». E un altro patto con lo Stato
Francesco Fistetti La Lettura

Psicoanalisi e politica: una raccolta postuma di Giovanni Jervis

Giovanni Jervis: Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria e politica, a cura di Massimo Marraffa, Bollati Boringhieri 2014, pagine 280, € 18

Risvolto
Giovanni Jervis è stato un medico-psichiatra originale e rigoroso, un raffinato studioso della psicoanalisi e una presenza critica costante nel dibattito culturale e politico italiano dell’ultimo mezzo secolo. Queste tre dimensioni del profilo di Jervis costituiscono l’impalcatura di Contro il sentito dire: una scelta di saggi, articoli e interventi in cui il bilancio di cinquant’anni di psichiatria e psicoanalisi s’intreccia inestricabilmente con il progetto di ricavare dalle scienze psicologiche validi strumenti di analisi per ragionare su temi sociali e politici.
Il nesso che viene istituito fra i concetti di responsabilità, individualismo e cooperazione si collega organicamente alla polemica contro la mentalità relativistica. Jervis, infatti, rifacendosi alle posizioni Ernesto de Martino, di cui fu allievo, sostiene che il relativismo non è in effetti basato su un atteggiamento di tolleranza e di pluralismo, ma piuttosto sulla tendenza a trascurare dati, fatti e verifiche. Polemizzando con questa tendenza, negli ultimi anni della sua vita Jervis ha difeso tenacemente un uso cauto del metodo scientifico, sostenendo la validità della tradizione laica e razionalista della cultura occidentale e sforzandosi di porre su nuove basi la demarcazione fra le idee della sinistra e le ideologie della destra.

Antirelativista, ma nel nome dei LumiScienza, mercato, diritti umani: Giovanni Jervis per i valori dell’Occidente
Antonio Carioti La Lettura

L'Estetica nell'edizione nazionale delle opere di Benedetto Croce

L'"Estetica" di Croce? Bella e buona 
La filosofia di don Benedetto è un'arte del vivere. E libera l'uomo dalle pastoie della psicologia deteriore
Giancristiano Desiderio - Gio, 28/08/2014 il Giornale

I saggi letterari di Giorgio Agamben

Il fuoco e il raccontoGiorgio Agamben: Il fuoco e il racconto, Nottetempo

Risvolto
Che cos’è in gioco nella letteratura, qual è il “fuoco” che il “racconto” ha perduto e cerca a ogni costo di ritrovare? E che cos’è la pietra filosofale che gli scrittori, con altrettanto accanimento che gli alchimisti, si sforzano di produrre nella loro fornace di parole? E che cosa, in ogni atto di creazione, ostinatamente resiste alla creazione e conferisce in questo modo all’opera la sua forza e la sua grazia? E perché la parabola è il modello segreto di ogni narrazione?
Come in Profanazioni e Nudità, Giorgio Agamben ha raccolto qui in dieci saggi i motivi piú urgenti e attuali della sua ricerca. Come sempre nei suoi scritti, l’ostinata interrogazione del “mistero” della letteratura, perseguíta anche nei suoi aspetti piú materiali (la trasformazione della lettura nel passaggio dal libro allo schermo), s’intreccia con una meditazione sull’altro, piú oscuro, “mistero” della modernità – etico e politico, questa volta.

Nella raccolta di saggi "Il fuoco e il racconto", il filosofo riflette sul «lavoro dell'artista su di sé» 
Paolo Randazzo 10 agosto 2014 Europa


Agamben, ecco come nasce il fuoco dell'arteLuca Doninelli - il Giornale Gio, 11/09/2014

Un nuovo libro su Goethe

Gabriella Catalano: Goethe, Salerno

Risvolto
Avvicinarsi all’opera di Goethe può essere un’avventura per lettori appassionati che vogliano ripercorrere la vastità di un pensiero, capace di spaziare dalla letteratura alle arti visive, dagli studi di estetica agli scritti scientifici su piante e colori. Il fascino di quest’avventura – sottolinea Gabriella Catalano nelle pagine di questa originale monografia – è dato sia da un’opera multiforme che dal modo in cui lo scrittore tedesco sottopose i suoi testi a continui mutamenti, riscritture e ripubblicazioni realizzando un processo ininterrotto di riflessione durato anche l’intera vita, come nel caso del Faust o del Wilhelm Meister. A questa capacità di tornare su testi già scritti riformulando il proprio pensiero in prove d’autore e riedizioni sempre diverse, appartiene l’inclinazione collezionistica a raccogliere una quantità pressoché infinita di carte: documenti, lettere, diari, scritti e note preparatorie a opere, progetti, schemi, resoconti brevi, disegni, oggetti e reperti di scienze naturali.
Nell'imponente monografia, Catalano ripercorrere la vastità del pensiero dello scrittore tedesco 
Alessandra Bernocco 19 agosto 2014 Europa

L'alba della catastrofe. Le cronace di Milena Jesenská

In cerca della terra di nessunoMilena Jesenská: In cerca della terra di nessuno, Castelvecchi 

Risvolto
Il nome di Milena Jesenská è molto spesso legato a quello di Franz Kafka, con cui ebbe un'intensa relazione quasi esclusivamente epistolare. Ma etichettare Milena come "l'amica di Kafka" è estremamente riduttivo: traduttrice, giornalista, attivista politica, la Jesenská è stata una figura di intellettuale a tutto tondo nella Boemia degli anni Venti e Trenta del Novecento, fino alla sua tragica morte nel campo di concentramento di Ravensbrück, nel 1944. Gli scritti raccolti in questo libro - alcuni dei quali qui pubblicati per la prima volta in Italia - raccontano il periodo tra l'Anschluss e l'invasione della Cecoslovacchia da parte dei nazisti. Accanto alla cronaca degli eventi che avrebbero cambiato per sempre il volto dell'Europa, c'è anche spazio per la vita delle persone comuni e per le vicende quotidiane spesso fagocitate dalla grande Storia. Sono testi lucidi e appassionati in cui emerge la forte personalità della Jesenská, come donna e come autrice: acuta, ironica, combattiva, ma anche riflessiva e profonda.

I reportage in diretta sull’invasione della Cecoslovacchia nel ’39. “Siamo un pesciolino nell’oceano ma possiamo fermare la barbarie”
La Stampa bruno ventavoli 21 luglio

I sospiri di Kafka per Milena «Sei entrata come la Medusa»
Un amore nella Praga degli anni Venti, tra sogno e malattia Pietro Citati Lunedì 1 Settembre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Nei primi giorni dell’aprile 1920, Franz Kafka scrisse due lettere a Milena Jesenská, una giovane ceca, che conduceva una vita triste a Vienna, accanto a un marito torturatore. L’aveva conosciuta a Praga nell’ottobre 1919, quando Milena aveva manifestato l’intenzione di tradurre in ceco i racconti di Kafka. Con rapidità e naturalezza, come se l’avesse conosciuta da sempre, Kafka confidò subito a Milena i grandi segreti della sua vita: la tubercolosi, la spiegazione psicologica della tubercolosi, il Processo al quale era sottoposto, i suoi fidanzamenti, il suo senso di colpa. Non solo le aprì il cuore, ma cercò di farle aprire il suo, insinuando che anche i polmoni di lei erano malati per ragioni psichiche, e presentandosi come confidente e medico.
Molta parte di quest’amore a distanza, la creò Kafka; ma la fantastica Milena collaborò con la sua inventiva. Subito Kafka avvertì, in lei, «il fuoco» della passione: lei era fuoco e le sue lettere generavano fuoco, e lui era come il moscerino o la farfalla dell’apologo iranico, che si bruciava alla fiamma. Senza essersi mai conosciute, le due anime si accesero l’una dell’altra: la divisione le teneva unite più della vicinanza; non era necessario il gesto dei corpi, bastava l’impulso incontaminato del desiderio, come se solo la distanza potesse cancellare il limite della persona.
Davanti all’assalto amoroso di Milena, Kafka si arrese subito: passivo, sfibrato, in una condizione di dipendenza totale, perduto, ridotto a un’ombra. Con lei perdeva tutto: persino il nome. A volte, gli sembrava «un sacrilegio» dipendere così da un’altra creatura umana; e questa dipendenza faceva nascere l’angoscia della soggezione amorosa. Da lei non voleva il matrimonio come l’aveva voluto da Felice: soltanto la felicità — la piena, bruciante, intollerabile felicità. Le sue lettere erano già un anticipo di questa felicità futura: egli ne traeva gioia, allegria, salvezza: gli sembrava che Milena s’immolasse per lui; e con quale slancio di gratitudine la ringraziava per il semplice fatto di esistere. Si abbandonò, si sciolse e si donò, con una immediatezza che non aveva mai conosciuto. Per la prima volta nella sua vita, intuì cosa fosse essere libero.
Subito presentì che l’amore, tra loro, non avrebbe potuto essere che angoscia e tremore. Temeva che Milena, dopo averlo attirato, lo avrebbe respinto nella sventura: ma proprio questo eventuale rifiuto lo affascinava. «Tu hai 38 anni — le scriveva — e sei stanco come probabilmente non ci si può stancare per la sola età. O meglio: non sei affatto stanco, ma irrequieto, e hai paura di fare un solo passo su questa terra irta di tagliole, perciò tieni sempre, per così dire, i due piedi sollevati contemporaneamente nell’aria; non sei stanco ma hai soltanto paura dell’enorme stanchezza che seguirà a quest’enorme inquietudine (non per nulla sei ebreo e sai cosa sia l’angoscia)». Qualsiasi minimo evento accadesse, diventava isterico: un’onda d’ansia e di frenesia lo sconvolgeva, senza capacità di controllo e di difesa.
La voce di Milena, che lo voleva con sé a Vienna, era per lui la terrificante voce di Dio che chiamava i profeti: come loro, lui era soltanto un piccolo bambino atterrito — o un passero che becca le briciole nella sua stanza, tremando, stando in ascolto, con le penne arruffate. Tutto il mondo gli crollava intorno. «Incomincio davvero a tremare come sotto la campana a martello, non posso leggere, e naturalmente leggo lo stesso, come l’animale che muore di sete beve, e ho angoscia e angoscia, cerco un mobile sotto il quale possa rintanarmi, prego tremando e del tutto fuori di me in un angolo perché tu, come sei entrata rombante in questa lettera, possa volare di nuovo via dalla finestra; tu devi avere la testa grandiosa della Medusa».
A fine maggio, Milena l’invitò a passare da Vienna, durante il viaggio di ritorno da Merano a Praga. Ma Kafka si difese, e negò, temendo che l’amore riprendesse per lui il terribile volto che aveva assunto durante il suo fidanzamento con Felice. «Io non voglio (Milena, mi aiuti! comprenda più di quanto non dico), non voglio (non è un balbettio) venire a Vienna perché non sopporterei spiritualmente lo sforzo. Sono malato spiritualmente, la malattia polmonare è soltanto uno straripare della malattia spirituale. Io sono tanto malato dopo i quattro, cinque anni dei miei primi due fidanzamenti».
Fece delle prove puerili: gettò a un passero del pane nel mezzo della sua stanza: se il passero fosse entrato, sarebbe andato a Vienna; dal balcone, il passero scorse il pane nella penombra; — e quando venne il momento della prova, egli lo rese vano, facendo fuggire il passero «con un piccolo movimento». Ribadiva che non sarebbe mai andato a Vienna: certamente non sarebbe venuto, ma se con sua paurosa sorpresa fosse arrivato a Vienna, non avrebbe avuto bisogno né della colazione né della cena, ma di una barella sulla quale coricarsi un momento. Infine chinò il capo davanti alla volontà e alla violenza amorosa di Milena: sì, sarebbe andato, alla fine di giugno.
Prima di conoscere Milena, aveva già formato in sé l’immagine di quella ragazza, che avrebbe dominato per anni la sua esistenza. Felice Bauer era stata, per lui, la moglie devota, che doveva condurlo nella terra di Canaan. Milena era invece una possente e irradiante figura erotica: il suo fascino non affondava nei sensi; l’eros di Milena respirava l’aria del paradiso terrestre, prima del peccato di Adamo e di Eva. Come Kafka disse esplicitamente, Milena era la «Madre»: l’immensa, vitale, nutritrice, figura erotica materna, nata dai sogni incestuosi che aveva rimosso per tutta la vita. Rispetto a Milena egli imitava la figura del figlio, del bambino e dello scolaro.
Milena era anche la figura simbolica opposta: la casta luna, intangibile nella sua lontananza, che attrae le acque marine; la fanciulla, la vergine, la Bella. Se Milena-madre allontanava con la sua mano soave ogni dolore, Milena-luna portava ogni dolore: dai suoi occhi irraggiava il dolore del mondo, soffriva e faceva soffrire. Eros, in lei, aveva il volto di Thanatos. Già agli inizi della loro corrispondenza Kafka la vide come l’angelo della morte, il più beato fra gli angeli, che toglie agli uomini la forza e il coraggio di morire. Ma Milena era anche qualcosa di più terribile. Dalle sue lettere, Kafka immaginò un’oscura storia di orrori, che aveva accompagnato la sua giovinezza; e scorse in lei Medusa, coi serpenti del terrore intorno al capo, che lo guardava con un occhio così penetrante da pietrificare. Aveva terrore della sua intelligenza, della sua forza, del suo coraggio, della sua energia vitale, della sua disperazione, della sua nascosta abiezione, della sua grandezza d’animo.
***
Il 24 giugno Kafka scrisse a Milena che aveva deciso di arrivare a Vienna il 29, martedì — «a meno che succeda dentro o fuori qualcosa d’imprevisto». Non aveva la forza di fissarle già ora un appuntamento: «Fino allora soffocherei, se oggi, adesso, ti dicessi un luogo e per tre giorni e per tre notti vedessi come è vuoto e come aspetta che martedì mi ci fermi ad un’ora determinata». Arrivò la mattina alle dieci, quasi svenuto dall’angoscia e dalla stanchezza. Non dormiva da due notti. Le scrisse subito, da un caffè della stazione Sud: l’aspettava la mattina dopo, mercoledì, alle dieci, all’Hotel Riva. Intanto, avrebbe consumato il tempo dell’attesa, «vedendo i monumenti», visitando i luoghi che Milena frequentava: la Lerchenfelderstrasse dove era la sua casa, l’Ufficio Postale, dove riceveva al fermo posta le lettere di Kafka; tutto, possibilmente, senza farsi vedere. Ma Milena non ebbe pazienza di attendere così a lungo: passò in rassegna tutti gli alberghi presso la stazione, e finalmente trovò Kafka, in un’ora che ignoriamo del 29 giugno.
Così, in quell’ora incerta — lui quasi svenuto, lei affettuosa e sicura — cominciarono i quattro giorni e mezzo di Franz Kafka a Vienna: gli unici di intimità con Milena. Non ne sappiamo molto: passarono molte ore nei boschi presso Vienna: sostarono in un giardino pubblico sotto una statua di Grillparzer; lui vide la casa e la stanza di lei, dove trionfava un pesantissimo armadio; e la domenica mattina, il giorno della partenza, lei portava un abito «follemente bello». Abbiamo due versioni: quella positiva e vitalistica di Milena e quella, più perplessa, di Kafka. Qualche mese dopo Milena scriveva a Max Brod: «Quando sentiva quell’angoscia, egli mi guardava negli occhi, aspettavamo un momento come se non riuscissimo a tirare il fiato, e dopo poco tutto passava. Non c’era bisogno di nessuno sforzo, tutto era semplice e chiaro, lo trascinai per le colline presso Vienna, lo precedevo correndo mentre lui camminava adagio pestando i piedi dietro a me, e se chiudo gli occhi lo vedo ancora con la sua camicia bianca e il collo scottato dal sole e lo vedo affaticarsi. Camminò per tutta la giornata, in salita, in discesa, esposto al sole, non tossì neanche una volta, mangiò tanto da far paura e dormì come un masso». Kafka distingueva i giorni: «Il primo fu l’incerto, il secondo il troppo certo, il terzo il contrito, il quarto fu il buono»; e l’anno dopo, scrivendo a Max Brod, disse che «felicità furono soltanto i frammenti di quattro giorni strappati alla notte».
Appena tornato a Praga, nella sera di domenica Kafka scrisse tre lettere a Milena. «Tutto il tempo e mille volte più di tutto il tempo e anzi tutto il tempo che esiste mi occorre per te, per pensare a te, per respirare in te». Ormai, al mondo, non esistevano altro che lei e lui: quel «noi» che declinava all’infinito; non esisteva più né passato né futuro, ma solo il presente irradiato dalla luce dei suoi occhi azzurri. Egli si annullava in lei, si perdeva in lei senza lasciare residui, e quel «noi» era così gigantesco da riempire il mondo. Non temeva più di morire: anzi desiderava morire di felicità amorosa, e poi rinascere grazie al dono di quella felicità. Nel cielo c’era un’immensa campana che suonava: «Lei non ti abbandonerà» — sebbene, ecco, mescolato a quella campana, un campanellino suonasse insistente nell’orecchio: «Lei non è più con te...».
Il giovedì mattina, arrivò la prima lettera di Milena. E subito l’Eden del presente, del puro ricordo, dell’estasiata felicità, in cui Kafka aveva vissuto quattro giorni, si frantumò. Milena gli parlava del marito: Kafka avrebbe voluto partire per Vienna e strappare Milena al marito e prenderla con sé a Praga. Questo lo avrebbe confermato nella sua esistenza: proprio lui, il paria, pedina di una pedina, avrebbe occupato per la prima volta il posto di un re nel gioco degli scacchi. Poi comprese che Milena non sarebbe venuta. La tosse lo riprese il giorno e la notte. Tutto diventò buio. L’effetto, «meravigliosamente tranquillante-inquietante», della vicinanza fisica di Milena svanì col passare dei giorni. Non aveva nessuno, tranne l’angoscia; e stretto e convulso si rotolava con essa attraverso le notti. Il venerdì non arrivarono lettere — e neppure sabato 10 luglio, domenica 11 luglio. Era disperato. Mai sarebbe arrivato più nulla. Il sabato andò ogni due ore in ufficio, per vedere se c’era posta. La domenica andò ancora peggio. Passò tutta la mattinata a letto: tornò in ufficio a chiedere se c’era un telegramma; e infine passò al Caffè Arco, che una volta Milena frequentava, cercando qualcuno che la conoscesse. Non c’era nessuno. Ma il lunedì arrivarono, tutte insieme, quattro lettere — «questa montagna di disperazione, dolore, amore, amore ricambiato».
In una di queste lettere, Milena gli scrisse qualcosa che lo ferì profondamente: «Si, hai ragione, io gli voglio bene. Ma, Franz, anche a te voglio bene». Lesse la frase molto attentamente, parola per parola: «Eppure, per non so quale debolezza, non riesco ad afferrare la frase, la leggo all’infinito e infine la trascrivo qui ancora una volta, affinché anche tu la veda e tutti e due la leggiamo insieme, tempia contro tempia». Lo feriva quell’anche, con cui Milena lo posponeva al marito. Aveva compreso che Milena amava profondamente il marito — con un amore fatto di passività, di soggezione erotica, di complicità e di abiezione. Eppure lo accettava. Kafka chiedeva l’esclusività delle attenzioni coniugali: di queste era gelosissimo, voleva che le cure, le gentilezze, il denaro con cui mantenerla, venissero soltanto da lui.
In quei giorni, Kafka scrisse a Milena una strana e accesa rivendicazione di sé stesso — forse l’unica che abbia mai avanzato. Lui — disse — non era nemmeno un suonatore: era uno dei merciai che, nell’anteguerra, percorrevano i sobborghi di Vienna; o era piuttosto, nell’economia della grande casa di Milena, un topo al quale si può permettere al massimo una volta l’anno di attraversare liberamente il tappeto. «Eppure, se tu volessi venire da me, se dunque — giudicando con metro musicale — volessi abbandonare tutto il mondo per scendere da me, non dovresti scendere, bensì passare in modo sovraumano sopra te stessa, in alto, sopra te stessa, a un punto tale che dovresti forse dilaniarti, precipitare, scomparire». Egli viveva nelle bassure — ma per giungere nel suo grigiore da merciaio o da topo, ci volevano ali.
Continuò per qualche mese a immaginare e a ricevere lettere: non faceva altro che scrivere lettere, leggere lettere, prendere in mano lettere, posarle, riprenderle, posarle e riprenderle ancora. Malgrado tutto, queste lettere — le care, fedeli, allegre lettere portatrici di felicità e salvezza — gli davano gioia. C’era mai stato, nella storia universale, un imperatore che stesse meglio di lui? Entrava nella stanza, ed ecco lì tre lettere: non aveva che da aprirle — come erano lente le dita — e appoggiarsi a loro, senza osare credere alla propria felicità. Poi arrivava un ritratto di Milena: qualcosa di inesauribile— «una lettera per un anno, una lettera per l’eternità» —; che poteva guardare solo col batticuore. Quando la posta non arrivava, viveva col fantasma di Milena. Oppure la sognava.
Sognava ancora di vivere insieme a Milena. Come sarebbe stato bello: domanda e risposta, occhiata e occhiata. Qualunque cosa potessero dire gli altri, lei aveva ragione. Per amor suo, sia pure a denti stretti, era disposto a sopportare tutto: lontananza, ansietà, preoccupazione, mancanza di lettere. Spesso, come a Merano, voleva sciogliersi in lei: posarle il viso nel grembo, sentire la sua mano sul capo, e rimanere così per sempre. Avrebbe voluto smarrire il nome e la figura, ed essere soltanto uno dei suoi oggetti, come l’armadio della sua camera. Da principio, scrivendole, aveva firmato Franz Kafka, poi solo Franz, e poi solo «tuo»: voleva perdere il nome, gettarlo nella sua ombra, dimenticare la propria identità. Infine scrisse: «Franz sbagliato, F sbagliato, tuo sbagliato, non più, silenzio, bosco profondo». Lui, il possesso, l’amore si erano perduti nella tenebra del bosco di Vienna.
Come erano lontani, a distanza di un mese, i quattro giorni passati insieme a Vienna, sebbene fossero stati soltanto brandelli di felicità. Ora c’era solo buio: sopra tutte le cose. E la tortura. Le spade si avvicinavano lentamente al corpo: quando cominciavano a scalfirlo, era talmente spaventoso che subito, col primo grido, tradiva lei, sé, tutto. Milena cercava di consolarlo, proponendogli una futura vita insieme. Non c’era nessuna possibilità: non c’era in nessun caso la possibilità che credevano di avere a Vienna. «Il mondo è pieno di possibilità, ma io non le conosco».
Alla fine di luglio, Milena seppe da Max Brod che Kafka era gravemente malato e decise di vederlo subito. Non lo amava: era troppo angelico e irreale, mentre lei posava i suoi fermi, coraggiosi e fantastici piedi sul terreno colorato della realtà. Ma lo capiva — con quale intelligenza, esattezza, e forza femminile. Da principio, Kafka rifiutò. Sentiva in lei un’angoscia segreta, non sapeva se per lui o contro di lui, un’inquietudine, una fretta improvvisa. Il convegno fu fissato: si sarebbero incontrati a Gmünd, alla frontiera fra Austria e Cecoslovacchia. Poi il progetto fallì: Milena non poteva venire. Come una talpa, Kafka aveva scavato un passaggio dalla sua buia abitazione fino a Gmünd. Ora urtò d’improvviso contro la pietra impenetrabile del «prego — non partire», e fu costretto a ripercorrere all’indietro il cunicolo scavato con tanta fretta.
A Gmünd si incontrarono il 14 e il 15 agosto. La talpa ripercorse ancora una volta con gioia il suo buio cunicolo, scavando la terra, per arrivare alla luce. Vi giunse con una strana sicurezza. Ma non vi trovò alcuna gioia: si parlarono come due estranei, divisi da troppi pensieri. Lui ebbe l’impressione di affondare: dei pesi di piombo lo trascinavano nel mare profondo; oppure era strappato via, senza appigli di nessun genere a cui potesse aggrapparsi.
Tornato a Praga, non faceva che stare seduto, a leggiucchiare: non voleva vedere nessuno; e ascoltava un dolore leggero leggero che gli rodeva la tempia. Riprese a tossire: tutte le sere tossiva ininterrottamente dalle nove e un quarto alle undici, poi si addormentava, ma a mezzanotte nel girarsi da sinistra a destra riprendeva a tossire, fino all’una. Non amava più le lettere di Milena. Cominciò ad averne paura. Quando non arrivavano, era più tranquillo. Non resisteva al dolore: le lettere venivano dal tormento, inguaribile, e procuravano soltanto tormento, inguaribile: L’inquietudine e l’angoscia lo straziavano. «Sì, la tortura è per me importantissima, non mi occupo d’altro che di essere torturato e di torturare».
A Milena aveva scritto che l’angoscia era la sua parte migliore, forse la sua sola cosa amabile, e la sola di cui lei fosse innamorata. Non era soltanto la sua angoscia: ma l’angoscia assoluta, l’angoscia da sempre, e lo costringeva a tacere per sempre. Lo obbligava a ritirarsi dal mondo: egli pensava che così la pressione del mondo sarebbe diminuita: invece, via via che si ritirava e si chiudeva nel suo castello, la pressione del mondo aumentava, e si accresceva l’angoscia. Sentiva la sua mano contro la strozza — «la cosa più orrenda che abbia sperimentato e possa sperimentare».
Scrisse a Milena: «Sporco sono, Milena, infinitamente sporco, perciò faccio tanto chiasso per la purezza. Nessuno canta così puro come coloro che sono nel più profondo inferno: quello che crediamo il canto degli angeli è il loro canto». Non era sporco: ma viveva nell’oscurità, nel sottosuolo, nel mondo animale, tra i topi e le talpe, scriveva di notte; e sognava il cibo celeste.
Era vissuto per qualche tempo alla luce e nella coscienza, come Gregor Samsa aveva vissuto giocando nella sua stanza oscura, mentre la sorella gli portava il cibo. Ora comprese che La metamorfosi aveva prefigurato il destino del suo amore per Milena. Come Gregor, aveva provato il desiderio del «nutrimento sconosciuto» e la brama di rintanarsi di nuovo nella selva, trascinando con sé Milena. «Se potessi portarla con me!» pensava, e anche: «Esiste il buio dov’è lei?». Ma comprese che non era possibile: buio e luce sono incompatibili; lui doveva scrivere nel buio e nell’angoscia della selva, Milena camminare radiosamente nella luce. Così, quasi senza volerlo, decise di ritornare nell’oscurità e nel silenzio dal quale era uscito. Interruppe la corrispondenza: l’unico mezzo per vivere era tacere; e per l’ultima volta, non in sogno, ebbe una visione. Il volto di Milena era nascosto dai capelli, lui riusciva a dividerli a destra e a sinistra, gli appariva il suo viso, le accarezzava la fronte e le tempie e le teneva fra le mani.
***
La lettera non fu l’ultima: altre, che si sono perdute, seguirono fino al gennaio 1921, mentre Kafka era in clinica in montagna, a Matliary. Milena non voleva lasciarlo: durante quasi due anni, andò all’ufficio postale di Vienna per vedere se, al fermo posta, c’erano lettere per lei; mentre egli cercava di evitare ad ogni costo la sofferenza. Al principio del gennaio 1921, raccogliendo tutte le forze, chiese l’ultima grazia: non scrivere più, impedire che ci si possa mai più rivedere. Indomabile, insaziabile, Milena gli scrisse un’altra lettera, che doveva essere «l’ultima»; e un’altra nell’aprile. Kafka pregò Max Brod di avvertirlo se Milena fosse a Praga, per evitare di scendervi, e di informarlo se Milena salisse a Matliary, per fuggire in tempo. Ma, alla fine di gennaio, verso il mattino, ebbe un sogno, che lo riempì di felicità. Alla sua sinistra stava seduto un bambino in camiciola: non era certo che fosse figlio suo: ma non gli importava: a destra, Milena; entrambi si stringevano a lui, ed egli raccontava loro la storia del suo portafoglio, che aveva perduto e ritrovato. Non amava altro che avere accanto a sé quei due, nel primo radioso mattino che poi si trasformava nella triste giornata.
Alla fine del settembre 1921, tornato a Praga, seppe che anche Milena era in città, e temette che ricominciassero le notti di insonnia. Pochi giorni dopo, all’inizio di ottobre, le consegnò i suoi Diari : nel doppio desiderio di essere completamente capito da lei e di liberarsi dal proprio passato. Tra ottobre e novembre, si rividero quattro volte: forse, tornarono a discorrere col «lei», che avevano usato ai tempi di Merano. Cosa si dissero? Si parlarono con l’antica passione, l’antica tensione, l’antica sincerità? Erano l’uno il coltello dell’altro? Soffrivano e amavano soffrire? O invece era già disceso, sopra di loro, il velo della passione sconfitta e mitigata?
Quando Milena tornò a Vienna, Kafka annotò nei Diari di essere «infinitamente triste» per la partenza di lei; e che Milena era «un principio, una luce nella tenebra». L’anno dopo, si rividero ancora: nel gennaio, forse Kafka le parlò dell’idea del Castello. Nell’aprile, la sognò ancora una volta. Compresero che esisteva un’ultima possibilità tra di loro: che qualcosa o molto era ancora vivo; ma entrambi costudirono con cura la porta chiusa, «perché non si aprisse o piuttosto perché noi non la aprissimo, dato che da sola non si apriva».
Due mesi prima, alla fine di marzo, Kafka le aveva scritto una lettera singolare, impiegando un Lei pieno di gentilezza, di distanza e di affetto. Gli uomini — diceva — conoscono solo due mezzi per comunicare: se sono distanti, si pensano a vicenda; se sono vicini, si afferrano. «Tutto il resto sorpassa le forze umane... Come sarà mai nata l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto tra loro per mezzo di lettere?» In primo luogo, scrivere moltiplica i malintesi. Poi, non è altro che entrare in contatto con i fantasmi: col proprio fantasma, che sta apparentemente seduto alla scrivania: col fantasma del destinatario che attende da noi chissà quali parole, — e con tutti gli altri spettri che popolano il mondo, davanti ai quali ci denudiamo, e che aspettano al varco le lettere portate dai postini. «Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi durante il tragitto». Tutta la sventura della sua esistenza proveniva dalla perversa abitudine di scrivere lettere. Tutta la sua vita amorosa era esistita attraverso le lettere: qualche incontro a Berlino, a Marienbad, a Vienna e poi nient’altro che lettere e lettere: aveva creduto di evitare così il terrore della vicinanza — e, invece, si era perduto per sempre nell’inquietante, onniavvolgente spettralità.
Malgrado i fantasmi, l’amorosa e implacabile Milena continuò a scrivere. Kafka qualche volta rispose; e le raccontò dei suoi fantastici piani di emigrazione in Palestina, del viaggio sul Baltico, dell’emigrazione a Berlino, dove viveva quasi in campagna. Il 23 dicembre 1923, le scrisse l’ultima lettera. Stava male. Anche lì, a Berlino, i vecchi dolori l’avevano scoperto, assalito e abbattuto: ogni cosa gli causava fatica; ogni tratto di penna gli appariva troppo grandioso, sproporzionato alle sue forze. Se scriveva «Cordiali saluti», avevano poi davvero, questi saluti, la forza di arrivare a Vienna, nella rumorosa Lerchenfelderstrasse cittadina, dove lui e le sue cose non avrebbero potuto nemmeno respirare? Ecco, li mandava comunque, i suoi cordiali saluti. Cosa importava se cadessero a terra già al cancello del suo giardino, senza avere la forza di arrivare al Potsdamerplatz e tanto meno a Vienna, come l’ultimo messaggio dell’imperatore non arriverà mai nella casa dell’ultimo suddito, che l’attende seduto alla finestra, e lo sogna quando scende la sera?

Fantascienza guglielmina

LesabéndioPaul Scheerbart: Lesabéndio, traduzione e saggio introduttivo di Fabrizio Desideri, Castelvecchi pp. 274, € 17,5

Risvolto
La vita sull'asteroide Pallas è devota alla bellezza. I pallasiani - creature elastiche e oblunghe - sono quasi sempre impegnati a ornare il corpo celeste con armoniose strutture architettoniche. La loro esistenza scorre in pace e senza dolore. Ma quando Lesabéndio decide di elevare una torre fino alla nube luminosa che sovrasta Pallas, le cose cambiano per sempre. Simbolico, immaginifico, eppure rigorosamente oggettivo nella descrizione di un'alterità assoluta, questo romanzo è un classico eccentrico della letteratura novecentesca, inclassificabile come il suo autore. "Cittadino onorario della luna", come lo definì un suo contemporaneo, Paul Scheerbart sapeva legare il gusto per il cosmico con la concreta attenzione al quotidiano e con un generoso, visionario slancio utopistico. Per questo, dall'avventura di Lesabéndio, eroe che si dissolve nella propria opera, Walter Benjamin trasse linfa per la propria riflessione filosofico-politica. A più di un secolo dalla sua comparsa, il libro rimane sospeso tra misticismo e ironia: una parabola sul desiderio di trascendere i propri limiti, di cui le quattordici illustrazioni di Alfred Kubin rappresentano il risvolto inquietante. Con quattro saggi di Walter Benjamin e saggio introduttivo di Fabrizio Desideri. 
Dalla Germania la fantascienza che piaceva a Benjamin
La Stampa Luigi Forte 18 agosto


La letteratura poliziesca nel Terzo Reich

Vincent Platini: Krimi, une anthologie du récit policier sous le troisième Reich, Anacharsis

Risvolto
Le roman policier allemand – ou Krimi – était prolifique sous le Troisième Reich. Longtemps dédaigné par les autorités, il recueillit des auteurs indociles et prit en charge la critique que la « haute » culture n’assumait plus.
Mais la censure se faisant de plus en plus pressante, et le régime cherchant à imposer le « bon roman policier allemand », les auteurs durent s’acclimater de diverses manières aux injonctions officielles.
Inédite en Allemagne même, cette anthologie se fait l’écho des disparités d’une littérature sous contrainte.
Si quelques écrivains vantent la police du Reich ou se conforment à l’idéologie nazie, d’autres trompent la censure en situant leurs intrigues hors des frontières nationales, ou en imaginant des confessions ironiques du criminel : car au fond, qu’est-ce que le crime et la justice dans une dictature ? Littérature populaire, le Krimi fait ainsi entendre une autre voix de l’Allemagne. Et s’il reflète le pouvoir policier au quotidien, il esquisse aussi un portrait du petit peuple et de la pègre – réelle ou fantasmée.
Mais surtout, il se révèle en actes un champ de bataille idéologique investi par des écrivains juifs, tel Michael Zwick, ou des résistants comme Adam Kuckhoff et John Sieg, qui payèrent leur engagement de leur vie.
Vincent Platini est enseignant-chercheur à la Freie Universität de Berlin. Il travaille sur les littératures de masse et le cinéma en Allemagne dans la première moitié du XXe siècle. Il est l’auteur de Lire, s’évader, résister. Essai sur la culture de masse sous le Troisième Reich (La Découverte, 2014).
Il successo sovversivo dei gialli nel Terzo Reich
Mentre in Italia il fascismo vietava i polizieschi, fioriva in Germania un genere che mostrava le ombre del regime
mario baudino La Stampa 19 agosto 2014