venerdì 31 ottobre 2014

La subalternità culturale della sinistra radicale postmodernista: dalla contestazione del "progresso" all'astrattezza del "nuovo"

Il "nuovo" non è affatto assimilabile al "progresso". Sono giuste le considerazioni di Bascetta su Renzi. Quello che non capisce è però che sono proprio le sue stesse premesse filosofiche postmoderne, con la rottura di qualunque equilibrio tra legittimazione e critica della modernità, ad aver preparato il disastro.
Ovviamente, non siamo ingenui e conosciamo tutti la natura dialettica dell'idea di progresso [SGA].


Il partito della restaurazione 

Tempi presenti. I disastri della sinistra liberista in nome del Progresso. Dal Jobs Act alle barbarie postmoderne

Marco Bascetta, il Manifesto 30.10.2014 
Al ter­mine di una delle prime espo­si­zioni pub­bli­che delle sue ricer­che, Sig­mund Freud si gua­da­gnò un com­mento piut­to­sto vele­noso: «C’è del nuovo e del buono nelle sue teo­rie, dot­tor Freud, pec­cato che il buono non sia nuovo e il nuovo non sia buono!». L’astio con­ser­va­tore che ispirò que­sto giu­di­zio rive­lava bru­tal­mente l’intento di deni­grare ogni inno­va­zione e cele­brare le salde verità della tra­di­zione acca­de­mica. Non­di­meno si faceva forza di una con­trad­di­zione, sem­pre pos­si­bile, sul piano logico come su quello sto­rico, tra il «nuovo» e il «buono». Con­trad­di­zione che l’ideologia pro­gres­si­sta lasciava sva­nire in un otti­mi­smo rara­mente disin­te­res­sato e assai effi­cace nel masche­rare gli squi­li­bri, gli orrori di nuovo conio, le esclu­sioni e le discri­mi­na­zioni com­piute durante il cam­mino verso il «Pro­gresso». Que­sta ideo­lo­gia, un tempo ter­reno pre­di­letto d’incontro tra la cosìd­detta bor­ghe­sia «illu­mi­nata» e il socia­li­smo del movi­mento ope­raio, è stata sot­to­po­sta alle cata­stro­fi­che prove della sto­ria e a una ine­lu­di­bile cri­tica teo­rica e poli­tica, che alla fine ha pre­teso che la «Moder­nità» si facesse «rifles­siva», attenta ai gua­sti che aveva pro­dotto e al blocco delle sue stesse pro­spet­tive. Il «pro­gres­si­smo» inge­nuo e trion­fa­li­sta divenne così un ferro vec­chio che nes­suno voleva più nomi­nare, seb­bene fosse rima­sto, sot­to­trac­cia, l’ultima linfa iden­ti­ta­ria della «sini­stra». La rivo­lu­zione neo­li­be­ri­sta le avrebbe sot­tratto anche que­sto labile anco­rag­gio. Quando fu fatta pas­sare l’idea che dall’ arric­chi­mento dei ric­chi tutti avreb­bero tratto un qual­che van­tag­gio, che l’accentuarsi delle dise­gua­glianze sarebbe stato motore di svi­luppo e il potere incon­tra­stato delle éli­tes il trionfo dell’efficienza, il campo del «Pro­gresso» era inte­ra­mente occu­pato. A sug­gello di que­sta occu­pa­zione i cer­vel­loni del Cor­riere della sera, pote­rono infine decre­tare che «il libe­ri­smo è di sini­stra». Ben con­sa­pe­voli che con l’inversione dei ter­mini il risul­tato non cam­bia. La sini­stra libe­ri­sta si accin­geva a occu­pare la scena all’insegna della «novità». 

Il «pro­gres­si­smo» era però alquanto scre­di­tato e per rie­su­marne il nuovo spi­rito ani­male biso­gnava ricor­rere ad altre parole: «inno­va­zione», «cam­bia­mento», «futuro», «nuovo», per­fino «rivo­lu­zione» accom­pa­gnata da qual­che agget­tivo gla­mour. E sospin­gere negli inferi della «con­ser­va­zione» voci cri­ti­che, posi­zioni con­flit­tuali e resi­stenze. Ma per fare que­sto una ulte­riore acro­ba­zia reto­rica si ren­deva neces­sa­ria. Fin dagli albori della Moder­nità, «con­ser­va­zione» ha signi­fi­cato la con­ser­va­zione di gerar­chie e pri­vi­legi e «tra­di­zione» la tra­smis­sione indi­stur­bata dei mede­simi. Si trat­tava a que­sto punto di equi­pa­rare i diritti acqui­siti ai pri­vi­legi di que­sta o quella cate­go­ria, gli ope­rai di fab­brica ai signori col san­gue blu. Ope­ra­zione faci­li­tata dal fatto che quei diritti erano stati nel frat­tempo inde­bo­liti e soprat­tutto negati a una vasta pla­tea di cit­ta­dini, la nuova plebe del pre­ca­riato e dei diver­sa­mente inoc­cu­pati (che, di riforma in riforma, plebe è sem­pre rima­sta). Fatto sta che altri «pri­vi­legi», quelli spet­tanti (per tra­di­zione o per usur­pa­zione) alle alte sfere della gerar­chia eco­no­mica e sociale non dove­vano essere toc­cati. Per­ché esi­gere una cosa del genere ci avrebbe con­fi­nato nelle fila della «con­ser­va­zione» più arcaica, osta­co­lando il pro­gresso (par­don, l’innovazione) fon­data sulla mito­lo­gia della «com­pe­ti­ti­vità» e del «merito». In poche mosse la dia­let­tica tra inno­va­zione e con­ser­va­zione veniva così ridi­se­gnata ad uso e con­sumo della pro­pa­ganda governativa. 
Ora, tra le «novità» del tempo pre­sente pos­siamo anno­ve­rare l’erosione dei red­diti e delle con­di­zioni di vita, il blocco della mobi­lità sociale verso l’alto, la deva­sta­zione dell’ambiente, il potere incon­trol­la­bile del capi­tale finan­zia­rio, la per­va­si­vità dei dispo­si­tivi di con­trollo sulla vita quo­ti­diana, la cre­scita smi­su­rata della popo­la­zione car­ce­ra­ria, la bar­ba­rie post­mo­derna e «gio­va­nis­sima» che imper­versa in diverse aree del modo e molte altre sgra­de­voli «inno­va­zioni». Esi­ste un «nuovo» capace di con­tra­stare que­ste «novità»? Un «buon nuovo»? Se esi­ste non sem­bra pro­spe­rare tra gli inno­va­tori per pro­fes­sione e per voca­zione. Dediti, piut­to­sto, a un sostan­ziale ritorno al pas­sato. Il lavoro con pochi diritti e a basso sala­rio è già esi­stito, la «gover­na­bi­lità» senza intralci anche, l’identificazione tra Par­tito e Nazione, disgra­zia­ta­mente, pure. Il gioco con­si­ste nello spac­ciare il nega­tivo pro­dotto nel pre­sente, e secondo i suoi para­me­tri «inno­va­tivi», come retag­gio del pas­sato. Atte­nen­dosi al vec­chio ada­gio secondo cui tutti i mali deri­ve­reb­bero dal fatto di non aver appli­cato le «riforme» con suf­fi­ciente deci­sione e non dal con­te­nuto di quelle «riforme» stesse. 
«Tutto è cam­biato», declama l’uomo del futuro, «il posto fisso non esi­ste più» (ce ne era­vamo accorti da almeno due decenni), ragion per cui il suo Jobs act, pro­mette di ampliare e sta­bi­liz­zare il lavoro a tempo inde­ter­mi­nato (e cioè la fin­zione di un «posto fisso» a certe impro­ba­bili con­di­zioni). Serve un chia­ri­mento: se, ten­den­zial­mente, il lavoro stan­dard a tempo inde­ter­mi­nato con­ti­nuerà ine­vi­ta­bil­mente a con­trarsi (vuoi per pro­cessi con­nessi all’automazione, vuoi per l’affermarsi di diverse forme di vita, vuoi per obso­le­scenza sto­rica del lavoro sotto padrone e l’accresciuta auto­no­mia del lavoro vivo) allora la redi­stri­bu­zione della ric­chezza andrebbe ripen­sata su basi più uni­ver­sa­li­sti­che e sgan­ciate dalla spe­ci­fica con­di­zione lavo­ra­tiva; se invece «il posto fisso» esi­ste ancora ed è con­si­de­rato addi­rit­tura la con­di­zione nor­male e auspi­ca­bile, pri­varlo di diritti e di garan­zie sarebbe sem­pli­ce­mente cri­mi­nale. Almeno se ci si pone dal punto di vista della difesa dei lavo­ra­tori e non da quello di chi si giova della loro più estrema ricat­ta­bi­lità, senza dare, nean­che a que­ste con­di­zioni, alcuna garan­zia di nuova occupazione. 
Nel frat­tempo si aumenta enor­me­mente la pres­sione fiscale sui lavo­ra­tori auto­nomi (que­sti sì dav­vero nuovi nelle loro grame con­di­zioni di vita) a par­tire dallo stra­to­sfe­rico red­dito di 15.000 euro all’anno. Per un cam­pione del post­for­di­smo di «sini­stra», quale si vor­rebbe il nostro pre­si­dente del con­si­glio, non c’è male. 
Pas­sando in ras­se­gna la più avan­zata fron­tiera dell’immaginazione poli­tica con­tem­po­ra­nea tro­ve­remo poi il bonus bebè rateiz­zato, lo sconto penale sul rien­tro dei capi­tali «eso­dati», senza dimen­ti­care gli ate­liers natio­naux delle Grandi opere, la pro­messa di 800mila posti di lavoro e altre inau­dite «inno­va­zioni» del mede­simo tenore. La «luce in fondo al tun­nel» è addi­rit­tura abbagliante. 

Il ritorno inno­va­tivo all’antico fu chia­mato, in un tempo feroce ma di for­mi­da­bile fio­ri­tura cul­tu­rale, Rina­sci­mento. In un altro tempo di ritorno delle signo­rie e delle ser­vitù, delle teste coro­nate e dei loro pri­vi­legi, di spie­tata repres­sione di ogni dis­senso e con­flitto, fu invece bat­tez­zato Restau­ra­zione. Que­sta seconda deno­mi­na­zione sem­bra pur­troppo la più adatta a desi­gnare il pano­rama della crisi e del suo governo che ci circonda.

Una nuova edizione per il Togliatti di Sassoon


coperitna di Togliatti e il partito di massa
Per il libro su Nagy vedi qua

Donald Sassoon: Togliatti e il partito di massa. Il Pci dal 1944 al 1964, prefazione di Eric J. Hobsbawm, traduzione di Franco Salvatorelli e Nicola Zippel, Castelvecchi 2014, pagine 425, € 25

Risvolto
Una nuova edizione del classico della storiografia sul Partito comunista italiano di Donald Sassoon, arricchita da un’introduzione inedita dell’autore e dalla prefazione di Eric J. Hobsbawm all’edizione inglese. Coprendo un arco di tempo che va dagli ultimi anni del secondo conflitto mondiale fino alla morte di Palmiro Togliatti, il libro è uno studio meticoloso e articolato della complessa figura del leader comunista, di cui viene messa in risalto l’unicità all’interno del panorama politico occidentale del dopoguerra. Sassoon mostra con grande chiarezza espositiva come l’azione politica di Togliatti si sia sviluppata in uno dei periodi più difficili della recente storia italiana e internazionale, ovvero durante la nascita e il consolidamento del precario equilibrio della guerra fredda e la concomitante rifondazione delle democrazie postbelliche. Proprio in questi anni prende forma la peculiare esperienza politica di Palmiro Togliatti e del suo partito comunista: il più grande sconfitto e, insieme, uno dei protagonisti decisivi della rinascita dell’Italia democratica e liberale.


Un saggio di Pietrosanti sul martire della rivoluzione ungherese

Antonio Carioti Corriere

Prima della rivoluzione: torna la Pietroburgo di Andrej Belyj

Andrej Belyj: Pietroburgo, a cura di Angelo Maria Ripellino, Adelphi

Risvolto

Pietroburgo, 1905. La città è sconvolta dalla tempesta sociale, si moltiplicano i comizi, gli scioperi, gli attentati. Il giovane Nikolaj Apollonovič, che si è incautamente legato a un gruppo rivoluzionario, entra in contatto con Dudkin, nevrotico terrorista nietzscheano, il quale gli affida una minuscola bomba. E il provocatore Lippančenko, doppiogiochista al servizio della polizia zarista e al contempo dei rivoluzionari, gli rivela qual è il suo compito: dovrà far saltare in aria il senatore Apollon Apollonovič, abietto campione dell’assurdità burocratica. Suo padre. È intorno a questo rovente nucleo narrativo che si snodano le vicende surreali e grottesche di Pietroburgo, unanimemente considerato il capolavoro romanzesco del simbolismo russo. Dove la vera protagonista è tuttavia la «Palmira del Nord»: una Pietroburgo maestosa e geome­trica solo all’apparenza, edificata su un labile terreno palustre i cui miasmi sgretolano le possenti architetture, le cui brume sfaldano e decompongono ogni comparsa che striscia lungo i vicoli fiocamente illuminati, tra bettole ammuffite e palazzi scrostati. I sommovimenti di inizio secolo, preludio di future tragedie, l’ululato del vento che si incanala lungo le gole del libro, il demoniaco colore giallo dei comizi gremiti di una folla in trance: ogni cosa è in preda a una malefica possessione, che Belyj filtra attraverso la lanterna magica delle immagini. Quello che Pietroburgo adombra è un gioco cerebrale che, pur dialogando con il presente, discende dalla contaminazione della grande letteratura ottocentesca – Puškin, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj –, tappe di quel lungo parricidio in cui per Belyj consiste la storia dell’intelli­gencija russa. Non stupisce dunque che Vladimir Nabokov lo collocasse tra i più grandi romanzieri del Novecento insieme a Kafka, Joyce e Proust.

Pietroburgo , la lunga attesa dell’apocalisse che non viene 
Il rapporto tormentato tra un padre e un figlio, metafora dell’esistenza

Pietro Citati Venerdì 31 Ottobre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
Boris Nikolaevic Bugaev (1880-1934) scelse lo pseudonimo di Andrej Belyj: cioè Andrea il Bianco. Era innamorato della moltitudine dei colori: li impastava, li spalmava, li violentava; eppure scelse come proprio nome il bianco assoluto, lo zero, perché solo da esso tutti i colori, vergini, sono nati. Fu amico dei simbolisti, Blok, Brjusov, Merežkovskij, Bal’mont: molte sue poesie sono presenti nella Poesia russa del Novecento (Guanda, 1964), a cura di Angelo Maria Ripellino. Scrisse alcuni romanzi: Il colombo d’argento , Kotik Letaev , Moskva , Le mosche e soprattutto Pietroburgo . La versione migliore, quella del 1922, è alla base dell’eccellente traduzione italiana di Angelo Maria Ripellino, accompagnata da una non meno eccellente introduzione ( Pietroburgo , Adelphi ). 

Pietroburgo è ambientato nell’epoca della rivoluzione del 1905. Vi si riflettono gli avvenimenti della guerra russo-giapponese, gli scioperi delle fabbriche, i comizi, gli atti di terrorismo, le cariche dei cosacchi, gli scontri. C’è un’attesa febbrile di mutamento, di catastrofe e di cataclisma: un senso di trepidazione e di paura, un’aura da apocalisse. Si attendono i gialli: giapponesi, cinesi, turani, cavalieri di Gengis Khan, orde di Tamerlano; poliformi spettri di asiatici, introdotti sinuosamente tra le pagine. Ma la cosa singolare è che, sebbene questi eventi si moltiplichino e colmino di sé Pietroburgo , nel libro non c’è alcuna traccia di storia. Tutto accade e niente accade. La storia è soltanto un tappeto orientale, bruciacchiato e gettato su una radura deserta: un filo spinato che raffiche di vento spostano capricciosamente da ogni parte. 
Figlio delle apparenze, Pietroburgo ha un apparente protagonista: Apollon Apollonovic Ableuchov, un vecchio e importante funzionario dello zar. Ma è una persona sola? «Dicono — egli asserisce — che io non sia io, bensì una moltitudine di nomi». È vecchissimo: diventa visibilmente decrepito. È odiatissimo dal figlio e da tutti i personaggi del libro; e questi odi furiosi lo cacciano morto in un sepolcro: sopra il blocco di marmo nero della tomba si innalza una croce; sotto la croce c’è un altorilievo, una testa dagli occhi penetranti e dalla bocca molteplice. Questa figura di pietra è un cubo: i quadrati, i rettangoli, i parallelepipedi trasformano tutte le cose in un’assoluta geometria. Pietroburgo è, in primo luogo, il quadro di un grande pittore cubista. Ma la vita non viene completamente annullata: si espande, e si avviticchia ai mobili, alle sedie, alle persone, in modo mostruoso e polimorfo. Così il vecchio, che credevamo morto, siede ogni giorno nel proprio ufficio, con le gambe accavallate e una mano nodosa sul risvolto della giacca: gonfia le guance e una fredda corrente si propaga per le stanze non riscaldate, scatenando un uragano alle porte della città. 
Il figlio, Nikolaj Apollonovic Ableuchov, è fatto ad immagine e somiglianza del padre, come l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Lo conosce per istinto, sino alle più sottili intuizioni e ai palpiti indistinti: nelle sue percezioni è assolutamente uguale a lui; non sa dove termina lui stesso e dove comincia il padre. Si odia: odia il momento della propria concezione; e trasferisce sul padre tutto l’odio viscerale che prova verso sé stesso. Prima che nascesse il padre, Nikolaj Apollonovic era il centro dell’universo, e anche ora, nella Russia assediata dai Gialli del 1905, crea il mondo istante per istante, in modo che gli assomigli. La sua Pietroburgo è segnata dal trionfo del domino rosso, che balla con una maschera nera: il domino attraversa tutta la città, tanto che un reggimento di cosacchi è chiamato ad afferrarlo: questo rosso guizzante è il luogo del caos che sconvolge la Russia; intorno ad esso c’è il regno del rococò, madame de Pompadour, portaciprie, piumini, azzurro-pallide vite che si incurvano con macchie nere. 
Sia nella Pietroburgo cubista sia nella Pietroburgo rococò, i vestiti si distaccano dagli uomini: paletot neri, turchini, grigi, gialli, berretti di ogni sorta, calosce di ogni specie, bombette, guanti, pantaloni bianchi e rossi, abiti blu, ventagli giapponesi, nastri di seta, merletti, paralumi, ali di carta, orecchi, nasi, baffi si distaccano dai corpi, e prendono il volo, come in un’immensa enumerazione, attraversando il cielo della città, simili a uccelli di una natura mai vista. Volano le carrozze e i treni: tutta la superficie sferica del pianeta è avvolta da grigio-nerastre spire di serpenti e da case cubiche. Le parole assumono un corpo: riempiono la bocca di chi parla: chi le ascolta non le ode; poi esse fuggono via, e si appendono alle guglie delle chiese e ai venti delle nuvole. Tutto vola, persino il Canale d’Inverno. I colori si staccano dalle cose, come se un grande e sconosciuto pittore decorasse impetuosamente e fragorosamente il mondo. Se guardiamo attentamente, ci accorgiamo che ciò che vola non sono cose, ma semplici riflessi: specchi che si susseguono all’infinito. 
Attraverso fori che non conosciamo, i pensieri, o tutto ciò che vive nella nostra melma cerebrale, esce dalla testa: in forme liquide o gassose, che si dilatano e si rarefanno. Tutto diventa gioco cerebrale: sebbene fisicissimo, questo gioco è sottratto alle leggi della gravità. Non c’è nessuna possibilità di distinguere fra realtà e irrealtà. Cosa è reale? Cosa è delirio? Squarci di nebbia reali si dissolvono in incubi, che si dissolvono a loro volta in nebbie vagamente reali. Dietro la porta della nostra stanza c’è il vuoto: se la spalanchiamo, dietro le nostre spalle si apre l’immensità del cosmo, dove possiamo gettarci a capofitto per volare vicino ai pianeti e alle stelle. Quale immensa dilatazione. Ogni corpo umano si estende fino ad occupare un posto uguale all’orbita di Saturno. E quale incredibile frantumazione. Il tempo si suddivide in miliardi di punti infinitesimali, fra i quali non c’è nessun rapporto. Questa dilatazione e questa frantumazione investono anche il libro scritto su Pietroburgo , che scoppia o si dissolve fra le nostre mani. 
Un fantomatico partito di terroristi invita Nikolaj Apollonovic a scagliare una bomba ad orologeria, che si trova nel cassettone del suo studio, e ticchetta rinchiusa in una scatola di sardine. Tutte le pagine del libro attendono questo scoppio: forse scoppierà lo zero, forse scoppierà l’uno, forse scoppieranno tutti i numeri; forse la mano sta per girare la chiavetta miracolosa e misteriosa. «Ma l’esplosione avverrà mai?», ci chiediamo continuamente, mentre le orecchie si riempiono di un fracasso immaginario. Uno schianto sta per rompere il silenzio, squarciando il letto, il tavolo, il muro della stanza. Ancora mezz’ora: la verde luce dell’alba si fa azzurra e grigia: la fiamma della candela rimpiccolisce: ancora quindici minuti: la candela si spegne; lentamente trascorrono dieci minuti, quasi un’eternità. Infine, ecco un impareggiabile fracasso, una tremenda esplosione, con un odore di bruciaticcio e di gas. 
Il libro dovrebbe finire qui, senza chiudersi, perché anch’esso è andato in frantumi. Eppure la bomba è dappertutto: sotto il tappeto della stanza, sotto il cuscino del letto; il ticchettio della bomba diventa il ticchettio di un orologio che la sostituisce e non può fermarsi mai, perché il tempo non si arresta. Esso diventa quello di una farfalla spiccatasi da un fiore: la farfalla continua a battere le ali nel cervello e in tutti i punti del corpo di Nikolaj Apollonovic e nel mondo. Infine ecco l’esplosione definitiva: uno schianto incomparabile, sordo, assordante, profondo, seguito da un silenzio di morte che avvolge le cose con un mantello funerario.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

"Pietroburgo" di Belyj? È la Russia di Putin
Il romanzo capolavoro del simbolismo uscì 100 anni fa. Ma è ancora utilissimo per comprendere l'animo di un popolo

Una biografia di Cornelius Castoriadis


François Dosse: Castoriadis. Une vie, La Découverte, pp. 532, euro 24

Risvolto
Ce livre est la première biographie consacrée à l'une des plus grandes figures intellectuelles et politiques du XXe siècle : Cornelius Castoriadis (1922-1997). Jeune résistant grec révolutionnaire menacé de mort par les staliniens, il arrive en France à l'âge de vingt-trois ans, alors que l'engouement pour l'URSS est à son zénith. Il contribue alors à créer, avec Claude Lefort et Jean-François Lyotard, l'une des branches les plus vivaces de la gauche radicale, « Socialisme ou Barbarie », qui deviendra ensuite une revue mythique et l'une des grandes influences de Mai 68, notamment par sa critique de gauche des régimes dits « communistes ».
Économiste, philosophe, psychanalyste, militant politique, Castoriadis est l'auteur d'une oeuvre essentielle pour quiconque s'intéresse à la question de l'institution hors du cadre de l'État, dont il traite dans ce que l'on peut considérer comme l'un des maîtres ouvrages du XXe siècle, L'Institution imaginaire de la société (1975). Il n'a en effet cessé, en croisant l'analyse historienne et l'approche psychanalytique, de s'attacher à penser la conquête de l'autonomie comme condition de l'approfondissement démocratique.
Fruit d'une enquête menée auprès d'une centaine de témoins, cet ouvrage permet enfin de lever le voile sur cette figure hors norme et trop méconnue, qui est restée marginale jusqu'au bout, malgré son élection comme directeur d'études à l'EHESS au début des années 1980. Celui en qui Pierre Vidal-Naquet voyait un « génie », et Edgar Morin un « Titan de l'esprit », est pourtant très certainement appelé, en ces temps de grandes turbulences des souverainetés établies, à devenir l'un des penseurs-clés du XXIe siècle.
       


Castoriadis, il ribelle che ispirò i liberali francesi
Filosofo radicale, psicanalista, economista: una biografia in Francia rivaluta un pensatore influente e misconosciuto

di Massimiliano Panarari La Stampa 31.10.14
Cornélius Castoriadis, chi era costui? A riscoprire una delle più interessanti (e misconosciute) figure di intellettuale del secondo Novecento (anche se lui per primo rigettava l’etichetta di intellò) ci pensa la sua prima biografia appena uscita in Francia. E anche il fatto che sia stato necessario attendere tanto tempo, persino nel Paese dove l’originale (e per certi tratti visionario) filosofo dell’«immaginario sociale» e del «fare pensante» ha vissuto e scritto, prima dell’uscita di un volume che ne ricostruisse integralmente esistenza e pensiero molto ci dice della sua «irregolarità».
A colmare tale lacuna, e a raccontare quanto, al di là delle apparenze, questo eccentrico pensatore di origini greche sia stato importante per la scena culturale transalpina, ci pensa nel suo Castoriadis. Une vie (La Découverte, pp. 532, euro 24) lo storico delle idee François Dosse.
Castoriadis (1922-1997) fu filosofo e psicanalista (disciplina che esercitò anche professionalmente), lavorò come economista al segretariato internazionale dell’Ocse ed ebbe (alla fine) riconoscimenti accademici rilevanti (negli anni Ottanta divenne directeur d’études all’École des Hautes Études di Parigi), ricevendo gli apprezzamenti di protagonisti importanti del mondo scena culturale come Edgar Morin (che lo definiva un «titano dello spirito») e Pierre Vidal-Naquet (che lo considerava un «genio»). Ma rimase sempre marginale perché troppo «fuori dalle righe»: quindi una sorta di eminenza grigia (o, meglio, rossissima) della sinistra eterodossa, la cui influenza fu sotterranea e carsica, e assai meno evidente di quella dei filosofi-star della French Theory (da Foucault a Derrida, passando per Lacan). E che, però, si rivelò durevole e, soprattutto, trasversale, arrivando a toccare intellettuali politicamente molto distanti dalla matrice delle sue concezioni. Che era quella del socialismo di sinistra novecentesco e del filone dell’autogestione e delle repubbliche dei consigli, ovvero quel peculiare intreccio di marxismo libertario e anarchismo che aveva messo al centro della propria teoria e (difficoltosissima) prassi una certa nozione di autonomia, nella quale il pensiero di Castoriadis troverà il proprio fulcro. Ed era precisamente quella che gli attirò appunto l’interesse, a partire dagli anni Ottanta, della pattuglia di intellettuali liberali (e social-liberali) che avrebbero riorientato la battaglia delle idee in Francia, da François Furet a Pierre Nora, da Bernard Manin a Marcel Gauchet, da Jacques Julliard a Luc Ferry e Alain Renaut. E, in primis, del filosofo politico Claude Lefort che ebbe nel corso degli anni una «conversione» liberaleggiante e con cui Castoriadis aveva condiviso una giovanile militanza trotzkista e fondato, nel 1947, la rivista Socialisme ou barbarie, alla quale questo libro attribuisce una rilevanza addirittura superiore, nella preparazione del clima intellettuale del Sessantotto, a quella del situazionismo.
Il testo di Dosse si incarica innanzitutto di ricostruire le ragioni di questo mancato riconoscimento pubblico in seno a una nazione che ai suoi intellettuali «impegnati» ha sempre eretto monumenti (trasformandoli pure in merce di esportazione). E di svelare il «mistero» di un pensatore che, pur essendosi collocato su prospettive politiche assai lontane, entrò tuttavia in sintonia profonda e venne riconosciuto come riferimento a cui guardare proprio dagli artefici della revanche del liberalismo. La ragione – secondo lo studioso – consiste nella ricollocazione al centro del dibattito (e delle discipline) di quella filosofia politica (seppur, in qualche modo, rivisitata e contaminata) che il «Sessantotto pensiero» e il post-strutturalismo avevano emarginato. Nonché, la critica serrata e intransigente (da sinistra) di Castoriadis al socialismo reale e al totalitarismo comunista, che si affiancò a quella dei nouveaux philosophes e della deuxième gauche e circolò moltissimo tra gli esponenti della rinnovata cultura politica liberale, cementando, a suo modo, una «comunità di pensiero». D’altronde, la stessa idea di rivoluzione, così centrale nelle sue teorizzazioni, nulla ha a che fare con la violenza politica, ma costituisce l’accelerazione di quel progetto di «auto-trasformazione esplicita» delle istituzioni da parte della società (e, dunque, in nome dell’autonomia) che, a ben guardare e mutatis mutandis, non poteva dispiacere al gruppo di intellettuali che avrebbe contribuito all’affermazione del neoliberalismo in Francia.
Sliding doors, per così dire. Ben differenti da quelle, molto solide e tanto tipiche di un certo gusto architettonico, dell’appartamento di Castoriadis a rue de l’Alboni, nel XVI arrondissement della capitale, che, a inizio anni Settanta, Bernardo Bertolucci trasformò in set ambientandovi il suo celeberrimo Ultimo tango a Parigi. 

Ogni paese ha i "conservatori" che si merita

copertina di Manifesto dei conservatori
Giuseppe Prezzolini: Manifesto dei conservatoriIntroduzione di Gennaro Sangiuliano, Edizioni di Storia e letteratura, pp. XXVIII-116, euro 18

Risvolto
«I nostri valori erano intelligenza, ragionamento, cultura, spirito. Le nostre scelte non rispecchiavano gli esempi dei genitori borghesi che ci davano i mezzi di vivere e di studiare. Anzi, erano completamente opposte ad essi ed ai loro pregiudizi religiosi, sociali e storici. (…) Fummo contestatori cinquant’anni prima che nascesse questa parola». Prima ancora che saggio politico, il Manifesto di Prezzolini è per noi oggi un testo eminentemente autobiografico. Un documento di critica e di autocritica, che mentre racconta il farsi etico-civile di una coscienza e di una generazione intera di intellettuali, ripercorre di, fatto – dall’interventismo, al fascismo, ai caratteri di lungo corso del costume nazionale – le vicende centrali del nostro Novecento.


Esce una nuova edizione del classico scritto dal fondatore de La Voce. A oltre quarant'anni di distanza non ha perso un grammo di attualità

Alessandro Gnocchi - Ven, 31/10/2014

L'Esorciccio: Papa Francesco dal flirt con i vendoliani del Leoncavallo al vecchio pallino di Satana

Il Pontefice mette in guardia dal demonio Il Papa a Santa Marta: «Non ci butta addosso fiori» ma «frecce infuocate»; la vita cristiana è una continua e bella lotta contro le tentazioni; l'arma vincente è «la verità»
di Domenico Agassio La Stampa 31.10.14

L’ossessione del diavolo
Papa Francesco ne ha riparlato nei giorni scorsi. Un problema molto serio che oggi si tende a relegare nell'ignoranza o nel folklore. Ma non è così
Franco Cardini  Europa

Satana c’imbroglia e noi lo cerchiamo nel posto sbagliatoIl libro di Luciano Regolo e Raffaele Talmelli «Il Diavolo» (Mondadori, pp. 336, e 17) sarà presentato oggi a Milano dagli autori, alle ore 18.30, presso la libreria Mondadori di piazza Duomo
di Paolo Foschini Corriere 3.11.14
Sul fatto che il Diavolo esista o no si potrà anche discutere, ma che il Male ci stia da sempre attorno è una realtà così evidente da averci quasi abituati a non scandalizzarcene più. E naturalmente è questo, ogni volta, il momento esatto in cui il Diavolo segna un punto. Ma è solo un punto: la partita è destinato a perderla. Se ci credete.
È bizzarro notare, se solo uno ci pensa, come la più varia pubblicistica sul Maligno inteso come tutto ciò che è occulto e paranormale non abbia mai conosciuto tanta fortuna come in questa nostra epoca, fondata in apparenza sulla logica e la scienza. Ecco perché invece merita di essere letto, se vi interessa quel grande «mistero dell’iniquità» con cui tutti prima o poi facciamo i conti, un libro appena stampato da Mondadori: che si intitola appunto Il Diavolo e che, a dispetto di una copertina un filo grottesca, tratta il problema con una profondità rara. In parte questo si deve alla formazione degli autori, vale a dire il giornalista Luciano Regolo, ma soprattutto il padre benedettino Raffaele Talmelli: il quale tra le altre cose è anche medico psichiatra, dottore in filosofia, in psicologia della comunicazione, nelle discipline musicali, postulatore della causa di canonizzazione della beata Maria Bolognesi. Nonché esorcista diocesano, titolo che gli importa di esibire assai meno che non l’ imprimatur — cui tiene molto — del suo arcivescovo, e quindi della Chiesa, alla pubblicazione di ogni parola che ha scritto. E ciò che rende profondo il libro è in effetti il suo approccio al tema. Per carità, i racconti di casi particolari ci sono: da Adolf Hitler in giù, per dire. Ma se cercate un’antologia degli orrori da cinema fate a meno di comprarlo. Anzi il punto è proprio lì. «Aggiornando Baudelaire — spiega padre Talmelli — secondo cui il più grande inganno del Diavolo è lasciarci credere che non esiste, bisognerebbe dire che uno dei suoi imbrogli stia oggi nel farcelo cercare negli sbalzi d’umore, nell’insonnia, nelle fobie, nelle voci minacciose… insomma nell’ambulatorio dello psichiatra». Al contrario: «Fissarsi sul polverone paranormale significa distogliere lo sguardo dalla realtà in cui il Maligno agisce realmente» e che è fatta di cose purtroppo assai normali, tipo «guerre, ingiustizie, egoismi, cultura dell’indifferenza» e l’elenco sarebbe abbastanza lungo da poterlo completare noi semplicemente guardandoci in casa.
Nessuna speranza? Tutt’altro. «Satana non è un dio alternativo ma un cane alla catena», scrive il priore: nella prospettiva cristiana è un bugiardo assassino, già sconfitto in partenza. Peccato che non si arrenda mai, e proprio lì sta il suo mistero. Per batterlo è sufficiente non arrenderci neanche noi, insistono gli autori. E lo dicono citando la battuta con cui papa Francesco, nell’agosto dello scorso anno, fece ridere i ragazzi di Bobbio e Piacenza: «Quando incontro un giovane che mi dice: “Che brutti tempi, Padre, non si può fare niente”… lo mando dallo psichiatra!».    

Una controversa guida alla letteratura horror

Guida alla letteratura horror
Gian Filippo Pizzo: Guida alla letteratura horror, Odoya, pp. 478, euro 22

Risvolto
Una guida alla letteratura horror composta di lemmi autoconclusivi, da leggere come racconti a se stanti e capaci di aprire una rete del sapere e dell'immaginario, con un effetto di rimandi che incuriosisce e sorprende. A questa operazione di sintesi si è dedicato un gruppo di critici e studiosi tra i maggiori esperti del settore: Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro. Le voci di questa guida sono prevalentemente riservate agli autori, con dati biografici e valutazione complessiva della produzione, ma anche box dedicati alle opere più significative, i film tratti dai loro romanzi o racconti, eventuali riduzioni a fumetti, personaggi principali, approfondimenti e curiosità. La trattazione parte dai precursori del genere, gli autori dei romanzi gotici di fine Settecento (Walpole, Beckford, Radcliffe), per poi proseguire con i classici dell'Ottocento (Poe, Stevenson, M.R. James, Stoker) e del Novecento (Bierce, Lovecraft, Matheson, Bloch) e arrivare ai contemporanei (King, Gaiman, Lansdale, Rice) e agli ultimissimi autori di successo (Meyer, Ligotti, Harris)... 

giovedì 30 ottobre 2014

La metropoli nella modernità: il libro di Vincenzo Trione

Vincenzo Trione: Effetto città. Arte cinema modernità, Bompiani

Risvolto
La città moderna: in continua trasformazione, priva di centro, crea un nuovo modo di vedere. Baudelaire è tra i primi a coglierne il senso. Nel corso del Novecento e oltre, pittori, registi, scrittori e filosofi cercano i mezzi adeguati a dire una realtà che mette in crisi i modi di rappresentazione tradizionali. Vincenzo Trione ripercorre una storia complessa e in perenne divenire, facendo dialogare teorie e opere: architettura e cinema, pittura e urbanistica. Parte da alcuni luoghi-simbolo (Parigi, Vienna, New York, Roma, Napoli...); e li analizza per il ruolo che hanno avuto nel riconfigurare lo sguardo degli artisti. Pone a confronto i classici delle avanguardie storiche e i videoclip, i concettuali e i writers. Da de Chirico a Warhol, da Boccioni a Ruttmann, da Ejzenstejn a Dario Argento, da Schwitters e Cornell ai film apocalittici hollywoodiani, rintraccia analogie impensate e illuminanti. Con un'idea di fondo: mettere in luce come le metafore, le invenzioni e le scommesse dell'arte siano indispensabili per trovare una strada nel caos della "città che sale". Trione mostra come la metropoli emerga nelle opere astratte di Mondrian, Rothko e Fontana. E come il cinema, da Antonioni a Wenders, sia spesso un'arte astratta. Si delinea così l'archeologia di un futuro possibile: una cartografia che conduce da spazi reali e riconoscibili a spazi immaginari, fantastici. 

Viaggio al cuore della modernità La metropoli come arte e finzione 
Giovedì 30 Ottobre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
E ffetto città: raramente uno studioso che dia alle stampe un’opera che sfiora le mille pagine è in grado di suggerire in sintesi, con un titolo così memorabile, il punto di vista e le coordinate del suo procedere. Effetto città (Bompiani), dunque, ha intitolato Vincenzo Trione il suo poderoso libro, rendendo un implicito omaggio all’effetto notte del capolavoro di Truffaut del 1973, nella versione italiana: in sostituzione dell’equivalente francese nel gergo tecnico del cinema, che è nuit américaine. Un effetto, dunque, un procedimento artigianale destinato non solo a creare una notte artificiale, ma anche ad essere riconosciuto in quanto tale dagli spettatori. Oggi che si impiegano mezzi molto più sofisticati e nessuno colora di blu le pellicole, possiamo apprezzare ancora più adeguatamente il vecchio trucco, per il semplice fatto che, mentre crea l’illusione, non nasconde se stesso. 
La città, nel pensiero di Trione, ha la stessa natura della notte dei registi. Finché non ne intendiamo dare una rappresentazione estetica, possiamo accettarne pacificamente una versione convenzionale. Per un tempo storico lunghissimo, tutte le città si sono assomigliate, come se non fossero altro che paesi di dimensioni più grandi. Erano il polo di un’opposizione morale alla campagna, intesa come luogo di libertà e purezza morale alternativo alla corruzione dei costumi urbani. In casi rarissimi, come quello di Roma, a questo tema umanistico trito e ritrito fino all’insignificanza si aggiungeva quello della città come scrigno di meraviglie, sacre e profane, che esigevano la compilazione di adeguati cataloghi, o guide. 
Ma a un certo punto della storia della modernità, alcuni spiriti particolarmente inquieti e percettivi hanno iniziato a considerare lo spazio urbano e la loro vita al suo interno come la fonte privilegiata del loro modo di comprendere il mondo. Fu un trauma, e insieme una rivelazione: ed è da questo evento capitale della storia di tutte le arti che inizia il lungo e labirintico racconto di Trione. Che non potrebbe prendere le mosse se non all’ombra delle poesie, dei poemi in prosa, dei saggi di Charles Baudelaire. 
Ovviamente, non sono pochi i precursori dell’autore dello Spleen di Parigi, primo fra tutti l’amatissimo Balzac. Ma nessuno, prima di Baudelaire, aveva fatto della città un criterio di conoscenza così potente e complesso. Dalla sua opera, si sprigiona un’energia capace di annullare ogni distinzione e gerarchia fra l’individuo, nella sua solitudine, e il mondo che lo circonda con la sua molteplicità che è quasi un’immagine dell’infinito. Si può dire che Baudelaire crea Parigi, e insieme profetizza ogni immagine di metropoli a venire. Ma il demiurgo (Trione coglie benissimo questo punto fondamentale) è a sua volta modellato dalla sua creazione, che è come un mostro sfuggito al controllo del mago che l’ha imprudentemente evocato. Tutto svanisce e si trasforma, nella città governata dal ferreo scettro della Moda. E nemmeno la sensibilità eccezionale del poeta che ha saputo cogliere questo ritmo è in grado di stargli dietro. Non è infatti un ritmo a cui sia possibile accordare un’esistenza umana, coi suoi limiti fisici e psicologici. 
«La forma di una città», si legge in una poesia dei Fiori del male , «cambia più in fretta del cuore di un mortale». È una constatazione spietata e razionale, ma Baudelaire ci inserisce un «ahimé!» che vale intere biblioteche di estetica e filosofia. È il lamento, impossibile da trattenere, di chi, pur non potendo vivere altrove, deve ammettersi sconfitto dallo stesso caos che ha formato il suo carattere. Ma ancora più importante della malinconia che deriva da questa ammissione, c’è l’irreversibile stato di eccezione che la città impone al mondo interiore di chi, invece che osservarla dall’esterno, si è calato nelle sue viscere come uno speleologo, un profanatore di tombe, un ladro di tesori. 
Nell’accostarsi alle innumerevoli esperienze artistiche di cui rende conto con l’abituale finezza mista ad empatia, Trione si tiene sempre fedele al criterio dell’«intensità massima» della rappresentazione, che T. S. Eliot riconosceva come la caratteristica più eminente dello stile di Baudelaire. Non potendo nemmeno lontanamente render conto della ricchezza di argomenti di questo libro, vorrei almeno ricordare la splendida serie di ritratti di città di Gabriele Basilico, che accompagna il discorso non in funzione di semplice illustrazione, ma come una specie di illuminante controcanto. Contemplando queste immagini, ci si rende facilmente conto come certe storie importanti siano sempre, in qualche modo, storie contemporanee. Tanto che, chiuso questo libro importante, potremmo azzardarci a definire la scienza praticata da Trione come una paradossale e seducente archeologia del futuro.

Quelle poesie a cielo aperto chiamate città 
Le metropoli hanno da sempre ispirato letteratura, arte, cinema e nutrito il nostro immaginario Lo racconta adesso il saggio di Vincenzo Trione
VALERIO MAGRELLI Repubblica 6 11 2014
NON capita spesso di maneggiare un libro che si avvicina alle mille pagine. Ma l’intento di Vincenzo Trione è di ampia portata. Il suo Effetto città. Arte cinema modernità ( Bompiani, pagg. 830, euro 58) mira infatti a gettare sul nostro habitat uno sguardo che includa le rappresentazioni offerte in ambito pittorico, cinematografico e architettonico nel segno, appunto, della modernità. Per questo, accanto a Vienna, Parigi e Napoli, spicca la prepotente presenza di un nome che da solo sembra valere tutti gli altri. Stiamo parlando di New York, capace di pesare nell’economia del libro quanto i tre centri europei messi insieme, quasi a voler ridistribuire il carico del nostro sistema culturale fra Vecchio e Nuovo Mondo.
Ma non è tutto, poiché il lavoro di Trione si apre con una citazione di E. B. White, che recita: «La poesia comprime molto in un piccolo spazio, aggiungete poi il ritmo e così si accentua il senso. La città è come la poesia: comprime tutta la vita, tutte le razze in una piccola isola e poi aggiunge la musica e l’accompagnamento dei suoi motori interni». Dice bene lo scrittore statunitense, ma da dove provengono le sue parole? Da un saggio intitolato non a caso Volet e sapere cos’è New York?
Il testo appena uscito si chiede dunque in che maniera rappresentare un tema quale la città contemporanea nei suoi più vari aspetti. Dopo gli studi dedicati a figure diverse quali Apollinaire (Il poeta e le arti, 1999), Ardengo Soffici ( Dentro le cose, 2001), Giorgio de Chirico ( Atlanti metafisici, 2005, e Le citta del silenzio , 2009), Alberto Savinio ( Scritti sull’arte, con Giuseppe Montesano, 2007) o Mimmo Rotella ( Anni di piombo , 2011), Trione affronta adesso un quadro assai più vasto, in cui fa convergere l’insieme delle precedenti indagini.
A questo punto, risulta pressoché inevitabile insistere sulla particolare composizione del suo ultimo testo, data la complicata, ingegnosa costruzione. Fra un prologo e un congedo, Effetto città. Arte cinema modernità si articola in due tempi di sei capitoli (ma forse sarebbe meglio chiamarli “stazioni”), dedi- cati alle quattro megalopoli di cui si è detto. Tuttavia, a scandire le tappe di tale itinerario, troviamo una ricca messe fotografica suddivisa in sette Passages, secondo un ordine che, seguendo lo sviluppo del testo, forma una specie di omaggio a Walter Benjamin. Autentico libro nel libro (che parte dalle sconvolgenti immagini della rivoluzione urbanistica condotta dal barone Haussmann nella Parigi di Baudelaire a partire dal 1852), questa notevole sezione iconografica si apre proponendo alcune illuminanti analogie tra la Shanghai fotografata da Olivo Barbieri e un quadro di Jackson Pollok, o tra i graffiti metropolitani e gli “strappi” di Mimmo Rotella. Non meno importante la presenza del cinema (dalla Metropolis di Fritz Lang alla Gotham City di Tim Burton, passando per le napoletane Mani sulla città di Francesco Rosi o le passeggiate russe di Dziga Vertov) e dell’architettura (vuoi nelle fotografie di grandi artisti, vuoi nella presentazione di progetti che hanno segnato la storia urbanistica). La grande protagonista, in ogni caso, rimane la pittura, con l’ampio spazio dedicato a de Chirico e Boccioni, Warhol e Schwitters, Piranesi e Hopper. Come si legge nell’introduzione, si tratta di un viaggio che predilige i sentieri obliqui, iscrivendosi nell’orizzonte dei visual studies , un viaggio che mira a far affiorare costellazioni sepolte, dialoghi a distanza: «Una cartografia nella quale sono state accostate grammatiche diverse: la pittura e il cinema. Una flânerie nella quale si sono combinati registri e codici. Un travelogue visivo , che aspira a rispettare le diverse competenze settoriali, ma vuole sondare anche confluenze, ibridazioni, interscambi, interferenze reciproche, condivisioni concettuali, connessioni tra sapere».
Ebbene, ad introdurci in questa spedizione pluridisciplinare, spiega Trione, non è un pittore né un regista, bensì un poeta: proprio quel Baudelaire poco fa menzionato come testimone della “distruzione” cui andò incontro l’antica Parigi. Amico del grande fotografo Nadar, l’autore dei Fiori del male appare radicato nell’inferno di un’epoca di transito, anticipando alcune forme comunicative destinate ad avere una funzione decisiva nella cultura del Novecento: il reportage fotografico, il documentario, il cinema di impianto realista.
Accanto a Baudelaire, si accennava, non poteva mancare la figura di uno fra i suoi massimi interpreti, ossia Benjamin. Già evocato a proposito dei Passages ( come si sarebbe dovuta intitolare una sua leggendaria opera), il pensatore tedesco viene chiamato in causa per un taccuino di memoria, consacrato a Berlino quale emblema della città moderna per eccellenza. Ed ecco in che maniera Benjamin racconta l’universo urbano come labirinto, spazio segnato da una radicale perdita del centro: «Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, E le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno». Con questo audace accostamento al paesaggio montano, “l’effetto città” ritrova tutta la sua forza, rivelandosi come l’affermazione, forse definitiva, di una nuova natura.