domenica 30 novembre 2014

Una recensione del libro di Losurdo su La Sinistra assente

Domenico Losurdo: La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014
Lo spettro politico che si aggira nel mondoSaggi. «La sinistra assente» di Domenico Losurdo per Carocci Editore


Paolo Ercolani, il Manifesto 29.11.2014 

Un spet­tro si aggira per il mondo: è la sini­stra. Ma in un senso dia­me­tral­mente oppo­sto a quello del cele­bre inci­pit del Mani­fe­sto di Marx ed Engels. 

Un tempo, per inter­pre­tare gli esiti dram­ma­tici a cui giun­ge­vano le grandi para­bole rivo­lu­zio­na­rie, si sarebbe ricorsi al cele­bre detto del giron­dino fran­cese Ver­gniaud (poi ripreso da Han­nah Arendt, fra gli altri): «la rivo­lu­zione è come Saturno, divora i suoi figli». Oggi­giorno, invece, per com­pren­dere la situa­zione in cui versa la sini­stra mon­diale, si dovrebbe piut­to­sto ricor­rere alla meta­fora dell’«autofagia». 
Inca­pace di meta­bo­liz­zare le scon­fitte decre­tate da quell’implacabile tri­bu­nale che è la sto­ria, infatti, la sini­stra avrebbe «divo­rato se stessa» (i suoi valori fon­da­men­tali) per poi ricon­se­gnarsi alla scena mon­diale sotto forma di uno spet­tro indi­stinto e indi­stin­gui­bile, sostan­zial­mente inca­pace di ricreare il pro­prio evento gene­ra­tivo: «l’incontro dei movi­menti reali di pro­te­sta e di lotta per l’emancipazione con la teo­ria impe­gnata ad ana­liz­zare cri­ti­ca­mente l’ordinamento esistente». 

Un mono­par­ti­ti­smo competitivo 
È quanto si può evin­cere dalla let­tura del nuovo libro di Dome­nico Losurdo, La sini­stra assente. Crisi, società dello spet­ta­colo, guerra (Carocci, pp. 303, euro 23), un’impietosa foto­gra­fia del mondo con­tem­po­ra­neo in cui il trionfo del pen­siero unico neo-liberale e neo-colonialista è potuto avve­nire anche gra­zie al dis­sol­versi della sini­stra, all’interno di un sistema filosofico-politico in cui le dif­fe­renze e i con­flitti sono eva­po­rati per lasciare il posto a quello che l’autore chiama «mono­par­ti­ti­smo competitivo». 
Il discorso di Losurdo si fonda su pre­sup­po­sti tipi­ca­mente mar­xiani, par­tendo dall’analisi della con­fi­gu­ra­zione attuale che ha assunto la strut­tura economica. 
In estrema sin­tesi il nostro tempo è carat­te­riz­zato da due grandi pro­cessi di redi­stri­bu­zione del red­dito. Nei paesi capi­ta­li­stici avan­zati, con lo sman­tel­la­mento dello Stato sociale, i licen­zia­menti, la pre­ca­riz­za­zione, la ridu­zione dei salari ecc., si accen­tua la pola­riz­za­zione sociale: una élite sem­pre più ristretta si appro­pria di una massa cre­scente di ric­chezza sociale a danno delle classi subal­terne (inte­res­sante il con­fronto dell’autore con le ana­lisi di Tho­mas Piketty). A livello mon­diale è in atto invece una redi­stri­bu­zione del red­dito di segno oppo­sto: i paesi che si sono libe­rati dal domi­nio colo­niale o semi­co­lo­niale e che ora sono «emer­genti» (in par­ti­co­lare la Cina) ridu­cono rapi­da­mente il distacco rispetto ai paesi capi­ta­li­stici e met­tono in discus­sione quella great diver­gence (titolo dell’omonimo libro di Ken­neth Pome­ranz, tra­dotto in ita­liano per il Mulino) che per secoli ha con­tras­se­gnato e sug­gel­lato il domi­nio colo­niale o semi­co­lo­niale dell’Occidente sul resto del mondo. La bor­ghe­sia mono­po­li­stica che è la pro­ta­go­ni­sta e la bene­fi­cia­ria del primo pro­cesso di redi­stri­bu­zione del red­dito cerca in ogni modo di con­tra­stare il secondo: le due guerre del Golfo, la distru­zione della Libia, il ten­ta­tivo di desta­bi­liz­za­zione della Siria, le minacce all’Iran, la pro­gres­siva espro­pria­zione e mar­gi­na­liz­za­zione del popolo pale­sti­nese sono aspetti diversi di un’unica poli­tica che intende can­cel­lare o rimet­tere in discus­sione i risul­tati della rivo­lu­zione anti­co­lo­nia­li­stica in

Medio Oriente e nel resto del mondo. 
In Occi­dente, una sini­stra degna di que­sto nome sarebbe chia­mata a scon­trarsi con la bor­ghe­sia mono­po­li­stica su entrambi i fronti: per con­tra­stare il pro­cesso di redi­stri­bu­zione del red­dito a favore dei ceti pri­vi­le­giati in atto nei paesi capi­ta­li­stici avan­zati; per salu­tare e appog­giare il pro­cesso di redi­stri­bu­zione del red­dito in atto a livello mon­diale a favore dei paesi che hanno alle spalle la rivo­lu­zione anti­co­lo­nia­li­sta; a tal fine dovrebbe com­bat­tere con­tro la poli­tica neo­co­lo­nia­li­sta di riarmo e di guerra messa in atto dall’Occidente e soprat­tutto dagli Usa. 
Il guaio, secondo l’autore, è che la sini­stra occi­den­tale dà prova di grave debo­lezza sia sul primo punto sia soprat­tutto sul secondo. Come è potuto acca­dere tutto ciò? A suoi tempi Marx ha osser­vato che la bor­ghe­sia eser­ci­tava il suo domi­nio gra­zie al mono­po­lio da essa dete­nuto dei mezzi di pro­du­zione e dif­fu­sione delle idee. A que­sto mono­po­lio, se n’è aggiunto, per Losurdo, un altro ancora più temi­bile: il mono­po­lio della pro­du­zione e dif­fu­sione delle emo­zioni. Prima di sca­te­nare una guerra, appro­fit­tando della sua schiac­ciante supe­rio­rità per quanto riguarda la potenza di fuoco mul­ti­me­diale, l’Occidente isola, mani­pola o inventa un par­ti­co­lare rac­ca­pric­ciante nel com­por­ta­mento del nemico da abbat­tere (ante­si­gnano di que­sto metodo fu Bismarck, dal momento che, volendo giu­sti­fi­care l’espansionismo colo­niale ad opera del II Reich, chiese ai suoi uomini: «Non sarebbe pos­si­bile repe­rire det­ta­gli rac­ca­pric­cianti su epi­sodi di crudeltà?»). 
Il key­ne­si­smo di Pechino 
Inve­stito dal «ter­ro­ri­smo dell’indignazione», tale nemico può essere bom­bar­dato con il con­senso di un’opinione pub­blica più o meno larga. È così che ven­gono pro­gram­mate e messe in atto, oltre che le guerre, anche le «rivo­lu­zioni colo­rate», che per Losurdo sono in realtà veri e pro­pri colpi di Stato (l’ultimo esem­pio è l’Ucraina dei giorni nostri). 
Il finale del libro vede un cre­scendo impres­sio­nante di atti di accusa da parte dell’autore nei con­fronti dei mag­giori espo­nenti cul­tu­rali della sini­stra mode­rata e di quella radi­cale: da Haber­mas e Bob­bio, defi­nite «anime belle», a Žižek e Latuo­che, che sulla scia di Fou­cault (e Hayek!) troppo pre­sto e inop­por­tu­na­mente hanno man­dato in sof­fitta la «lotta di classe» e lo «stato sociale», fino al mar­xi­sta David Har­vey, che nel con­dan­nare la Cina inse­ren­dola fra i paesi che hanno ade­rito al neo-liberismo, per Losurdo fini­sce solo col mor­ti­fi­care il paese pro­ta­go­ni­sta della più grande rivo­lu­zione anti­co­lo­nia­li­sta della sto­ria, non­ché l’ultimo baluardo mon­diale delle poli­ti­che keynesiane. 
Le tesi di Losurdo sono ardite e discu­ti­bili. Ma su una cosa ci sono pochi dubbi: è da qui che biso­gna par­tire per ridare carne, e sostanza, al fan­ta­sma invi­si­bile che chia­miamo sinistra.

Canfora fa di Togliatti un classico della socialdemocrazia


Non condivido le accuse di chi sostiene che questa recensione costituisce una adesione alla teoria del totalitarismo. C'è invece una proiezione su Togliatti della conversione di Canfora alla socialdemocrazia, avvenuta ai tempi della caduta del Muro e tenuta nascosta per qualche anno [SGA].

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Gentile e Togliatti, vite parallele
Entrambi scelsero di essere organici a un disegno politico, con Mussolini o con Stalin
di Luciano Canfora Corriere 28.11.14

Può apparire a taluno singolare o addirittura «provocante» che di Giovanni Gentile e di Palmiro Togliatti escano in contemporanea presso Bompiani, nella stessa collana, «Il pensiero occidentale», due ampie sillogi miranti a fornire al lettore una nutrita esemplificazione del loro pensiero (Giovanni Gentile, L’attualismo , introduzione di Emanuele Severino, pp. 1486, e 40; Palmiro Togliatti, La politica nel pensiero e nell’azione , a cura di Michele Ciliberto e Giuseppe Vacca, pp. 2330, e 55). Come si sa, Gentile fu ucciso da un commando dei Gap a Firenze circa alle ore 13 del 15 aprile 1944 e qualche giorno dopo, su «l’Unità» di Napoli, Togliatti, da poco rientrato in patria dall’esilio, ne avallò l’esecuzione capitale con un articolo di estrema durezza, sprezzante nel tono almeno quanto lo erano gli attacchi rivolti a Gentile da Radio Londra (Paolo Treves) e da Giustizia e Libertà (Carlo Dionisotti) subito prima e subito dopo l’attentato. Eppure, ritrovarli l’uno accanto all’altro in questa importante iniziativa editoriale non dovrà ritenersi né casuale né immotivato. Gentile e Togliatti condivisero un punto di vista, o meglio una scelta, che li coinvolse entrambi personalmente in quanto intellettuali organici ad un forte progetto politico. Una scelta, ideale e pratica, che per entrambi risultò decisiva. Non stupisce perciò la dilatazione che entrambi operarono della nozione di «pensatore», richiamandosi l’uno a Mussolini, l’altro a Stalin come a leader intellettuali e politici al tempo stesso. 


Nel caso di Gentile si potrebbero citare scritti suoi quali L’essenza del fascismo (1928) o Origini e dottrina del fascismo (1929) nonché il contributo suo alla voce Fascismo ( Dottrina del fascismo ) firmata da Mussolini per l’Enciclopedia Italiana (1932) e pensata da entrambi. Ma si possono ricordare anche scritti, meno originali certo ma intenti ugualmente a chiosare Mussolini come pensatore, di altri coevi cultori di discipline dello «spirito». La sezione filosofica della voce enciclopedica firmata da Mussolini fu infatti riedita e commentata, come «classico» per i Licei, da Emilio Paolo Lamanna ( La dottrina del fascismo. Commento , Le Monnier, 1940) e già prima da Antonino Pagliaro ( Il fascismo. Commento alla dottrina , ed. Universitaria, 1933). 

Quanto a Togliatti, che definì alla Camera dei deputati (6 marzo 1953) Stalin «un gigante del pensiero», si può osservare che gli scritti filosofici di Stalin ( Questioni del leninismo ) erano stati da lui tradotti e inclusi tra i «Classici del marxismo» per le Edizioni Rinascita (Roma 1945, collana diretta da Cantimori, Luporini, Donini, Pesenti). Peraltro ancora negli anni Settanta, nella grande Storia del pensiero filosofico e scientifico di Ludovico Geymonat (Garzanti, vol. VI, 1972), un paragrafo viene dedicato al pensiero di Stalin, e anche di Mao Zedong. Nel 1974 un capitolo dell’ I ntroduzione alla sociolinguistica di Marcellesi e Gardin (Larousse, trad. it. 1979) è dedicato a Il marxismo e la linguistica di Stalin . 
Croce si mostrava infastidito quando la pubblicistica comunista gli presentava Lenin e Stalin come suoi «colleghi in filosofia», per adoperare una sua ironica espressione. Resta il fatto che, nel Novecento, si è determinata una consapevole rottura degli argini della tradizionale nozione di «pensatore politico». E non è un caso che chi tale rottura ha inverato, in costante sintesi di pensiero e azione, si sia richiamato all’archetipo per eccellenza di tale «rottura degli argini», cioè a Machiavelli: sia Gramsci che Mussolini. Tale rottura comportò che uomini i quali avevano guidato rivoluzioni di durevole effetto venissero, nel vivo dell’azione, percepiti, o avversati, anche come «pensatori». È soprattutto nel fuoco dei grandi rivolgimenti politico-sociali che la identità Theoria / Praxis si manifesta in tutta la sua forza. Croce, pur estraneo al milieu accademico e anzi spregiatore delle sue sclerosi, vedeva in ciò una sorta di «profanazione» del «filosofare». È comunque curioso osservare la disparità dei suoi giudizi. Nel suo diario ( Quando l’Italia era tagliata in due , Laterza, 1948), al 2 dicembre 1943, parla di Mussolini come «uomo di corta intelligenza» e dalla «personalità nulla», mentre di Lenin e di Stalin parla come di «uomini dotati di genio» ( Russia ed Europa , «Città libera», 23 agosto 1945, largamente ripreso dalla stampa inglese). 
Si può ben dire dunque che Togliatti e Gentile ci appaiono, anche grazie a queste due nuovissime corpose sillogi, segnati dall’esperienza, da entrambi vissuta in prima persona, che abbiamo voluto definire «rottura degli argini»: accomunati dal convincimento secondo cui filosofare è, a pieno titolo, l’agire politico sorretto dalla consapevolezza di tradurre in atto una concezione del mondo. In quanto essa prende forma e si precisa, e si evolve, nel suo stesso farsi azione concreta. Per questo entrambi respinsero la separatezza del filosofare. 
Ma in che misura, nel caso di Togliatti, può parlarsi di un suo pensiero politico? A pieno titolo egli può annoverarsi tra i maggiori «revisionisti», rispetto al marxismo, al pari di un Bernstein e di un Turati. Tale egli fu, nell’azione concreta, mai disgiunta dalla riflessione storico-politica (si pensi al suo uso di Giolitti come metafora), attore e teorico. 
Nel solco dei Quaderni di Gramsci, egli pensò la storia d’Italia in quanto strumento del rinnovamento della società italiana. Alla sua linea d’azione e al suo pensiero, al di là della quotidianità e delle scelte contingenti, si adattano le parole di Gentile nella sezione La storia (Storia come storia dello Stato) di Genesi e struttura della società riferite al concetto di «Rivoluzione». Lì Gentile — proprio per chiarire il concetto di «rivoluzione» — spiega la forza delle Costituzioni, delle carte costituzionali, come «mito» indispensabile e da tutelarsi come tale, ma al tempo stesso la loro mutazione costante nel concreto e quotidiano farsi della vita dei popoli: «Scritte sì, ma lette — egli scrive — intese, vissute nella coscienza politica del popolo che viene rinnovandosi». 
Nell’Introduzione generale alla silloge, Ciliberto e Vacca riprendono il paragone con Cavour che fu già caro a Giorgio Bocca, narratore intelligente della biografia togliattiana. Ciliberto — credo che quelle parole siano sue — racchiude felicemente la figura di Togliatti in una immagine: quella di «un politico che aveva particolari virtù di statista anche se non riuscì ad esserlo in modo compiuto come, forse, avrebbe potuto». 

Toni Negri si scrive con Cacciari e Agamben e vede anche lui gli angeli

Toni Negri: Arte e Moltitudo, DeriveApprodi, 176 pagine, 112 euro

Risvolto
Che cos’è l’arte nella postmodernità? Cosa ne è del bello nel passaggio dal moderno al postmoderno? Cos’è il sublime quando la sussunzione reale del lavoro al capitale e l’astrazione completa del mondo si sono compiute? Sono le domande a cui risponde Toni Negri, in una veste di scrittura inedita, con dieci lettere ad altrettanti amici (tra i quali Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Nanni Balestrini). Si discute dell’astratto, del lavoro collettivo, del costruire, dell’evento, del corpo, della biopolitica e del comune. Contro ogni retorica debolista, questo piccolo dizionario dell’arte ci permette di scoprire la resistenza etica nella postmodernità. Contro il cinismo spettacolare del mercato che fa dell’opera d’arte una merce tra le altre qui si afferma un’idea dell’arte radicalmente democratica. Contro la sconfitta tragica che fa dell’arte «il prodotto dell’angelo», qui si afferma che «tutti gli uomini sono angeli». Un libro che dimostra la poliedricità del pensiero di Negri, qui confrontato alle implicazioni politiche dell’estetica.


"Arte e Moltitudo" è un libro che raccoglie le lettere che Toni Negri ha spedito negli anni ad amici come Cacciari, Agamben, Balestrini dove si scoprono le sue idee estetiche e una dimensione insolita del professore padovano

Nicola Mirenzi Europa 29 novembre 2014

Metamorfosi del presente 
Saggi. «Arte e multitudo» di Toni Negri, la ripubblicazione, in versione ampliata, per Derive Approdi. Dieci lettere a intellettuali e amici per provare a reinventare il mondo, partendo dalle pratiche creative
Giovanna Zapperi, il Manifesto 12.12.2014 
In un pas­sag­gio di The Cell, il film che l’artista Angela Meli­to­pou­los ha dedi­cato ad Anto­nio Negri nel 2008, il filo­sofo ita­liano rie­voca i suoi studi su Leo­pardi durante gli anni dell’esilio pari­gino, sof­fer­man­dosi sul nesso tra imma­gi­na­zione poe­tica e costru­zione del comune. È qui la grande lezione del pes­si­mi­smo di Leo­pardi, afferma Negri: la pos­si­bi­lità di costruire mondi diversi attra­verso il comune.
L’arte come ciò che per­mette di inven­tare e di spe­ri­men­tare nuove con­fi­gu­ra­zioni dell’essere insieme e della vita: potrebbe essere que­sta la trac­cia attra­verso la quale leg­gere le dieci let­tere che com­pon­gono il libro Arte e mul­ti­tudo, recen­te­mente ripub­bli­cato in una ver­sione ampliata a cura di Nico­las Mar­tino (Toni Negri, Arte e mul­ti­tudo, a cura di Nico­las Mar­tino, Roma, Derive Approdi, pp. 176, euro 12). Non è forse un caso, infatti, che nella nuova pre­fa­zione al libro Negri torni a pro­prio a Leo­pardi, sug­ge­rendo un paral­lelo tra la con­di­zione descritta dal poeta di Reca­nati, alle prese con una moder­nità che «annulla le pas­sioni, ossia le sole forze che ren­dono la vita degna di essere vis­suta», e le con­di­zioni sto­ri­che e mate­riali all’interno delle quali si inse­ri­sce la rifles­sione svi­lup­pata nelle pagine di que­sto libro. 

Arte e Mul­ti­tudo è com­po­sto da una serie di let­tere indi­riz­zate ad alcuni amici e pub­bli­cate in volume per la prima volta nel 1990 per i tipi dell’editore Gian­carlo Politi. Que­sti scritti si col­lo­cano dun­que nel pieno dell’esilio pari­gino di Negri, negli anni della disil­lu­sione seguita alla scon­fitta dei movi­menti del decen­nio pre­ce­dente, in una fase che l’autore ricorda come for­te­mente segnata dalla rei­fi­ca­zione di ogni aspetto della vita e dell’attività umana. Que­sto libro ha cono­sciuto una serie di ristampe, tutte in tra­du­zione: alla ver­sione spa­gnola uscita nel 2000, sono seguite due tra­du­zioni fran­cesi (rispet­ti­va­mente nel 2005 e nel 2009) che con­te­ne­vano ognuna una nuova let­tera, men­tre que­sta nuova edi­zione ita­liana com­prende un’ultima let­tera «sul comune», una nuova pre­sen­ta­zione dell’autore, tre testi ine­diti (uno dello stesso Negri, gli altri due a firma di Nico­las Mar­tino e di Marco Assen­nato) e due inter­vi­ste che svi­lup­pano i temi affron­tati nelle lettere. 

Il volume per­mette in que­sto modo di rico­struire il con­te­sto poli­tico e intel­let­tuale in cui Negri ha svi­lup­pato le sue rifles­sioni sull’arte, in par­ti­co­lare rispetto al dibat­tito che ha carat­te­riz­zato il post­mo­der­ni­smo ita­liano, di cui il sag­gio di Nico­las Mar­tino rico­strui­sce i momenti salienti.
Tut­ta­via, al di là della neces­sa­ria messa in pro­spet­tiva sto­rica, que­sta nuova edi­zione per­mette soprat­tutto di evi­den­ziare gli aspetti più attuali e pro­dut­tivi della rifles­sione di Negri sull’arte, che riman­dano in par­ti­co­lare alle que­stioni del comune e delle tra­sfor­ma­zioni che stanno ride­fi­nendo il rap­porto tra lavoro e crea­ti­vità. Sono infatti que­sti i temi che appa­iono come i più strin­genti sia dal punto di vista della loro cen­tra­lità nell’immaginare nuove forme di lotta, sia per la straor­di­na­ria riso­nanza che tro­vano nelle pra­ti­che arti­sti­che che negli ultimi anni si sono poste come dei veri e pro­pri labo­ra­tori di pen­siero critico. 

Per Negri, infatti, l’arte può tra­dursi in dispo­si­tivo costi­tuente pro­prio in quanto assume su di sé le con­di­zioni di pro­du­zione e di sfrut­ta­mento, spe­ri­men­tando forme di resi­stenza e di tra­sfor­ma­zione. «L’arte – scrive – non ha mai costi­tuito uno spa­zio di costru­zione este­tica auto­nomo rispetto alla sto­ri­cità dell’essere insieme e alla mate­ria­lità delle tec­no­lo­gie della pro­du­zione e della vita. È sem­pre stata den­tro que­sti mondi, vi ha lavo­rato, costruen­doli – e spesso anti­ci­pan­doli». Da que­sto punto di vista è pos­si­bile osser­vare i pro­ce­di­menti e le pra­ti­che arti­sti­che come altret­tante rispo­ste, rein­ven­zioni o dislo­ca­menti delle forme assunte dalla pro­du­zione e dall’organizzazione capi­ta­li­stica in deter­mi­nate epo­che e contesti. 

Al di fuori di ogni visione di tipo teleologico-storicistica, Negri si con­cen­tra sul coin­vol­gi­mento dell’arte all’interno delle con­di­zioni del pro­prio tempo, sot­to­li­neando come que­sto coin­vol­gi­mento si sia potuto tra­durre in una serie di pra­ti­che tra­sfor­ma­tive che chia­mano in causa le sog­get­ti­vità e i corpi all’interno di un oriz­zonte col­let­tivo. Nella let­tera «sul corpo», indi­riz­zata a Raùl San­chez, viene affron­tato in par­ti­co­lare il nesso che uni­sce corpo, arte e pro­du­zione, ovvero quel corpo-macchina sul quale con­ver­gono tanto l’arte quanto le forme del lavoro con­tem­po­ra­neo. Qui l’immagine evo­ca­tiva di «un corpo che cono­sce dan­zando» tra­duce la pos­si­bi­lità di pen­sare l’arte come spe­ri­men­ta­zione di forme di vita incar­nate in un’epoca segnata dall’astrazione del lavoro cognitivo. 

Alla let­tura del libro col­pi­sce tra le altre cose la discre­panza tra i rife­ri­menti di Negri in campo arti­stico, per­lo­più legati agli anni della sua for­ma­zione, e l’attualità della sua ela­bo­ra­zione teo­rica per l’arte degli ultimi anni. I temi svi­lup­pati nel libro hanno avuto infatti un impatto deci­sivo nell’articolare la spe­ri­men­ta­zione arti­stica con l’invenzione di forme di vita – di «mondi diversi», diremmo con Negri – all’interno di quella nebu­losa che chia­miamo «arte contemporanea». 

Al di là degli arti­sti che si sono inte­res­sati in modo più o meno diretto alla sua tra­iet­to­ria e al suo pen­siero – oltre al bel­lis­simo film di Angela Meli­to­pou­los, si potreb­bero men­zio­nare i recenti lavori di Ros­sella Biscotti o di Oli­ver Res­sler – molti dei temi svi­lup­pati in Arte e mul­ti­tudo risul­tano cru­ciali per pen­sare il dive­nire dell’arte nel suo essere al con­tempo «merce e atti­vità» che «sta den­tro ad un modo di pro­du­zione spe­ci­fico e lo ripro­duce, o meglio, lo pro­duce e lo con­te­sta, lo subi­sce e lo distrugge», come scrive lo stesso Negri nella post­fa­zione al libro. La cui attua­lità risiede, in primo luogo, pro­prio nella sua capa­cità di for­mu­lare un pen­siero cri­tico nel pre­sente, che per­metta di imma­gi­nare insieme tra­sfor­ma­zione sociale e spe­ri­men­ta­zione arti­stica, crea­ti­vità e comune, arte e moltitudine.

Ancora su "Comunismo Ermeneutico" di Vattimo-Zabala



Ricordo ancora una volta che di questo libro, come del confronto tra ermeneutica e nuovo realismo e più in generale delle tendenze in corso nella filosofia italiana e delle loro ricadute politiche, parlo ampiamente nella terza parte del mio libro Democrazia Cercasi. Il comunismo di Vattimo è ovviamente un "comunismo" che Gianni chiama, en passant, anche "vero liberalismo" e in altri dieci o quindici modi [SGA].

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Marx più Heidegger. Ecco il comunismo 2.0
È uscito il saggio di Gianni Vattimo e Santiago Zabala sull’idea d’una società alternativa. A differenza dal passato però la violenza rivoluzionaria è esplicitamente rifiutata

di Franca D’Agostini La Stampa 28.11.14

Comunismo ermeneutico, di Gianni Vattimo e Santiago Zabala, è un libro che è necessario leggere, per chiunque sia interessato alla filosofia, alla politica, e ai rapporti tra l’una e all’altra. Non perché sia ineccepibile (al contrario avrei da eccepire a diverse tesi presentate dai due autori) ma per un’altra ragione, più seria e profonda.
Dal punto di vista ideologico-politico viviamo in un’epoca di morti viventi: teorie già morte e finite, che però continuano a fare danno (si possono tralasciare gli esempi: chiunque potrebbe citare due o tre casi, da destra o da sinistra). Ma viviamo anche in un’epoca di sepolti vivi: teorie e ipotesi che sono state affrettatamente tumulate, prima che riuscissero a svilupparsi pienamente e a manifestare i loro meriti e le loro ragioni. E uno di questi sepolti vivi è precisamente, io credo, quella variante dell’ermeneutica che Vattimo pensò come «pensiero debole»: una posizione filosofica che è stata troppo rapidamente liquidata, quando aveva ancora qualcosa da dire, o anzi (mia opinione) non aveva ancora incominciato a dire il meglio di quel che doveva-poteva dire.
Uno degli aspetti centrali del debolismo ermeneutico era la sua ricaduta politica, e in particolare l’idea che l’ermeneutica (la filosofia dell’interpretazione elaborata da Hans Georg Gadamer, Paul Ricoeur, Luigi Pareyson) potesse configurarsi non tanto come «pensiero debole», ma come «pensiero dei deboli»: voce delle parti più sfortunate della società, e parola pronunciata in loro difesa. Questo aspetto legava il pensiero debole di Vattimo al Cristianesimo, creando l’idea paradossale ma plausibile di un Gesù «nichilista», pronto a mettere in discussione le (false) verità degli scribi, dei sacerdoti, dei farisei.
In Comunismo ermeneutico i due autori non sviluppano molto le basi filosofiche della loro prospettiva. E non c’è molto, nel libro, delle posizioni originarie di Vattimo. C’è invece una rapida liquidazione delle problematiche della verità, del realismo, della metafisica, semplicemente identificati come i tre costituenti della «politica delle descrizioni» che secondo gli autori starebbe alla base del capitalismo. E per tutto il libro con ostinazione si ripete che «l’imposizione della verità e la difesa del realismo» sono i grandi nemici della giustizia globale. L’ermeneutica, in quanto pensiero interpretativo e non descrittivo, si contrapporrebbe a tali nemici, in una guerra che è la nostra attuale «emergenza», secondo gli autori. Si tratta allora di contrastare il ferreo ordine capitalistico mondiale con un pensiero che non aspira né alla verità né all’oggettività, e neppure alla forza rivoluzionaria, ma si concede libero al conflitto delle interpretazioni.
Non so se davvero il capitalismo in questa fase storica terminale debba davvero descriversi (interpretarsi) come «politica delle descrizioni». Non so se i nemici che i poveri del mondo devono combattere siano davvero la metafisica, il concetto di verità, o quella astrazione che gli autori chiamano «realismo», e che a me sembra una specie di caricatura del cosiddetto «realismo ingenuo». Dubito che sia così. Inoltre, i due autori citano la politica di Chávez come «la grande novità della politica mondiale». Ma ci chiediamo: davvero il «nuovo» di Chávez, e di Morales, Correa, Mujica e dei Kirchner, e «persino Papa Bergoglio» ha come sfondo filosofico il rifiuto della verità e il contrasto tra descrizioni e interpretazioni? L’aggancio tra l’ermeneutica debolista e il decisionismo forte, veritativo e descrittivo, necessario per una politica concreta (specie di stampo comunista) sembra delineato nel libro in modo piuttosto vago.
Ma è ovvio che Vattimo e Zabala lavorano in un linguaggio speciale, che hanno ereditato da interpretazioni e reinterpretazioni di Rorty, Derrida, Heidegger, Nietzsche; e per capire la loro proposta occorre entrare in questo linguaggio, e condividerne le regole. Per esempio, ciò che unisce Marx e Heidegger, dicono, è la critica della metafisica, ma «metafisica» non è la disciplina filosofica che ha questo nome, bensì un modo di vedere la realtà funzionale agli interessi dei potenti della Terra. Ciò che chiamano «descrizioni» non è il semplice descrivere cose più o meno reali o immaginate, ma la pretesa «oggettivistica» di catturare il mondo «dall’alto», con le parole i discorsi i concetti, e imprigionare in tale cattura anche le libere esistenze dei singoli umani. E il comunismo a cui pensano Vattimo e Zabala non è ciò che canonicamente si può intendere per comunismo ma il principio della comunanza, quale si esprime nel vangelo di Matteo: «Dovunque due o tre sono radunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro». E «nel nome mio», spiegano gli autori, significa «nel nome della giustizia, della fraternità, e della solidarietà».
Iniziamo dunque a vedere la ragione per cui occorre leggere Comunismo ermeneutico: per riprendere il discorso sul rapporto tra filosofia e «pensiero dei deboli», e se mai confermare che la filosofia (anche nella variante quasi «anti-filosofica» delineata da Vattimo e Zabala) in definitiva è sempre stata e dovrebbe continuare a essere, come diceva Jean-François Lyotard, la force des faibles. 



Vattimo “Uno, cento, mille conflitti sociali contro la democrazia bloccata dall’alto”

intervista di Claudio Gallo La Stampa 28.11.14

Professor Vattimo, secondoComunismo ermeneutico, l’attuale democrazia sarebbe l’ultimo bastione di quella metafisica che una parte cruciale della filosofia del Novecento ha dichiarato inconsistente: è per questo che la chiamate democrazia bloccata?
«La chiamiamo democrazie bloccata perché è condizionata da di un sistema di equilibri internazionali dominati dall’alto. Come sempre, non pensiamo che la situazione politica dipenda da un qualche errore filosofico, ma semplicemente ci sembra che la filosofia, in questo caso l’ultima sopravvivenza della metafisica, faccia parte della situazione politica e non la determini». 
Talvolta il libro sembra suggerire una società anarchica piuttosto che comunista
«Una politica “anarchica” sembra oggi l’unica possibilità di emancipazione e quindi anche di preparazione di una futura società comunista. Realisticamente non possiamo pensare a una rivoluzione comunista a breve scadenza. Disturbare il sistema capitalistico avviato al suicidio è per ora il solo modo di combatterlo, “hagan lio”, fate casino, come dice il Papa».
E’ curioso che pur individuando enormi disagi sociali nelle società capitalistiche poi diciate di voler evitare una prospettiva rivoluzionaria, di mutamento radicale.
«Anche qui è questione di realismo. La prospettiva rivoluzionaria è in questo momento velleitaria o avventuristica. Uno cento mille conflitti sociali sono la sola cosa a cui possiamo realisticamente mirare per spingere i governi a una politica meno disumana». 
Nel marxismo il cambiamento verso una società più giusta era spinto delle contraddizioni del capitalismo che avrebbero dovuto portare gli sfruttati a rovesciare i rapporti di classe: qual è il motore del comunismo ermeneutico?
«Il motore è lo stesso. L’ermeneutica lavora di più per limitare l’influenza addormentante dei mass media che sono il vero oppio di cui parlava Marx». 
Come mai questo libro, che pure è stato molto tradotto all’estero, arriva in Italia tre anni dopo l’edizione inglese?
«Dipende un po’ dalla scelta di averlo pubblicare anzitutto in Inglese, “colpire il centro del impero.” Il resto dipende dal normali scelte editoriali».

Spazzali via

D'Alema pretendeva di spiegarci il mondo quando esalava amore verso Blair, lo pretende oggi che invidia Renzi perché fa ciò che a lui non è riuscito. Ciò che lui rappresenta costituirà sempre un equivoco. Meglio rimuoverlo in fretta [SGA].

Il cantante: «Se il premier fosse stato leader di un partito negli Anni Cinquanta, io e mio papà forse l’avremmo visto come un rivale politico»di Marinella Venegoni La Stampa 27.11.14

«Berlinguer ultimo grande leader»
Morandi e le regionali in Emilia: «Per la prima volta non ho votato» Nei giorni in cui il cantante, da sempre vicino alla sinistra, compie 70 anni: «C’è molta delusione: non so se Renzi ai miei tempi, sarebbe stato nostro alleato»
Corriere 27.11.14

Lo spazio (esiguo) a sinistra del Pd e il mito del «partito del lavoro»
di Nando Pagnoncelli Corriere 27.11.14
Le frizioni sempre più evidenti nel Pd, innescate dal Jobs act, sono esplose ieri con evidenza. Punto scatenante è stato il risultato delle elezioni in Emilia-Romagna. La straordinaria astensione è stata letta prevalentemente come un segnale critico rivolto a Renzi. Rosy Bindi, nell’intervista concessa a questo giornale, lo dice esplicitamente e ritiene che non sia lontano il momento della costituzione di una forza di sinistra in competizione con il Pd di Renzi che starebbe progressivamente spostandosi a destra. Una forza che recuperi l’ispirazione dell’Ulivo, saldamente collocata nell’area del riformismo di sinistra.
Che consistenza avrebbe un percorso di questo genere? Quale forza elettorale? È naturalmente difficile da dire. È indubbio che l’aggravarsi delle difficoltà economiche del Paese creino nell’elettorato forti preoccupazioni e un malumore diffuso anche verso il governo e il premier che hanno perso una quota importante di consensi a partire dalla fine dell’estate. E abbiamo visto che il Jobs act non sembra essere particolarmente apprezzato, poiché si pensa che favorisca più le imprese che non i lavoratori né si spera in un suo effetto apprezzabile sulla crescita dell’occupazione.
Ma questo non basta per individuare una stabile base di consenso. L’orientamento culturale su cui Renzi fonda il suo percorso non è infatti tanto un rifiuto della collocazione a sinistra, quanto un percorso di rinnovamento delle costituencies della sinistra in un mondo trasformato. E, in fondo, è stato Renzi a collocare il Pd nel Partito socialista europeo, cosa che non era riuscita a nessuno dei segretari provenienti dalla tradizione ex-comunista. E l’impostazione retrostante il Jobs act sembra una sorta di riedizione del patto dei produttori, sia pure con modalità negoziali e processi decisionali diversi rispetto al passato. Quindi l’ipotesi della nuova forza può avere una sua consistenza solo se non si chiude nel recupero del passato, nel ritorno all’Ulivo o comunque alle tradizioni precedenti. La richiesta di cambiamento, anche del ceto dirigente, è stata evidente in una parte importante dell’elettorato tradizionale della sinistra e sembra oramai un dato che non si può mettere in discussione. Anche perché il consenso potenziale ad una forza di questo tipo, come abbiamo visto qualche settimana fa, veniva meno dai lavoratori e più da disoccupati e anziani. Recuperare il disagio e la delusione attraverso il classico partito del lavoro è dunque presumibilmente difficile.
 

Massimo D’Alema «Renzi lasci la Terza Via Bisogna riscoprire lo Stato»
intervista di Paolo Valentino Corriere 29.11.14
ROMA Presidente D’Alema, siamo in piena rievocazione della Terza Via. Lei ne è stato uno degli iniziatori, nel 1999, con il vertice di Firenze. Quale è il suo significato attuale? 
«Nessuno. In tempi recenti sono state avanzate critiche anche aspre di quella esperienza: troppo liberismo, troppe concessioni alla deregulation. Ma cosa fu la Terza Via? All’indomani della caduta del muro di Berlino, quindi in un clima di grande mutazione, fu lo sforzo di far incontrare i principi del socialismo con una visione di tipo liberale. Penso ancora oggi che abbia avuto un impatto positivo, sia pure con effetti contraddittori che non possono essere nascosti. Ma è un’esperienza di 15 anni fa. Allora diede i suoi frutti, anche nel nostro Paese. Fu la sinistra al governo che, sulla base di quella visione, ridusse drasticamente la presenza statale nell’economia, avviò le grandi privatizzazioni, lanciò le liberalizzazioni poi continuate nel lavoro di Bersani, riformò le pensioni. Pose fine a una politica di deficit spending, tanto che noi portammo il debito pubblico dal 127 al 102% del Pil, realizzando sistematicamente un avanzo primario del 3% e liberalizzò il mercato del lavoro, per certi aspetti perfino troppo, visto che si produssero forme contrattuali che poi sfociarono in una eccessiva precarizzazione. Quindici anni dopo, i problemi sono completamente diversi. Bill Clinton, non un pericoloso estremista, ha scritto tre anni fa un libro, Back to work , sostenendo che il principale limite di quella esperienza fu di aver sottovalutato il ruolo dello Stato. La Terza Via fu pensata in una prospettiva ottimistica della globalizzazione, che si è rivelata fallace. L’eccesso di liberalizzazione ha portato a enormi diseguaglianze sociali, a grave instabilità economica e, in ultima analisi, alla crisi del 2008». 
La Terza Via corresponsabile della crisi del 2008? 
«Guardi che la deregulation finanziaria, il “liberi tutti” per banche e speculatori, in America, la fece Clinton, lui stesso lo ha riconosciuto. Quello che io trovo incredibile è che, nel tentativo di offrire un retroterra teorico nobile al governo Renzi, oggi si faccia un’operazione anacronistica. Chi ci spiega che la velocità del mondo, le nuove tecnologie impongono il cambiamento poi ci propone una piattaforma ideologica della fine del secolo scorso come la Grande Novità di oggi. Sul piano culturale è sconcertante. Primo, la riduzione del ruolo dello Stato era il tema di vent’anni fa. Secondo lo abbiamo fatto. In qualche caso forse troppo. Terzo, alcuni dei protagonisti riflettono criticamente su quell’esercizio. Oggi tutto il pensiero economico ruota intorno ad altri tempi. Ci sono Stiglitz, Piketty, Krugman. Il Financial Times ha dedicato una pagina intera al libro della Mazzuccato sulla necessità di riscoprire il ruolo dello Stato come forza propulsiva dello sviluppo. Quelli che invocano la Terza Via sembra abbiano saltato le letture degli ultimi 10 anni, ammesso che avessero fatto quelle precedenti». 
E qual è invece il dibattito giusto? 
«La crisi di oggi ha radici nella debolezza della politica e dell’azione pubblica, sia a livello europeo sia nazionale. E non si può uscirne senza politiche in grado di promuovere gli investimenti, anche pubblici. Altro che meno Stato. La crisi ha evidenziato i limiti dell’approccio liberista e ha messo la politica di fronte alla responsabilità di promuovere gli investimenti e ridurre le diseguaglianze. La crisi europea si caratterizza soprattutto come crollo della domanda interna. Oggi l’Europa è esportatore netto, malgrado l’euro. Ma il problema è il crollo dei consumi europei che deriva da un impoverimento delle classi medie e del mondo del lavoro». 
Lei sta contestando la necessità delle riforme strutturali, che ci chiedono la Commissione, la Banca centrale di Mario Draghi, a cominciare da quella in corso del mercato del lavoro, per dargli più flessibilità? 
«Secondo i dati Ocse, non miei, il mercato del lavoro è più flessibile in Italia che in Germania e in Francia. In ogni caso, trovo stravagante e incomprensibile che oggi, con i dati economici peggiori dell’eurozona, sia la riforma elettorale la priorità di un governo che dice di voler rimanere in carica fino al 2018. Non credo che l’Europa ci chieda questo. Detto ciò, la riforma del mercato del lavoro contiene molti aspetti positivi, io sono favorevole al contratto unico a tutele crescenti perché riduce la precarietà del lavoro. Ma contesto il fatto che la nuova generazione di occupati non possa accedere alla tutela dell’articolo 18, che invece rimane per i lavoratori già assunti. A partire dai principi stessi enunciati dal governo, il meccanismo proposto introduce quindi un elemento che li contraddice, fra l’altro stabilendo una diseguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, dubbia sotto il profilo costituzionale. Inoltre non credo che, approvato il Jobs act, arriveranno investimenti a pioggia o cresceranno tumultuosamente i posti di lavoro». 
Quali dovrebbero essere le priorità di un governo di sinistra? 
«La riforma dello Stato, delle amministrazioni, compreso il funzionamento della giustizia, la sicurezza. A livello europeo, la prima riforma dovrebbe essere quella dei mercati finanziari. Cominciamo, per esempio, a stabilire che all’interno dell’eurozona non sia possibile la concorrenza fiscale. Non possiamo scoprire solo ora che il Lussemburgo è un paradiso fiscale, magari per indebolire Juncker e con lui la nuova Commissione». 
E come la mettiamo con i nostri obblighi, quelli che ci impongono i Trattati? 
«Sono convinto che l’austerità come premessa della crescita sia una ricetta sbagliata». 
Ma su questo c’è accordo. Il governo Renzi si è battuto per cambiare i termini dell’equazione, privilegiando la crescita. 
«C’è accordo a parole. Nella sostanza siamo di fronte solo ad annunci. Dei 300 miliardi del piano di investimenti di Juncker pare ce ne siano solo 21. I segnali di cambiamento sono estremamente timidi. Siccome non c’è più flessibilità nella moneta, si continua a premere su misure di contenimento dei salari. Il punto vero è questo. Ma questa politica è all’origine del crollo del mercato interno europeo. Tanto è vero che oggi perfino in Germania si apre un dibattito: gli industriali tedeschi mettono in guardia da un eccessivo contenimento dei salari. All’ultimo G20 lo snodo centrale è stata la polemica tra Obama e la Merkel sulla politica dell’austerità: è Obama che ha detto alla cancelliera che l’Europa deve spendere più nella crescita. È questo il vero ostacolo alla ripresa, non l’articolo 18». 
Siamo alla fine della presidenza semestrale italiana dell’Unione Europea. Che bilancio ne fa? 
«Devo dire che, anche per ragioni oggettive, le vicende della Commissione, la battaglia sulle nomine, non mi pare abbia lasciato un segno così indelebile nella storia dell’Unione Europea».

Miglioristi Il commiato di Re Giorgio al compagno Togliatti
di Fabrizio d’Esposito il Fatto 29.11.14
Una delle primissime volte che Giorgio Napolitano conobbe Palmiro Togliatti da vicino, sul piano umano oltre che politico, fu nell’autunno del 1950. Napolitano, classe 1925, era un quadro della federazione comunista di Napoli, quella “stalinista” di Cacciapuoti e Amendola, e fu delegato a vigilare sulla convalescenza del Migliore a Sorrento dopo un grave incidente automobilistico. Togliatti era con Nilde Iotti e la piccola Marisa Malagoli, appena adottata e Napolitano rimase con loro per due settimane.
QUASI sessantacinque anni dopo, l’immagine più forte e suggestiva del congedo del capo dello Stato dalla Camera dei deputati, in vista delle sue dimissioni di gennaio, è questa: il presidente, in piedi, che si appoggia sul bastone comparso nelle sue ultime uscite, la piccola Malagoli Togliatti diventata una signora anziana, infine Emanuele Macaluso, altro compagno migliorista come “Giorgio” e amico del capo dello Stato. Di fronte a loro Laura Boldrini, presidente della Camera, e Giuseppe Vacca, a capo della Fondazione Istituto Gramsci, che ieri hanno inaugurato a Montecitorio, nella Sala della Regina, la mostra dedicata a Palmiro Togliatti “padre della Costituzione” nel cinquantesimo anniversario della sua morte, nel 1964. Alle 17, i primi ad arrivare, mani dietro alla schiena e in anticipo di mezz’ora, da comunisti vecchio stampo, sono stati Aldo Tortorella, lo stesso Macaluso, Alfredo Reichlin, la Rodano. Un pezzo di Pci cui si è aggiunta la vecchia guardia della Ditta sbaragliata da Matteo Renzi: Pier Luigi Bersani che ha parlato tutto il tempo con Pier Ferdinando Casini (probabilmente delle ambizioni del leader dell’Udc per il Quirinale), Guglielmo Epifani, Gianni Cuperlo e in ordine sparso altri deputati della minoranza dem. Assente Massimo D’Alema, ma solo perché impegnato a Napoli per un’iniziativa su Enrico Berlinguer, nel trentennale della scomparsa.
UNA GIORNATA del ricordo comunista, piena di silenzi ed emozioni. Al punto che Pasqualino Laurito, titolare della Velina rossa e decano dei giornalisti parlamentari, non manca di notare: “L’unico che non ricorda Togliatti è il presidente del Consiglio. Lui fa la pizza con Blair ma non viene qui”. C’è un solo ministro ed è Andrea Orlando, guardasigilli come lo fu Togliatti dal 1945 al ’46. È una questione antropologica più che generazionale. Renzi in questo contesto non funzionerebbe. La parlantina da Ruota della fortuna e le battute da Twitter evaporerebbero a confronto con lo stile denso e profondo dei comunisti di una volta (e Togliatti fu uno dei leader più presenti in Parlamento). Quando i discorsi di Boldrini e Vacca si esauriscono, il capo dello Stato va a visitare la mostra e si ferma davanti a un biglietto di Togliatti sull’articolo della Costituzione dedicato al Senato. Qualcuno gli fa notare l’attualità della questione, con l’abolizione di Palazzo Madama prevista dalle riforma della Boschi e dell’inquisito Verdini. Napolitano ride, ma non dice nulla. Poi il paragone tra i due grandi della Costituzione, Alcide De Gasperi e il Migliore. Macaluso obietta: “Togliatti fu grandissimo”.


 Nella lunga agenda del commiato di Napolitano dal Quirinale, dopo la visita privata a Francesco ecco un altro appuntamento altamente simbolico. A novant’anni da compiere nel prossimo giugno, il capo dello Stato rende omaggio al suo vero maestro politico, nel senso più largo del termine. Come scrisse nella sua autobiografia del 2005: “La nostra era stata un formazione, direi, integralmente togliattiana, via via sviluppatasi anche attraverso la tendenza a interpretare la lezione di Togliatti in una chiave piuttosto che in un’altra”. Quando venne eletto nel 2006 al Quirinale, Paolo Franchi definì Napolitano come l’ultimo degli homines togliattiani. E del Migliore, da capo dello Stato, ha continuato ad applicare la lezione del principio di realtà. Realismo, in una parola. Quello che nel novembre del 2011, per esempio, non lo portò a sciogliere le Camere, come voleva Bersani, e a chiamare Mario Monti a Palazzo Chigi. Non avremmo avuto Renzi, oggi. Ma la storia non si fa con i se e con i ma. E ieri Napolitano è come se avesse preso congedo dalla sua storia di comunista.

“Human Factor” Vendola convoca i ribelli democrat “Battere il premier con Landini e Prodi”
Civati sarà a “Human” Stefano Fassina, l’ex vice ministro dell’Economia del governo Letta, oggi uno dei dissidenti dem, ci saràdi Giovanna Casadio Repubblica 28.11.14
ROMA . «Altro che andare a vivere all’estero come dissero che avrei fatto dopo la scissione di Sel...». Nichi Vendola lancia la riscossa della sinistra con lo slogan “Battiamo Renzi” e chiama un pezzo di Pd, i sindacati Cgil e Fiom, i movimenti. In tutto sono 450 gli inviti per “Human factor” dal 23 al 25 gennaio a Milano. Una anti Leopolda o una Leopolda rossa - spiega - «per fare politica e cultura, abbassare il rumore e accendere il pensiero, federare le esperienze alternative a Matteo Renzi e batterlo». Tutto online, interattivo, con un grande sforzo organizzativo e la possibilità per chi vorrà di proporre le ricette per la nuova sinistra.
I nomi che il leader rosso vuole coinvolgere sono tanti, ma due sopra tutti: Maurizio Landini, il segretario della Fiom e Romano Prodi, il padre dell’Ulivo. Speranze un po’ velleitarie? Intanto Vendola mira a rappresentare tutto quel mondo di lavoratori e di disagio sociale che ritiene quella renziana una «svolta a destra». «La sinistra si è addormentata socialdemocratica e si è svegliata alfaniana o sacconiana », attacca. Il gioco del “chi ci sarà e chi non ci sarà” è ancora incerto. Stefano Fassina, l’ex vice ministro dell’Economia del governo Letta, oggi uno dei dissidenti dem, ci sarà. «Andrò con interesse, perché dobbiamo condividere l’analisi e proporre un progetto che poi parli a tutta la sinistra e il centrosinistra. Però noi siamo e rimaniamo nel Pd. Discuteremo di temi importanti e non di contenitori». Quella parte di sinistra del Pd che fa capo a Cuperlo e a Fassina non prevede di abbandonare la “ditta”.
Diversa è la posizione di Pippo Civati e della sua corrente. Civati sarà a “Human”, ma batte a sua volta un colpo. Il 13 dicembre ha organizzato una convention a Bologna. Titolo: «La sinistra? Possibile». Anche qui tanti inviti, soprattutto a pezzi di sindacato, a Sel, ai Verdi che stanno riunificandosi, anche alle “partite Iva”. Civati dice di puntare a un contro-Patto del Nazareno. L’accordo tra Renzi e Berlusconi sulle riforme va smantellato e sostituito con una sorta di «Carta» di programma di sinistra. Da proporre per primo allo stesso Pd di Renzi. «per vedere cosa risponde - osserva il dissidente dem più ostile al renzismo - Non credo che allo stesso Renzi può fare piacere avere una forza del 10% alla sua sinistra». Civati non trae ancora le conseguenze, ma da settimane lascia intendere che potrebbe anche andare via: «Non è possibile che qualsiasi raggruppamento non renziano sia subito bollato come residuale, allora è un po’ difficile restare».
Sembra esserci un’accelerazione a sinistra. La piazza dei lavoratori, gli scioperi sociali stanno evidentemente facendo da detonatori. Tutto da vedere poi, se il movimento avrà respiro o resterà una ridotta minoritaria. Vendola è combattivo e convinto di non rischiare «una ridotta di duri e puri, che contesti Renzi standosene all’opposizione», bensì di avere avviato un’operazione politica ricca di futuro. «Contro la cortigianeria e il conformismo», rivendica il leader di Sel. Utilizzando il social network Medium dedicato alla condivisione di documenti, come sperimentò Obama in America. Il riferimento a Prodi è sibillino. Se Blair è considerato da Palazzo Chigi un profeta del futuro, mentre non c’è nulla di «più archiviabile come modernariato politico», non si vede perché - ribadisce Vendola - Prodi debba essere trattato «come protagonista della preistoria».

Tony Blair 
«L’Europa ha bisogno di una sinistra nuova»
intervista di Paolo Valentino Corriere 27.11.14
ROMA «La modernizzazione che Matteo Renzi sta cercando di portare in Italia è la sola strada per una forza progressista, che vuole creare una società più giusta ed eguale. Chi non cambia i sistemi di base, in un mondo che cambia così tanto e così velocemente, rimane indietro. Abbiamo tutti davanti gli stessi problemi: globalizzazione, innovazione tecnologica, demografia. La ragione per cui molti Paesi devono riformare sistemi pensionistici, welfare, mercato del lavoro è proprio il mondo che cambia. E la sinistra ha successo solo quando rimane fedele ai suoi valori, ma li applica in modi diversi per tempi diversi». 
A Roma per una serie di incontri, compreso quello avuto ieri con il Presidente del Consiglio, l’ex premier laburista britannico Tony Blair ha concesso un’intervista al Corriere . Abito grigio, in grande forma, i famosi occhi azzurri che continuano a lanciare scintille, solo i capelli più radi e diafani ne raccontano i 61 anni.
Signor primo ministro, lei fece le sue riforme in un panorama economico caratterizzato dalla crescita, mentre oggi Renzi e gli altri leader devono farlo nel pieno della più grave recessione del Dopoguerra. In che modo governi progressisti possono riformare e rimanere fedeli a se stessi in tempi di crisi?
«Oggi il cambiamento è allo stesso tempo più urgente e più difficile. Penso che in Europa sia necessario un “grande compromesso”, l’intesa a stimolare l’economia, sul piano degli investimenti e su quello monetario, in cambio di sostanziali riforme strutturali, altrimenti l’economia non sarà competitiva in futuro. La moneta unica è stato un progetto motivato dalla politica ma espresso nell’economia, dove l’assunzione implicita era che la crescita continuasse all’infinito. Gli aggiustamenti necessari per allineare le varie economie non vennero fatti. Oggi, di fronte alla recessione, venuto meno lo strumento della svalutazione, l’eurozona deve agire insieme».
Lei quindi critica quei Paesi come la Germania, che insistono solo sull’austerità?
«È impossibile ridurre il debito se non si ha crescita. E’ necessario per l’eurozona combinare misure per lo sviluppo nel breve periodo, varando le riforme che nel lungo termine renderanno quella crescita sostenibile. Ma è chiaro che prima venga la crescita».
L’Europa deve affrontare anche una grave crisi di credibilità presso le opinioni pubbliche. Ieri al Parlamento europeo Papa Francesco ha criticato la troppa burocrazia, la distanza dai cittadini, la «globalizzazione dell’indifferenza» che caratterizzano l’Ue. Allo stesso tempo, crescono nel Continente forze anti-europee, nazionaliste, anti-immigrati che contestano l’esistenza stessa del progetto europeo. Qual è una risposta progressista a questa crisi dell’Europa?
«Credo siano necessarie tre cose. Primo occorre capire che la rabbia della gente è reale, per questo sono necessarie politiche per la crescita e il lavoro. Secondo bisogna affrontare le genuine preoccupazioni sollevate dalle ondate migratorie. E qui abbiamo bisogno di regole, ma non di pregiudizi: quindi forti controlli per frenare l’immigrazione clandestina e misure comuni a tutta l’Unione Europea. Terzo e più importante, l’Europa deve concentrarsi non sulla burocrazia o l’interferenza nella vita delle persone, ma su grandi cose che mostrino perché essa sia l’idea giusta per il XXI secolo: mercato unico, politica energetica, difesa e sicurezza comuni. In nessuna crisi alle nostre porte, oggi, siamo in grado di agire senza che gli Usa siano il senior partner. La percezione della gente è che Bruxelles e le sue istituzioni siano lontani. Tutte le volte che l’Europa si pone il problema di come avvicinarsi alle persone, le sue istituzioni avviano una grande introspezione su se stesse e, due o tre anni dopo, notiamo che la gente le sente ancora più distanti».
Ma come si danno risposte comuni senza forti istituzioni comuni?
«Non riusciremo ad affrontare i partiti dell’estrema destra nazionalista con altri dibattiti sui poteri di Commissione, Consiglio e Parlamento. La priorità immediata è dare alla gente il senso del perché l’Europa sia rilevante nel Terzo Millennio. E la ragione oggi non è più la pace, come per la generazione dei nostri genitori, ma il potere. Se vogliamo essere influenti, far avanzare i nostri valori e interessi in un mondo dove emergono nuovi protagonisti, Cina, India, Indonesia che è tre volte la Germania, ci vuole l’Europa».
Non molti suoi connazionali sono d’accordo. Quanto la preoccupa la prospettiva del Brexit?
«Sono molto preoccupato dalla possibilità che il Regno Unito esca dalla Ue. Sarebbe un disastro per noi e per l’Europa. Però non credo ci sia una maggioranza della popolazione favorevole all’uscita».
Che fare con la Russia? Come bilanciare la necessità di sostenere le aspirazioni dell’Ucraina, con la legittima difesa dei nostri interessi economici e strategici?
«La cosa migliore è tenere fermi i nostri valori. L’Europa deve agire con fermezza di fronte alla destabilizzazione dell’Ucraina. D’altra parte, ci sono aree dov’è indispensabile cooperare con Mosca, la lotta all’Isis, la Siria, l’Iraq, i negoziati con Teheran. Questo è possibile nelle relazioni internazionali: fermezza sui valori, dialogo e cooperazione sulle emergenze comuni. Non dobbiamo agire con Putin in un modo che chiude ogni spiraglio».
Che fare in Medio Oriente?
«Occorre vedere la regione come teatro di una lotta molto basilare: tra quelli che vogliono società tolleranti sul piano religioso e aperte su quello economico, e chi si oppone».
Le manca fare il primo ministro?
«Ogni tanto. Quando ci sono le grandi crisi, pensi sempre che avresti molto da dire a da fare. D’altra parte non ho mai avuto tanto da fare in vita mia».
C’è mancanza di vera leadership in Europa?
«No, direi che c’è buona leadership in giro, non ultimo qui in Italia. Si sarebbe mai immaginato tre anni fa l’attuale posizione di Matteo Renzi?».
 

Nostalgia, indeterminatezza e amore del rischio nella cucina sovietica: che carne era quella?


E' la domanda che tutti coloro che sono riusciti a mangiare in Urss si sono fatti e forse ancora si fanno [SGA].

Anya von Bremzen: L'arte della cucina sovietica. Una storia di cibo e nostalgia, Einaudi
Risvolto
Dalla kulebjaka zarista al borsc ucraino, dal palov uzbeco allo spezzatino georgiano, dalla vobla - quel pesce che «adoriamo per tutto il tormento che ci dà mangiarlo» - alla focaccia di granturco moldava. Dieci momenti per rievocare la storia di una famiglia che, lungo quattro generazioni, ha vissuto la parabola tragica ed epica dell'Urss.

Provetta cuoca e scrittrice, Anya von Bremzen amalgama fatti pubblici e aneddoti privati con generose dosi di ironia, dietro cui è però facile intuire un grande affetto per un passato ancora presente nel ricordo.              

Una storia dell’Urss in cucinaGli orrori del Gulag avvelenano le madeleines Tra “pasticci” degli zar e hamburger staliniani così un popolo ha imparato ad arrangiarsi a tavola
di Gianfranco Marrone La Stampa TuttoLibri 29.11.14

Le passioni predominanti della nostra epoca sono note: la cucina e lo storytelling. Fascinose e coinvolgenti, grevi di tangibili perplessità. A meno che, come talvolta accade, non si incrocino fra loro, facendo raccontare fornelli e cucinare storie. Narrativa e gastronomia si rafforzano a vicenda. Un bell’esempio di quest’incrocio produttivo è L’arte della cucina sovietica della food writer Anya von Bremzen, una densa storia dell’Urss raccontata a partire dalla cucina e dal cibo: dalla «kulebjaka» (pasticcio) zarista alle politiche leniniste per il grano, dai pranzi frugali del primo Cremlino alle emulazioni degli hamburger nel gelido periodo del terrore staliniano, dalle timide riabilitazioni gastronomiche di Breznev sino al kitsch alimentare di Putin e soci. 
Von Bremzen fugge poco più che decenne da Mosca con la madre Larisa, indomita antisovietica e cuciniera d’eccezione. È il 1974. Da profuga ebrea guadagna fortunosamente gli Stati Uniti dove, superando non poche difficoltà economiche e diversi gap culturali («Nei primi mesi a Philadelphia smarrii il senso del gusto»), finisce per diventare una firma di spicco nell’universo rissoso della critica gastronomica yankee. Nell’America dell’abbondanza l’apolide Anya ha la perenne sensazione di abitare in due universi alimentari paralleli: pubblica articoli su articoli sull’alta cucina internazionale (Alain Ducasse, Ferran Adrià, René Redzepi), ma i suoi bestseller si concentrano per lo più su quella etnica, e in particolare sulle ricche tradizioni culinarie del paese d’origine, riserva inesauribile di manicaretti, ricette, estasi gustative. 
A un certo punto, però, non le basta dire di pranzi sopraffini o pietanze prelibate: deve agganciare la cucina alla storia, il gusto alla memoria. Più si occupa di bliny e canachi, gefilte fish e kartocki, più emergono dentro di lei i fantasmi del passato: la rivoluzione d’ottobre e la Nep leninista, gli stermini del compagno Stalin e gli orrori del gulag, le file al mercato nero e le sparizioni dei parenti, i buchi neri dell’alcolismo di massa e false felicità della propaganda via radio. Mastering the Art of Soviet Cooking (questo il titolo originale, evidente strizzata d’occhio al celeberrimo Mastering the Art of French Cooking della grande Julia Child) è il risultato di tutto ciò: un libro tanto gradevole nella lettura quanto duro nei contenuti, refrattario a ogni incasellamento di genere e, forse per questo, pronto ad assumersi in prima persona molte delle contraddizioni del nostro tempo. Incoerenze affettive e antinomie ideologiche, irrazionalità politiche e incompatibilità di gusto.
Che fra le tecniche culinarie, i piaceri della tavola e le memorie dell’infanzia ci siano legami strettissimi è questione assodata. Lo dicono anche le neuroscienze. Più interessante, come nel caso della von Bremzen, è quando questi ricordi infantili sono tutt’altro che piacevoli, quando cioè le madeleines, come scrive lei stessa, potrebbero essere avvelenate. Così, l’assunto di fondo del libro sta tutto in questa potente perifrasi tolstojana: «Tutti i ricordi alimentari felici si somigliano fra loro; ogni ricordo alimentare infelice è infelice a suo modo». 
La nostalgia, si sa, è sentimento ambiguo: c’è chi smania per la terra natia anche se vi è stato trattato male. Cosa che accade anche qui: raccontare le vicende sovietiche attraverso il cibo significa ricordare, ben prima dei piaceri del gusto, la fame atavica, dunque le cicliche rivolte per il pane, la penuria costante di generi alimentari, le requisizioni del grano ai contadini, la denutrizione infantile. Ed è solo passando per questo sentimento continuo di privazione, per questa epica di un cibo perennemente insufficiente, che è possibile – con una contraddizione, dice Anya, assunta in generale dall’homo sovieticus – passare ai languori della gastronomia slava, al tempo stesso alta e tradizionale, aristocratica e contadina. Si ha rimpianto di quel cibo, avendo ben presente quanto lo si è desiderato.
Resta aperta la domanda circa il gusto reale di quanto nel libro viene assunto a simbolo dei vari gloriosi decenni socialisti. Le ricette a fine volume servono a rispondere.

Agnes Heller racconta come passò da Lukacs all'apologia della liberaldemocrazia

Solo se sono libera
Agnes Heller: Solo se sono libera, Castelvecchi 

Risvolto

Agnes Heller, una delle più importanti filosofe viventi e autrice di studi fondamentali sulla teoria politica, ripercorre in questa intervista alcuni degli eventi più significativi della sua vita con uno sguardo all’attualità europea. In questo dialogo pubblicato nel 2013, la riflessione si snoda seguendo il filo della relazione tra filosofia e politica e si incentra sul concetto di libertà, che Heller rielabora sulla base delle diverse esperienze di oppressione conosciute in passato, dall’occupazione nazista dell’Ungheria al regime comunista, fino alla recente involuzione autoritaria del governo di Budapest. “Liberta”, però, non significa solo assenza di abusi e violenze, ma anche la possibilità di essere cittadini responsabili e attivi, godere di un’uguaglianza effettiva e, infine, essere padroni della propria vita e delle proprie scelte. In questa prospettiva, la libertà diventa la precondizione di qualunque azione o attività umana, la cornice imprescindibile di qualsiasi impresa individuale o collettiva.



Giancristiano Desiderio - il Giornale Ven, 28/11/2014

Mazzucato critica le proposte di Piketty


Mariana Mazzucato: “Solo riducendo le disuguaglianze ci può essere vera crescita”

Parla l’economista, docente all’università del Sussex, che sabato dialogherà con Ezio Mauro
“I dati sulla povertà sono allarmanti. Bisogna investire risorse e energia su alimentazione e stili di vita”

di Giulio Azzolini Repubblica 27.11.14

«UNA vera strategia di innovazione richiede di investire non solo sui settori a profitto immediato, ma anche sugli stili di vita. Per questo oggi riflettere sull’industria del cibo è fondamentale». Parola di Mariana Mazzucato, docente di Economia dell’innovazione all’Università del Sussex, autrice un anno fa del fortunatissimo Lo stato innovatore ( Laterza) e protagonista, sabato a Reggio Emilia, di un dialogo con Ezio Mauro. I dati diffusi da Oxfam due settimane fa confermano che la forbice tra ricchi a poveri continua a crescere. «Ma non basta lamentarsi, bisogna capire perché».
Qual è la causa delle nuove disuguaglianze?
«Per tante persone è stato difficile adattarsi agli enormi processi di innovazione e di globalizzazione degli ultimi decenni. Ma il punto cruciale è un altro. La disuguaglianza aumenta quando il settore privato non investe più né sul capitale umano né sulle aree ad alta produttività e, dall’altra parte, un settore pubblico senza coraggio si preoccupa soltanto di tagliare i servizi e di abbassare le tasse. Risultato: chi estrae valore viene premiato più di chi il valore lo crea davvero».
Thomas Piketty chiede di aumentare le imposte sulle grandi ricchezze. Lei è d’accordo?
«Piketty si concentra sulla tassa sulla ricchezza, ma secondo me è ancora più importante capire come dagli anni Settanta in poi molte tasse abbiano contribuito ad aumentare le disuguaglianze. Il capital gains tax , l’imposta sui profitti finanziari. Dal 1976 al 1981 fu abbassata dal 40 al 20 per cento: le lobbies la presentarono come uno stimolo per l’innovazione, invece ha comportato solo una gigantesca redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto. Ma agire sulla leva fiscale non basta».
Come si contrasta la disuguaglianza?
«Ancorando l’azione dello Stato a una nuova teoria del valore e della crescita.
Solo mettendo insieme gli insegnamenti di Keynes sulla domanda e quelli di Schumpeter sul rischio e sull’innovazione, sarà infatti possibile una “crescita inclusiva”, che sia cioè accompagnata da una riduzione della disuguaglianza ».
Ma la crescita da quali fattori dipende?
«Sul breve può anche basarsi sulla finanza e sul debito, ma sul lungo periodo dipende dalla qualità e dalla quantità di investimenti in innovazione. Se analizziamo i paesi cresciuti negli ultimi anni grazie all’innovazione, possiamo imparare almeno tre lezioni eterodosse rispetto alle teorie mainstream: che il tasso di investimenti pubblici è stato enorme, in particolare tramite finanziamenti diretti alle imprese; che lo Stato ha avuto il ruolo di creare il mercato, non semplicemente di aggiustarlo quando questo falliva; e che lo Stato non è necessariamente una macchina mangiasoldi, ma può agire come un buon imprenditore. Dovrà socializzare i rischi, sì, ma anche i ricavi».
Questa ricetta potrebbe funzionare anche in Italia?
«Perché no? Pensi al caso dell’Iri: fino a quando è rimasta indipendente dai partiti, è stata un enorme successo. Il discrimine non è tra pubblico e privato, ma tra un certo tipo di pubblico e un certo tipo di privato. Il problema principale dell’Italia non è lo Stato, che certo andrebbe reso più efficiente. Il problema vero è che da vent’anni non ci sono investimenti né privati né pubblici in tutti i settori chiave che aumentano la produttività e, di conseguenza, la crescita».
Non pensa che la priorità sia “sbloccare” il paese?
«L’idea che lo sviluppo italiano sia frenato solo dalla burocrazia e dalle tasse mi sembra folle. Il patent box appena introdotto nella legge di stabilità (la defiscalizzazione fino al 50 per cento per i prossimi 5 anni su redditi da brevetti e altri beni immateriali, ndr) non avrà alcun effetto sulla crescita. Il governo non può essere solo business friendly. Vanno bene gli 80 euro, ma per rilanciare la domanda il governo deve stare più attento a tutte le parti sociali e discutere con loro su come aumentare gli investimenti, privati e pubblici, in aree fondamentali quali la formazione del capitale umano, l’adattamento alle nuove tecnologie e la ricerca e sviluppo. Altrimenti l’economia rimarrà ferma e la disuguaglianza continuerà a crescere».
Il 9 agosto, con una lettera pubblicata su Repubblica , lei scriveva a Renzi che «è indispensabile rendersi conto di dove sta il problema». Crede sia stato individuato?
«No, ancora no».

Festorazzeide ovvero la Fantastoria in tono minore: Togliatti fece imprigionare Camilla Ravera dai fascisti nel 1930


Come faremmo la domenica senza la Fantastoria? [SGA].

Ravera tradita dal Pci
Roberto Festorazzi Avvenire 29 novembre 2014