sabato 31 gennaio 2015

Il Marx foucaultizzato di Laval

COP LAVAL copia
I post-operaisti sono stati capaci di sviluppare una politica culturale, va riconosciuto. I dialettici sono stati surclassati [SGA].

Christian Laval: Marx combattente, manifestolibri

Risvolto
La lotta non è solo una nozione fondamentale della filosofia della storia di Marx, ma anche la sua intera vita è stata un continuo combattimento. Non solo nel sottrarsi a censure e misure di polizia in mezza Europa ma anche in quella forma aspra di lotta che è l’affermazione della verità.

Il libro ripercorre alcuni aspetti della biografia di Marx mostrando l’intreccio tra le scelte di vita e le idee, non intese come una semplice descrizione scientifica della società capitalistica ma come un lavoro di smascheramento che ha il valore immediato di uno strumento di lotta. Al di fuori della quale la stessa critica sistematica dei fondamenti e delle categorie dell’economia politica perderebbe il suo senso e il suo stesso rigore.
Qualche settimana prima della sua morte, Marx risponde un’ultima volta alle domande di un giornalista. “Cosa ci aspetta?” – gli chiede; e Marx, scrutando l’orizzonte, risponde: “La lotta”.

L’autore: Christian Laval, nato 1953, insegna sociologia all’università di Paris Ouest Nanterre La Défense. Membro del consiglio scientifico di ATTAC-France è uno dei più innovativi studiosi del pensiero di Marx. E’ autore di molti libri tra cui L’Homme économique: Essai sur les racines du néolibéralisme, Gallimard, 2007 e il fondamentale Marx, Prénom: Karl (con Pierre Dardot), Gallimard, 2012, ceh ha suscitato interese e discussioni in Francia e nel mondo.


La clinica del capitale del rigoroso bohemien 
Saggi. «Marx combattente» di Christian Laval per manifestolibri. Una biografia dove l’autore del «Capitale» emerge come un intellettuale precario e militante. Il libro apre percorsi di ricerca sulle forme di resistenza al liberismo

Benedetto Vecchi, il Manifesto 31.1.2015 

Il testo è di alcuni anni fa. L’Europa è nel pieno della crisi del debito pub­blico. Alcuni paesi medi­ter­ra­nei rischiano il default per il cap­pio al collo messo al loro collo in nome di «Santa Auste­rity». Nelle rivi­ste, gli «opion makers» libe­ri­sti scri­vono con sem­pre più fre­quenza che in fondo Karl Marx è un autore da risco­prire. In Fran­cia, Jac­ques Attali ha man­dato nelle libre­rie una bio­gra­fia di Marx dove sostiene che l’autore del «Capi­tale» va sì ria­bi­li­tato, ma «depu­rato» di quella pre­tesa che all’interpretazione del mondo deve seguire una prassi poli­tica tesa a trasformarlo. 
Una posi­zione non lon­tana dalle crip­ti­che pagine che un altro fran­cese, Jac­ques Der­rida, aveva con­den­sato nel libro di suc­cesso Spet­tri di Marx (Raf­faello Cor­tina). È in rispo­sta a que­sta pre­tesa di nor­ma­liz­zare il filo­sofo di Tre­viri che Chri­stian Laval scrive una pic­cola e ful­mi­nante bio­gra­fia di Marx. Il sag­gio, ora tra­dotto da mani­fe­sto­li­bri (Marx com­bat­tente, pp. 93, euro 12) non si pro­pone solo di rac­con­tarne per l’ennesima volta la vita, ma di far emer­gere il fatto che in Marx teo­ria e prassi non sono mai disgiunte; e che la prima discende dalla seconda. In altri ter­mini, Marx ha scritto opere impor­tanti — il Capi­tale, va da se, ma anche altri mano­scritti di cri­tica all’economia poli­tica — per­ché immerso nei gruppi, orga­niz­za­zioni del nascente movi­mento operaio. 

Una vita di stenti 
Le pagine che Laval dedica a Marx sono godi­bili e iro­ni­che, lad­dove ad esem­pio ricorda le infor­ma­tive della poli­zia inglese, che con­si­de­rava il filo­sofo tede­sco un bohe­mien dalla vita scia­man­nata — pigro, ma poi lavora tutta la notte; senza lavoro, ma poi si chiude nel Bri­tish Museum per tutta la gior­nata a leg­gere e scri­vere -. Oppure quando ricorda le dif­fi­coltà eco­no­mi­che che lo per­se­gui­ta­rono tutta la vita, con il buon Engels che gli pas­sava sot­to­banco i soldi per com­prare il cibo neces­sa­rio, pagare l’affitto della misera casa lon­di­nese o per acqui­stare i fran­co­bolli e i fogli di carta dove scri­vere. Laval si sof­ferma poco sulla «genea­lo­gia» filo­so­fica di Marx, a dif­fe­renze di altre bio­gra­fie uscite nel secolo scorso. Ricorda le let­ture che Marx fece degli sto­rici, degli uto­pi­sti fran­cesi o di Adam Smith e soprat­tutto di Ricardo. 
Ne esce fuori un ritratto di Marx come un com­bat­tente, un mili­tante che rico­no­sce però alla teo­ria un ruolo rile­vante in quella che Laval chiama la cli­nica del capi­ta­li­smo, cioè un’analisi ser­rata del fun­zio­na­mento di un rap­porto sociale dove la crisi è con­na­tu­rata stesso al suo svi­luppo. L’importanza di Marx non è di illu­strare i sin­tomi della crisi, bensì le cause. 
Fa dun­que bene Giso Amen­dola, nell’introduzione del volume, ha met­tere al cen­tro dell’attenzione del let­tore que­sta «cli­nica del capi­ta­li­smo», ma anche l’impossibilità di potere deli­neare un Marx «vero», «ori­gi­na­rio» da con­trap­porre alle diverse vul­gate che hanno accom­pa­gnato la rice­zione della sua opera. Se Marx è un com­bat­tente, un mili­tante che punta a coniu­gare teo­ria e prassi, asse­gnando però a ogni aspetto della «cop­pia» una spe­ci­fi­cità che non può essere annul­lata, la «cli­nica del capi­ta­li­smo» ha il suo cen­tro pro­pul­sore nelle lotte di classe che con­trad­di­stin­guono la società. È nel dive­nire del movi­mento reale che abo­li­sce lo stato di cose pre­senti che occorre par­tire per spie­gare come in Marx la teo­ria del valore-lavoro parte dal rico­no­sci­mento che il capi­tale si appro­pria di una parte della ric­chezza dal lavoro vivo. Il plu­sva­lore non è dun­que solo un’unità di misura dello sfrut­ta­mento, ma l’esemplificazione che que­sta vio­lenta appro­pria­zione pri­vata della ric­chezza sociale è l’«essenza» del capitalismo. 
Amen­dola avverte però che se la lotta di classe è il cen­tro dal quale si irra­dia lo svi­luppo capi­ta­li­stico, non siamo di fronte ai con­flitti ori­gi­nati dall’azione del movi­mento ope­raio. La lotta di classe da cui parte Laval è quella con­dotto dal capi­tale per «for­mare» il pro­le­ta­riato. Non siamo di fronte quindi a uno schema noto all’operaismo ita­liano, bensì a una gri­glia ana­li­tica che asse­gna agli stru­menti defi­niti dal potere per for­mare e con­trol­lare il «sog­getto pro­dut­tivo». Un chia­ri­mento, quello di Amen­dola, utile per capire come in que­sta fase di crisi la posta in gioco non è solo l’imposizione eco­no­mica dell’austerità, bensì di come le poli­ti­che di rigore siano fun­zio­nali anche al con­trollo di un lavoro vivo che si sot­trae ai vin­coli posti dal capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo per «pro­durre» innovazione. 

I dispo­si­tivi del potere 
Chri­stina Laval, e il sodale Pierre Dar­dot, hanno stu­diato a lungo l’opera di Marx (Dar­dot ha scritto un sag­gio fon­da­men­tale dal titolo Marx: pré­nom Karl che non ha però tro­vato ancora un edi­tore ita­liano), ma hanno inda­gato La nuova ragione del mondo e Comune (il primo pub­bli­cato da Deri­veAp­prodi e il secondo in uscita sem­pre per lo stesso edi­tore) pro­prio par­tendo dai dispo­si­tivi messi in campo per dare nuova forma al «sog­getto pro­dut­tivo». In maniera ori­gi­nale pro­vano a usare Marx pro­prio per stu­diare la «pro­du­zione libe­ri­sta» dell’individualismo pro­prie­ta­rio e di come l’autorganizzazione del lavoro vivo — il mutuo soc­corso, il cowor­king e i gruppi con­tro la pre­ca­rietà — costi­tui­sca una resi­stenza alle isti­tu­zioni pre­po­ste al governo della società, fun­zio­nando come un hub di una poli­tica della tra­sfor­ma­zione ancora da met­tere a punto. 
In que­sto con­te­sto, il richiamo al Marx com­bat­tente serve quindi come un invito a una rin­no­vata «cli­nica del capi­ta­li­smo». Un invito che va rac­colto, sapendo tut­ta­via che il cen­tro popul­sore sta ancora il quel movi­mento che per­vi­ca­ce­mente vuole abo­lire lo stato di cose presenti.

Finkielkraut alla Crociata fondamentalista di civiltà. Tradotto "L'identità infelice"

L' identità infelice
Alain Finkielkraut: L'identità infelice, Guanda

Risvolto
"L'immigrazione, che contribuisce e contribuirà sempre più alla crescita demografica del Vecchio Mondo, pone le nazioni europee e l'Europa stessa di fronte alla questione della propria identità. Siamo individui spontaneamente cosmopoliti che ora, a causa dello shock dell'alterità, scoprono il loro essere. Scoperta preziosa, ma anche pericolosa: dobbiamo combattere a tutti i costi la tentazione etnocentrica di perseguire le differenze e di erigerci a modello ideale, senza per questo soccombere alla tentazione penitenziale di rinnegare noi stessi per espiare le nostre colpe. La buona coscienza ci è preclusa, ma ci sono dei limiti anche alla cattiva coscienza. La nostra eredità, che non fa certo di noi degli esseri superiori, merita di essere preservata, nutrita e trasmessa tanto agli autoctoni quanto ai nuovi arrivati. Resta da capire, in un mondo che sostituisce l'arte di leggere con l'interconnessione permanente e che stigmatizza l'elitarismo culturale in nome dell'uguaglianza, se c'è ancora qualcosa da ereditare e trasmettere." (A.F.)


"Dopo la strage a Charlie Hebdo si rischia la secessione culturale"L'intellettuale francese, a partire dal suo nuovo saggio, racconta la mancata integrazione delle banlieue e la fragilità dell'Occidente


Così l'Europa ha smesso di credere nei suoi valoriL'ideologia dominante predica il disprezzo per la nostra storia e la romantica accettazione dell'Altro. Il risultato? Un disastro reso esplosivo dall'immigrazione
di Alain Finkielkraut Sab, 31/01/2015 - 07:00 

Un libro che guarda alle sfide del futuroAlessandro Gnocchi - il Giornale Sab, 31/01/2015

Colloquio con Finkielkraut


L’ultimo libro del filosofo parla di crisi dell’integrazione e multiculturalismo. La gauche contro il repubblicanesimo
di Giulio Meotti | il Foglio 18 Ottobre 2013 

Il dibattito Esce in questi giorni il nuovo libro dell?intellettuale, proprio mentre i sondaggi danno sempre più in ascesa il Fronte nazionale
Finkielkraut accusato di «sdoganare» le tesi di Marine Le Pen Torte in faccia Venerdì scorso all?Università gli studenti lo hanno preso a torte in faccia


Montefiori Stefano Corriere 13 ottobre 2013

Occidente il bello dell'edonismoIl nostro vero valore è la relativa mancanza di valori: possiamo solo sperare che anche nel mondo musulmano si diffonda quella “fede debole” che ci è rimproverata
di Gianni Vattimo La Stampa 31.12.2006
E se ci rendessimo conto che i famosi valori dell'Occidente che tanti ci chiamano a difendere non sono poi altro che il valore dell'Occidente, cioè del nostro mondo (industrializzato, moderatamente democratico, moderatamente secolarizzato) inteso etimologicamente come «terra del tramonto»? 

So che è una proposta poco popolare - anche se l'hanno sostenuta grandi pensatori, e alla lettera così l'ha formulata Heidegger. Ma nella situazione del mondo che sempre più nettamente si delinea sotto i nostri occhi è forse la sola via per la costruzione di un progetto che non si identifichi con qualche «guerra infinita», o con la rassegnazione ad accettare quel tramonto che, più o meno un secolo fa, aveva preconizzato Oswald Spengler. Per lui, la civiltà europea aveva concluso il suo ciclo vitale di mille anni, cominciato con l'impero di Carlo Magno. Parlare di tramonto non equivaleva però a rassegnazione; significava che l'Occidente doveva dedicarsi alle attività appropriate per i vecchi: l'amministrazione e l'accrescimento dei propri domini (imperialismo, sfruttamento). Ma oggi che il colonialismo e le guerre imperialistiche sono (dovrebbero essere) finite, il tramonto, non che perdere ogni significato, ne acquista uno nuovo e più legittimamente progettuale. 


Apertura alla pluralità di stili di vita 
Quando diciamo che l'Occidente deve esportare i propri valori, non facciamo altro che raccomandare alle culture altre con cui ci troviamo in conflitto la nostra relativa mancanza di valori. Democrazia, liberalismo, diritti umani significano però, in ultima analisi, apertura alla pluralità di progetti e stili di vita in concorrenza tra loro; quando non sono manipolate, le elezioni in paesi che non le hanno mai avute non sono altro che rischi consapevolmente assunti con la speranza che, in definitiva, la libertà di tutti dia luogo a società più giuste e felici. 
Nei valori dell'Occidente c'è insomma una buona quota di proceduralismo, che spesso esitiamo a riconoscere perché ci sembra che, senza qualche aspetto «sostanziale», ci venga a mancare il terreno sotto i piedi. Come se le società e le culture che hanno professato e imposto più duramente visioni del mondo determinate fossero state meglio: dovremmo lamentare che, se lo Stato è diretto da chiunque sia eletto nelle forme e con le procedure legittime, «non c'è più religione»? 

Una prospettiva realistica
Ma proviamo ad applicare il ragionamento alla situazione attuale, quella che vede l'Occidente minacciato da culture altre che non condividono i suoi stili di vita e nemmeno le sue idee su ciò che è naturalmente buono o cattivo, dalla morale privata alle leggi dello Stato. Immaginiamo anzi, per un momento, che abbiano ragione coloro che ci mettono in guardia contro l'essenza violenta dell'Islam, almeno in certe sue espressioni radicali. Anche se dovessimo accettare questa ipotesi, in che cosa potrebbe consistere la nostra difesa dei valori dell'Occidente? La costruzione di una grande alleanza «occidentale» pronta a battersi contro la «barbarie» dell’Est? La prospettiva di una simile possibile guerra non sarebbe altro che la devastazione del pianeta e forse la sua distruzione. 
Per quanto possa a prima vista scandalizzarci, la sola speranza realistica che possiamo coltivare è che anche nel mondo musulmano si diffonda quel secolarismo e quella «fede debole» (e edonismo, consumismo, superficialità...) che tanto spesso ci viene rimproverata. Questo è forse il solo Occidente che merita di diffondersi nel mondo. 




Antropofobia Ossessionati da identità e radici, temiamo (e ignoriamo) la varietà di società e culture del pianeta Per questo Finkielkraut sbaglia Adriano Favole Domenica 12 Aprile, 2015 LA LETTURA
Nel suo libro L’identità infelice (Guanda), Alain Finkielkraut la chiama «oicofobia», ovvero «l’odio per la casa natale». Riferendosi alla sua Francia, il filosofo sostiene che vi è una diffusa tendenza a valorizzare le differenze culturali degli stranieri, mentre il patrimonio autoctono sarebbe oggetto di disinteresse e spesso di una radicale critica. È una Francia «in cui l’origine non ha diritto di cittadinanza se non a condizione di essere esotica e in cui una sola identità è tacciata d’irrealtà: l’identità nazionale». L’identità è infelice perché i francesi, e più in generale gli europei, rifiutano di celebrare e difendere i simboli della loro cultura, quella stessa cultura occidentale contro cui i terroristi che si richiamano all’islam scagliano l’odio omicida. «Perché la Francia è a immagine dell’Europa e l’Europa ha smesso di credere nella sua vocazione (passata, presente o futura) di guida dell’umanità nella realizzazione della sua essenza», dice Finkielkraut.
La critica all’«oicofobia» è molto diffusa di questi tempi, anche in Italia. Si rivolge in genere contro chi, come Francesco Remotti e Maurizio Bettini, ha reso sospetti termini come «identità» e «radici». L’uso di «oicofobia» è originale e arguto, ma in fondo non è altro che la riproposizione della vecchia querelle contro i «relativisti».
Una fenomenologia dell’oicofobico italiano rimanda, per limitarci ad alcuni esempi, a chi mette in discussione la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche; a chi, nonostante i terroristi e la jihad globale (o forse proprio per questo), ritiene comunque importante non dimenticare le pagine buie del colonialismo occidentale. Temo di essere classificato tra questi se, quando i media diffondono orrende immagini di distruzione del patrimonio artistico da parte dell’Isis, non posso fare a meno di pensare a quando, un paio di secoli prima, i missionari cristiani bruciavano gli idola pagani delle società polinesiane in cui mi è capitato di fare ricerca (statue lignee e reliquie degli antenati), trasformando i marae (i «templi» sacri) in recinti per i maiali e per i polli. L’oicofobico italiano è accusato di difendere l’operazione Mare nostrum per salvare le vite di chi tenta di attraversare il Mediterraneo, superando il filo spinato dell’indifferenza verso la fame, la guerra e la morte, anche se si tratta di uomini e donne in prevalenza islamici, e di non scandalizzarsi abbastanza davanti ai massacri dei cristiani in Kenya.

Davvero è un «pericolo» l’oicofobia? Ma soprattutto: è così diffusa come si vuol far credere? A me pare che il saggio di Finkielkraut colga un diffuso «bersaglio» più che un pericolo.
Molto più diffuso e pericoloso, a mio modo di vedere, è un atteggiamento che si potrebbe definire «antropofobia». L’antropofobia è la paura, lo sgomento e la difficoltà di riconoscere e valorizzare la diversità culturale prodotta dall’umanità, distinguendo la sua importanza dagli usi strumentali di tipo politico, militare e persino terroristico che spesso se ne fanno. È la paura di riconoscere l’umanità nella variabilità delle sue forme (interne ed esterne a una società) e nel suo divenire creativo, attraverso l’inevitabile fusione di orizzonti. È, ancora, l’idea che la condivisione di valori e obiettivi debba comportare il cristallizzarsi di un’identità monolitica. L’antropofobia si manifesta oggi in una risoluta e testarda negazione dei risultati delle ricerche scientifiche compiute da discipline come l’antropologia culturale e l’antropologia fisica (e più in generale nelle humanities ), ridotte dagli antropofobici ad arene ideologiche della post-sinistra intellettuale.
Lasciando da parte il crescente neo-razzismo quale forma paradigmatica di antropofobia, vorrei porre l’attenzione su un’istituzione come la scuola, che il filosofo francese accusa di «oicofobia» in quanto trascurerebbe lo studio degli autori classici della tradizione occidentale. Quanto insegniamo nella scuola (e nell’università) ai ragazzi e ai giovani della variabilità culturale dell’essere umano? Uno studente all’ultimo anno di liceo non conosce neppure i nomi delle più diffuse etnie africane: non sa chi sono hutu e tutsi e tanto meno nuer e dinka. Della Cina conosce probabilmente l’inquinamento e lo straordinario progresso economico degli ultimi decenni, ma ne ignora del tutto la storia, così come i nomi delle lingue minoritarie. Forse i cherokee ricordano al nostro studente un’automobile e i wampum un paio di jeans, ma difficilmente ha potuto acquisire qualche elemento di conoscenza delle società native americane. D’altra parte non conosce neppure le principali tipologie di famiglia, discendenza e alleanza matrimoniale presenti nelle società umane.
Per non parlare delle religioni, che pure sono indiziate di essere un «problema» molto rilevante del nostro tempo. L’insegnamento relativo a riti, credenze e precetti dell’islam e dell’ebraismo, dell’induismo e del buddhismo, tralasciando le «primitive» religioni native dell’Amazzonia o dell’Oceania, sono lasciati al buon cuore di qualche insegnante di religione cattolica o a qualche contestato laboratorio didattico pomeridiano. Non c’è traccia di tematiche antropologiche (salvo un cenno all’insegnamento della lingua italiana per gli stranieri) nel recente disegno di legge sulla «buona scuola» presentato dal governo, eppure ogni giorno la «questione interculturale» ci viene presentata come uno dei problemi maggiori del nostro tempo.
L’antropofobia delle istituzioni formative porta con sé la mancanza di un lessico minimo della comunicazione interculturale e diffusi equivoci. Termini come «etnia» e «cultura» sono costantemente utilizzati nel linguaggio mediatico come se si riferissero a realtà ontologiche primordiali e persistenti, mentre gli scienziati sociali non cessano di documentare il loro carattere storicamente costruito. Insigni editorialisti utilizzano i termini «antropologia» e «antropologico» come se si riferissero ad aspetti profondi e immutabili dell’essere umano, mentre l’antropologia (sia sul versante biologico sia su quello culturale) mette costantemente in luce la variabilità e la trasformazione delle forme.
Gli antropofobici detestano in genere la complessità dell’essere umano e cercano comode scorciatoie. L’ homo oeconomicus , l’individuo che ovunque cerca di massimizzare i profitti, è una di queste, così come il diffuso ricorso a determinismi neurologici e biologici — proprio in questi giorni è uscito in Italia Una scomoda eredità di Nicholas Wade (Codice Edizioni), un libro che ripropone un paradigma razziologico, mentre le comunità degli antropologi fisici e culturali hanno da poco ribadito con forza l’inconsistenza scientifica del concetto di razza. In realtà, essere «antropofili», apprezzare cioè l’umanità nella sua varietà e fare di essa il punto di partenza per la costruzione di percorsi condivisi, non vuol dire essere oicofobici. L’incapacità di accogliere l’ humanitas nella sua interna complessità impedisce infatti di guardare con affetto e pietas alle peculiarità della cultura da cui si proviene. Anche perché, quando si studiano le radici, si finisce per vedere che spesso esse sono ben radicate altrove, anche se nutrono la nostra pianta. I tronchi degli alberi con cui si fabbricano le case, afferma un detto polinesiano, sono gli stessi con cui si producono le piroghe per navigare in alto mare.

Tradotte le memorie di Kubizek su Hitler

Kubizek_300
Di solito avevamo a che fare con edizioni clandestine e traduzioni improbabili; questa sembra invece un'operazione più seria.
Il catalogo annuncia la traduzione dei Fondamenti di Chamberlain [SGA].


August Kubizek: Adolf Hitler. Il mio amico di gioventù, Thule Italia, Pagine: 248, Euro 30

Altri duci: ritorna la categoria di "fascismo internazionale"


Marco Fraquelli: Altri duci. I fascismi europei tra le due guerre, Mursia

Risvolto
Tutti conoscono la «marcia su Roma», pochi hanno invece sentito parlare della «marcia su Brno» dei fascisti cechi, della «marcia su Helsinki» dei fascisti finlandesi, di quella su Kaunas dei fascisti lituani o di quelle dei fascisti svizzeri su Bellinzona e Berna.
Così come sono sconosciuti al grande pubblico i leader dei movimenti fascisti minori sorti in Europa tra le due guerre, alcuni dei quali sono tuttora vere e proprie icone per la destra radicale di mezzo mondo: l’inglese Oswald Mosley, padre del più celebre Max, potente ex patron della Formula Uno; monsignor Tiso, vescovo a capo del governo filonazista della Slovacchia; Ivan Mihailov, l’«Aquila del Pirin», capo dei fascisti macedoni; e ancora Georges Oltramare, il «piccolo duce di Ginevra», Marcel Bucard, il «piccolo duce francese», il romeno Codreanu, il belga Degrelle o lo spagnolo Primo de Rivera.
A queste figure, ai loro movimenti e agli eventi che caratterizzarono in chiave «fascista» l’Europa tra il 1919 e il 1945 è dedicato questo saggio che, per la prima volta, affronta una materia trascurata dalla storiografia italiana.

Il vescovo filonazista e il piccolo duce di Ginevra 
di Marco Sartorelli La Stampa TuttoLibri 31.1.15
«Muoio come martire della legge naturale data da Dio a ciascun popolo di promuovere la sua libertà e come difensore della civiltà cristiana contro il comunismo (…). Ho combattuto con tutte le mie forze e il mio entusiasmo per una Nuova Europa libera dal bolscevismo e dal capitalismo». E’ il testamento ideologico di Jozef Tiso, impiccato all’alba del 18 aprile del 1947 nel cortile del tribunale di Bratislava. Jozef Tiso? Vescovo e capo del governo filonazista slovacco, Tizo era scappato dal suo paese a marzo del ’45 per rifugiarsi in un convento di cappuccini a Monaco di Baviera. Gli americani lo catturarono, i cechi lo processarono e giustiziarono. Nel 1944 riuscì invece la fuga a Georges Albert Oltramare, (di origine genovese), drammaturgo e giornalista svizzero che fondò l’Union Nationale. Il programma: combattere i comunisti, il capitale massonico, gli ebrei e propugnare il corporativismo. Il motto: «Una dottrina, una fede, un leader». Duemila aderenti in basco e camicia grigia, 10 seggi nel Gran Consiglio di Ginevra e per Oltramare l’appellativo di «Piccolo duce di Ginevra».

Due vite giunte al capolinea. Le racconta in Altri duci. I fascismi europei tra le due guerre, Marco Fraquelli, studioso della cultura di destra (da segnalare il Filosofo proibito. Tradizione e reazione nell’opera di Julius Evola, 1994), in un libro che, come sottolinea l’autore nell’introduzione, ha un intento «puramente descrittivo (…) che si pone l’obiettivo di raccontare in una forma ragionevolmente sintetica (…) a un pubblico di non addetti ai lavori un fenomeno che, pur avendo caratterizzato un periodo della recente storia europea non sempre ha trovato uno spazio adeguato nelle trattazioni storiografiche».
Né Mussolini né Hitler interessano quindi Fraquelli, bensì gli altri leader di movimenti fascisti cosiddetti minori, che seppero coagulare attorno a sé adesione (in misura differente e con lasciti differenti), non riuscendo però a raggiungere il «successo» di fascismo e nazismo nelle rispettive patrie. Altri duci è un viaggio attraverso l’Europa tra le macerie del ’19 e quelle del ’45, che farà scoprire quindi il fascismo italianissimo dell’Albania come la versione macedone di Ivan Mihailov («l’ Aquila del Pirin»), l’evanescente esperienza islandese (il Partito Nazionalista ebbe il picco di 450 iscritti e nelle elezioni non superò mai i trecento voti) e quella lussemburghese (al termine della II Guerra mondiale furono eseguite otto condanne a morte e si stima che siano stati arrestati 10-15 mila collaborazionisti). Altre fortune ebbero - e hanno nelle contemporanee nostalgie nazionalistiche e nei sempre vivi populismi - i semi gettati in Romania da Corneliu Zelea Codreanu con la sua Legione dell’Arcangelo Michele, da Ferenc Szálasi e le sue Croci Frecciate e dall’inglese Oswald Mosley, leader nerovestito con berretto militare, calzoni da cavallerizzo e stivali. Ad arricchire il volume, la prefazione di Giorgio Galli, che colloca rigorosamente Altri duci nell’analisi della storia contemporanea.

Quell'Europa disunita in nome del fascismoLuca Gallesi - il Giornale Ven, 20/02/2015 

Renzi fa scacco matto: Berlusconi, PD e Tachipirini schiantati, grillini suicidati

Va comunque detto che Mattarella è tra i meno peggio. La vera catastrofe sarebbe stato Veltroni, o Rodotà. Tra l'altro, da sinistro democristiano qual è - siculo per giunta -, potrebbe prima o poi affidarsi alla corda pazza e introdurre qualche elemento di contraddizione.

Non c'è dubbio però che in questo momento Renzi vinca su tutta la linea: con un colpo solo mette nell'angolo Silvio, fa piangere di commozione Bersani e Rosi Bindi, fa accucciare Pippa Civati e l'imbroglione pugliese...
La figura di merda della sinistra PD e di Sel è battuta solo dall'idiozia politica primordiale dei grillini, ma quelli giocano un altro campionato e con loro non c'è partita.

"Grillino" negli aggiornamenti dei dizionari diventerà sinonimo di "ottuso", "politicamente sprovveduto", "minchione". Hanno perduto la loro occasione - quella occasione per la quale andavano strumentalmente sostenuti allo scorso giro - e ora sono defunti sul piano politico.

La fortuna della Sinistra complementare sono dunque unicamente i grillini: la loro sola presenza significa che c'è sempre qualcuno politicamente più idiota di te [SGA].

Caos M5S, in assemblea tutti contro tutti
di Annalisa Cuzzocrea Repubblica 31.1.15
ROMA . Il direttorio spaccato, il blog che dà la linea con un post contro Sergio Mattarella, parlamentari ortodossi infuriati con «chi vuole fare lo stratega senza esserne capace ». E un’assemblea alle nove di sera rigorosamente senza streaming, perché alla trasparenza c’è un limite, e il modo in cui è finita la partita è meglio non mandarlo in onda. Muore così il tentativo dei 5 stelle di incidere sul voto per il presidente della Repubblica. Scriveranno il nome di Ferdinando Imposimato anche alla quarta votazione. Non faranno un passaggio notturno sul blog per valutare la candidatura di Mattarella. Ieri mattina gli esponenti del direttorio stavano sondando questa possibilità. Hanno avuto molti colloqui con il Pd - con chi da mesi tiene con loro contatti riservati - ma sono rimasti divisi. A vincere è stata la linea del restare “puri”. Quella incarnata da Roberto Fico. A perdere, le grandi strategie targate Di Maio-Sibilia- Di Battista. Così, mentre ancora alla Camera alcuni parlamentari rilasciavano interviste in cui tutte le strade sembravano aperte, un post sul blog dettava la linea. Con la pubblicazione di un articolo contro la posizione di Sergio Mattarella ai tempi in cui era ministro della Difesa, e aveva negato la pericolosità dell’uranio impoverito e il legame con i numerosi casi di tumore nelle forze armate.
Improvvisamente, i parlamentari dichiarano i loro dubbi. Andrea Colletti parla di un «personaggio ben inserito nel sottobosco politico italiano». Carlo Sibilia di un presidente «gradito a Berlusconi». A sera, Di Maio dice al Tg2 che «un colpo di scena è sempre possibile» e che se così fosse «saremo pronti a mettere sul piatto un altro nome». Pensa a una quinta votazione, ma è una mossa disperata. Molti ortodossi sono arrabbiati con lui e con il suo tentativo di fare strategie trattando col Pd. Per sviare, insieme a Sibilia attacca gli ex. Parlano di una compravendita che sarebbe stata rivelata dalla deputata Paola Pinna (già cacciata) in un’intervista rubata trasmessa da Servizio Pubblico . Alessandro Di Battista - che non le parla da mesi - va a cercarla apposta in Transatlantico. L’unica battaglia rimasta è quella di delegittimare gli ultimi 10 fuoriusciti, con dichiarazioni che hanno come corollario insulti e minacce sui social network. E un clima di paura di cui la contestazione al Nazareno è stata solo il preludio.


Renzi: capolavoro o errore strategico? /1

Massimo Cacciari: “Ingannare l’avversario è una dote, ma non può permettersi passi falsi” La Stampa 31.1.15
Professor Massimo Cacciari eleggere un Presidente al primo colpo sarebbe un successo politico indiscutibile, ma lo è anche dopo aver ripetuto per mesi che sul Capo dello Stato bisognava coinvolgere tutti e poi al momento decisivo imporre un candidato prendere o lasciare?
«Renzi ha dispiegato un efficacissimo machiavello e d’altra parte saper giocare l’avversario e saperlo ingannare, questa è una dote politica. L’uomo è animato da volontà di potenza delirante, e anche questo un pregio, purché non incappi in errori madornali, perché quando uno così sbaglia, difficile che poi trovi zattere di salvataggio. Finora Renzi ha commesso pochi errori madornali: quella di Mattarella è stata un’operazione intelligente, molto forte».
Si potrebbe dire: bravo Renzi, efficacissimo blitzkrieg ma è davvero capolavoro se perdi il tuo miglior alleato? Non rischia di archiviarsi, assieme al patto del Nazareno, anche il ventennio della Seconda repubblica?
«Il ventennio si è già chiuso da tempo. Già da anni Berlusconi politicamente non ha più nulla da dire. E d’altra parte a lui non conviene assolutamente votare contro il nuovo Capo dello Stato, gli converrebbe invece continuare come ha fatto negli ultimi tempi, per mettere a posto gli affari di famiglia».
Ma anche se Berlusconi proverà a rientrare, questa vicenda segnata dalla tattica e dal pubblico divorzio, non segna la fine di un rapporto politico?
«I due non sono affatto simili come si dice. Berlusconi è un galleggiatore, un personaggio molto da Prima Repubblica, con quella sua vocazione a piacere a molti; Renzi è un carrino armato, ha un modo di avanzare che non gli consente molti errori e per il bene dell’Italia speriamo che sia in grado di andare avanti, sia pure con questi straccetti di riforme. Avanti popolo! D’altra parte questo è il Paese...».


Renzi: capolavoro o errore strategico? /2

Giuliano Ferrara: “Non è un Don Chisciotte ma un fiorentino furbo. Avrà anche svantaggi” 

La Stampa 31.1.15

Giuliano Ferrara, quello di Renzi è una sapiente operazione tattica o un capolavoro politico?
«Si è svolta una schermaglia tattica molto tradizionale, con la differenza che stavolta non c’erano i partiti o le nomenclature ad incrociare le lance, ma sono state due persone a discutere un nome. Renzi aveva bisogno di qualcuno che fugasse l’impressione di un accordo cinico con Berlusconi ed è venuto fuori Mattarella, personaggio con una sua vena di intransigenza, ma che stando zitto dal 2008, da allora di lui non si conoscono le idee e comunque appare sopra le parti».
Per mesi Renzi ha ripetuto il refrain dell’accordo e al momento decisivo ha fatto l’opposto: tatticismo o qualcosa di più disinvolto?
«Renzi non passerà alla storia come un Don Chisciotte, non deve salvare l’onore del mondo, ma è un fiorentino che vuole salvare ghirba e fare le riforme. Berlusconi è un uomo molto pratico, crede alle strette di mano e si è sentito gabbato: è stato informato all’ultimo momento ed essendosi sentito messo con le spalle al muro, è rimasto incerto sul da farsi, col sospetto di aver subito un affronto eccessivo».
Su una vicenda come l’elezione del Capo dello Stato, consumata in questo modo così poco amichevole, come si può pensare che tutto torni come prima? In quel caso non sarebbe capolavoro...
«Se riuscirà ad eleggere Mattarella presidente, Renzi acquisirà dei vantaggi, ma anche degli svantaggi perché sarà dura ricostruire un dialogo, ma come disse il presidente Napolitano al principio di realtà non ci sono alternative: io non credo che questa vicenda segni la fine della base sulla quale si è costituita la legislatura e dunque anche la presa di possesso di Renzi sul governo».


Rino Formica: Renzi: capolavoro o errore strategico? /3

“Né successo né boomerang. Il giovanilismo di Palazzo deve temere quello di piazza”

La Stampa 31.1.15

Onorevole Rino Formica, due settimane fa lei aveva previsto tutto: Mattarella contro Amato e Nazareno in crisi...
«Ma la politica è una scienza esatta...».
Siamo davanti ad un capolavoro di Renzi o a sapiente tatticismo?
«Non è questione di tattica o di strategia. Il Parlamento non gode più del rispetto che meriterebbe, perché lì oramai si ritrovano partiti che non ci sono più nella realtà di massa del Paese. Nelle votazioni di queste ore c’è qualcosa che ricorda il rito pre-funerario e voi che lo raccontate non avete la necessaria distanza per rendervi conto che la realtà sta evolvendo».
Renzi ha provato ad uscirne politicamente vivo e pare che l’impresa gli stia riuscendo, o no?
«Renzi e tutto il sistema politico erano davanti ad un bivio: affidarsi ad una personalità come Prodi o come Amato, gli ultimi che avrebbero potuto garantire una autoriforma del sistema, oppure....».
Sergio Mattarella è una personalità solida della “sua” Prima Repubblica...
«E’ una persona perbene, con un costume monacale, che ha vissuto una drammatica vicenda famigliare ed è dotato di dottrina costituzionale. Ma temo che lui possa essere l’ultimo Presidente della Repubblica che abbiamo conosciuto, potrebbe essere un Presidente provvisorio, che prima poi darà le chiavi ad un Presidente dotato di altri poteri. Come capitò in Francia con René Coty, che nominò De Gaulle presidente del Consiglio, affidandogli così le chiavi dell’Eliseo».
Un presidente chiamato Matteo Renzi?
«Il giovanilismo che ha agitato nel Palazzo prima o poi potrebbe determinare la rivolta dei giovani della piazza contro i giovani del Palazzo!».

Il declino degli ex comunisti traditi da gelosie e rancori
Fuori da tutte le poltrone rilevanti. Finocchiaro: “Ce la siamo cercata”

di Federico Geremicca La Stampa 31.1.15

Ci sono tramonti e tramonti. Ce ne è di romantici, di infuocati, di languidi... Quello dell’anima diessina e post-comunista del Pd, è un tramonto triste e silenzioso: così inarrestabile ed evidente, però, da somigliare addirittura ad un’eclissi. Ad un declino.
La “ditta” di bersaniana memoria, perde colpi e posizioni. Non è un processo di oggi, è vero: ma oggi, mentre si va verso l’incoronazione di Sergio Mattarella - leader cattolico ed ex popolare - lo si può osservare in tutta la sua incontestabile evidenza. Il tramonto, il declino, si consuma in un’atmosfera mogia, fatta di soddisfazione troppo esagerata per esser sincera e di disappunto soffocato: il disappunto inconfessabile di chi non ha nemici con cui prendersela, per quanto di triste va accadendo. Un declino inevitabile? «Un declino da noi cocciutamente costruito», sussurra Anna Finocchiaro, aprendo la finestra sull’altro stato d’animo che serpeggia tra gli ex ds: la tentazione, cioè, dell’ennesimo regolamento di conti.
Non il capo del governo; non più (se Mattarella sarà eletto) il Presidente della Repubblica; non la guida del Pd, e nemmeno quella delle assemblee di Camera e Senato; non ministri di peso e nemmeno giovani leader che oggi appaiano in grado di ipotecare il futuro. Sostenere che gli ex ds - chiamiamoli la sinistra del Pd - siano ridotti ad una condizione di irrilevanza, sarebbe sbagliato: ma la spinta propulsiva di quella cultura pare essersi esaurita, «e forse c’è anche di peggio, purtroppo», annota Sergio Chiamparino, in un clima di fitta mestizia.
La sua annotazione è secca, ma accende il riflettore su un problema politico nient’affatto da poco: «Quando ci sono momenti di difficoltà, di divisione, non è mai sul nome di uno di noi che si riesce a ricostruire l’unità del centrosinistra - dice -. Successe vent’anni fa con l’Ulivo e con la scelta di puntare su Romano Prodi, succede di nuovo oggi con Sergio Mattarella. Dovremmo interrogarci sul perchè. Ma l’aria non mi pare questa...».
No, l’aria non pare questa. Sotto una cenere fatta di tristezza e disorientamento, infatti, arde la solita brace: quella dell’ennesima resa dei conti. «Sono divisivi - annota Beppe Fioroni -. Escluso Bersani, che pensa davvero alla ditta, dagli altri arrivano solo veti incrociati e manovre d’interdizione». Fioroni, forse, si riferisce ai colloqui intercorsi tra Renzi ed alcuni dei candidabili-presidente del Pd: alla fine degli scambi d’opinione, il segretario avrebbe avuto infatti la conferma che puntando su Veltroni o su Fassino, piuttosto che su Finocchiaro o Chiamparino, i gruppi parlamentari del Pd sarebbero letteralmente esplosi.
Gelosie e rancori ormai più che ventennali. E l’eterno duello D’Alema-Veltroni è solo l’epifenomeno di una tale situazione. E la “malattia” appare contagiosa, se solo si guarda al Vietnam in cui si è rapidissimamente trasformato il campo dell’opposizione interna a Renzi: cuperliani, bersaniani, civatiani, dalemiani, eccetera, eccetera, eccetera.
Matteo Renzi ha spesso approfittato delle divisioni interne alla minoranza del Pd. Stavolta, invece, qualche timore lo ha avuto. E se la frustrazione degli ex ds si tramutasse in nugoli di franchi tiratori? O ancora: e se di fronte al nuovo smacco prevalesse il solito muoia Sansone con tutti i filistei col quale due anni fa fu affondato (e mortificato) persino Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo? E’ vero che la quantità di voti che va convergendo sul nome di Mattarella (ieri anche quelli del partito di Alfano, oggi - magari - quelli di Berlusconi) è tale da metterlo quasi al riparo da brutte sorprese: ma se fidarsi è bene, non fidarsi è spesso meglio...
E così, ieri, “vedette renziane” hanno controllato addirittura i tempi di permanenza nella cabina elettorale dei parlamentari pd per vedere se qualcuno vi rimanesse un tempo eccessivo per una semplice scheda bianca. Renziani ed ex popolari, insomma, a controllare il voto degli ex diessini: il mondo alla rovescia, una mortificazione. E però le “vedette renziane” non hanno lavorato invano. Il rapporto poi sottoposto a Renzi, infatti, segnalava questo: in 42 sono stati in cabina un tempo eccessivo, non dovendo scrivere sulla scheda (da lasciare bianca) alcun cognome. Quarantadue: la metà dei quali riconducibile a esponenti della minoranza interna. Sarà stato un caso, chissà. Lo si capirà oggi, quando il tramonto degli ex ds potrebbe esser completo, e sulla Falce e sul Martello, e sulla Quercia e tutto il resto calerà il buio di una notte fredda e cupa...



La scomparsa degli ex comunisti

di Guido Crainz Repubblica 31.1.15

OVE avvenga realmente, come è lecito sperare, l’elezione di Sergio Mattarella è un passo importante nella storia della Repubblica: nella sua vicenda più lunga e in quella degli ultimi vent’anni, in questa seconda Repubblica mai nata che forse oggi inizia a prendere forma.
LOè per le modalità in cui è maturata. E per lo scenario in cui si colloca. In seguito ad essa, con il centrosinistra al governo e con il Pd in un ruolo largamente dominante, nessuna alta carica delle istituzioni è ricoperta da figure che vengono dalla storia del partito comunista. Ma al tempo stesso quella storia, cui Napolitano pienamente appartiene, è stata parte importante di questa transizione, ha fatto in qualche modo da preparazione a questo esito. Esso deve molto, occorre ricordarlo sempre, anche al “senso della missione” di Giorgio Napolitano (sono le parole che egli dedicò qualche anno fa ai Costituenti). Non viene dal partito comunista Matteo Renzi, naturalmente, e non vengono da quella storia i presidenti di Camera e Senato: e forse proprio le modalità della loro elezione hanno dato un importante impulso a questo cammino. Non sono stati eletti con quella logica politica “pigliatutto” che aveva avuto largo corso nella prima e nella seconda repubblica, e non furono neppure frutto di quell’ equilibrio partitico aperto anche all’opposizione che era stato inaugurato felicemente, e finalmente, nel 1976 con l’elezione alla presidenza della Camera di Pietro Ingrao: equilibrio rotto poi dalle scelte del 1994 di Silvio Berlusconi (purtroppo imitate poi anche dal centrosinistra). Fu uno spirito diverso quello in cui maturò la scelta di Pietro Grasso e di Laura Boldrini, e portò per un attimo un soffio di speranza: presto soffocata da quel che avvenne, e che costrinse a fare appello al grande spirito di sacrificio di Giorgio Napolitano. Eppure un seme importante fu messo con quella elezione, e oggi va riconosciuto a Pierluigi Bersani di averlo saputo porre.
Anche per la storia del mondo cattolico l’elezione di Sergio Mattarella è in qualche modo una novità: non viene dal popolarismo prefascista, come era stato per Gronchi, e non ha vissuto l’aura della fondazione della Repubblica come Oscar Luigi Scalfaro. Viene da una storia recente, è testimone dei drammi e al tempo stesso della dignità della Repubblica: dall’assassinio mafioso del fratello al suo personale impegno nel trasformare la Dc siciliana (la Dc dei Lima e dei Ciancimino, cui seppe opporre il sindaco antimafia Leoluca Orlando). Sino alla rigorosa interpretazione delle leggi che lo portarono a dimettersi di fronte al diktat craxianberlusconiano sulla legge Mammì. Caso senza precedenti — è stato scritto —, quello di dimissioni collettive di ministri per coerenza politica, ma non è vero: avvenne anche ai tempi di Tambroni che alcuni ministri democristiani si dimettessero, in questo caso di fronte al sostegno determinante al governo del Movimento sociale italiano. Fecero prevalere le ragioni della democrazia, e furono sostituiti in un batter di ciglio anche allora. Mattarella rinvia inoltre all’avvio della transizione dal vecchio sistema dei partiti: alla legge elettorale poi abolita dal Porcellum, e anche a quella fedeltà al cattolicesimo democratico che è stato dato per morto con troppa facilità e che ha portato lui (e Rosi Bindi, e molti altri) a opporsi alle derive filoberlusconiane. Rinvia, Sergio Mattarella, alle origini del Partito democratico (Pietro Scoppola, che ne stese assieme a lui e ad altri il manifesto, oggi ne sarebbe lieto). Rinvia al ruolo importantissimo della Corte costituzionale nella nostra tormentata transizione. E fu anche ministro della Difesa nella difficilissima situazione della guerra e del dopoguerra del Kossovo: lo hanno dimenticato quegli imbarazzati esponenti del vecchio e del nuovo centrodestra che si sono appigliati sin alla sua presunta mancanza di esperienza internazionale. E si sono appigliati soprattutto «al metodo» seguito da Renzi, alla «imposizione» che essi avrebbero subito. Un’altra bugia dalle gambe corte: accanto al profilo di Sergio Mattarella è stato importante proprio il metodo che il segretario del Partito democratico ha seguito. Anche quel metodo fa sperare che la transizione abbia fatto un passo in avanti decisivo. Molti veti sono stati posti a Renzi nei colloqui che ha avuto — che ha voluto avere — con gli altri partiti: il nuovo presidente non doveva venire dalla storia del Partito comunista, doveva essere un moderato (meglio se cattolico, aveva aggiunto Alfano), non doveva essere un tecnico ma un politico, doveva essere un grande conoscitore delle istituzioni e della Costituzione, una figura di alto profilo (e non doveva essere persona troppo vicina a Renzi, e così via). Sergio Mattarella è tutto questo e più ancora: c’è da sperare davvero che oggi un voto larghissimo non consacri solo un nuovo presidente ma anche un modo di essere della Repubblica.


Centrodestra sull’Aventino e ritorno
di Marcello Sorgi La Stampa 31.1.15
La giornata del 30 gennaio, vigilia della quarta votazione e dell’elezione, che tutti danno ormai per scontata, di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica, verrà ricordata per l’imprevista insurrezione del centrodestra a favore del candidato del Pd. Un mormorio, sfociato in aperta rivolta, contro la decisione annunciata dai capigruppo di Forza Italia Brunetta e Romani, di impedire ai loro Grandi Elettori di ritirare le schede e partecipare alla quarta e decisiva votazione, per far ricadere tutto l’onere dell’elezione sul centrosinistra e fargli scontare un maggior rischio di non raggiungere il quorum a causa dei franchi tiratori.

Se tutto ciò è potuto rientrare, è stato grazie all’iniziativa, assunta formalmente da Renzi, di chiedere pubblicamente un largo appoggio al nome di Mattarella. E a sorpresa, a spingere per un accordo tra il premier e il ministro dell’Interno è stato l’ex-Presidente Giorgio Napolitano, che da senatore a vita ha fatto nuovamente sentire il peso della sua esperienza e della sua moral suasion.

Così l’Aventino è stato rinnegato, dapprima, in aperta rottura del patto di consultazione, dal Ncd. E successivamente smentito da Berlusconi, che ha confermato la scelta della scheda bianca. Quanti dei suoi decideranno lo stesso di votare per Mattarella, è difficile dire, prima dello scrutinio.
Ma la sensazione è che nel segreto dell’urna si sommeranno i consensi di chi non accetta il «no» pregiudiziale al candidato con quelli di chi lo voterà solo per ribellarsi a Berlusconi e al modo in cui ha condotto la trattativa per il Quirinale. Accettando di pagare la pesante cambiale della legge elettorale, per poi motivare il proprio ritiro con il «tradimento» di Renzi e la violazione del metodo sancito dal patto del Nazareno.
Il gran rifiuto dell’ex-Cavaliere sarebbe stato più comprensibile se dalle consultazioni fosse uscito un candidato post-comunista o un ex-segretario del Pd. In fondo, nel 2006, Berlusconi si oppose alla candidatura di D’Alema e a Napolitano diede scheda bianca, senza stare a contare i franchi tiratori della sua parte che alla fine si schierarono per Re Giorgio. La non partecipazione al voto, invece, era stata usata due anni fa per isolare il centrosinistra nella tragica votazione in cui contro Prodi spuntarono i 101.
Ma di fronte a un moderato come Mattarella, ieri, molti dei parlamentari di Forza Italia e Ncd hanno fatto sentire la loro voce, costringendo l’ex-Cavaliere a ripiegare e a garantire che i Grandi Elettori sarebbero entrati in aula e avrebbero ritirato le schede, sia pure per depositarle bianche nell’urna. Era questa la libera uscita che senatori, deputati e rappresentanti delle regioni aspettavano per votare come gli pare.
Dopo la svolta e la contro-svolta di Forza Italia, anche Alfano ha capito che era indispensabile riaprire la trattativa. È stato Napolitano in persona, visibilmente presente nella lunga giornata di votazioni, ad adoperarsi per convincerlo dell’inaccettabilità della mancata partecipazione del ministro dell’Interno all’elezione del Presidente della Repubblica, o anche della semplice astensione: con la conseguenza, politicamente perniciosa, della spaccatura della maggioranza di governo, proprio nel momento in cui la sinistra radicale si riavvicinava al Pd. Conseguentemente, e sempre su consiglio di Napolitano, Renzi ha rivolto ad Alfano un appello formale, diramato dopo un lungo incontro tra i due, per la massima convergenza possibile sul nome del futuro Capo dello Stato: una corsia di salvataggio che il ministro e leader di Ncd non ha tardato a imboccare. La decisione di passare dalla scheda bianca al voto a favore di Mattarella, formalmente affidata nella notte all’assemblea dei parlamentari, in pratica era già presa da ore.
Alla fine Mattarella, da candidato di sfida del centrosinistra, è diventato il Presidente in pectore che oggi, nello spirito della Costituzione, sarà eletto da un ampio arco di forze politiche e da deputati e senatori di centrodestra che sceglieranno di disubbidire agli ordini dei loro partiti. Qualcuno si spinge a dire che anche Berlusconi, nella notte, potrebbe averci ripensato. Non è detto: ma non sarebbe neppure la più clamorosa delle giravolte a cui l’ex-Cavaliere ci ha abituato negli ultimi tempi.



Sconfitto sul Colle Berlusconi rischia anche in Forza Italia
Decine di grandi elettori azzurri pronti a seguire Renzi

di Ugo Magri La Stampa 31.1.15

Dopo aver perso la partita del Colle, Berlusconi rischia oggi di farsi sfuggire di mano Forza Italia e di restare praticamente in pochi intimi, lui e il suo «cerchio magico». Se è vero il tam-tam della vigilia, frotte di «grandi elettori» forzisti sarebbero pronti a convergere stamane su Mattarella (che non amano) come gesto di rivolta contro i vertici del partito che li hanno condotti in questo cul-de-sac. Per cui ieri sera erano in molti a ipotizzare che l’ex Cavaliere fosse pronto a una capriola in extremis. E, vista la mala parata, impartire ordine di ritirarsi, trasformando la scheda bianca in un voto a favore di Mattarella... Alfano, Casini e Gianni Letta hanno tentato di convincerlo in tutti i modi che questa era la sola via di scampo, ma finora senza successo. «Non se ne parla nemmeno, ci rimetterei pure la faccia», è stata la risposta infuriata. Berlusconi sceglie di resistere ed eventualmente farsi travolgere, però con un sussulto di dignità.
Sotto un treno
Berlusconi sta come uno che in due giorni è precipitato da padre costituente, co-fondatore insieme a Renzi di un presunto Partito della Nazione, a condannato che deve tornare nel pieno delle trattative a Cesano Boscone per scontare la pena e seguire via telefono la Caporetto «azzurra». Sedotto e abbandonato, secondo il vecchio Bossi che si aggira a Montecitorio con un mezzo toscano penzolante dalle labbra. Profondamente offeso dal trattamento che gli ha riservato il premier, testimoniano le sue «pie donne», Carfagna in testa. Tradito dal premier e «ri-tradito» da Ncd, il cui ritorno a casa, prendono atto con sconforto ad Arcore, «è durato meno di 24 ore». E, adesso, pure con un partito che gli esplode come una bomba.
Resa dei conti
I 40 di Fitto sono inferociti contro il leader e «le badanti» (espressione dell’ex ministro) per aver messo Forza Italia al servizio del premier, salvo ricavarne una risata in faccia. Voteranno scheda bianca, ma se ci saranno defezioni nell’urna tutti penseranno subito a loro. E non soltanto a loro. Una trentina di «grandi elettori» che si richiamano a Verdini sono anch’essi con la bava alla bocca. Invocano un grande repulisti per motivi opposti ai fittiani ma ai fini pratici convergenti: accusano «cerchio magico» e capigruppo di avere indotto Silvio a rompere l’incantesimo del Nazareno, fino al delirio di ieri mattina quando un vertice Romani-Brunetta ha deciso che no, non sarà scheda bianca ma addirittura Aventino: nessuno stamane al voto per evitare i «franchi soccorritori», come li definisce spiritoso Gasparri (quelli che «votano nell’urna il candidato della sinistra in odio al Cav...»). È stato Berlusconi stesso a fermarli, appena uscito dalla comunità «Sacra Famiglia»: «Avevo detto scheda bianca e quella dev’essere», ha ribadito testardo fino a notte, nel tentativo di barcamenarsi tra gli opposti estremismi. Scuote la testa Minzolini: «Berlusconi va dicendo: “È tornato il teatrino della politica”. No, è tornata la politica. Che nel bene e nel male è proprio questa».



Il dietrofront sul Colle e l’anno zero del centrodestra
Il patto del Nazareno è stato smontato e riscritto portando la leadership politica nelle mani di Renzi

di Stefano Folli Repubblica 31.1.15

L’ULTIMO tassello dell’operazione Mattarella è la nota di Matteo Renzi diffusa nel pomeriggio di ieri. Un auspicio, niente di più, alla «convergenza parlamentare» sul nome del designato perché egli la merita: è una figura degna, un servitore delle istituzioni e soprattutto non appartiene «a un solo partito». Poche parole, poco impegnative, senza concessioni sul piano politico. Costruite in modo di non dare il segno di una debolezza, di un timore improvviso alla vigilia del voto decisivo.
Nessun accenno, nemmeno indiretto, ai vecchi accordi parlamentari con il centrodestra (il patto del Nazareno, in linguaggio giornalistico). Ma un preciso obiettivo: recuperare i centristi di Alfano alla maggioranza di governo, impedire lo strano caso di un ministro dell’Interno che non vota il presidente della Repubblica. Obiettivo raggiunto perché il gruppo di Area Popolare (Ncd-Udc), al termine di una giornata di tormenti e mediazioni, non chiedeva altro se non una ragione formale per intraprendere il viaggio di ritorno. Le brevi righe di Renzi sono servite perfettamente allo scopo, dopo che il presidente «in pectore» Sergio Mattarella, che non è un parlamentare ma un giudice della Consulta, aveva rifiutato di farsi coinvolgere nel gioco degli appelli, a conferma di uno stile personale fondato sulla serietà dei comportamenti.
Sullo sfondo, al di là di Alfano, anche Berlusconi si è mosso. La nota di Palazzo Chigi gli ha permesso di tornare alla scheda bianca, rinunciando all’idea di non partecipare al voto, di fatto un auto-isolamento e una scelta ostile. Sarà una scheda bianca che assomiglia a un tacito «rompete le righe», nel senso che un certo numero di parlamentari di Forza Italia, al riparo del voto segreto, andranno in soccorso al vincitore. Anche così si riallaccia un filo verso destra. Adesso hanno poco senso le minacce berlusconiane, rese esplicite da Brunetta, di interrompere il lavoro comune sulle riforme. La rabbia comincia a sbollire e prevale la valutazione realistica delle convenienze. La prima delle quali suggerisce a Berlusconi di non perdere il contatto con Renzi, l’interlocutore privilegiato, ma anche l’unico, di ieri e di domani.
È chiaro che il famoso «patto»è stato smontato e riscritto dagli eventi: Berlusconi lo pensava come la premessa della diarchia, Renzi gli ha fatto capire che ormai la leadership politica è nelle sue mani. Ma il non aver spezzato tutti i fili è un atto di saggezza: il presidente del Consiglio evita di stravincere, Berlusconi sfugge alla tentazione autolesionista del «fronte del no». Quanto ad Alfano, con il ritorno a casa non gli sarà imputata la responsabilità di una crisi di governo e magari, chissà, delle elezioni anticipate: sarebbe stata una punizione sproporzionata per aver tentato di giocare, con forze esigue, un ruolo di primo piano nella scelta del capo dello Stato.
In effetti nella storia della Repubblica nessuno, fino a ieri, ha preteso di far coincidere in modo meccanico la maggioranza di governo con quella istituzionale che elegge il presidente. Né si sono mai innescate vendette e ritorsioni contro un «metodo» sgradito o un capo dello Stato diverso da quello immaginato. Il che non significa che gli strappi di questi giorni saranno privi di conseguenze politiche. Renzi, cioè il vincitore, dovrà continuare nella paziente opera di ricucitura. I rischi di destabilizzazione sono stati circoscritti e neutralizzati, anche grazie alla sorprendente opera mediatrice svolta da Napolitano, un presidente emerito che non ha intenzione di starsene con le mani in mano.
Ci sarà bisogno di una fase di riflessione nel mondo centrista e anche Berlusconi non potrà esimersi dal ragionare su quanto è successo. Le rendite di posizione non esistono, non c’è «patto» che possa garantire la difesa statica di certi interessi. In un certo senso oggi il centrodestra è all’anno zero e la vicenda Mattarella lo dimostra. Tutto lascia pensare che il giudice costituzionale sarà eletto stamane al Quirinale. Per l’Italia comincia il percorso verso una Terza Repubblica dai contorni ancora indefiniti.

Ora il Pd non sia un freno alle riforme
di Sergio Fabbrini Il Sole 31.1.15
Certamente il partito (il Pd) che rappresenta il 45% dei grandi elettori del presidente della Repubblica non poteva non assumersi la prerogativa di proporre il suo candidato per quel ruolo. Nel farlo, tuttavia, è stato condizionato più dal suo passato che dal suo futuro.
Dietro il metodo e la strategia utilizzati per giungere alla candidatura di Sergio Mattarella (che è un ottimo candidato) si è manifestata una preoccupazione esclusiva da parte del Pd. Evitare il ripetersi del dramma dell'aprile 2013, quando il partito si divise tra diversi candidati, fino al punto da spaccarsi di fronte alla candidatura del suo fondatore, Romano Prodi. Ciò che successe in quel mese ha poi cambiato la storia del partito (e della legislatura appena nata). In quell’occasione morì il partito oligarchico dei capetti in costante rivalità, proprio per effetto della crisi di fiducia che era esplosa tra il partito e il paese. Il Pd di oggi è un partito radicalmente diverso da quello di allora. È un partito del leader divenuto inospitale verso la logica delle correnti e delle fazioni del passato. Inevitabilmente, il partito del leader ha presentato un unico candidato ai suoi grandi elettori, un candidato che rispondesse primariamente alla necessità di ricucire il rapporto di fiducia tra di esso e l’opinione pubblica. Ricostruire quella fiducia è, per Matteo Renzi, una condizione indispensabile per mantenere il controllo del governo. Per questo motivo, occorreva suturare la ferita del 2013, dimostrando agli elettori che lui è stato in grado di ri-portare ordine tra i suoi, evitando così gli errori dei suoi predecessori. D’altra parte, così succede anche in altri paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, i candidati presidenziali che emergono vincenti dalle primarie sono quelli che con più determinazione si sono distinti dai presidenti precedenti.
Ma se è comprensibile la preoccupazione che ha guidato la scelta di Matteo Renzi, è bene tuttavia non sottovalutarne le implicazioni sistemiche. Quella scelta è stata maturata all’interno del Pd, non già all’interno della maggioranza di governo, tanto meno all’interno della maggioranza parlamentare che ha finora sostenuto il processo delle riforme istituzionali. Naturalmente ogni problema ha una sua soluzione. Il governo quotidiano e la riforma del sistema possono basarsi su maggioranze diverse, così come l'elezione del presidente della Repubblica può scaturire da convergenze impreviste tra grandi elettori di partiti diversi. Tuttavia, è indubbio che una relazione virtuosa tra questi passaggi istituzionali avrebbe sicuramente favorito un loro esito positivo. L’elezione del presidente della Repubblica da parte di una maggioranza principalmente di sinistra avrà probabili conseguenze negative sulla fiducia reciproca tra il Pd e Forza Italia quando ripartirà (a breve) la discussione parlamentare sulla riforma del bicameralismo. È ovvio che le due cose sono distinte, ma è anche ovvio che nelle scelte di sistema la convergenza tra forze opposte costituisce una basilare condizione di legittimità.
Renzi e i suoi sanno che nel partito che sono riusciti a ricomporre in occasione dell’elezione presidenziale continuano ad agire gli avversari irriducibili delle riforme strutturali del paese. L’asse di sinistra che si è formato in occasione dell'elezione presidenziale non potrà dunque reggere la strategia riformatrice che riprenderà dopo l’elezione presidenziale. Quella strategia, per avere successo, richiederà il sostegno di forze esterne a quell’asse. Non solo per ragioni di legittimità, ma soprattutto per ragioni di necessità, Renzi non potrà concludere il processo riformatore senza il sostegno parlamentare delle forze modernizzatrici del centro-destra. Così, come si dice, si risolve un problema per crearne un altro. Per chiudere la vicenda del 2013 Matteo Renzi ha dovuto ricomporre il partito, ma la ricomposizione del partito può diventare una trappola quando riprenderà la riforma istituzionale ed economica. Da quella trappola si può uscire solamente avendo chiaro che i partiti sono un mezzo e non un fine. L'unità del partito non è un bene in sé, se è di ostacolo alla riforma del sistema. Il bene in sé è una democrazia italiana finalmente adeguata al XXI secolo, non un partito pacificato intorno alla preservazione di una democrazia che era già vecchia nel secolo precedente. Per troppo tempo, in Italia, si sono privilegiati i partiti alle istituzioni, gli interessi particolari a quelli collettivi. L’unità interna ai partiti è stata vista come il bene supremo cui sacrificare gli interessi del paese. Questo paradigma concettuale deve essere combattuto con forza, in quanto da esso sono derivati molti dei nostri problemi nazionali. I partiti che abbiamo oggi sono parte del problema, non della soluzione. Se le riforme andranno avanti, essi si divideranno di nuovo al loro interno. Un esito necessario se si vuole adeguare il sistema partitico alle esigenze del governo del paese (e non viceversa). Se Renzi e suoi sono consapevoli di ciò, allora è bene che ricostruiscano i nessi che collegano trasversalmente i riformatori dei vari schieramenti. Un lavoro che dovrà beneficiare dell’aiuto del nuovo presidente della Repubblica, in continuità con il lavoro svolto dal presidente precedente.

Un inedito di Dossetti

Copertina Gli equivoci del cattolicesimo politico
Giuseppe Dossetti: Gli equivoci del cattolicesimo politico, il Mulino, pagine 254, euro 20),

Risvolto
25 aprile 1962. Agli inizi degli anni Sessanta, la famosa «apertura a sinistra», giudicata dalle gerarchie ecclesiastiche contraria sia alla disciplina sia alla dottrina cattolica, sta invece giungendo a compimento. In tale contesto viene organizzato nel 1962 un convegno di studi sui rapporti tra stato e chiesa il cui sostanziale obiettivo è comporre le posizioni. Da Dossetti ci si attende che dia un contributo al rilancio della presenza dei cattolici in politica, senza che ciò metta in discussione il magistero ecclesiastico. Ma l’ex costituente, ormai divenuto monaco e sacerdote, spiazza tutti con un discorso radicale in cui afferma che il compito primario del cristiano non è la costruzione della sfera politica, né la difesa in quell’ambito di verità cattoliche generali, ma è la ricerca della via della testimonianza evangelica dell’alterità della fede. Fino a oggi inedito, quel fondamentale discorso dossettiano è ora riproposto per la cura di Alessandro Barchi che con acribia filologica ne illumina la genesi. Due saggi di Fabrizio Mandreoli e Paolo Pombeni lo inquadrano rispettivamente sul versante teologico e su quello storico, aiutando il lettore a comprendere a fondo questo singolare documento che segna il distacco di un leader del cattolicesimo politico dal mito novecentesco del rilievo e della possibilità di una «democrazia cristiana».

Dossetti, dove sono i politici cristiani?Agostino Giovagnoli Avvenire 31 gennaio 2015

Un esempio di negazionismo Herrenvolk femminista



Ciò che fa problema dunque è l'eventuale sessismo contenuto in una frase, “La soldatessa non ha perso la calma in una situazione di forte tensione”, che implicherebbe una sottovalutazione della donna.

E' grottesco questo mondo deformato. Ciò che viene negato è l'appartenenza dei palestinesi al genere umano [SGA].

Il premio alle soldatesse israeliane fa infuriare le femministe
Polemiche su una “frase sessista” contenuta nel testo delle motivazioni. Il ministro della Difesa fa ristampare gli attestatidi Maurizio Molinari La Stampa 31.1.15

La persistenza illegittima del mito dell'Einaudi


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Centolettori, Einaudi, pagg. 431, euro 20 A cura di Tommaso Munari

Risvolto
In questo volume Tommaso Munari ha raccolto 194 schede scritte da cento fra i piú famosi lettori che l'Einaudi ha avuto nel corso degli anni. Dai «padri fondatori» come Pavese, Bobbio e Mila, agli scrittori «organici» alla casa editrice come Natalia Ginzburg, Vittorini, Calvino, Fruttero e Lucentini, Manganelli, ai grandi studiosi che frequentavano le riunioni del mercoledí, come De Martino, Cantimori, Musatti, Argan, Contini, Caffè, Ripellino, Jesi, Segre e tanti altri, senza dimenticare il mitico Bobi Bazlen che proprio nell'attività di suggeritore editoriale ha fatto convergere tutto il suo straordinario percorso intellettuale. Sotto l'occhio clinico di questi signori passano capolavori della narrativa e della saggistica, ma anche libri di autori poco noti. Adesso è facile dire qual era l'opera geniale e quale no, ma i giudizi qui raccolti sono in presa diretta. Si poteva sbagliare, qualche volta si è sbagliato. Ma poter leggere i commenti «a caldo» su Broch, Propp, Eliade, Bataille, Braudel, Duras, Adorno, Benjamin, fino a Mordecai Richler e Mo Yan, crediamo possa stimolare molta curiosità e dare una certa emozione. E anche un bel divertimento, soprattutto quando scendono in campo i lettori-scrittori, che sono i primi a divertirsi. Come Calvino che inventa una filastrocca su Purdy o Lucentini che, per stroncare un libro, scrive una scheda in forma di dialogo teatrale fra l'autore del libro in questione e un suo annoiatissimo lettore.              

Visto si stampi (o si cestini) Promossi e bocciati in casa EinaudiDalla Ginzburg a Calvino, da Argan a Bobbio Raccolti in volume i pareri di lettura dei consulenti dello Struzzo fra il 1941 e il 1991

SIMONETTA FIORI Repubblica 31 1 2015
UN cantiere aperto, forse tra i maggiori nella storia culturale del Novecento. Riusciamo a entrarvi grazie a cento giudici molto particolari, ossia i consulenti della casa editrice Einaudi che tra il 1941 e il 1991 hanno promosso o bocciato le letture degli italiani colti. Chi sono questi forgiatori di immaginari e firmamenti intellettuali? Per la letteratura, Calvino e Fruttero, Natalia Ginzburg e Lucentini, Davico Bonino e Manganelli. Per la storia, Venturi e Vivanti, Romano e Carlo Ginzburg. Per gli studi psicologici e l’etnologia, Musatti e De Martino. E ancora, Argan e Contini, Caffè e Ripellino, Jesi e Segre. E il mitico Bobi Bazlen, principe dei suggeritori editoriali. L’elenco continua, ma è meglio fermarsi qui.

Le loro voci stridule, gravi o divertite risuonano in Centolettori, la raccolta dei pareri di lettura che la casa editrice manda in libreria per la cura di Tommaso Munari. «Giudizi in presa diretta », li definisce Ernesto Franco nell’introduzione, commenti a caldo insofferenti alla prudente cerimonia, sfoghi e divertissement che animano il gran teatro della lettura. C’è chi stronca con veemenza e chi affida il killeraggio a una filastrocca o a un testo drammaturgico. Come Italo Calvino che fa fuori il nuovo romanzetto di James Purdy in rima baciata: «Poco perdi se ritardi / e ti perdi i Purdy tardi». O Lucentini che redige in francese un dialogo tra il pensoso Custance e un annoiatissimo lettore. Al Calvino fustigatore non manca mai il buon umore e dopo aver infilzato il pornografo Pierre Klossowsky confessa di essersi divertito parecchio: «Porcherie con molto sense of humour».
Non mancano le cantonate. Fragorose. Delio Cantimori eccelle nel genere. La prima volta fu con Mediterraneo di Braudel, liquidato come il «Via col vento della storiografia». Poi è la volta di Adorno e del suo Minima Moralia , «opera faisandée» rivolta a «liceali impazienti». Non è da meno Sergio Solmi, che regala al Borges di Finzioni l’epiteto di «grande dilettante» («ma non in senso spregiativo»): da pubblicare certo, ma niente al confronto di un Poe o di un Kafka. Ma la palma forse spetta a Bobbi Bazlen che sull’ Uomo senza qualità verga la sua sentenza di morte in quattro punti. «Troppo lungo». «Troppo frammentario », «Troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamartrattandolo lo)». «E troppo austriaco».
Talvolta botte da orbi. Tra Bobbio, Balbo e Cantimori per la filosofia. Ma il tono di Bobbio può farsi supplice quando è costretto a digerire Operai e capitale di Tronti: detesta «quel genere di letteratura» e non esita a dirsi «imbarazzato» e «prevenuto ». L’agonia di Natale di Franco Fortini mette zizzania tra Pavese e la Ginzburg: «antipatico ma notevole», secondo lo scrittore torinese, «lumacoso» e «senza sugo» per Natalia, che se s’annoia lo dichiara senza giri di parole. Come Cesare Cases che rovescia il monumento di Brecht da «canzonettista» e sospetta di «aridità» un caposaldo quale Massa e potere. No, nessuno dei cento lettori è sospettabile di timidezza né di timore reverenziale. Così il solito Bazlen mette in guardia dalle «banalità adamantine» di Walter Benjamin (sta parlando dell’ Angelus Novus). E a Manganelli bastano un paio di metafore per seppellire il futuro Nobel Lessing: «La sua pagina sa di virtuosa varichina, i suoi periodi vanno in giro con le calze a penzoloni ». Le cose si complicano quando il parere è richiesto su amici e colleghi. Il più attento è Elio Vittorini alle prese con Bianco veliero di Calvino: gli sembra «macchiettistico e infantile», insomma una «bambocciata». Pubblicarlo? Massì, è uno scrittore noto, la responsabilità ricade su di lui. «Tuttavia Calvino è anche un amico. Non dobbiamo dirgli che fa male a se stesso pubblicando un libro simile?». Il più severo è Primo Levi con il Gadda dei saggi scientifici: «piattamente didattici, noiosi e sanno di farina d’altrui sacco». Usciranno altrove. Oltre che storia culturale, Centolettori è anche una lezione di stile: talvolta solo in trenta righe riassunto e critica, valutazione editoriale e soprattutto senso culturale. Per chi solitamente scrive di libri, un invito all’umiltà: i recensori ne sanno molto di più degli autori recensiti, mai un gorgheggio o un aggettivo sparato a vuoto. Comunque un atto di memoria: così era l’editoria italiana, così la cultura aperta al mondo senza genuflessioni. Da acquistare subito, Centolettori (che richiama la collana Centopagine di Cal vino). Per tirarsi su nei momenti bui. © RIPRODUZIONE RISERVATA



Le pagelle dello Struzzo Fortini? Antipatico, ma notevole 
Da Cantimori che boccia Braudel “troppo facile” a Primo Levi che liquida gli scritti tecnici di Gadda 

Ernesto Ferrero Tuttolibri 31 1 2015

«Lei dovrebbe mandarci per ogni libro un rapporto di circa una cartella, con tutti gli elementi che Lei pensa ci possano servire: un breve riassunto del contenuto, il Suo giudizio, notizie – se ne ha - sull’autore o sulla fortuna che il libro ha avuto in edizione originale o in altre traduzione, eventuali previsioni che il libro potrebbe avere in Italia». È il luglio 1960, e Italo Calvino da via Biancamano illustra al neoconsulente Rodolfo J. Wilcock quel che si richiede a un bravo lettore editoriale. Wilcock capisce così bene che a settembre Calvino si complimenta: «i suoi giudizi sono molto belli e divertenti e orientano bene sui libri».
Tommaso Munari, ormai esperto navigatore degli oceani degli archivi Einaudi, ha raccolto in volume quasi duecento schede di cento redattori e consulenti della casa dal 1941 al 1991 [in questa pagina pubblichiamo due «pareri»]. Ci sono i padri fondatori, Pavese, Giaime Pintor, Bobbio, Mila (e addirittura il già presidente Luigi Einaudi che caldeggia il Keynes saggista); gli «organici» come Calvino, Vittorini, Natalia Ginzburg, Balbo, Fruttero e Lucentini, Cases, Venturi, Vivanti, Ruggiero Romano; una miriade di consulenti illustri, da De Martino, Argan, Arnaldo Momigliano e Contini a Ripellino, Strada, Manganelli, Cesare Segre. Sullo sfondo un sapiente conoscitore della Mitteleuropa come il triestino Bobi Bazlen, che riesce abilmente a «vendere» Musil (troppo lungo, frammentario, noioso, austriaco. Però…). 
L’Armada einaudiana si fa un puntiglio di arruolare le intelligenze più vive in circolazione, in ogni disciplina. Sono tutti pagati poco o niente, praticamente dei volontari, ma partecipano convinti a quello che sentono come un progetto comune, la costruzione di un catalogo che diventa la vera università degli italiani. Uscito da una solida e colta famiglia liberal-borghese, il giovane Einaudi parte dalla tradizione per proiettarsi nel futuro prossimo. Ai suoi sodali chiede libri innovativi, metodologicamente avanzati, quasi spericolati per l’oltranza delle proposte. 
Gli estensori delle schede hanno chiaro anche quel che un libro non deve essere: non deve inseguire l’attualità, se no deperisce in fretta. L’editore punta sui vini da invecchiamento. Libri sempre in anticipo sui tempi, destinati a «fare catalogo», a diventare dei piccoli classici contemporanei. L’esito commerciale non è un criterio, anzi, non se ne deve nemmeno parlare.
Quando è finalmente ammesso alle riunioni del mercoledì, il pur già mitico direttore commerciale Roberto Cerati non ha facoltà di parola. Non solo: il programma editoriale dell’anno viene scritto come una sinfonia, dove ogni singolo titolo esprime una voce che si deve legare ad altre, per affinità o contrasto. 
Quella che viene richiesta non è l’unanimità dei pareri, ma il suo contrario. Einaudi si mette in sospetto, quando tutti sono (troppo) d’accordo. Chiede opere che facciano discutere. Questo lo ha imparato da suo padre Luigi, che sin dal 1921 predicava che il sale della democrazia sono i confronti anche duri e durissimi, purché corretti. Il figlio applica il concetto ai suoi collaboratori. Sollecita lo scontro, mette i giovani contro i vecchi, fa leggere di scienza ai letterati e viceversa, attizza l’emulazione, scatena gelosie ad ogni suo nuovo innamoramento intellettuale. La competenza specialistica è importante, ma non basta: anzi, lui orchestra le invasioni di campo: governa un complicatissimo gioco di bilanciamenti con la consumata abilità di un mandarino cinese. Difficile la convivenza di Bobbio con Cantimori e Felice Balbo, foriera di paralisi; o di Renato Solmi con Antonio Giolitti. Su Benjamin, Bazlen e Cases la pensano in modo opposto. «Antipatico ma notevole» scrive Pavese di un romanzo di Fortini. «A me non piace, sono contraria», risponde la Ginzburg, che parla sempre chiaro. Significativa in questo senso la vicenda Braudel. Nel 1949 Cantimori si dichiara contrario alla pubblicazione di Civiltà e imperi del Mediterraneo: ben scritto, brillante, affascinante, ma dannoso proprio perché facile, evasivo, superficiale, addirittura pseudoscientifico: «un Via col vento della storiografia, si rimane abbagliati: e non si capisce più niente». Uscirà nel 1953, sarà un successo, diventerà paradigmatico. 
Poi ci sono i lettori-artisti. Calvino un po’ dubbioso su un romanzo dell’americano Purdy, sceglie l’epigramma in rima: «Se con Purdy non ci perdi/ è imprudente che lo perdi»; o ancora: «Se ti prude legger Purdy/ prendi i Purdy ancora verdi/ Poco perdi se ritardi/ e ti perdi i Purdy tardi». Manganelli si diverte. A proposito dell’irlandese Flann O’Brien: «…Ha una qualità plebea e svagata, una sciatteria casalinga (non è l’astratta demenza dell’umorismo britannico), un disordine da affettuoso ubriacone, che non mi dispiace». Lucentini scrive addirittura un dialogo in francese tra autore (l’inglese Cunstance) e lettore. E c’è anche Primo Levi che liquida gli scritti tecnici di Gadda: «prolissi, diligenti, ma piattamente didattici, noiosi».
Scrive bene Ernesto Franco nella sua prefazione che queste schede sono ritratti di libri e autoritratti di lettori, e tutte concorrono all’affresco generale di un’epoca: testi «a un tempo critici e confidenziali, analitici e figurali, non esenti da giochi di parole e di stile, da sottintesi e paradossi, parlati e scrittissimi». Una bellissima foto di gruppo di cui andare orgogliosi e su cui meditare, in tempi in cui le direzioni marketing tendono a sovrapporsi a quelle editoriali. Gli scontri che le schede raccontano, le scoperte che restano e i fraintendimenti di cui possiamo sorridere con il senno di poi (Vittorini che stronca La paga del sabato di Fenoglio) dicono la stessa cosa: che anche in editoria si sopravvive ai tempi difficili solo puntando strenuamente sulla qualità, come i severi monaci einaudiani. E che l’editoria si fa anche e soprattutto con i no.