domenica 22 febbraio 2015
Due presentazioni di "Democrazia Cercasi" questa settimana. Ci sentiamo quando rientro
Sono in giro per due presentazioni di Democrazia Cercasi, martedì a Napoli e venerdì a Roma. Questa settimana, dunque, difficilmente il blog verrà a aggiornato. A presto [SGA].
Pensiero critico? Stretto è il crinale tra il dubbio e l'ermeneutica quietistico-relativistica: la critica della metafisica non è più oggi quella del XIX secolo
Significa cioè prevalentemente critica di qualunque possibilità di pensare la trasformazione. Esposito pare qui dimenticarlo [SGA].
L’arte del dubbio
È un metodo “trasversale” antico quanto la filosofia Che ora riscopriamo per difenderci da dogmi false notizie e propaganda
di Roberto Esposito Repubblica 22.2.15
In principio fu Socrate Poi toccò a Sant’Agostino e ancora a Cartesio, alla modernità e a Kant
Eppure ci voleva l’era della confusione digitale e dell’overdose
continua di informazioni per farci capire che solo l’assenza di certezze
può aiutarci a restare liberi
NEL cercare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Le
grandi guide del popolo, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al
dubbio». A pronunciare tali parole non è un filosofo neoscettico, ma
papa Francesco nella sua prima intervista a Civiltà Cattolica . In molti
hanno visto in esse, più che una semplice apertura all’esigenza di
rinnovare il linguaggio della Chiesa, la testimonianza del ruolo
crescente che la dimensione del dubbio ha assunto nella nostra società.
In questo senso il grande successo che sta riscontrando in Francia,
anche a livello di partecipazione ai corsi universitari, la “zetetica” —
come Henri Broch ha definito l’arte del dubbio nei confronti di
settarismi, faziosità, dogmi ammantati di pretese scientifiche — non può
sorprendere: viviamo immersi un un’epoca in cui ci arriva continuamente
una massa enorme di informazioni. E così il controllo sulla
autenticità, sulla buona fede, sulla correttezza o sulla logica interna
di qualsiasi messaggio, dal tweet di un personaggio noto a un documento
ufficiale di un’istituzione, diventa un’attività cruciale, un meccanismo
di sopravvivenza: l’unico esercizio possibile per non restare
impigliati nelle miriadi di reti della propaganda presenti su internet
così come nei prodotti culturali più tradizionali, nella politica così
come nelle discipline accademiche, nei video degli estremisti islamici
così come nelle verità di regime di ogni luogo e tempo.
È chiaro che, in questo contesto, l’arte del dubbio cambia pelle. Da
perno di sistemi di pensiero illuministi o liberal di vario spessore,
diventa adesso quello che in fondo è sempre stata: un metodo di
conoscenza, un approccio da applicare in maniera trasversale in
qualsiasi campo della nostra vita. Una guida indispensabile in un mondo
globalizzato, spezzettato, confuso eppure sempre a rischio di finire
intrappolato nelle spire del pensiero unico di turno.
Per queste sue caratteristiche, il rilievo filosofico del dubbio
naturalmente è antico — può essere fatto risalire alla classica formula
socratica del “sapere di non sapere”. Teorizzato dal Pirrone già nel III
secolo avanti Cristo, ha trovato una prima formulazione cristiana,
condizionata alla verità divina, con sant’Agostino. Successivamente
Descartes lo ha posto alla base della conoscenza: pur dubitando di
tutto, non si potrà mai dubitare di essere, proprio perciò, un soggetto
pensante. Se Pascal e Hume hanno diversamente sottoposto l’idea di
certezza assoluta a una critica corrosiva, è stato Kant ad assumere a
oggetto di dubbio la ragione stessa, individuandone possibilità e
limiti. Tutta la discussione novecentesca sulla relazione indissolubile
tra dubbio e certezza — sostenuta da Wittgenstein, ma anche,
diversamente, da Popper, Kuhn, Lakatos — ha insistito sulla necessaria
falsificabilità dei paradigmi scientifici.
D’altra parte se Kierkegaard scrive in Aut Aut che il dubbio appartiene
al movimento interno del pensiero, nel suo Zibaldone Leopardi afferma
che «piccolissimo è quello spirito che non è capace o è difficile al
dubbio». Su questa linea di ragionamento, che desume la necessità di
dubitare dal carattere finito e incompiuto del nostro sapere, Vladimir
Jankélévitch, in Da qualche parte nell’incompiuto ( Einaudi, a cura di
Enrica Lisciani Petrini), sostiene che, contro le false certezze, va
tenuto fermo «il dubbio rispetto alle verità e a se stessi». E tuttavia
fin qui non siamo ancora pervenuti al cuore del problema. Perché
qualcosa che appartiene alla storia dell’intera tradizione filosofica
torna oggi a interpellarci con particolare urgenza? Cosa rende la
richiesta all’arte del dubbio così pressante?
Già alla fine degli anni Settanta un volume collettivo curato da Aldo
Gargani, con il titolo Crisi della ragione ( Einaudi), monopolizzò il
dibattito filosofico in concomitanza con il successo internazionale del
libro sul postmoderno di Jean-François Lyotard (Feltrinelli). Ciò che in
quegli anni pareva incrinarsi era un intero regime di senso che per un
lungo periodo aveva costituito al contempo la struttura indubitabile del
reale e un modello normativo di comportamento. A venire meno era il
primato del passato sul presente — l’idea che tutto ciò che avveniva
fosse predeterminato da quanto lo precedeva secondo un nesso diretto tra
cause ed effetti. Quando invece ai codici razionali si accompagnano
sempre elementi imprevedibili di tipo intuitivo, emotivo o pragmatico,
spesso portati a configgere con essi.
Ma una scossa ancora più destabilizzante si è verificata negli ultimi
anni, quando, con il nuovo disordine globale, tutti i riferimenti che
fino a qualche tempo fa hanno guidato i nostri comportamenti sembrano
essere venuti meno. Da qui nasce la spinta a una ricerca ininterrotta,
capace di sfidare dogmi e luoghi comuni. Il termine stesso di zetetica
rimanda al verbo greco che significa “cercare”. Alla sua base vi è un
bisogno urgente di spirito critico, una diffidenza crescente rispetto
alla continua manipolazione che media spregiudicati o asserviti,
sondaggi con esiti preconfezionati, dispositivi di propaganda ci
rovesciano quotidianamente addosso.
Gli attentati di Parigi, rivolti espressamente contro la libertà di
pensiero e di scrittura, hanno rinforzato ulteriormente questa esigenza,
come dimostra la pronta scalata delle opere di Voltaire nella zona alta
delle classifiche di vendita. Già preparata dal successo di
instancabili partigiani del dubbio come Montaigne e Diderot, il ritorno,
non solo da parte dei francesi, a Voltaire rilancia la tradizione dei
lumi contro l’accecamento prodotto dal fanatismo. Tale impulso zetetico,
d’altra parte, si innesta in un orizzonte filosofico già orientato in
direzione laica e libertaria. Esso rimanda a filoni culturali diversi,
che hanno trovato un primo punto di aggregazione nel “New Atheism”
americano — teorizzato da filosofi e saggisti come Richard Dawkins,
Daniel Dennet, Sam Harris e Christopher Hitchens. Ciò che li collega in
uno stesso punto di vista non è la polemica contro particolari
religioni, ma contro qualsiasi tipo di presupposto dogmatico che vincoli
la ricerca scientifica e anche i comportamenti pratici. Si tratta di
una interpretazione radicale del darwinismo, che sottrae il fenomeno
della vita al rimando a qualcosa che ne trascenda lo sviluppo specifico.
A questa corrente — che dall’America si è diffusa in Germania, in
Francia, in Italia — si affiancano altri filoni libertari ispirati in
vario modo alla tradizione illuministica. Il neo-materialismo
individualista di Michel Onfray, autore di un discusso Trattato di
ateologia ( tradotto in Italia da Fazi), è stato oggetto di un ampio
dibattito e anche di forti critiche. Portando agli esiti estremi la
dottrina della tolleranza che ha i suoi padri in Locke e nello stesso
Voltaire, la sua prospettiva è caratterizzata da una critica preventiva
di qualsiasi nozione che non sia passata al vaglio dell’analisi
razionale. L’altra scuola di pensiero che, forse con maggiore
consapevolezza teoretica, rompe con ogni forma di trascendenza è quella
che guarda da un lato al pensiero di Spinoza e dall’altro alla
genealogia di Nietzsche. Ciò spiega la forte ripresa di interesse per un
autore come Gilles Deleuze, del quale DeriveApprodi ha appena edito il
film-intervista, a cura di Claire Parnet, dal titolo Abecedario. Forse
prevedendo la svolta in atto, Michel Foucault aveva una volta
pronosticato «che un giorno il secolo sarà deleuziano». Prudentemente
non aveva specificato di quale secolo parlava.
Università di Grenoble “Così insegniamo ai nostri alunni il pensiero critico”
di Anais Ginori Repubblica 22.2.15
PARIGI LIBERI di criticare. Sono quasi dieci anni che all’università di Grenoble viene insegnata l’arte del dubbio. L’ateneo ha un corso di “Zetetica e Autodifesa intellettuale” frequentato da centinaia di studenti ma anche semplici curiosi, affascinati da una materia nuova e unica in Francia. La cattedra è guidata da Richard Monvoisin insieme ad altri insegnanti del Cortecs, Collectif de recherche transdisciplinaire esprit critique et sciences.
Com’è nata l’idea di un corso specifico?
«La zetetica, inventata da una scuola greca di scettici radicali nel IV secolo a. C., è stata riscoperta nel Novecento come investigazione scientifica su fenomeni paranormali da un americano di origini italiane, Marcello Truzzi, e poi dal francese Henri Broch. Dopo essermi laureato in didattica e scienze fisiche, ho fatto il mio dottorato con Broch. Mi sono accorto che la zetetica poteva essere una disciplina trasversale».
Su cosa si fonda questa disciplina?
«Partiamo sempre dall’analisi delle fonti, dalla ricerca su informazioni non verificate, dalla demistificazione di cifre o frasi vuote. Nel nostro collettivo ci sono specialisti di ogni disciplina, dall’informatica alla biologia, dalla medicina, all’economia, alle scienze politiche. Ormai ci sono corsi di zetetica anche a Marsiglia, Montpellier. Lavoriamo su temi diversi come il creazionismo o i gender studies, Internet aperto e la xenofobia in politica. L’obiettivo di Cortecs è mettere in rete contributi diversi, invitando altri esperti a dialogare con noi, in un processo evolutivo di conoscenza».
Perché nel titolo del corso si parla di “autodifesa intellettuale”?
«E’ una metodologia che combatte la manipolazione delle opinioni o l’emergenza di nuove forme di consenso. Come diceva Noam Chomsky, il pericolo è tanto più grande per chi studia e fa professioni intellettuali. Nel mondo accademico anglosassone c’è già chi insegna il critical thinking ».
È più facile oggi manipolare le opinioni?
«Sono nato nel 1976 e ho vissuto l’avvento di Internet come una benedizione. Ero convinto che le generazioni dopo di me avrebbero avuto accesso a ogni tipo di informazione. Oggi invece i giovani rischiano di annegare nella vastità della Rete oppure di accontentarsi di una rap- presentazione parziale. Dietro una schermata di Google ci sono interessi economici che molti purtroppo ignorano. La pluralità delle fonti è uno dei punti di partenza. Se voglio farmi un’opinione su Vladimir Putin, ad esempio, cercherò di leggere testi francesi, russi e ucraini. Inoltre, la rapidità nella diffusione delle informazioni rende ancora più facile errori di analisi. Suggerisco ai miei alunni di aspettare almeno qualche settimana prima di prendere posizione su un evento. Insieme al dubbio, bisogna praticare un ritmo lento del pensiero».
La zetetica è una forma di scetticismo?
«Lo scetticismo è un atteggiamento filosofico che si può riassumere con la frase di Bertrand Russell: “Dammi una buona ragione di pensare quello che pensi”. La zetetica è la metodologia pratica dello scetticismo. Il nostro scopo è aiutare la libertà di pensiero dei cittadini».
Eppure i dubbi dilagano sul web, alimentando le teorie del complotto. Vi occupate anche di questo?
«Intanto non le chiamiamo teorie, ma scenari, miti moderni, perché non sono confutabili e dunque non rispettano il criterio di falsificabilità di Karl Popper. Quando ci troviamo di fronte a scenari complottisti, come quello sull’11 Settembre, non facciamo altro che usare nozioni di epistemologia, applicando il criterio di massima parsimonia o il cosiddetto “Rasoio di Occam” che prediligono spiegazioni dimostrabili e semplici. L’esercizio funziona quasi sempre».
Avete già affrontato il tema dell’informazione sugli attentati di Parigi?
«Cominceremo un nuovo ciclo questa settimana dal titolo “Censura e libertà di espressione”. Noi pensiamo che sia meglio pubblicare il libro di Eric Zemmour (popolare saggista francese contro l’immigrazione, n.d.r.) oppure autorizzare gli spettacoli di Dieudonné. Piuttosto che impedire a qualcuno di esprimersi, trasformandolo in una presunta vittima, è meglio diffondere strumenti critici e di analisi. La zetetica dovrebbe essere insegnata già nelle scuole ai bambini. Piuttosto che la censura, è meglio scommettere sull’intelligenza collettiva».
"Razza e destino" di Maurice Olender
Risvolto
Ogni comunità dà vita a una storia che si
sviluppa nel tempo. Trasformarla in razza significa bloccarla in un
passato senza presente né avvenire, condannarla a diventare una razza
senza storia con un destino assegnato e fissato una volta per tutte. I
gruppi definiti come "razze" diventano immobili della storia, incapaci
del minimo cambiamento sociale, religioso, economico o politico. A
quanti sono rinchiusi in questo cerchio magico senza possibilità
d'uscita, è come se dicessimo: "Voi resterete sempre gli stessi."
Nell'età del colonialismo, tra XIX e XX secolo, le scienze si sono
occupate di pensare, classificare, legittimare le "razze umane": la
storia del pensiero degli ultimi cinquant'anni è stata capace di
riscattarsi? Maurice Olender conduce il lettore tra le ombre che questa
idea proietta fino ai giorni nostri, e nella prefazione a questa
edizione italiana presenta un primo approccio storiografico alle "figure
metafisiche della razza" che emergono dai "Quaderni neri", ancora in
parte inediti, di Martin Heidegger.
Razza e Destino Le radici profonde di tutti i razzismi
La
ricerca minuziosa di Maurice Olender cerca di districare il complicato
intreccio dei pregiudizi che hanno generato persecuzioni
di Maurizio Bettini Repubblica 22.2.15
IN OCCIDENTE razzismo e antisemitismo si presentano simili a un viluppo
intricato di radici difficile da districare. Alla costruzione del
pensiero che animò questi drammatici fenomeni hanno infatti contribuito
le figure più disparate, professori di grammatica storica e studiosi
della Bibbia, oscuri canonici di campagna e articolisti della Civiltà
Cattolica, scrittori, scienziati e politici. Il fatto è che «scrivere la
storia dell’antisemitismo», ha detto Léon Poliakov, «è scrivere la
storia di una persecuzione che, nel seno della società occidentale, è
stata legata ai valori supremi di questa società, perché la si è
perseguita in loro nome». Ecco perché districare questo viluppo è così
difficile – a meno di non volersi accontentare di luoghi comuni.
Chi intenda assumersi seriamente questo compito non può che cominciare
dalla lettura minuziosa di testi rari, articoli dimenticati, perfino
manoscritti. E deve esser pronto ad accettare che la ricerca produrrà
scoperte imbarazzanti per la propria fede, così come per la propria
laicità, perfino per l’amore delle discipline (e degli studiosi) a cui
deve la sua formazione intellettuale. Il compito se lo era assunto
Poliakov. E sulla sua scia Maurice Olender, che dopo Le lingue del
Paradiso prosegue con Razza e destino . Il cammino tracciato in questo
libro si snoda attraverso ricerche storiche (la lotta del gesuita Padre
Charles contro i Protocolli dei Savi di Sion e certe posizioni
antisemite della Chiesa); interviste e ritratti di grandi intellettuali
(Georges Dumézil, Hans-Robert Jauss); ricostruzioni di tappe importanti.
Altrettanti capitoli cuciti dal filo di una stessa drammatica domanda:
quando e perché la “razza” diventa “destino”? In quali circostanze una
categoria (peraltro falsa) delle scienze biologiche si muta in uno
strumento capace di rendere “naturale” la superiorità o l’inferiorità
morale, intellettuale, spirituale attribuite a un certo gruppo rispetto a
un altro? Si tratta di una visione della razza che Otto Reche,
professore di Antropologia a Lipsia fra il 1927 e il 1945, riassunse
appunto nella formula “Razza è destino”. Banalità assiomatiche che però
ci si stupisce, anzi ci si allarma quando le si vede uscire dalla penna
di uno scienziato come Teilhard de Chardin o di un grande linguista come
André Martinet. Per non parlare dell’antisemitismo che emerge dalla
lettura dei “Quaderni Neri” di Heidegger, dei quali Olender ugualmente
si occupa. La storia degli studi di indo-europeistica è esemplare. Con
la scoperta delle affinità fra radici linguistiche appartenenti a
sanscrito, latino, greco, lingue celtiche, questa corrente suscitò anche
un impulso verso la ricostruzione di una pretesa “razza” indoeuropea:
la cui cultura, guarda caso, avrebbe avuto gli stessi tratti di
superiorità che fra otto e novecento gli Europei attribuivano a se
stessi nei confronti di “semiti”, neri o gialli. Perfino alcune innocue
radici linguistiche poterono mischiarsi al viluppo dei razzismi.
Franco Andreucci colpisce ancora: l'"ipoteca stalinista" sul Pci da Gramsci a Berlinguer. Bum!

Franco Andreucci: Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci, 1921-1991, Della Porta editori, Pisa, pagg. 468, € 20,00
Risvolto
La parabola del
Partito comunista italiano raccontata da un suo ex funzionario e
testimone d’eccezione. Franco Andreucci traccia la storia affascinante
del partito più popolare del dopoguerra, passando attraverso i suoi
momenti più importanti: la scissione di Livorno, l’antifascismo, la
guerra partigiana e gli anni di Togliatti, toccando temi come il
controverso rapporto con l’Unione Sovietica e il fascino esercitato dal
Pci sugli intellettuali italiani.
Dna della politica Stalin nell’identità del Pci
Franco
Andreucci ripercorre i 70 anni di vita del partito, soffermandosi su un
aspetto spesso dimenticato a favore della «via italiana al socialismo»:
lo stalinismo di dirigenti e militanti
di Sergio Luzzatto Il Sole Domenica 22.2.15
«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei
ladri, dei corrotti, dei concussori nelle alte sfere della politica e
dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna
metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, [...] fa
tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e
delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno
con la concezione della politica e con i metodi di costoro, che vanno
semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione
morale è il centro del problema italiano».
A fronte delle cronache odierne – da Mafia Capitale in giù – è fin
troppo facile considerare profetiche le parole affidate da Enrico
Berlinguer a Eugenio Scalfari in una celebre intervista del 28 luglio
1981: profetiche non solo rispetto alla Tangentopoli del 1992 ma anche,
per l’appunto, rispetto all’attualità giudiziaria d’oggidì.
Frettolosamente cacciata dalla finestra della storia italiana, la
questione morale è rientrata dalla porta. In generale è rientrata dalla
porta la figura storica di Berlinguer, in particolare dell’ultimo
Berlinguer. L’alfiere di una politica dell’austerità che si declina oggi
come inaggirabile sostenibilità dello sviluppo. L’interprete di una
contestazione del capitalismo che appare oggi critica ragionevole del
consumismo.
Aveva sessant’anni di vita il Partito comunista italiano, al momento
dell’intervista di Berlinguer sulla questione morale. E nessuno
immaginava che gliene restassero da vivere soltanto dieci. Nessuno
prevedeva allora la formidabile e catastrofica accelerazione di quel
decennio, l’Urss di Gorba?ëv, il crollo del Muro, la fine del comunismo.
Adesso – un terzo di secolo dopo – la distanza incomincia a essere
quella giusta per guardare con profondità di campo ai settant’anni di
storia del Pci. Come nel libro, insieme appassionato e pacato, di Franco
Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci, 1921-1991.
Cercando risposte a un paio di domande fondamentali. Perché il Pci è
stato, per diversi decenni dopo il 1945, il partito comunista più forte
d’Occidente? E perché, alla fine, non soltanto non ha vinto, ma si è
estinto?
La forza del Pci ha storicamente riposato sopra una molteplicità di
fattori. La solidità dell’organizzazione, e tanto più dopo la nascita
del «partito nuovo», non più di quadri ma di massa. La capacità di
gestione politica dei conflitti sociali, negli anni della grande
modernizzazione italiana. La presa culturale sugli intellettuali, e
l’esercizio di una gramsciana «egemonia». Ancora: il prestigio derivato
al Pci dalle lotte dell’antifascismo e della Resistenza; il radicamento
identitario nelle regioni «rosse»; la mancanza in Italia di un partito
socialdemocratico forte e moderno. Altrettante dimensioni – non
necessariamente originali – della ricostruzione di Andreucci. Là dove la
sua ricostruzione riesce illuminante, è nell’analisi di una componente
di lungo periodo che più di altre vale a spiegare il fallimento storico
del Pci: l’ipoteca sul Partito del leninismo prima, dello stalinismo
poi.
Scoperta dell’acqua calda, questa di Andreucci? Meno di quanto possa
sembrare, se è vero che la storiografia italiana risulta dominata a
tutt’oggi da una favola buonista secondo cui il Pci sarebbe stato, fin
dalla formazione del suo gruppo dirigente nel 1923-24, un partito non
settario né dogmatico, un’isola felice nel panorama del comunismo
internazionale. Certo, giocoforza, un partito del Comintern: il partito
di Togliatti, stretto collaboratore di Stalin. Ma sottotraccia, già nei
terribili anni Trenta, anche il partito della «via italiana al
socialismo»: il partito di Gramsci, così aperto e libero seppure in
catene. Favola buonista abilmente forgiata da Togliatti in persona tra
anni Quaranta e anni Cinquanta, e ripresa più o meno pedissequamente da
svariate generazioni di storici del Pci. Dapprima storici ufficiali, da
Comitato centrale; successivamente storici ufficiosi, “di area”.
Lui stesso ex storico ufficiale o quasi, Franco Andreucci ha adesso
un’altra storia da raccontare. È la storia di un comunismo italiano
concepito nella febbre postbellica del «biennio rosso», e indelebilmente
marcato dalle lezioni di Lenin sulla necessità della guerra civile e
della dittatura del proletariato: per cui anche le strade e le piazze
d’Italia, come in Russia, andavano liberate «col ferro e col fuoco» da
un’«invasione di locuste putride e voraci», le locuste della borghesia
(scripsit Antonio Gramsci, dicembre 1919). È la storia di un partito
nato a Livorno, nel 1921, in opposizione e quasi in odio all’ala
riformista del socialismo italiano, nel «sibilo delle vipere» denunciato
allora da Giacinto Menotti Serrati: un velenoso sibilo antisocialista
destinato a prolungarsi negli anni, o piuttosto nei decenni.
Senza entrare nel merito dell’affaire di Gramsci in carcere e di
Togliatti a Mosca, Andreucci sottolinea come la continuità sovietica del
rapporto tra leninismo e stalinismo sia stata tale anche nella sua
ricaduta sulla storia del Pci. Quanto Stalin durò ai vertici del Pcus,
altrettanto durò lo stalinismo dei comunisti italiani, dirigenti o
militanti che fossero. E anzitutto lo stalinismo indefettibile e
interessato del «Migliore». Quello che, negli anni Trenta, spinse
Togliatti a non aprire bocca davanti alle purghe di Stalin. A imitare
tali e quali gli altri capi del comunismo internazionale, che vivevano a
Mosca – lo testimonierà per esperienza diretta una bella figura di
comunista piemontese, Felicita Ferrero – «rannicchiati come lumache nel
proprio guscio, in attesa che la bufera finisse».
Locuste, vipere, lumache... la storia del comunismo è anche un
bestiario, bestiario dell’anatema, della delazione, della scomunica.
Così, all’immaginosa metafora da letterato di Osip Mandel’stam, secondo
cui i baffi di Stalin erano «insolenti come scarafaggi» (e Mandel’stam
muore in un gulag nel 1938), può corrispondere la formula maramalda del
segretario Togliatti contro alcuni dissidenti interni del 1951,
«pidocchi nella criniera di un nobile cavallo da corsa». Dopodiché, alla
fine del 1956, è proprio il segretario del Pci che sollecita il Pcus – a
babbo morto: mesi dopo il XX Congresso e la denuncia di Chruš?ëv dei
crimini di Stalin – affinché l’Urss intervenga militarmente in Ungheria,
perché si proceda senza pietà contro il traditore Nagy.
Lo stalinismo postumo di Togliatti nel 1956 ha contribuito non poco alla
maledizione del «fattore K», cioè alla pluridecennale emarginazione del
Pci dallo spazio politico dell’Italia democratica. L’autentica via
italiana al socialismo – nota persuasivamente Andreucci – sarebbe stata
quella dei suoi avversari del ’56: sarebbe stata la via di Antonio
Giolitti, cui Togliatti pensò bene di riservare la qualifica sempreverde
di «rinnegato». E anche per questo (forse, soprattutto per questo) il
comunismo italiano era votato, a lungo andare, alla sconfitta e
all’estinzione: per non avere saputo né voluto impostare il rapporto con
il socialismo riformista in termini nuovi rispetto a quelli
ossessivamente antagonistici della Terza Internazionale.
Berlinguer stesso, in tutta la sua «diversità», si sarebbe rivelato
eccezionalmente lento nel ripensare il rapporto storico fra un comunismo
di matrice leninista e un socialismo di ispirazione democratica. Anche
se – bisogna pur ricordarlo – il maggiore interprete anni
Settanta-Ottanta di quel socialismo si chiamava, in Italia, Bettino
Craxi. Non esattamente una garanzia, almeno dal punto di vista della
«questione morale».
Ritorno nel mondo reale: il problema non è il compromesso ma - come spesso accade - l'aver promesso troppa rivoluzione
Fermo restando che Tachipirinas rimane nei nostri cuori - e anche in
quelli di chi vorrebbe un capitalismo europeo più moderno ed efficiente
di questo feudalesimo che abbiamo -, il problema non è il compromesso, o
il confronto con la realtà.
Il problema è se il compromesso
consiste in una mera riduzione del danno, come spesso è accaduto anche
in passato, o se davvero - al di là delle parole fumose nelle quali
tutti possono dire di aver vinto - il compromesso comincia a inverte la direzione del processo.
Il problema, soprattutto, è la dismisura spropositata tra la modesta
entità del compromesso e le gigantesche e autolesionistiche illusioni
scatenate nei mesi scorsi in patria e - forse soprattutto - fuori.
Eppure, che i rapporti di forza fossero quelli che sono lo sapevano
tutti. Eppure, che la Grecia fosse una semicolonia - una portaerei Nato
priva di sovranità, come l'Italia, la Spagna e altri paesi - era noto
già da prima.
Erano quisquilie da menagrami? E ora è legittimo
farsi delle domande? Certo, è possibile accontentarsi della retorica
della "battaglia vinta" e scoprirsi improvvisamente come quei maestri di
realismo a convenienza che sono sempre bravi a fare le analisi del
giorno dopo [SGA].
“L’austerità è finita”, Tsipras prova a nascondere la disfatta
Domani nuovo vertice, il governo di Atene ha perso ogni autonomia
di Stefano Feltri il Fatto 22.2.15
L’unico modo per reagire a una sconfitta a volte è presentarla come una
vittoria: “Abbiamo vinto una battaglia ma non la guerra, i negoziati più
difficili ci aspettano”, ha detto ieri Alexis Tsipras, premier della
Grecia, Paese natale di quell’Esopo che scrisse la nota favola della
volpe golosa di uva.
IL GIORNO DOPO l’accordo preliminare con i governi dell’Eurogruppo,
l’impressione è che Atene abbia perso sia la battaglia che la guerra.
“Non sono sicuro di capire perché il governo di Syriza abbia iniziato
questo conflitto. Ha ottenuto così poco e speso del capitale politico
che gli sarebbe servito per il terzo programma di salvataggio”, commenta
su Twitter il corrispondente da Bruxelles del Financial Times Peter
Spie-gel. E l’economista Tyler Cowen, nel suo blog Marginal Revolution,
scrive che “la Grecia ha perso”. Il quotidiano conservatore tedesco Die
Welt, voce degli estremisti del rigore, traduce così il senso politico
del compromesso: Atene ha quattro mesi per mettersi in regola o per
prepararsi a un’uscita ordinata dall’euro.
Martedì ad Atene riaprono le banche, durante la giornata festiva di
domani il governo di Syriza dovrà ultimare la lista di riforme da
sottoporre in serata all’approvazione degli altri governi della zona
euro. Difficile una bocciatura drastica, ma ci sarà ancora da negoziare.
A meno di rotture impreviste, martedì le banche greche non falliranno,
non ci sarà la corsa agli sportelli e continueranno ad avere i 10,9
miliardi (pronti ma non utilizzabili fino ad aprile) del Fondo salva
Stati che possono essere usati per ricapitalizzare le banche. Questo è
l’unico risultato di Tsipras che però si vanta di aver ottenuto “la fine
dell’austerità”.
DOPO MENO di un mese di governo, molti annunci e un tour diplomatico
nelle capitali europee, il bilancio di Tsipras e del suo ministro Yanis
Varoufakis è il seguente: abbandonato il progetto di convocare una
conferenza internazionale per tagliare il valore dei 315,5 miliardi del
debito pubblico greco; archiviata l’idea di sostituire i bond in
scadenza con altri a durata perpetua (se in mano alla Bce) o con il
rendimento legato alla crescita del Paese (quelli dei governi e del Fmi)
; quasi respinta la richiesta di ridurre l’avanzo primario, cioè quanto
resta delle entrate dello Stato dopo aver pagato le spese e prima del
conto degli interessi sul debito, dal 4,5 all’1,5 per cento del Pil
(l’Eurogruppo concede una non meglio definita flessibilità nell’ambito
delle regole esistenti) ; la Troika che vigila sulle riforme cambia
nome, ora il trio di supervisori di Commissione europea, Fmi e Bce si
chiama semplicemente “le istituzioni”. Tutto il “Programma di Salonicco”
con cui Syriza ha vinto le elezioni non esiste più: la riassunzione
degli statali licenziati, l’abolizione della tassa sulla casa, la spesa
sociale per le vittime della recessione, gli sconti sull’energia alle
famiglie, il blocco delle privatizzazioni. La Grecia si è impegnata ad
attuare soltanto le riforme che non mettono in discussione i suoi
obiettivi di bilancio (decisi dalla Troika) e a chiedere il permesso per
le misure che potrebbero far peggiorare il deficit. Non solo: Atene
avrà a fine aprile i soldi che, se Tsipras non avesse rimesso in
discussione i provvedimenti del precedente governo, avrebbe ottenuto a
fine febbraio: i redimenti sui bond greci detenuti dalla Bce (2 miliardi
circa), gli ultimi 2 miliardi di prestiti dal fondo salva Stati e circa
7 dal Fmi.
SECONDO molti economisti, Atene dovrà comunque chiedere un terzo piano
di salvataggio perché nessun Paese può permettersi il 9 per cento di
tasso di interesse che oggi i mercati chiedono per detenere bond greci a
10 anni. Ma la Grecia di Tsipras si è già fatta molti nemici: la
Germania, prima di tutto, poi i Paesi che hanno rispettato i dettami
della Troika fino in fondo (Irlanda, Portogallo, Spagna) e il presidente
americano Barack Obama si è spazientito per l’arroganza di Tsipras e
Varoufakis. Ora Atene è isolata, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen
Djesselbloem è arrivato a mettere in dubbio la “buona fede” dei greci al
tavolo. Proprio per non sembrare un appestato ieri Tsipras ha chiamato
il premier Matteo Renzi, per ringraziarlo del ruolo di mediazione. Ma
l’Italia, quando si è trattato di scegliere, si è sempre schierata con
Angela Merkel.
“Il loro problema è che si tratta di un ribaltamento delle loro promesse
elettorali. Non c’è assolutamente nulla sul tavolo che possa essere
considerato una concessione”, ha detto il ministro delle Finanze
irlandese Michael Noonan, citato dalla Reuters. I greci che hanno avuto
fede in Tsipras ancora non se ne sono convinti, ma ci vorrà poco.
Quattro mesi sul filo del rasoio Il Paese fa i conti per sopravvivere
Senza gli aiuti di Fondo monetario e Bce lo Stato crollerebbe
di Stefano Lepri La Stampa 22.2.15
Oggi in Grecia si celebra il carnevale, secondo il calendario ortodosso.
Domani è il «lunedì di purificazione», festivo, dedicato alle
scampagnate. Al ritorno in città martedì senza l’accordo dell’altra sera
all’eurogruppo sarebbe stato impossibile ottenere soldi dai bancomat, e
le banche, causa le casse vuote, sarebbero state costrette a prolungare
la vacanza.
Così gli euro invece non mancheranno, sempre che non si creino nuovi
intoppi lunedì sera, quando il governo di Atene consegnerà una prima
lista di misure. Si tratterà di anticipazioni di emergenza concesse
dalla banca centrale greca autorizzata dalla Bce. In un modo o
nell’altro saranno pagati 1,4 miliardi di euro al Fmi che scadono in
marzo.
I denari veri dall’Europa arriveranno non prima di maggio; e saranno
ancora parte del vecchio programma di aiuto, non aggiuntivi. L’accordo
nell’Eurogruppo prevede infatti di bloccare ogni erogazione fino a un
accordo completo sull’estensione del programma, da raggiungere a fine
aprile, con misure concordate una per una.
Anche allora, si tratterà dello stretto necessario per andare avanti –
pagando altri 1,4 miliardi al Fondo monetario – fino al 30 giugno,
termine dei 4 mesi concessi. I massicci rimborsi di debiti all’Europa
che scadono in luglio e agosto, 6,7 miliardi, non potranno essere
affrontati senza concordare un nuovo programma di aiuti, il terzo dal
2010, con esborsi aggiuntivi.
Un grave errore tattico è stata la minaccia di usare per rimborso dei
debiti i soldi europei destinati a ricapitalizzare le banche. Sono 10,9
miliardi che ora tornano sotto controllo europeo perché si usino davvero
a quello scopo.
Dunque non c’è scampo: il governo Tsipras sarà costretto a vivere
quattro mesi sul filo del rasoio. E durante tutto questo periodo,
scadenza dopo scadenza, la Germania sarà pronta a sfruttare ogni suo
passo falso. I più dottrinari fautori dell’austerità cercano motivi per
addossare alle elezioni anticipate e al nuovo governo la colpa del
mancato risanamento della Grecia.
Che l’austerità sia «finita» resta in dubbio perché non è chiaro né il
punto di arrivo (quanto precisamente sarà più leggero l’obiettivo di
bilancio da raggiungere nel 2015) né il punto di partenza, ossia lo
stato attuale dei conti pubblici. Sýriza aveva sottovalutato il rischio
di promettere un condono in campagna elettorale, ora ne paga le
conseguenze in un crollo del gettito tributario. Nella lista di lunedì
non si parlerà né di lavoro né di pensioni; sono esclusi aumenti
dell’Iva, si dice ora ad Atene.
Ma il programma elettorale prometteva, tra l’altro, di cancellare la
tassa sulla prima casa ed elevare a 12.000 euro annui la soglia di
esenzione dall’imposta sul reddito: tutto questo cade. Un’uscita dalla
crisi aumentando in fretta i redditi e quindi i consumi è preclusa. La
sfida per Tsipras sarà di offrire credibili riforme «di sinistra» in
sostituzione a quelle che rifiuta.
Ma Atene è spiazzata dall’intesa europea “Il nostro governo ha fatto dietrofront”
di Ettore Livini Repubblica 22.2.15
ATENE La cravatta, per ora, può attendere. «La metterò quando i
creditori accetteranno di tagliare il nostro debito», aveva promesso
Alexis Tsipras. Molti greci, forse un po’ troppo ottimisti, si erano
illusi di vederlo già ieri mattina con il collo fasciato da quella che
gli ha regalato Matteo Renzi. Invece no. E malgrado il premier — addosso
la solita camicia bianca sbottonata — abbia celebrato come un successo
l’intesa all’Eurogruppo, il day-after di Atene è iniziato con l’incubo
della “Kolotoumba”, il dietrofront. Lo evocano in coro gli avversari:
«Ha rinnegato tutte le sue promesse elettorali. L’unico partito anti
memorandum siamo noi», dettano alle agenzie sia Alba Dorata che i
comunisti del Kke. Ma il dubbio del voltafaccia — e questo è un po’ più
preoccupante per il leader di Syriza — serpeggia pure tra le fila di
quel 36,3% di greci che il 25 gennaio, esasperato dall’austerity imposta
dalla Troika, ha messo la croce sul simbolo della sinistra.
Il primo assaggio della maretta il presidente del Consiglio l’ha avuto
nelle riunioni informali di ieri a Koumoundourou, nella sede del
partito. Incontri tesissimi dove ha faticato a tenere a bada gli umori
della minoranza del partito («io non voto questa retromarcia »
minacciano in molti). «Non potevamo fare altrimenti — ha spiegato —
Anzi. Abbiamo salvato il paese da una congiura dei conservatori greci ed
europei che volevano metterci all’angolo, facendo chiudere le banche
con la scusa della fuga dei capitali». Spiegazione, dicono i suoi
collaboratori, seguita da un appello: «Giudicatemi tra quattro mesi.
Manterremo le promesse elettorali — ha garantito — . E sarà chiaro a
tutti da domani, quando finalmente potremo iniziare a scrivere da soli
la ricetta per salvare la Grecia, senza farcela dettare dalla Troika».
Il suo pressing diplomatico sul fronte interno, per ora, non ha dato
molti risultati. «Syriza approverà il pacchetto senza problemi anche se
non contiene tutti i punti del programma», ha detto fiducioso il
ministro all’Economia George Stathakis, uomo del cerchio magico del
premier. Più bellicoso il leader di Piattaforma della sinistra, l’ala
radicale del partito: «Ci sono linee rosse che non possono essere
valicate — ha sottolineato sibillino — se no non sarebbero rosse».
Preoccupante anche il silenzio del partner di governo Panos Kammenos,
leader della destra nazionalista di Anel, che la scorsa settimana aveva
detto di essere pronto a farsi esplodere a Bruxelles «se l’Eurogruppo
non avesse accettato le richieste greche». Senza i voti dei suoi 13
parlamentari, l’esecutivo non ha la maggioranza. Anche se Stavros
Theodorakis, leader di Potami, ha detto di essere pronto a lanciare un
salvagente a Tsipras, complimentandosi per il risultato “ragionevole”
dei negoziati.
«Se fossi tra gli elettori di Syriza, stamattina mi sarei svegliato con
una diavolo per capello », ha twittato perfido ieri all’alba Nigel
Farage, leader della destra anti-europea inglese. Arrabbiati no. Molto
dubbiosi però sì. «Sono confusa — racconta prendendo un tiepido sole
primaverile su una panchina a Syntagma Katerina, una delle donne delle
pulizie licenziate dal governo Samaras e riassunte («così hanno
promesso, le carte dovrebbero arrivare nei prossimi giorni») da quello
di Tsipras — Hanno combattuto come leoni. Hanno ribattuto colpo su colpo
ai tedeschi. Alla fine però mi sembra che siamo rimasti con un pugno di
mosche in mano». «L’80% dei greci che sosteneva Syriza perché convinti
riuscisse a domare Wofgang Schaeuble si è alzato oggi di cattivo umore —
dice fatalista Stathis Masouras al mercatino delle pulci di Mo-
nastiraki — Ma l’80% dei greci che voleva rimanere nell’euro si è
svegliato contento». Lui, per capirci, appartiene a entrambi i campioni.
«Capisco la delusione. Venerdì il Parlamento avrebbe dovuto discutere la
legge per bloccare la confisca delle prime case alle famiglie che non
sono in grado di pagare i mutui, fregandosene del parere della Troika —
ammette Stelios Papakonstantinou, 22 anni, studente di economia e altro
elettore spaesato — . Io però ho detto ai miei amici di non aver fretta.
A Bruxelles siamo stati lasciati da soli. La vera partita inizia ora.
Se l’austerità e il memorandum sono davvero alle spalle lo giudicheremo
dai piani che Tsipras e Varoufakis presenteranno ai creditori ».
Altrimenti toccherà a tutti rassegnarsi alla Kolotoumba.
«Doppiopesismo» ed eurodemocrazia
di Adriana Cerretelli Il Sole 22.2.15
A che cosa serve eleggere Alexis Tzipras e un programma di rottura con
l’Europa della troika se poi non cambia niente e Tzipras è costretto a
seguire le orme di Antonis Samaras, il predecessore deprecato per gli
eccessi di austerità che hanno travolto la Grecia?
In breve, in una democrazia indebitata dell’area euro vale ancora la
pena di votare? L’ordine regna a Bruxelles il giorno dopo il sudato
accordo politico tra Atene e i partner della moneta unica. Sospiro di
sollievo generale. Scongiurato il peggio, il default ellenico,
allontanata l’ombra di Grexit e del salto nel buio. Salvaguardate regole
e patti europei. La vera partita negoziale però comincia solo ora e si
annuncia per tutti una nuova corsa ad ostacoli. Piena di insidie.
Tutti hanno l’amaro in bocca, creditori e debitori: chi ha vinto, anzi
stravinto, ma continua a non fidarsi del proprio successo perché
continua a non fidarsi di chi ha sconfitto. E chi ha perso e fa finta di
no, come Yanis Varoufakis: «Ormai sono finiti i tempi in cui le cose ci
venivano imposte e non erano attuate. Ora saremo noi a decidere insieme
ai nostri partner ristabilendo l’indipendenza nazionale della Grecia».
L’autodifesa del ministro delle Finanze suona patetica, se si mette a
confronto il povero risultato con ambizioni e toni roboanti dell’inizio.
Né smentisce questa istantanea dell’Eurogruppo, tornata prepotentemente
in voga a Bruxelles subito dopo la capitolazione di Atene: Eurogruppo?
Un tavolo intorno al quale siedono periodicamente 19 giocatori ma vince
sempre uno solo, lo stesso, la Germania.
Perché dunque affossare il centro-destra e affidarsi alla sinistra
radicale se poi devono comunque governare allo stesso modo?
L’interrogativo sul peso effettivo della dinamica democratica e sui suoi
reali margini di manovra ai tempi dell’euro e del patto di stabilità
non è certo nuovo. Ma la Grecia di Tzipras lo ripropone a tutti senza
veli, perché la sua Grecia sovversiva e nazionalista esprime il primo
vero rigurgito democratico contro il sistema-eurozona. Non sarebbe mai
nata, quella Grecia, se l’Europa non se la fosse ottusamente allevata in
seno con la cecità delle sue politiche tecnocratiche eccessivamente
punitive, socio-economicamente insostenibili, politicamente suicide.
Colpirne uno per educarne cento: l’Europa ha adottato la vecchia massima
maoista nella speranza di bloccare il contagio: ieri come oggi Atene è
la cavia ideale per neutralizzare sul nascere fermenti ribellisti e
assalti all’ordine costituito dei vari Podemos, Sinn Fein, Front
National, dei movimenti nazional-populisti.
L’assunto di partenza è chiaro: nella gerarchia delle regole, quelle
europee prevalgono su quelle nazionali. A maggior ragione quelle del
patto di stabilità e consimili vanno rispettate a prescindere, non
possono nella sostanza soggiacere agli incerti e ai malumori delle
democrazie.
Se l’Europa non fosse, come è, una proterva Unione di Stati nazionali
sovrani ma una vera entità federale dotata di una propria Costituzione,
di una propria politica macro-economica e finanziaria e di un bilancio
comune adeguato, il teorema potrebbe anche avere una logica
inattaccabile.
Non è così. Nel 2005 un tentativo di euro-Costituzione fu bocciato da
Francia e Olanda e dimenticato. Nonostante, complice l’euro,
l’interdipendenza tra Stati si approfondisca, in parallelo si accentuano
spinte centrifughe e arroccamenti nazionalisti, soprattutto
nell’euronord.
Senza contare che le cessioni di sovranità restano ineguali. La Germania
è l’unico paese la cui Corte costituzionale prende decisioni di valenza
europea. Di più, il Bundestag è autorizzato a approvare o respingere le
decisioni del Governo adottate in sede europea per verificarne la
conformità con la Legge fondamentale tedesca. Governi, parlamenti e
strutture democratiche, soprattutto dei paesi debitori, risultano invece
sempre più “minorati” dai nuovi patti sull’euro-governance. Non a caso,
e da molto prima che arrivasse Tzipras, la legittimità della troika è
messa seriamente in dubbio.
Fino a che punto però questo doppiopesismo democratico, questa eurozona
di sovrani ineguali di diritto e di fatto è sostenibile senza provocare
guasti irrimediabili alla convivenza europea e alla tenuta dell’euro,
che per durare ha tra l’altro urgente bisogno di unione economica e
politica? Commissariata ieri come oggi, la Grecia sembra tornata
all’ovile ma il suo profondo disagio europeo non può essere liquidato
con un duro e semplicistico richiamo alla disciplina dei patti europei
(forse un po’ più flessibili).
La stabilità economico-finanziaria dell’euro è prioritaria per tutti ma
non può prescindere dalla stabilità democratica e sociale dei paesi che
lo compongono. Altrimenti, scongiurato il default greco, prima o poi
arriverà quello europeo.
Euro e caso Grecia Gli squilibri mai corretti e il silenzio dell’Europa
di Luca Ricolfi Il Sole 22.2.15
Tre cose sembrano chiare, per ora. La prima è che la Grecia non
abbandonerà l’euro. La seconda è che l’Europa le presterà altri soldi.
La terza è che i politici, greci ed europei, faranno di tutto per
nascondere la verità alle rispettive opinioni pubbliche.
La verità, infatti, è indigeribile sia per Tsipras, sia per gli altri
governi europei. Per questi ultimi, e in particolare per quelli che
hanno dovuto inghiottire le amare medicine (austerità e riforme) imposte
dalla Troika, sarà dura spiegare l’ennesimo salvataggio della Grecia. È
possibile che le loro opinioni pubbliche non capiscano (o capiscano fin
troppo bene), e che in Paesi come la Spagna, il Portogallo e forse
anche l’Italia, monti la tentazione di fare come in Grecia, e cresca il
consenso ai partiti anti-uro. Per Tsipras, d’altro canto, sarà dura
nascondere che il prestito che si accinge a ricevere dall’Europa ha un
prezzo politico, e che il suo governo avrà le mani legate più o meno
quanto quelli che l’hanno preceduto.
Dunque, prepariamoci. Fin dalle prossime ore, la politica europea si
scatenerà nella ricerca di parole volte a nascondere quel che sta
succedendo. E non sarà difficile trovarle. Se ci siamo abituati a non
pronunciare più parole come spazzino, bidello, cieco, handicappato, e
abbiamo imparato a sostituirle con “operatore ecologico”, “collaboratore
scolastico”, “non vedente”, “diversamente abile”, ci metteremo pochi
minuti a smetterla di pronunciare parole come Troika, salvataggio,
memorandum. D’ora in poi, se tutto andrà per il verso desiderato, la
Troika (Ue, Bce, Fmi) diventerà “le tre Istituzioni”, il salvataggio
verrà chiamato “prestito ponte”, il memorandum verrà ribattezzato “nuovo
accordo”.
Niente di male, naturalmente. Fa parte della politica, anzi forse è
l’essenza stessa dell’arte politica, manipolare i fatti attraverso le
parole. Il problema, tuttavia, è che i fatti resistono. E il fatto
fondamentale, che resta in piedi al di là di ogni accordo, di ogni
dichiarazione, di ogni promessa, è che l’Europa non solo non è ancora
fuori della crisi iniziata sette anni fa, ma non ha trovato alcun
meccanismo per far sì che quel che è successo allora non si ripeta in
futuro. Qui non mi riferisco all’eventualità che la Grecia debba essere
salvata un’altra volta ad agosto, e poi un’altra nel 2016, e poi
un’altra ancora negli anni a venire. No, il punto decisivo è che quel
che è successo in questi anni, con la Grecia come con gli altri Pigs,
potrebbe benissimo ripetersi in futuro. E questo per una ragione molto
semplice: nonostante alcuni tentativi di restyling della governance
europea, i meccanismi economici di base dell’Eurozona sono rimasti
sostanzialmente invariati.
E dopo più di 15 anni di moneta comune tali meccanismi hanno rivelato al
di là di ogni ragionevole dubbio che non sono in grado di correggere
gli squilibri fra gli stati membri.
Lo squilibrio fondamentale, quello che ha innescato la cri si del
2007-2008, non è tanto l’eccessivo indebitamento di alcuni stati, ma è
l’accumularsi sistematico di forti disavanzi della bilancia dei
pagamenti in alcune economie (tipicamente in Grecia, Portogallo e
Spagna) e di altrettanto enormi avanzi in altri (tipicamente in
Germania). In condizioni normali (senza una moneta comune) squilibri di
questo tipo si correggono automaticamente con la svalutazione della
divisa dei paesi deboli, la cui produttività ristagna o cresce troppo
lentamente, e con la rivalutazione della divisa dei paesi forti, la cui
produttività corre troppo in fretta. Dopo la svalutazione, i paesi che
sono vissuti al di sopra dei propri mezzi sono costretti a importare
meno beni prodotti da altri e ad esportare più beni prodotti da sé
stessi, mentre l’esatto contrario accade, con la rivalutazione, per i
paesi che hanno consumato e investito troppo poco, preferendo accumulare
riserve finanziarie.
Ma se si abbandonano le valute nazionali per una valuta comune, il
meccanismo del cambio scompare per definizione, e lo si deve sostituire
con meccanismi alternativi. I fautori della moneta unica,
presumibilmente, pensavano che tali meccanismi potessero essere tre: la
convergenza delle dinamiche della produttività, favorita dalla
concorrenza e dalla liberalizzazione dei mercati; la capacità delle
banche di selezionare oculatamente i clienti, erogando il credito solo a
chi avesse buone possibilità di restituirlo; la propensione dei mercati
finanziari a punire (con gli alti tassi di interesse) gli Stati troppo
spendaccioni. Ebbene, il problema è che in questi 15 anni nessuno di
questi tre meccanismi ha mostrato di poter funzionare.
La convergenza delle produttività nazionali non c’è stata perché, in un
contesto di stati nazionali con lingue e istituzioni diverse, la
liberalizzazione dei mercati e l’armonizzazione delle legislazioni sono
difficilissime da realizzare. La selezione dei clienti da parte delle
banche non si è realizzata per una pluralità di motivi, primo fra tutti
la mancata separazione fra banche d’affari e banche commerciali. Quanto
ai mercati finanziari, essi hanno rivelato di essere ottusi nei periodi
di vacche grasse (quando chiedevano gli stessi interessi alla Germania e
alla Grecia) e iper-sensibili nei periodi di tensione (quando la paura
del default di uno stato faceva schizzare all’insù i tassi di interesse,
rendendo più probabile il default stesso).
Abbiamo motivo di pensare che qualcosa di importante sia cambiato e che quel che non ha funzionato ieri possa funzionare domani?
A me pare di no. Il problema che l’Eurozona aveva nel 1999, sostituire
il meccanismo del cambio con meccanismi alternativi ma altrettanto
efficaci, resta tuttora perfettamente insoluto. Ed è inquietante che
quel problema, quello di gestire economie con sentieri di crescita
divergenti, sia molto più chiaro ai critici dell’Europa che alle
autorità europee. Si può (anzi, si deve) dissentire con chi sogna il
ritorno alle valute nazionali, così come si può dissentire con chi
teorizza lo split della moneta comune in un euro del Nord e un euro del
Sud, o con chi propugna la messa in comune dei debiti pubblici. Ma resta
il fatto che, se si insiste nella difesa a oltranza dell'euro,
bisognerà pure, prima o poi, uscire dal silenzio e porsi il problema che
l’adozione dell’euro ha generato: quello di un continente in cui ogni
nazione vuol decidere da sola la propria strada, ma nessuna vuole
abbandonare il totem della moneta comune.
La strategia negoziale della farfalla ateniese
L'analisi. Tsipras ha promesso che l’austerità è finita e non è disposto a fare un passo indietro. Ancora una volta, ci vorrà fantasia e creatività per trovare un nuovo compromesso. E così fino a quando la diga non crollerà del tutto.
Dimitri Deliolanes, il Manifesto 21.2.2015
Appena lunedì scorso il presidente dell’eurogruppo Dijesslbloem si era permesso di leggere davanti alle telecamere un ultimatum verso il governo greco: Atene doveva richiedere l’estensione del programma di assistenza finanziaria e accettare in blocco le condizioni che vi erano allegate, sottoscritte dal precedente governo di centrodestra.
Già prima dell’ultimatum, lo stesso Dijesslbloem aveva fatto un piccolo «golpe» sostituendo il documento del commissario europeo Moscovici con un documento scritto in tedesco, con condizioni inaccettabili. In pratica, era in forma scritta quello che Schäeuble aveva dichiarato a voce: il nuovo governo greco doveva fare come il vecchio, eseguire gli ordini.
È passata solo una settimana e quell’ultimatum è stato dimenticato. Venerdì sera i 19 ministri dell’eurozona hanno discusso ma sono arrivati anche a delle conclusioni. Berlino spesso si è trovata isolata e le sue richieste massimaliste rifiutate.
Trattative, compromesso, accordo, ecco la strategia di Tsipras contro l’Europa dell’austerità. È una sorpresa, un cedimento?
Sicuramente sì, se si considera l’obiettivo finale del governo della sinistra greca: togliersi dalle spalle il peso del debito e rilanciare la crescita dell’economia reale.
Ma attribuire a Tsipras la promessa che l’economia greca avrebbe cambiato corso in un giorno è una grossolana falsificazione. Per chi aveva orecchie per sentire e buona volontà per capire, la strategia di Syriza girava per intero attorno a una parola: negoziare.
Cosa ha vinto e cosa ha perso Atene venerdì sera?
Ha vinto in credibilità politica: il nuovo governo greco ha tutta la responsabilità della politica economica e i creditori hanno il diritto di controllare l’andamento dell’economia. Lo faranno attraverso una nuova «troika». Non più emissari della Bce, della Commissione e del Fmi che detteranno la linea alla politica greca ma tecnocrati che interverranno a livello di amministrazione. Le questioni di politica economica saranno dibattute solo tra governi.
Atene ha anche ottenuto di abbattere il rigido 4,5% di avanzo primario per l’anno in corso, previsto dal vecchio memorandum. Ora viene riconosciuto un margine di «flessibilità» da lasciar gestire ai greci. Molto probabilmente, una parte di quel surplus sarà indirizzato verso gli interventi di emergenza alle famiglie senza reddito, costrette a nutrirsi alle mense.
Tsipras non potrà invece tenere fede da subito alla sua promessa di ripristinare il salario minimo del periodo pre-crisi e forse neanche di restuire la 13sima mensilità ai pensionati.
Già domani Varoufakis dovrà presentare ai creditori l’elenco dei punti del vecchio memorandum che Atene accoglie e si impegna a realizzare. È escluso che nel suo elenco siano compresi i nuovi tagli alle pensioni e agli stipendi pubblici e l’ennesima ondata di licenziamenti sottoscritti dal precedente governo.
L’enfasi, lo sappiamo già, sarà data alle vere riforme: del sistema fiscale, dell’amministrazione pubblica e dell’apertura del mercato, combattendo posizioni monopoliste.
Saranno sufficienti? Probabilmente no e Varoufakis ha già annunciato che là ci saranno «grossi problemi».
Per come ha funzionato finora l’eurozona, bisogna parlare solo di cifre: quanto si incasserà dalla lotta all’evasione fiscale? Cosa pensate di incassare al posto dell’imposta sulla prima casa, ora in via di abolizione? Perché avete bloccato le privatizzazioni degli aeroporti che portavano alle casse dello stato ben 10 miliardi?
Probabilmente quindi ci stiamo avviando a un nuovo psicodramma: Varoufakis che insiste su un progetto strategico di stimolo dell’economia reale greca e i creditori, tedeschi in testa, che «non capiranno» di cosa sta parlando, chiedendo in cambio i numeri di futuri incassi.
Ma sono battaglie di retroguardia. Tsipras ha promesso che l’austerità è finita e non è disposto a fare un passo indietro.
Ancora una volta, ci vorrà fantasia e creatività per trovare un nuovo compromesso. E così fino a quando la diga non crollerà del tutto.
Atene scrive la «sua» lista
Grecia. Dopo il duro braccio di ferro a Bruxelles, in Grecia prevale l’attesa per le misure del governo. Lotta all’evasione, tasse arretrate in 100 rate, riforma del lavoro. Varoufakis: «Saranno accettate»
Pavlos Nerantzis, il Manifesto SALONICCO, 21.2.2015
Ventiquattro ore dopo l’ accordo raggiunto a Bruxelles tra il governo greco e i 18 paesi dell’eurozona nessuno si considera vincente, né ovviamente ammette di aver concesso più di tanto. In Grecia prevale soprattutto uno spirito di riflessione. Il paese è ancora immerso in un lungo week-end, visto che il lunedì dà inizio alla Quaresima ortodossa.
Ventiquattro ore dopo l’ accordo raggiunto a Bruxelles tra il governo greco e i 18 paesi dell’eurozona nessuno si considera vincente, né ovviamente ammette di aver concesso più di tanto. In Grecia prevale soprattutto uno spirito di riflessione. Il paese è ancora immerso in un lungo week-end, visto che il lunedì dà inizio alla Quaresima ortodossa.
Politicamente, il documento di Bruxelles è un compromesso temporaneo. «Abbiamo vinto una battaglia, non la guerra», ammette Tsipras. Syriza non ha ottenuto ciò che voleva – ed è ovvio vista la disparità delle forze in campo– ma ha messo per la prima volta sul tavolo dei colloqui il tema dell’Europa e il suo futuro. L’accordo riflette la necessità di una tregua che darà da una parte l’opportunità di costruire rapporti di fiducia tra Atene e i partner europei e, dall’ altra, tempo prezioso affinché tutti si preparino ad un confronto sostanziale sulle politiche europee. Tra quattro mesi, Alexis Tsipras dovrà aver iniziato ad attuare i cambiamenti promessi pur rispettando gli impegni e soprattutto dovrà presentare il suo new deal per un’ «altra Europa anti-austerity». D’altra parte, Angela Merkel dovrà capire se può continuare sulla stessa linea d’intransigenza nei confronti del Sud Europa.
Basato sulla lettera di Yanis Varoufakis, il documento di Bruxelles è un accordo-ponte, l’estensione dell’ attuale programma di risanamento, che prevede un po’ di flessibilità all’austerity. «Ponte» perché di breve durata (solo quattro mesi), «estensione» perché in realtà è la proroga del Master Financial Assistance Facility Agreement (Mfafa). Il Mfafa altro non è che il famigerato «memorandum», che scade il 28 febbraio, e che a sentire il governo greco «è stato annullato» dal momento che il nuovo accordo non è associato a misure specifiche di austerity; a sentire Wolfgang Schäuble, invece, nulla è cambiato, perciò — sempre secondo il ministro delle finanze tedesco -, «Tsipras avrà delle difficoltà a spiegare l’ accordo ai suoi connazionali».
«Abbiamo vinto solo una battaglia, non la guerra, il vero negoziato inizia ora»Alexis Tsipras in tv
L’unico risultato tangibile il governo di Syriza-Anel sembra averlo strappato sull’abbassamento dell’avanzo primario (sicuramente in questo momento è il punto più importante dell’accordo perché solo così si può far fronte alla crisi umanitaria). Ma non ha ottenuto ciò che Tsipras aveva detto durante la campagna elettorale e ha ripetuto la notte della sua vittoria. Che «dal 26 gennaio in Grecia comincia un’altra era, senza misure di austerità». In altri termini l’accordo di Bruxelles è una pesante ipoteca sul programma di Salonicco presentato da Syriza.
Il massimalismo verbale di Tsipras offre all’ala radicale e agli oppositori interni una buona opportunità per criticare l’ esito delle trattative. Il ministro della Ristrutturazione produttiva e dell’ambiente, Panagiotis Lafazanis, leader della potente «Corrente di Sinistra» dentro Syriza, ha ribadito prima e dopo i negoziati che «l’accordo-ponte deve comunque essere in linea con il nostro programma (di Salonicco, ndr), abbiamo delle zone rosse che non possono essere superate». «Abbiamo promesso di essere liberati dall’austerità e dalle tenaglie del capitale europeo ma nulla è successo a Bruxelles», ammetteva ieri un dirigente di Syriza a Salonicco. Lamentele anche per l’atteggiamento di Varoufakis, il ministro delle finanze greco, che «con il suo stile casual e con ciò che diceva ha irritato i suoi colleghi europei». «Tsipras e Varoufakis hanno cercato di ottenere più di quanto potevano avere dai partner pur non conoscendo le regole del gioco», è il commento di un anziano ex dirigente di una banca ellenica.
La stampa greca ha dato molta enfasi alla telefonata tra Tsipras e Merkel, mentre era in corso il negoziato a Bruxelles, perché a quanto pare è stata decisiva per l’esito positivo del terzo round all’Eurogruppo. Alcuni attivisti della sinistra radicale dicono che «in un faccia a faccia tra Merkel e Tsipras in un vertice Ue tutti avranno le idee chiare. Non solo i «19» ma tutti i membri dell’Ue, che in realtà dovranno decidere non sulla permanenza della Grecia nell’euro ma se prevalgono l’architettura europea e i suoi principi fondamentali oppure la volontà del più forte».
Alle 2 di ieri Tsipras è apparso alla tv pubblica dicendo che «abbiamo annullato i piani delle forze conservatrici che miravano all’asfissia del nostro paese… ma abbiamo vinto una battaglia, non la guerra. Le vere difficoltà sono ancora di fronte a noi. Comunque abbiamo raggiunto il nostro principale obiettivo all’interno dell’eurozona, l’intesa ha cancellato gli impegni sull’austerity dei precedenti governi… ma il negoziato non è finito, anzi adesso entra in una nuova fase, di sostanza».
In serata Tsipras ha riunito il consiglio dei ministri per preparare la lista di misure da presentare domani. Non saranno misure che gravano sul bilancio. Secondo la tv greca Mega, ci sono l’introduzione di una rateizzazione fino a 100 rate per le tasse arretrate, nuove regole sul lavoro, lotta all’evasione fiscale e l’indipendenza della Segreteria generale delle entrate. Altre misure verrebbero dalle analisi fatte con l’Ocse nei giorni scorsi. «Sono praticamente certo che la nostra lista di riforme sarà approvata dalle istituzioni, non diranno di no, altrimenti l’accordo sarebbe già morto e sepolto», ha detto Varoufakis al termine del consiglio dei ministri.
Berlino, la trappola dei crediti
Eurogruppo. I variegati commenti il giorno dopo l'accordo
Jacopo Rosatelli, 21.2.2015
Grande è la confusione sotto il cielo. Sarà un bene? Sull’accordo all’Eurogruppo in Germania le reazioni e i commenti del giorno dopo sono molto variegati: nei media e nelle forze politiche non c’è una lettura univoca su chi sia uscito vincitore dalla battaglia di venerdì a Bruxelles. Fra i conservatori non sono tutti d’accordo sul fatto che a spuntarla sia stato il ministro delle finanze democristiano (Cdu) Wolfgang Schäuble, e a sinistra non c’è condivisione unanime dell’interpretazione di Alexis Tsipras, secondo il quale sarebbe il governo greco ad avere avuto la meglio sul partito dell’austerità. Tutti, in ogni caso, aspettano di vedere cosa accadrà a partire da domani, quando le due paginette dell’intesa dovranno tradursi in pratica: nel «programma di riforme» in cambio del quale sono concessi i crediti.
Ha pochi dubbi su come siano andate le cose la Bild, tabloid destrorso molto letto e (purtroppo) molto influente, che attacca: «Il premier greco Tsipras non ha ancora capito che la situazione è seria? La sua retorica di guerra è solo per indorare la pillola ai suoi sostenitori? Il suo governo lunedì deve presentare ai ministri delle finanze dell’Eurogruppo una lista di risparmi e riforme economiche!». La Bild dà quindi per scontato che l’intesa di venerdì sera preveda che le misure che l’esecutivo ellenico appronterà debbano essere in linea con le politiche di tagli e privatizzazioni seguite fino ad ora. Più dubbiosa si mostra la Frankfurter Allgemenine (Faz), che della Germania liberal-conservatrice è la voce più seria e autorevole: «A prima vista l’accordo è buono perché l’austerità continuerà, ma in realtà il governo di Atene è troppo ambiguo perché ci si possa fidare di loro», afferma in sostanza il giornale di Francoforte.
Cosa turba la Faz? Che il ministro greco Yannis Varoufakis venerdì sera abbia annunciato di volere aumentare il salario minimo: un errore, secondo la testata conservatrice, perché «l’economia greca non è ancora competitiva». «Forse le privatizzazioni potrebbero rendere il Paese più efficiente, ma il governo ne intende sempre ancora bloccare alcune», afferma con tono di rimprovero l’editorialista della Faz Patrick Bernau. Parole dalle quali si nota chiaramente come il vero problema sia, al di là della retorica ufficiale sul «rispetto delle regole», la natura delle riforme che Syriza vuole realizzare: chiunque provi a fermare la svendita del patrimonio pubblico bloccando privatizzazioni selvagge viene immediatamente stigmatizzato come pericoloso sabotatore che viola i patti. Lo stesso scetticismo del quotidiano di Francoforte si riscontra nelle file della
Cdu e dei bavaresi della Csu, anche se il capogruppo parlamentare democristiano, Volker Kauder si professa ottimista: «il Bundestag approverà l’accordo la prossima settimana».
Voci discordanti anche a sinistra. L’europarlamentare socialdemocratico Udo Bullmann in un’intervista alla radio pubblica si dichiara soddisfatto «perché l’Europa ha mostrato capacità di azione». Ma quel che più conta è che l’esponente della Spd affermi con chiarezza che «la troika ha fallito», e denunci la drammatica situazione sociale che si vive in Grecia: «Se oggi si visitano i quartieri periferici di Atene – ha dichiarato – sembra di essere a Beirut». Giudizio positivo sull’accordo anche dalla Linke: per l’eurodeputato Fabio De Masi «il ricatto è finito, Varoufakis ha salvato i soldi dei contribuenti tedeschi». A suo giudizio politiche espansive e socialmente sostenibili sono compatibili con la lettera dell’intesa di venerdì sera. Dello stesso avviso anche la co-segretaria dei Verdi Simone Peter.
Su tutt’altra linea è, invece, il quotidiano progressista die Taz: «la battaglia l’ha vinta Schäuble, e la Grecia dovrà continuare la politica dell’austerità» si legge nel commento di Eric Bonse. «L’obiettivo raggiunto dal ministro tedesco è stato aver dimostrato che è solo lui che decide le regole del gioco»: questa la tesi dell’analista della Taz. «Schäuble ha imposto al governo greco un’agenda impossibile da realizzare, e ha precluso ogni possibilità di una politica migliore. Per questo il dramma del debito continuerà».
Renzi era già Bersani, era già D'Alema: tutti ricevono oggi ciò che hanno seminato e che meritano
Michele Prospero, il Manifesto 21.2.2015
È evidente che, con i decreti attuativi della famigerata carta di espropriazione dei diritti denominato Jobs Act, la Costituzione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fondamentali, anche se non ancora toccata in modo esplicito, è indebolita dalla legislazione più recente, vera pistola puntata contro il residuale diritto del lavoro. Frutto della seconda costituzionalizzazione, lo Statuto del 1970 era il compendio di una congiuntura storica irripetibile che presentava condizioni politiche più favorevoli al mondo del lavoro. L’articolo 18 era in fondo il simbolo della relativa potenza accumulata dal lavoro, rispetto al dominio assoluto del capitale, e la dimostrazione dei frutti positivi scaturiti dalla congiunzione di conflitto sociale e grande manovra politica.
Ad essere colpito dalla furia restauratrice del governo Renzi è anzitutto il potere del lavoro e di conseguenza i diritti dei singoli dipendenti si spengono come degli astratti postulati morali. Il segno di classe della riforma strutturale varata dal governo l’ha colto bene l’Ocse che, in uno sperticato elogio delle misure renziane, le ha santificate come l’eden resuscitato della bella volontà di potenza dell’impresa. Nel documento l’Ocse spiega le ragioni del suo innamoramento totale: «accrescendo la prevedibilità la norma riduce i costi reali dei licenziamenti, anche quando sono giudicati illegittimi dai tribunali e incoraggia le imprese». Sono felici soltanto perché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare.
Quest’assalto normativo alla civiltà del lavoro, con la riduzione del costo del licenziamento, secondo l’Ocse, è una divina benedizione che accrescerà la produttività perché, eliminando del tutto la possibilità del reintegro per l’esclusione dall’impiego per motivi illegittimi, e riducendo anche l’importo dell’indennizzo dovuto a chi viene gettato sul lastrico, il Jobs Act sollecita il risveglio immediato degli spiriti animali del capitalismo. Senza la sbrigativa libertà di licenziare, il capitale non riesce più a investire, a innovare, a competere. E quindi, il piano della nichilistica espropriazione del lavoro, continua ad essere perseguito come la variante più allettante per rilanciare l’accumulazione in un paese che si accasa definitivamente nelle periferie del capitalismo globale e che per il suo de te fabula narratur guarda ormai all’Albania.
La filosofia del renzismo si compie nel segno di una integrale decostituzionalizzazione del lavoro. E la sua genuina essenza ideologica è contenuta nella celebre formula sulla libertà dell’imprenditore di licenziare come segno di una grande innovazione destinata a fare epoca. La nuova legislazione, in effetti, è il cuore delle stravolte riforme post-moderne, quelle capovolte costruzioni giuridiche che sopprimono tutele e piccole libertà dal bisogno e assegnano proprio al soggetto già economicamente più forte il diritto di schiacciare il contraente più debole della relazione lavorativa.
Le condizioni sociali della modernità sono basate geneticamente sul differenziale di potere tra capitale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scontro politico della società di massa, cercava di correggere con gli interventi della legislazione gli squilibri sociali più macroscopici conferendo poteri correttivi al lavoro come potenza sociale collettiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scolpito anche sulla norma il potere legale sanzionatorio del capitale sul lavoro. Quando all’impresa si concede il diritto di licenziare il dipendente anche per un solo giorno ingiustificato di assenza, le si consegna un’arma di coercizione sproporzionata rispetto all’entità dell’illecito. E’ la pura forza dell’avere che succhia l’essere della persona che lavora, nel silenzio della cornice pubblica. Ma Rousseau spiegava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e semplice sanzione ufficiale e formale del dominio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a variabile inanimata.
Ad dominio del capitale, scritto già a chiare lettere nelle oggettive leggi dell’economia e confermato nelle anonime regolarità imposte dalla divisione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo classista che annichilisce la relativa autonomia conquistata nel Novecento dalla legislazione pubblica nel correggere le asimmetrie del rapporto sociale con norme dettate dal senso civile e morale di un’epoca democratica. Il giudice deve ammainare gli strumenti romantici con i quali inseguiva il miraggio della costituzionalizzazione dei rapporti di lavoro. Sebbene con strumenti coercitivi scarichi, perché privi di sanzione effettiva verso l’impresa inadempiente, il giudice del lavoro aveva introdotto la legge e il contratto a più stretto collegamento con l’essere del lavoratore. La bocca del giudice, nell’accertare la adeguata proporzione tra fatto e sanzione, ora si chiude dinanzi alla soverchiante potenza dell’avere, del capitale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità.
Si disegna una individualizzazione crescente delle relazioni economiche imponendo un secco rapporto a due, da una parte sta il potere d’impresa che regna incontrastato e dall’altra il lavoro, soggetto ancor più precario appeso alla decisione d’azienda sui tempi, sui costi delle ristrutturazioni, sull’opportunità di un demensionamento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scambio indecente tra un (solo) nominativo contratto a tempo indeterminato e un effettivo potere di licenziare senza giusta causa cambia in profondità i rapporti di forza dentro i luoghi di lavoro. Il sindacato è invitato a uscire dalla fabbrica o dall’ufficio, non essendo più rilevante il potere delle organizzazioni nel trattare le condizioni delle ristrutturazioni, degli esuberi, dei tempi, delle mobilità, dei licenziamenti collettivi.
Lo spiegava bene Spinoza: quando un soggetto cede un potere, non ha più le chiavi per rivendicare i suoi diritti. Non esistono infatti diritti fruibili senza una potenza collettiva che li sorregge. E l’attacco del governo è, con qualche perversa sistematicità, indirizzato contro le condizioni (sociali e sindacali) della potenza del lavoro. Strattonato dalle strategie d’impresa che lo rendevano una variabile sempre più precaria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giuridica. Il pubblico si adagia alle esigenze funzionali dell’impresa privata e costruisce un diritto con moduli, tempi, risarcimenti monetari richiesti dal capitale. Con il suo turbo governo Renzi procede a passi di gambero verso l’Ottocento. Nella sua fabbrica entra solo il cartello che intima alla manodopera di perdere ogni speranza di riscatto e di non disturbare il padrone che dà l’opportunità di lavoro, e quindi va santificato.
Nel regime giuridico duale, cioè con la competizione innestata dalla norma diseguale che differenzia tra vecchi e nuovi assunti servendosi di profili discriminatori, l’impresa spera di ottenere maggiori potenziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minaccia in virtù di nuovi poteri dispositivi e sanzionatori. Con il suo Pier delle Vigne, la comandante dei vigili urbani di Firenze nominata sul campo capo dell’ufficio legislativo di palazzo Chigi, Renzi ha davvero posto fine al costituzionalismo della repubblica. Già sepolti i suoi soggetti politici (i partiti ideologici di massa), ora sono spenti anche i suoi soggetti sociali, il lavoro come sovrano della costituzione economica. E’ cominciata un’altra epoca nel segno della destra economica, cioè con lo sfacciato potere dell’impresa, con la sua giurisdizione privata spietata e senza contropartite. Il lavoro è sconfitto, ma non vinto.
La sinistra Pd incolla i cocci: «Si può incidere solo uniti»
Democrack. All’assemblea di Cuperlo la carica anti jobs act (fuori tempo massimo). A marzo assemblea delle minoranze. «Renzi ha umiliato i parlamentari». Anche Boldrini: il governo ascolti le camere»
Daniela Preziosi, il Manifesto 21.2.2015
L’occasione dell’autocoscienza della sinistra Pd, all’indomani dell’approvazione dei decreti del jobs act, la dà l’assemblea dell’associazione di Gianni Cuperlo, Sinistradem, una delle tante sigle della frastagliata minoranza Pd. Arrivano i molti. Non tutti. Non c’è per esempio Roberto Speranza, il presidente dei parlamentari Pd, oltreché capofila dei bersaniani ’dialoganti’ (con Renzi) di Area riformista. La corrente che ha subito un doppio «schiaffo» — è la parola più ripetuta dal palco — dal jobs act, uno politico l’altro istituzionale: perché il premier ha tradito l’atto di fiducia fatto al momento del voto sul provvedimento (in 29 invece non l’anno votato) inserendo le norme sul licenziamento collettivo che prima non erano specificate; e perché il governo non ha tenuto conto dei pareri negativi delle commissioni, insomma dei parlamentari delle camere. Pareri in cui il Pd per una volta si era espresso unitariamente, renziani e antirenziani. «Il governo ha preso in giro il parlamento, umiliando deputati e senatori che si sono impegnati per migliorare il testo: un atteggiamento ingiustificato e ingiustificabile», secondo i senatori Fornaro, Guerra e Pegorer. Su questo anche la presidente della Camera Laura Boldrini si fa sentire. I pareri delle commissioni parlamentari, in caso di decreto, non sono vincolanti, ma «sarebbe stato opportuno tenerli nel dovuto conto», dice da Ancona, durante la visita a una scuola. E rincara: «Credo nei ruoli intermedi, associazioni, sindacati. L’idea di avere un uomo solo al potere, contro tutti e in barba a tutto a me non piace. Non mi piace».
A Roma anche Stefano Fassina è severo: «Nel nostro paese c’è una deriva plebiscitaria della democrazia. Ormai si disconoscono i corpi intermedi come Cgil, Cisl, Uil, le associazioni di rappresentanza». Ma anche la democrazia interna del Pd lo «preoccupa»: «Negli ultimi dieci giorni, dopo la vicenda felice di Mattarella alla quale si è arrivati non per gentile concessione del sovrano, sono avvenuti due fatti di straordinaria gravità: votare da soli metà Costituzione, e il jobs act che ha ignorato quanto deciso dalle commissioni e dall’odg della direzione nazionale del partito». In disaccordo con lui Andrea Orlando, ministro della giustizia ma presente all’assemblea da autorevole esponente dei giovani turchi. «Questo governo affronta cose che per molto tempo sono state messe sotto il tappeto, a partire dal tema del precariato». Con quali risultati è cronaca di questi giorni. I due hanno uno scambio poco cordiale sotto il palco.
Ma per quanto Fassina speri di cambiare le regole del lavoro con una legge di iniziativa popolare (lo propone la Cgil), e per quanto in molti ora chiedano il finanziamento degli ammortizzatori sociali, il jobs act ormai è nelle mani del governo: cioè una storia chiusa. Affidata semmai al parere dei legali e della Corte Costituzionale, davanti alla quale Cgil e Fiom sperano di arrivare.
Il futuro della minoranza Pd, anche della sua residua (e inefficace) resistenza, è invece in un nodo di fondo: inventarsi qualcosa per contare; o alzare bandiera bianca. Ragiona Alfredo D’Attorre: «I passaggi successivi all’elezione del Capo dello Stato indicano che quando Renzi può procede indipendentemente dal consenso del proprio partito. Insomma: abbiamo inciso solo quando siamo stati uniti e determinati». La prossima frontiera sarà il ritorno alla camera della legge elettorale. Cuperlo, che è deputato, promette battaglia, almeno stavolta. «Ci batteremo per modificare legge elettorale, se il patto del Nazareno non c’è più nulla lo impedisce. Lo faremo e andremo fino in fondo». Anche Bersani si dichiara «leale alla ditta ma prima leale alla democrazia». Fassina insiste però sui comportamenti in aula: «A livello parlamentare possiamo promuovere un coordinamento tra quelle persone che hanno anche provenienze diverse e che però, non in astratto ma con comportamenti concreti, hanno dimostrato sul campo di volersi misurare su quello che sta succedendo assumendosi le proprie responsabilità». Magari, è la conseguenza, non votando un provvedimento. Intanto l’appuntamento è a marzo per un’assemblea di tutte le sfumature della sinistra interna.
Jobs Act, Cgil: «Più precari e meno pagati, non è una riforma, è “ammuina”»
Jobs Act. Il governo: «Il Pil crescerà dell’1% nel 2020»
—
Mario Pierro, il Manifesto
Sul Jobs Act ci sono idee chiare. E inconciliabili.
All’indomani dell’approvazione definitiva dei decreti su
flessibilità e ammortizzatori sociali il governo Renzi ha emesso
un comunicato dove sostiene che il provvedimento avrà un impatto
sul Pil addirittura del +1% nel 2020. Il tam tam ha messo di
buonumore le truppe renziane che hanno esibito l’ottimismo
d’ordinanza: «Dopo 20 anni alla flex si aggiunge security:
ammortizzatori, maternità, basta cococo cocopro» ha scritto la
ministra della funzione pubblica Marianna Madia in un tweet
celebrativo. Il sotto-segretario all’Istruzione Davide Faraone, che ha
l’abitudine di intervenire su tutto, ha preso la mira contro la
Cgil: «Il Jobs act è una riforma del lavoro seria e coerente. Ci
dispiace che ci sia un atteggiamento di resistenza. Quello schema di
gioco che ci ha proposto la Cgil in questi anni non ha funzionato —
dice — tanto è vero che la disoccupazione è aumentata. Noi stiamo
praticando un altro schema di gioco e pensiamo che si vincente.
I segnali che ci arrivano sull’economia sono incoraggianti, ma
arrivano perché c’è un governo che opera».
Dunque, a metà del pomeriggio, dal fronte renziano è spuntata la
seguente teoria: se dal 2078 a oggi, la disoccupazione
è raddoppiata la colpa è della Cgil e non dei governi Berlusconi,
Monti, Letta e Renzi. Gli ultimi tre guidati dalle «larghe intese»,
con il Pd in prima fila. La risposta del sindacato è stata ispirata
dall’ironia ed è stata affidata a twitter con l’hashtag «solo
ammuina»: i decreti attuativi del JobsAct «non cambianoverso».
Segue una serie di messaggi dove, in breve, si riassumono le
critiche ad un provvedimento ritenuto inefficace,
incostituzionale e produttore di nuova precarietà a misura delle
aziende– Quelle che hanno festeggiato l’impresa renziana. «Restano
i cococo e si somma la monetizzazione crescente. La precarietà
aumenta non diminuisce». Si cambia il nome del nuovo contratto
a tempo indeterminato introdotto da uno dei provvedimenti varati
dal Cdm da «tutele crescenti» in «monetizzazione crescente».
E ancora: «Più precarizzati, meno pagati», si legge ancora il
profilo del sindacato. «Sei a termine, somministrato,
a chiamata, P. Iva, accessorio, oppure sei indeterminato ma non
più tutelato. E se rivendichi i tuoi diritti sei demansionato
o licenziato». Come si vede, sono idee difficilmente conciliabili
con quelle del fronte renziano.
Il sindacato di Corso Italia non è rimasto da solo nel gioco
delle dichiarazioni contrapposte. Il segretario della Uil
Carmelo Barbagallo ha le idee chiare: «Hanno detto che avrebbero
tolto tutti i contratti di precarietà, ma poi non l’hanno fatto. Sono
dei bugiardi». Più prudente la reazione di Anna Maria Furlan,
segretaria della Cisl: su alcune cose sono stati «fatti passi avanti»
come per il contratto a tutele crescenti, mentre su altre come lo
sfoltimento del numero dei contratti «il risultato è deludente».
«Ci sono stati anche anche dei pareri non favorevoli da parte delle
commissioni di Camera e Senato e forse sarebbe stato opportuno
tenerli nel dovuto conto» ha detto la presidente della Camera Laura
Boldrini.
Rincara la dose il leader di Sel Vendola: «Questa è una
controriforma. Conferma, nonostante la volontà contraria del
Parlamento, i licenziamenti collettivi, non chiarisce quali
siano le risorse utili ad alimentare gli ammortizzatori sociali,
conferma la sparizione dell’art.18, sparisce il diritto al lavoro
e avanza il diritto al licenziamento, restano 45 contratti atipici
su 47». «Di crescente resta solo la precarietà, culla della
depressione economica; rimangono, per l’appunto, forme
iper-flessibili come il lavoro a chiamata e viene incoraggiata la
»somministrazione» attacca il blog 5 Stelle di Grillo. Maurizio
Sacconi, gamba destra del governo, ha invece illustrato i prossimi
passi dell’esecutivo: cancellato lo statuto dei lavoratori, creare
un nuovo «Statuto dei lavori» dove «riconoscere la pari dignità di
tutti i lavori, dipendenti e indipendenti, con alcune tutele comuni».
Susanna Camusso “Firmiamo per un nuovo statuto dei lavoratori il governo cancella i diritti e non crea posti”
La
leader della Cgil lancia la campagna per una legge di iniziativa
popolare che ripristini l’articolo 18 con reintegro in caso di
licenziamento illegittimo. “Coinvolgeremo il maggior numero di persone”
di Roberto Mania Repubblica 22.2.15
ROMA La sfida della Cgil al governo Renzi si chiama Nuovo Statuto dei
lavoratori. «Si deve fare ogni sforzo — dice Susanna Camusso, segretario
generale del sindacato più grande d’Italia — per ricostruire un diritto
del lavoro dopo i danni determinati dalle scelte del governo. Vanno
affermati diritti universali di tutti coloro che lavorano
indipendentemente dal contratto».
È quel che dice il senatore del centrodestra Maurizio Sacconi secondo
cui lo Statuto dei lavoratori è caduto ora va scritto uno Statuto dei
lavori?
«No, assolutamente no. Il problema non sono i lavori — come sostiene il
vero autore delle politiche del governo sul lavoro — il problema sono i
diritti di coloro che lavorano. Nel decreto del governo non c’è alcuna
estensione dei diritti e delle tutele. Non cambierà nulla ed è
l’ennesima dimostrazione del baratro che c’è tra gli annunci e la
realtà».
Parleremo del Nuovo Statuto. Renzi, intanto, ha detto che quella di
venerdì è stata una “giornata storica” con l’abolizione dell’articolo 18
e la cancellazione delle false collaborazioni. Lei condivide?
«Ahimè sì. È stata una giornata molto negativa per le decisioni prese,
per la filosofia che si è affermata, per il rapporto che si è stabilito
con il Parlamento. Per i diritti, per i lavoratori, per i giovani è una
giornata da segnare in nero, mi auguro che sarà al più presto
cancellata».
Eppure, nel decreto c’è scritto che “il contratto di lavoro subordinato a
tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro”.
Non è la richiesta della Cgil?
«Certo, ma quello che hanno realizzato non è un contratto a tempo
indeterminato. Per noi il rapporto di lavoro porta in sé le tutele e il
riconoscimento delle libertà dei lavoratori. La monetizzazione crescente
non è un rapporto di lavoro nel quale si realizza la libertà del
lavoratore. C’è piuttosto lo stato di perenne condizionamento, la
costituzione di uno stato servile e non paritario».
Lei parla di uno stato “servile” del lavoratore perché è stato abolito
il diritto al reintegro. Ma l’articolo 18 si applicava e si applica ai
lavoratori già assunti solo nelle aziende con più di quindici
dipendenti. Tutti gli altri sarebbero già oggi in condizioni di
servilismo?
«La questione, come abbiamo sempre detto e come ha sempre affermato la
giurisprudenza, è l’effetto deterrente che l’articolo 18 dispiegava: non
mi puoi licenziare ingiustamente perché mi posso difendere. Ora, con la
stessa filosofia della soglia del 3 per cento sull’evasione fiscale, si
stabilisce che è accettabile un comportamento anche se illegittimo.
Questa sì è davvero una rivoluzione o meglio una contro-rivoluzione. Ed è
contro i soggetti più deboli».
La tesi del governo è che il superamento dell’articolo 18 toglie ogni
alibi alle imprese e dunque offre più opportunità di lavoro ai giovani.
Non vale la pena accettare meno diritti e più lavoro?
«Ci sarebbero più opportunità di lavoro se qualcuno si occupasse di
creare lavoro. È che nessuno lo fa. Rimane sempre lo stesso bacino di
tre milioni di disoccupati e del 40 per cento di giovani senza lavoro.
Se solo si sbloccasse quella follia della legge sull’età pensionabile si
determinerebbero 400 mila assunzioni senza bisogno di falcidiare i
diritti, demansionare i lavoratori e creare precariato mascherato. Renzi
sbandiera il vessillo del primato della politica e poi delega tutto
alle imprese».
E se fosse vero che con il decreto 200 mila finti collaboratori saranno
assunti, come ha detto Renzi, con un contratto a tempo indeterminato?
«Ecco: questo è il tipico modo di costruire una notizia. Tutti danno per
scontato questa operazione ma nessuno andrà a verificare cosa, come e
se si realizzerà. Ad esempio, dove sono i vincoli che permettono a un
giovane collaboratore di chiedere la trasformazione del suo contratto?
Non c’è niente. E in più tutti i contratti precari escono indenni dal
decreto».
La Cgil proclamerà un nuovo sciopero generale?
«Continueremo la mobilitazione, con tutte le forme necessarie. Le ho
detto: va ricostruito un diritto del lavoro. Dobbiamo mettere in campo
una campagna che parli a tutto il Paese».
Per difendere il vecchio Statuto del 1970?
«A parte che, per fortuna, non è stato ancora del tutto smantellato,
pensiamo che ci voglia una legge universale che riconosca a tutti gli
stessi diritti perché non è vero che per riconoscere la modernità si
debbano cancellare i diritti. Raccoglieremo le firme su questo per una
legge di iniziativa popolare» Quando sarà pronta?
«Ci stiamo lavorando e coinvolgeremo il maggior numero di lavoratori, persone, associazioni, studiosi possibile».
Pensate anche di raccogliere le firme per un referendum abrogativo del Jobs Act?
«Non abbiamo escluso nulla. Valuteremo tutto ciò che è utile a sostenere la nostra proposta di legge».
Ma se la riforma dovesse funzionare non sarebbe una bella notizia anche per voi?
«Mi chiede se saremmo contenti di una ripresa dell’occupazione? Ne
saremmo entusiasti. Vorrebbe dire che l’Italia, con il lavoro di tanti, è
uscita dalla crisi. La realtà è però un’altra. Se la Fiat decide di
assumere a Melfi lo fa non perché i diritti dell’articolo 18 sono stati
cancellati ma perché, cambiando strategia, ha scelto di produrre un
nuovo modello in Basilicata. La realtà dice anche che a maggio scadrà la
cassa integrazione in deroga. Quelle persone saranno licenziate?».
Graziano Delrio Il sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio: “Non vedo una guida solitaria. C’è un leader e
sono due cose differenti. Se la sinistra è spaventata dalla leadership,
ha un problema di modernità”
“Nessuna umiliazione del Parlamento vedremo tra un anno chi avrà avuto ragione”
intervista di Goffredo De Marchis Repubblica 22.2.15
ROMA . Il sottosegretario a Palazzo Chigi Graziano Delrio risponde a
Laura Boldrini che lamenta il totale disinteresse del governo per i
pareri del Parlamento sul Jobs Act e accusa Renzi di essere un uomo solo
al comando. «Non esiste un uomo solo al comando. Esiste un leader. Sono
due cose differenti. Se la sinistra, e parlo in generale, è spaventata
dalla leadership ha un problema di modernità ». Alla minoranza del Pd
che annuncia battaglia contro l’Italicum, dice: «Tutto è migliorabile,
ma il punto di equilibrio lo abbiamo già raggiunto con il testo votato
in Senato». E interviene anche sul partito per assicurare che non nasce
una corrente di catto-renziani «come area in cui l’appartenenza conta
più del pensiero». Possono nascere invece «luoghi di riflessione
leggeri, aperti, quasi disorganizzati per mantenere il collegamento con
la società».
A proposito di correnti, la Sinistra dem vi accusa di non avere tenuto
conto dei pareri parlamentari sui licenziamenti collettivi, di aver
seguito la linea della trojka. In effetti tutti i deputati del Pd, senza
distinzioni, vi avevano chiesto di cambiare.
«Ormai l’impostazione era quella. E si teneva con un equilibrio
complessivo che per noi era l’unico a garantire la vera efficacia del
provvedimento».
La presidente della Camera Boldrini fa capire che così avete umiliato il Parlamento.
«Abbiamo il massimo rispetto del Parlamento, però non rovesciamo la
frittata. Il parere non era vincolante, non esisteva alcun obbligo di
recepirlo. Il governo quindi ha esercitato un suo pieno diritto ma senza
volontà di umiliare le Camere o i sindacati. Con quei decreti pensiamo
di aumentare complessivamente l’occupazione per la prima volta dopo anni
di perdita. Se ci sbagliamo siamo pronti a correggerci. Siamo convinti
tuttavia che attraverso il mix di misure del Jobs Act fra un anno si
vedranno dei risultati».
Non c’è invece la tendenza di Renzi a procedere evitando il confronto, a
recitare la parte dell’uomo solo al comando come dice la stessa
Boldrini?
«Non vedo l’uomo solo al comando. C’è un leader e sono due cose
differenti. Se la sinistra è spaventata dalla leadership, e non mi
riferisco alla Boldrini parlo in generale, ha un problema di modernità.
La sinistra ha bisogno di un leader come lo hanno avuto i grandi partiti
storici. Come lo erano De Gasperi e Togliatti, Berlinguer e Moro. Eppoi
Matteo non è solo. Ha intorno a sé un gruppo dirigente molto ampio e
molto rinnovato. Nella squadra dei ministri, nei sindaci, sui territori.
Qualcuno può pensare che non sia all’altezza ma non che non esista».
Un team di fedelissimi?
«E’ libero di non credermi, ma Renzi ascolta una quantità impressionante
di persone del mondo del lavoro, dell’impresa, della cultura. Lo fa
ogni giorno, è una ginnastica di ascolto che non si vede ma le
garantisco, è costante, quotidiana. Non sono fedelissimi».
Vi confronterete con la minoranza sull’Italicum, cambiando i capolista
bloccati e dando il premio alla coalizione al ballottaggio?
«L’obiettivo del governo è una buona legge elettorale e al Senato si è
raggiunta un’intesa giusta. Proviamo a fare un flash back. L’Italia, un
anno fa, era il Paese del caos, delle riforme bloccate,
dell’instabilità. Un anno dopo, secondo l’Ocse, siamo il Paese che ha
fatto il maggior numero di riforme strutturali e profonde. Eravamo gli
osservati speciali dodici mesi fa e ora siamo un Paese guida
dell’Eurogruppo, che aiuta a risolvere questioni enormi come la Grecia.
Questa nostra credibilità, conquistata anche con il lavoro straordinario
del Parlamento, non la manteniamo se si rimette tutto in discussione.
Ogni cosa è migliorabile ma in linea di massima, sulla legge elettorale,
il punto di equilibrio lo abbiamo già trovato».
Renzi non aveva promesso “mai più correnti nel Pd”? Sembra che lei e altri ne stiate preparando più di una.
«Con Matteo abbiamo sempre avuto un’idea molto ampia del partito, come
di un campo largo, mai organizzato in settori o in correnti come quelle
che si sono sempre conosciute».
Cioè?
«Gruppi dirigenti attraverso cui persone interessate trovano spazio e
protagonismo solo perché appartengono a un consesso organizzato. Luoghi
difensivi di questo genere non devono e non possono esistere nel Pd».
E allora?
«Allora, come avviene nella Cdu e in tutti i grandi partiti europei, si
possono creare non aree di potere ma di pensiero. Le correnti vanno
rottamate. Luoghi dove la società e i parlamentari riflettono sulle
sfide della modernità possono invece avere un ruolo e offrire un
contributo al partito».
Se non è zuppa è pan bagnato.
«Non è così. Io penso a iniziative leggere, aperte in cui mai
l’appartenenza deve sostituirsi al pensiero. Penso al campo che crearono
Moro e Dossetti. Certo non era una corrente a caccia di poltrone ma di
profondità e di un rapporto con la vita quotidiana delle persone».
Questi movimenti intorno a Renzi non segnalano uno scontro tra fedelissimi per chi siede alla destra del capo?
«Non c’è nessuno scontro nel campo renziano. Vogliamo semmai
moltiplicare i contributi e moltiplicare il protagonismo dei
parlamentari, dei sindaci e degli amministratori locali. Potrà capitare
che qualche volta marceremo divisi per colpire uniti, ma il rischio
correntizio non esiste. Per me le correnti sono la morte delle persone
libere».
Sul suo cellulare il numero di Renzi è sempre memorizzato come Mosè?
«Sempre. E la nostra Terra promessa è quella dove c’è più lavoro, dove ci sono più occupati».
La morsa blocca-politica
Renzi come Mussolini? Da una parte ci sono i consociativisti, dall’altra i maggioritari
di roberto D’Alimonte Il Sole 22.2.15
Renzi come Mussolini? Chi l'avrebbe mai detto un anno fa quando l'allora
segretario del Pd è diventato premier che la sua determinazione a fare
le riforme sarebbe stata paragonata all'autoritarismo del duce? Eppure è
successo. All'indomani del recente voto alla Camera sulla riforma
costituzionale ne abbiamo sentite di tutti i colori. La presunta deriva
autoritaria imputata a Renzi è diventata un ritornello che rischia di
far breccia tra cittadini sempre più disorientati. L'Aula semivuota
della Camera è stata accostata addirittura all'Aventino del 1924.
L’opposizione di Fi, Lega e M5s è diventata la voce di chi vuole
difendere con tutti i mezzi la democrazia in pericolo. Anche chi non
arriva a parlare di deriva autoritaria subisce il fascino perverso
dell’aula semivuota. Perfino dentro la maggioranza di governo c’è chi
pensa in buona fede, o forse no, che in una aula semivuota non si possa
approvare la riforma della Carta. Questa è diventata la nuova tesi dei
frenatori. Come se l’aula semivuota fosse qualcosa di sostanzialmente
diverso dal voto di chi resta in aula e vota no.
A tutti costoro occorre ricordare ancora una volta che questo Parlamento
liquido è il risultato di una elezione che ha creato una situazione
politica fragilissima. Il 25 febbraio 2013 le urne non solo non hanno
prodotto una maggioranza ma hanno portato in Parlamento forze
incompatibili tra di loro. Partiti che non hanno un minimo denominatore
comune come fu invece nella Assemblea Costituente nel 1946. In questo
Parlamento, non in quello che vorremo ci fosse, la scelta è chiara: fare
le riforme con chi ci sta o non farle per niente. Renzi ha scelto di
farle con chi ci sta. Lo ha detto fin dall’inizio della sua avventura e
sta tenendo fede alla sua strategia. Non è detto che ci riesca, ma ci
prova. Il bello è che ora viene criticato perché vuole andare avanti da
solo. Fino a poco tempo fa lo era perché voleva fare le riforme con
Berlusconi. Questo è già un paradosso. Ma ce ne sono altri.
Le differenze tra il testo della riforma costituzionale approvato in
Senato ad agosto 2014 e quello che sta per essere approvato alla Camera
nei prossimi giorni sono modeste. Nessuna norma rilevante è stata
modificata. Al Senato la riforma è stata approvata con i voti di Forza
Italia. Non risulta che il partito di Berlusconi sia stato costretto a
farlo. Si presume che lo abbia fatto perché la riteneva utile al paese.
Adesso che lui e Renzi hanno litigato sulla elezione di Mattarella
quella riforma, che il cavaliere dimezzato aveva sostenuto in agosto al
Senato, non va più bene. È la stessa identica riforma ma non va più
bene.
Ma non è la giravolta di Berlusconi che ci sorprende. Alla incoerenza
del cavaliere siamo abituati. Quello che stupisce sono i commenti di chi
parla ora di deriva autoritaria dopo la rottura del patto del Nazareno.
La maggioranza che ha votato a favore della riforma alla Camera è la
stessa di quella che aveva votato a favore al Senato meno Forza Italia.
Lega, M5s e Sel hanno votato contro allora e hanno votato contro ora. La
differenza la fa Forza Italia. Ergo, con i voti di Forza Italia la
riforma andava bene e adesso che il partito di Berlusconi si è sfilato
non va più bene ? Berlusconi sarà contento di sapere che ha in mano il
potere di decidere sulla legittimità o meno della riforma
costituzionale.
Ma non sono i paradossi che ci aiutano a capire. Il nocciolo della
questione è un altro. Anche se non è del tutto chiaro all’opinione
pubblica, e forse nemmeno ai protagonisti, la vera posta in gioco non è
l’uno o l’altro aspetto delle riforme istituzionali in itinere, ma il
modello di democrazia che queste configurano. Da una parte c'è chi ha
nostalgia di un modello consociativo e consensuale, fatto di continue
mediazioni e di larghe condivisioni. È il modello della Prima Repubblica
cui sono affezionati la sinistra Pd, Sel e tanti costituzionalisti.
Dall’altra c’è il M5s che oscilla tra democrazia diretta e democrazia
assembleare, tra la centralità della rete e quella del parlamento. E poi
c’è Renzi che punta a un modello di democrazia maggioritaria. Quello
che si è fatto strada a partire dal 1993, prima nei governi locali e
regionali e poi – più faticosamente e imperfettamente - a livello
nazionale. È un modello di democrazia in cui chi vince governa. È il
modello dell’Italicum e della attuale riforma costituzionale. Quale sia
in questo preciso momento il modello preferito da Berlusconi non si sa.
Deve ancora decidere.
Questi modelli di democrazia sono incompatibili tra loro. Ognuno ha una
sua logica di funzionamento. Qualche compromesso è possibile su punti
marginali ma non sugli aspetti essenziali. Per questo l'Italia è a un
bivio. È da più di venti anni che si cerca di modernizzare il nostro
sistema istituzionale. Certo, sarebbe meglio farlo con una larga
condivisione come fu nel biennio 1946-1947. Ma i tempi non sono quelli.
Oggi bisogna fare realisticamente i conti con l’esito delle ultime
elezioni e con visioni molto diverse della democrazia. L’alternativa è
lo stallo. Ed è una opzione inaccettabile. Cosa si dovrebbe fare ?
Tornare alle urne per ritrovarsi dopo il voto nello stesso pantano ?
La democrazia maggioritaria non è l’anticamera dell'autoritarismo.
Questa è una caricatura di chi non conosce cosa c'è fuori dai nostri
confini. E poi in nessun articolo della Costituzione è scritto che
occorrano super-maggioranze per cambiare la Carta. È richiesta solo la
maggioranza assoluta. L’idea che la Costituzione vada cambiata con
larghe maggioranze appartiene ad una visione consociativa e consensuale
della democrazia. La Costituzione stessa prevede che al posto di una
super-maggioranza di parlamentari la riforma possa essere approvata
dalla maggioranza dei cittadini attraverso il referendum. Saranno dunque
gli elettori a decidere sulla legittimità della nuova Costituzione. E
nessuno allora si ricorderà delle aule semivuote di oggi. Questa è
democrazia maggioritaria. E di questo modello abbiamo bisogno in questa
fase della nostra storia.
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