domenica 22 febbraio 2015

Due presentazioni di "Democrazia Cercasi" questa settimana. Ci sentiamo quando rientro

Sono in giro per due presentazioni di Democrazia Cercasi, martedì a Napoli e venerdì a Roma. Questa settimana, dunque, difficilmente il blog verrà a aggiornato. A presto [SGA].





Pensiero critico? Stretto è il crinale tra il dubbio e l'ermeneutica quietistico-relativistica: la critica della metafisica non è più oggi quella del XIX secolo

Significa cioè prevalentemente critica di qualunque possibilità di pensare la trasformazione. Esposito pare qui dimenticarlo [SGA].


L’arte del dubbio
È un metodo “trasversale” antico quanto la filosofia Che ora riscopriamo per difenderci da dogmi false notizie e propaganda

di Roberto Esposito Repubblica 22.2.15

In principio fu Socrate Poi toccò a Sant’Agostino e ancora a Cartesio, alla modernità e a Kant
Eppure ci voleva l’era della confusione digitale e dell’overdose continua di informazioni per farci capire che solo l’assenza di certezze può aiutarci a restare liberi
NEL cercare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Le grandi guide del popolo, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio». A pronunciare tali parole non è un filosofo neoscettico, ma papa Francesco nella sua prima intervista a Civiltà Cattolica . In molti hanno visto in esse, più che una semplice apertura all’esigenza di rinnovare il linguaggio della Chiesa, la testimonianza del ruolo crescente che la dimensione del dubbio ha assunto nella nostra società. In questo senso il grande successo che sta riscontrando in Francia, anche a livello di partecipazione ai corsi universitari, la “zetetica” — come Henri Broch ha definito l’arte del dubbio nei confronti di settarismi, faziosità, dogmi ammantati di pretese scientifiche — non può sorprendere: viviamo immersi un un’epoca in cui ci arriva continuamente una massa enorme di informazioni. E così il controllo sulla autenticità, sulla buona fede, sulla correttezza o sulla logica interna di qualsiasi messaggio, dal tweet di un personaggio noto a un documento ufficiale di un’istituzione, diventa un’attività cruciale, un meccanismo di sopravvivenza: l’unico esercizio possibile per non restare impigliati nelle miriadi di reti della propaganda presenti su internet così come nei prodotti culturali più tradizionali, nella politica così come nelle discipline accademiche, nei video degli estremisti islamici così come nelle verità di regime di ogni luogo e tempo.
È chiaro che, in questo contesto, l’arte del dubbio cambia pelle. Da perno di sistemi di pensiero illuministi o liberal di vario spessore, diventa adesso quello che in fondo è sempre stata: un metodo di conoscenza, un approccio da applicare in maniera trasversale in qualsiasi campo della nostra vita. Una guida indispensabile in un mondo globalizzato, spezzettato, confuso eppure sempre a rischio di finire intrappolato nelle spire del pensiero unico di turno.
Per queste sue caratteristiche, il rilievo filosofico del dubbio naturalmente è antico — può essere fatto risalire alla classica formula socratica del “sapere di non sapere”. Teorizzato dal Pirrone già nel III secolo avanti Cristo, ha trovato una prima formulazione cristiana, condizionata alla verità divina, con sant’Agostino. Successivamente Descartes lo ha posto alla base della conoscenza: pur dubitando di tutto, non si potrà mai dubitare di essere, proprio perciò, un soggetto pensante. Se Pascal e Hume hanno diversamente sottoposto l’idea di certezza assoluta a una critica corrosiva, è stato Kant ad assumere a oggetto di dubbio la ragione stessa, individuandone possibilità e limiti. Tutta la discussione novecentesca sulla relazione indissolubile tra dubbio e certezza — sostenuta da Wittgenstein, ma anche, diversamente, da Popper, Kuhn, Lakatos — ha insistito sulla necessaria falsificabilità dei paradigmi scientifici.
D’altra parte se Kierkegaard scrive in Aut Aut che il dubbio appartiene al movimento interno del pensiero, nel suo Zibaldone Leopardi afferma che «piccolissimo è quello spirito che non è capace o è difficile al dubbio». Su questa linea di ragionamento, che desume la necessità di dubitare dal carattere finito e incompiuto del nostro sapere, Vladimir Jankélévitch, in Da qualche parte nell’incompiuto ( Einaudi, a cura di Enrica Lisciani Petrini), sostiene che, contro le false certezze, va tenuto fermo «il dubbio rispetto alle verità e a se stessi». E tuttavia fin qui non siamo ancora pervenuti al cuore del problema. Perché qualcosa che appartiene alla storia dell’intera tradizione filosofica torna oggi a interpellarci con particolare urgenza? Cosa rende la richiesta all’arte del dubbio così pressante?
Già alla fine degli anni Settanta un volume collettivo curato da Aldo Gargani, con il titolo Crisi della ragione ( Einaudi), monopolizzò il dibattito filosofico in concomitanza con il successo internazionale del libro sul postmoderno di Jean-François Lyotard (Feltrinelli). Ciò che in quegli anni pareva incrinarsi era un intero regime di senso che per un lungo periodo aveva costituito al contempo la struttura indubitabile del reale e un modello normativo di comportamento. A venire meno era il primato del passato sul presente — l’idea che tutto ciò che avveniva fosse predeterminato da quanto lo precedeva secondo un nesso diretto tra cause ed effetti. Quando invece ai codici razionali si accompagnano sempre elementi imprevedibili di tipo intuitivo, emotivo o pragmatico, spesso portati a configgere con essi.
Ma una scossa ancora più destabilizzante si è verificata negli ultimi anni, quando, con il nuovo disordine globale, tutti i riferimenti che fino a qualche tempo fa hanno guidato i nostri comportamenti sembrano essere venuti meno. Da qui nasce la spinta a una ricerca ininterrotta, capace di sfidare dogmi e luoghi comuni. Il termine stesso di zetetica rimanda al verbo greco che significa “cercare”. Alla sua base vi è un bisogno urgente di spirito critico, una diffidenza crescente rispetto alla continua manipolazione che media spregiudicati o asserviti, sondaggi con esiti preconfezionati, dispositivi di propaganda ci rovesciano quotidianamente addosso.
Gli attentati di Parigi, rivolti espressamente contro la libertà di pensiero e di scrittura, hanno rinforzato ulteriormente questa esigenza, come dimostra la pronta scalata delle opere di Voltaire nella zona alta delle classifiche di vendita. Già preparata dal successo di instancabili partigiani del dubbio come Montaigne e Diderot, il ritorno, non solo da parte dei francesi, a Voltaire rilancia la tradizione dei lumi contro l’accecamento prodotto dal fanatismo. Tale impulso zetetico, d’altra parte, si innesta in un orizzonte filosofico già orientato in direzione laica e libertaria. Esso rimanda a filoni culturali diversi, che hanno trovato un primo punto di aggregazione nel “New Atheism” americano — teorizzato da filosofi e saggisti come Richard Dawkins, Daniel Dennet, Sam Harris e Christopher Hitchens. Ciò che li collega in uno stesso punto di vista non è la polemica contro particolari religioni, ma contro qualsiasi tipo di presupposto dogmatico che vincoli la ricerca scientifica e anche i comportamenti pratici. Si tratta di una interpretazione radicale del darwinismo, che sottrae il fenomeno della vita al rimando a qualcosa che ne trascenda lo sviluppo specifico.
A questa corrente — che dall’America si è diffusa in Germania, in Francia, in Italia — si affiancano altri filoni libertari ispirati in vario modo alla tradizione illuministica. Il neo-materialismo individualista di Michel Onfray, autore di un discusso Trattato di ateologia ( tradotto in Italia da Fazi), è stato oggetto di un ampio dibattito e anche di forti critiche. Portando agli esiti estremi la dottrina della tolleranza che ha i suoi padri in Locke e nello stesso Voltaire, la sua prospettiva è caratterizzata da una critica preventiva di qualsiasi nozione che non sia passata al vaglio dell’analisi razionale. L’altra scuola di pensiero che, forse con maggiore consapevolezza teoretica, rompe con ogni forma di trascendenza è quella che guarda da un lato al pensiero di Spinoza e dall’altro alla genealogia di Nietzsche. Ciò spiega la forte ripresa di interesse per un autore come Gilles Deleuze, del quale DeriveApprodi ha appena edito il film-intervista, a cura di Claire Parnet, dal titolo Abecedario. Forse prevedendo la svolta in atto, Michel Foucault aveva una volta pronosticato «che un giorno il secolo sarà deleuziano». Prudentemente non aveva specificato di quale secolo parlava.


Università di Grenoble “Così insegniamo ai nostri alunni il pensiero critico”
di Anais Ginori Repubblica 22.2.15
PARIGI LIBERI di criticare. Sono quasi dieci anni che all’università di Grenoble viene insegnata l’arte del dubbio. L’ateneo ha un corso di “Zetetica e Autodifesa intellettuale” frequentato da centinaia di studenti ma anche semplici curiosi, affascinati da una materia nuova e unica in Francia. La cattedra è guidata da Richard Monvoisin insieme ad altri insegnanti del Cortecs, Collectif de recherche transdisciplinaire esprit critique et sciences.
Com’è nata l’idea di un corso specifico?
«La zetetica, inventata da una scuola greca di scettici radicali nel IV secolo a. C., è stata riscoperta nel Novecento come investigazione scientifica su fenomeni paranormali da un americano di origini italiane, Marcello Truzzi, e poi dal francese Henri Broch. Dopo essermi laureato in didattica e scienze fisiche, ho fatto il mio dottorato con Broch. Mi sono accorto che la zetetica poteva essere una disciplina trasversale».
Su cosa si fonda questa disciplina?
«Partiamo sempre dall’analisi delle fonti, dalla ricerca su informazioni non verificate, dalla demistificazione di cifre o frasi vuote. Nel nostro collettivo ci sono specialisti di ogni disciplina, dall’informatica alla biologia, dalla medicina, all’economia, alle scienze politiche. Ormai ci sono corsi di zetetica anche a Marsiglia, Montpellier. Lavoriamo su temi diversi come il creazionismo o i gender studies, Internet aperto e la xenofobia in politica. L’obiettivo di Cortecs è mettere in rete contributi diversi, invitando altri esperti a dialogare con noi, in un processo evolutivo di conoscenza».
Perché nel titolo del corso si parla di “autodifesa intellettuale”?
«E’ una metodologia che combatte la manipolazione delle opinioni o l’emergenza di nuove forme di consenso. Come diceva Noam Chomsky, il pericolo è tanto più grande per chi studia e fa professioni intellettuali. Nel mondo accademico anglosassone c’è già chi insegna il critical thinking ».
È più facile oggi manipolare le opinioni?
«Sono nato nel 1976 e ho vissuto l’avvento di Internet come una benedizione. Ero convinto che le generazioni dopo di me avrebbero avuto accesso a ogni tipo di informazione. Oggi invece i giovani rischiano di annegare nella vastità della Rete oppure di accontentarsi di una rap- presentazione parziale. Dietro una schermata di Google ci sono interessi economici che molti purtroppo ignorano. La pluralità delle fonti è uno dei punti di partenza. Se voglio farmi un’opinione su Vladimir Putin, ad esempio, cercherò di leggere testi francesi, russi e ucraini. Inoltre, la rapidità nella diffusione delle informazioni rende ancora più facile errori di analisi. Suggerisco ai miei alunni di aspettare almeno qualche settimana prima di prendere posizione su un evento. Insieme al dubbio, bisogna praticare un ritmo lento del pensiero».
La zetetica è una forma di scetticismo?
«Lo scetticismo è un atteggiamento filosofico che si può riassumere con la frase di Bertrand Russell: “Dammi una buona ragione di pensare quello che pensi”. La zetetica è la metodologia pratica dello scetticismo. Il nostro scopo è aiutare la libertà di pensiero dei cittadini».
Eppure i dubbi dilagano sul web, alimentando le teorie del complotto. Vi occupate anche di questo?
«Intanto non le chiamiamo teorie, ma scenari, miti moderni, perché non sono confutabili e dunque non rispettano il criterio di falsificabilità di Karl Popper. Quando ci troviamo di fronte a scenari complottisti, come quello sull’11 Settembre, non facciamo altro che usare nozioni di epistemologia, applicando il criterio di massima parsimonia o il cosiddetto “Rasoio di Occam” che prediligono spiegazioni dimostrabili e semplici. L’esercizio funziona quasi sempre».
Avete già affrontato il tema dell’informazione sugli attentati di Parigi?
«Cominceremo un nuovo ciclo questa settimana dal titolo “Censura e libertà di espressione”. Noi pensiamo che sia meglio pubblicare il libro di Eric Zemmour (popolare saggista francese contro l’immigrazione, n.d.r.) oppure autorizzare gli spettacoli di Dieudonné. Piuttosto che impedire a qualcuno di esprimersi, trasformandolo in una presunta vittima, è meglio diffondere strumenti critici e di analisi. La zetetica dovrebbe essere insegnata già nelle scuole ai bambini. Piuttosto che la censura, è meglio scommettere sull’intelligenza collettiva».

"Razza e destino" di Maurice Olender

Razza e destinoMaurice Olender: Razza e destino, Bompiani

Risvolto

Ogni comunità dà vita a una storia che si sviluppa nel tempo. Trasformarla in razza significa bloccarla in un passato senza presente né avvenire, condannarla a diventare una razza senza storia con un destino assegnato e fissato una volta per tutte. I gruppi definiti come "razze" diventano immobili della storia, incapaci del minimo cambiamento sociale, religioso, economico o politico. A quanti sono rinchiusi in questo cerchio magico senza possibilità d'uscita, è come se dicessimo: "Voi resterete sempre gli stessi." Nell'età del colonialismo, tra XIX e XX secolo, le scienze si sono occupate di pensare, classificare, legittimare le "razze umane": la storia del pensiero degli ultimi cinquant'anni è stata capace di riscattarsi? Maurice Olender conduce il lettore tra le ombre che questa idea proietta fino ai giorni nostri, e nella prefazione a questa edizione italiana presenta un primo approccio storiografico alle "figure metafisiche della razza" che emergono dai "Quaderni neri", ancora in parte inediti, di Martin Heidegger. 

Razza e Destino Le radici profonde di tutti i razzismi
La ricerca minuziosa di Maurice Olender cerca di districare il complicato intreccio dei pregiudizi che hanno generato persecuzioni

di Maurizio Bettini Repubblica 22.2.15

IN OCCIDENTE razzismo e antisemitismo si presentano simili a un viluppo intricato di radici difficile da districare. Alla costruzione del pensiero che animò questi drammatici fenomeni hanno infatti contribuito le figure più disparate, professori di grammatica storica e studiosi della Bibbia, oscuri canonici di campagna e articolisti della Civiltà Cattolica, scrittori, scienziati e politici. Il fatto è che «scrivere la storia dell’antisemitismo», ha detto Léon Poliakov, «è scrivere la storia di una persecuzione che, nel seno della società occidentale, è stata legata ai valori supremi di questa società, perché la si è perseguita in loro nome». Ecco perché districare questo viluppo è così difficile – a meno di non volersi accontentare di luoghi comuni.
Chi intenda assumersi seriamente questo compito non può che cominciare dalla lettura minuziosa di testi rari, articoli dimenticati, perfino manoscritti. E deve esser pronto ad accettare che la ricerca produrrà scoperte imbarazzanti per la propria fede, così come per la propria laicità, perfino per l’amore delle discipline (e degli studiosi) a cui deve la sua formazione intellettuale. Il compito se lo era assunto Poliakov. E sulla sua scia Maurice Olender, che dopo Le lingue del Paradiso prosegue con Razza e destino . Il cammino tracciato in questo libro si snoda attraverso ricerche storiche (la lotta del gesuita Padre Charles contro i Protocolli dei Savi di Sion e certe posizioni antisemite della Chiesa); interviste e ritratti di grandi intellettuali (Georges Dumézil, Hans-Robert Jauss); ricostruzioni di tappe importanti. Altrettanti capitoli cuciti dal filo di una stessa drammatica domanda: quando e perché la “razza” diventa “destino”? In quali circostanze una categoria (peraltro falsa) delle scienze biologiche si muta in uno strumento capace di rendere “naturale” la superiorità o l’inferiorità morale, intellettuale, spirituale attribuite a un certo gruppo rispetto a un altro? Si tratta di una visione della razza che Otto Reche, professore di Antropologia a Lipsia fra il 1927 e il 1945, riassunse appunto nella formula “Razza è destino”. Banalità assiomatiche che però ci si stupisce, anzi ci si allarma quando le si vede uscire dalla penna di uno scienziato come Teilhard de Chardin o di un grande linguista come André Martinet. Per non parlare dell’antisemitismo che emerge dalla lettura dei “Quaderni Neri” di Heidegger, dei quali Olender ugualmente si occupa. La storia degli studi di indo-europeistica è esemplare. Con la scoperta delle affinità fra radici linguistiche appartenenti a sanscrito, latino, greco, lingue celtiche, questa corrente suscitò anche un impulso verso la ricostruzione di una pretesa “razza” indoeuropea: la cui cultura, guarda caso, avrebbe avuto gli stessi tratti di superiorità che fra otto e novecento gli Europei attribuivano a se stessi nei confronti di “semiti”, neri o gialli. Perfino alcune innocue radici linguistiche poterono mischiarsi al viluppo dei razzismi.

Franco Andreucci colpisce ancora: l'"ipoteca stalinista" sul Pci da Gramsci a Berlinguer. Bum!

Da Gramsci a Occhetto
Franco Andreucci: Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci, 1921-1991, Della Porta editori, Pisa, pagg. 468, € 20,00

Risvolto

La parabola del Partito comunista italiano raccontata da un suo ex funzionario e testimone d’eccezione. Franco Andreucci traccia la storia affascinante del partito più popolare del dopoguerra, passando attraverso i suoi momenti più importanti: la scissione di Livorno, l’antifascismo, la guerra partigiana e gli anni di Togliatti, toccando temi come il controverso rapporto con l’Unione Sovietica e il fascino esercitato dal Pci sugli intellettuali italiani.



Dna della politica Stalin nell’identità del Pci
Franco Andreucci ripercorre i 70 anni di vita del partito, soffermandosi su un aspetto spesso dimenticato a favore della «via italiana al socialismo»: lo stalinismo di dirigenti e militanti

di Sergio Luzzatto Il Sole Domenica 22.2.15

«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori nelle alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, [...] fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano».
A fronte delle cronache odierne – da Mafia Capitale in giù – è fin troppo facile considerare profetiche le parole affidate da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari in una celebre intervista del 28 luglio 1981: profetiche non solo rispetto alla Tangentopoli del 1992 ma anche, per l’appunto, rispetto all’attualità giudiziaria d’oggidì. Frettolosamente cacciata dalla finestra della storia italiana, la questione morale è rientrata dalla porta. In generale è rientrata dalla porta la figura storica di Berlinguer, in particolare dell’ultimo Berlinguer. L’alfiere di una politica dell’austerità che si declina oggi come inaggirabile sostenibilità dello sviluppo. L’interprete di una contestazione del capitalismo che appare oggi critica ragionevole del consumismo.
Aveva sessant’anni di vita il Partito comunista italiano, al momento dell’intervista di Berlinguer sulla questione morale. E nessuno immaginava che gliene restassero da vivere soltanto dieci. Nessuno prevedeva allora la formidabile e catastrofica accelerazione di quel decennio, l’Urss di Gorba?ëv, il crollo del Muro, la fine del comunismo. Adesso – un terzo di secolo dopo – la distanza incomincia a essere quella giusta per guardare con profondità di campo ai settant’anni di storia del Pci. Come nel libro, insieme appassionato e pacato, di Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci, 1921-1991. Cercando risposte a un paio di domande fondamentali. Perché il Pci è stato, per diversi decenni dopo il 1945, il partito comunista più forte d’Occidente? E perché, alla fine, non soltanto non ha vinto, ma si è estinto?
La forza del Pci ha storicamente riposato sopra una molteplicità di fattori. La solidità dell’organizzazione, e tanto più dopo la nascita del «partito nuovo», non più di quadri ma di massa. La capacità di gestione politica dei conflitti sociali, negli anni della grande modernizzazione italiana. La presa culturale sugli intellettuali, e l’esercizio di una gramsciana «egemonia». Ancora: il prestigio derivato al Pci dalle lotte dell’antifascismo e della Resistenza; il radicamento identitario nelle regioni «rosse»; la mancanza in Italia di un partito socialdemocratico forte e moderno. Altrettante dimensioni – non necessariamente originali – della ricostruzione di Andreucci. Là dove la sua ricostruzione riesce illuminante, è nell’analisi di una componente di lungo periodo che più di altre vale a spiegare il fallimento storico del Pci: l’ipoteca sul Partito del leninismo prima, dello stalinismo poi.
Scoperta dell’acqua calda, questa di Andreucci? Meno di quanto possa sembrare, se è vero che la storiografia italiana risulta dominata a tutt’oggi da una favola buonista secondo cui il Pci sarebbe stato, fin dalla formazione del suo gruppo dirigente nel 1923-24, un partito non settario né dogmatico, un’isola felice nel panorama del comunismo internazionale. Certo, giocoforza, un partito del Comintern: il partito di Togliatti, stretto collaboratore di Stalin. Ma sottotraccia, già nei terribili anni Trenta, anche il partito della «via italiana al socialismo»: il partito di Gramsci, così aperto e libero seppure in catene. Favola buonista abilmente forgiata da Togliatti in persona tra anni Quaranta e anni Cinquanta, e ripresa più o meno pedissequamente da svariate generazioni di storici del Pci. Dapprima storici ufficiali, da Comitato centrale; successivamente storici ufficiosi, “di area”.
Lui stesso ex storico ufficiale o quasi, Franco Andreucci ha adesso un’altra storia da raccontare. È la storia di un comunismo italiano concepito nella febbre postbellica del «biennio rosso», e indelebilmente marcato dalle lezioni di Lenin sulla necessità della guerra civile e della dittatura del proletariato: per cui anche le strade e le piazze d’Italia, come in Russia, andavano liberate «col ferro e col fuoco» da un’«invasione di locuste putride e voraci», le locuste della borghesia (scripsit Antonio Gramsci, dicembre 1919). È la storia di un partito nato a Livorno, nel 1921, in opposizione e quasi in odio all’ala riformista del socialismo italiano, nel «sibilo delle vipere» denunciato allora da Giacinto Menotti Serrati: un velenoso sibilo antisocialista destinato a prolungarsi negli anni, o piuttosto nei decenni.
Senza entrare nel merito dell’affaire di Gramsci in carcere e di Togliatti a Mosca, Andreucci sottolinea come la continuità sovietica del rapporto tra leninismo e stalinismo sia stata tale anche nella sua ricaduta sulla storia del Pci. Quanto Stalin durò ai vertici del Pcus, altrettanto durò lo stalinismo dei comunisti italiani, dirigenti o militanti che fossero. E anzitutto lo stalinismo indefettibile e interessato del «Migliore». Quello che, negli anni Trenta, spinse Togliatti a non aprire bocca davanti alle purghe di Stalin. A imitare tali e quali gli altri capi del comunismo internazionale, che vivevano a Mosca – lo testimonierà per esperienza diretta una bella figura di comunista piemontese, Felicita Ferrero – «rannicchiati come lumache nel proprio guscio, in attesa che la bufera finisse».
Locuste, vipere, lumache... la storia del comunismo è anche un bestiario, bestiario dell’anatema, della delazione, della scomunica. Così, all’immaginosa metafora da letterato di Osip Mandel’stam, secondo cui i baffi di Stalin erano «insolenti come scarafaggi» (e Mandel’stam muore in un gulag nel 1938), può corrispondere la formula maramalda del segretario Togliatti contro alcuni dissidenti interni del 1951, «pidocchi nella criniera di un nobile cavallo da corsa». Dopodiché, alla fine del 1956, è proprio il segretario del Pci che sollecita il Pcus – a babbo morto: mesi dopo il XX Congresso e la denuncia di Chruš?ëv dei crimini di Stalin – affinché l’Urss intervenga militarmente in Ungheria, perché si proceda senza pietà contro il traditore Nagy.
Lo stalinismo postumo di Togliatti nel 1956 ha contribuito non poco alla maledizione del «fattore K», cioè alla pluridecennale emarginazione del Pci dallo spazio politico dell’Italia democratica. L’autentica via italiana al socialismo – nota persuasivamente Andreucci – sarebbe stata quella dei suoi avversari del ’56: sarebbe stata la via di Antonio Giolitti, cui Togliatti pensò bene di riservare la qualifica sempreverde di «rinnegato». E anche per questo (forse, soprattutto per questo) il comunismo italiano era votato, a lungo andare, alla sconfitta e all’estinzione: per non avere saputo né voluto impostare il rapporto con il socialismo riformista in termini nuovi rispetto a quelli ossessivamente antagonistici della Terza Internazionale.
Berlinguer stesso, in tutta la sua «diversità», si sarebbe rivelato eccezionalmente lento nel ripensare il rapporto storico fra un comunismo di matrice leninista e un socialismo di ispirazione democratica. Anche se – bisogna pur ricordarlo – il maggiore interprete anni Settanta-Ottanta di quel socialismo si chiamava, in Italia, Bettino Craxi. Non esattamente una garanzia, almeno dal punto di vista della «questione morale».

Ritorno nel mondo reale: il problema non è il compromesso ma - come spesso accade - l'aver promesso troppa rivoluzione

Fermo restando che Tachipirinas rimane nei nostri cuori - e anche in quelli di chi vorrebbe un capitalismo europeo più moderno ed efficiente di questo feudalesimo che abbiamo -, il problema non è il compromesso, o il confronto con la realtà.

Il problema è se il compromesso consiste in una mera riduzione del danno, come spesso è accaduto anche in passato, o se davvero - al di là delle parole fumose nelle quali tutti possono dire di aver vinto - il compromesso comincia a inverte la direzione del processo.

Il problema, soprattutto, è la dismisura spropositata tra la modesta entità del compromesso e le gigantesche e autolesionistiche illusioni scatenate nei mesi scorsi in patria e - forse soprattutto - fuori.
Eppure, che i rapporti di forza fossero quelli che sono lo sapevano tutti. Eppure, che la Grecia fosse una semicolonia - una portaerei Nato priva di sovranità, come l'Italia, la Spagna e altri paesi - era noto già da prima.
Erano quisquilie da menagrami? E ora è legittimo farsi delle domande? Certo, è possibile accontentarsi della retorica della "battaglia vinta" e scoprirsi improvvisamente come quei maestri di realismo a convenienza che sono sempre bravi a fare le analisi del giorno dopo [SGA].

“L’austerità è finita”, Tsipras prova a nascondere la disfatta

Domani nuovo vertice, il governo di Atene ha perso ogni autonomia

di Stefano Feltri il Fatto 22.2.15

L’unico modo per reagire a una sconfitta a volte è presentarla come una vittoria: “Abbiamo vinto una battaglia ma non la guerra, i negoziati più difficili ci aspettano”, ha detto ieri Alexis Tsipras, premier della Grecia, Paese natale di quell’Esopo che scrisse la nota favola della volpe golosa di uva.
IL GIORNO DOPO l’accordo preliminare con i governi dell’Eurogruppo, l’impressione è che Atene abbia perso sia la battaglia che la guerra. “Non sono sicuro di capire perché il governo di Syriza abbia iniziato questo conflitto. Ha ottenuto così poco e speso del capitale politico che gli sarebbe servito per il terzo programma di salvataggio”, commenta su Twitter il corrispondente da Bruxelles del Financial Times Peter Spie-gel. E l’economista Tyler Cowen, nel suo blog Marginal Revolution, scrive che “la Grecia ha perso”. Il quotidiano conservatore tedesco Die Welt, voce degli estremisti del rigore, traduce così il senso politico del compromesso: Atene ha quattro mesi per mettersi in regola o per prepararsi a un’uscita ordinata dall’euro.
Martedì ad Atene riaprono le banche, durante la giornata festiva di domani il governo di Syriza dovrà ultimare la lista di riforme da sottoporre in serata all’approvazione degli altri governi della zona euro. Difficile una bocciatura drastica, ma ci sarà ancora da negoziare. A meno di rotture impreviste, martedì le banche greche non falliranno, non ci sarà la corsa agli sportelli e continueranno ad avere i 10,9 miliardi (pronti ma non utilizzabili fino ad aprile) del Fondo salva Stati che possono essere usati per ricapitalizzare le banche. Questo è l’unico risultato di Tsipras che però si vanta di aver ottenuto “la fine dell’austerità”.
DOPO MENO di un mese di governo, molti annunci e un tour diplomatico nelle capitali europee, il bilancio di Tsipras e del suo ministro Yanis Varoufakis è il seguente: abbandonato il progetto di convocare una conferenza internazionale per tagliare il valore dei 315,5 miliardi del debito pubblico greco; archiviata l’idea di sostituire i bond in scadenza con altri a durata perpetua (se in mano alla Bce) o con il rendimento legato alla crescita del Paese (quelli dei governi e del Fmi) ; quasi respinta la richiesta di ridurre l’avanzo primario, cioè quanto resta delle entrate dello Stato dopo aver pagato le spese e prima del conto degli interessi sul debito, dal 4,5 all’1,5 per cento del Pil (l’Eurogruppo concede una non meglio definita flessibilità nell’ambito delle regole esistenti) ; la Troika che vigila sulle riforme cambia nome, ora il trio di supervisori di Commissione europea, Fmi e Bce si chiama semplicemente “le istituzioni”. Tutto il “Programma di Salonicco” con cui Syriza ha vinto le elezioni non esiste più: la riassunzione degli statali licenziati, l’abolizione della tassa sulla casa, la spesa sociale per le vittime della recessione, gli sconti sull’energia alle famiglie, il blocco delle privatizzazioni. La Grecia si è impegnata ad attuare soltanto le riforme che non mettono in discussione i suoi obiettivi di bilancio (decisi dalla Troika) e a chiedere il permesso per le misure che potrebbero far peggiorare il deficit. Non solo: Atene avrà a fine aprile i soldi che, se Tsipras non avesse rimesso in discussione i provvedimenti del precedente governo, avrebbe ottenuto a fine febbraio: i redimenti sui bond greci detenuti dalla Bce (2 miliardi circa), gli ultimi 2 miliardi di prestiti dal fondo salva Stati e circa 7 dal Fmi.
SECONDO molti economisti, Atene dovrà comunque chiedere un terzo piano di salvataggio perché nessun Paese può permettersi il 9 per cento di tasso di interesse che oggi i mercati chiedono per detenere bond greci a 10 anni. Ma la Grecia di Tsipras si è già fatta molti nemici: la Germania, prima di tutto, poi i Paesi che hanno rispettato i dettami della Troika fino in fondo (Irlanda, Portogallo, Spagna) e il presidente americano Barack Obama si è spazientito per l’arroganza di Tsipras e Varoufakis. Ora Atene è isolata, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Djesselbloem è arrivato a mettere in dubbio la “buona fede” dei greci al tavolo. Proprio per non sembrare un appestato ieri Tsipras ha chiamato il premier Matteo Renzi, per ringraziarlo del ruolo di mediazione. Ma l’Italia, quando si è trattato di scegliere, si è sempre schierata con Angela Merkel.
“Il loro problema è che si tratta di un ribaltamento delle loro promesse elettorali. Non c’è assolutamente nulla sul tavolo che possa essere considerato una concessione”, ha detto il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan, citato dalla Reuters. I greci che hanno avuto fede in Tsipras ancora non se ne sono convinti, ma ci vorrà poco.



Quattro mesi sul filo del rasoio Il Paese fa i conti per sopravvivere
Senza gli aiuti di Fondo monetario e Bce lo Stato crollerebbe

di Stefano Lepri La Stampa 22.2.15

Oggi in Grecia si celebra il carnevale, secondo il calendario ortodosso. Domani è il «lunedì di purificazione», festivo, dedicato alle scampagnate. Al ritorno in città martedì senza l’accordo dell’altra sera all’eurogruppo sarebbe stato impossibile ottenere soldi dai bancomat, e le banche, causa le casse vuote, sarebbero state costrette a prolungare la vacanza.
Così gli euro invece non mancheranno, sempre che non si creino nuovi intoppi lunedì sera, quando il governo di Atene consegnerà una prima lista di misure. Si tratterà di anticipazioni di emergenza concesse dalla banca centrale greca autorizzata dalla Bce. In un modo o nell’altro saranno pagati 1,4 miliardi di euro al Fmi che scadono in marzo.
I denari veri dall’Europa arriveranno non prima di maggio; e saranno ancora parte del vecchio programma di aiuto, non aggiuntivi. L’accordo nell’Eurogruppo prevede infatti di bloccare ogni erogazione fino a un accordo completo sull’estensione del programma, da raggiungere a fine aprile, con misure concordate una per una.
Anche allora, si tratterà dello stretto necessario per andare avanti – pagando altri 1,4 miliardi al Fondo monetario – fino al 30 giugno, termine dei 4 mesi concessi. I massicci rimborsi di debiti all’Europa che scadono in luglio e agosto, 6,7 miliardi, non potranno essere affrontati senza concordare un nuovo programma di aiuti, il terzo dal 2010, con esborsi aggiuntivi.
Un grave errore tattico è stata la minaccia di usare per rimborso dei debiti i soldi europei destinati a ricapitalizzare le banche. Sono 10,9 miliardi che ora tornano sotto controllo europeo perché si usino davvero a quello scopo.
Dunque non c’è scampo: il governo Tsipras sarà costretto a vivere quattro mesi sul filo del rasoio. E durante tutto questo periodo, scadenza dopo scadenza, la Germania sarà pronta a sfruttare ogni suo passo falso. I più dottrinari fautori dell’austerità cercano motivi per addossare alle elezioni anticipate e al nuovo governo la colpa del mancato risanamento della Grecia.
Che l’austerità sia «finita» resta in dubbio perché non è chiaro né il punto di arrivo (quanto precisamente sarà più leggero l’obiettivo di bilancio da raggiungere nel 2015) né il punto di partenza, ossia lo stato attuale dei conti pubblici. Sýriza aveva sottovalutato il rischio di promettere un condono in campagna elettorale, ora ne paga le conseguenze in un crollo del gettito tributario. Nella lista di lunedì non si parlerà né di lavoro né di pensioni; sono esclusi aumenti dell’Iva, si dice ora ad Atene.
Ma il programma elettorale prometteva, tra l’altro, di cancellare la tassa sulla prima casa ed elevare a 12.000 euro annui la soglia di esenzione dall’imposta sul reddito: tutto questo cade. Un’uscita dalla crisi aumentando in fretta i redditi e quindi i consumi è preclusa. La sfida per Tsipras sarà di offrire credibili riforme «di sinistra» in sostituzione a quelle che rifiuta.



Ma Atene è spiazzata dall’intesa europea “Il nostro governo ha fatto dietrofront”

di Ettore Livini Repubblica 22.2.15

ATENE La cravatta, per ora, può attendere. «La metterò quando i creditori accetteranno di tagliare il nostro debito», aveva promesso Alexis Tsipras. Molti greci, forse un po’ troppo ottimisti, si erano illusi di vederlo già ieri mattina con il collo fasciato da quella che gli ha regalato Matteo Renzi. Invece no. E malgrado il premier — addosso la solita camicia bianca sbottonata — abbia celebrato come un successo l’intesa all’Eurogruppo, il day-after di Atene è iniziato con l’incubo della “Kolotoumba”, il dietrofront. Lo evocano in coro gli avversari: «Ha rinnegato tutte le sue promesse elettorali. L’unico partito anti memorandum siamo noi», dettano alle agenzie sia Alba Dorata che i comunisti del Kke. Ma il dubbio del voltafaccia — e questo è un po’ più preoccupante per il leader di Syriza — serpeggia pure tra le fila di quel 36,3% di greci che il 25 gennaio, esasperato dall’austerity imposta dalla Troika, ha messo la croce sul simbolo della sinistra.
Il primo assaggio della maretta il presidente del Consiglio l’ha avuto nelle riunioni informali di ieri a Koumoundourou, nella sede del partito. Incontri tesissimi dove ha faticato a tenere a bada gli umori della minoranza del partito («io non voto questa retromarcia » minacciano in molti). «Non potevamo fare altrimenti — ha spiegato — Anzi. Abbiamo salvato il paese da una congiura dei conservatori greci ed europei che volevano metterci all’angolo, facendo chiudere le banche con la scusa della fuga dei capitali». Spiegazione, dicono i suoi collaboratori, seguita da un appello: «Giudicatemi tra quattro mesi. Manterremo le promesse elettorali — ha garantito — . E sarà chiaro a tutti da domani, quando finalmente potremo iniziare a scrivere da soli la ricetta per salvare la Grecia, senza farcela dettare dalla Troika».
Il suo pressing diplomatico sul fronte interno, per ora, non ha dato molti risultati. «Syriza approverà il pacchetto senza problemi anche se non contiene tutti i punti del programma», ha detto fiducioso il ministro all’Economia George Stathakis, uomo del cerchio magico del premier. Più bellicoso il leader di Piattaforma della sinistra, l’ala radicale del partito: «Ci sono linee rosse che non possono essere valicate — ha sottolineato sibillino — se no non sarebbero rosse». Preoccupante anche il silenzio del partner di governo Panos Kammenos, leader della destra nazionalista di Anel, che la scorsa settimana aveva detto di essere pronto a farsi esplodere a Bruxelles «se l’Eurogruppo non avesse accettato le richieste greche». Senza i voti dei suoi 13 parlamentari, l’esecutivo non ha la maggioranza. Anche se Stavros Theodorakis, leader di Potami, ha detto di essere pronto a lanciare un salvagente a Tsipras, complimentandosi per il risultato “ragionevole” dei negoziati.
«Se fossi tra gli elettori di Syriza, stamattina mi sarei svegliato con una diavolo per capello », ha twittato perfido ieri all’alba Nigel Farage, leader della destra anti-europea inglese. Arrabbiati no. Molto dubbiosi però sì. «Sono confusa — racconta prendendo un tiepido sole primaverile su una panchina a Syntagma Katerina, una delle donne delle pulizie licenziate dal governo Samaras e riassunte («così hanno promesso, le carte dovrebbero arrivare nei prossimi giorni») da quello di Tsipras — Hanno combattuto come leoni. Hanno ribattuto colpo su colpo ai tedeschi. Alla fine però mi sembra che siamo rimasti con un pugno di mosche in mano». «L’80% dei greci che sosteneva Syriza perché convinti riuscisse a domare Wofgang Schaeuble si è alzato oggi di cattivo umore — dice fatalista Stathis Masouras al mercatino delle pulci di Mo- nastiraki — Ma l’80% dei greci che voleva rimanere nell’euro si è svegliato contento». Lui, per capirci, appartiene a entrambi i campioni.
«Capisco la delusione. Venerdì il Parlamento avrebbe dovuto discutere la legge per bloccare la confisca delle prime case alle famiglie che non sono in grado di pagare i mutui, fregandosene del parere della Troika — ammette Stelios Papakonstantinou, 22 anni, studente di economia e altro elettore spaesato — . Io però ho detto ai miei amici di non aver fretta. A Bruxelles siamo stati lasciati da soli. La vera partita inizia ora. Se l’austerità e il memorandum sono davvero alle spalle lo giudicheremo dai piani che Tsipras e Varoufakis presenteranno ai creditori ». Altrimenti toccherà a tutti rassegnarsi alla Kolotoumba.



«Doppiopesismo» ed eurodemocrazia

di Adriana Cerretelli Il Sole 22.2.15

A che cosa serve eleggere Alexis Tzipras e un programma di rottura con l’Europa della troika se poi non cambia niente e Tzipras è costretto a seguire le orme di Antonis Samaras, il predecessore deprecato per gli eccessi di austerità che hanno travolto la Grecia?
In breve, in una democrazia indebitata dell’area euro vale ancora la pena di votare? L’ordine regna a Bruxelles il giorno dopo il sudato accordo politico tra Atene e i partner della moneta unica. Sospiro di sollievo generale. Scongiurato il peggio, il default ellenico, allontanata l’ombra di Grexit e del salto nel buio. Salvaguardate regole e patti europei. La vera partita negoziale però comincia solo ora e si annuncia per tutti una nuova corsa ad ostacoli. Piena di insidie.
Tutti hanno l’amaro in bocca, creditori e debitori: chi ha vinto, anzi stravinto, ma continua a non fidarsi del proprio successo perché continua a non fidarsi di chi ha sconfitto. E chi ha perso e fa finta di no, come Yanis Varoufakis: «Ormai sono finiti i tempi in cui le cose ci venivano imposte e non erano attuate. Ora saremo noi a decidere insieme ai nostri partner ristabilendo l’indipendenza nazionale della Grecia».
L’autodifesa del ministro delle Finanze suona patetica, se si mette a confronto il povero risultato con ambizioni e toni roboanti dell’inizio. Né smentisce questa istantanea dell’Eurogruppo, tornata prepotentemente in voga a Bruxelles subito dopo la capitolazione di Atene: Eurogruppo? Un tavolo intorno al quale siedono periodicamente 19 giocatori ma vince sempre uno solo, lo stesso, la Germania.
Perché dunque affossare il centro-destra e affidarsi alla sinistra radicale se poi devono comunque governare allo stesso modo? L’interrogativo sul peso effettivo della dinamica democratica e sui suoi reali margini di manovra ai tempi dell’euro e del patto di stabilità non è certo nuovo. Ma la Grecia di Tzipras lo ripropone a tutti senza veli, perché la sua Grecia sovversiva e nazionalista esprime il primo vero rigurgito democratico contro il sistema-eurozona. Non sarebbe mai nata, quella Grecia, se l’Europa non se la fosse ottusamente allevata in seno con la cecità delle sue politiche tecnocratiche eccessivamente punitive, socio-economicamente insostenibili, politicamente suicide.
Colpirne uno per educarne cento: l’Europa ha adottato la vecchia massima maoista nella speranza di bloccare il contagio: ieri come oggi Atene è la cavia ideale per neutralizzare sul nascere fermenti ribellisti e assalti all’ordine costituito dei vari Podemos, Sinn Fein, Front National, dei movimenti nazional-populisti.
L’assunto di partenza è chiaro: nella gerarchia delle regole, quelle europee prevalgono su quelle nazionali. A maggior ragione quelle del patto di stabilità e consimili vanno rispettate a prescindere, non possono nella sostanza soggiacere agli incerti e ai malumori delle democrazie.
Se l’Europa non fosse, come è, una proterva Unione di Stati nazionali sovrani ma una vera entità federale dotata di una propria Costituzione, di una propria politica macro-economica e finanziaria e di un bilancio comune adeguato, il teorema potrebbe anche avere una logica inattaccabile.
Non è così. Nel 2005 un tentativo di euro-Costituzione fu bocciato da Francia e Olanda e dimenticato. Nonostante, complice l’euro, l’interdipendenza tra Stati si approfondisca, in parallelo si accentuano spinte centrifughe e arroccamenti nazionalisti, soprattutto nell’euronord.
Senza contare che le cessioni di sovranità restano ineguali. La Germania è l’unico paese la cui Corte costituzionale prende decisioni di valenza europea. Di più, il Bundestag è autorizzato a approvare o respingere le decisioni del Governo adottate in sede europea per verificarne la conformità con la Legge fondamentale tedesca. Governi, parlamenti e strutture democratiche, soprattutto dei paesi debitori, risultano invece sempre più “minorati” dai nuovi patti sull’euro-governance. Non a caso, e da molto prima che arrivasse Tzipras, la legittimità della troika è messa seriamente in dubbio.
Fino a che punto però questo doppiopesismo democratico, questa eurozona di sovrani ineguali di diritto e di fatto è sostenibile senza provocare guasti irrimediabili alla convivenza europea e alla tenuta dell’euro, che per durare ha tra l’altro urgente bisogno di unione economica e politica? Commissariata ieri come oggi, la Grecia sembra tornata all’ovile ma il suo profondo disagio europeo non può essere liquidato con un duro e semplicistico richiamo alla disciplina dei patti europei (forse un po’ più flessibili).
La stabilità economico-finanziaria dell’euro è prioritaria per tutti ma non può prescindere dalla stabilità democratica e sociale dei paesi che lo compongono. Altrimenti, scongiurato il default greco, prima o poi arriverà quello europeo. 



Euro e caso Grecia Gli squilibri mai corretti e il silenzio dell’Europa

di Luca Ricolfi Il Sole 22.2.15

Tre cose sembrano chiare, per ora. La prima è che la Grecia non abbandonerà l’euro. La seconda è che l’Europa le presterà altri soldi. La terza è che i politici, greci ed europei, faranno di tutto per nascondere la verità alle rispettive opinioni pubbliche.
La verità, infatti, è indigeribile sia per Tsipras, sia per gli altri governi europei. Per questi ultimi, e in particolare per quelli che hanno dovuto inghiottire le amare medicine (austerità e riforme) imposte dalla Troika, sarà dura spiegare l’ennesimo salvataggio della Grecia. È possibile che le loro opinioni pubbliche non capiscano (o capiscano fin troppo bene), e che in Paesi come la Spagna, il Portogallo e forse anche l’Italia, monti la tentazione di fare come in Grecia, e cresca il consenso ai partiti anti-uro. Per Tsipras, d’altro canto, sarà dura nascondere che il prestito che si accinge a ricevere dall’Europa ha un prezzo politico, e che il suo governo avrà le mani legate più o meno quanto quelli che l’hanno preceduto.
Dunque, prepariamoci. Fin dalle prossime ore, la politica europea si scatenerà nella ricerca di parole volte a nascondere quel che sta succedendo. E non sarà difficile trovarle. Se ci siamo abituati a non pronunciare più parole come spazzino, bidello, cieco, handicappato, e abbiamo imparato a sostituirle con “operatore ecologico”, “collaboratore scolastico”, “non vedente”, “diversamente abile”, ci metteremo pochi minuti a smetterla di pronunciare parole come Troika, salvataggio, memorandum. D’ora in poi, se tutto andrà per il verso desiderato, la Troika (Ue, Bce, Fmi) diventerà “le tre Istituzioni”, il salvataggio verrà chiamato “prestito ponte”, il memorandum verrà ribattezzato “nuovo accordo”.
Niente di male, naturalmente. Fa parte della politica, anzi forse è l’essenza stessa dell’arte politica, manipolare i fatti attraverso le parole. Il problema, tuttavia, è che i fatti resistono. E il fatto fondamentale, che resta in piedi al di là di ogni accordo, di ogni dichiarazione, di ogni promessa, è che l’Europa non solo non è ancora fuori della crisi iniziata sette anni fa, ma non ha trovato alcun meccanismo per far sì che quel che è successo allora non si ripeta in futuro. Qui non mi riferisco all’eventualità che la Grecia debba essere salvata un’altra volta ad agosto, e poi un’altra nel 2016, e poi un’altra ancora negli anni a venire. No, il punto decisivo è che quel che è successo in questi anni, con la Grecia come con gli altri Pigs, potrebbe benissimo ripetersi in futuro. E questo per una ragione molto semplice: nonostante alcuni tentativi di restyling della governance europea, i meccanismi economici di base dell’Eurozona sono rimasti sostanzialmente invariati.
E dopo più di 15 anni di moneta comune tali meccanismi hanno rivelato al di là di ogni ragionevole dubbio che non sono in grado di correggere gli squilibri fra gli stati membri.
Lo squilibrio fondamentale, quello che ha innescato la cri si del 2007-2008, non è tanto l’eccessivo indebitamento di alcuni stati, ma è l’accumularsi sistematico di forti disavanzi della bilancia dei pagamenti in alcune economie (tipicamente in Grecia, Portogallo e Spagna) e di altrettanto enormi avanzi in altri (tipicamente in Germania). In condizioni normali (senza una moneta comune) squilibri di questo tipo si correggono automaticamente con la svalutazione della divisa dei paesi deboli, la cui produttività ristagna o cresce troppo lentamente, e con la rivalutazione della divisa dei paesi forti, la cui produttività corre troppo in fretta. Dopo la svalutazione, i paesi che sono vissuti al di sopra dei propri mezzi sono costretti a importare meno beni prodotti da altri e ad esportare più beni prodotti da sé stessi, mentre l’esatto contrario accade, con la rivalutazione, per i paesi che hanno consumato e investito troppo poco, preferendo accumulare riserve finanziarie.
Ma se si abbandonano le valute nazionali per una valuta comune, il meccanismo del cambio scompare per definizione, e lo si deve sostituire con meccanismi alternativi. I fautori della moneta unica, presumibilmente, pensavano che tali meccanismi potessero essere tre: la convergenza delle dinamiche della produttività, favorita dalla concorrenza e dalla liberalizzazione dei mercati; la capacità delle banche di selezionare oculatamente i clienti, erogando il credito solo a chi avesse buone possibilità di restituirlo; la propensione dei mercati finanziari a punire (con gli alti tassi di interesse) gli Stati troppo spendaccioni. Ebbene, il problema è che in questi 15 anni nessuno di questi tre meccanismi ha mostrato di poter funzionare.
La convergenza delle produttività nazionali non c’è stata perché, in un contesto di stati nazionali con lingue e istituzioni diverse, la liberalizzazione dei mercati e l’armonizzazione delle legislazioni sono difficilissime da realizzare. La selezione dei clienti da parte delle banche non si è realizzata per una pluralità di motivi, primo fra tutti la mancata separazione fra banche d’affari e banche commerciali. Quanto ai mercati finanziari, essi hanno rivelato di essere ottusi nei periodi di vacche grasse (quando chiedevano gli stessi interessi alla Germania e alla Grecia) e iper-sensibili nei periodi di tensione (quando la paura del default di uno stato faceva schizzare all’insù i tassi di interesse, rendendo più probabile il default stesso).
Abbiamo motivo di pensare che qualcosa di importante sia cambiato e che quel che non ha funzionato ieri possa funzionare domani?
A me pare di no. Il problema che l’Eurozona aveva nel 1999, sostituire il meccanismo del cambio con meccanismi alternativi ma altrettanto efficaci, resta tuttora perfettamente insoluto. Ed è inquietante che quel problema, quello di gestire economie con sentieri di crescita divergenti, sia molto più chiaro ai critici dell’Europa che alle autorità europee. Si può (anzi, si deve) dissentire con chi sogna il ritorno alle valute nazionali, così come si può dissentire con chi teorizza lo split della moneta comune in un euro del Nord e un euro del Sud, o con chi propugna la messa in comune dei debiti pubblici. Ma resta il fatto che, se si insiste nella difesa a oltranza dell'euro, bisognerà pure, prima o poi, uscire dal silenzio e porsi il problema che l’adozione dell’euro ha generato: quello di un continente in cui ogni nazione vuol decidere da sola la propria strada, ma nessuna vuole abbandonare il totem della moneta comune.


La strategia negoziale della farfalla ateniese 
L'analisi. Tsipras ha promesso che l’austerità è finita e non è disposto a fare un passo indietro. Ancora una volta, ci vorrà fantasia e creatività per trovare un nuovo compromesso. E così fino a quando la diga non crollerà del tutto.

Dimitri Deliolanes, il Manifesto 21.2.2015 

Appena lunedì scorso il pre­si­dente dell’eurogruppo Dijes­sl­bloem si era per­messo di leg­gere davanti alle tele­ca­mere un ulti­ma­tum verso il governo greco: Atene doveva richie­dere l’estensione del pro­gramma di assi­stenza finan­zia­ria e accet­tare in blocco le con­di­zioni che vi erano alle­gate, sot­to­scritte dal pre­ce­dente governo di centrodestra. 
Già prima dell’ultimatum, lo stesso Dijes­sl­bloem aveva fatto un pic­colo «golpe» sosti­tuendo il docu­mento del com­mis­sa­rio euro­peo Mosco­vici con un docu­mento scritto in tede­sco, con con­di­zioni inac­cet­ta­bili. In pra­tica, era in forma scritta quello che Schäeu­ble aveva dichia­rato a voce: il nuovo governo greco doveva fare come il vec­chio, ese­guire gli ordini. 
È pas­sata solo una set­ti­mana e quell’ultimatum è stato dimen­ti­cato. Venerdì sera i 19 mini­stri dell’eurozona hanno discusso ma sono arri­vati anche a delle con­clu­sioni. Ber­lino spesso si è tro­vata iso­lata e le sue richie­ste mas­si­ma­li­ste rifiutate. 
Trat­ta­tive, com­pro­messo, accordo, ecco la stra­te­gia di Tsi­pras con­tro l’Europa dell’austerità. È una sor­presa, un cedimento? 
Sicu­ra­mente sì, se si con­si­dera l’obiettivo finale del governo della sini­stra greca: togliersi dalle spalle il peso del debito e rilan­ciare la cre­scita dell’economia reale. 
Ma attri­buire a Tsi­pras la pro­messa che l’economia greca avrebbe cam­biato corso in un giorno è una gros­so­lana fal­si­fi­ca­zione. Per chi aveva orec­chie per sen­tire e buona volontà per capire, la stra­te­gia di Syriza girava per intero attorno a una parola: nego­ziare. 
Cosa ha vinto e cosa ha perso Atene venerdì sera? 
Ha vinto in cre­di­bi­lità poli­tica: il nuovo governo greco ha tutta la respon­sa­bi­lità della poli­tica eco­no­mica e i cre­di­tori hanno il diritto di con­trol­lare l’andamento dell’economia. Lo faranno attra­verso una nuova «troika». Non più emis­sari della Bce, della Com­mis­sione e del Fmi che det­te­ranno la linea alla poli­tica greca ma tec­no­crati che inter­ver­ranno a livello di ammi­ni­stra­zione. Le que­stioni di poli­tica eco­no­mica saranno dibat­tute solo tra governi. 
Atene ha anche otte­nuto di abbat­tere il rigido 4,5% di avanzo pri­ma­rio per l’anno in corso, pre­vi­sto dal vec­chio memo­ran­dum. Ora viene rico­no­sciuto un mar­gine di «fles­si­bi­lità» da lasciar gestire ai greci. Molto pro­ba­bil­mente, una parte di quel sur­plus sarà indi­riz­zato verso gli inter­venti di emer­genza alle fami­glie senza red­dito, costrette a nutrirsi alle mense. 
Tsi­pras non potrà invece tenere fede da subito alla sua pro­messa di ripri­sti­nare il sala­rio minimo del periodo pre-crisi e forse nean­che di restuire la 13sima men­si­lità ai pensionati. 
Già domani Varou­fa­kis dovrà pre­sen­tare ai cre­di­tori l’elenco dei punti del vec­chio memo­ran­dum che Atene acco­glie e si impe­gna a rea­liz­zare. È escluso che nel suo elenco siano com­presi i nuovi tagli alle pen­sioni e agli sti­pendi pub­blici e l’ennesima ondata di licen­zia­menti sot­to­scritti dal pre­ce­dente governo. 
L’enfasi, lo sap­piamo già, sarà data alle vere riforme: del sistema fiscale, dell’amministrazione pub­blica e dell’apertura del mer­cato, com­bat­tendo posi­zioni monopoliste. 
Saranno suf­fi­cienti? Pro­ba­bil­mente no e Varou­fa­kis ha già annun­ciato che là ci saranno «grossi problemi». 
Per come ha fun­zio­nato finora l’eurozona, biso­gna par­lare solo di cifre: quanto si incas­serà dalla lotta all’evasione fiscale? Cosa pen­sate di incas­sare al posto dell’imposta sulla prima casa, ora in via di abo­li­zione? Per­ché avete bloc­cato le pri­va­tiz­za­zioni degli aero­porti che por­ta­vano alle casse dello stato ben 10 miliardi? 
Pro­ba­bil­mente quindi ci stiamo avviando a un nuovo psi­co­dramma: Varou­fa­kis che insi­ste su un pro­getto stra­te­gico di sti­molo dell’economia reale greca e i cre­di­tori, tede­schi in testa, che «non capi­ranno» di cosa sta par­lando, chie­dendo in cam­bio i numeri di futuri incassi. 
Ma sono bat­ta­glie di retro­guar­dia. Tsi­pras ha pro­messo che l’austerità è finita e non è dispo­sto a fare un passo indietro. 
Ancora una volta, ci vorrà fan­ta­sia e crea­ti­vità per tro­vare un nuovo com­pro­messo. E così fino a quando la diga non crol­lerà del tutto.



Atene scrive la «sua» lista 
Grecia. Dopo il duro braccio di ferro a Bruxelles, in Grecia prevale l’attesa per le misure del governo. Lotta all’evasione, tasse arretrate in 100 rate, riforma del lavoro. Varoufakis: «Saranno accettate»

Pavlos Nerantzis, il Manifesto SALONICCO, 21.2.2015
Ven­ti­quat­tro ore dopo l’ accordo rag­giunto a Bru­xel­les tra il governo greco e i 18 paesi dell’eurozona nes­suno si con­si­dera vin­cente, né ovvia­mente ammette di aver con­cesso più di tanto. In Gre­cia pre­vale soprat­tutto uno spi­rito di rifles­sione. Il paese è ancora immerso in un lungo week-end, visto che il lunedì dà ini­zio alla Qua­re­sima ortodossa. 

Poli­ti­ca­mente, il docu­mento di Bru­xel­les è un com­pro­messo tem­po­ra­neo. «Abbiamo vinto una bat­ta­glia, non la guerra», ammette Tsi­pras. Syriza non ha otte­nuto ciò che voleva – ed è ovvio vista la dispa­rità delle forze in campo– ma ha messo per la prima volta sul tavolo dei col­lo­qui il tema dell’Europa e il suo futuro. L’accordo riflette la neces­sità di una tre­gua che darà da una parte l’opportunità di costruire rap­porti di fidu­cia tra Atene e i part­ner euro­pei e, dall’ altra, tempo pre­zioso affin­ché tutti si pre­pa­rino ad un con­fronto sostan­ziale sulle poli­ti­che euro­pee. Tra quat­tro mesi, Ale­xis Tsi­pras dovrà aver ini­ziato ad attuare i cam­bia­menti pro­messi pur rispet­tando gli impe­gni e soprat­tutto dovrà pre­sen­tare il suo new deal per un’ «altra Europa anti-austerity». D’altra parte, Angela Mer­kel dovrà capire se può con­ti­nuare sulla stessa linea d’intransigenza nei con­fronti del Sud Europa. 
Basato sulla let­tera di Yanis Varou­fa­kis, il docu­mento di Bru­xel­les è un accordo-ponte, l’estensione dell’ attuale pro­gramma di risa­na­mento, che pre­vede un po’ di fles­si­bi­lità all’austerity. «Ponte» per­ché di breve durata (solo quat­tro mesi), «esten­sione» per­ché in realtà è la pro­roga del Master Finan­cial Assi­stance Faci­lity Agree­ment (Mfafa). Il Mfafa altro non è che il fami­ge­rato «memo­ran­dum», che scade il 28 feb­braio, e che a sen­tire il governo greco «è stato annul­lato» dal momento che il nuovo accordo non è asso­ciato a misure spe­ci­fi­che di auste­rity; a sen­tire Wol­fgang Schäu­ble, invece, nulla è cam­biato, per­ciò — sem­pre secondo il mini­stro delle finanze tede­sco -, «Tsi­pras avrà delle dif­fi­coltà a spie­gare l’ accordo ai suoi connazionali». 
«Abbiamo vinto solo una bat­ta­glia, non la guerra, il vero nego­ziato ini­zia ora»Ale­xis Tsi­pras in tv
L’unico risul­tato tan­gi­bile il governo di Syriza-Anel sem­bra averlo strap­pato sull’abbassamento dell’avanzo pri­ma­rio (sicu­ra­mente in que­sto momento è il punto più impor­tante dell’accordo per­ché solo così si può far fronte alla crisi uma­ni­ta­ria). Ma non ha otte­nuto ciò che Tsi­pras aveva detto durante la cam­pa­gna elet­to­rale e ha ripe­tuto la notte della sua vit­to­ria. Che «dal 26 gen­naio in Gre­cia comin­cia un’altra era, senza misure di auste­rità». In altri ter­mini l’accordo di Bru­xel­les è una pesante ipo­teca sul pro­gramma di Salo­nicco pre­sen­tato da Syriza.
Il mas­si­ma­li­smo ver­bale di Tsi­pras offre all’ala radi­cale e agli oppo­si­tori interni una buona oppor­tu­nità per cri­ti­care l’ esito delle trat­ta­tive. Il mini­stro della Ristrut­tu­ra­zione pro­dut­tiva e dell’ambiente, Pana­gio­tis Lafa­za­nis, lea­der della potente «Cor­rente di Sini­stra» den­tro Syriza, ha riba­dito prima e dopo i nego­ziati che «l’accordo-ponte deve comun­que essere in linea con il nostro pro­gramma (di Salo­nicco, ndr), abbiamo delle zone rosse che non pos­sono essere supe­rate». «Abbiamo pro­messo di essere libe­rati dall’austerità e dalle tena­glie del capi­tale euro­peo ma nulla è suc­cesso a Bru­xel­les», ammet­teva ieri un diri­gente di Syriza a Salo­nicco. Lamen­tele anche per l’atteggiamento di Varou­fa­kis, il mini­stro delle finanze greco, che «con il suo stile casual e con ciò che diceva ha irri­tato i suoi col­le­ghi euro­pei». «Tsi­pras e Varou­fa­kis hanno cer­cato di otte­nere più di quanto pote­vano avere dai part­ner pur non cono­scendo le regole del gioco», è il com­mento di un anziano ex diri­gente di una banca ellenica. 
La stampa greca ha dato molta enfasi alla tele­fo­nata tra Tsi­pras e Mer­kel, men­tre era in corso il nego­ziato a Bru­xel­les, per­ché a quanto pare è stata deci­siva per l’esito posi­tivo del terzo round all’Eurogruppo. Alcuni atti­vi­sti della sini­stra radi­cale dicono che «in un fac­cia a fac­cia tra Mer­kel e Tsi­pras in un ver­tice Ue tutti avranno le idee chiare. Non solo i «19» ma tutti i mem­bri dell’Ue, che in realtà dovranno deci­dere non sulla per­ma­nenza della Gre­cia nell’euro ma se pre­val­gono l’architettura euro­pea e i suoi prin­cipi fon­da­men­tali oppure la volontà del più forte». 
Alle 2 di ieri Tsi­pras è apparso alla tv pub­blica dicendo che «abbiamo annul­lato i piani delle forze con­ser­va­trici che mira­vano all’asfissia del nostro paese… ma abbiamo vinto una bat­ta­glia, non la guerra. Le vere dif­fi­coltà sono ancora di fronte a noi. Comun­que abbiamo rag­giunto il nostro prin­ci­pale obiet­tivo all’interno dell’eurozona, l’intesa ha can­cel­lato gli impe­gni sull’austerity dei pre­ce­denti governi… ma il nego­ziato non è finito, anzi adesso entra in una nuova fase, di sostanza». 
In serata Tsi­pras ha riu­nito il con­si­glio dei mini­stri per pre­pa­rare la lista di misure da pre­sen­tare domani. Non saranno misure che gra­vano sul bilan­cio. Secondo la tv greca Mega, ci sono l’introduzione di una rateiz­za­zione fino a 100 rate per le tasse arre­trate, nuove regole sul lavoro, lotta all’evasione fiscale e l’indipendenza della Segre­te­ria gene­rale delle entrate. Altre misure ver­reb­bero dalle ana­lisi fatte con l’Ocse nei giorni scorsi. «Sono pra­ti­ca­mente certo che la nostra lista di riforme sarà appro­vata dalle isti­tu­zioni, non diranno di no, altri­menti l’accordo sarebbe già morto e sepolto», ha detto Varou­fa­kis al ter­mine del con­si­glio dei ministri.



Berlino, la trappola dei crediti 
Eurogruppo. I variegati commenti il giorno dopo l'accordo

Jacopo Rosatelli, 21.2.2015 

Grande è la con­fu­sione sotto il cielo. Sarà un bene? Sull’accordo all’Eurogruppo in Ger­ma­nia le rea­zioni e i com­menti del giorno dopo sono molto varie­gati: nei media e nelle forze poli­ti­che non c’è una let­tura uni­voca su chi sia uscito vin­ci­tore dalla bat­ta­glia di venerdì a Bru­xel­les. Fra i con­ser­va­tori non sono tutti d’accordo sul fatto che a spun­tarla sia stato il mini­stro delle finanze demo­cri­stiano (Cdu) Wol­fgang Schäu­ble, e a sini­stra non c’è con­di­vi­sione una­nime dell’interpretazione di Ale­xis Tsi­pras, secondo il quale sarebbe il governo greco ad avere avuto la meglio sul par­tito dell’austerità. Tutti, in ogni caso, aspet­tano di vedere cosa acca­drà a par­tire da domani, quando le due pagi­nette dell’intesa dovranno tra­dursi in pra­tica: nel «pro­gramma di riforme» in cam­bio del quale sono con­cessi i crediti. 
Ha pochi dubbi su come siano andate le cose la Bild, tabloid destrorso molto letto e (pur­troppo) molto influente, che attacca: «Il pre­mier greco Tsi­pras non ha ancora capito che la situa­zione è seria? La sua reto­rica di guerra è solo per indo­rare la pil­lola ai suoi soste­ni­tori? Il suo governo lunedì deve pre­sen­tare ai mini­stri delle finanze dell’Eurogruppo una lista di risparmi e riforme eco­no­mi­che!». La Bild dà quindi per scon­tato che l’intesa di venerdì sera pre­veda che le misure che l’esecutivo elle­nico appron­terà deb­bano essere in linea con le poli­ti­che di tagli e pri­va­tiz­za­zioni seguite fino ad ora. Più dub­biosa si mostra la Frank­fur­ter All­ge­me­nine (Faz), che della Ger­ma­nia liberal-conservatrice è la voce più seria e auto­re­vole: «A prima vista l’accordo è buono per­ché l’austerità con­ti­nuerà, ma in realtà il governo di Atene è troppo ambi­guo per­ché ci si possa fidare di loro», afferma in sostanza il gior­nale di Francoforte. 
Cosa turba la Faz? Che il mini­stro greco Yan­nis Varou­fa­kis venerdì sera abbia annun­ciato di volere aumen­tare il sala­rio minimo: un errore, secondo la testata con­ser­va­trice, per­ché «l’economia greca non è ancora com­pe­ti­tiva». «Forse le pri­va­tiz­za­zioni potreb­bero ren­dere il Paese più effi­ciente, ma il governo ne intende sem­pre ancora bloc­care alcune», afferma con tono di rim­pro­vero l’editorialista della Faz Patrick Ber­nau. Parole dalle quali si nota chia­ra­mente come il vero pro­blema sia, al di là della reto­rica uffi­ciale sul «rispetto delle regole», la natura delle riforme che Syriza vuole rea­liz­zare: chiun­que provi a fer­mare la sven­dita del patri­mo­nio pub­blico bloc­cando pri­va­tiz­za­zioni sel­vagge viene imme­dia­ta­mente stig­ma­tiz­zato come peri­co­loso sabo­ta­tore che viola i patti. Lo stesso scet­ti­ci­smo del quo­ti­diano di Fran­co­forte si riscon­tra nelle file della 
Cdu e dei bava­resi della Csu, anche se il capo­gruppo par­la­men­tare demo­cri­stiano, Vol­ker Kau­der si pro­fessa otti­mi­sta: «il Bun­de­stag appro­verà l’accordo la pros­sima settimana». 
Voci discor­danti anche a sini­stra. L’europarlamentare social­de­mo­cra­tico Udo Bull­mann in un’intervista alla radio pub­blica si dichiara sod­di­sfatto «per­ché l’Europa ha mostrato capa­cità di azione». Ma quel che più conta è che l’esponente della Spd affermi con chia­rezza che «la troika ha fal­lito», e denunci la dram­ma­tica situa­zione sociale che si vive in Gre­cia: «Se oggi si visi­tano i quar­tieri peri­fe­rici di Atene – ha dichia­rato – sem­bra di essere a Bei­rut». Giu­di­zio posi­tivo sull’accordo anche dalla Linke: per l’eurodeputato Fabio De Masi «il ricatto è finito, Varou­fa­kis ha sal­vato i soldi dei con­tri­buenti tede­schi». A suo giu­di­zio poli­ti­che espan­sive e social­mente soste­ni­bili sono com­pa­ti­bili con la let­tera dell’intesa di venerdì sera. Dello stesso avviso anche la co-segretaria dei Verdi Simone Peter. 
Su tutt’altra linea è, invece, il quo­ti­diano pro­gres­si­sta die Taz: «la bat­ta­glia l’ha vinta Schäu­ble, e la Gre­cia dovrà con­ti­nuare la poli­tica dell’austerità» si legge nel com­mento di Eric Bonse. «L’obiettivo rag­giunto dal mini­stro tede­sco è stato aver dimo­strato che è solo lui che decide le regole del gioco»: que­sta la tesi dell’analista della Taz. «Schäu­ble ha impo­sto al governo greco un’agenda impos­si­bile da rea­liz­zare, e ha pre­cluso ogni pos­si­bi­lità di una poli­tica migliore. Per que­sto il dramma del debito continuerà».

Renzi era già Bersani, era già D'Alema: tutti ricevono oggi ciò che hanno seminato e che meritano

Risultati immagini per calcio in culoUn premier che marcia spedito verso l’800
Michele Prospero, il Manifesto 21.2.2015 

È evi­dente che, con i decreti attua­tivi della fami­ge­rata carta di espro­pria­zione dei diritti deno­mi­nato Jobs Act, la Costi­tu­zione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fon­da­men­tali, anche se non ancora toc­cata in modo espli­cito, è inde­bo­lita dalla legi­sla­zione più recente, vera pistola pun­tata con­tro il resi­duale diritto del lavoro. Frutto della seconda costi­tu­zio­na­liz­za­zione, lo Sta­tuto del 1970 era il com­pen­dio di una con­giun­tura sto­rica irri­pe­ti­bile che pre­sen­tava con­di­zioni poli­ti­che più favo­re­voli al mondo del lavoro. L’articolo 18 era in fondo il sim­bolo della rela­tiva potenza accu­mu­lata dal lavoro, rispetto al domi­nio asso­luto del capi­tale, e la dimo­stra­zione dei frutti posi­tivi sca­tu­riti dalla con­giun­zione di con­flitto sociale e grande mano­vra politica. 
Ad essere col­pito dalla furia restau­ra­trice del governo Renzi è anzi­tutto il potere del lavoro e di con­se­guenza i diritti dei sin­goli dipen­denti si spen­gono come degli astratti postu­lati morali. Il segno di classe della riforma strut­tu­rale varata dal governo l’ha colto bene l’Ocse che, in uno sper­ti­cato elo­gio delle misure ren­ziane, le ha san­ti­fi­cate come l’eden resu­sci­tato della bella volontà di potenza dell’impresa. Nel docu­mento l’Ocse spiega le ragioni del suo inna­mo­ra­mento totale: «accre­scendo la pre­ve­di­bi­lità la norma riduce i costi reali dei licen­zia­menti, anche quando sono giu­di­cati ille­git­timi dai tri­bu­nali e inco­rag­gia le imprese». Sono felici sol­tanto per­ché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare. 
Quest’assalto nor­ma­tivo alla civiltà del lavoro, con la ridu­zione del costo del licen­zia­mento, secondo l’Ocse, è una divina bene­di­zione che accre­scerà la pro­dut­ti­vità per­ché, eli­mi­nando del tutto la pos­si­bi­lità del rein­te­gro per l’esclusione dall’impiego per motivi ille­git­timi, e ridu­cendo anche l’importo dell’indennizzo dovuto a chi viene get­tato sul lastrico, il Jobs Act sol­le­cita il risve­glio imme­diato degli spi­riti ani­mali del capi­ta­li­smo. Senza la sbri­ga­tiva libertà di licen­ziare, il capi­tale non rie­sce più a inve­stire, a inno­vare, a com­pe­tere. E quindi, il piano della nichi­li­stica espro­pria­zione del lavoro, con­ti­nua ad essere per­se­guito come la variante più allet­tante per rilan­ciare l’accumulazione in un paese che si accasa defi­ni­ti­va­mente nelle peri­fe­rie del capi­ta­li­smo glo­bale e che per il suo de te fabula nar­ra­tur guarda ormai all’Albania. 
La filo­so­fia del ren­zi­smo si com­pie nel segno di una inte­grale deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione del lavoro. E la sua genuina essenza ideo­lo­gica è con­te­nuta nella cele­bre for­mula sulla libertà dell’imprenditore di licen­ziare come segno di una grande inno­va­zione desti­nata a fare epoca. La nuova legi­sla­zione, in effetti, è il cuore delle stra­volte riforme post-moderne, quelle capo­volte costru­zioni giu­ri­di­che che sop­pri­mono tutele e pic­cole libertà dal biso­gno e asse­gnano pro­prio al sog­getto già eco­no­mi­ca­mente più forte il diritto di schiac­ciare il con­traente più debole della rela­zione lavorativa. 
Le con­di­zioni sociali della moder­nità sono basate gene­ti­ca­mente sul dif­fe­ren­ziale di potere tra capi­tale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scon­tro poli­tico della società di massa, cer­cava di cor­reg­gere con gli inter­venti della legi­sla­zione gli squi­li­bri sociali più macro­sco­pici con­fe­rendo poteri cor­ret­tivi al lavoro come potenza sociale col­let­tiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scol­pito anche sulla norma il potere legale san­zio­na­to­rio del capi­tale sul lavoro. Quando all’impresa si con­cede il diritto di licen­ziare il dipen­dente anche per un solo giorno ingiu­sti­fi­cato di assenza, le si con­se­gna un’arma di coer­ci­zione spro­por­zio­nata rispetto all’entità dell’illecito. E’ la pura forza dell’avere che suc­chia l’essere della per­sona che lavora, nel silen­zio della cor­nice pub­blica. Ma Rous­seau spie­gava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e sem­plice san­zione uffi­ciale e for­male del domi­nio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a varia­bile inanimata. 
Ad domi­nio del capi­tale, scritto già a chiare let­tere nelle ogget­tive leggi dell’economia e con­fer­mato nelle ano­nime rego­la­rità impo­ste dalla divi­sione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo clas­si­sta che anni­chi­li­sce la rela­tiva auto­no­mia con­qui­stata nel Nove­cento dalla legi­sla­zione pub­blica nel cor­reg­gere le asim­me­trie del rap­porto sociale con norme det­tate dal senso civile e morale di un’epoca demo­cra­tica. Il giu­dice deve ammai­nare gli stru­menti roman­tici con i quali inse­guiva il mirag­gio della costi­tu­zio­na­liz­za­zione dei rap­porti di lavoro. Seb­bene con stru­menti coer­ci­tivi sca­ri­chi, per­ché privi di san­zione effet­tiva verso l’impresa ina­dem­piente, il giu­dice del lavoro aveva intro­dotto la legge e il con­tratto a più stretto col­le­ga­mento con l’essere del lavo­ra­tore. La bocca del giu­dice, nell’accertare la ade­guata pro­por­zione tra fatto e san­zione, ora si chiude dinanzi alla sover­chiante potenza dell’avere, del capi­tale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità. 

Si dise­gna una indi­vi­dua­liz­za­zione cre­scente delle rela­zioni eco­no­mi­che impo­nendo un secco rap­porto a due, da una parte sta il potere d’impresa che regna incon­tra­stato e dall’altra il lavoro, sog­getto ancor più pre­ca­rio appeso alla deci­sione d’azienda sui tempi, sui costi delle ristrut­tu­ra­zioni, sull’opportunità di un demen­sio­na­mento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scam­bio inde­cente tra un (solo) nomi­na­tivo con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato e un effet­tivo potere di licen­ziare senza giu­sta causa cam­bia in pro­fon­dità i rap­porti di forza den­tro i luo­ghi di lavoro. Il sin­da­cato è invi­tato a uscire dalla fab­brica o dall’ufficio, non essendo più rile­vante il potere delle orga­niz­za­zioni nel trat­tare le con­di­zioni delle ristrut­tu­ra­zioni, degli esu­beri, dei tempi, delle mobi­lità, dei licen­zia­menti col­let­tivi.
Lo spie­gava bene Spi­noza: quando un sog­getto cede un potere, non ha più le chiavi per riven­di­care i suoi diritti. Non esi­stono infatti diritti frui­bili senza una potenza col­let­tiva che li sor­regge. E l’attacco del governo è, con qual­che per­versa siste­ma­ti­cità, indi­riz­zato con­tro le con­di­zioni (sociali e sin­da­cali) della potenza del lavoro. Strat­to­nato dalle stra­te­gie d’impresa che lo ren­de­vano una varia­bile sem­pre più pre­ca­ria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giu­ri­dica. Il pub­blico si ada­gia alle esi­genze fun­zio­nali dell’impresa pri­vata e costrui­sce un diritto con moduli, tempi, risar­ci­menti mone­tari richie­sti dal capi­tale. Con il suo turbo governo Renzi pro­cede a passi di gam­bero verso l’Ottocento. Nella sua fab­brica entra solo il car­tello che intima alla mano­do­pera di per­dere ogni spe­ranza di riscatto e di non distur­bare il padrone che dà l’opportunità di lavoro, e quindi va santificato. 
Nel regime giu­ri­dico duale, cioè con la com­pe­ti­zione inne­stata dalla norma dise­guale che dif­fe­ren­zia tra vec­chi e nuovi assunti ser­ven­dosi di pro­fili discri­mi­na­tori, l’impresa spera di otte­nere mag­giori poten­ziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minac­cia in virtù di nuovi poteri dispo­si­tivi e san­zio­na­tori. Con il suo Pier delle Vigne, la coman­dante dei vigili urbani di Firenze nomi­nata sul campo capo dell’ufficio legi­sla­tivo di palazzo Chigi, Renzi ha dav­vero posto fine al costi­tu­zio­na­li­smo della repub­blica. Già sepolti i suoi sog­getti poli­tici (i par­titi ideo­lo­gici di massa), ora sono spenti anche i suoi sog­getti sociali, il lavoro come sovrano della costi­tu­zione eco­no­mica. E’ comin­ciata un’altra epoca nel segno della destra eco­no­mica, cioè con lo sfac­ciato potere dell’impresa, con la sua giu­ri­sdi­zione pri­vata spie­tata e senza con­tro­par­tite. Il lavoro è scon­fitto, ma non vinto.



La sinistra Pd incolla i cocci: «Si può incidere solo uniti» 
Democrack. All’assemblea di Cuperlo la carica anti jobs act (fuori tempo massimo). A marzo assemblea delle minoranze. «Renzi ha umiliato i parlamentari». Anche Boldrini: il governo ascolti le camere» 

Daniela Preziosi, il Manifesto 21.2.2015 

L’occasione dell’autocoscienza della sini­stra Pd, all’indomani dell’approvazione dei decreti del jobs act, la dà l’assemblea dell’associazione di Gianni Cuperlo, Sini­stra­dem, una delle tante sigle della fra­sta­gliata mino­ranza Pd. Arri­vano i molti. Non tutti. Non c’è per esem­pio Roberto Spe­ranza, il pre­si­dente dei par­la­men­tari Pd, oltre­ché capo­fila dei ber­sa­niani ’dia­lo­ganti’ (con Renzi) di Area rifor­mi­sta. La cor­rente che ha subito un dop­pio «schiaffo» — è la parola più ripe­tuta dal palco — dal jobs act, uno poli­tico l’altro isti­tu­zio­nale: per­ché il pre­mier ha tra­dito l’atto di fidu­cia fatto al momento del voto sul prov­ve­di­mento (in 29 invece non l’anno votato) inse­rendo le norme sul licen­zia­mento col­let­tivo che prima non erano spe­ci­fi­cate; e per­ché il governo non ha tenuto conto dei pareri nega­tivi delle com­mis­sioni, insomma dei par­la­men­tari delle camere. Pareri in cui il Pd per una volta si era espresso uni­ta­ria­mente, ren­ziani e anti­ren­ziani. «Il governo ha preso in giro il par­la­mento, umi­liando depu­tati e sena­tori che si sono impe­gnati per miglio­rare il testo: un atteg­gia­mento ingiu­sti­fi­cato e ingiu­sti­fi­ca­bile», secondo i sena­tori For­naro, Guerra e Pego­rer. Su que­sto anche la pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini si fa sen­tire. I pareri delle com­mis­sioni par­la­men­tari, in caso di decreto, non sono vin­co­lanti, ma «sarebbe stato oppor­tuno tenerli nel dovuto conto», dice da Ancona, durante la visita a una scuola. E rin­cara: «Credo nei ruoli inter­medi, asso­cia­zioni, sin­da­cati. L’idea di avere un uomo solo al potere, con­tro tutti e in barba a tutto a me non piace. Non mi piace». 
A Roma anche Ste­fano Fas­sina è severo: «Nel nostro paese c’è una deriva ple­bi­sci­ta­ria della demo­cra­zia. Ormai si disco­no­scono i corpi inter­medi come Cgil, Cisl, Uil, le asso­cia­zioni di rap­pre­sen­tanza». Ma anche la demo­cra­zia interna del Pd lo «pre­oc­cupa»: «Negli ultimi dieci giorni, dopo la vicenda felice di Mat­ta­rella alla quale si è arri­vati non per gen­tile con­ces­sione del sovrano, sono avve­nuti due fatti di straor­di­na­ria gra­vità: votare da soli metà Costi­tu­zione, e il jobs act che ha igno­rato quanto deciso dalle com­mis­sioni e dall’odg della dire­zione nazio­nale del par­tito». In disac­cordo con lui Andrea Orlando, mini­stro della giu­sti­zia ma pre­sente all’assemblea da auto­re­vole espo­nente dei gio­vani tur­chi. «Que­sto governo affronta cose che per molto tempo sono state messe sotto il tap­peto, a par­tire dal tema del pre­ca­riato». Con quali risul­tati è cro­naca di que­sti giorni. I due hanno uno scam­bio poco cor­diale sotto il palco. 
Ma per quanto Fas­sina speri di cam­biare le regole del lavoro con una legge di ini­zia­tiva popo­lare (lo pro­pone la Cgil), e per quanto in molti ora chie­dano il finan­zia­mento degli ammor­tiz­za­tori sociali, il jobs act ormai è nelle mani del governo: cioè una sto­ria chiusa. Affi­data sem­mai al parere dei legali e della Corte Costi­tu­zio­nale, davanti alla quale Cgil e Fiom spe­rano di arrivare. 
Il futuro della mino­ranza Pd, anche della sua resi­dua (e inef­fi­cace) resi­stenza, è invece in un nodo di fondo: inven­tarsi qual­cosa per con­tare; o alzare ban­diera bianca. Ragiona Alfredo D’Attorre: «I pas­saggi suc­ces­sivi all’elezione del Capo dello Stato indi­cano che quando Renzi può pro­cede indi­pen­den­te­mente dal con­senso del pro­prio par­tito. Insomma: abbiamo inciso solo quando siamo stati uniti e deter­mi­nati». La pros­sima fron­tiera sarà il ritorno alla camera della legge elet­to­rale. Cuperlo, che è depu­tato, pro­mette bat­ta­glia, almeno sta­volta. «Ci bat­te­remo per modi­fi­care legge elet­to­rale, se il patto del Naza­reno non c’è più nulla lo impe­di­sce. Lo faremo e andremo fino in fondo». Anche Ber­sani si dichiara «leale alla ditta ma prima leale alla demo­cra­zia». Fas­sina insi­ste però sui com­por­ta­menti in aula: «A livello par­la­men­tare pos­siamo pro­muo­vere un coor­di­na­mento tra quelle per­sone che hanno anche pro­ve­nienze diverse e che però, non in astratto ma con com­por­ta­menti con­creti, hanno dimo­strato sul campo di volersi misu­rare su quello che sta suc­ce­dendo assu­men­dosi le pro­prie respon­sa­bi­lità». Magari, è la con­se­guenza, non votando un prov­ve­di­mento. Intanto l’appuntamento è a marzo per un’assemblea di tutte le sfu­ma­ture della sini­stra interna.


Jobs Act, Cgil: «Più precari e meno pagati, non è una riforma, è “ammuina”»
Jobs Act. Il governo: «Il Pil crescerà dell’1% nel 2020»
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Sul Jobs Act ci sono idee chiare. E incon­ci­lia­bili. All’indomani dell’approvazione defi­ni­tiva dei decreti su fles­si­bi­lità e ammor­tiz­za­tori sociali il governo Renzi ha emesso un comu­ni­cato dove sostiene che il prov­ve­di­mento avrà un impatto sul Pil addi­rit­tura del +1% nel 2020. Il tam tam ha messo di buo­nu­more le truppe ren­ziane che hanno esi­bito l’ottimismo d’ordinanza: «Dopo 20 anni alla flex si aggiunge secu­rity: ammor­tiz­za­tori, mater­nità, basta cococo coco­pro» ha scritto la mini­stra della fun­zione pub­blica Marianna Madia in un tweet cele­bra­tivo. Il sotto-segretario all’Istruzione Davide Faraone, che ha l’abitudine di inter­ve­nire su tutto, ha preso la mira con­tro la Cgil: «Il Jobs act è una riforma del lavoro seria e coe­rente. Ci dispiace che ci sia un atteg­gia­mento di resi­stenza. Quello schema di gioco che ci ha pro­po­sto la Cgil in que­sti anni non ha fun­zio­nato — dice — tanto è vero che la disoc­cu­pa­zione è aumen­tata. Noi stiamo pra­ti­cando un altro schema di gioco e pen­siamo che si vin­cente. I segnali che ci arri­vano sull’economia sono inco­rag­gianti, ma arri­vano per­ché c’è un governo che opera».
Dun­que, a metà del pome­rig­gio, dal fronte ren­ziano è spun­tata la seguente teo­ria: se dal 2078 a oggi, la disoc­cu­pa­zione è rad­dop­piata la colpa è della Cgil e non dei governi Ber­lu­sconi, Monti, Letta e Renzi. Gli ultimi tre gui­dati dalle «lar­ghe intese», con il Pd in prima fila. La rispo­sta del sin­da­cato è stata ispi­rata dall’ironia ed è stata affi­data a twit­ter con l’hashtag «solo ammuina»: i decreti attua­tivi del Job­sAct «non cam­bia­no­verso». Segue una serie di mes­saggi dove, in breve, si rias­su­mono le cri­ti­che ad un prov­ve­di­mento rite­nuto inef­fi­cace, inco­sti­tu­zio­nale e pro­dut­tore di nuova pre­ca­rietà a misura delle aziende– Quelle che hanno festeg­giato l’impresa ren­ziana. «Restano i cococo e si somma la mone­tiz­za­zione cre­scente. La pre­ca­rietà aumenta non dimi­nui­sce». Si cam­bia il nome del nuovo con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato intro­dotto da uno dei prov­ve­di­menti varati dal Cdm da «tutele cre­scenti» in «mone­tiz­za­zione crescente».
E ancora: «Più pre­ca­riz­zati, meno pagati», si legge ancora il pro­filo del sin­da­cato. «Sei a ter­mine, som­mi­ni­strato, a chia­mata, P. Iva, acces­so­rio, oppure sei inde­ter­mi­nato ma non più tute­lato. E se riven­di­chi i tuoi diritti sei deman­sio­nato o licen­ziato». Come si vede, sono idee dif­fi­cil­mente con­ci­lia­bili con quelle del fronte renziano.
Il sin­da­cato di Corso Ita­lia non è rima­sto da solo nel gioco delle dichia­ra­zioni con­trap­po­ste. Il segre­ta­rio della Uil Car­melo Bar­ba­gallo ha le idee chiare: «Hanno detto che avreb­bero tolto tutti i con­tratti di pre­ca­rietà, ma poi non l’hanno fatto. Sono dei bugiardi». Più pru­dente la rea­zione di Anna Maria Fur­lan, segre­ta­ria della Cisl: su alcune cose sono stati «fatti passi avanti» come per il con­tratto a tutele cre­scenti, men­tre su altre come lo sfol­ti­mento del numero dei con­tratti «il risul­tato è delu­dente». «Ci sono stati anche anche dei pareri non favo­re­voli da parte delle com­mis­sioni di Camera e Senato e forse sarebbe stato oppor­tuno tenerli nel dovuto conto» ha detto la pre­si­dente della Camera Laura Boldrini.
Rin­cara la dose il lea­der di Sel Ven­dola: «Que­sta è una con­tro­ri­forma. Con­ferma, nono­stante la volontà con­tra­ria del Par­la­mento, i licen­zia­menti col­let­tivi, non chia­ri­sce quali siano le risorse utili ad ali­men­tare gli ammor­tiz­za­tori sociali, con­ferma la spa­ri­zione dell’art.18, spa­ri­sce il diritto al lavoro e avanza il diritto al licen­zia­mento, restano 45 con­tratti ati­pici su 47». «Di cre­scente resta solo la pre­ca­rietà, culla della depres­sione eco­no­mica; riman­gono, per l’appunto, forme iper-flessibili come il lavoro a chia­mata e viene inco­rag­giata la »som­mi­ni­stra­zione» attacca il blog 5 Stelle di Grillo. Mau­ri­zio Sac­coni, gamba destra del governo, ha invece illu­strato i pros­simi passi dell’esecutivo: can­cel­lato lo sta­tuto dei lavo­ra­tori, creare un nuovo «Sta­tuto dei lavori» dove «rico­no­scere la pari dignità di tutti i lavori, dipen­denti e indi­pen­denti, con alcune tutele comuni».


Susanna Camusso “Firmiamo per un nuovo statuto dei lavoratori il governo cancella i diritti e non crea posti”

La leader della Cgil lancia la campagna per una legge di iniziativa popolare che ripristini l’articolo 18 con reintegro in caso di licenziamento illegittimo. “Coinvolgeremo il maggior numero di persone”

di Roberto Mania Repubblica 22.2.15

ROMA La sfida della Cgil al governo Renzi si chiama Nuovo Statuto dei lavoratori. «Si deve fare ogni sforzo — dice Susanna Camusso, segretario generale del sindacato più grande d’Italia — per ricostruire un diritto del lavoro dopo i danni determinati dalle scelte del governo. Vanno affermati diritti universali di tutti coloro che lavorano indipendentemente dal contratto».
È quel che dice il senatore del centrodestra Maurizio Sacconi secondo cui lo Statuto dei lavoratori è caduto ora va scritto uno Statuto dei lavori?
«No, assolutamente no. Il problema non sono i lavori — come sostiene il vero autore delle politiche del governo sul lavoro — il problema sono i diritti di coloro che lavorano. Nel decreto del governo non c’è alcuna estensione dei diritti e delle tutele. Non cambierà nulla ed è l’ennesima dimostrazione del baratro che c’è tra gli annunci e la realtà».
Parleremo del Nuovo Statuto. Renzi, intanto, ha detto che quella di venerdì è stata una “giornata storica” con l’abolizione dell’articolo 18 e la cancellazione delle false collaborazioni. Lei condivide?
«Ahimè sì. È stata una giornata molto negativa per le decisioni prese, per la filosofia che si è affermata, per il rapporto che si è stabilito con il Parlamento. Per i diritti, per i lavoratori, per i giovani è una giornata da segnare in nero, mi auguro che sarà al più presto cancellata».
Eppure, nel decreto c’è scritto che “il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro”. Non è la richiesta della Cgil?
«Certo, ma quello che hanno realizzato non è un contratto a tempo indeterminato. Per noi il rapporto di lavoro porta in sé le tutele e il riconoscimento delle libertà dei lavoratori. La monetizzazione crescente non è un rapporto di lavoro nel quale si realizza la libertà del lavoratore. C’è piuttosto lo stato di perenne condizionamento, la costituzione di uno stato servile e non paritario».
Lei parla di uno stato “servile” del lavoratore perché è stato abolito il diritto al reintegro. Ma l’articolo 18 si applicava e si applica ai lavoratori già assunti solo nelle aziende con più di quindici dipendenti. Tutti gli altri sarebbero già oggi in condizioni di servilismo?
«La questione, come abbiamo sempre detto e come ha sempre affermato la giurisprudenza, è l’effetto deterrente che l’articolo 18 dispiegava: non mi puoi licenziare ingiustamente perché mi posso difendere. Ora, con la stessa filosofia della soglia del 3 per cento sull’evasione fiscale, si stabilisce che è accettabile un comportamento anche se illegittimo. Questa sì è davvero una rivoluzione o meglio una contro-rivoluzione. Ed è contro i soggetti più deboli».
La tesi del governo è che il superamento dell’articolo 18 toglie ogni alibi alle imprese e dunque offre più opportunità di lavoro ai giovani. Non vale la pena accettare meno diritti e più lavoro?
«Ci sarebbero più opportunità di lavoro se qualcuno si occupasse di creare lavoro. È che nessuno lo fa. Rimane sempre lo stesso bacino di tre milioni di disoccupati e del 40 per cento di giovani senza lavoro. Se solo si sbloccasse quella follia della legge sull’età pensionabile si determinerebbero 400 mila assunzioni senza bisogno di falcidiare i diritti, demansionare i lavoratori e creare precariato mascherato. Renzi sbandiera il vessillo del primato della politica e poi delega tutto alle imprese».
E se fosse vero che con il decreto 200 mila finti collaboratori saranno assunti, come ha detto Renzi, con un contratto a tempo indeterminato?
«Ecco: questo è il tipico modo di costruire una notizia. Tutti danno per scontato questa operazione ma nessuno andrà a verificare cosa, come e se si realizzerà. Ad esempio, dove sono i vincoli che permettono a un giovane collaboratore di chiedere la trasformazione del suo contratto? Non c’è niente. E in più tutti i contratti precari escono indenni dal decreto».
La Cgil proclamerà un nuovo sciopero generale?
«Continueremo la mobilitazione, con tutte le forme necessarie. Le ho detto: va ricostruito un diritto del lavoro. Dobbiamo mettere in campo una campagna che parli a tutto il Paese».
Per difendere il vecchio Statuto del 1970?
«A parte che, per fortuna, non è stato ancora del tutto smantellato, pensiamo che ci voglia una legge universale che riconosca a tutti gli stessi diritti perché non è vero che per riconoscere la modernità si debbano cancellare i diritti. Raccoglieremo le firme su questo per una legge di iniziativa popolare» Quando sarà pronta?
«Ci stiamo lavorando e coinvolgeremo il maggior numero di lavoratori, persone, associazioni, studiosi possibile».
Pensate anche di raccogliere le firme per un referendum abrogativo del Jobs Act?
«Non abbiamo escluso nulla. Valuteremo tutto ciò che è utile a sostenere la nostra proposta di legge».
Ma se la riforma dovesse funzionare non sarebbe una bella notizia anche per voi?
«Mi chiede se saremmo contenti di una ripresa dell’occupazione? Ne saremmo entusiasti. Vorrebbe dire che l’Italia, con il lavoro di tanti, è uscita dalla crisi. La realtà è però un’altra. Se la Fiat decide di assumere a Melfi lo fa non perché i diritti dell’articolo 18 sono stati cancellati ma perché, cambiando strategia, ha scelto di produrre un nuovo modello in Basilicata. La realtà dice anche che a maggio scadrà la cassa integrazione in deroga. Quelle persone saranno licenziate?».



Graziano Delrio Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: “Non vedo una guida solitaria. C’è un leader e sono due cose differenti. Se la sinistra è spaventata dalla leadership, ha un problema di modernità”

“Nessuna umiliazione del Parlamento vedremo tra un anno chi avrà avuto ragione”

intervista di Goffredo De Marchis Repubblica 22.2.15

ROMA . Il sottosegretario a Palazzo Chigi Graziano Delrio risponde a Laura Boldrini che lamenta il totale disinteresse del governo per i pareri del Parlamento sul Jobs Act e accusa Renzi di essere un uomo solo al comando. «Non esiste un uomo solo al comando. Esiste un leader. Sono due cose differenti. Se la sinistra, e parlo in generale, è spaventata dalla leadership ha un problema di modernità ». Alla minoranza del Pd che annuncia battaglia contro l’Italicum, dice: «Tutto è migliorabile, ma il punto di equilibrio lo abbiamo già raggiunto con il testo votato in Senato». E interviene anche sul partito per assicurare che non nasce una corrente di catto-renziani «come area in cui l’appartenenza conta più del pensiero». Possono nascere invece «luoghi di riflessione leggeri, aperti, quasi disorganizzati per mantenere il collegamento con la società».
A proposito di correnti, la Sinistra dem vi accusa di non avere tenuto conto dei pareri parlamentari sui licenziamenti collettivi, di aver seguito la linea della trojka. In effetti tutti i deputati del Pd, senza distinzioni, vi avevano chiesto di cambiare.
«Ormai l’impostazione era quella. E si teneva con un equilibrio complessivo che per noi era l’unico a garantire la vera efficacia del provvedimento».
La presidente della Camera Boldrini fa capire che così avete umiliato il Parlamento.
«Abbiamo il massimo rispetto del Parlamento, però non rovesciamo la frittata. Il parere non era vincolante, non esisteva alcun obbligo di recepirlo. Il governo quindi ha esercitato un suo pieno diritto ma senza volontà di umiliare le Camere o i sindacati. Con quei decreti pensiamo di aumentare complessivamente l’occupazione per la prima volta dopo anni di perdita. Se ci sbagliamo siamo pronti a correggerci. Siamo convinti tuttavia che attraverso il mix di misure del Jobs Act fra un anno si vedranno dei risultati».
Non c’è invece la tendenza di Renzi a procedere evitando il confronto, a recitare la parte dell’uomo solo al comando come dice la stessa Boldrini?
«Non vedo l’uomo solo al comando. C’è un leader e sono due cose differenti. Se la sinistra è spaventata dalla leadership, e non mi riferisco alla Boldrini parlo in generale, ha un problema di modernità. La sinistra ha bisogno di un leader come lo hanno avuto i grandi partiti storici. Come lo erano De Gasperi e Togliatti, Berlinguer e Moro. Eppoi Matteo non è solo. Ha intorno a sé un gruppo dirigente molto ampio e molto rinnovato. Nella squadra dei ministri, nei sindaci, sui territori. Qualcuno può pensare che non sia all’altezza ma non che non esista».
Un team di fedelissimi?
«E’ libero di non credermi, ma Renzi ascolta una quantità impressionante di persone del mondo del lavoro, dell’impresa, della cultura. Lo fa ogni giorno, è una ginnastica di ascolto che non si vede ma le garantisco, è costante, quotidiana. Non sono fedelissimi».
Vi confronterete con la minoranza sull’Italicum, cambiando i capolista bloccati e dando il premio alla coalizione al ballottaggio?
«L’obiettivo del governo è una buona legge elettorale e al Senato si è raggiunta un’intesa giusta. Proviamo a fare un flash back. L’Italia, un anno fa, era il Paese del caos, delle riforme bloccate, dell’instabilità. Un anno dopo, secondo l’Ocse, siamo il Paese che ha fatto il maggior numero di riforme strutturali e profonde. Eravamo gli osservati speciali dodici mesi fa e ora siamo un Paese guida dell’Eurogruppo, che aiuta a risolvere questioni enormi come la Grecia. Questa nostra credibilità, conquistata anche con il lavoro straordinario del Parlamento, non la manteniamo se si rimette tutto in discussione. Ogni cosa è migliorabile ma in linea di massima, sulla legge elettorale, il punto di equilibrio lo abbiamo già trovato».
Renzi non aveva promesso “mai più correnti nel Pd”? Sembra che lei e altri ne stiate preparando più di una.
«Con Matteo abbiamo sempre avuto un’idea molto ampia del partito, come di un campo largo, mai organizzato in settori o in correnti come quelle che si sono sempre conosciute».
Cioè?
«Gruppi dirigenti attraverso cui persone interessate trovano spazio e protagonismo solo perché appartengono a un consesso organizzato. Luoghi difensivi di questo genere non devono e non possono esistere nel Pd».
E allora?
«Allora, come avviene nella Cdu e in tutti i grandi partiti europei, si possono creare non aree di potere ma di pensiero. Le correnti vanno rottamate. Luoghi dove la società e i parlamentari riflettono sulle sfide della modernità possono invece avere un ruolo e offrire un contributo al partito».
Se non è zuppa è pan bagnato.
«Non è così. Io penso a iniziative leggere, aperte in cui mai l’appartenenza deve sostituirsi al pensiero. Penso al campo che crearono Moro e Dossetti. Certo non era una corrente a caccia di poltrone ma di profondità e di un rapporto con la vita quotidiana delle persone».
Questi movimenti intorno a Renzi non segnalano uno scontro tra fedelissimi per chi siede alla destra del capo?
«Non c’è nessuno scontro nel campo renziano. Vogliamo semmai moltiplicare i contributi e moltiplicare il protagonismo dei parlamentari, dei sindaci e degli amministratori locali. Potrà capitare che qualche volta marceremo divisi per colpire uniti, ma il rischio correntizio non esiste. Per me le correnti sono la morte delle persone libere».
Sul suo cellulare il numero di Renzi è sempre memorizzato come Mosè?
«Sempre. E la nostra Terra promessa è quella dove c’è più lavoro, dove ci sono più occupati».



La morsa blocca-politica

Renzi come Mussolini? Da una parte ci sono i consociativisti, dall’altra i maggioritari

di roberto D’Alimonte Il Sole 22.2.15

Renzi come Mussolini? Chi l'avrebbe mai detto un anno fa quando l'allora segretario del Pd è diventato premier che la sua determinazione a fare le riforme sarebbe stata paragonata all'autoritarismo del duce? Eppure è successo. All'indomani del recente voto alla Camera sulla riforma costituzionale ne abbiamo sentite di tutti i colori. La presunta deriva autoritaria imputata a Renzi è diventata un ritornello che rischia di far breccia tra cittadini sempre più disorientati. L'Aula semivuota della Camera è stata accostata addirittura all'Aventino del 1924. L’opposizione di Fi, Lega e M5s è diventata la voce di chi vuole difendere con tutti i mezzi la democrazia in pericolo. Anche chi non arriva a parlare di deriva autoritaria subisce il fascino perverso dell’aula semivuota. Perfino dentro la maggioranza di governo c’è chi pensa in buona fede, o forse no, che in una aula semivuota non si possa approvare la riforma della Carta. Questa è diventata la nuova tesi dei frenatori. Come se l’aula semivuota fosse qualcosa di sostanzialmente diverso dal voto di chi resta in aula e vota no.
A tutti costoro occorre ricordare ancora una volta che questo Parlamento liquido è il risultato di una elezione che ha creato una situazione politica fragilissima. Il 25 febbraio 2013 le urne non solo non hanno prodotto una maggioranza ma hanno portato in Parlamento forze incompatibili tra di loro. Partiti che non hanno un minimo denominatore comune come fu invece nella Assemblea Costituente nel 1946. In questo Parlamento, non in quello che vorremo ci fosse, la scelta è chiara: fare le riforme con chi ci sta o non farle per niente. Renzi ha scelto di farle con chi ci sta. Lo ha detto fin dall’inizio della sua avventura e sta tenendo fede alla sua strategia. Non è detto che ci riesca, ma ci prova. Il bello è che ora viene criticato perché vuole andare avanti da solo. Fino a poco tempo fa lo era perché voleva fare le riforme con Berlusconi. Questo è già un paradosso. Ma ce ne sono altri.
Le differenze tra il testo della riforma costituzionale approvato in Senato ad agosto 2014 e quello che sta per essere approvato alla Camera nei prossimi giorni sono modeste. Nessuna norma rilevante è stata modificata. Al Senato la riforma è stata approvata con i voti di Forza Italia. Non risulta che il partito di Berlusconi sia stato costretto a farlo. Si presume che lo abbia fatto perché la riteneva utile al paese. Adesso che lui e Renzi hanno litigato sulla elezione di Mattarella quella riforma, che il cavaliere dimezzato aveva sostenuto in agosto al Senato, non va più bene. È la stessa identica riforma ma non va più bene.
Ma non è la giravolta di Berlusconi che ci sorprende. Alla incoerenza del cavaliere siamo abituati. Quello che stupisce sono i commenti di chi parla ora di deriva autoritaria dopo la rottura del patto del Nazareno. La maggioranza che ha votato a favore della riforma alla Camera è la stessa di quella che aveva votato a favore al Senato meno Forza Italia. Lega, M5s e Sel hanno votato contro allora e hanno votato contro ora. La differenza la fa Forza Italia. Ergo, con i voti di Forza Italia la riforma andava bene e adesso che il partito di Berlusconi si è sfilato non va più bene ? Berlusconi sarà contento di sapere che ha in mano il potere di decidere sulla legittimità o meno della riforma costituzionale.
Ma non sono i paradossi che ci aiutano a capire. Il nocciolo della questione è un altro. Anche se non è del tutto chiaro all’opinione pubblica, e forse nemmeno ai protagonisti, la vera posta in gioco non è l’uno o l’altro aspetto delle riforme istituzionali in itinere, ma il modello di democrazia che queste configurano. Da una parte c'è chi ha nostalgia di un modello consociativo e consensuale, fatto di continue mediazioni e di larghe condivisioni. È il modello della Prima Repubblica cui sono affezionati la sinistra Pd, Sel e tanti costituzionalisti. Dall’altra c’è il M5s che oscilla tra democrazia diretta e democrazia assembleare, tra la centralità della rete e quella del parlamento. E poi c’è Renzi che punta a un modello di democrazia maggioritaria. Quello che si è fatto strada a partire dal 1993, prima nei governi locali e regionali e poi – più faticosamente e imperfettamente - a livello nazionale. È un modello di democrazia in cui chi vince governa. È il modello dell’Italicum e della attuale riforma costituzionale. Quale sia in questo preciso momento il modello preferito da Berlusconi non si sa. Deve ancora decidere.
Questi modelli di democrazia sono incompatibili tra loro. Ognuno ha una sua logica di funzionamento. Qualche compromesso è possibile su punti marginali ma non sugli aspetti essenziali. Per questo l'Italia è a un bivio. È da più di venti anni che si cerca di modernizzare il nostro sistema istituzionale. Certo, sarebbe meglio farlo con una larga condivisione come fu nel biennio 1946-1947. Ma i tempi non sono quelli. Oggi bisogna fare realisticamente i conti con l’esito delle ultime elezioni e con visioni molto diverse della democrazia. L’alternativa è lo stallo. Ed è una opzione inaccettabile. Cosa si dovrebbe fare ? Tornare alle urne per ritrovarsi dopo il voto nello stesso pantano ?
La democrazia maggioritaria non è l’anticamera dell'autoritarismo. Questa è una caricatura di chi non conosce cosa c'è fuori dai nostri confini. E poi in nessun articolo della Costituzione è scritto che occorrano super-maggioranze per cambiare la Carta. È richiesta solo la maggioranza assoluta. L’idea che la Costituzione vada cambiata con larghe maggioranze appartiene ad una visione consociativa e consensuale della democrazia. La Costituzione stessa prevede che al posto di una super-maggioranza di parlamentari la riforma possa essere approvata dalla maggioranza dei cittadini attraverso il referendum. Saranno dunque gli elettori a decidere sulla legittimità della nuova Costituzione. E nessuno allora si ricorderà delle aule semivuote di oggi. Questa è democrazia maggioritaria. E di questo modello abbiamo bisogno in questa fase della nostra storia.