martedì 31 marzo 2015

Da Spinoza a Hegel e Marx: una lettura

Libre comme Spinoza<br><i>Une introduction à la lecture de l’Éthique</i>Denis Collin: Libre comme Spinoza. Une introduction à la lecture de l’Éthique, Max Milo Éditions 

Risvolto

Spinoza est le principal et le plus génial représentant de ces « Lumières radicales » identifiées par l’historien Jonathan Israël. Il n’est pas un penseur solitaire, mais un homme engagé à sa façon dans un puissant mouvement qui vise l’émancipation humaine. Avec Spinoza s’annonce « le crépuscule de la servitude ». Et c’est bien d’un grand commencement dont il s’agit.

Il ne faut pas se méprendre. Les lumières de Spinoza ne consistent pas seulement à dissiper les prétendus mystères et les brumes de la religion pour leur substituer la connaissance scientifique, rationnelle, de la réalité (Dieu ou la nature). Spinoza n’est pas seulement un démystificateur : il ne s’agit pas d’ôter les fleurs imaginaires qui camouflent les chaînes mais de briser les chaînes qui asservissent l’homme pour cueillir la fleur vivante. Comprendre les lois de la nature, c’est très bien, mais plus utile encore est la compréhension des lois de la nature humaine, la compréhension des mécanismes affectifs qui permettent la domination des uns et la servitude de tous. C’est le sens profond de L’Éthique : comment se libérer, comment bien vivre ? Les plus grands, Diderot, Hegel, Marx, se nourriront de cet enseignement-là.

Denis Collin est philosophe et professeur de philosophie. Il a publié de nombreux ouvrages en philosophie générale ou en philosophie politique et morale, des études consacrées Marx, Machiavel ou Vico. Ses articles et contributions sont disponibles sur le site Philosophie et politique.



Non più schiavi delle passioni 
Filosofia. «Libre comme Spinoza. Une introduction à la lecture de l’Éthique» di Denis Collin, pubblicato da Max Milo Éditions di Parigi. Per una nuova rilettura del «conosci te stesso» e dei propri limiti

Alberto Giovanni Biuso, 31.3.2015 

L’Ethica ordine geo­me­trico demon­strata non è sol­tanto uno dei libri più grandi che siano stati scritti, è soprat­tutto un libro vivo. In Libre comme Spi­noza. Une intro­duc­tion à la lec­ture de l’Éthique (Max Milo Édi­tions, pp. 287, euro 19,90) Denis Col­lin accom­pa­gna il let­tore in que­sto labi­rinto di sag­gezza, senza mai ridurre il cam­mino a un sem­plice com­mento, ma diven­tando una vera «intro­du­zione» alla com­ples­sità del pen­siero spi­no­ziano.
Con­tra­ria­mente a ciò che a volte si pensa, Spi­noza (1632 — 1677) non fu affatto un pen­sa­tore soli­ta­rio e misco­no­sciuto ma intrat­tenne rap­porti sia diretti sia epi­sto­lari con alcuni dei più impor­tanti stu­diosi del suo tempo, fu un uomo cele­bre già da vivo — per quanto sem­pre riser­vato -, costan­te­mente impe­gnato nel dibat­tito poli­tico della sua epoca. Anche l’Ethica è un libro poli­tico poi­ché enun­cia le strut­ture meta­fi­si­che dell’emancipazione. Eman­ci­pa­zione da ogni super­sti­zione vale a dire dagli errori e dagli equi­voci con­cet­tuali che impri­gio­nano le nostre vite tra le stan­ghe dell’inquietudine e della sot­to­mis­sione alle pas­sioni indi­vi­duali e col­let­tive. Pas­sioni che Spi­noza non rifiuta affatto, giu­di­can­dole anzi costi­tu­tive dell’umano, ma che inse­gna a gestire e a vivere in modo che non ci dan­neg­gino troppo e anzi ci sosten­gano nell’esistere. Chi vuole essere libero deve vivere nell’immanenza, nella pie­nezza del qui e ora. 
La costanza indi­strut­ti­bile di tutto ciò che esi­ste viene defi­nita da Spi­noza con la parola Deus, che quindi non ha alcun signi­fi­cato per­so­na­li­stico, non è una volontà ma indica la potenza eterna dell’essere, della quale noi e ogni altro ente siamo mani­fe­sta­zione par­ziale ed eterna in quanto par­te­ci­piamo dell’eternità della sostanza. C’è in Spi­noza una chiara decli­na­zione anti­sog­get­ti­vi­stica, avversa all’interiorità e favo­re­vole invece alle strut­ture ogget­tive della mate­ria e delle sue leggi. Al di là dei due gradi dell’immaginazione con­fusa e della ragione cal­co­lante, que­sto filo­sofo coglie il livello supremo dell’intuizione intesa come amor Dei intel­lec­tua­lis, come com­pren­sione e accet­ta­zione del fatto che il cor­po­mente umano è parte di un tutto. La mente altro non è che l’idea del corpo: «Sot­to­li­neare que­sto: ’la mente è l’idea del corpo’ e non ’la mente ha l’idea del corpo’». 
La filo­so­fia è come un impa­rare a nuo­tare diven­tando una cosa sola con l’acqua in cui si è immersi: «Ci sem­bra che l’amore intel­let­tuale di Dio è que­sto! Il momento in cui la mente sin­gola non esi­ste più come un sog­getto di fronte all’oggetto, il momento in cui i pen­sieri del sag­gio sono tal­mente coor­di­nati con i pen­sieri delle cose e con l’idea di Dio, che la mente del sag­gio è come si esten­desse alla dimen­sione del mondo intero, e dun­que che la parte si estenda al tutto (almeno poten­zial­mente)». Il pen­siero di Spi­noza è una «filo­so­fia del limite», distante da qual­siasi antro­po­cen­tri­smo, cri­stiano o car­te­siano che sia, e vicino invece al pen­siero dei Greci: «Si può vedere in que­sto pen­siero dell’impotenza umana una trac­cia dell’idea greca che sot­to­mette l’uomo all’ordine dell’universo e con­danna le pre­tese umane di sfug­gire a tale ordine, con­danna la dismi­sura, ciò che i Greci con­si­de­ra­vano come il solo vero pec­cato — ricor­diamo che il ’cono­sci te stesso’ signi­fica prima di tutto: ’cono­sci la tua pro­pria misura’. Qui si può anche vedere una pre­fi­gu­ra­zione di alcune cor­renti del pen­siero moderno, le quali con­dan­nano la folle pre­tesa umana di domi­nare la natura». 
Uno Spi­noza greco emerge quindi dalla let­tura di Col­lin, sem­pre attento a cogliere e a chia­rire «il carat­tere pro­fon­da­mente clas­sico dell’etica spi­no­ziana e i suoi intimi rap­porti con le con­ce­zioni degli anti­chi», in par­ti­co­lare con l’epicureismo e con l’Etica nico­ma­chea di Ari­sto­tele. Greco anche per­ché lon­tano da ogni spe­ranza: «Il sag­gio non ha biso­gno di spe­rare, poi­ché è pie­na­mente felice» nel senso che egli accetta sino in fondo la natura desi­de­rante della sostanza umana — senza la quale saremmo sem­pli­ce­mente morti — ma la volge in azione del cor­po­mente, non suben­dola più come pas­sione della volontà in balia degli eventi esterni. Siamo dun­que mac­chine del desi­de­rio e lo siamo al punto che «filo­so­fare non vuol dire rinun­ciare alla gioia e al desi­de­rio, al con­tra­rio signi­fica dare loro il mas­simo spa­zio» all’interno della strut­tura neces­sa­ria della vita. 
Sta qui la piena con­se­quen­zia­lità della cri­tica radi­cale che Spi­noza ha rivolto alla super­sti­zione del libero arbi­trio, poi­ché cre­dersi liberi — nel senso di non avere cause agenti delle pro­prie deci­sioni — signi­fica sem­pli­ce­mente sepa­rare l’umano dalla natura e quindi dalla sostanza, tra­sfor­marlo in un «impero den­tro l’impero», non com­pren­derlo più nel cer­chio vasto dell’essere, sul quale si fonda anche la comu­nità umana libera per­ché costruita sul limite reci­proco e con­di­viso, nel quale la «poten­tia» di cia­scuno non diventa «pote­stas» tiran­nica di nessuno. 
Lo spi­no­zi­smo è una «gaia scienza», assai vicina a quella nie­tzscheana, sia come filo­so­fia del sospetto verso i prin­cipi morali ete­ro­nomi sia come disin­canto. Di que­sta gaia scienza è parte la com­pren­sione di uno dei sen­ti­menti più potenti che si diano, la pas­sione amo­rosa. Spi­noza, come molti faranno dopo di lui con stru­menti di carat­tere più empi­rico o più arti­stico, mostra come noi non amiamo qual­cosa o qual­cuno per­ché è «buono» ma lo giu­di­chiamo tale pro­prio per­ché lo desi­de­riamo, lo amiamo. L’amore è cieco, alla lettera. 
Spi­noza rimane, invece e ine­vi­ta­bil­mente, legato ad alcuni dei pre­giu­dizi e delle con­vin­zioni del suo tempo, anche quando sono evi­den­te­mente con­trari allo spi­rito pro­fondo della pro­pria filo­so­fia. Tra que­sti pre­giu­dizi c’è la rela­zione gerar­chica e antro­po­cen­trica con gli altri ani­mali. Se, a dif­fe­renza di Descar­tes, Spi­noza ammette che gli ani­mali abbiano sen­sa­zioni, «afferma che l’uomo ha tut­ta­via il diritto di disporne secondo la sua volontà: il diritto non è che una que­stione di potere ed essendo il potere umano supe­riore a quello degli ani­mali, egli può imporre il suo diritto di natura». E que­sto dimo­stra che anche l’uomo più sag­gio, il filo­sofo più acuto, non può del tutto astrarsi dal pro­prio tempo.

Ancora su "Stati di crisi" di Bauman-Bordoni

Risultati immagini per Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni: Stato di crisi
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Interregno, lo spazio liquido dell’esistenza 
Saggi. «Stato di crisi» di Carlo Bordoni e Zygmunt Bauman, per Einaudi. L’impoverimento e le disuguaglianze sociali hanno evidenziato l’implosione di un modello economico. ’Ue è il laboratorio dove sperimentare, in più occasioni, le varie politiche legate all’austerity

Benedetto Vecchi, 31.3.2015 

Un dia­logo dove uno dei par­te­ci­panti incalza l’altro, il quale si sot­trae e spinge la discus­sione su altri binari. E quando la parola torna al primo, quest’ultimo non può che ripren­dere il ban­dolo della matassa e cer­care di rites­sere le fila di una discus­sione che corre il rischio annul­larsi in una serie di mono­lo­ghi. La forma del dia­logo per affron­tare un tema è antica, la si trova nella filo­so­fia greca, ma anche in testi sacri, com­preso il vec­chio testa­mento. La sua effi­ca­cia dipende dal tema pre­scelto e dalla volontà dei pro­ta­go­ni­sti del dia­logo di misu­rarsi con punti di vista che non sem­pre coin­ci­dono. Nel caso di Stato di crisi (Einaudi, pp. 198, euro 18) è però evi­dente che Zyg­munt Bau­man e Carlo Bor­doni sono più che dispo­ni­bili a misu­rarsi con le tesi che ven­gono espresse.
Carlo Bor­doni è un socio­logo che stu­dia da tempo la «demas­si­fi­ca­zione» delle società con­tem­po­ra­nee. Ha deli­neato la deriva cul­tu­rale verso un indi­vi­dua­li­smo pro­prie­ta­rio, sot­to­li­neando i tratti di nichi­li­smo, nar­ci­si­smo che emer­gono quando una mol­ti­tu­dine – una som­ma­to­ria gene­rica di sin­goli di sin­goli, per Bor­doni — prende il posto delle classi sociali. Zyg­munt Bau­man è invece il teo­rico della moder­nità liquida.
In que­sto libro svolge il ruolo del sag­gio stu­dioso che, alla luce della sua espe­rienza, è poco incline a fare pro­prie sug­ge­stioni teo­ri­che che il sistema dei media porta alla ribalta. Misura le parole, quasi volesse sug­ge­rire al suo inter­lo­cu­tore che la crisi, il tema attorno al quale ruota il loro dia­logo, costringa a misu­rarsi pro­prio con la moder­nità, i suoi punti di forza, ma anche i vicoli cie­chi che l’hanno carat­te­riz­zata. Segnala, infatti, che in nome delle pro­messe degli esordi — libertà, benes­sere per tutti — sono state erette pri­gioni e costruiti campi di lavoro. E che per ren­dere ope­ra­tiva almeno una di quelle pro­messe, il benes­sere della nazione, sono stati indi­vi­duati dei nemici e pia­ni­fi­cato il loro ster­mi­nio. Per que­sto invita più volte a dotarsi di bus­sole che orien­tino con chia­rezza la mar­cia da intra­pren­dere nell’interregno che separa il pre­sente e un futuro che in molti vedono negato dalle poli­ti­che del neo­li­be­ra­li­smo e che altri temono come la peste, per­ché con­vinti che non potrà che peg­gio­rare le loro con­di­zioni di vita. A tale richie­sta di cau­tela pro­gram­ma­tica Bor­doni ade­ri­sce, ma più volte mette nero su bianco che — rispetto le sfide poste dalla situa­zione di crisi eco­no­mica — vanno imma­gi­nate anche rispo­ste politiche. 

Legit­ti­mità perduta
Il titolo del libro in que­stione chia­ri­sce tut­ta­via quale sia il timore di Carlo Bor­doni. Lo Stato di crisi attorno al quale discu­tono i due stu­diosi non si rife­ri­sce solo alla crisi che dal 2007 in poi ha get­tato nel panico e nel lastrico milioni di per­sone. L’impoverimento, la disoc­cu­pa­zione di massa, l’aumento espo­nen­ziale delle disu­gua­glianze sociali hanno reso evi­dente l’implosione di un modello eco­no­mico e sociale che era stato impo­sto per­ché il pre­ce­dente mostrava evi­denti segni di logo­ra­mento; per que­sto si è impo­sta la con­vin­zione che ha avuto la capa­cità di costruire un forte e niente affatto effi­mero con­senso, di rimuo­vere, con le buone ma anche con le cat­tive, i vin­coli posti dal cosid­detto regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stica fordista.
Sono ormai pas­sati trent’anni da quando alcuni lea­der poli­tici (Mar­ga­ret That­cher e Ronald Rea­gan) e un nutrito gruppo di eco­no­mi­sti invi­ta­vano con voce sua­dente a lasciare liberi gli spi­riti ani­mali del mer­cato per­ché — così facendo — tutto sarebbe andato per il meglio. Le cose non sono andate per niente bene, ma l’idea che il libero mer­cato fosse il miglior modo di pen­sare e di far fun­zio­nare l’economia è stata egemone.
Non è sem­pre con­vin­cente la gene­ra­liz­za­zione che i due autori fanno, spe­cial­mente quando met­tono in secondo piano il fatto che il neo­li­be­ri­smo ha modi­fi­cato a favore delle imprese, e del capi­tale, i rap­porti di forza. Le posi­zioni di Bau­man e Bor­doni col­gono però il segno quando sot­to­li­neano che, con la crisi, il neo­li­be­ri­smo, ha perso con­senso e legit­ti­mità, anche se non si capi­sce con chia­rezza quale sia il modo di pro­durre che possa far ripar­tire la loco­mo­tiva dell’economia mondiale. 
Il neo­li­be­ri­smo, infatti, ha costi­tuito una discon­ti­nuità rispetto al pas­sato. Dif­fi­cile ripro­porre un ritorno al wel­fare state su base nazio­nale, viste le inter­di­pen­denze che carat­te­riz­zano l’economia mon­diale. Un modo per sbro­gliare la matassa potrebbe par­tire però dall’analisi di come ha col­pito la crisi. Sono cre­sciute le disu­gua­glianze nel capi­ta­li­smo euro­peo e sta­tu­ni­tense; i diritti di cit­ta­di­nanza sono diven­tati merci da acqui­stare sul mer­cato dei ser­vizi sociali; la pre­ca­rietà è diven­tata l’alfa e l’omega nei rap­porti di lavoro.
Cose note, meno evi­dente è invece il fatto che sono state defi­nite vie d’uscita dalla crisi del neo­li­be­ri­smo all’interno dello stessa regime di accu­mu­la­zione. L’Unione euro­pea è, da que­sto punto di vista, un labo­ra­to­rio sociale e poli­tico di uscita dalla crisi attra­verso le poli­ti­che di auste­rity.
Ad altre lati­tu­dini, sono ope­ra­tive solu­zioni che, sem­pre in nome del libero mer­cato, vedono lo stato svol­gere, attra­verso un governo gestito con mano ferma di un par­tito comu­ni­sta, una dut­tile e comun­que evi­dente fun­zione pia­ni­fi­ca­trice. Non è tut­ta­via que­sto che i due autori vogliono indagare. 

Un futuro da ricreare
Il libro oscilla dalla volontà di offrire una foto­gra­fia non sfo­cata della realtà con­tem­po­ra­nea e l’ambizione di costruire una vera e pro­pria capa­cità inter­pre­ta­tiva dello stato di crisi, appunto, che nelle pagine di que­sto libro ha molto a che fare con la crisi della modernità. 
E se Bau­man pre­fe­ri­sce, come è noto, par­lare di moder­nità liquida, Bor­doni avanza il sospetto che più di fine della moder­nità si debba par­lare di una sorta di venir meno di un intera costel­la­zione cul­tu­rale, poli­tica e eco­no­mica basata sul l’idea di pro­gresso, dove il futuro non poteva essere che migliore del pas­sato.
Ele­mento cen­trale della sua rifles­sione è appunto la «demas­si­fi­ca­zione» delle società con­tem­po­ra­nee: pro­spet­tiva ana­li­tica che il socio­logo polacco inqua­dra però come un ele­mento pro­prio della moder­nità, che al sem­pre messo al cen­tro il sin­golo, che poteva certo atten­dere per con­se­guire i suoi obiet­tivi, ma era con­sa­pe­vole che tutti gli sforzi erano fina­liz­zati alla sua feli­cità. La parola chiave, magica del libro è dun­que inter­re­gno, cioè di una tran­si­zione da un modo di pro­du­zione all’altro. Quel che però è assente dal libro che la crisi, cioè lo stare pro­prio in un inter­re­gno, è una con­di­zione non con­giun­tu­rale, ma sta­bile del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo. In altri ter­mini, l’interregno sarà la realtà «sta­bile» della vita asso­ciata. E che in que­sto inter­re­gno si defi­ni­ranno poli­ti­che sociali e eco­no­mi­che per gestire una realtà che ha sì messo in qua­ran­tena l’idea di pro­gresso, ma senza rinun­ciare a defi­nire le regole bron­zee del capi­ta­li­smo nella pro­du­zione della ricchezza. 
C’è sem­pre un però da met­tere in campo: che la crisi, così come vivere nell’interregno, diventi una pos­si­bi­lità per affer­mare quel ren­dere realtà un bino­mio che ha accom­pa­gnato la moder­nità: cioè quella pos­si­bi­lità di vivere insieme, ma da liberi e eguali.

Quella parte di sinistra che immagina di essere socialdemocratica non libera il campo

Non esiste più la socialdemocrazia, non c'è più spazio. Socialdemocrazia è una nostalgia ancora più utopistica del soviet [SGA].

Qui per Lazar qui per Piketty

La parola Sinistra e la bussola dei diritti

Governare il pluralismo non è per nulla facile La Sinistra ha un compito arduo e non immune da rischi di divisioni e abbandoni

di Nadia Urbinati Repubblica 31.3.15

LAVECCHIAS inistra parlava al singolare. Aveva una dottrina che dettava la via, una leadership granitica e (nei Paesi comunisti) personale, una classe sociale compatta e omogenea per forza o, nel migliore degli scenari, per propaganda.
LIBERARE la Sinistra dal linguaggio singolare, scioglierla dal vincolo del consenso unanime e dal verticalismo è stato un lavoro difficile e nei fatti mai compiuto, realizzato parzialmente grazie prima di tutto al successo e alla tenuta della democrazia elettorale. Perché più gli elettori si sono sentiti liberi di andarsene e cambiare partito, più la Sinistra che parlava al singolare si è indebolita.
«Non lascio ad altri il monopolio della parola sinistra», dice adesso il segretario del Partito democratico. Ma governare il pluralismo non è per nulla facile. La difficoltà sta nel riuscire a tenere insieme la lealtà ad alcuni valori e principi di giustizia e l’interpretazione sui modi e la strategia della loro realizzazione. Come ci ha spiegato Thomas Piketty in un articolo su Repubblica, le politiche neoliberali che hanno in questi anni ammagliato i partiti di Sinistra dell’establishment mettono in seria discussione la possibilità di tenere viva un’unità di discorso in forza, non di fedi a una dottrina o una leadership, ma della ragionata condivisione e della competente realizzazione di politiche ispirate ai valori e ai principi che sono tradizionalmente della Sinistra e che, non per caso, sono anche quelli che meglio realizzano le promesse della democrazia. La Sinistra deve accettare la sfida del pluralismo interpretativo senza cedere alla tentazione di affastellare tutto quello che gli esperti di comunicazione suggeriscono per vincere nei sondaggi e conquistare la maggioranza. Vincere per che cosa? Cercare di costruire maggioranze solide per avviare quali politiche?
La Sinistra post-singolare non ha ancora appreso a rispondere con convinzione e coerenza a queste domande. E le Sinistre si moltiplicano. Collidono tra di loro proprio perché si è frantumata la linea interpretativa capace di dare un’unità di discorso e di intenti alla pluralità delle opinioni. A frantumarsi è la capacità di competere per il meglio, ovvero su come rendere possibile la giustizia sociale, su quali politiche adottare per affermarla o difenderla, su quali siano le parti della società che la rivendicano o perché ne sono state private o perché non l’hanno ancora goduta. Diventando plurale, la Sinistra non deve diventare un agglomerato indistinto: questo non è un obiettivo facile, ed è in effetti proprio quel che sembra oggi più difficile da ottenere a giudicare dalla fioritura delle Sinistre, soprattutto sociali (a Sinistra della Sinistra parlamentare), come ha ben argomentato da Marc Lazar qualche giorno fa su questo giornale.
Da quando esiste (ovvero da quando funziona la competizione politica per il consenso elettorale), la Sinistra si è proposta come una forza che parteggia per quella parte di società che rappresenta bisogni più universali ed è per questo sorgente di diritti. Scriveva Antonio Gramsci parlando dei partiti dell’establishment del suo tempo che essi erano incapaci di «spirito pubblico» e di politiche nazionali perché incapaci di «sentire» la sofferenza o i bisogni delle moltitudini, di comprendere il significato della «solidarietà disinteressata ». Tradotto in linguaggio contemporaneo, il problema della Sinistra è di accettare troppo acriticamente il modello neoliberale, di identificare occupazione con qualunque lavoro, di dissociare il lavoro dai diritti, diritti sociali ma anche di libertà dal dominio che il potere economico diseguale rende fatale.
La Sinistra plurale ha di fronte a sé un compito arduo e per nulla immune da rischi di divisioni e di abbandoni: quello di tenere la bussola orientata verso il benessere dei molti e non dei pochi e di farlo senza buttare alle ortiche i diritti. E ancora Piketty: «Dagli anni 80 in poi, la progressività dei sistemi fiscali si è drasticamente ridotta, con una riduzione su vasta scala delle imposte applicabili ai redditi più elevati e un graduale aumento delle tasse indirette, che colpiscono i più poveri». Un benessere interpretato con il linguaggio dei diritti e della solidarietà sociale, fondato su politiche sociali e servizi pubblici: sono queste le parole che dovrebbero tornare ad avere piena legittimità nella Sinistra plurale.

Dall’astensionismo alla Le Pen La sinistra ha tradito Hollande
In molti feudi “rossi” gli operai hanno disertato le urne o votato a destradi Leonardo Martinelli La Stampa 31.3.15
Il dipartimento del Nord, quello di Lilla, terra di operai e industrie: al secondo turno delle provinciali, domenica, la sinistra l’ha perso. L’Essonne, alle porte di Parigi, periferia popolare: perduta anche questa provincia. Le Bouches-du-Rhône, l’agglomerato di Marsiglia, altro bastione storico per i socialisti: caduto, inesorabilmente. Nessuno di questi dipartimenti è passato al Front National: sono andati tutti all’Ump, la formazione conservatrice, quella di Nicolas Sarkozy. L’estrema destra, però, ha favorito tale esito «aspirando» una buona parte dei voti della gauche, quelli dell’elettorato più popolare, che alle presidenziali del 2012 aveva votato Hollande.
Le ali estreme
«Quasi mai si tratta di una migrazione diretta – sottolinea Jérôme Sainte-Marie, presidente dell’istituto di sondaggi Pollingvox -. Avviene, invece, per tappe. Quegli elettori passano prima attraverso il limbo dell’astensionismo. Poi, se ritornano a votare, in tanti scelgono l’Fn ». Questo avviene anche nel caso del Front de Gauche, l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, che nel 2012 votò per Hollande e ora lo tratta da traditore. Lo scetticismo nei confronti dell’euro e certi discorsi battaglieri contro le banche accomunano Mélenchon a Marine Le Pen: ma anche tra le due formazioni il trapasso, quando c’è, avviene progressivamente. Ad esempio è stato «digerito» con l’astensionismo alle elezioni europee o a quelle municipali dell’anno scorso.
Sainte-Marie non dispone ancora di dati nazionali. Ma ha gestito di persona i sondaggi in alcuni dipartimenti che erano roccaforti storiche della sinistra, nella zona di Parigi e nel Sud. «Quando ho visto che al primo turno il 50% degli operai ha dichiarato di aver votato il Front – sottolinea -, ho dovuto ricontrollare le cifre. Non ci potevo credere. Le loro mogli sono spesso impiegate di basso livello. Tra di loro l’Fn era al 40% perché le donne fanno più resistenza a votare per il partito della Le Pen».
I sondaggisti
Una cosa è certa : sondaggisti e analisti concordano sul fatto che nessuno (o quasi) degli elettori persi dai socialisti è andato verso l’Ump. O diventano astensionisti o votano per l’Fn. «Anzi, domenica, al secondo turno delle dipartimentali, abbiamo assistito a un ritorno di voti all’Ump, persi in precedenza proprio a favore dell’Fn», osserva uno dei consiglieri strategici di Sarkozy (e che non vuole essere citato). «In media nei collegi dove al ballottaggio l’Ump ha affrontato il Ps, i due terzi di coloro che avevano votato Fn al primo turno hanno optato poi per il candidato del partito di Sarkozy». Anche Stéphane Rozès, consulente per Hollande alle presidenziali del 2012, conferma che «non ci sono voti persi dai socialisti che sono passati all’Ump. Gli elettori delusi dalla sinistra, se non diventano astensionisti, passano all’Fn».
I guai dell’Eliseo
Rozès è ancora oggi all’Eliseo un «visitatore della sera», come a Parigi chiamano coloro che alla fine della giornata vengono ammessi alla corte di re François: a cercare di trovare una soluzione agli svariati problemi che la gestione Hollande si trova ad affrontare. Il presidente ha annunciato che, malgrado la disfatta delle ultime elezioni, va avanti sulla sua strada: Manuel Valls come premier non si tocca. Neppure la politica dell’austerità voluta dall’Europa. «Hollande l’aveva promesso nel 2012: vuole mantenere il modello socio-economico francese, ma riformandolo, in sintonia con Bruxelles – conclude Rozès -. La Le Pen promette di conservarlo senza sottostare agli obblighi che arrivano dall’esterno ». I francesi, quelli resi più deboli dalla crisi, le vogliono credere.

Quei gran minchioni della sinistra PD: sperare che Renzi li spazzi via e godere della loro disfatta o temere che possano passare con il Landini?

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E' un bel dilemma. Ma la goduria di vederli in malora, dopo che per 20 anni ci hanno preso in giro, prevale [SGA].

Camusso: “Il mio bacio con Landini? Cofferati non dia lezioni di affettività”
La leader della Cgil al suo predecessore: «Non accetto lezioni da chi da un giorno all’altro se ne andò a fare il sindaco a Bologna»
La Stampa 31.3.15

Alberto Leiss il manifesto 31.3.15


Ora Camusso incalza Landini: sgomberi il terreno dalle ambiguità


di Alessandro Trocino Corriere 31.3.15
ROMA «Il sindacato non deve dare messaggi ambigui». Susanna Camusso, da Piazza pulita , si rivolge a Maurizio Landini, che con la sua coalizione sociale e la manifestazione in piazza del Popolo ha lanciato un messaggio politico contro il governo: «L’ambiguità non fa bene al sindacato — spiega il segretario della Cgil —. Non fa bene dare il dubbio ai lavoratori e alle lavoratrici che ci stiamo preparando dei destini personali: sgombera il terreno».
La Camusso era in piazza sabato, anche se ha deciso di non parlare dal palco. Sergio Cofferati, che aderirà alla coalizione sociale con una sua associazione, giudica il bacio con Landini «un brutto bacio, un gesto brutto, con lei che si ritrae». La Camusso replica così: «Lezioni di affettività da Cofferati non ne prendo. Trovo che sia scadente disquisire su una foto. Eravamo insieme nell’ultimo pezzo di corteo. Dobbiamo discutere di chi un giorno ci ha detto “ciao ciao, vado a fare il sindaco di Bologna?”».
Intanto la coalizione sociale si è messa in moto. Si esclude che l’obiettivo finale sia la costituzione di un partito, mentre probabilmente la tappa intermedia sarà un coordinamento. Ci sta lavorando, oltre a Landini, Michele De Palma, coordinatore nazionale Fiat-auto del sindacato dei metalmeccanici. Ne faranno parte alcune associazioni, come Libera. Gino Strada, di Emergency, invece non ne sa nulla: «Cos’è sta roba? Sono in Sierra Leone da sei mesi, non ci tirate in mezzo. Sono iscritto alla Fiom e sostengo Maurizio. Ma la cosa per ora finisce lì. Poi vediamo cosa farà, se farà politica o altro».
La svolta di Landini è guardata con diffidenza dai colleghi sindacalisti. Carmelo Barbagallo, segretario della Uil, lo avverte: «Tutti gli ex sindacalisti che si sono messi a fare partiti sono scomparsi dalla scena politica». Dura anche Annamaria Furlan, leader della Cisl: «Il grande movimento che vuole costruire Landini di sindacale ha davvero poco. Landini sono tre anni che non firma contratti, ha dimenticato come si fa». Ancora più esplicito il segretario generale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli: «Operazione sbagliata, è apprendistato pre-elettorale». Ostili anche i 5 Stelle — «è nostalgico», dice Luigi Di Maio — mentre Goffredo Bettini apprezza: «Come Renzi vuole fare saltare il banco, burocratico: per questo viene criticato sia dal sindacato tradizionale sia dalla sinistra del Pd».


La minaccia della minoranza: «Al senato le riforme su un binario morto» La direzione Pd inizia con un applauso a Ingrao, padre del dissenso, e finisce con il dissenso spianato e un voto bulgaro di Daniela Preziosi il manifesto 31.3.15

Italicum  La madre di tutte le battaglie
di Marcello Sorgi La Stampa 31.3.15

Sarà la madre di tutte le battaglie - e la partita in cui si deciderà il destino di questa legislatura nata sciancata, senza un vero baricentro politico e una vera maggioranza - la sfida che si prepara alla Camera sulla legge elettorale. Renzi ha scelto di anticiparla, somministrandone ieri un sapido antipasto alla minoranza del Pd, perché ha capito che ogni giorno in più d’attesa rischiava di trascinare lui e il suo governo nel pantano che corrisponde all’umore di pancia dell’attuale Parlamento.
Un Parlamento in cui nessuno o quasi vuole andare a votare, temendo di perdere il posto, ma pensa che se proprio ci si dovrà andare, presto o tardi, sarebbe meglio con il Consultellum, il meccanismo di emergenza previsto dalla Corte Costituzionale con la sentenza con cui ha cancellato il Porcellum. Che prevede, appunto, un proporzionale con le preferenze grazie al quale verrebbero elette nuove Camere abbastanza simili a quelle attuali, in cui nessuno ha ottenuto la maggioranza e il governo si regge sull’alleanza del centrosinistra con un pezzo di centrodestra e sulla disponibilità trasformista dei gruppi e gruppuscoli che continuano a nascere dalle scissioni dei partiti maggiori.
Va detto che non potevano fare altro i giudici costituzionali - tra i quali, va ricordato, al momento della sentenza, figuravano ben tre candidati alla Presidenza della Repubblica, nonché accademici tra i più conosciuti in materia costituzionale: Giuliano Amato, Sabino Cassese e Sergio Mattarella, padre di un’altra legge elettorale maggioritaria e da qualche settimana eletto Capo dello Stato con largo suffragio. Chiamati a proclamare la manifesta incostituzionalità del Porcellum introdotto dieci anni fa dal centrodestra, e non potendo lasciare il Paese privo di sistema elettorale, dovettero cucire i pezzi di quel che restava della vecchia legge per assicurare una ruota di scorta, nel malaugurato caso che il Parlamento privo di maggioranze non fosse in grado di assolvere al suo compito e approvare una legge più organica.
A dire il vero, di ipotesi sul da farsi ce n’erano, per questa come per altre riforme. A metterle per iscritto, nel tempestoso avvio di legislatura del 2013 in cui le Camere non erano state capaci, né di dar vita a un governo, né di eleggere il nuovo Presidente dal Repubblica, tanto che era stato necessario procedere alla rielezione di quello uscente, ci aveva pensato il Comitato dei saggi voluto da Giorgio Napolitano. Quel comitato aveva prodotto un catalogo di proposte, alcune condivise, altre no, che dovevano fornire un semilavorato per i Costituenti a venire. E in effetti, fu proprio a partire da quel decalogo che il centrodestra e il centrosinistra, ma in realtà Renzi e Berlusconi, a un certo punto trovarono l’accordo - il famigerato patto del Nazareno - per realizzare il minimo indispensabile delle riforme che aspettavano da anni, per non dire da decenni, di essere approvate: la fine del bicameralismo perfetto, una diversa disciplina dei rapporti tra Stato e Regioni e la legge elettorale.
È esattamente su questo programma che le Camere hanno lavorato in questa prima metà della legislatura. Con più o meno accordo, anzi con tassi di disaccordo crescente, ma tuttavia giungendo alle prime due approvazioni (delle quattro necessarie) della riforma del Senato e all’approvazione da parte del Senato della riforma elettorale, che adesso arriva alla Camera per il sì definitivo. Questi i fatti. Non ci sarebbe neppure bisogno di ricordarli, tanto sono vicini e presenti a tutti. Ma giova farlo egualmente, dato che questo insieme, da un giorno all’altro, diciamo dall’elezione del Presidente della Repubblica in poi, dacché era un programma condiviso, o almeno sostenuto da una maggioranza, s’è trasformato nella «deriva autoritaria» di Renzi: che a giudizio di Berlusconi, non più suo alleato, e degli oppositori interni del Pd, vorrebbe imporre una specie di golpe per garantirsi nientemeno che un decennio di potere assoluto.
Ora, che in qualsiasi momento di un percorso parlamentare possa esserci un ripensamento, di uno o più partiti, e le riforme che fino a ieri sembravano opportune possano essere rimesse in discussione, è legittimo, e ci mancherebbe. Nel passato recente e in quello remoto (basti pensare alla famosa Bicamerale di D’Alema e al «patto della crostata» tradito in una notte) è già accaduto. Tra l’altro, se parliamo del centrodestra, lo sfarinamento del partito di Berlusconi è tale da non consentire all’ex Cavaliere di governare nessuna intesa. Se invece ci si accosta all’opposizione interna del Pd, è innegabile che molte delle richieste che venivano dalla minoranza anti-renziana, specialmente in materia elettorale, siano state accolte nel corso del lungo iter parlamentare della legge: il doppio turno al posto di quello singolo, le preferenze reintrodotte a dispetto del referendum del ’91 che le aveva abolite, la riduzione e l’innalzamento delle soglie, secondo che si tratti di quelle minime, per consentire ai partiti minori di entrare in Parlamento, o di quella massima per ottenere il premio di maggioranza grazie al quale si ottiene un risultato chiaro e un governo dotato di una maggioranza per governare. La trattativa è stata così lunga che a un certo punto anche il presidente Napolitano, che aveva svolto un’opera di mediazione tra il premier e i suoi oppositori, dovette arrendersi al dubbio che il negoziato fosse allungato all’infinito, più per evitare di decidere, che non per migliorare la legge.
Ieri Renzi e gli avversari dell’Italicum hanno incrociato le armi per l’ultima volta in direzione, prima di contarsi a Montecitorio. Stretta a sinistra dal nascente movimento di Landini e dai grillini, e a destra, ma meglio sarebbe dire da sopra, dall’incalzante pressione del premier, la minoranza Pd va allo scontro divisa e nell’imbarazzante condizione di doversi alleare con il centrodestra e i suoi franchi tiratori, pur di fermare la legge e riportarla al Senato. Così è chiara almeno la posta in gioco nella madre di tutte le battaglie: la scelta non è tra due diverse riforme; ma tra la riforma e l’eterno vizio italiano del rinvio.

Lo spartiacque dei democratici l’ultimo addio al vecchio partito
Renzi non ha concesso nulla alla minoranza. Sarebbe apparso strano il contrario: la sinistra Pd non fa paura di Stefano Folli Repubblica 31.3.15

È STATA una direzione del Pd che a suo modo segna uno spartiacque. A causa del clima interno, per la frattura netta — e tuttavia priva di conseguenze drammatiche — fra le correnti sulla legge elettorale. Ma anche per il clima esterno: le inchieste giudiziarie, l’arresto del sindaco di Ischia, le cooperative coinvolte con accuse pesanti. È una coincidenza, senza dubbio, ma carica di simbologie.
È come se il vecchio partito nato venticinque anni fa dalla consunzione del Pci, via via arricchito dall’innesto di altri filoni culturali, a cominciare dalla sinistra cattolica, passato attraverso l’esperimento dell’Ulivo prodiano e infine sfociato nel Partito Democratico, avesse concluso la sua parabola. La legge elettorale che il premier-segretario sta imponendo con inesorabile determinazione crea di fatto un altro soggetto politico, centrato su di una leadership forte e pronto a portare in Parlamento, quando sarà il momento, una cospicua rappresentanza della nuova Italia renziana. Il cambio di passo annichilisce i sopravvissuti delle stagioni trascorse, li cancella come protagonisti e persino comprimari del dibattito politico. Li lascia in campo fino al 2018 (o meglio, fin quando durerà l’attuale legislatura), ma solo come testimoni del passato. Inoltre li costringe ad assistere al lento smantellamento di un sistema di potere.
Comunque si voglia giudicarle nel merito, infatti, le iniziative della magistratura hanno un retrogusto politico: colpiscono un certo mondo della sinistra fatto di quadri locali, di piccoli e medi amministratori connessi, in forma diretta o indiretta, alla rete delle cooperative. Si ipotizzano reati, talvolta anche gravi, che riempiono le cronache. Ma il significato è più ampio, va al di là della singola indagine giudiziaria. In realtà si incrinano le fondamenta del «sistema». Un sistema privo nella maggior parte dei casi di risvolti illeciti, ma espressione di un vecchio rapporto fra il partito e i centri economici. Tale rapporto viene messo in discussione, un passo alla volta, dall’avanzata del «renzismo». Ed è l’aspetto più rilevante. Ma poi gli arresti, gli indagati, le notizie di tangenti fanno capire quanto possa essere rapida la crisi dell’antico assetto.
All’interno di questo scenario, Renzi non ha concesso nulla alla minoranza sulla legge elettorale. Sarebbe apparso strano il contrario: la sinistra Pd non fa più paura. Di qui i toni secchi al limite dell’irrisione, il rifiuto esplicito del «ricatto», la volontà di approvare il testo alla Camera entro maggio. Renzi ha vinto a mani basse il confronto con i suoi oppositori e anche in questo caso non c’è da meravigliarsi. Ha ottenuto la «fiducia politica» richiesta: quanti hanno votato si sono espressi all’unanimità in suo favore; gli altri, gli avversari, non hanno partecipato al voto. In tal modo hanno evitato di contarsi, ma hanno anche dimostrato la loro estrema debolezza. Se avessero preso parte alla votazione, il fronte anti-Renzi aveva buone probabilità di spaccarsi, assecondando la strategia del premier che punta — e non da oggi — a separare i giovani dai vecchi capi storici, i Bersani e i D’Alema. Una divisione che nei fatti è già avvenuta, come si vedrà nel prossimo futuro.
Ne deriva che un mattone dietro l’altro prende forma la fisionomia del nuovo partito, grazie al collante della riforma elettorale. Intorno al leader si aggregano pezzi di correnti in via di scomposizione e figure singole approdate da altre formazioni, dal Sel a Scelta Civica. Oppositori e dissidenti perdono terreno giorno dopo giorno. Ma non tutto è in discesa nemmeno per il premiersegretario. È vero che le inchieste della magistratura colpiscono il sistema di potere preesistente a Renzi, ma è pur sempre lui il capo del Pd, cioè il responsabile politico delle zone opache. La faccenda dei sottosegretari indagati non è in realtà risolta e pesa. Come pesa la questione De Luca in Campania. La costruzione del nuovo «partito della nazione» richiede ancora molti passaggi spinosi per il leader.


L’opposizione evoca la scissione: “La ditta non c’è più”
di Goffredo De Marchis Repubblica 31.3.15

ROMA La Ditta non esiste più, «non a caso ieri non l’ha nominata nessuno», osserva Pippo Civati. La tenuta del Partito democratico stavolta è davvero a rischio, non funziona più l’antico slogan coniato da Bersani per indicare la fedeltà alla linea, sempre e comunque. Roberto Speranza mette in guardia: «Rischiamo di perdere un pezzo del Pd. Ma io credo ancora in una soluzione». Sembra essere l’unico a sperare in un lieto fine. O almeno in una tregua. «Non c’è più il Pd che abbiamo costruito — drammatizza Alfredo D’Attorre —. Di conseguenza non c’è più la Ditta. Renzi non ha nemmeno replicato al dibattito in direzione. Significa che ha già deciso ed è tutto finto, roba buona solo per lo show in streaming».
Finto o finito? La minoranza non ha partecipato al voto sulla legge elettorale. Il premier non ha lasciato margini di trattativa e in questo modo i dissidenti si tengono le mani libere per la discussione in aula. Se l’Italicum è la madre di tutte le battaglie per Renzi, lo è diventata anche per i ribelli. «Io non so se chiamarla scissione — spiega Civati —. So che adesso tutti quelli che si oppongono al segretario hanno capito che i margini della trattativa sono nulli. Chiamiamola rottura, chiamiamola spaccatura. Comunque il Pd è più diviso di ieri. Lentamente si vede che una parte dei nostri elettori non ci segue più. Forse è il 10 per cento, forse il 5. Ma è una massa, piccola o grande che sia, in fuga. Per loro la scissione è già cominciata. Hanno capito prima di noi parlamentari che non si può dialogare con Renzi».
Se è una conta, i numeri sono decisivi. Le minoranze unite, che ieri hanno dato un primo timido segnale di compattezza evitando di votare in direzione, stanno valutando le truppe di cui dispongono alla Camera. Il dato oscilla tra 100 e 110 deputati, un terzo del gigantesco gruppo parlamentare, un piccolo esercito sufficiente a mandare sotto il governo e a rovinare i piani di Renzi: approvare l’Italicum prima delle regionali dribblando un possibile ritorno del testo al Senato. Ora Fassina dice che il loro “no” all’Italicum non influisce sul governo, non lo indebolisce perché «le materie di rango costituzionale vivono di vita propria». Figurarsi. Non è quello che pensa Renzi, il quale affida alle sorti della legge quelle del governo e della legislatura. Ovvero, se si verifica un incidente in aula si torna a elezioni. E non ci crede tanto neppure Fassina che evocando lo slogan bersaniano lo rottama: «La Ditta funziona quando il capo sa ascoltare davvero, oltre che decidere». Se il capo si comporta come Renzi, l’azienda si scioglie. O diventa un’altra cosa.
La battaglia dell’Italicum punta, nelle intenzioni della minoranza, a dimostrare che il Pd ha subito una «mutazione genetica». L’occasione è proprio il voto in aula. Nel caso arrivasse il soccorso azzurro di una ventina di deputati fedeli a Denis Verdini, nostalgico del patto del Nazareno, sarà la prova che il Partito democratico si è spostato verso la destra più invisa a un certo elettorato. È il modo per dimostrare che a sinistra lo spazio si allarga e si può costruire qualcosa. Semmai, la scissione la fa Renzi accettando la stampella di Verdini.
In un clima incandescente, sul terrazzo della sede Pd da cui si accede alla sala della direzione, il premier viene accusato delle peggiori intenzioni. «Si tiene aperte due caselle ministeriali (Affari regionali e In- frastrutture ndr) promettendo posti a tutti per guadagnarsi il favore di pezzi di minoranza », dice un bersaniano. Altri sospettano una “compravendita” di deputati. Esplicitamente insinuano il dubbio che voglia andare a elezioni presto, lasciando da parte la riforma costituzionale. A Speranza, in un incontro recente, Renzi ha spiegato che basta una decreto ministeriale per estendere l’Italicum anche al Senato non riformato. «Ecco, appunto», chiosa il bersaniano.
Le minoranze si preparano a usare tutte le cartucce. Compreso il richiamo a Sergio Mattarella, extrema ratio di una lotta feroce. «Renzi ci ha sempre chiesto di fidarci di lui — ricorda Francesco Boccia —. Stavolta sia lui a fidarsi di noi, del Pd». Sono i tentativi finali di trovare un compromesso, contando su una marcia indietro del premier alla vigilia del voto in aula, previsto dopo il 27 aprile. Speranza, leader di Area riformista, proverà fino in fondo. Chiede 20 giorni di tempo per decidere. Mette a disposizione la sua poltrona di capogruppo, se è un problema di teste da tagliare. Cuperlo garantisce una solidità del voto al Senato in cambio di modifiche condivise che riportino il testo a Palazzo Madama. Posizione distinte sulle quali i renziani contano per spaccare il fronte del no e avere i voti necessari subito. Ieri, a fatica, è passata la proposta di Civati che ha portato tutte le minoranze a astenersi dal voto in direzione: «A suo modo ha funzionato perché è stata finalmente una giornata di chiarezza ». Ma le carte sono tutte da giocare. Anche quella del voto di fiducia che ieri Renzi non ha smentito. E che ridurrebbe la quota 100 dei dissidenti a numeri molto inferiori. Ma lascerebbe lo stesso una ferita insanabile.

Sul genocidio armeno

Risultati immagini per La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondoAndrea Riccardi: La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo, Laterza, pp.240, e 18

Risvolto
«Alla fine del mese di ottobre 1915, lo sterminio dei cristiani di Mardin sembrava essere concluso. Tuttavia un centinaio di persone vivevano ancora: erano vecchi, donne anziane, infermi. Il turco Bedreddin fu preso da zelo: “Spazzateli via, e che non ne rimanga nemmeno uno”. Con questi cento sopravvissuti fece un convoglio che, deportato nel deserto, sparì per sempre». Mardin è una delle tante città dell’impero ottomano dove, durante la prima guerra mondiale, si è consumata la strage degli armeni e dei cristiani. Una violenza che ha segnato in profondità quelle regioni e che non è cessata: sono passati cento anni e la persecuzione in Medio Oriente continua.
Anche oggi, a pochi chilometri da Mardin, oltre la frontiera turca, in Siria e in Iraq, si combatte con una crudeltà senza misura. Di nuovo, come allora, si assiste a deportazioni, massacri, sgozzamenti, rapimenti, vendita di donne e di bambini. Molti si chiedono: da dove viene tanta ferocia? Dal profondo di una religione, l’islam, o da una storia di convivenza difficile? Oggi, come ieri, si consuma una pagina della ‘morte’ dei cristiani d’Oriente.

ARMENI Papa Benedetto XV contro il genocidioVito Punzi Avvenire 4 aprile 2015

Cristiani e armeni a Mardin Un secolo fa la strage rimossa 

Il cinico calcolo dei Giovani turchi, laici: aizzare l’odio delle popolazioni islamiche 
Martedì 31 Marzo, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
Nella Turchia sudorientale, in una zona abitata prevalentemente da curdi, vi è una delle più belle città del Medio Oriente. È Mardin, una meta turistica premiata dall’Unesco per la straordinaria varietà della sua architettura religiosa: chiese, monasteri, moschee, sinagoghe, castelli medioevali. Oggi la sua popolazione è in grande maggioranza musulmana, ma nel 1915, quando fu teatro degli avvenimenti evocati in un libro di Andrea Riccardi pubblicato ora da Laterza, i cristiani avevano nove chiese, tre conventi e formavano una sorta di catalogo vivente del Cristianesimo romano e greco: armeni in buona parte, ma anche cattolici di rito latino, ortodossi, assiri, siriaci, caldei, tutti assistiti dai loro vescovi e patriarchi. I campanili e i minareti svettano ancora sulla città, costruita sul pendio di una grande montagna, ma le comunità cattoliche e ortodosse sono oggi soltanto il pallido ricordo di un mondo in buona parte scomparso. 

Questo libro ( La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo , pp.240, e 18) è anzitutto un’opera di pietà storica, scritta per ricordare la sorte dei cristiani d’Oriente, travolti anche in anni più recenti dalle guerre combattute in Libano, in Iraq, e in Siria. Riccardi dice implicitamente al lettore che la tragica cronaca delle persecuzioni subite dagli armeni agli inizi della Grande guerra non sarebbe completa se non ricordasse che il loro destino, in particolare a Mardin, fu condiviso dai cristiani. 
Ma l’autore non è soltanto il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e, quindi, un cattolico militante. È anche uno studioso a cui preme ricostruire il contesto storico di quelle persecuzioni. Nel luglio del 1914, quando il governo austro-ungarico inviò alla Serbia l’ultimatum che avrebbe scatenato la Grande guerra, la Turchia era appena uscita da una umiliante sconfitta nella Seconda guerra balcanica e dal colpo di Stato che aveva dato il potere ai «Giovani turchi» di Unione e Progresso. I suoi tre Pascià — Djemal, Enver, Talaat — erano ferocemente nazionalisti e profondamente convinti che la sovranità dello Stato ottomano fosse minacciata dalle continue ingerenze delle potenze straniere nella politica dell’Impero. Le sue finanze erano soggette alla vigilanza di banchieri europei, organizzati in una specie di Fondo monetario internazionale. Le comunità religiose non musulmane avevano potenti protettori stranieri: la Russia per gli ortodossi e gli armeni, la Francia e altri Paesi cattolici per i cristiani latini, la Gran Bretagna per i protestanti e gli ebrei. I trattati sulle capitolazioni avevano garantito alle comunità nazionali straniere una sorta di indipendenza giudiziaria, che intaccava profondamente la sovranità dello Stato. 
Al nuovo governo di Costantinopoli la guerra europea parve una provvidenziale via d’uscita. Il 9 settembre 1914 fu annunciato al mondo che le capitolazioni sarebbero state abolite, con un documento in cui si affermava tra l’altro che l’abolizione avrebbe permesso di realizzare le riforme ripetutamente sollecitate dalle grandi potenze. Due mesi dopo, mentre la Turchia era da qualche giorno in guerra a fianco della Germania, fu proclamata la Grande Jihad. La guerra santa presentava in quel momento un doppio vantaggio. Forniva alle masse anatoliche, ancora devotamente musulmane, una motivazione spirituale sul campo di battaglia; e dava alle persecuzioni contro i cristiani una giustificazione patriottico-religiosa. Per quanto concerneva gli armeni, in particolare, la guerra contro la Russia avrebbe permesso al governo turco di trattare la loro comunità come una pericolosa quinta colonna. Armate di questi argomenti le autorità turche dettero il via alle deportazioni e ai massacri. Quando gli ambasciatori dei Paesi neutrali, fra cui Henry Morgenthau, rappresentante degli Stati Uniti, deplorarono i metodi utilizzati, Enver replicò con sfacciata franchezza: «L’odio tra turchi e armeni è così grande che dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi». 
I metodi usati per i massacri, come scrive Riccardi, furono una disordinata combinazione di violenza pubblica e organizzata, casuale e venale. Vi furono molti casi in cui gli armeni credettero di avere salvato la loro vita con il pagamento di esosi riscatti, ma caddero egualmente nella trappola della deportazione e dell’eccidio. Ve ne furono altri in cui pietosi musulmani cercarono di nasconderli e salvarli. E ve ne furono altri ancora in cui le vittime divennero merce da vendere e comprare. A differenza di ciò che sarebbe accaduto nella Germania di Hitler, l’odio fu molto più religioso e identitario che razziale, e colpì contemporaneamente, come nel caso di Mardin, altri cristiani. 
Vi è in questa tragica vicenda un paradosso. Come ricorda Riccardi, gli strateghi dei massacri erano solo formalmente musulmani. I Giovani turchi conoscevano l’Europa, avevano avuto frequentazioni massoniche nelle capitali europee, invidiavano e ammiravano le società laiche, erano soprattutto nazionalisti e spesso atei. Usarono l’Islam per meglio motivare le truppe, i gendarmi, i funzionari dell’amministrazione imperiale a cui sarebbe spettato il compito di eseguire gli ordini del governo. Non fu il primo e non sarebbe stato purtroppo l’ultimo caso. Gli avvenimenti degli ultimi trent’anni, dalla guerra afgana a quella di Bosnia, dai massacri di Boko Haram in Nigeria a quelli dell’Isis in Iraq e in Siria, dimostrano quale uso perverso possa essere fatto della fede per accendere gli animi, alimentare l’odio e scatenare conflitti . 
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Quando Istanbul condannò a morte i cristiani d’Oriente
Il libro di Andrea Riccardi ricostruisce una delle stragi dell’estate 1915 che annientò il pluralismo delle fedi
di Lucio Caracciolo Repubblica 27.4.15
SI può scrivere un bel libro di storia, rigoroso e robusto nelle fonti, chiaro e sobrio nella scrittura, che sia anche di strettissima attualità. È il caso dell’ultimo lavoro di Andrea Riccardi, storico dell’età contemporanea e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, dedicato a La strage dei cristiani.
Mardin, gli armeni e la fine di un mondo (Laterza, pagg. 230, euro 18). Dove l’universo in estinzione è quello dei cristiani d’Oriente, che fino a cent’anni fa marcavano una presenza radicata nelle terre amministrate dalla Sublime Porta, già scossa dal giovane nazionalismo turco. Nel 1914, ad esempio, nella metropoli imperiale Istanbul i cristiani erano ancora il 38,4 per cento della popolazione, in Anatolia il 16,6 per cento. E nel centro agricolo e commerciale di Mardin, situato nell’Anatolia sud-orientale, fulcro dell’indagine di Riccardi, probabilmente di più.
È attraverso il prisma di Mardin che l’autore legge la parabola finale di quei cristiani orientali, colpiti dai musulmani di Turchia anche per vendicare la disfatta nelle guerre balcaniche ad opera delle potenze “crociate”. Qui, nell’estate del 1915, in piena guerra mondiale, il moribondo impero ottomano fece deportare e in parte massacrare le antiche comunità cristiane, soprattutto (ma non solo) l’armena. Quelle stragi possono essere lette in filigrana come l’altra faccia del collasso di un secolare quanto precario compromesso fra la maggioranza musulmana e i cristiani, come anche altre fedi minoritarie, nel contesto ottomano. Equilibrio infine distrutto dai Giovani Turchi e dalle loro organizzazioni paramilitari, parallele allo Stato, nelle cui pieghe si infiltravano banditi d’ogni risma ed etnia, dagli immigrati caucasici ai curdi.
Il pretesto per liquidare i cristiani era l’accusa di tradimento. Quei martiri della fede non furono in genere liquidati — con metodi particolarmente efferati, quasi fossero “montoni al macello” — in quanto cristiani ma quali quinte colonne del nemico. Fra le cause dei massacri, come Riccardi mette in luce grazie a documenti e testimonianze di prima mano, c’era poi la tentazione di mettere mano sulle ricchezze dei deportati e dei trucidati o di liberarsi dei debiti nei loro confronti. Alcune pagine sembrano tratte dalle tristi cronache attuali, che dalle vicine terre mesopotamiche narrano delle imprese dello Stato Islamico e affiliati.
Dopo un primo viaggio nel 1986, l’autore è tornato varie volte e ancora di recente nella regione e nella stessa Mardin, dove resiste una manciata di cristiani. Il governo turco, che ha sempre tabuizzato le stragi dei cristiani d’Oriente, cerca oggi di trasmetterci l’immagine di un pluralismo di fedi, in un contesto quasi totalmente islamizzato, anche per la conversione forzata di quei cristiani che scelsero questa via per sottrarsi alla morte. Ne scaturisce una “musealizzazione del cristianesimo” che non può ingannare sullo stato del tessuto culturale e religioso della Turchia di Erdoðan.

L’Armeno errante Un secolo fa il genocidio
In duecentomila furono salvati durante le marce della morte: vite che sono rimaste un segreto Li chiamavano “i resti della spada”: i loro discendenti oggi sono un milione
di Bernardo Valli Repubblica 24.4.15
ISTANBUL NON era più tanto giovane da ignorare la tragedia lontana nel tempo ma ancora sentita, benché occultata dal potere. E non era nemmeno tanto vecchio da avere un ricordo, sia pure indiretto, di quei fatti remoti che non riguardavano né lui né la sua famiglia. Era insomma indifferente a quel passato in bilico tra memoria e storia. E invece un giorno, quando era già un uomo maturo, l’avvocato coi capelli bianchi ha scoperto di essere figlio di uno scampato a quello che gli armeni, e tanti altri nel mondo, chiamano genocidio, e che i governanti turchi negano, ancora un secolo dopo. È commosso e non cerca di nasconderlo nel raccontarmi la sera in cui il padre gli confessò di essere stato salvato nel deserto siriano da un kurdo che lo tolse dalla colonna di deportati armeni in marcia verso la morte. Era un ragazzo e non vide più i genitori. Fu adottato dal suo salvatore, che lo convertì all’Islam e gli fece da padre per tutta la vita.
Soltanto a un’età avanzata, spiega l’avvocato coi capelli bianchi adesso davanti a me in un ristorante di piazza Taksim, ha saputo di essere figlio di un armeno cristiano e quindi di essere lui stesso armeno. Gli era stato nascosto per non complicargli l’esistenza in una società in cui i convertiti per forza o per convenienza suscitavano diffidenza. Tanto più se all’origine erano armeni e dunque cristiani. Padre a sua volta di tre figli turbati dalla recente scoperta delle radici familiari, il mio interlocutore riflette se recuperare l’identità scomparsa nel deserto siriano. La tentazione è forte.
Gli squarci democratici apertisi in Turchia rendono sempre più difficile applicare l’ideologia dell’amnesia per occultare i crimini di Stato. Del genocidio si scrive e si discute con maggior libertà. La società conosce di più i fatti, ma soltanto un’esigua frazione è disposta ad assumerne le responsabilità. Per certi aspetti la semantica diventa politica: non si considera appropriato ma offensivo, insultante, antipatriottico, il termine “genocidio”, per il suo significato anche storico e scientifico. Ed invece si accettano o si tollerano altre espressioni, come deportazione o massacro, per indicare gli stessi accadimenti. Bisogna evitare che figurino accanto all’olocausto degli ebrei o alle stragi di Stalin.
In occasione del centenario (24 aprile 1915-2015) il primo ministro Ahmet Davutoglu, come prima di lui il presidente Recep Tayyip Erdogan, ha riconosciuto la sofferenza del popolo armeno, e si è detto partecipe al suo dolore, ma ha rifiutato la responsabilità attribuita ai governanti di allora. Vale a dire allo Stato ottomano dei “Giovani Turchi”. Ha respinto l’idea di un crimine di Stato, con il suo milione e mezzo di morti (ottocento — novecentomila mila dicono altre fonti), da inserire nella storia nazionale. Si deve avere pietà per le vittime, ma non si deve imputare agli assassini la premeditazione. La strage è stata una conseguenza della Grande guerra allora in corso. Gli armeni erano accusati di appoggiare i russi nemici dei turchi. In realtà le dimensioni della strage, anche se non la si definisce genocidio, dà valore alla tesi secondo la quale la spinta nazionalista verso la “turchizzazione“ ha condotto al progetto di eliminare i gruppi etnici estranei a un’ideale identità nazionale. L’islamizzazione è stata usata contro gli armeni cristiani più per ragioni identitarie, nazionaliste, che religiose. È vero che c’erano gruppi di armeni armati favorevoli ai russi. Ma erano una trascurabile minoranza che è servita e serve come pretesto ai negazionisti.
Nelle stesse ore in cui gli armeni dispersi nel mondo, o raccolti nella Repubblica armena, ricorderanno il genocidio, il governo di Ankara celebrerà un altro avvenimento quasi simultaneo: il centenario della battaglia di Gallipoli, vittoria turca del 1915. Un successo militare che non evitò la sconfitta ottomana di tre anni dopo. La cerimonia di oggi, benché prevista dal calendario nazionale, assume l’inevitabile significato di una contrapposizione alle manifestazioni armene. Nelle stesse ore, mentre a Gallipoli suoneranno le fanfare, le associazioni armene si riuniranno infatti qui a Istanbul, in piazza Taksim. L’ideologia dell’amnesia stenta a sopravvivere in una società che vuole essere democratica, come l’Europa cui aspira.
In occasione del centenario il passato con le sue verità contestate si è abbattuto su questa città, meravigliosa vetrina di un paese che nel nuovo secolo si è modernizzato come pochi altri, ma che è ancora arroccato in una storia nazionale in cui vede la propria identità secondo schemi di un altro secolo. Come un forte temporale strappa le foglie dagli alberi e le disperde sul Bosforo, cosi la memoria ha strap- pato dall’oblio e fatto rispuntare un po’ ovunque nel paese quelle che un coraggioso giornalista di origine armena, Hrant Dink, prima di essere assassinato da un fanatico nazionalista, chiamava “anime erranti”. Il mio interlocutore, l’avvocato coi capelli bianchi, è una di quelle anime. È un cittadino turco, con un’impronta ufficiale kurda, e un’anima armena. Mi indica piazza Taksim, ai piedi dell’alto edificio in cui ci troviamo, e mi dice: «Vede? Lì c’era un nostro cimitero ». Al posto dei grattacieli, dei grandi alberghi, dei ristoranti, dell’asfalto che ammanta uno degli spazi più frequentati della metropoli, c’era un camposanto cristiano. Lo afferma con forza. Con certezza. Aggiunge che forse vi erano sepolti i suoi bisnonni armeni. Antenati ora nascosti sotto la sua famiglia adottiva musulmana, come le tombe del vecchio cimitero lo sono sotto le costruzioni di piazza Taksim.
Mi elenca poi gli edifici, e tra questi un palazzo diventato presidenziale, le numerose chiese, e i quartieri un tempo appartenenti alla sua gente, di cui si sono appropriati coloro che decisero il genocidio o ne approfittarono. «Fu anche una rapina», aggiunge. «È anche per questa ragione che si nega il genocidio. Riconoscendolo si solleverebbe il problema del risarcimento». I beni degli armeni contribuirono a irrobustire la nuova borghesia turca. Nel discorso prevale ormai la passione. Una passione senza rancore. «Questa è la mia società e non voglio riparazioni, desidero soltanto che condivida la mia memoria». La magica Istanbul mi appare una metropoli di fantasmi. Gli armeni escono lentamente dall’ombra. E in qualche modo sono la Storia che presenta il conto.
L’esistenza delle “anime erranti” è rimasta a lungo un segreto, sussurrato tra famiglie amiche o unite dalla stessa situazione, ma di rado rivelato in pubblico. Molti armeni sono sopravvissuti allo sterminio grazie a un amico musulmano, oppure a un miliziano curdo attivo nel partecipare al massacro ma con il desiderio di avere una moglie o un figlio, oppure a un funzionario impietosito. Circa duecentomila donne, uomini, bambini sono stati salvati durante la marcia della morte nel deserto siriano o nei villaggi dell’Anatolia in cui era in corso il massacro. I discendenti sarebbero adesso più di un milione. Secondo alcune valutazioni due milioni e mezzo, dispersi in famiglie curde o turche, convertiti all’Islam, a volte ignari delle proprie vere origini. È stato scritto che era un’orfana armena anche Sabiah Gokcen, figlia adottiva di Atatürk, il fondatore della Repubblica, e prima donna pilota dell’aviazione militare, di vero nome Hatun Seblyician.
I turchi li chiamavano “i resti della spada”. Gli scampati. Le donne erano più numerose. Si sono fatte musulmane, non avevano scelta, si sono sposate, hanno fatto figli, si sono immerse nelle famiglie turche o kurde, rassegnate o conquistate dai nuovi affetti. La loro storia è rimasta confidenziale, o addirittura segreta, ma adesso i nipoti vogliono sapere. L’avvento della democrazia e i nuovi incontrollabili mezzi di informazione hanno aperto e alimentano un dibattito un tempo impensabile. Un avvocato molto noto e militante dei diritti dell’uomo, Fethiye Cetin, è l’autrice di un libro in cui racconta la storia di sua nonna Seher. Era una donna forte, amata da tutta la famiglia, e un giorno, quando Fethiye aveva venticinque anni, le confessò che in realtà si chiamava Heranus ed era armena. Un gendarme, durante il massacro, l’aveva strappata a sua madre e a una morte certa, e l’aveva adottata. E si era rivelato un ottimo padre.

La rivelazione ha sconvolto la giovane avvocatessa che ha aspettato un quarto di secolo prima di scrivere la storia. Pubblicato nel 2004 Il libro di mia nonna è diventato un best seller che ha spinto molti turchi a sospettare di vivere in famiglie con identici segreti. La scoperta degli armeni nascosti, delle “anime erranti”, imbarazza lo Stato turco ma anche i membri delle associazioni armene, all’estero o in Turchia, i quali non sanno se hanno parenti musulmani in qualche angolo del paese o del mondo. Più di 60mila “anime erranti” sono state individuate nella sola Istanbul, ma sono molto di più quelle ancora “nascoste” perché non osano rivelarsi o sono inconsapevoli, non avendo scoperto le loro origini.