martedì 31 marzo 2015
Da Spinoza a Hegel e Marx: una lettura
Risvolto
Spinoza est le principal et le plus génial représentant de ces
« Lumières radicales » identifiées par l’historien Jonathan Israël. Il
n’est pas un penseur solitaire, mais un homme engagé à sa façon dans un
puissant mouvement qui vise l’émancipation humaine. Avec Spinoza
s’annonce « le crépuscule de la servitude ». Et c’est bien d’un grand
commencement dont il s’agit.
Il ne faut pas se méprendre. Les lumières de Spinoza ne consistent pas
seulement à dissiper les prétendus mystères et les brumes de la religion
pour leur substituer la connaissance scientifique, rationnelle, de la
réalité (Dieu ou la nature). Spinoza n’est pas seulement un
démystificateur : il ne s’agit pas d’ôter les fleurs imaginaires qui
camouflent les chaînes mais de briser les chaînes qui asservissent
l’homme pour cueillir la fleur vivante. Comprendre les lois de la
nature, c’est très bien, mais plus utile encore est la compréhension des
lois de la nature humaine, la compréhension des mécanismes affectifs
qui permettent la domination des uns et la servitude de tous. C’est le
sens profond de L’Éthique : comment se libérer, comment bien vivre ? Les
plus grands, Diderot, Hegel, Marx, se nourriront de cet
enseignement-là.
Denis Collin est philosophe et professeur de
philosophie. Il a publié de nombreux ouvrages en philosophie générale ou
en philosophie politique et morale, des études consacrées Marx,
Machiavel ou Vico. Ses articles et contributions sont disponibles sur le
site Philosophie et politique.
Non più schiavi delle passioni
Filosofia. «Libre comme Spinoza. Une introduction à la lecture de l’Éthique» di Denis Collin, pubblicato da Max Milo Éditions di Parigi. Per una nuova rilettura del «conosci te stesso» e dei propri limiti
Alberto Giovanni Biuso, 31.3.2015
L’Ethica ordine geometrico demonstrata non è soltanto uno dei libri più grandi che siano stati scritti, è soprattutto un libro vivo. In Libre comme Spinoza. Une introduction à la lecture de l’Éthique (Max Milo Éditions, pp. 287, euro 19,90) Denis Collin accompagna il lettore in questo labirinto di saggezza, senza mai ridurre il cammino a un semplice commento, ma diventando una vera «introduzione» alla complessità del pensiero spinoziano.
Contrariamente a ciò che a volte si pensa, Spinoza (1632 — 1677) non fu affatto un pensatore solitario e misconosciuto ma intrattenne rapporti sia diretti sia epistolari con alcuni dei più importanti studiosi del suo tempo, fu un uomo celebre già da vivo — per quanto sempre riservato -, costantemente impegnato nel dibattito politico della sua epoca. Anche l’Ethica è un libro politico poiché enuncia le strutture metafisiche dell’emancipazione. Emancipazione da ogni superstizione vale a dire dagli errori e dagli equivoci concettuali che imprigionano le nostre vite tra le stanghe dell’inquietudine e della sottomissione alle passioni individuali e collettive. Passioni che Spinoza non rifiuta affatto, giudicandole anzi costitutive dell’umano, ma che insegna a gestire e a vivere in modo che non ci danneggino troppo e anzi ci sostengano nell’esistere. Chi vuole essere libero deve vivere nell’immanenza, nella pienezza del qui e ora.
La costanza indistruttibile di tutto ciò che esiste viene definita da Spinoza con la parola Deus, che quindi non ha alcun significato personalistico, non è una volontà ma indica la potenza eterna dell’essere, della quale noi e ogni altro ente siamo manifestazione parziale ed eterna in quanto partecipiamo dell’eternità della sostanza. C’è in Spinoza una chiara declinazione antisoggettivistica, avversa all’interiorità e favorevole invece alle strutture oggettive della materia e delle sue leggi. Al di là dei due gradi dell’immaginazione confusa e della ragione calcolante, questo filosofo coglie il livello supremo dell’intuizione intesa come amor Dei intellectualis, come comprensione e accettazione del fatto che il corpomente umano è parte di un tutto. La mente altro non è che l’idea del corpo: «Sottolineare questo: ’la mente è l’idea del corpo’ e non ’la mente ha l’idea del corpo’».
La filosofia è come un imparare a nuotare diventando una cosa sola con l’acqua in cui si è immersi: «Ci sembra che l’amore intellettuale di Dio è questo! Il momento in cui la mente singola non esiste più come un soggetto di fronte all’oggetto, il momento in cui i pensieri del saggio sono talmente coordinati con i pensieri delle cose e con l’idea di Dio, che la mente del saggio è come si estendesse alla dimensione del mondo intero, e dunque che la parte si estenda al tutto (almeno potenzialmente)». Il pensiero di Spinoza è una «filosofia del limite», distante da qualsiasi antropocentrismo, cristiano o cartesiano che sia, e vicino invece al pensiero dei Greci: «Si può vedere in questo pensiero dell’impotenza umana una traccia dell’idea greca che sottomette l’uomo all’ordine dell’universo e condanna le pretese umane di sfuggire a tale ordine, condanna la dismisura, ciò che i Greci consideravano come il solo vero peccato — ricordiamo che il ’conosci te stesso’ significa prima di tutto: ’conosci la tua propria misura’. Qui si può anche vedere una prefigurazione di alcune correnti del pensiero moderno, le quali condannano la folle pretesa umana di dominare la natura».
Uno Spinoza greco emerge quindi dalla lettura di Collin, sempre attento a cogliere e a chiarire «il carattere profondamente classico dell’etica spinoziana e i suoi intimi rapporti con le concezioni degli antichi», in particolare con l’epicureismo e con l’Etica nicomachea di Aristotele. Greco anche perché lontano da ogni speranza: «Il saggio non ha bisogno di sperare, poiché è pienamente felice» nel senso che egli accetta sino in fondo la natura desiderante della sostanza umana — senza la quale saremmo semplicemente morti — ma la volge in azione del corpomente, non subendola più come passione della volontà in balia degli eventi esterni. Siamo dunque macchine del desiderio e lo siamo al punto che «filosofare non vuol dire rinunciare alla gioia e al desiderio, al contrario significa dare loro il massimo spazio» all’interno della struttura necessaria della vita.
Sta qui la piena consequenzialità della critica radicale che Spinoza ha rivolto alla superstizione del libero arbitrio, poiché credersi liberi — nel senso di non avere cause agenti delle proprie decisioni — significa semplicemente separare l’umano dalla natura e quindi dalla sostanza, trasformarlo in un «impero dentro l’impero», non comprenderlo più nel cerchio vasto dell’essere, sul quale si fonda anche la comunità umana libera perché costruita sul limite reciproco e condiviso, nel quale la «potentia» di ciascuno non diventa «potestas» tirannica di nessuno.
Lo spinozismo è una «gaia scienza», assai vicina a quella nietzscheana, sia come filosofia del sospetto verso i principi morali eteronomi sia come disincanto. Di questa gaia scienza è parte la comprensione di uno dei sentimenti più potenti che si diano, la passione amorosa. Spinoza, come molti faranno dopo di lui con strumenti di carattere più empirico o più artistico, mostra come noi non amiamo qualcosa o qualcuno perché è «buono» ma lo giudichiamo tale proprio perché lo desideriamo, lo amiamo. L’amore è cieco, alla lettera.
Spinoza rimane, invece e inevitabilmente, legato ad alcuni dei pregiudizi e delle convinzioni del suo tempo, anche quando sono evidentemente contrari allo spirito profondo della propria filosofia. Tra questi pregiudizi c’è la relazione gerarchica e antropocentrica con gli altri animali. Se, a differenza di Descartes, Spinoza ammette che gli animali abbiano sensazioni, «afferma che l’uomo ha tuttavia il diritto di disporne secondo la sua volontà: il diritto non è che una questione di potere ed essendo il potere umano superiore a quello degli animali, egli può imporre il suo diritto di natura». E questo dimostra che anche l’uomo più saggio, il filosofo più acuto, non può del tutto astrarsi dal proprio tempo.
Ancora su "Stati di crisi" di Bauman-Bordoni
Interregno, lo spazio liquido dell’esistenza
Saggi. «Stato di crisi» di Carlo Bordoni e Zygmunt Bauman, per Einaudi. L’impoverimento e le disuguaglianze sociali hanno evidenziato l’implosione di un modello economico. ’Ue è il laboratorio dove sperimentare, in più occasioni, le varie politiche legate all’austerity
Benedetto Vecchi, 31.3.2015
Un dialogo dove uno dei partecipanti incalza l’altro, il quale si sottrae e spinge la discussione su altri binari. E quando la parola torna al primo, quest’ultimo non può che riprendere il bandolo della matassa e cercare di ritessere le fila di una discussione che corre il rischio annullarsi in una serie di monologhi. La forma del dialogo per affrontare un tema è antica, la si trova nella filosofia greca, ma anche in testi sacri, compreso il vecchio testamento. La sua efficacia dipende dal tema prescelto e dalla volontà dei protagonisti del dialogo di misurarsi con punti di vista che non sempre coincidono. Nel caso di Stato di crisi (Einaudi, pp. 198, euro 18) è però evidente che Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni sono più che disponibili a misurarsi con le tesi che vengono espresse.
Carlo Bordoni è un sociologo che studia da tempo la «demassificazione» delle società contemporanee. Ha delineato la deriva culturale verso un individualismo proprietario, sottolineando i tratti di nichilismo, narcisismo che emergono quando una moltitudine – una sommatoria generica di singoli di singoli, per Bordoni — prende il posto delle classi sociali. Zygmunt Bauman è invece il teorico della modernità liquida.
Carlo Bordoni è un sociologo che studia da tempo la «demassificazione» delle società contemporanee. Ha delineato la deriva culturale verso un individualismo proprietario, sottolineando i tratti di nichilismo, narcisismo che emergono quando una moltitudine – una sommatoria generica di singoli di singoli, per Bordoni — prende il posto delle classi sociali. Zygmunt Bauman è invece il teorico della modernità liquida.
In questo libro svolge il ruolo del saggio studioso che, alla luce della sua esperienza, è poco incline a fare proprie suggestioni teoriche che il sistema dei media porta alla ribalta. Misura le parole, quasi volesse suggerire al suo interlocutore che la crisi, il tema attorno al quale ruota il loro dialogo, costringa a misurarsi proprio con la modernità, i suoi punti di forza, ma anche i vicoli ciechi che l’hanno caratterizzata. Segnala, infatti, che in nome delle promesse degli esordi — libertà, benessere per tutti — sono state erette prigioni e costruiti campi di lavoro. E che per rendere operativa almeno una di quelle promesse, il benessere della nazione, sono stati individuati dei nemici e pianificato il loro sterminio. Per questo invita più volte a dotarsi di bussole che orientino con chiarezza la marcia da intraprendere nell’interregno che separa il presente e un futuro che in molti vedono negato dalle politiche del neoliberalismo e che altri temono come la peste, perché convinti che non potrà che peggiorare le loro condizioni di vita. A tale richiesta di cautela programmatica Bordoni aderisce, ma più volte mette nero su bianco che — rispetto le sfide poste dalla situazione di crisi economica — vanno immaginate anche risposte politiche.
Legittimità perduta
Il titolo del libro in questione chiarisce tuttavia quale sia il timore di Carlo Bordoni. Lo Stato di crisi attorno al quale discutono i due studiosi non si riferisce solo alla crisi che dal 2007 in poi ha gettato nel panico e nel lastrico milioni di persone. L’impoverimento, la disoccupazione di massa, l’aumento esponenziale delle disuguaglianze sociali hanno reso evidente l’implosione di un modello economico e sociale che era stato imposto perché il precedente mostrava evidenti segni di logoramento; per questo si è imposta la convinzione che ha avuto la capacità di costruire un forte e niente affatto effimero consenso, di rimuovere, con le buone ma anche con le cattive, i vincoli posti dal cosiddetto regime di accumulazione capitalistica fordista.
Sono ormai passati trent’anni da quando alcuni leader politici (Margaret Thatcher e Ronald Reagan) e un nutrito gruppo di economisti invitavano con voce suadente a lasciare liberi gli spiriti animali del mercato perché — così facendo — tutto sarebbe andato per il meglio. Le cose non sono andate per niente bene, ma l’idea che il libero mercato fosse il miglior modo di pensare e di far funzionare l’economia è stata egemone.
Non è sempre convincente la generalizzazione che i due autori fanno, specialmente quando mettono in secondo piano il fatto che il neoliberismo ha modificato a favore delle imprese, e del capitale, i rapporti di forza. Le posizioni di Bauman e Bordoni colgono però il segno quando sottolineano che, con la crisi, il neoliberismo, ha perso consenso e legittimità, anche se non si capisce con chiarezza quale sia il modo di produrre che possa far ripartire la locomotiva dell’economia mondiale.
Il neoliberismo, infatti, ha costituito una discontinuità rispetto al passato. Difficile riproporre un ritorno al welfare state su base nazionale, viste le interdipendenze che caratterizzano l’economia mondiale. Un modo per sbrogliare la matassa potrebbe partire però dall’analisi di come ha colpito la crisi. Sono cresciute le disuguaglianze nel capitalismo europeo e statunitense; i diritti di cittadinanza sono diventati merci da acquistare sul mercato dei servizi sociali; la precarietà è diventata l’alfa e l’omega nei rapporti di lavoro.
Cose note, meno evidente è invece il fatto che sono state definite vie d’uscita dalla crisi del neoliberismo all’interno dello stessa regime di accumulazione. L’Unione europea è, da questo punto di vista, un laboratorio sociale e politico di uscita dalla crisi attraverso le politiche di austerity.
Ad altre latitudini, sono operative soluzioni che, sempre in nome del libero mercato, vedono lo stato svolgere, attraverso un governo gestito con mano ferma di un partito comunista, una duttile e comunque evidente funzione pianificatrice. Non è tuttavia questo che i due autori vogliono indagare.
Un futuro da ricreare
Il libro oscilla dalla volontà di offrire una fotografia non sfocata della realtà contemporanea e l’ambizione di costruire una vera e propria capacità interpretativa dello stato di crisi, appunto, che nelle pagine di questo libro ha molto a che fare con la crisi della modernità.
E se Bauman preferisce, come è noto, parlare di modernità liquida, Bordoni avanza il sospetto che più di fine della modernità si debba parlare di una sorta di venir meno di un intera costellazione culturale, politica e economica basata sul l’idea di progresso, dove il futuro non poteva essere che migliore del passato.
Elemento centrale della sua riflessione è appunto la «demassificazione» delle società contemporanee: prospettiva analitica che il sociologo polacco inquadra però come un elemento proprio della modernità, che al sempre messo al centro il singolo, che poteva certo attendere per conseguire i suoi obiettivi, ma era consapevole che tutti gli sforzi erano finalizzati alla sua felicità. La parola chiave, magica del libro è dunque interregno, cioè di una transizione da un modo di produzione all’altro. Quel che però è assente dal libro che la crisi, cioè lo stare proprio in un interregno, è una condizione non congiunturale, ma stabile del capitalismo contemporaneo. In altri termini, l’interregno sarà la realtà «stabile» della vita associata. E che in questo interregno si definiranno politiche sociali e economiche per gestire una realtà che ha sì messo in quarantena l’idea di progresso, ma senza rinunciare a definire le regole bronzee del capitalismo nella produzione della ricchezza.
C’è sempre un però da mettere in campo: che la crisi, così come vivere nell’interregno, diventi una possibilità per affermare quel rendere realtà un binomio che ha accompagnato la modernità: cioè quella possibilità di vivere insieme, ma da liberi e eguali.
Quella parte di sinistra che immagina di essere socialdemocratica non libera il campo
Non esiste più la socialdemocrazia, non c'è più spazio. Socialdemocrazia è una nostalgia ancora più utopistica del soviet [SGA].
La parola Sinistra e la bussola dei diritti
Governare il pluralismo non è per nulla facile La Sinistra ha un compito arduo e non immune da rischi di divisioni e abbandoni
di Nadia Urbinati Repubblica 31.3.15
LAVECCHIAS inistra parlava al singolare. Aveva una dottrina che dettava
la via, una leadership granitica e (nei Paesi comunisti) personale, una
classe sociale compatta e omogenea per forza o, nel migliore degli
scenari, per propaganda.
LIBERARE la Sinistra dal linguaggio singolare, scioglierla dal vincolo
del consenso unanime e dal verticalismo è stato un lavoro difficile e
nei fatti mai compiuto, realizzato parzialmente grazie prima di tutto al
successo e alla tenuta della democrazia elettorale. Perché più gli
elettori si sono sentiti liberi di andarsene e cambiare partito, più la
Sinistra che parlava al singolare si è indebolita.
«Non lascio ad altri il monopolio della parola sinistra», dice adesso il
segretario del Partito democratico. Ma governare il pluralismo non è
per nulla facile. La difficoltà sta nel riuscire a tenere insieme la
lealtà ad alcuni valori e principi di giustizia e l’interpretazione sui
modi e la strategia della loro realizzazione. Come ci ha spiegato Thomas
Piketty in un articolo su Repubblica, le politiche neoliberali che
hanno in questi anni ammagliato i partiti di Sinistra dell’establishment
mettono in seria discussione la possibilità di tenere viva un’unità di
discorso in forza, non di fedi a una dottrina o una leadership, ma della
ragionata condivisione e della competente realizzazione di politiche
ispirate ai valori e ai principi che sono tradizionalmente della
Sinistra e che, non per caso, sono anche quelli che meglio realizzano le
promesse della democrazia. La Sinistra deve accettare la sfida del
pluralismo interpretativo senza cedere alla tentazione di affastellare
tutto quello che gli esperti di comunicazione suggeriscono per vincere
nei sondaggi e conquistare la maggioranza. Vincere per che cosa? Cercare
di costruire maggioranze solide per avviare quali politiche?
La Sinistra post-singolare non ha ancora appreso a rispondere con
convinzione e coerenza a queste domande. E le Sinistre si moltiplicano.
Collidono tra di loro proprio perché si è frantumata la linea
interpretativa capace di dare un’unità di discorso e di intenti alla
pluralità delle opinioni. A frantumarsi è la capacità di competere per
il meglio, ovvero su come rendere possibile la giustizia sociale, su
quali politiche adottare per affermarla o difenderla, su quali siano le
parti della società che la rivendicano o perché ne sono state private o
perché non l’hanno ancora goduta. Diventando plurale, la Sinistra non
deve diventare un agglomerato indistinto: questo non è un obiettivo
facile, ed è in effetti proprio quel che sembra oggi più difficile da
ottenere a giudicare dalla fioritura delle Sinistre, soprattutto sociali
(a Sinistra della Sinistra parlamentare), come ha ben argomentato da
Marc Lazar qualche giorno fa su questo giornale.
Da quando esiste (ovvero da quando funziona la competizione politica per
il consenso elettorale), la Sinistra si è proposta come una forza che
parteggia per quella parte di società che rappresenta bisogni più
universali ed è per questo sorgente di diritti. Scriveva Antonio Gramsci
parlando dei partiti dell’establishment del suo tempo che essi erano
incapaci di «spirito pubblico» e di politiche nazionali perché incapaci
di «sentire» la sofferenza o i bisogni delle moltitudini, di comprendere
il significato della «solidarietà disinteressata ». Tradotto in
linguaggio contemporaneo, il problema della Sinistra è di accettare
troppo acriticamente il modello neoliberale, di identificare occupazione
con qualunque lavoro, di dissociare il lavoro dai diritti, diritti
sociali ma anche di libertà dal dominio che il potere economico
diseguale rende fatale.
La Sinistra plurale ha di fronte a sé un compito arduo e per nulla
immune da rischi di divisioni e di abbandoni: quello di tenere la
bussola orientata verso il benessere dei molti e non dei pochi e di
farlo senza buttare alle ortiche i diritti. E ancora Piketty: «Dagli
anni 80 in poi, la progressività dei sistemi fiscali si è drasticamente
ridotta, con una riduzione su vasta scala delle imposte applicabili ai
redditi più elevati e un graduale aumento delle tasse indirette, che
colpiscono i più poveri». Un benessere interpretato con il linguaggio
dei diritti e della solidarietà sociale, fondato su politiche sociali e
servizi pubblici: sono queste le parole che dovrebbero tornare ad avere
piena legittimità nella Sinistra plurale.
Dall’astensionismo alla Le Pen La sinistra ha tradito Hollande
In molti feudi “rossi” gli operai hanno disertato le urne o votato a destradi Leonardo Martinelli La Stampa 31.3.15
Il dipartimento del Nord, quello di Lilla, terra di operai e industrie: al secondo turno delle provinciali, domenica, la sinistra l’ha perso. L’Essonne, alle porte di Parigi, periferia popolare: perduta anche questa provincia. Le Bouches-du-Rhône, l’agglomerato di Marsiglia, altro bastione storico per i socialisti: caduto, inesorabilmente. Nessuno di questi dipartimenti è passato al Front National: sono andati tutti all’Ump, la formazione conservatrice, quella di Nicolas Sarkozy. L’estrema destra, però, ha favorito tale esito «aspirando» una buona parte dei voti della gauche, quelli dell’elettorato più popolare, che alle presidenziali del 2012 aveva votato Hollande.
Le ali estreme
«Quasi mai si tratta di una migrazione diretta – sottolinea Jérôme Sainte-Marie, presidente dell’istituto di sondaggi Pollingvox -. Avviene, invece, per tappe. Quegli elettori passano prima attraverso il limbo dell’astensionismo. Poi, se ritornano a votare, in tanti scelgono l’Fn ». Questo avviene anche nel caso del Front de Gauche, l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, che nel 2012 votò per Hollande e ora lo tratta da traditore. Lo scetticismo nei confronti dell’euro e certi discorsi battaglieri contro le banche accomunano Mélenchon a Marine Le Pen: ma anche tra le due formazioni il trapasso, quando c’è, avviene progressivamente. Ad esempio è stato «digerito» con l’astensionismo alle elezioni europee o a quelle municipali dell’anno scorso.
Sainte-Marie non dispone ancora di dati nazionali. Ma ha gestito di persona i sondaggi in alcuni dipartimenti che erano roccaforti storiche della sinistra, nella zona di Parigi e nel Sud. «Quando ho visto che al primo turno il 50% degli operai ha dichiarato di aver votato il Front – sottolinea -, ho dovuto ricontrollare le cifre. Non ci potevo credere. Le loro mogli sono spesso impiegate di basso livello. Tra di loro l’Fn era al 40% perché le donne fanno più resistenza a votare per il partito della Le Pen».
I sondaggisti
Una cosa è certa : sondaggisti e analisti concordano sul fatto che nessuno (o quasi) degli elettori persi dai socialisti è andato verso l’Ump. O diventano astensionisti o votano per l’Fn. «Anzi, domenica, al secondo turno delle dipartimentali, abbiamo assistito a un ritorno di voti all’Ump, persi in precedenza proprio a favore dell’Fn», osserva uno dei consiglieri strategici di Sarkozy (e che non vuole essere citato). «In media nei collegi dove al ballottaggio l’Ump ha affrontato il Ps, i due terzi di coloro che avevano votato Fn al primo turno hanno optato poi per il candidato del partito di Sarkozy». Anche Stéphane Rozès, consulente per Hollande alle presidenziali del 2012, conferma che «non ci sono voti persi dai socialisti che sono passati all’Ump. Gli elettori delusi dalla sinistra, se non diventano astensionisti, passano all’Fn».
I guai dell’Eliseo
Rozès è ancora oggi all’Eliseo un «visitatore della sera», come a Parigi chiamano coloro che alla fine della giornata vengono ammessi alla corte di re François: a cercare di trovare una soluzione agli svariati problemi che la gestione Hollande si trova ad affrontare. Il presidente ha annunciato che, malgrado la disfatta delle ultime elezioni, va avanti sulla sua strada: Manuel Valls come premier non si tocca. Neppure la politica dell’austerità voluta dall’Europa. «Hollande l’aveva promesso nel 2012: vuole mantenere il modello socio-economico francese, ma riformandolo, in sintonia con Bruxelles – conclude Rozès -. La Le Pen promette di conservarlo senza sottostare agli obblighi che arrivano dall’esterno ». I francesi, quelli resi più deboli dalla crisi, le vogliono credere.
In molti feudi “rossi” gli operai hanno disertato le urne o votato a destradi Leonardo Martinelli La Stampa 31.3.15
Il dipartimento del Nord, quello di Lilla, terra di operai e industrie: al secondo turno delle provinciali, domenica, la sinistra l’ha perso. L’Essonne, alle porte di Parigi, periferia popolare: perduta anche questa provincia. Le Bouches-du-Rhône, l’agglomerato di Marsiglia, altro bastione storico per i socialisti: caduto, inesorabilmente. Nessuno di questi dipartimenti è passato al Front National: sono andati tutti all’Ump, la formazione conservatrice, quella di Nicolas Sarkozy. L’estrema destra, però, ha favorito tale esito «aspirando» una buona parte dei voti della gauche, quelli dell’elettorato più popolare, che alle presidenziali del 2012 aveva votato Hollande.
Le ali estreme
«Quasi mai si tratta di una migrazione diretta – sottolinea Jérôme Sainte-Marie, presidente dell’istituto di sondaggi Pollingvox -. Avviene, invece, per tappe. Quegli elettori passano prima attraverso il limbo dell’astensionismo. Poi, se ritornano a votare, in tanti scelgono l’Fn ». Questo avviene anche nel caso del Front de Gauche, l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, che nel 2012 votò per Hollande e ora lo tratta da traditore. Lo scetticismo nei confronti dell’euro e certi discorsi battaglieri contro le banche accomunano Mélenchon a Marine Le Pen: ma anche tra le due formazioni il trapasso, quando c’è, avviene progressivamente. Ad esempio è stato «digerito» con l’astensionismo alle elezioni europee o a quelle municipali dell’anno scorso.
Sainte-Marie non dispone ancora di dati nazionali. Ma ha gestito di persona i sondaggi in alcuni dipartimenti che erano roccaforti storiche della sinistra, nella zona di Parigi e nel Sud. «Quando ho visto che al primo turno il 50% degli operai ha dichiarato di aver votato il Front – sottolinea -, ho dovuto ricontrollare le cifre. Non ci potevo credere. Le loro mogli sono spesso impiegate di basso livello. Tra di loro l’Fn era al 40% perché le donne fanno più resistenza a votare per il partito della Le Pen».
I sondaggisti
Una cosa è certa : sondaggisti e analisti concordano sul fatto che nessuno (o quasi) degli elettori persi dai socialisti è andato verso l’Ump. O diventano astensionisti o votano per l’Fn. «Anzi, domenica, al secondo turno delle dipartimentali, abbiamo assistito a un ritorno di voti all’Ump, persi in precedenza proprio a favore dell’Fn», osserva uno dei consiglieri strategici di Sarkozy (e che non vuole essere citato). «In media nei collegi dove al ballottaggio l’Ump ha affrontato il Ps, i due terzi di coloro che avevano votato Fn al primo turno hanno optato poi per il candidato del partito di Sarkozy». Anche Stéphane Rozès, consulente per Hollande alle presidenziali del 2012, conferma che «non ci sono voti persi dai socialisti che sono passati all’Ump. Gli elettori delusi dalla sinistra, se non diventano astensionisti, passano all’Fn».
I guai dell’Eliseo
Rozès è ancora oggi all’Eliseo un «visitatore della sera», come a Parigi chiamano coloro che alla fine della giornata vengono ammessi alla corte di re François: a cercare di trovare una soluzione agli svariati problemi che la gestione Hollande si trova ad affrontare. Il presidente ha annunciato che, malgrado la disfatta delle ultime elezioni, va avanti sulla sua strada: Manuel Valls come premier non si tocca. Neppure la politica dell’austerità voluta dall’Europa. «Hollande l’aveva promesso nel 2012: vuole mantenere il modello socio-economico francese, ma riformandolo, in sintonia con Bruxelles – conclude Rozès -. La Le Pen promette di conservarlo senza sottostare agli obblighi che arrivano dall’esterno ». I francesi, quelli resi più deboli dalla crisi, le vogliono credere.
Quei gran minchioni della sinistra PD: sperare che Renzi li spazzi via e godere della loro disfatta o temere che possano passare con il Landini?
E' un bel dilemma. Ma la goduria di vederli in malora, dopo che per 20 anni ci hanno preso in giro, prevale [SGA].
La leader della Cgil al suo predecessore: «Non accetto lezioni da chi
da un giorno all’altro se ne andò a fare il sindaco a Bologna»
La Stampa 31.3.15
Alberto Leiss il manifesto 31.3.15
Ora Camusso incalza Landini: sgomberi il terreno dalle ambiguità
di Alessandro Trocino Corriere 31.3.15
ROMA «Il sindacato non deve dare messaggi ambigui». Susanna Camusso, da
Piazza pulita , si rivolge a Maurizio Landini, che con la sua coalizione
sociale e la manifestazione in piazza del Popolo ha lanciato un
messaggio politico contro il governo: «L’ambiguità non fa bene al
sindacato — spiega il segretario della Cgil —. Non fa bene dare il
dubbio ai lavoratori e alle lavoratrici che ci stiamo preparando dei
destini personali: sgombera il terreno».
La Camusso era in piazza sabato, anche se ha deciso di non parlare dal
palco. Sergio Cofferati, che aderirà alla coalizione sociale con una sua
associazione, giudica il bacio con Landini «un brutto bacio, un gesto
brutto, con lei che si ritrae». La Camusso replica così: «Lezioni di
affettività da Cofferati non ne prendo. Trovo che sia scadente
disquisire su una foto. Eravamo insieme nell’ultimo pezzo di corteo.
Dobbiamo discutere di chi un giorno ci ha detto “ciao ciao, vado a fare
il sindaco di Bologna?”».
Intanto la coalizione sociale si è messa in moto. Si esclude che
l’obiettivo finale sia la costituzione di un partito, mentre
probabilmente la tappa intermedia sarà un coordinamento. Ci sta
lavorando, oltre a Landini, Michele De Palma, coordinatore nazionale
Fiat-auto del sindacato dei metalmeccanici. Ne faranno parte alcune
associazioni, come Libera. Gino Strada, di Emergency, invece non ne sa
nulla: «Cos’è sta roba? Sono in Sierra Leone da sei mesi, non ci tirate
in mezzo. Sono iscritto alla Fiom e sostengo Maurizio. Ma la cosa per
ora finisce lì. Poi vediamo cosa farà, se farà politica o altro».
La svolta di Landini è guardata con diffidenza dai colleghi
sindacalisti. Carmelo Barbagallo, segretario della Uil, lo avverte:
«Tutti gli ex sindacalisti che si sono messi a fare partiti sono
scomparsi dalla scena politica». Dura anche Annamaria Furlan, leader
della Cisl: «Il grande movimento che vuole costruire Landini di
sindacale ha davvero poco. Landini sono tre anni che non firma
contratti, ha dimenticato come si fa». Ancora più esplicito il
segretario generale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli: «Operazione
sbagliata, è apprendistato pre-elettorale». Ostili anche i 5 Stelle — «è
nostalgico», dice Luigi Di Maio — mentre Goffredo Bettini apprezza:
«Come Renzi vuole fare saltare il banco, burocratico: per questo viene
criticato sia dal sindacato tradizionale sia dalla sinistra del Pd».
La minaccia della minoranza: «Al senato le riforme su un binario morto» La direzione Pd inizia con un applauso a Ingrao, padre del dissenso, e finisce con il dissenso spianato e un voto bulgaro
di Daniela Preziosi il manifesto 31.3.15
Italicum La madre di tutte le battaglie
di Marcello Sorgi La Stampa 31.3.15
Sarà la madre di tutte le battaglie - e la partita in cui si deciderà il
destino di questa legislatura nata sciancata, senza un vero baricentro
politico e una vera maggioranza - la sfida che si prepara alla Camera
sulla legge elettorale. Renzi ha scelto di anticiparla, somministrandone
ieri un sapido antipasto alla minoranza del Pd, perché ha capito che
ogni giorno in più d’attesa rischiava di trascinare lui e il suo governo
nel pantano che corrisponde all’umore di pancia dell’attuale
Parlamento.
Un Parlamento in cui nessuno o quasi vuole andare a votare, temendo di
perdere il posto, ma pensa che se proprio ci si dovrà andare, presto o
tardi, sarebbe meglio con il Consultellum, il meccanismo di emergenza
previsto dalla Corte Costituzionale con la sentenza con cui ha
cancellato il Porcellum. Che prevede, appunto, un proporzionale con le
preferenze grazie al quale verrebbero elette nuove Camere abbastanza
simili a quelle attuali, in cui nessuno ha ottenuto la maggioranza e il
governo si regge sull’alleanza del centrosinistra con un pezzo di
centrodestra e sulla disponibilità trasformista dei gruppi e gruppuscoli
che continuano a nascere dalle scissioni dei partiti maggiori.
Va detto che non potevano fare altro i giudici costituzionali - tra i
quali, va ricordato, al momento della sentenza, figuravano ben tre
candidati alla Presidenza della Repubblica, nonché accademici tra i più
conosciuti in materia costituzionale: Giuliano Amato, Sabino Cassese e
Sergio Mattarella, padre di un’altra legge elettorale maggioritaria e da
qualche settimana eletto Capo dello Stato con largo suffragio. Chiamati
a proclamare la manifesta incostituzionalità del Porcellum introdotto
dieci anni fa dal centrodestra, e non potendo lasciare il Paese privo di
sistema elettorale, dovettero cucire i pezzi di quel che restava della
vecchia legge per assicurare una ruota di scorta, nel malaugurato caso
che il Parlamento privo di maggioranze non fosse in grado di assolvere
al suo compito e approvare una legge più organica.
A dire il vero, di ipotesi sul da farsi ce n’erano, per questa come per
altre riforme. A metterle per iscritto, nel tempestoso avvio di
legislatura del 2013 in cui le Camere non erano state capaci, né di dar
vita a un governo, né di eleggere il nuovo Presidente dal Repubblica,
tanto che era stato necessario procedere alla rielezione di quello
uscente, ci aveva pensato il Comitato dei saggi voluto da Giorgio
Napolitano. Quel comitato aveva prodotto un catalogo di proposte, alcune
condivise, altre no, che dovevano fornire un semilavorato per i
Costituenti a venire. E in effetti, fu proprio a partire da quel
decalogo che il centrodestra e il centrosinistra, ma in realtà Renzi e
Berlusconi, a un certo punto trovarono l’accordo - il famigerato patto
del Nazareno - per realizzare il minimo indispensabile delle riforme che
aspettavano da anni, per non dire da decenni, di essere approvate: la
fine del bicameralismo perfetto, una diversa disciplina dei rapporti tra
Stato e Regioni e la legge elettorale.
È esattamente su questo programma che le Camere hanno lavorato in questa
prima metà della legislatura. Con più o meno accordo, anzi con tassi di
disaccordo crescente, ma tuttavia giungendo alle prime due approvazioni
(delle quattro necessarie) della riforma del Senato e all’approvazione
da parte del Senato della riforma elettorale, che adesso arriva alla
Camera per il sì definitivo. Questi i fatti. Non ci sarebbe neppure
bisogno di ricordarli, tanto sono vicini e presenti a tutti. Ma giova
farlo egualmente, dato che questo insieme, da un giorno all’altro,
diciamo dall’elezione del Presidente della Repubblica in poi, dacché era
un programma condiviso, o almeno sostenuto da una maggioranza, s’è
trasformato nella «deriva autoritaria» di Renzi: che a giudizio di
Berlusconi, non più suo alleato, e degli oppositori interni del Pd,
vorrebbe imporre una specie di golpe per garantirsi nientemeno che un
decennio di potere assoluto.
Ora, che in qualsiasi momento di un percorso parlamentare possa esserci
un ripensamento, di uno o più partiti, e le riforme che fino a ieri
sembravano opportune possano essere rimesse in discussione, è legittimo,
e ci mancherebbe. Nel passato recente e in quello remoto (basti pensare
alla famosa Bicamerale di D’Alema e al «patto della crostata» tradito
in una notte) è già accaduto. Tra l’altro, se parliamo del centrodestra,
lo sfarinamento del partito di Berlusconi è tale da non consentire
all’ex Cavaliere di governare nessuna intesa. Se invece ci si accosta
all’opposizione interna del Pd, è innegabile che molte delle richieste
che venivano dalla minoranza anti-renziana, specialmente in materia
elettorale, siano state accolte nel corso del lungo iter parlamentare
della legge: il doppio turno al posto di quello singolo, le preferenze
reintrodotte a dispetto del referendum del ’91 che le aveva abolite, la
riduzione e l’innalzamento delle soglie, secondo che si tratti di quelle
minime, per consentire ai partiti minori di entrare in Parlamento, o di
quella massima per ottenere il premio di maggioranza grazie al quale si
ottiene un risultato chiaro e un governo dotato di una maggioranza per
governare. La trattativa è stata così lunga che a un certo punto anche
il presidente Napolitano, che aveva svolto un’opera di mediazione tra il
premier e i suoi oppositori, dovette arrendersi al dubbio che il
negoziato fosse allungato all’infinito, più per evitare di decidere, che
non per migliorare la legge.
Ieri Renzi e gli avversari dell’Italicum hanno incrociato le armi per
l’ultima volta in direzione, prima di contarsi a Montecitorio. Stretta a
sinistra dal nascente movimento di Landini e dai grillini, e a destra,
ma meglio sarebbe dire da sopra, dall’incalzante pressione del premier,
la minoranza Pd va allo scontro divisa e nell’imbarazzante condizione di
doversi alleare con il centrodestra e i suoi franchi tiratori, pur di
fermare la legge e riportarla al Senato. Così è chiara almeno la posta
in gioco nella madre di tutte le battaglie: la scelta non è tra due
diverse riforme; ma tra la riforma e l’eterno vizio italiano del rinvio.
Lo spartiacque dei democratici l’ultimo addio al vecchio partito
Renzi non ha concesso nulla alla minoranza. Sarebbe apparso strano il contrario: la sinistra Pd non fa paura
di Stefano Folli Repubblica 31.3.15
È STATA una direzione del Pd che a suo modo segna uno spartiacque. A
causa del clima interno, per la frattura netta — e tuttavia priva di
conseguenze drammatiche — fra le correnti sulla legge elettorale. Ma
anche per il clima esterno: le inchieste giudiziarie, l’arresto del
sindaco di Ischia, le cooperative coinvolte con accuse pesanti. È una
coincidenza, senza dubbio, ma carica di simbologie.
È come se il vecchio partito nato venticinque anni fa dalla consunzione
del Pci, via via arricchito dall’innesto di altri filoni culturali, a
cominciare dalla sinistra cattolica, passato attraverso l’esperimento
dell’Ulivo prodiano e infine sfociato nel Partito Democratico, avesse
concluso la sua parabola. La legge elettorale che il premier-segretario
sta imponendo con inesorabile determinazione crea di fatto un altro
soggetto politico, centrato su di una leadership forte e pronto a
portare in Parlamento, quando sarà il momento, una cospicua
rappresentanza della nuova Italia renziana. Il cambio di passo
annichilisce i sopravvissuti delle stagioni trascorse, li cancella come
protagonisti e persino comprimari del dibattito politico. Li lascia in
campo fino al 2018 (o meglio, fin quando durerà l’attuale legislatura),
ma solo come testimoni del passato. Inoltre li costringe ad assistere al
lento smantellamento di un sistema di potere.
Comunque si voglia giudicarle nel merito, infatti, le iniziative della
magistratura hanno un retrogusto politico: colpiscono un certo mondo
della sinistra fatto di quadri locali, di piccoli e medi amministratori
connessi, in forma diretta o indiretta, alla rete delle cooperative. Si
ipotizzano reati, talvolta anche gravi, che riempiono le cronache. Ma il
significato è più ampio, va al di là della singola indagine
giudiziaria. In realtà si incrinano le fondamenta del «sistema». Un
sistema privo nella maggior parte dei casi di risvolti illeciti, ma
espressione di un vecchio rapporto fra il partito e i centri economici.
Tale rapporto viene messo in discussione, un passo alla volta,
dall’avanzata del «renzismo». Ed è l’aspetto più rilevante. Ma poi gli
arresti, gli indagati, le notizie di tangenti fanno capire quanto possa
essere rapida la crisi dell’antico assetto.
All’interno di questo scenario, Renzi non ha concesso nulla alla
minoranza sulla legge elettorale. Sarebbe apparso strano il contrario:
la sinistra Pd non fa più paura. Di qui i toni secchi al limite
dell’irrisione, il rifiuto esplicito del «ricatto», la volontà di
approvare il testo alla Camera entro maggio. Renzi ha vinto a mani basse
il confronto con i suoi oppositori e anche in questo caso non c’è da
meravigliarsi. Ha ottenuto la «fiducia politica» richiesta: quanti hanno
votato si sono espressi all’unanimità in suo favore; gli altri, gli
avversari, non hanno partecipato al voto. In tal modo hanno evitato di
contarsi, ma hanno anche dimostrato la loro estrema debolezza. Se
avessero preso parte alla votazione, il fronte anti-Renzi aveva buone
probabilità di spaccarsi, assecondando la strategia del premier che
punta — e non da oggi — a separare i giovani dai vecchi capi storici, i
Bersani e i D’Alema. Una divisione che nei fatti è già avvenuta, come si
vedrà nel prossimo futuro.
Ne deriva che un mattone dietro l’altro prende forma la fisionomia del
nuovo partito, grazie al collante della riforma elettorale. Intorno al
leader si aggregano pezzi di correnti in via di scomposizione e figure
singole approdate da altre formazioni, dal Sel a Scelta Civica.
Oppositori e dissidenti perdono terreno giorno dopo giorno. Ma non tutto
è in discesa nemmeno per il premiersegretario. È vero che le inchieste
della magistratura colpiscono il sistema di potere preesistente a Renzi,
ma è pur sempre lui il capo del Pd, cioè il responsabile politico delle
zone opache. La faccenda dei sottosegretari indagati non è in realtà
risolta e pesa. Come pesa la questione De Luca in Campania. La
costruzione del nuovo «partito della nazione» richiede ancora molti
passaggi spinosi per il leader.
L’opposizione evoca la scissione: “La ditta non c’è più”
di Goffredo De Marchis Repubblica 31.3.15
ROMA La Ditta non esiste più, «non a caso ieri non l’ha nominata
nessuno», osserva Pippo Civati. La tenuta del Partito democratico
stavolta è davvero a rischio, non funziona più l’antico slogan coniato
da Bersani per indicare la fedeltà alla linea, sempre e comunque.
Roberto Speranza mette in guardia: «Rischiamo di perdere un pezzo del
Pd. Ma io credo ancora in una soluzione». Sembra essere l’unico a
sperare in un lieto fine. O almeno in una tregua. «Non c’è più il Pd che
abbiamo costruito — drammatizza Alfredo D’Attorre —. Di conseguenza non
c’è più la Ditta. Renzi non ha nemmeno replicato al dibattito in
direzione. Significa che ha già deciso ed è tutto finto, roba buona solo
per lo show in streaming».
Finto o finito? La minoranza non ha partecipato al voto sulla legge
elettorale. Il premier non ha lasciato margini di trattativa e in questo
modo i dissidenti si tengono le mani libere per la discussione in aula.
Se l’Italicum è la madre di tutte le battaglie per Renzi, lo è
diventata anche per i ribelli. «Io non so se chiamarla scissione —
spiega Civati —. So che adesso tutti quelli che si oppongono al
segretario hanno capito che i margini della trattativa sono nulli.
Chiamiamola rottura, chiamiamola spaccatura. Comunque il Pd è più diviso
di ieri. Lentamente si vede che una parte dei nostri elettori non ci
segue più. Forse è il 10 per cento, forse il 5. Ma è una massa, piccola o
grande che sia, in fuga. Per loro la scissione è già cominciata. Hanno
capito prima di noi parlamentari che non si può dialogare con Renzi».
Se è una conta, i numeri sono decisivi. Le minoranze unite, che ieri
hanno dato un primo timido segnale di compattezza evitando di votare in
direzione, stanno valutando le truppe di cui dispongono alla Camera. Il
dato oscilla tra 100 e 110 deputati, un terzo del gigantesco gruppo
parlamentare, un piccolo esercito sufficiente a mandare sotto il governo
e a rovinare i piani di Renzi: approvare l’Italicum prima delle
regionali dribblando un possibile ritorno del testo al Senato. Ora
Fassina dice che il loro “no” all’Italicum non influisce sul governo,
non lo indebolisce perché «le materie di rango costituzionale vivono di
vita propria». Figurarsi. Non è quello che pensa Renzi, il quale affida
alle sorti della legge quelle del governo e della legislatura. Ovvero,
se si verifica un incidente in aula si torna a elezioni. E non ci crede
tanto neppure Fassina che evocando lo slogan bersaniano lo rottama: «La
Ditta funziona quando il capo sa ascoltare davvero, oltre che decidere».
Se il capo si comporta come Renzi, l’azienda si scioglie. O diventa
un’altra cosa.
La battaglia dell’Italicum punta, nelle intenzioni della minoranza, a
dimostrare che il Pd ha subito una «mutazione genetica». L’occasione è
proprio il voto in aula. Nel caso arrivasse il soccorso azzurro di una
ventina di deputati fedeli a Denis Verdini, nostalgico del patto del
Nazareno, sarà la prova che il Partito democratico si è spostato verso
la destra più invisa a un certo elettorato. È il modo per dimostrare che
a sinistra lo spazio si allarga e si può costruire qualcosa. Semmai, la
scissione la fa Renzi accettando la stampella di Verdini.
In un clima incandescente, sul terrazzo della sede Pd da cui si accede
alla sala della direzione, il premier viene accusato delle peggiori
intenzioni. «Si tiene aperte due caselle ministeriali (Affari regionali e
In- frastrutture ndr) promettendo posti a tutti per guadagnarsi il
favore di pezzi di minoranza », dice un bersaniano. Altri sospettano una
“compravendita” di deputati. Esplicitamente insinuano il dubbio che
voglia andare a elezioni presto, lasciando da parte la riforma
costituzionale. A Speranza, in un incontro recente, Renzi ha spiegato
che basta una decreto ministeriale per estendere l’Italicum anche al
Senato non riformato. «Ecco, appunto», chiosa il bersaniano.
Le minoranze si preparano a usare tutte le cartucce. Compreso il
richiamo a Sergio Mattarella, extrema ratio di una lotta feroce. «Renzi
ci ha sempre chiesto di fidarci di lui — ricorda Francesco Boccia —.
Stavolta sia lui a fidarsi di noi, del Pd». Sono i tentativi finali di
trovare un compromesso, contando su una marcia indietro del premier alla
vigilia del voto in aula, previsto dopo il 27 aprile. Speranza, leader
di Area riformista, proverà fino in fondo. Chiede 20 giorni di tempo per
decidere. Mette a disposizione la sua poltrona di capogruppo, se è un
problema di teste da tagliare. Cuperlo garantisce una solidità del voto
al Senato in cambio di modifiche condivise che riportino il testo a
Palazzo Madama. Posizione distinte sulle quali i renziani contano per
spaccare il fronte del no e avere i voti necessari subito. Ieri, a
fatica, è passata la proposta di Civati che ha portato tutte le
minoranze a astenersi dal voto in direzione: «A suo modo ha funzionato
perché è stata finalmente una giornata di chiarezza ». Ma le carte sono
tutte da giocare. Anche quella del voto di fiducia che ieri Renzi non ha
smentito. E che ridurrebbe la quota 100 dei dissidenti a numeri molto
inferiori. Ma lascerebbe lo stesso una ferita insanabile.
Sul genocidio armeno
Risvolto
«Alla fine del mese di ottobre 1915, lo sterminio dei cristiani di Mardin sembrava essere concluso. Tuttavia un centinaio di persone vivevano ancora: erano vecchi, donne anziane, infermi. Il turco Bedreddin fu preso da zelo: “Spazzateli via, e che non ne rimanga nemmeno uno”. Con questi cento sopravvissuti fece un convoglio che, deportato nel deserto, sparì per sempre». Mardin è una delle tante città dell’impero ottomano dove, durante la prima guerra mondiale, si è consumata la strage degli armeni e dei cristiani. Una violenza che ha segnato in profondità quelle regioni e che non è cessata: sono passati cento anni e la persecuzione in Medio Oriente continua.
Anche oggi, a pochi chilometri da Mardin, oltre la frontiera turca, in Siria e in Iraq, si combatte con una crudeltà senza misura. Di nuovo, come allora, si assiste a deportazioni, massacri, sgozzamenti, rapimenti, vendita di donne e di bambini. Molti si chiedono: da dove viene tanta ferocia? Dal profondo di una religione, l’islam, o da una storia di convivenza difficile? Oggi, come ieri, si consuma una pagina della ‘morte’ dei cristiani d’Oriente.
Cristiani e armeni a Mardin Un secolo fa la strage rimossa
Il cinico calcolo dei Giovani turchi, laici: aizzare l’odio delle popolazioni islamiche
Martedì 31 Marzo, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
Nella Turchia sudorientale, in una zona abitata prevalentemente da curdi, vi è una delle più belle città del Medio Oriente. È Mardin, una meta turistica premiata dall’Unesco per la straordinaria varietà della sua architettura religiosa: chiese, monasteri, moschee, sinagoghe, castelli medioevali. Oggi la sua popolazione è in grande maggioranza musulmana, ma nel 1915, quando fu teatro degli avvenimenti evocati in un libro di Andrea Riccardi pubblicato ora da Laterza, i cristiani avevano nove chiese, tre conventi e formavano una sorta di catalogo vivente del Cristianesimo romano e greco: armeni in buona parte, ma anche cattolici di rito latino, ortodossi, assiri, siriaci, caldei, tutti assistiti dai loro vescovi e patriarchi. I campanili e i minareti svettano ancora sulla città, costruita sul pendio di una grande montagna, ma le comunità cattoliche e ortodosse sono oggi soltanto il pallido ricordo di un mondo in buona parte scomparso.
Questo libro ( La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo , pp.240, e 18) è anzitutto un’opera di pietà storica, scritta per ricordare la sorte dei cristiani d’Oriente, travolti anche in anni più recenti dalle guerre combattute in Libano, in Iraq, e in Siria. Riccardi dice implicitamente al lettore che la tragica cronaca delle persecuzioni subite dagli armeni agli inizi della Grande guerra non sarebbe completa se non ricordasse che il loro destino, in particolare a Mardin, fu condiviso dai cristiani.
Ma l’autore non è soltanto il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e, quindi, un cattolico militante. È anche uno studioso a cui preme ricostruire il contesto storico di quelle persecuzioni. Nel luglio del 1914, quando il governo austro-ungarico inviò alla Serbia l’ultimatum che avrebbe scatenato la Grande guerra, la Turchia era appena uscita da una umiliante sconfitta nella Seconda guerra balcanica e dal colpo di Stato che aveva dato il potere ai «Giovani turchi» di Unione e Progresso. I suoi tre Pascià — Djemal, Enver, Talaat — erano ferocemente nazionalisti e profondamente convinti che la sovranità dello Stato ottomano fosse minacciata dalle continue ingerenze delle potenze straniere nella politica dell’Impero. Le sue finanze erano soggette alla vigilanza di banchieri europei, organizzati in una specie di Fondo monetario internazionale. Le comunità religiose non musulmane avevano potenti protettori stranieri: la Russia per gli ortodossi e gli armeni, la Francia e altri Paesi cattolici per i cristiani latini, la Gran Bretagna per i protestanti e gli ebrei. I trattati sulle capitolazioni avevano garantito alle comunità nazionali straniere una sorta di indipendenza giudiziaria, che intaccava profondamente la sovranità dello Stato.
Al nuovo governo di Costantinopoli la guerra europea parve una provvidenziale via d’uscita. Il 9 settembre 1914 fu annunciato al mondo che le capitolazioni sarebbero state abolite, con un documento in cui si affermava tra l’altro che l’abolizione avrebbe permesso di realizzare le riforme ripetutamente sollecitate dalle grandi potenze. Due mesi dopo, mentre la Turchia era da qualche giorno in guerra a fianco della Germania, fu proclamata la Grande Jihad. La guerra santa presentava in quel momento un doppio vantaggio. Forniva alle masse anatoliche, ancora devotamente musulmane, una motivazione spirituale sul campo di battaglia; e dava alle persecuzioni contro i cristiani una giustificazione patriottico-religiosa. Per quanto concerneva gli armeni, in particolare, la guerra contro la Russia avrebbe permesso al governo turco di trattare la loro comunità come una pericolosa quinta colonna. Armate di questi argomenti le autorità turche dettero il via alle deportazioni e ai massacri. Quando gli ambasciatori dei Paesi neutrali, fra cui Henry Morgenthau, rappresentante degli Stati Uniti, deplorarono i metodi utilizzati, Enver replicò con sfacciata franchezza: «L’odio tra turchi e armeni è così grande che dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».
I metodi usati per i massacri, come scrive Riccardi, furono una disordinata combinazione di violenza pubblica e organizzata, casuale e venale. Vi furono molti casi in cui gli armeni credettero di avere salvato la loro vita con il pagamento di esosi riscatti, ma caddero egualmente nella trappola della deportazione e dell’eccidio. Ve ne furono altri in cui pietosi musulmani cercarono di nasconderli e salvarli. E ve ne furono altri ancora in cui le vittime divennero merce da vendere e comprare. A differenza di ciò che sarebbe accaduto nella Germania di Hitler, l’odio fu molto più religioso e identitario che razziale, e colpì contemporaneamente, come nel caso di Mardin, altri cristiani.
Vi è in questa tragica vicenda un paradosso. Come ricorda Riccardi, gli strateghi dei massacri erano solo formalmente musulmani. I Giovani turchi conoscevano l’Europa, avevano avuto frequentazioni massoniche nelle capitali europee, invidiavano e ammiravano le società laiche, erano soprattutto nazionalisti e spesso atei. Usarono l’Islam per meglio motivare le truppe, i gendarmi, i funzionari dell’amministrazione imperiale a cui sarebbe spettato il compito di eseguire gli ordini del governo. Non fu il primo e non sarebbe stato purtroppo l’ultimo caso. Gli avvenimenti degli ultimi trent’anni, dalla guerra afgana a quella di Bosnia, dai massacri di Boko Haram in Nigeria a quelli dell’Isis in Iraq e in Siria, dimostrano quale uso perverso possa essere fatto della fede per accendere gli animi, alimentare l’odio e scatenare conflitti .
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Il libro di Andrea Riccardi ricostruisce una delle stragi dell’estate 1915 che annientò il pluralismo delle fedi
di Lucio Caracciolo Repubblica 27.4.15
SI può scrivere un bel libro di storia, rigoroso e robusto nelle fonti, chiaro e sobrio nella scrittura, che sia anche di strettissima attualità. È il caso dell’ultimo lavoro di Andrea Riccardi, storico dell’età contemporanea e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, dedicato a La strage dei cristiani.
Mardin, gli armeni e la fine di un mondo (Laterza, pagg. 230, euro 18). Dove l’universo in estinzione è quello dei cristiani d’Oriente, che fino a cent’anni fa marcavano una presenza radicata nelle terre amministrate dalla Sublime Porta, già scossa dal giovane nazionalismo turco. Nel 1914, ad esempio, nella metropoli imperiale Istanbul i cristiani erano ancora il 38,4 per cento della popolazione, in Anatolia il 16,6 per cento. E nel centro agricolo e commerciale di Mardin, situato nell’Anatolia sud-orientale, fulcro dell’indagine di Riccardi, probabilmente di più.
È attraverso il prisma di Mardin che l’autore legge la parabola finale di quei cristiani orientali, colpiti dai musulmani di Turchia anche per vendicare la disfatta nelle guerre balcaniche ad opera delle potenze “crociate”. Qui, nell’estate del 1915, in piena guerra mondiale, il moribondo impero ottomano fece deportare e in parte massacrare le antiche comunità cristiane, soprattutto (ma non solo) l’armena. Quelle stragi possono essere lette in filigrana come l’altra faccia del collasso di un secolare quanto precario compromesso fra la maggioranza musulmana e i cristiani, come anche altre fedi minoritarie, nel contesto ottomano. Equilibrio infine distrutto dai Giovani Turchi e dalle loro organizzazioni paramilitari, parallele allo Stato, nelle cui pieghe si infiltravano banditi d’ogni risma ed etnia, dagli immigrati caucasici ai curdi.
Il pretesto per liquidare i cristiani era l’accusa di tradimento. Quei martiri della fede non furono in genere liquidati — con metodi particolarmente efferati, quasi fossero “montoni al macello” — in quanto cristiani ma quali quinte colonne del nemico. Fra le cause dei massacri, come Riccardi mette in luce grazie a documenti e testimonianze di prima mano, c’era poi la tentazione di mettere mano sulle ricchezze dei deportati e dei trucidati o di liberarsi dei debiti nei loro confronti. Alcune pagine sembrano tratte dalle tristi cronache attuali, che dalle vicine terre mesopotamiche narrano delle imprese dello Stato Islamico e affiliati.
Dopo un primo viaggio nel 1986, l’autore è tornato varie volte e ancora di recente nella regione e nella stessa Mardin, dove resiste una manciata di cristiani. Il governo turco, che ha sempre tabuizzato le stragi dei cristiani d’Oriente, cerca oggi di trasmetterci l’immagine di un pluralismo di fedi, in un contesto quasi totalmente islamizzato, anche per la conversione forzata di quei cristiani che scelsero questa via per sottrarsi alla morte. Ne scaturisce una “musealizzazione del cristianesimo” che non può ingannare sullo stato del tessuto culturale e religioso della Turchia di Erdoðan.
In duecentomila furono salvati durante le marce della morte: vite che sono rimaste un segreto Li chiamavano “i resti della spada”: i loro discendenti oggi sono un milione
di Bernardo Valli Repubblica 24.4.15
ISTANBUL NON era più tanto giovane da ignorare la tragedia lontana nel tempo ma ancora sentita, benché occultata dal potere. E non era nemmeno tanto vecchio da avere un ricordo, sia pure indiretto, di quei fatti remoti che non riguardavano né lui né la sua famiglia. Era insomma indifferente a quel passato in bilico tra memoria e storia. E invece un giorno, quando era già un uomo maturo, l’avvocato coi capelli bianchi ha scoperto di essere figlio di uno scampato a quello che gli armeni, e tanti altri nel mondo, chiamano genocidio, e che i governanti turchi negano, ancora un secolo dopo. È commosso e non cerca di nasconderlo nel raccontarmi la sera in cui il padre gli confessò di essere stato salvato nel deserto siriano da un kurdo che lo tolse dalla colonna di deportati armeni in marcia verso la morte. Era un ragazzo e non vide più i genitori. Fu adottato dal suo salvatore, che lo convertì all’Islam e gli fece da padre per tutta la vita.
Soltanto a un’età avanzata, spiega l’avvocato coi capelli bianchi adesso davanti a me in un ristorante di piazza Taksim, ha saputo di essere figlio di un armeno cristiano e quindi di essere lui stesso armeno. Gli era stato nascosto per non complicargli l’esistenza in una società in cui i convertiti per forza o per convenienza suscitavano diffidenza. Tanto più se all’origine erano armeni e dunque cristiani. Padre a sua volta di tre figli turbati dalla recente scoperta delle radici familiari, il mio interlocutore riflette se recuperare l’identità scomparsa nel deserto siriano. La tentazione è forte.
Gli squarci democratici apertisi in Turchia rendono sempre più difficile applicare l’ideologia dell’amnesia per occultare i crimini di Stato. Del genocidio si scrive e si discute con maggior libertà. La società conosce di più i fatti, ma soltanto un’esigua frazione è disposta ad assumerne le responsabilità. Per certi aspetti la semantica diventa politica: non si considera appropriato ma offensivo, insultante, antipatriottico, il termine “genocidio”, per il suo significato anche storico e scientifico. Ed invece si accettano o si tollerano altre espressioni, come deportazione o massacro, per indicare gli stessi accadimenti. Bisogna evitare che figurino accanto all’olocausto degli ebrei o alle stragi di Stalin.
In occasione del centenario (24 aprile 1915-2015) il primo ministro Ahmet Davutoglu, come prima di lui il presidente Recep Tayyip Erdogan, ha riconosciuto la sofferenza del popolo armeno, e si è detto partecipe al suo dolore, ma ha rifiutato la responsabilità attribuita ai governanti di allora. Vale a dire allo Stato ottomano dei “Giovani Turchi”. Ha respinto l’idea di un crimine di Stato, con il suo milione e mezzo di morti (ottocento — novecentomila mila dicono altre fonti), da inserire nella storia nazionale. Si deve avere pietà per le vittime, ma non si deve imputare agli assassini la premeditazione. La strage è stata una conseguenza della Grande guerra allora in corso. Gli armeni erano accusati di appoggiare i russi nemici dei turchi. In realtà le dimensioni della strage, anche se non la si definisce genocidio, dà valore alla tesi secondo la quale la spinta nazionalista verso la “turchizzazione“ ha condotto al progetto di eliminare i gruppi etnici estranei a un’ideale identità nazionale. L’islamizzazione è stata usata contro gli armeni cristiani più per ragioni identitarie, nazionaliste, che religiose. È vero che c’erano gruppi di armeni armati favorevoli ai russi. Ma erano una trascurabile minoranza che è servita e serve come pretesto ai negazionisti.
Nelle stesse ore in cui gli armeni dispersi nel mondo, o raccolti nella Repubblica armena, ricorderanno il genocidio, il governo di Ankara celebrerà un altro avvenimento quasi simultaneo: il centenario della battaglia di Gallipoli, vittoria turca del 1915. Un successo militare che non evitò la sconfitta ottomana di tre anni dopo. La cerimonia di oggi, benché prevista dal calendario nazionale, assume l’inevitabile significato di una contrapposizione alle manifestazioni armene. Nelle stesse ore, mentre a Gallipoli suoneranno le fanfare, le associazioni armene si riuniranno infatti qui a Istanbul, in piazza Taksim. L’ideologia dell’amnesia stenta a sopravvivere in una società che vuole essere democratica, come l’Europa cui aspira.
In occasione del centenario il passato con le sue verità contestate si è abbattuto su questa città, meravigliosa vetrina di un paese che nel nuovo secolo si è modernizzato come pochi altri, ma che è ancora arroccato in una storia nazionale in cui vede la propria identità secondo schemi di un altro secolo. Come un forte temporale strappa le foglie dagli alberi e le disperde sul Bosforo, cosi la memoria ha strap- pato dall’oblio e fatto rispuntare un po’ ovunque nel paese quelle che un coraggioso giornalista di origine armena, Hrant Dink, prima di essere assassinato da un fanatico nazionalista, chiamava “anime erranti”. Il mio interlocutore, l’avvocato coi capelli bianchi, è una di quelle anime. È un cittadino turco, con un’impronta ufficiale kurda, e un’anima armena. Mi indica piazza Taksim, ai piedi dell’alto edificio in cui ci troviamo, e mi dice: «Vede? Lì c’era un nostro cimitero ». Al posto dei grattacieli, dei grandi alberghi, dei ristoranti, dell’asfalto che ammanta uno degli spazi più frequentati della metropoli, c’era un camposanto cristiano. Lo afferma con forza. Con certezza. Aggiunge che forse vi erano sepolti i suoi bisnonni armeni. Antenati ora nascosti sotto la sua famiglia adottiva musulmana, come le tombe del vecchio cimitero lo sono sotto le costruzioni di piazza Taksim.
Mi elenca poi gli edifici, e tra questi un palazzo diventato presidenziale, le numerose chiese, e i quartieri un tempo appartenenti alla sua gente, di cui si sono appropriati coloro che decisero il genocidio o ne approfittarono. «Fu anche una rapina», aggiunge. «È anche per questa ragione che si nega il genocidio. Riconoscendolo si solleverebbe il problema del risarcimento». I beni degli armeni contribuirono a irrobustire la nuova borghesia turca. Nel discorso prevale ormai la passione. Una passione senza rancore. «Questa è la mia società e non voglio riparazioni, desidero soltanto che condivida la mia memoria». La magica Istanbul mi appare una metropoli di fantasmi. Gli armeni escono lentamente dall’ombra. E in qualche modo sono la Storia che presenta il conto.
L’esistenza delle “anime erranti” è rimasta a lungo un segreto, sussurrato tra famiglie amiche o unite dalla stessa situazione, ma di rado rivelato in pubblico. Molti armeni sono sopravvissuti allo sterminio grazie a un amico musulmano, oppure a un miliziano curdo attivo nel partecipare al massacro ma con il desiderio di avere una moglie o un figlio, oppure a un funzionario impietosito. Circa duecentomila donne, uomini, bambini sono stati salvati durante la marcia della morte nel deserto siriano o nei villaggi dell’Anatolia in cui era in corso il massacro. I discendenti sarebbero adesso più di un milione. Secondo alcune valutazioni due milioni e mezzo, dispersi in famiglie curde o turche, convertiti all’Islam, a volte ignari delle proprie vere origini. È stato scritto che era un’orfana armena anche Sabiah Gokcen, figlia adottiva di Atatürk, il fondatore della Repubblica, e prima donna pilota dell’aviazione militare, di vero nome Hatun Seblyician.
I turchi li chiamavano “i resti della spada”. Gli scampati. Le donne erano più numerose. Si sono fatte musulmane, non avevano scelta, si sono sposate, hanno fatto figli, si sono immerse nelle famiglie turche o kurde, rassegnate o conquistate dai nuovi affetti. La loro storia è rimasta confidenziale, o addirittura segreta, ma adesso i nipoti vogliono sapere. L’avvento della democrazia e i nuovi incontrollabili mezzi di informazione hanno aperto e alimentano un dibattito un tempo impensabile. Un avvocato molto noto e militante dei diritti dell’uomo, Fethiye Cetin, è l’autrice di un libro in cui racconta la storia di sua nonna Seher. Era una donna forte, amata da tutta la famiglia, e un giorno, quando Fethiye aveva venticinque anni, le confessò che in realtà si chiamava Heranus ed era armena. Un gendarme, durante il massacro, l’aveva strappata a sua madre e a una morte certa, e l’aveva adottata. E si era rivelato un ottimo padre.
La rivelazione ha sconvolto la giovane avvocatessa che ha aspettato un quarto di secolo prima di scrivere la storia. Pubblicato nel 2004 Il libro di mia nonna è diventato un best seller che ha spinto molti turchi a sospettare di vivere in famiglie con identici segreti. La scoperta degli armeni nascosti, delle “anime erranti”, imbarazza lo Stato turco ma anche i membri delle associazioni armene, all’estero o in Turchia, i quali non sanno se hanno parenti musulmani in qualche angolo del paese o del mondo. Più di 60mila “anime erranti” sono state individuate nella sola Istanbul, ma sono molto di più quelle ancora “nascoste” perché non osano rivelarsi o sono inconsapevoli, non avendo scoperto le loro origini.
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