mercoledì 29 aprile 2015

Per la legge elettorale proporzionale, per la democrazia moderna. Contro il PD di destra e contro quello di sinistra



Un testo da imparare a memoria, che - forse anche al di là delle sue intenzioni - rende definitivamente impraticabile ogni tentazione centrosinistra.

A chi in queste ore si straccia le vesti per la larghissima fiducia ottenuta dall'imbroglione giovane e critica la sinistra PD per la sua pavidità, spronandola a rompere, va detta una cosa: forse non è chiaro che se questi escono non solo rimangono i minchioni che sono ma vengono da questa parte. E vengono per comandare e fare un'alleanza con il PD.

Devono morire, politicamente. Si chiama: tanto meglio, tanto meglio. [SGA].

Una testa, un voto: perché il proporzionale è la lezione fondamentale della rivoluzione francese. E perché, in Italia, è la democrazia 
Gianpasquale Santomassimo, il manifesto, 29 gennaio 2014 

Nell’esperienza ita­liana, il pro­por­zio­nale è la demo­cra­zia. Lo è sem­pre stato, del resto. Quando esi­ste­vano dav­vero dei demo­cra­tici, le loro riven­di­ca­zioni fon­da­men­tali erano: suf­fra­gio uni­ver­sale e sistema pro­por­zio­nale. Non era un metodo elet­to­rale come un altro, ma una civiltà. Signi­fi­cava opporsi al sistema dei nota­bili, dei mag­gio­renti che si riu­ni­vano al Cir­colo dei Nobili, nella Log­gia mas­so­nica o nell’ufficio del Pre­fetto, e desi­gna­vano il can­di­dato per il col­le­gio, che avrebbe otte­nuto il con­senso dei pos­si­denti e il soste­gno delle auto­rità. Una mino­ranza che si tra­sfor­mava in mag­gio­ranza esclu­dendo le classi popo­lari o ridu­cendo ai minimi ter­mini la loro rappresentanza. 
Era la riven­di­ca­zione natu­rale dei par­titi popo­lari con una visione nazio­nale (o anche inter­na­zio­nale) che andasse oltre la ristretta dimen­sione loca­li­stica, con­tro la pic­cola poli­tica ridotta a pura gestione di clien­tele e favori nel pro­prio col­le­gio.
Nell’unica occa­sione in cui nel Regno d’Italia si votò con il pro­por­zio­nale, impo­sto nel 1919 dalla situa­zione post­bel­lica, dall’ingresso for­zato delle masse nella vita dello Stato e voluto anche dall’unico pre­si­dente del con­si­glio che si fosse auto­de­fi­nito “demo­cra­tico”, Fran­ce­sco Save­rio Nitti, il mondo rive­lato da quelle ele­zioni sov­ver­tiva tutte le raf­fi­gu­ra­zioni uffi­ciali e usuali. Era un’Italia in cui socia­li­sti e cat­to­lici erano la mag­gio­ranza del paese, e i libe­rali una minoranza. 
Con­tro quel mondo venne mossa una guerra dura e spie­tata, san­gui­nosa, e la con­qui­sta del pro­por­zio­nale venne pre­sto schiac­ciata. Ma va ricor­dato che nelle ele­zioni del 1924 con la fasci­stis­sima legge Acerbo entra­rono comun­que in par­la­mento il Psu con 5,90% e 24 depu­tati, il Psi, 5,03%, 22 depu­tati e il PCd’I, col 3,74% e 19 depu­tati. Ai rea­zio­nari seri impor­tava pren­dere a tutti i costi il pre­mio di mag­gio­ranza (con le buone e soprat­tutto con le cat­tive) ma non c’erano le soglie di sbar­ra­mento all’8% o al 12% del bipo­la­ri­smo strac­cione del nostro tempo. 
Dal 1945, con la con­qui­sta della demo­cra­zia e del suf­fra­gio real­mente uni­ver­sale (maschile e fem­mi­nile) il pro­por­zio­nale divenne il natu­rale metodo di for­ma­zione del par­la­mento. Non si trova indi­cato nella Costi­tu­zione per­ché impli­cito nella Costi­tu­zione stessa e nei suoi prin­cipi ispiratori. 
L’unico ten­ta­tivo di stra­vol­gere la demo­cra­zia par­la­men­tare fu l’approvazione nel 1952 della “legge truffa”, defi­nita tale per tre motivi: 1) non voleva assi­cu­rare gover­na­bi­lità, ma spa­dro­neg­gia­mento, per­ché andava a chi aveva già rag­giunto la mag­gio­ranza asso­luta; 2) era pos­si­bile da con­se­guire solo per il blocco di cen­tro, per­ché le oppo­si­zioni social­co­mu­ni­ste e fasci­ste non avreb­bero mai potuto coa­liz­zarsi; 3) e soprat­tutto dava un pre­mio spro­po­si­tato che con­sen­tiva alla mag­gio­ranza di cam­biare la costi­tu­zione a suo pia­ci­mento. Fal­lito di misura quel ten­ta­tivo, sulla civiltà del pro­por­zio­nale si è retta la Repub­blica ita­liana nell’epoca delle sue mag­giori con­qui­ste sociali, civili, culturali. 
Pre­pa­rata da una lun­ghis­sima cam­pa­gna rivolta all’opinione pub­blica e da una vera e pro­pria demo­niz­za­zione della demo­cra­zia par­la­men­tare, nel 1993 la forma della Repub­blica è stata cam­biata sur­ret­ti­zia­mente attra­verso un refe­ren­dum dema­go­gico che minava alla base la strut­tura della nostra demo­cra­zia. Da allora i voti dei cit­ta­dini non val­gono tutti allo stesso modo. Il mag­gio­ri­ta­rio ha scar­di­nato il prin­ci­pio della rivo­lu­zione fran­cese “una testa, un voto”. 
Il popolo è stato con­vinto di eleg­gere diret­ta­mente un governo e un pre­mier, nella “Costi­tu­zione reale” che si è sovrap­po­sta alla Costi­tu­zione scritta. E’ una con­vin­zione pro­fon­da­mente radi­cata, dopo vent’anni di mag­gio­ri­ta­rio, di ideo­lo­gia o addi­rit­tura di “reli­gione” ad esso espi­rate. Un popolo di sud­diti pensa che la demo­cra­zia con­si­sta nell’investire di un potere quasi asso­luto un cau­dillo. 
Tutti hanno potuto con­sta­tare il crollo ver­ti­cale di cre­di­bi­lità e di rap­pre­sen­tanza che la poli­tica ha vis­suto negli ultimi vent’anni. Eppure per­si­stono leg­gende radi­ca­tis­sime che demo­niz­zano la “prima Repub­blica”. C’erano troppi par­titi, si dice. Erano media­mente sette: nulla a che fare con gli oltre qua­ranta rag­grup­pa­menti cen­siti all’epoca dei governi di Sil­vio Ber­lu­sconi. C’erano pic­coli par­titi, si dice. C’era qual­che pic­colo par­tito, digni­toso e pieno di sto­ria, come il par­tito repub­bli­cano di La Malfa: nulla a che fare con gli “amici di Mastella”, i “respon­sa­bili” di Sci­li­poti e via dicendo. Cam­bia­vano troppi governi, si dice, vero, ma si dimen­tica la sostan­ziale con­ti­nuità di un sistema poli­tico che ha avuto pochis­sime svolte nell’arco della sua esi­stenza. Se si fosse voluto vera­mente ovviare a que­sto pro­blema si poteva inse­rire in Costi­tu­zione il prin­ci­pio della sfi­du­cia costrut­tiva, che garan­ti­sce la sta­bi­lità della più solida demo­cra­zia euro­pea, quella tede­sca, che era – con molte dif­fe­renze — anche la più vicina al nostro ordinamento. 
E a pro­po­sito di sistema tede­sco, va ricor­dato come, nel suo totale anal­fa­be­ti­smo isti­tu­zio­nale, Mat­teo Renzi abbia dichia­rato più volte che è incon­ce­pi­bile che la Mer­kel pur avendo vinto le ele­zioni sia stata costretta a fare “inciuci” con le oppo­si­zioni. Ma si chiama demo­cra­zia par­la­men­tare, non è la “Ruota della For­tuna”, per gover­nare devi avere una mag­gio­ranza in par­la­mento, e anche prima delle ultime ele­zioni la Mer­kel non aveva la mag­gio­ranza asso­luta ma gover­nava assieme ai libe­rali, ora scom­parsi dal par­la­mento. E non è vero che “in tutto il mondo” la mino­ranza che prende un voto in più delle altre si prende tutto il cucuz­zaro, come ritiene il poli­tico di Rignano sull’Arno: que­sta assur­dità esi­steva solo nel nostro sistema elet­to­rale che la Corte ha dichia­rato inco­sti­tu­zio­nale. 
Oggi dalla fossa bio­lo­gica del mag­gio­ri­ta­rio si levano voci pre­oc­cu­pate di opi­nio­ni­sti che ammo­ni­scono a non tor­nare nella “palude del pro­por­zio­nale”. L’ideologia del mag­gio­ri­ta­rio, con l’invocazione di mag­giore gover­na­bi­lità a sca­pito della rap­pre­sen­tanza, ricorda ormai un alco­liz­zato all’ultimo sta­dio che invoca sem­pre più alcool di pes­sima qua­lità invece di pro­vare a disin­tos­si­carsi. 
Si usa dire, anche a sini­stra, che il pro­por­zio­nale ren­de­rebbe obbli­ga­to­rie le lar­ghe intese. Non è affatto vero: per­ché un sistema elet­to­rale com­porta scelte diverse da parte degli elet­tori, come si vide nell’Italia del 1919 (e come, in nega­tivo, abbiamo visto nell’Italia del 1994), e un voto libero da assilli e ricatti di voto “utile” o coar­tato può final­mente rispec­chiare il paese reale e dar­gli rap­pre­sen­tanza. 
Certo que­sto sistema richie­de­rebbe comun­que intese come è nella nor­ma­lità della demo­cra­zia par­la­men­tare, e richie­de­rebbe capa­cità di far poli­tica, di tro­vare media­zioni, di dare rap­pre­sen­tanza alla com­ples­sità della società.
Temo che qui si apri­rebbe una bat­ta­glia molto dif­fi­cile, soprat­tutto a sini­stra, dove la droga mag­gio­ri­ta­ria ha fatto per­dere com­ple­ta­mente la cogni­zione della realtà e dei rap­porti di forza. Non riguarda solo il Pd, nato con una “voca­zione mag­gio­ri­ta­ria” (che in genere è ser­vita a creare mag­gio­ranze altrui), ma anche i cespu­glietti subal­terni che non sareb­bero in grado di supe­rare il quo­rum ma con­du­cono vita paras­si­ta­ria in sim­biosi con l’organismo del par­tito maggiore. 
Basare tutte le obie­zioni alla legge elet­to­rale sul tema delle pre­fe­renze (una par­ti­co­la­rità ita­liana che non esi­ste in quasi nes­sun paese euro­peo) rivela una debole ipo­cri­sia, lad­dove sono in gioco temi molto più seri e gravi: rap­pre­sen­tanza della società, plu­ra­li­smo poli­tico, la stessa soprav­vi­venza di una demo­cra­zia par­la­men­tare e costi­tu­zio­nale. Ma qui viene a galla l’equivoco che ha accom­pa­gnato tutte le mobi­li­ta­zioni dell’autoproclamata “società civile” con­tro il Por­cel­lum, che non si sono mosse con­tro lo stra­vol­gi­mento della rap­pre­sen­tanza e il mag­gio­ri­ta­rio in sé, ma in nome del ritorno al col­le­gio uni­no­mi­nale dei nota­bili e degli accordi pre­ven­tivi tra pic­coli e grandi par­titi. Ed è incre­di­bile che oggi in Ita­lia la bat­ta­glia di civiltà del pro­por­zio­nale sia affi­data al solo Beppe Grillo. 
Biso­gna che qual­cuno cominci a dire che non accet­terà la legit­ti­mità di governi di mino­ranza, che i premi di mag­gio­ranza sono un furto di rap­pre­sen­tanza, che una legge elet­to­rale che tra­sforma una mino­ranza in mag­gio­ranza è comun­que una truffa, qua­lun­que nomi­gnolo latino si voglia dare a que­sto sopruso. I due par­titi che si met­tono d’accordo per spar­tirsi il par­la­mento ed esclu­dere milioni di cit­ta­dini dalla rap­pre­sen­tanza met­tono assieme sol­tanto il 45% dei voti espressi: non pos­sono pre­ten­dere di rita­gliarsi un sistema elet­to­rale su misura che escluda il resto del paese. 
Andiamo verso tempi dif­fi­ci­lis­simi, forse dram­ma­tici, per tutta l’Europa e anche e soprat­tutto per il nostro paese. Abbiamo biso­gno di isti­tu­zioni che rap­pre­sen­tino tutti i cit­ta­dini, che non esclu­dano nes­suno, che riat­ti­vino un tes­suto di soli­da­rietà che è stato lace­rato negli ultimi decenni. Abbiamo biso­gno di veri par­titi e non di comi­tati elet­to­rali o for­ma­zioni per­so­nali, abbiamo biso­gno di vera poli­tica dopo vent’anni di ubria­ca­ture dell’antipolitica. 
Una legge elet­to­rale l’abbiamo già, ed è quella dise­gnata dalla Corte Costi­tu­zio­nale. Chia­mia­mola Per­fec­tum se è obbli­ga­to­rio un nome latino. Si sciol­gano le Camere e si vada a votare con quella: avremo un par­la­mento che rispec­chia real­mente il paese e che sarà l’unico legit­ti­mato a cam­biare la Costi­tu­zione, nelle forme pre­vi­ste dalla Costi­tu­zione stessa. 

Assetto del sapere, struttura dell'università e ordine neoliberale: il libro di ROARS

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Uni­ver­sità 3.0. Quat­tro anni vis­suti peri­co­lo­sa­mente, a cura di Marco Viola, Ecom­mons, pp.236, euro 20

Risvolto
Siamo lieti di presentare Università 3.0 – Quattro anni vissuti pericolosamente, un libro che raccoglie e commenta alcuni dei più significativi articoli apparsi su questo blog per raccontare l’università post-Gelmini osservata con l’occhio critico (e ironico) della Redazione di ROARS.
Frutto del lavoro congiunto di tutta la redazione (coordinato da Marco Viola), il libro ospita e sistematizza alcuni contributi scritti da noi redattori e apparsi (anche) sul nostro blog, con l’aggiunta di un articolo a firma Pietro De Nicolao e due articoli a firma di Federica Laudisa.
L’organizzazione per capitoli, pur non ambendo a fornire in sole 240 pagine una “storia totale” dell’università e della ricerca, mira a offrirne un quadro il più poliedrico possibile.
L’editore (eCommons) ha messo a disposizione il libro sia in formato cartaceo che in formato elettronico.

Università, il populismo di un sistema feudale 
Saggi. «Università 3.0» del gruppo di ricerca e informazione Roars. Produttività aziendale, potere baronale e precarietà diffusa per la fabbrica globale della conoscenza
Roberto Ciccarelli, il Manifesto 28.4.2015
L’università è stata una cavia. La riforma Gel­mini ha raf­for­zato il potere baro­nale che a parole voleva abbat­tere, rea­liz­zando così lo scopo delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste: valu­tare il «merito» dell’individuo, vin­co­lan­dolo a un sistema buro­cra­tico di cer­ti­fi­ca­zione, con­trolli e disci­pli­na­menti sociali e psi­chici. Il nostro paese non ha certo l’esclusiva su un pro­cesso gene­rale. È da almeno un quarto di secolo che l’università, la ricerca e la scuola sono state orga­niz­zate secondo i prin­cipi della fab­brica glo­bale della cono­scenza: annien­ta­mento del valore della coo­pe­ra­zione e del lavoro cogni­tivo, indi­vi­dua­liz­za­zione del ricer­ca­tore in qua­lità di capi­ta­li­sta per­so­nale, liqui­da­zione dei diritti intesi come pri­vi­legi, pre­ca­riz­za­zione del lavoro di ricerca e di inse­gna­mento, raf­for­za­mento dei vin­coli feu­dali esi­stenti, esten­sione della loro cor­ru­zione sistemica. 

Que­sto è il pro­getto dei «rifor­ma­tori», di sini­stra e di destra, che hanno disar­ti­co­lato l’istruzione pub­blica di massa, liqui­dan­done la fle­bile aspi­ra­zione demo­cra­tica. Obiet­tivo rag­giunto: que­sti inge­gneri di una società disfun­zio­nale e tec­no­cra­tica hanno otte­nuto il con­senso attra­verso una cam­pa­gna media­tica tanto for­tu­nata, quanto con­trad­dit­to­ria. I «rifor­ma­tori» hanno voluto valo­riz­zare il merito e l’«oggettività» della valu­ta­zione scien­ti­fica. Nei fatti hanno rin­vin­go­rito la fru­stra­zione, il vit­ti­mi­smo, la pre­ca­rietà, l’odio e la com­pe­ti­zione. Fino al 2008 l’università è stata il labo­ra­to­rio della gover­nance eco­no­mica impo­sta dal centro-sinistra, l’università-azienda fon­data sui cre­diti e il 3+2 di Luigi Ber­lin­guer. Con i ber­lu­sco­niani è diven­tata anche l’arena dove spe­ri­men­tare il con­senso popu­li­sta otte­nuto con la deser­ti­fi­ca­zione intel­let­tuale e il disprezzo dell’autonomia dei singoli. 

I figu­ranti degli atenei 
Tutto que­sto in attesa della «Buona Uni­ver­sità» annun­ciata da Renzi. Ai super­stiti tra i ricer­ca­tori pre­cari sarà impo­sto un «Jobs Act». Così sarà dis­solta la mai ope­ra­tiva «tenure track» e sbu­giar­data la truffa dell’«abilitazione nazio­nale» con­ce­pita dalla Gel­mini. Que­sta massa pre­ca­riz­zata di ricer­ca­tori sarà tra­sfor­mata in sta­gio­nali al ser­vi­zio di un sistema che ha biso­gno di figu­ranti per far soprav­vi­vere corsi di lau­rea e facoltà. Quanto ai baroni, come a tutti i docenti, è riser­vata una sor­pre­sina: fino ad oggi i loro con­tratti di lavoro sono stati «aggan­ciati» a quelli della magi­stra­tura e delle forze armate. Il mini­stro dell’Università Gian­nini, e il Pd, hanno annun­ciato che non sarà più così. Per­de­ranno la loro pic­cola auto­no­mia di ceto e dovranno con­trat­tare con il governo i com­pensi e lo status. 
S’intravede lo sce­na­rio pre­pa­rato per gli inse­gnanti a scuola: i più bassi salari d’Europa; dipen­denza dal potere asso­luto dei ret­tori (come quello dei presidi-sceriffi); intro­du­zione del cot­timo pro­dut­tivo in base al ren­di­mento. Se lo sono meri­tati. Non hanno mai voluto ascol­tare i movi­menti stu­den­te­schi dal 1990 al 2010 (dove c’erano anche i ricer­ca­tori). Que­sto è il risul­tato di ven­ti­cin­que anni di complicità. 

Il potere baronale 
La situa­zione è dram­ma­tica. Sarà distorta media­ti­ca­mente quando Renzi avrà finito con la scuola e spo­sterà il mirino sull’università. Qual­cuno pen­serà ancora di potersi sal­vare. I pre­cari dal licen­zia­mento (ops, dalla fine del con­tratto) affi­dan­dosi alle reti baro­nali. I baroni si affi­de­ranno alla loro tra­mon­tata e infon­data «auto­re­vo­lezza». Sono tutte illu­sioni. Sta­volta non sarà così. Bus­se­ranno a tutte le porte. E sva­li­ge­ranno il teso­retto e le ren­dite di posi­zione, pic­cole e grandi, di ciascuno. 
Nell’attesa è utile leg­gere i con­tri­buti rac­colti dalla reda­zione Roars, il maga­zine online sulla ricerca più letto in Ita­lia, rac­colti nel volume col­let­ta­neo Uni­ver­sità 3.0. Quat­tro anni vis­suti peri­co­lo­sa­mente (Ecom­mons, pp.236, euro 20, a cura di Marco Viola). Roars è nato dopo la mobi­li­ta­zione con­tro la riforma Gel­mini. In quat­tro anni ha svi­lup­pato una cri­tica del sistema uni­ver­si­ta­rio neo­li­be­ri­sta, occu­pan­dosi di valu­ta­zione, merito e di tutte le bufale sull’occupazione e l’istruzione. Pic­colo vascello che com­batte le coraz­zate dei quo­ti­diani e delle Tv main­stream, la reda­zione Roars è com­po­sta da 13 docenti e pre­cari uni­ver­si­tari e ha riscosso un note­vole suc­cesso: 10 milioni di per­sone leg­gono le sue ruvide pole­mi­che sem­pre documentate. 
È una novità per la scena ita­liana dove i saperi sono liqui­dati come pro­prietà di una «casta», men­tre i poteri restano indi­scu­ti­bili. Roars affronta le ambi­va­lenze del potere baro­nale, l’harakiri del diritto allo stu­dio, dimo­stra che la ricerca ita­liana resi­ste nono­stante tutto, irride la sit-com sugli stu­denti ita­liani «laz­za­roni» e «choosy» imba­stita dai baroni eletti a mini­stri e dagli edi­to­ria­li­sti che par­lano solo dei figli altrui. Nega che l’università sia solo un covo di fami­gli che si spar­ti­scono le bri­ciole avan­zate dal pasto dei clan domi­nanti. Una posi­zione sco­moda che non si accon­tenta dell’informazione domi­nante, come del sen­tire comune popu­li­sta. Un fact chec­king per­ma­nente che deco­strui­sce il regime della fal­si­fi­ca­zione di massa, come la stessa idea che si possa restau­rare l’università dell’età dell’oro. 

L’ideologia meri­to­cra­tica 
Quell’università non è mai esi­stita. E non esi­sterà domani, dopo 1,1 miliardi di euro di tagli di Ber­lu­sconi, mai più rifi­nan­ziati, men­tre con­ti­nua l’esodo di massa verso l’estero e l’espulsione dei pre­cari. Né mai potrà esi­stere l’università fon­data sulla meri­to­cra­zia. Que­sto con­cetto non solo è fun­zio­nale a un sistema basato sul potere del denaro, ma è l’espressione di una società clas­si­sta dove que­sto potere è dei pochi che con­trol­lano la vita dei molti. La meri­to­cra­zia fu denun­ciata dalla fanta-sociologia di Michael Young come illu­sione. Oggi, invece, è con­si­de­rata una verità dalle mul­ti­na­zio­nali della con­su­lenza come McKin­sey, o dai «boc­co­niani» e dai loro gaz­zet­tieri di regime. O di governo. «Ogni ten­ta­tivo di defi­nire e misu­rare merito ed eccel­lenza – si legge nel volume – fa sor­gere tali e tante dif­fi­coltà e con­tro­ver­sie da per­met­tere a cia­scuno di decli­nare que­sta banale verità nei modi più con­soni alle poli­ti­che e all’ideologia che in mente». Parole defi­ni­tive su un sistema sociale, e non solo uni­ver­si­ta­rio, ostaggi di un con­cetto meta­fi­sico e di un dispo­si­tivo di governo fina­liz­zato alla sele­zione di censo e al con­trollo politico. 

Il pastic­cio dell’Anvur 
Dif­fi­cile fare pro­po­ste alter­na­tive in un pro­cesso di dege­ne­ra­zione come que­sto. Roars ci prova: invece dell’abolizione, com’è stato fatto in Fran­cia con l’analoga Aeres, Roars sce­glie la strada della riforma dell’Anvur, il pila­stro della mac­china valu­ta­tiva pro­po­sta da Fabio Mussi nel 2007, rea­liz­zata dalla Gel­mini nel 2011, quella che ha man­dato in cor­to­cir­cuito l’intero sistema. For­mula un’ipotesi di riforma della valu­ta­zione della ricerca sulla base della peer-review della bri­tan­nica Ref, di cui si con­sta­tano tut­ta­via i difetti. Roars la pre­fe­ri­sce all’incredibile pastic­cio pro­dotto dall’Anvur che usa sistemi biblio­me­trici e di peer review.
Resta da istruire l’analisi della valu­ta­zione come potere di governo della vita e sulla pro­du­zione di saperi – ma non di conoscenza — isti­tuito nel regime neo­li­be­rale. Oggi è più che mai neces­sa­rio met­tere in discus­sione la valu­ta­zione come potere e non solo come stru­mento per ren­dere effi­ciente e demo­cra­tico un dispositivo.

L’Italia è rimasta senza una politica della ricerca Qualcuno ha idee da proporre?
di Massimiano Bucchi La Stampa TuttoScienze 29.4.15
«I want my money back!». Così strillava all’Europa Mrs. Thatcher e così, secondo alcuni, dovremmo fare noi oggi. Lo squilibrio tra il contributo economico dell’Italia alla ricerca europea e la nostra capacità di ottenere fondi di ricerca comunitaria ci penalizzerebbe al punto da «pagare la ricerca degli altri». Ma questo punto di vista, facendo già ora un bilancio dei finanziamenti del programma Horizon per il 2014-2020, trascura la possibilità che nei prossimi bandi il tasso di successo dei progetti italiani cresca. Ma soprattutto rischia di farci perdere di vista alcuni punti davvero fondamentali.
Primo. L’Italia, a differenza di altri Paesi europei ha rinunciato ad avere una politica nazionale di finanziamento alla ricerca. I fondi disponibili su base competitiva sono ridotti al minimo e la loro assegnazione risulta, per usare un eufemismo, farraginosa. Il programma ministeriale «Sir» dedicato ai giovani ricercatori, dopo oltre un anno, non ha ancora terminato la selezione dei progetti e anche il nuovo «Piano nazionale della ricerca», più volte annunciato, è in ritardo di oltre un anno. Più emblematica ancora la trovata escogitata qualche anno fa per uno degli ultimi bandi per progetti di interesse nazionale: limitare il numero dei progetti presentabili da ogni ateneo. Un limite mai visto. Facendo un paragone calcistico, è come se il c.t. Conte fosse obbligato a convocare in maglia azzurra un solo giocatore per squadra e pazienza se in qualche squadra ce n’è più di uno meritevole e in altre nessuno. Un modo per dire: nessuna scelta o priorità, semmai qualche spicciolo a pioggia.
Secondo. La rinuncia ad una propria politica di investimenti sarebbe, di per sé, meno grave se fosse accompagnata da una capacità di incidere sulla distribuzione dei finanziamenti europei. Se i nostri soldi sono lì, che almeno siano spesi anche tenendo conto delle aspettative e dei bisogni dei nostri ricercatori, delle nostre imprese, dei cittadini. Purtroppo mai o quasi mai le suddette categorie sono state consultate su come e perché tra Bruxelles e Strasburgo si sia deciso di distribuire i circa 80 miliardi di euro di Horizon (più «ricco» di quasi 30 miliardi rispetto al precedente). Il futuro della ricerca europea (e quindi italiana) sta qui: in una tabellina che individua i settori più promettenti e meritevoli di investimenti, quelli che dovrebbero portarci i risultati più significativi in termini di conoscenza, sviluppo, benessere.
In sintesi: quasi un terzo della torta va alla cosiddetta «eccellenza scientifica» (European Research Council, mobilità dei ricercatori, infrastrutture, tecnologie emergenti), circa 17 miliardi alla «leadership industriale» (tecnologie della comunicazione e dell’informazione, biotecnologie e tecnologie spaziali) e la fetta più consistente, 30 miliardi, alle «sfide sociali» (cibo, clima, salute, energia), con una quota allo European Institute of Innovation and Technology.
Per dare un esempio di quanto sia importante entrare nel merito di queste scelte basta ricordare che gran parte delle risorse per le tecnologie emergenti va a due soli «progetti bandiera»: uno sul grafene e l’altro per lo «Human Brain Project». Quest’ultimo è sempre più criticato sia per le modalità di gestione sia per la decisione di puntare così tante risorse in un’unica direzione: se nei prossimi anni vi viene una buona idea sulle neuroscienze ma siete fuori dal consorzio, è probabile che dobbiate tenervela nel cassetto.
Conclusione: avete mai sentito un ministro della ricerca o qualche altro rappresentante politico o istituzionale illustrare queste decisioni e spiegarci perché queste, e non altre, sono le priorità della ricerca europea (e quindi italiana)? Negli incontri dei festival della scienza qualcuno dei nostri scienziati ha mai detto se la ripartizione riflette le priorità della comunità scientifica nazionale e internazionale? E come Paese che non ha più una politica di ricerca pensiamo che risponda ai nostri bisogni e punti di forza o l’accettiamo perché non abbiamo la capacità di discuterne con Paesi più attivi e organizzati? È su tutto questo che dobbiamo far sentire la nostra voce e chiarirci le idee, se davvero «vogliamo avere indietro i nostri soldi» per noi e per i nostri ricercatori. 

Un confronto tra Edgar Morin e Tariq Ramadan

Il pericolo delle ideeEgdar Morin e Tariq Ramadan : Il pericolo delle idee, Erickson edizioni


Risvolto
Può esistere un dibattito costruttivo tra due concezioni del mondo e della fede che tutto fa sembrare opposte l’una all’altra? Molti, oggi soprattutto, risponderebbero di no. Eppure questo libro è la prova del contrario, la dimostrazione che, se si ascolta veramente l’altro rispettandone la diversità, il dialogo  può non solo avere luogo ma diventare la chiave di lettura per comprendere il passato e interpretare la complessità del presente.

Edgar Morin, tra i maggiori pensatori viventi, e Tariq Ramadan, intellettuale  e teologo musulmano molto discusso in Francia per le sue opinioni su islamismo e Occidente, danno vita a una conversazione intensa e autentica, antidogmatica ed estremamente attuale, che tocca i nodi tra i più critici del dibattito contemporaneo: il conflitto israeliano-palestinese, il fondamentalismo, l’antisemitismo e l’islamofobia, la laicità e il laicismo, i diritti delle donne, la globalizzazione… 
In un periodo come quello presente, in cui i principi fondativi della democrazia e del vivere comune sono minacciati e offesi, ciò che rende attuale questo libro è anche ciò che lo rende «pericoloso»: l’ambizione di poter vivere insieme anche essendo diversi, la speranza che la pluralità — di opinioni, fedi, culture — possa non ridursi a scontro fra civiltà. È questo il pericolo delle idee: un rischio che vale la pena assumersi, oggi più che mai.


Morin e Ramadan, il dialogo di due illuministi atipici 

Benedetto Vecchi, il Manifesto 28.4.2015 

Due intel­let­tuali che i media dipin­gono agli anti­podi, ma che in que­sto ser­rato dia­logo sco­prono di avere più i punti in comune che dif­fe­renze. Il primo è con­si­de­rato il grande vec­chio euro­peo del pen­siero della com­ples­sità, che dichiara sin dalle prime bat­tute fedeltà alla tri­nità — libertà, ugua­glianza e fra­ter­nità — della Rivo­lu­zione fran­cese; e dell’illuminismo, lo sfondo sui quali entrambi si col­lo­cano. Il secondo afferma peren­to­ria­mente che ogni iden­tità cul­tu­rale o reli­giosa non può pre­scin­dere pro­prio dal fare pro­prie quelle tre parole, le uni­che coor­di­nate di una pos­si­bile pre­senza poli­tica degli isla­mici in Europa. 
Va dun­que dato merito alla casa edi­trice Erick­son per aver tra­dotto l’incontro-dialogo tra Edgar Morin e Tariq Rama­dan (Il peri­colo delle idee, pp. 271, euro 17,50), per­ché è un libro che aiuta a capire quale possa essere il ter­reno di incon­tro tra un illu­mi­ni­sta radi­cale e un teo­logo isla­mico che ha fatto molto par­lare di sé per le sue prese di posi­zione a favore di una iden­tità isla­mica distinta da quella di altri cre­denti e non cre­denti nati nel vec­chio continente. 
Tariq Rama­dan è stato infatti descritto come un sul­fu­reo intel­let­tuale che in maniera mime­tica si schie­rava a favore di un islam poli­tico radi­cale. Da quanto emerge da que­sto libro niente di più lon­tano dalle sue parole. La demo­cra­zia poli­tica è difesa da Rama­dan, anche se ne sot­to­li­nea i limiti quanto nelle società ven­gono impo­ste per legge norme che stri­dono con le con­vin­zioni di chi, isla­mico per con­vin­zione reli­giosa, ma fran­cese, sviz­zero, tede­sco, ita­liano per scelta. La tol­le­ranza dovrebbe essere la bus­sola che regola la rotta poli­tica dei governi nazio­nali e dell’Unione euro­pea, sostiene Rama­dan. Que­sto non signi­fica che la pos­si­bi­lità di indos­sare il velo da parte delle donne debba essere una scelta che non strida con le leggi domi­nanti. E anche sulla sepa­ra­zione tra reli­gione e poli­tica Rama­dan è netto: sono ambiti distinti e la prima non dovrebbe mai inva­dere il campo della seconda, anche se per un isla­mico il rispetto del Corano è con­di­zione indi­spen­sa­bile per la sua pre­senza nella scena pub­blica. Dun­que prese di posi­zioni che nulla hanno a che fare con la figura descritta dai media del teo­logo isla­mico. Anzi, Rama­dan ripete con­ti­nua­mente che l’islam è una welt­a­shauung sem­pre in dive­nire, per­ché è un sistema di valori che non pre­scinde mai dall’adesione a un prin­ci­pio di realtà. Da que­sto punto di vista, Rama­dan si pre­senta come un inno­va­tore, un rifor­ma­tore, che vede nell’islam poli­tico radi­cale un osta­colo alla piena cit­ta­di­nanza degli isla­mici che vivono o sono nati nel vec­chio continente. 
Certo nel volume Edgar Morin incalza, chiede pre­ci­sa­zioni, ma non sono poche le pagine dove la con­ver­sa­zione tra i due intel­let­tuali ripe­tono di essere in piena sintonia. 
Eppure i temi del dia­logo non sono «neu­tri». C’è ovvia­mente il nodo di come l’Islam vede il ruolo delle donne. I due intel­let­tuali, maschi, hanno una cono­scenza certo non pro­fonda del pen­siero fem­mi­ni­sta con­ti­nen­tale, ma entrambi si dichia­rano per una piena eman­ci­pa­zione delle donne. Anzi, Tariq Rama­dan è il più netto. Una società che non fa pro­pria la «dif­fe­renza» delle donne nel pen­sare le rela­zioni sociali è una società «muti­lata» di una parte delle sue poten­zia­lità. Dun­que nes­suna indul­genza verso chi vuol imporre il velo alle donne. Morin non può che con­cor­dare con il suo inter­lo­cu­tore.
L’andamento è lo stesso quando il tema affron­tato è la costi­tu­zione dell’Europa poli­tica. Entrambi sot­to­li­neano che il pro­cesso costi­tu­zione si è inter­rotto e che il potere deci­sio­nale è nelle mani di un gruppo di tec­no­crati che non vogliono certo sot­to­stare a quel prin­ci­pio demo­cra­tico che è il con­trollo delle loro azioni. Ma anche qui, pieno con­senso tra i due: la loro scelta euro­pei­sta non è mai messa in discus­sione, anche se que­sto non signi­fica la rinun­cia alla cri­tica del carat­tere tec­no­cra­tico e anti­de­mo­cra­tico che carat­te­rizza l’attuale pro­cesso di costi­tu­zione euro­peo. Stesso tenore è il giu­di­zio sulla glo­ba­liz­za­zione. Un pro­cesso irre­ver­si­bile, dal quale non è pos­si­bile imma­gi­nare un ritorno al pas­sato, ma da qui alla rinun­cia alla cri­tica agli ido­la­tri del libero mer­cato ce ne corre. Anzi Rama­dan, con un vezzo auto­re­fe­ren­ziale, ricorda che si può par­lare di isla­mici euro­pei pro­prio gra­zie alla mobi­lità di uomini e donne resa pos­si­bile dalla globalizzazione. 
Sulla seco­la­riz­za­zione delle società Morin non può che salu­tarla posi­ti­va­mente. Per il filo­sofo fran­cese la reli­gione è un fatto pri­vato. Rama­dan non fa fatica ad ammet­tere che le società euro­pee sono società seco­la­riz­zate, anche se invita a riflet­tere il f atto che la fede è un fatto col­let­tivo e che in quelle stesse società seco­la­riz­zate la reli­gione è vista come una rispo­sta alle inquie­tu­dini e ai pro­cessi disgre­ga­tivi del legame sociale atti­vati dall’economia del libero mer­cato.
La parte più intensa del volume è quella dedi­cata alla «que­stione pale­sti­nese». Per Tariq Rama­dan è scon­tata l’adesione alle riven­di­ca­zioni dei pale­sti­nesi di for­mare un loro stato e che Israele deve tor­nare ai con­fini pre­ce­denti al 1967. Per Edgar Morin, il discorso è più articolato.Anche se laico e non cre­dente non rimuove la sua ori­gine ebraica. È un uomo che ha fatto espe­rienza dell’antisemitismo e sa che è in Europa che si è con­su­mata la Shoah. Si dichiara soli­dale con i pale­sti­nesi e usa parole dure con­tro l’occupazione israe­liana, anche se afferma, una presa di posi­zione forse indi­ge­sta per un cosmo­po­lita, che tanto i pale­sti­nesi che gli israe­liani hanno diritto ognuno a un loro stato. 
Un libro dun­que in difesa della libera cir­co­la­zione delle idee, il peri­colo che gli intol­le­ranti e gli inte­gra­li­sti di ogni risma vedono come un virus che cor­rode il loro potere fon­dato sui pre­giu­dizi e sull’intolleranza.

Alois Hudal e la cristianizzazione fallita del nazismo

L'anima del Führer Dario Fertilio: L'anima del Führer. Il vescovo Hudal e la fuga dei nazisti in Sud America, Marsilio, pagg. 215, euro 16,50



Risvolto

Le ragioni della chiesa cattolica e quelle del nazionalsocialismo si incontrarono a Roma, durante gli anni Trenta e Quaranta, nella persona di un vescovo austriaco: Alois Hudal. Fu lui, con la collaborazione del Vaticano, a organizzare le fughe in Sud America di numerosi gerarchi nazisti, compresi i più efferati criminali di guerra, ma anche di semplici combattenti tedeschi ricercati dagli Alleati. Attorno a questo singolare personaggio, anche a causa della sua delicata posizione, la storiografi a ufficiale ha steso finora un velo d’ombra: ma le ragioni del suo agire emergono dagli scritti, ormai quasi introvabili. Perché monsignor Hudal coltivava un progetto insieme visionario, utopistico e folle: cristianizzare il nazionalsocialismo, utilizzarlo come una barriera di fronte all’ateismo sovietico e salvare addirittura l’anima di Hitler. Il progetto politico fallì, ma i più grandi criminali nazisti, grazie a lui e ai suoi collegamenti col Vaticano e la Croce Rossa, riuscirono effettivamente a lasciare l’Europa. La sua storia si intreccia a un certo punto con quella della città prussiana di Königsberg, appena conquistata dai sovietici, quando un soldato russo d’origine tedesca viene incaricato di indagare a Roma sull’operato del vescovo. Per farlo deve fingersi un nazista in fuga, bisognoso d’aiuto. L’incontro avviene, e produce un effetto: in Hudal insinua il dubbio che la pietà cristiana alla fi ne non possa ignorare le ragioni della giustizia; nella spia sovietica che torti e ragioni dei vincitori e dei vinti siano, alla prova dei fatti, labili e mendaci. Sullo sfondo, i dolori paralleli di Roma e Königsberg e gli interrogativi principali sul senso della misericordia, sui pericoli dell’autoinganno, sulle ragioni dell’amore e della verità.



Alois Hudal, rettore della chiesa nazionale tedesca a Roma, voleva redimere il nazismo essendone tuttavia complice 

Mario Cervi - il Giornale Mer, 29/04/2015

Il dono negletto della sintesi

Copertina L'arte di riassumere
Ugo Cardinale: L’arte di riassumere. Introduzione alla scrittura breve, il Mulino

Risvolto

Dopo anni di polveroso oblio, la pratica del riassunto è oggi riscoperta e riproposta come insostituibile strumento didattico. Questa utile guida illustra con chiarezza tale complessa abilità, basata sull’interdipendenza di lettura e scrittura, attraverso un ampio repertorio di testi letterari, scientifici, o di attualità storico-politica che vengono smontati, analizzati e trasformati con diversi livelli di riduzione.


Riassumere? Un esercizio di umiltà 

Luciano Canfora Mercoledì 29 Aprile, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Un tempo il riassunto era un esercizio scolastico assiduamente praticato e particolarmente giovevole, col quale ci si cimentava sin dalle scuole elementari. Vari indirizzi pedagogici hanno travolto tale salutare pratica e si può constatare con un certo disagio la crescente incapacità di riassumere il pensiero altrui. 
Esempio insigne e recentissimo il modo in cui nel volume appena pubblicato del massimo organo bibliografico nel campo dell’antichità classica, l’«Année philologique» (voce Artemidorus Ephesius ), viene dato conto di un saggio intitolato Le scoperte di Simonidis in Caria e lo pseudo-Artemidoro . Non vogliamo privare il lettore del piacere di constatare di persona la maniera buffamente elusiva con cui il riassunto di tale saggio è costruito. Sul versante opposto si può segnalare invece un brillante saggio di Ugo Cardinale, intitolato appunto L’arte di riassumere . Introduzione alla scrittura breve , apparso in questi giorni presso il Mulino, corredato di una efficace antologia di testi narrativi, giornalistici, argomentativi, che possono aiutare non solo gli scolari, ma anche i redattori dell’«Année philologique» a bene operare quando debbono procedere ad un riassunto. 
Citiamo dal paragrafo iniziale ricavandone una direttiva molto salutare: «Se si vuol fare un riassunto fedele di un testo, è importante un atteggiamento di umiltà che porti preliminarmente a rispettarne la struttura, evitando quelle operazioni di permutazione e ricombinazione delle parti che nascono da un intento correttivo, integrativo, interpretativo, ma che rischiano di essere fuorvianti». 
Il tema è antico. Anni addietro ci capitò di segnalare la brillante attività erudita di un certosino francese di fine Seicento, Bonaventure d’Argonne, al quale si debbono ricondurre opere presentate come di un mai esistito Vigneul-Marville. D’Argonne era un appassionato lettore del patriarca Fozio e il patriarca Fozio era un maestro nell’arte di riassumere. Si pensi alla cosiddetta Biblioteca del patriarca bizantino. 
La Biblioteca include riassunti ed estratti da centinaia di opere prese in considerazione dall’autore, giacché le due attività sono sostanzialmente affini. D’Argonne, oltre a pubblicare sotto falso nome la Biblioteca , scrisse di suo un trattato di argomento patristico, una parte del quale conteneva precetti sull’arte di ricavare estratti. Il volumetto di Ugo Cardinale si colloca nella scia del certosino d’Argonne.

I ricordi di guerra di Helmut Schmidt



Helmut Schmidt “Shoah, la colpa fu dei nazisti non dei tedeschi”

L’ex cancelliere ricorda la fine della guerra mondiale di cui ricorre il 70° anniversario

intervista di Matthias Nass Repubblica 29.4.15

AMBURGO «I TEDESCHI nel loro complesso non furono complici». Ricordando la fine del conflitto di cui in questi giorni ricorre il settantesimo anniversario, l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, 96 anni, respinge il concetto di colpa collettiva dei tedeschi nella seconda Guerra mondiale. «I colpevoli furono i nazisti. C’era semmai la responsabilità collettiva che una cosa del genere non si ripetesse mai più».
Il 3 maggio 1945 Amburgo si arrese senza combattere ai britannici. Lei dov’era quel giorno?
«Ero prigioniero degli inglesi in territorio belga, in un campo vicino a Bruxelles».
Quando ha avuto la notizia dell’occupazione di Amburgo?
«Non il giorno stesso né quello successivo. Amburgo all’epoca non aveva tanta importanza per me. Importante era la fine della guerra ».
Quando è finita per lei la guerra? Quando fu preso prigioniero?
«Dentro di me sapevo già da molto tempo come sarebbe finita. Quando Hitler iniziò la campagna di Russia nel giugno 1941 capii che avremmo perso la guerra. A questo proposito litigai con Hermann Ötjen, che chiamavo zio. Era un collega di mio padre, come lui insegnante in un istituto tecnico. Era nazista, capitano della riserva, io un semplice tenente. Gli dissi che avremmo perso e che saremmo finiti a vivere in baracche se ci fosse andata bene. Qualcosa di storia sapevo e avevo davanti agli occhi il destino di Napoleone nel 1912 alle porte di Mosca».
All’epoca erano molti i tedeschi che consideravano l’attacco alla Russia un errore strategico?
«Probabilmente erano pochi. Io però, va detto, ero un tedesco storicamente consapevole, di padre per metà ebreo. Senza dubbio avevo un atteggiamento più critico rispetto alla massa. Sulla mia vita pesava l’etnia di mio padre, non dovevo farne parola con nessuno, neppure con lui. Secondo le leggi razziali ero per un quarto ebreo. Non sapevo che i nazisti avrebbero ucciso gli ebrei, ma sapevo che li consideravano avversari. Per questo non avrei mai potuto essere nazista».
Nella primavera-estate del 1945 fu prigioniero dei britannici. Quando e come venne catturato?
«Forse a marzo o a aprile. Dove lo ricordo benissimo: in un paese circa 8 chilometri a nord di Soltau, in bassa Sassonia. Ci ero arrivato a piedi, spostandomi sempre di notte. Al fronte ero stato l’ultima volta durante la ritirata seguita all’offensiva delle Ardenne, nel gennaio- febbraio 1945».
Come la trattarono i britannici?
«Decentemente. Ma non avevano da darci da mangiare». Quando nella tarda estate tornò a Amburgo che spettacolo le offrì?
«Il quadro lo conoscevo già, perché nel 1943 ero stato a Amburgo dopo il catastrofico bombardamento ».
Quando ha provato per la prima volta un senso di liberazione di fronte alla sconfitta della Germania?
«In maniera inconscia lo provai relativamente presto. La piena consapevolezza l’ho avuta forse grazie al discorso che Richard von Weizsäckers tenne in occasione del quarantennale della fine della guerra nel 1985».
Molto vicino al paese in cui venne preso prigioniero si trovava il lager di Bergen-Belsen, appena liberato dai britannici. Ne sapeva qualcosa?
«No! Ma durante l’interrogatorio mi chiesero di Bergen-Belsen. Io non ne sapevo nulla».
Non sapeva nulla dell’annientamento sistematico degli ebrei nei campi di sterminio?
«No».
Lo ha appreso per la prima volta durante la prigionia?
«Qualcosa, ma in massima parte negli anni seguenti».
All’epoca ha pensato che i tedeschi avrebbero dovuto pagare un prezzo terribile per le loro colpe?
«All’epoca non pensavo in termini politici. Non reputavo i tedeschi colpevoli globalmente. La colpa era dei nazisti. I tedeschi nel complesso non erano complici, ma tutti i tedeschi erano responsabili delle azioni compiute da altri tedeschi ».
Nessuna colpa collettiva, bensì una responsabilità collettiva?
«La responsabilità collettiva che una cosa del genere non si ripeta mai più».
Anche suo fratello era nella Wehrmacht?
«Certo. Anche mio cognato. Eravamo tutti arruolati».
Che ne è stato dei nazisti che conosceva, i suoi insegnanti o i vicini di casa?
«Conoscevo pochissimi nazisti, a parte Ötjen. Ne conoscevo due morti entrambi. Erano miei cari amici quando andavamo a scuola, Kurt e Ursel. Ursel era diventato un nazista convinto! Pianse quando seppe della morte di Hitler».
Che speranze di rinascita politica nutriva nel 1945?
«In concreto nessuna».
Il suo ingresso nell’Spd fu dovuto a Schumacher?
«No, lo devo a un tenente colonnello conosciuto in prigionia, Hans Bohnenkamp. Sotto il suo influsso già nel 1945 andai a Neugraben dai socialisti e all’inizio del 1946 mi iscrissi al partito. Nel 1946 abbiamo fatto i cartelli per le prime elezioni amministrative».
Guardando alla fine della guerra settanta anni dopo vede cicatrici ancora da sanare?
«Se guardo dalla finestra del mio studio vedo un prato verde. Accanto alla sede di Zeit un tempo c’era il ginnasio Johanneum, poi utilizzato come biblioteca finché non fu bombardato. Le rovine c’erano ancora quando entrai in questo giornale, al suo posto volevano costruire un cubo di acciaio e vetro. All’epoca mi opposi».
Queste sono le cicatrici esterne.
«La mia generazione si porterà le cicatrici nella tomba». Copyright Die Zeit.
Traduzione di Emilia Benghi 

La rivolta di Gerace del 1847



I cinque martiri dimenticati del Risorgimento di Gerace

I giovani carbonari che guidarono la rivolta contro i Borbone furono fucilati il 2 ottobre 1847 e gettati in una fossa comune

di Mimmo Gangemi La Stampa 29.4.15

L’agonia della morte continua a inquietare la notte. Lacera improvvisa il silenzio. E intasa il cielo di urla strazianti e di gemiti dolorosi. Si sollevano dalla Fossa della Lupa e si lasciano condurre dalle folate del vento lungo le viuzze di Gerace. Passano davanti al Castello, prendono velocità nella discesa fino alla Cattedrale normanna, giungono in piazza del Tocco. E poi al Convento dei Cappuccini, nel cui piazzale si consumarono le vite. Lì, una sosta, il tempo di confondere tra i rumori del mondo la scarica dei quaranta colpi di fucileria e le grida inneggianti a Pio IX, alla Costituzione e a un’Italia ancora da costruire una e sola e che già colava sangue. Quindi, di nuovo indietro ad accucciarsi nel fosso.
Magie che succedono il 2 ottobre. Ma solo quando si verificano condizioni simili a quel 2 ottobre 1847, un giorno che ancora si stropicciava gli occhi di sonno ma già era accalorato, per l’estate trascinatasi fin lì dimentica che le toccava arrendersi all’autunno – questo si faceva riconoscere dalla fragranza della frutta matura che si contendeva l’aria con l’odore del mosto appena spremuto e con i profumi saporosi dell’uva passita del Greco e del Mantonico. Il giorno era anche ventoso, con un grecale che s’era inerpicato dalla Riviera dei Gelsomini e, appena su, era rimbalzato indietro, sconfitto, dalla rupe di arenaria su cui si adagia la città, l’aveva aggirata assecondando i contorni sinuosi e penetrata. E lì s’era alleato al filo di scirocco scampato al lungo tragitto dal deserto d’Africa. Assieme, avevano percorso i vicoli, fischiato i muri, sagomato le facce grinzose dei vecchi, loro in piedi all’orario di sempre.
Fede liberale
Non incute timore, l’agonia della morte. Perché tutti sanno che è l’ultimo palpitare di vita dei martiri della rivoluzione del 1847 mentre i quaranta colpi della fucileria ne sciancavano le carni.
Erano cinque giovani carbonari. Avevano tra i ventitré e i ventotto anni. Appartenevano a famiglie facoltose della Locride. Avevano intrapreso studi di giurisprudenza a Napoli. Ne erano stati espulsi appena scoperta la loro fede liberale e che erano vicini a gruppi di cospiratori. Il Comitato di Napoli li aveva scelti per guidare l’insurrezione nel Distretto di Gerace, che doveva deflagrare assieme a quelle di Messina e di Reggio, scintille da cui poi sprigionare il fuoco in tutto il Regno delle Due Sicilie.
La miglior gioventù
A Reggio i liberali ebbero la meglio e il 2 settembre 1847 s’insediò un governo provvisorio. Nel Distretto di Gerace alla rivolta partecipò la migliore gioventù. A Capo Spartivento si impadronirono di una nave doganale, sbarcarono a Bianco, occuparono Caraffa, Bovalino, Ardore, Gioiosa Jonica, Roccella, Siderno, irrobustendo le fila dei rivoltosi. Estesero l’insurrezione all’intero Distretto senza versare una sola goccia di sangue. Nei giorni della repubblica emanarono un proclama rivoluzionario, dimezzarono il costo del sale e dei tabacchi, consentirono di attingere acqua dal mare, vietata dalle leggi dei Borbone!, e catturarono Antonio Bonafede, il sovrintendente del Distretto, già responsabile della fucilazione dei fratelli Bandiera tre anni prima. Lo sottrassero al linciaggio.
Il 6 settembre, il rabberciato esercito, confluito a Roccella, avvistò un mercantile, in rada per rifornirsi di acqua e di viveri, lo scambiò per un brigantino borbonico, da guerra, carico di truppe inviate per stroncare la rivolta, e si sbandò, pure perché era giunta notizia che a Messina i moti non erano nemmeno iniziati e che a Reggio erano già stati soppressi. I cinque promotori vennero catturati e processati a Gerace, in tutta fretta, di notte, su ordine dell’ingrato Bonafede, per scongiurare che il generale Nunziante, in arrivo con le truppe, potesse decidere la grazia. Furono fucilati il mattino del 2 ottobre nei pressi del Convento dei Cappuccini. Davanti al plotone d’esecuzione inghiottirono avidi i fiati pregni degli odori dell’aria – sapeva delle erbe della campagna, della terra rivoltata dall’aratro, del salmastro risalente dalla marina – e volsero gli occhi a colmarli di mondo, sul borgo medievale già operoso e sul mare sullo sfondo, con riccioli schiumosi, punteggiato di barche, avvolto da una foschia che anticipava l’orizzonte e confondeva cielo e acque.
Nella fossa comune
I corpi furono gettati in una fossa comune – la Fossa della Lupa – per disprezzo, per un monito da accoppiare all’uccisione, per renderli anonimi come la crozza siciliana trapassata senza un tocco di campane. L’Italia di allora si indignò – molti, per ricordare e onorare il martirio, portarono il cappello alla calabrese. Ma presto si stese ingrata la polvere del tempo e se ne perse la memoria. Accadeva a Gerace, uno tra i borghi più belli e suggestivi d’Italia. Che appare oggi uguale ad allora. Il tempo e la pacchiana modernità non hanno infierito come è successo un po’ ovunque altrove. E inducono ammirazione i muri antichi, fregiati o nudi d’intonaco, le coperture in coppi, il selciato delle stradine, le chiese, i palazzi d’epoca, la cattedrale, i ricchi portali, i sottopassi, gli archi, i vani scavati nella roccia. Convivono, in incantevole armonia, il bizantino, il normanno, il gotico, l’angioino, il romano e il romanico, persino un pregevole barocco negli altari di alcune chiese.
La lapide
Nella conservazione c’è di certo qualcosa germogliato da quel sacrificio lontano. Lo spirito dei cinque martiri è rimasto impregnato nell’aria, incrostato ai muri, trasmettendo pensieri di civiltà. Nel 1931 Gerace, mai dimentica, ha eretto un monumento alla memoria. Sulla lapide, la scritta: «Ripetano i secoli che qui vennero fucilati il 2 ottobre 1847 Michele Bello da Siderno, Pietro Mazzoni da Roccella, Gaetano Ruffo da Bovalino, Domenico Salvadori da Bianco, Rocco Verduci da Caraffa. Precursori di libertà».
I secoli tacquero invece, non ci si imbatte nei cinque quando si scorrono gli eroi del Risorgimento. Che si ripari: furono martiri i cui nomi devono riecheggiare nelle cronache della storia d’Italia. 

I rapporti tra Pci e Pcus ai tempi di Praga finemente illustrati a tempera da Roberto Festorazzi

Roberto Festorazzi Avvenire 29 aprile 2015

Così Mosca tradì la fiducia di Longo

Roberto Festorazzi Avvenire 30 aprile 2015

Comincia il dibattito sull'anniversario dantesco

Risultati immagini per bibliografia dantescaDante tra antico e moderno Oltre la filologia da scoop 
Mercoledì 29 Aprile, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

A 750 anni dalla nascita e a quasi 700 dalla morte, avvenuta nel 1321, che altro si può dire di Dante che non sia stato detto e sviscerato? A domanda ovvia, risposte non ovvie, perché il «miracolo» dell’Alighieri, come quello degli altri (pochissimi) grandi della letteratura, è di continuare a parlarci con parole inattese e sempre sorprendenti. Che richiedono una cura assidua, nuovi approcci, nuove edizioni, nuovi commenti, nuove letture. Lo sa bene Enrico Malato che, oltre a presiedere il Centro Pio Rajna cui si devono le edizioni nazionali dantesche, è tra i maggiori studiosi del Sommo Poeta. 
Professor Malato, storicamente gli anniversari danteschi, al di là degli aspetti celebrativi, hanno aggiunto qualcosa di sostanziale alla conoscenza del poeta? 
«Tutti i centenari sono stati occasione di grandi mobilitazioni di forze intellettuali, con effetti di grande rilievo. Nel 1865, a quattro anni dalla fondazione dello Stato unitario, furono iniziate celebrazioni strepitose, con edificazione di statue e monumenti, intitolazioni di piazze, strade, scuole, eccetera, e anche con pubblicazioni importanti (fra le altre, il rifacimento del fondamentale commento alla Divina Commedia di Niccolò Tommaseo), che si protrassero per decenni. Nel 1921, Michele Barbi (con altri studiosi) pubblicò la famosa Edizione del Centenario , che in pratica è il primo testo affidabile delle opere di Dante, rimasto l’edizione di riferimento fino a oggi. Nel 1965 escono l’ Enciclopedia Dantesca , diretta da Umberto Bosco e Giorgio Petrocchi, e la nuova edizione della Divina Commedia , a cura dello stesso Petrocchi, che offre il testo in cui tuttora, benché “provvisorio”, si legge il poema». 
E questo 750° che valore particolare ha rispetto ai precedenti? 
«Lo direi il più importante di tutti. Perché è un centenario a metà — sono 750 anni dalla nascita — che precede di sei anni il settimo centenario della morte, nel 2021, formando insieme una congiuntura storica marcata ai due estremi: all’inizio, uno snodo cruciale, nella storia dell’Occidente, fra il Medioevo che tramonta e l’Età Moderna che si apre e ci introduce nella dimensione storica in cui tuttora viviamo; alla fine, oggi, un nuovo transito verso un post-moderno che non sappiamo pienamente cosa sarà. Dante, con la sua opera, che rappresenta la sintesi di quella esperienza storica, sta in mezzo come trait d’union tra il Moderno, cioè noi, e l’Antico, dove affondano le irrinunciabili radici della nostra identità nazionale e della identità culturale dell’Occidente». 
Non è sopravvissuta una sola riga autografa di Dante e molte zone della sua biografia rimangono oscure. Quali sono ancora gli interrogativi aperti sull’opera? 
«Il XX secolo ha portato progressi enormi, anche se con qualche complicazione, perché si è scritto (e si scrive) tanto, su Dante, che spesso occorre distinguere ciò che è grano da ciò che è loglio. Ma oggi abbiamo una conoscenza di Dante molto meglio focalizzata e più approfondita che non un secolo fa. Basti dire che l’interpretazione complessiva del poema è profondamente cambiata, con la scoperta dell’insospettato latente conflitto tra Dante e Guido Cavalcanti: che si credeva comparsa incidentale in due passi della Commedia , e si è visto invece “presenza” incalzante in ogni luogo del poema. Fino a far apparire il poema come (anche) una sorta di replica di Dante a Guido nel contesto del loro dissidio poetico e ideologico». 
A che punto siamo con le edizioni dantesche? 
«La nuova edizione della Vita nuova e delle Rime , a cura di Donato Provano e di Marco Grimaldi, rappresenta l’ultimo e ad oggi più importante passo nella realizzazione del progetto Necod. È incredibile che ancora oggi manchi — al di là delle molte e spesso pregevoli edizioni dantesche in circolazione, in prevalenza pensate per una destinazione scolastica — una edizione d’insieme affidabile nei testi, corredata di adeguato commento storico-critico, idoneo a rappresentare il progresso più avanzato della ricerca scientifica. Lo denunciava Barbi nel 1934, inaugurando una “Nuova Edizione” rimasta irrealizzata. Voleva essere la prima pietra di quel “monumento cartaceo” a Dante che lo stesso Barbi riteneva il più degno del Sommo Poeta: un’edizione moderna delle opere, integrata da un recupero dei principali documenti storici che le riguardano. Di qui, i progetti cui ho accennato: la Necod e prima ancora la ricerca finalizzata al Censimento e all’ Edizione dei Commenti danteschi , che ripropone i testi più importanti del cosiddetto «Secolare Commento» alla Commedia . È l’“onoranza” a Dante che abbiamo scelto». 
A proposito della nuova edizione commentata delle «Rime» e della «Vita nuova», quali sono le nuove acquisizioni, al di là delle questioni minime di interesse iperspecialistico? 
«La nuova edizione della Vita nuova e delle Rime , dopo le animate discussioni degli ultimi decenni, si presenta come una novità assoluta: nei testi, nel corredo storico e interpretativo, nella ricca documentazione che sostiene ogni proposta. È difficile sintetizzare in due parole. La Vita nuova, come si sa, è il “romanzo autobiografico” composto dopo la mo rte di Beatrice (1290), che ingloba 31 rime scritte precedentemente, arricchite di una nuova prosa narrativa ed esegetica. Di solito, gli editori precedenti espungevano dalle Rime le poesie che Dante utilizzò per il “libello”. In realtà, va detto che i componimenti compresi nella Vita nuova non sono mai stati sottratti dalle Rime, dunque noi li restituiamo integralmente (ripetendoli) anche nel corpus delle Rime, il che rende possibile dar conto delle poesie di corrispondenza: abbiamo perciò per la prima volta la riproduzione completa e parallela dei testi comuni con opportuno commento, che ne illustra le peculiarità». 
La celebrazione al Senato prevede l’intervento di Roberto Benigni. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una scelta scontata: si cavalca il suo successo televisivo e la sua simpatia. Che cosa offre Benigni, nell’esecuzione e nel commento, più di altri? 
«Benigni è un lettore straordinario del poema di Dante: lo conosce, lo capisce, lo sente come pochi riescono a sentirlo, ne subisce l’emozione, e questa riesce a trasmettere ai suoi ascoltatori, facendo scoccare una sorta di corto circuito tra questi ultimi e il suo poeta, che li tiene avvinti e attenti. In un contesto solenne come quello del 4 maggio in Senato, non poteva non essere Benigni a dar voce al Poeta e non altra che quella del canto XXXIII del Paradiso». 
Dante ha fatto litigare, nei secoli, molti studiosi e ha fatto accapigliare grandi e mediocri custodi della sua memoria. Oggi c’è una sostanziale unità di intenti nel guardare a Dante? 
«No, non c’è sostanziale unità di intenti, a parte tra i dantisti seri... In realtà non è Dante che ha fatto litigare gli studiosi, ma sono — mi si lasci dire — i “grandi” e i “mediocri” che hanno litigato tra loro. Nel tempo si è affermato il concetto che su Dante ognuno può dire la sua, sparandola grossa quanto la fantasia gli consente, senza alcuna preoccupazione di verifica nel contesto o sui documenti. Qualcuno si è inventata quella che io ho definito la “filologia dello scoop”: proposte clamorose, di cui si parla, consistenti come le bolle di sapone. Come sempre, sono in scena gli studiosi e i parolai, gli operatori seri, che portano conoscenza, e i pupari, che fanno ludo scenico, spesso di basso livello. Ma, come recita l’antico adagio, il tempo è galantuomo, e inesorabile: la verità alla fine viene fuori, dando a ciascuno quel che gli spetta. E già Dante aveva ammonito: “la verità, nulla menzogna frodi”».


Dante, un’icona pop nella nostra selva oscura La modernità della Divina Commedia: non imita la realtà, ma riproduce i nostri meccanismi di percezione del reale
Marco Santagata Tuttolibri 9 5 2015
Dalle radio alle televisioni, da Facebook a Youtube, dalle vetrine delle librerie ai palcoscenici dei teatri, senza contare le innumerevoli iniziative innescate dal 750° anniversario, Dante è onnipresente. Il circuito della comunicazione ne ha fatto una icona pop. E’ vero che la conoscenza delle opere non è pari alla popolarità dell’autore, è anche vero, però, che la Commedia è una delle opere italiane più lette da noi e nel mondo, forse la più letta.
Eppure, a prima vista, sembrerebbe lontanissima dagli interessi dei lettori di oggi. Non tanto perché è stata scritta settecento anni fa, quanto per la lontananza di ciò di cui parla dalla nostra esperienza e dalla nostra cultura. Nella secolarizzata società occidentale quanti possono sinceramente riconoscersi nel percorso di salvazione individuale e collettiva che essa racconta? Direi: pochi in Occidente (con presumibili eccezioni nell’area religiosa protestante), nessuno nel vasto mondo di fede non cristiana. Non meno inattuale, poi, è il suo discorso politico, che per di più ruota intorno a una microstoria della quale i lettori italiani, e a maggior ragione quelli stranieri, non hanno quasi ricordo alcuno. Si aggiunga, infine, che la Commedia è un testo tanto difficile da risultare oscuro in molti suoi passi anche a un lettore colto, è ciò non per ragioni di lingua, ma perché molto spesso non fornisce le notizie necessarie per comprendere ciò che essa dice: in altre parole, una rappresentazione ellittica e scorciata richiede di essere integrata dalla conoscenza di nozioni in essa assenti.
Nonostante ciò la Commedia è universalmente acclamata come uno dei classici la cui lettura ancora affascina. Azzardo una spiegazione tra le molte possibili. Se ciò di cui la Commedia parla è lontano da noi, a noi vicino è il modo in cui ne parla. Non è questione di esperienza e di cultura, dunque, ma di sensibilità estetica. Nel primo capitolo di Mimesis Erich Auerbach così sintetizza le caratteristiche dello «stile» biblico in opposizione a quello omerico: «rilievo dato ad alcune parti, oscuramento di altre, stile rotto, suggestione del non detto, sfondi molteplici e richiedenti interpretazione». Uno scrittore di questo tipo vede la realtà dall’interno, e quindi la percepisce e la fa percepire a sprazzi, con illuminazioni improvvise e ampie zone d’ombra.
Nella Commedia convivono modi diversi di rappresentare la realtà: per esempio, nel costruire il mondo immaginario dell’aldilà Dante usa una tecnica mimetica che riproduce nel mondo ultraterreno quello terreno. In queste zone fornisce al lettore quanto è necessario affinché egli possa vedere mentalmente un universo di cui, altrimenti, non avrebbe cognizione. E’ come se edificasse una città virtuale che suscita la piena illusione di essere vera. E la popola di abitanti. E’ nel tratteggiarne gli abitanti che ricorre allo stile «biblico», riassuntivo e allusivo. Solo per alcuni di essi, infatti, usa le tecniche mimetiche dalle quali scaturisce l’illusione di realtà dell’ambiente urbano.
Accanto a personaggi delineati nella loro completezza psico-fisica, forniti di una biografia e posti in bella vista, colloca decine di figure rappresentate in modi tendenzialmente riassuntivi e scorciati. Di alcune lascia vedere il corpo e sentire la voce, di altre, mute, evidenzia solo un tratto somatico, di altre ancora una particolarità psicologica. Spesso, segnala la loro presenza solo con il nudo nome. Rispetto al parametro dell’aderenza alla realtà, sono rappresentazioni che potremmo giudicare antirealistiche. A essere così presentati non sono i personaggi immaginari o, comunque, stabilmente afferenti al mondo ultraterreno, ma soprattutto quelli storici, approdati nell’aldilà dal nostro mondo. Anime, sì, ma con un carico di vita vissuta.
Emerge, allora, una apparente contraddizione: ciò che è immaginario è concreto e realistico, ciò che è storico è ridotto a pochi segni, affidato all’allusività. Questo secondo aspetto, tuttavia, non è meno realistico del primo. Chi capita per la prima volta in una città può riconoscere nella folla qualcuno già noto, ma il più delle volte si imbatte in sconosciuti. Può farsene una conoscenza per indizi, ma molto spesso le sue restano semplici suggestioni.
Il lettore della Commedia percepisce l’universo fittizio del libro allo stesso modo: a volte, con piena cognizione di ciò che vede e ascolta; altre volte, con cognizioni solo parziali; spesso semplicemente per intuizioni; non di rado, senza comprendere ciò che vede e ascolta. La modernità di quel libro è proprio questa: non imita la realtà, ma riproduce i nostri meccanismi di percezione del reale. Non stupisce, allora, che modalità simili si riscontrino nell’Ulisse di Joyce, uno dei libri che hanno fondato la modernità in letteratura.