venerdì 29 maggio 2015

Tradotta la storia della civiltà indù di Wendy Doniger


Wendy Doniger: Gli indù. Una storia alternativa, Adelphi

Risvolto
Attingendo alle opere somme della letteratura sanscrita – i Veda, i grandi poemi epici, i testi tantrici e Purāṇici – ma anche alla fonte inesauribile delle tradizioni locali e orali, Wendy Doniger, indologa di fama mondiale, studiosa originale e audace, ci offre della civiltà indù una storia eterodossa, capace di dare voce ai personaggi relegati ai margini dalla storiografia ufficiale. L’esito è una trama abbagliante di racconti, la celebrazione di una tradizione plurale, inclusiva e infinitamente diversificata: anche le classi più basse ed emarginate, osserva la Doniger, ci parlano: «non sempre attraverso voci registrate sulla pagina scritta, ma con segni che possiamo comunque leggere, se lo vogliamo».
 

In India , terra del tempo che torna

Una catena di opposti: religione e potere, dèi e mortali, uomo e donna, corpo e anima

di Giorgio Montefoschi Corriere 29.5.15

Nel suo sterminato libro sull’induismo intitolato Gli indù , Wendy Doniger racconta una storia, che ancora ci sconvolge e per fortuna, a dispetto di ogni mutamento, possiamo vedere in quel luogo meraviglioso che è l’India con i nostri occhi, fondata su delle opposizioni che si compenetrano e vivono esclusivamente in virtù di codesta compenetrazione (che talvolta è selvaggia). Nella solitudine, infatti, i due termini della opposizione — la religione e il potere secolare, Dio e la creazione, il bene e il male, gli dèi e gli uomini, l’uomo e la donna, il corpo e l’anima, la nascita e la morte, la violenza e la non violenza, il sesso e l’ascesi — sarebbero nulla: non esisterebbero.
È una storia, quella raccontata dalla Doniger, oscura e luminosa — in realtà, la storia eterna, e alla fine inaccessibile, della luce che scende nel buio e del buio che la imprigiona o non la comprende — che viene da molto lontano. Cinquantamila anni fa, i venti che ogni anno portano in India le piogge monsoniche (e per secoli hanno disseccato le pergamene, facendo evaporare i racconti che la tradizione orale aveva trasferito nella parola scritta), condussero, molto probabilmente, dall’Africa orientale all’India peninsulare i suoi primi abitanti. Venivano, dunque, dal «cuore della tenebra» gli antichi ariani ai quali, nel corso del tempo, si mescolarono altri popoli che poi scomparirono, e poi altri popoli ancora fino a formare la complessa mescolanza di razze e lingue vissuta nella terra chiusa a oriente e a occidente dagli oceani, a nord dalla catena himalayana? Quando e da chi furono inghiottiti?
Il mito — uno degli innumerevoli miti, ripetuti in innumerevoli varianti, dai quali sono costellati i testi letterari e religiosi dell’induismo — parla di un grande diluvio che a un tratto sommerse quella terra. L’Adamo indiano si chiamava Manu. Un giorno incontrò un pesciolino che gli chiese di salvarlo da un pesce grande che voleva mangiarlo. In quell’essere infimo Manu riconobbe Visnu e lo salvò. Allora il pesciolino gli disse: gli dèi hanno costruito una grande barca per salvare dal diluvio gli esseri viventi; trascinala sulla montagna fino a che le acque non torneranno nel loro alveo e sarai re. Il diluvio — spiega l’incarnazione di Visnu — sarà provocato da una mostruosa giumenta che vaga in fondo all’oceano. Quando aprirà la bocca, un fuoco velenoso brucerà l’intero universo, gli dèi, ogni cosa e le acque, non più imbrigliate sommergeranno il mondo. «La giumenta dell’oceano che perlustra le acque oscure e profonde dell’inconscio» — osserva Wendy Doniger — è un essere femminile.
Passa il tempo immemorabile — che in India non è soltanto lineare, è anche ciclico: motivo per il quale le ere si concludono e rinascono, le anime tornano a reincarnarsi — e duemila anni all’incirca prima di Cristo, nella valle del fiume Indo, appare un altro popolo misterioso, risultato di mescolanze eterogenee, di provenienze indecifrabili. È la cosiddetta Civiltà della Valle dell’Indo. Conosciamo, attraverso le pietre, le iscrizioni in una lingua ancora non decrittata che forse non era neppure una lingua, e i sigilli, quali erano gli animali che insieme agli uomini vivevano lungo il fiume, i semi che venivano piantati, gli alberi. Sappiamo che commerci si svolgevano con la Mesopotamia, Creta, forse l’Egitto. Ma nessuno sa come e perché la Civiltà dell’Indo sparì.
Al loro posto — conservando con ogni probabilità le intuizioni umbratili o inespresse dei predecessori — sorge, attorno al 1500 a.C., il Veda . Il termine Veda significa Conoscenza. Il Rg Veda è un complesso di 1.028 inni, o mantra, tramandati in un primo tempo oralmente di padre in figlio, quindi scritti in una antica forma di sanscrito. Non dovevano finire in mani sbagliate, né essere pronunciati commettendo anche un minimo errore. «Il Rg Veda — scrive Wendy Doniger che col Veda entra nel cuore del suo libro bellissimo — era considerato un testo rivelato, e con la rivelazione non si scherza».
Un episodio mitico, conservato nella tradizione indologica europea, riguardante la memorizzazione e insieme la perfezione richiesta alla memorizzazione è il seguente. Alla fine del XIX secolo, appena conclusa la revisione e la pubblicazione del Rg Veda , Friederich Max Muller chiese a tre brahmani di tre diverse città: Calcutta, Madras e Bombay — tutti e tre parlanti lingue vernacolari diverse — di recitargli l’intero testo. Pare che ognuno di loro abbia pronunciato ogni singola sillaba dei 1.028 inni esattamente come gli altri due. I mantra venivano recitati durante i sacrifici. I sacrifici (non solo di animali) che originariamente erano offerti su miseri altari di fango, più tardi, accompagnando lo sviluppo sociale, divennero ricchi, regolati da rituali complessi. E raffigurarono (per esempio nelle forme degli altari) sia l’uomo che il cosmo. Il sacrificio legava indissolubilmente il mondo visibile degli uomini e il mondo invisibile degli dèi. L’energia generata dal sacrificio — vale a dire il calore, che è vita, ed è in contrasto col freddo della morte, ed è lo stesso calore, o ardore che nutre l’erotismo e la castità — manteneva in vita l’universo. Senza quel calore prodotto dal sacrificio, il sole non poteva sorgere. Così come senza bere il soma, il succo spremuto da una pianta chiamata Soma che alcuni dicevano crescesse nelle stesse montagne da cui provenivano i Veda , altri dal Paradiso, il sacrificante che contemplava se stesso nell’uccisione della vittima, non avrebbe potuto liberare la sua coscienza e proiettarla negli spazi infiniti.
Il Rg Veda si interroga sulla identità di chi ha creato questi spazi sconfinati e l’universo, la natura, gli animali e l’uomo destinato a morire e a rinascere, e risponde che è Ka, cioè colui che è. Ma il popolo dei Veda nella preghiera e nel sacrificio chiede soprattutto benefici: salute, prosperità, vittorie in battaglia. La Rinuncia spalancherà il suo abisso all’interno dell’induismo secoli più tardi. Con le Upanishad . Le Upanishad sono testi meditativi sui Veda che affiancano, non sostituiscono i Veda . Adesso, nel sacrificio non si implorano più beni materiali. I Rinuncianti abbandonano i villaggi e le città (secondo il loro pensiero luoghi di corruzione e permanenza), si rifugiano in luoghi disabitati e impervi, sono nudi, coperti di cenere, hanno un teschio nel quale raccolgono le elemosine, quando appaiono sulle rive del Gange, a Varanasi, sembrano dei malfattori. E nel sacrificio chiedono di essere liberati da tutto — dall’ardore, da se stessi, e principalmente dalla prigionia delle rinascite nella carne — perché la loro anima, l’Atman, possa riunirsi al Brahman: la sostanza divina di cui è composto l’universo, e confondersi in quel Tutto per sempre. 

Morte dell'arte e produzione di valore nell'estetica postmoderna


Maurizio Cecchetti Avvenire 29 maggio 2015



Se l’arte è ostaggio della migliore offerta
Anche le opere di Fidia e Prassitele non avevano origine dalla pura “creazione”
L’attuale frenesia degli acquisti trascura i lavori dei grandi maestri del passato
Un’ondata di denaro ha investito il mercato. Si inseguono gli stessi brand culturali ma “il numero di Picasso in circolazione è limitato”. Così si forma la nuova “bolla”
di Adam Gopnik Repubblica 1.6.15
LA notizia dell’ennesimo record di soldi sborsati per una singola opera (centosettantanove milioni di dollari per un Picasso così così del periodo “appena passabile” dell’artista spagnolo, negli ultimi anni della sua vita) ha inevitabilmente riportato alla mente di alcuni osservatori, con quella che tecnicamente viene chiamata risata vuota, il 1980 e le conclusioni della grande storia sinottica dell’arte moderna scritta da Robert Hughes ( Lo shock dell’arte moderna: cento anni di storia dell’avanguardia ). Il celebre saggista australiano si domandava se “la vertiginosa ascesa del mercato” non avesse creato le condizioni per «una cultura brutalizzata del desiderio inappagabile», producendo quotazioni tali alle aste che «un mediocre Picasso del 1923»era stato venduto per tre milioni di dollari.
Lo sdegno di allora oggi possiamo giudicarlo un affarone, di fronte a una spirale dei prezzi che non fa che allargarsi, verticalmente e orizzontalmente, senza che si riesca a intravederne la fine.
Questi eventi inducono a due ragionamenti: il primo è più che altro di ordine morale, l’altro per lo più legale. L’argomento morale concerne l’effetto potenziale dell’aumento dei prezzi sulla nostra percezione delle immagini. Nel bene o nel male, la nostra idea dell’arte ha sempre avuto a che fare con l’idea dei soldi. Qualunque fosse la motivazione che spingeva Fidia o Prassitele a fare quello che facevano, non era certo il puro piacere della creazione. L’intreccio fra arte e denaro è sempre stato uno dei tratti positivi dell’era moderna, dove gli artisti sono riusciti a liberarsi dalla schiavitù della committenza aristocratica ed ecclesiastica e hanno cominciato a dipingere quadri destinati alla vendita in un libero mercato di collezionisti. Che caratteristiche dovrebbe avere un mercato dell’arte sano e ordinato? Qual è l’effettivo valore di un Picasso? Chi può saperlo? I mercati si costruiscono da soli la loro razionalità. Le cose per cui la gente è disposta a spendere rispecchiano ciò che la gente pensa e desidera: è per questo che abbiamo inventato le aste.
All’inizio del XX secolo, come documentato da Samuel Nathaniel Behrman nel suo famoso profilo del mercante d’arte Joseph Duveen ( Duveen: il re degli antiquari ), lo stesso genere di bolla speculativa interessò le opere dei grandi maestri del passato. La cosa più incredibile della frenesia attuale è proprio che i grandi maestri sono fra i più trascurati. L’ondata di denaro che sta inondando il mercato dell’arte in certi casi ha innalzato il valore di rivendita dell’arte contemporanea e delle opere di artisti viventi quasi al livello di quello dei trapassati più illustri: anche se, al pari dei trapassati, su queste rivendite gli artisti non guadagnano nulla. Ecco perché si è messo in moto un movimento, capeggiato dal deputato democratico Jerrold Nadler (che rappresenta al Congresso degli Stati Uniti un pezzo di New York), che punta a garantire agli artisti e ai loro eredi una royalty – con tetto fissato a trentacinquemila dollari – ogni volta che una loro opera viene rivenduta da una grossa casa d’aste. È una questione complessa. Il copyright si chiama così perché dovrebbe riguardare, in teoria, il problema delle copie. Visto che libri e dischi possono essere registrati liberamente (come di fatto succede online), noi imponiamo a chi effettua la copia di pagare una royalty, per garantire che il creatore originale non si veda sottrarre il frutto della propria fatica. L’accordo che gli artisti visivi normalmente stipulano con i loro acquirenti è diverso: l’artista vende l’opera originale e ne incassa il guadagno. In questo caso la logica è che se il proprietario di un Jeff Koons lo vende all’asta per ricavarci un profitto, tale profitto si rifletterà sul prossimo Jeff Koons creato da Jeff Koons: la «royalty» che l’artista incassa, in altre parole, è l’incremento di valore dell’opera successiva venduta al compratore successivo . Ma molto probabilmente alla maggior parte di noi l’idea di pagare una royalty agli artisti appare naturale, perché l’elemento distintivo di un’opera d’arte visiva non è semplicemente il fatto che passa attraverso molte mani aumentando o diminuendo di valore, bensì il fatto che è stata creata da un’unica mano (o comunque a partire dalla visione di un singolo), e i diritti di questa mano sull’opera permangono anche se cambia il proprietario. Un’opera di Chuck Close può essere una decorazione per una parete, un investimento, un’eredità e una deduzione dalle tasse, ma prima di essere ognuna di queste cose è, e rimane, un Chuck Close. Per questo la dottrina francese dei «diritti morali», che stabilisce che un artista ha il diritto di vedere garantita l’integrità della propria opera anche se non è più in suo possesso, ci appare giusta e morale: se hai comprato il quadro di un artista, non puoi deturparlo, mutilarlo o modificarlo senza il suo consenso. Sostanzialmente, quello che chiedono gli artisti, con la legge di Nadler, è poco più di una gentile mancia. La contro argomentazione è che un bravo chef non si ricompensa con le mance, bensì con un lavoro migliore in una cucina più attrezzata: ma la nostra intuizione morale ci dice che una mancia se la merita, specialmente se il suo piatto rimane misteriosamente squisito anche dopo anni che è stato servito.
Per certi versi, un mediocre Picasso venduto per tre milioni di dollari non è più sconvolgente o meno sconvolgente di un altro Picasso venduto per quasi duecento milioni di dollari, ma l’incremento avvenuto suggerisce che c’è di mezzo qualcosa di più dell’inflazione: è l’intrusione dell’oligarchia, il divario sempre più ampio, difficile da immaginare anche solo trent’anni fa, tra le persone che hanno i soldi per comprare l’arte (e i valori umani che l’arte esprime) e il resto di noi. Neil Irwin, sulle pagine del New York Times, tenendo conto dell’inflazione e di una misura che stima quanta parte del proprio patrimonio le persone siano disposte a spendere, ha calcolato che il numero di coloro che «potrebbero facilmente permettersi di pagare 179 milioni di dollari per un Picasso è più che quadruplicato dall’ultima volta che il dipinto era stato messo all’asta » (nel 1997). A quanto sembra non è solo la disuguaglianza a trainare il mercato dell’arte in questo momento, ma anche quell’altra forza economica a quattro stelle che va sotto il nome di globalizzazione. C’è più ricchezza in un maggior numero di Paesi, ma rimane concentrata in poche mani, e all’estero ci sono tanti compratori quanti ce ne sono a Park Avenue o a Beverly Hills: i loro soldi vanno dietro agli stessi brand artistici, e il numero di Picasso in circolazione è limitato.
Spinte all’estremo, le iniquità, sia visibili che simboliche, suscitano sdegno, anche se non sono peggiori di iniquità più antiche. L’importanza dei dipinti ai nostri occhi sta nel fatto che sono simboli visivi di ordine ed equilibrio, energia creativa e innovazione: e allora come stupirsi che vedere opere d’arte risucchiate ai vertici della piramide oligarchica offenda il nostro senso morale? Perfino un Picasso mediocre nasce dalla convinzione moderna che una civiltà liberale può produrre uno spazio sociale per l’originalità, l’autoespressione. L’invenzione senza freni. C’è qualcosa di ammirevole in una società che include fra i suoi valori più elevati un’audacia e un’immaginazione di questa portata. E c’è qualcosa di inquietante in una società che di immaginazione per trovare modi che consentano di condividere ancora gli orizzonti democratici delle possibilità umane che l’arte un tempo simboleggiava, sembra ormai quasi a corto. Nel frattempo, almeno diamo una mancia allo chef.
@Adam Gopnik ( i suoi libri sono pubblicati da Guanda) The New Yorker ( Traduzione di Fabio Galimberti) 

Arte e matematica


Dietro l’arte è sempre nascosta la matematica

Sono molti i pittori che dialogano con la geometria e i numeri Ecco i segreti di questi rapporti

di Piergiorgio Odifreddi Repubblica 29.5.15

NEL 1934 uno studente svedese diciannovenne di nome Oscar Reutersvärd si annoiava alle lezioni di latino, e per distrarsi incominciò a disegnare sui margini del libro di grammatica. Sperimentò con stelline regolari a varie punte, e un giorno si accorse che disponendo attorno alla stella di David a sei punte altrettanti cubi disegnati in assonometria otteneva uno strano disegno. Aggiunti altri tre cubi ai vertici completò la figura di un triangolo paradossale, con tre angoli retti, in conflitto con il venerabile teorema euclideo che la somma degli angoli di un triangolo è sempre pari a due retti.
Lungi dall’essere solo un antidoto contro la noia del latino, quelle distrazioni di Reutersvärd divennero la sua ossessione, e col tempo lo trasformarono in un raffinato artista che esplorò in maniera sistematica e creativa le possibilità delle figure paradossali. Quest’anno si celebra il centenario della sua nascita e la Svezia lo ricorda con affetto, dopo avergli dedicato già molti anni fa una serie di francobolli.
In altri paesi, compreso il nostro, Reutersvärd è invece misconosciuto. Anche perché era una persona seria, poco sensibile alle sirene della commercializzazione e della volgarizzazione dell’arte. Solo con grande riluttanza si convinse a colorare i propri disegni, perché temeva che ciò che si guadagnava in estetica si perdesse in essenzialità. E non accettò mai il compromesso di abbandonare il disegno geometrico in favore di quello figurativo per conquistare un pubblico più vasto, e dunque meno raffinato.
L’esatto contrario di Maurits Cornelis Escher, che delle figure paradossali di Reutersvärd ha fatto un uso sistematico e furbesco, arrivando a produrre opere di grande successo che oggi imperversano su poster, magliette e gadget di ogni genere. In particolare Cascata ( 1961), che dei triangoli impossibili di Reutersvärd usa ben tre combinati insieme, a costruire una altrettanto impossibile cascata che sale e scende mantenendosi in piano. Così come salgono e scendono in piano i monaci di Ascendere e discendere ( 1960). O gli alieni di Relatività ( 1953), che di nuovo usa il triangolo impossibile.
In realtà Escher non rubò le idee a Reutersvärd, che non conosceva, ma le prese in prestito dal matematico Roger Penrose, che le aveva riscoperte indipendentemente insieme a suo padre negli anni ’50. Escher incontrò Penrose e altri matematici al Congresso Internazionale di Amsterdam del 1954, e da quel momento la sua vita e la sua arte cambiarono. Egli scoprì infatti i fondamenti scientifici delle ricerche che aveva intrapreso da solo e perseguito da dilettante per decenni, e fu indirizzato su terreni a lui sconosciuti e per lui fecondi.
Ad esempio, produsse una serie di quattro Limiti del cerchio che illustrano mirabilmente il mondo iperbolico della geometria non euclidea, contrapposto a quello del triangolo impossibile. Mentre infatti quest’ultimo ha somma angolare maggiore di 180 gradi, come avviene anche per tutti i triangoli nella geometria sferica, nel mondo iperbolico i triangoli hanno tutti somma angolare minore di 180 gradi.
Altri oggetti matematici che Escher studiò e illustrò sono i solidi, più o meno regolari. Ma il campione mondiale della rappresentazione artistica di questi oggetti è stato Lucio Saffaro: un artista bolognese scomparso una ventina d’anni fa, e più affine a Reutersvärd che a Escher. Come il primo, infatti, anch’esso mantenne la sua arte su binari coerentemente indirizzati alla ricerca intellettuale, senza mai deragliare sugli ostacoli della commerciabilità nei quali era inciampato il secondo.
Non solo artisti matematici esoterici come Reutersvärd e Saffaro, ma anche uno essoterico come Escher, difficilmente appaiono nei testi di storia dell’arte, perché i critici e gli storici tradizionali sanno di non capire le loro opere ed evitano di parlarne. Ma spesso non capiscono neppure le opere di altri artisti più convenzionali dei quali parlano, da Piero della Francesca a Salvador Dalí, benché in questi casi non sappiano di non capirle. Perché spesso gli artisti, anche i più insospettabili, nascondono molta sostanza matematica dietro le apparenze estetiche. Per rendere loro completa giustizia è dunque necessario uno sguardo ibrido che sia in grado di cogliere allo stesso tempo Arte e matematica ( Dedalo), come recita appunto il titolo dell’ultimo libro di Bruno d’Amore: un uomo uno e trino, come a volte sono quelli che coniugano tre persone in un’unica sostanza. Nel suo caso le tre persone sono il ricercatore matematico, il critico artistico e lo scrittore divulgativo, che hanno collaborato armoniosamente fra loro per produrre un’opera allietata da centinaia di illustrazioni a colori: una vera e propria storia dell’arte universale, osservata da un singolare e privilegiato punto di vista.
Arte e matematica inizia dalla preistoria e termina ai nostri giorni. Contiene interi capitoli dedicati a oggetti artistici quali le spirali, le eliche, i labirinti e i fregi. Discute di tecniche decorative e pit- toriche quali la simmetria, le piastrellazioni, la prospettiva e l’anamorfosi. Esibisce opere che vanno dalle incisioni delle grotte di Altamira alle tele sgocciolate di Jackson Pollock. E condisce il tutto con discussioni e divagazioni matematiche che vanno dal numero aureo ai frattali, passando per i quadrati magici e la teoria dei nodi.
Ma soprattutto trasmette l’entusiasmo per due discipline apparentemente così diverse e distanti fra loro. Un entusiasmo che ha portato l’autore stesso a impegnarsi in prima persona nell’organizzazione di mostre e convegni di arte e matematica, e a interagire direttamente con artisti italiani e stranieri: primi fra tutti Saffaro e Reutersvärd. Di quest’ultimo D’Amore è addirittura il massimo collezionista e possiede centinaia di opere, alcune delle quali dedicate a lui personalmente, che ha mostrato in esibizioni da Roma a Bogotà.
Il magma di immagini, colori e parole che fluisce per le cinquecento fitte pagine del libro percorre soprattutto alcune strade maestre. La geometria anzitutto, per motivi istituzionali: come essa si interessa di forme razionalmente, infatti, l’arte lo fa esteticamente, in procedimenti a volte paralleli e altre convergenti. E poi l’aritmetica, in maniera tangenziale: in un capitolo su I segni della matematica come oggetto d’arte D’Amore mostra come i pittori abbiano reagito al fascino delle cifre, da Jasper Johns e Robert Indiana ai nostri straordinari Tobia Ravà e Ugo Nespolo.
Sorprendentemente, infine, anche la logica è uno dei percorsi dell’arte. L’esempio archetipico è il famoso Ceci n’est pas un pipe di René Magritte (1928), il cui titolo mette in guardia dal confondere una pipa disegnata con una vera pipa, e illustra efficacemente in pratica la classica distinzione teorica effettuata da Gottlob Frege in Senso e significato ( 1892). E D’Amore dedica un intero capitolo sui Linguaggi dell’arte ai lavori di logica artistica, o di arte logica, di Magritte.
Il tutto, a conferma del detto di Rudyard Kipling: What should they know of England who only England know? Che, tradotto per i nostri bisogni, significa: cosa possono sapere dell’arte coloro che conoscono solo l’arte (e non anche la matematica)? 

Casta un corno: la corruzione strutturale del modo di produzione capitalistico

Se tutto è merce la corruzione vince 
Alberto Burgio 29.05.2015

Dalle liste elet­to­rali impre­sen­ta­bili al voto di scam­bio in Sici­lia è tutto un pul­lu­lare di mer­ci­mo­nio e cor­ru­zione. Niente di nuovo si dirà, ripen­sando al Mose e all’Expo, alla tele­no­vela infi­nita delle tan­genti e delle car­riere spia­nate a figli e amanti con tanto di rolex e di viaggi all’estero a spese della col­let­ti­vità. Vero. 
Del resto si parla sem­pre della poli­tica come se altrove tutto fosse in ordine. Non lo è. Baste­rebbe guar­dare con atten­zione al mondo uni­ver­si­ta­rio – per dirne una – per capire che anche la famosa «società civile» gronda cor­ru­zione, con i suoi bravi corol­lari di pro­ter­via, ille­ga­lità, clientelismo. 
Ma ora, a com­pli­care il qua­dro, scop­pia que­sto mega­scan­dalo trans­na­zio­nale della Fifa. Si sco­pre un sistema ven­ten­nale di favo­ri­ti­smi e taglieg­gia­menti che, stando agli inqui­renti, ha frut­tato ai ver­tici dell’organizzazione qual­cosa come 150 milioni di dollari. 
Per cor­rotto che sia, il nostro paese non è dun­que un’eccezione. La cor­ru­zione dilaga, fa sistema. Si ha l’impressione che rap­pre­senti, die­tro le quinte, la vera logica nella ripro­du­zione dei poteri e nell’assunzione delle deci­sioni. Ma se è così, che cosa se ne deve dedurre? Che que­sta è, para­dos­sal­mente, la regola? Che depre­care è, oltre che vano, insulso? 
Così a prima vista par­rebbe. Tanto più che, in tema di cor­ru­zione, si usa fare un ragio­na­mento per lo meno ambi­guo. La cor­ru­zione, si dice, è, come altre pato­lo­gie sociali (come l’evasione fiscale, per esem­pio), ine­stir­pa­bile. Di recente Raf­faele Can­tone ha par­lato di «limiti fisio­lo­gici» della cor­ru­zione, per dire appunto che sarebbe uto­pi­stico imma­gi­nare di eli­mi­narla totalmente. 
Il guaio di un discorso del genere è che rischia di con­fon­dere le idee, non chia­rendo che la fisio­lo­gia di cui si tratta attiene alla soglia di tol­le­ra­bi­lità siste­mica (dice quanta cor­ru­zione una società può sop­por­tare senza implo­dere), non al giu­di­zio morale. 
Non ci sono feno­meni cor­rut­tivi sani come non c’è un’evasione fiscale buona, anche se è vero che, al di sotto di un dato livello quan­ti­ta­tivo, né gli uni né l’altra met­tono a repen­ta­glio la tenuta finan­zia­ria o morale della società. 
La cor­ru­zione è sem­pre pato­lo­gica. Lo è per una ragione che rara­mente capita di vedere espli­ci­tata. Il punto è anche eco­no­mico: la cor­ru­zione osta­cola il benes­sere col­let­tivo per­ché inter­fe­ri­sce nella distri­bu­zione delle risorse, deter­mina l’aumento del costo delle opere pub­bli­che, ini­bi­sce gli inve­sti­menti, riduce la pro­dut­ti­vità sistemica. 
La cor­ru­zione distrugge il prin­ci­pio di uguaglianza 
Ma l’aspetto essen­ziale con­cerne la rela­zione sociale, nel senso che la cor­ru­zione viola diritti fon­da­men­tali e distrugge il prin­ci­pio di ugua­glianza. Chi cor­rompe e chi si lascia cor­rom­pere deter­mina per sé – pro­prio come chi opera den­tro filiere mafiose o sotto la coper­tura di logge segrete – con­di­zioni di van­tag­gio che discri­mi­nano quanti riman­gono esclusi dal patto corruttivo. 
L’essenza della cor­ru­zione è quindi la vio­lenza: l’istituzione di pri­vi­legi e la nega­zione degli altrui diritti alla pari dignità e alla par­te­ci­pa­zione egua­li­ta­ria alla dina­mica sociale. Il che signi­fica che una società in cui la cor­ru­zione è dif­fusa e radi­cata è una società vio­lenta, nella quale la pre­va­ri­ca­zione è dive­nuta o rischia di dive­nire costume, forma etica. 
Limiti fisio­lo­gici o meno, al cospetto della cor­ru­zione ci si dovrebbe quindi sem­pre indi­gnare e si dovrebbe rea­gire con deter­mi­na­zione, esi­gen­done la più decisa repres­sione. Resta però vero che il dato quan­ti­ta­tivo può fare la dif­fe­renza sul ter­reno delle con­se­guenze sociali (mate­riali e morali) dei feno­meni cor­rut­tivi. E allora la domanda che ci si deve porre di fronte alle noti­zie di que­ste ore è sem­plice: che cosa è suc­cesso e quando, per­ché nelle nostre società la cor­ru­zione dive­nisse, appunto, nor­ma­lità, ethos, sistema? 
Qui la rispo­sta chiama in causa ine­vi­ta­bil­mente la que­stione morale. Certo ci sono anche pro­blemi isti­tu­zio­nali: la qua­lità dei sistemi di con­trollo sui com­por­ta­menti e sui con­flitti d’interesse; il grado di dif­fi­coltà delle leggi e di opa­cità delle pro­ce­dure e quello di discre­zio­na­lità dei deci­sori. Ma, al dun­que, l’integrità dei cit­ta­dini, dei pub­blici uffi­ciali e delle forze poli­ti­che rimane il fattore-chiave. Al riguardo, quel che si può dire è che nel corso di que­sti 25–30 anni, di pari passo con il radi­carsi dell’individualismo social­dar­wi­ni­stico neo-liberale, è dav­vero avve­nuta una sorta di muta­zione etico-antropologica. 
Tutto oggi è merce e la ric­chezza e il potere sono tutto. Anche per chi è al ter­mine della pro­pria vita, quasi che potere e denaro potes­sero esor­ciz­zare la morte. È una regres­sione pro­fonda e gene­rale, che non rispar­mia certo i più gio­vani, nati e cre­sciuti in que­sto clima etico. E che espone la società a un tasso ele­vato di vio­lenza distrut­tiva. Come ben sapeva Adam Smith, il capi­ta­li­smo senza puri­ta­ne­simo dis­solve le società. Non crea gli alveari con­tenti di Man­de­ville: sca­tena le guerre fra­tri­cide di Hobbes. 
È dif­fi­cile dire in che misura oggi la cor­ru­zione abbia supe­rato i limiti fisio­lo­gici e se il sistema implo­derà. Certo, per stare al nostro paese, non siamo messi bene per niente. Quanto la cor­ru­zione ci costi rimane un mistero (quei famosi 60 miliardi annui sti­mati dalla Corte dei conti essendo sol­tanto l’indice medio cal­co­lato dieci anni fa da Daniel Kau­f­mann), men­tre è un fatto che siamo il paese più cor­rotto in ambito Ue, Ocse e tra i G20. 
Allora è curioso quel che è acca­duto in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale a Mat­teo Renzi, il quale, per soste­nere Vin­cenzo De Luca in Cam­pa­nia, non ha tro­vato di meglio che fare il verso al peg­gior Moro, quello del «non ci lasce­remo pro­ces­sare». Ha detto, papale papale, che il Pd «non accetta lezioni di lega­lità da nes­suno». Come dire: siamo imper­mea­bili, sordi, refrat­tari. Com­pli­menti, dav­vero un bel lap­sus. È pro­prio vero che, quando cade l’ultimo resi­duo della ver­go­gna, capita di dire anche l’indicibile.

Il compagno Indro

Confermata la miopia dell'establishment italiano ma anche di una parte di quello statunitense: una cooptazione del PCI ne avrebbe accelerato la mutazione. Forse avremmo avuto una forza di sinistra più seria di quella attuale, ma certamente non il socialismo.
La scocciatura è che i complottisti si scateneranno, presentando come chissà quale mistero ciò che invece è ovvio (che gli USA facevano i loro interessi) e riproponendo il caso Moro come un'operazione diretta di intelligence in stile false flag, con le BR come agenti della Cia [SGA].
 
Indro Montanelli: meglio un Pinochet che un governo con il Pci 

Aldo Moro? Un nemico non solo per gli Usa, ma anche per l'Europa. Nei “Carter Cables”, pubblicati dalla organizzazione di Julian Assange, le comunicazioni diplomatiche americane relative all'anno 1978. Nei file il caso Aldo Moro e gli insider della politica italiana, come il grande giornalista 

di Stefania Maurizi l'Espresso 29 maggio 2015 

Tutta l'Europa temeva Aldo Moro e non solo gli Stati Uniti, ferocemente contrari a un ingresso del Pci di Enrico Berlinguer nel governo e nelle istituzioni che avrebbe legittimato i comunisti italiani agli occhi dell'opinione pubblica internazionale. La Francia temeva Moro e quelle che considerava pericolose manovre di avvicinamento al Pci; come la Germania del cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt non approvava le scelte del presidente della Dc.
E' il quadro che emerge dai “Carter Cables”, ovvero 500.577 comunicazioni diplomatiche del Dipartimento di Stato Usa relative all'anno 1978, che l'organizzazione di Julian Assange, WikiLeaks, ha appena pubblicato...

Parla Pepe Mujica

Risultati immagini per MujicaMujica, un marziano a Genova
“Non si fa politica per soldi”
L’ex presidente dell’Uruguay in Liguria sulle tracce degli antenati “I migranti che arrivano in Europa le fanno un favore: la svecchiano”
di Patrizia Albanese La Stampa 24.5.15
Scorte e lampeggianti? Ma quando mai. Arrivano quasi alla chetichella, in una giornata uggiosa. Non fosse per l’auto dell’ambasciata, che dal porto di Genova ieri mattina li ha discretamente portati fin quassù in Val Fontanabuona, sembrerebbero due turisti normali. Perdipiù con poco bagaglio. Già perché a José Alberto Mujica Cordano e a sua moglie Lucia Topolansky - sposata nel 2005 - non serve poi molto. Sebbene lui, figlio di emigranti liguri, fino al primo marzo fosse l’amatissimo presidente dell’Uruguay, del quale è tutt’ora senatore, al pari della moglie. Che non porta manco un gioiello, neppure la fede dopo le nozze. Pure quelle anomale. In stile col personaggio. 
Racconta, Lucia, sua compagna da quarant’anni: «Non mi ha fatto una dichiarazione, ha fatto un annuncio. In televisione, un giorno, ha comunicato che si sarebbe sposato. Io stavo ascoltando in cucina e l’ho saputo così…». Pausa. «Era sicuro che gli avrei detto sì». Sempre al suo fianco. Carcere compreso. Esperienza, che «Pepe» ricorda tranquillo perché gli «ha insegnato tanto» spiega puntandoti addosso gli occhi nerissimi e scintillanti. Sempre con un diktat: «Essere al servizio degli altri, questo è il significato della politica».
Servizio alla società
In Italia, veramente, mica tanto… Tra indagati e corrotti, la politica non appassiona. «Ah, no? È molto triste. E in cosa crede la gente?- domanda stupefatto - Se non si crede nel futuro non c’è niente. L’uomo è un animale politico. Diceva Aristotele, che non può vivere da solo, ma nella società. Tu come faresti senza penna e taccuino? Ci vuole qualcuno che li faccia. E che faccia vestiti, auto... Dipendiamo tutti dalla società. La politica è occuparsi della società e dei diritti». Lei da presidente ogni mese dei suoi 8.900 euro, ne devolveva 8.100 agli uruguaiani. 
Qui non va proprio così. Sospira: «La gente che ama troppo i soldi non deve entrare in politica. Che è servizio. È questa la felicità: servire la gente che ha bisogno. La bara non ha tasche per portarsi via i soldi». Lei e Lucia non avete mai abitato il palazzo presidenziale. «È un museo» scandisce mulinando il braccio verso il soffitto in legno dell’Osteria Fonte Bona, tre camere in tutto - e servizi al piano - dove l’ex presidente ha prenotato quindici giorni fa: online. E tanto per capire che in questa vallata è planato un marziano – anzi due – basti dire che il proprietario, Giovanni Bottino, dopo aver preparato il pranzo «a base di affettati, ravioli col tocco e vino “tinto”», ha lasciato amabilmente riposare «Pepe e Lucia». L’ex presidente è sbarcato «in cerca delle radici», della casa dei nonni materni, dopo una sosta a Muxyka, nei Paesi Baschi, terra paterna. Un viaggio-regalo, che dopo la Val Fontanabuona e Genova, porterà la coppia a Roma, dal Papa.
I due mondi
«Vedrò Francesco il 28. È il secondo incontro, con quest’uomo che si è spogliato di tutto». Credente? «No – replica divertito sotto i baffi alla Marquez – Ateo. Per il Cristianesimo la vita è una valle di lacrime. Non sono d’accordo: è bellissima. E il Paradiso è qua, è questa vita. Però, la religione aiuta a morire bene. Voglio parlare al Papa di molte cose. Principalmente della difficoltà d’integrazione tra tutti i Paesi dell’America Latina». Europa e Italia sono alle prese con i migranti e la strage dei barconi. «L’Europa diventerà caffelatte. Una miscela di razze – commenta placido – La soluzione non è combattere, ma andare in Africa ad aiutarli. L’Europa avrebbe dovuto farlo da tempo. Quanta ricchezza s’è presa dalle colonie? Poi li ha mollati… Non è giusto». Abbattere Saddam e Gheddafi? «Un errore enorme. La democrazia non si esporta con la guerra, né si impone. Gheddafi e Saddam tenevano una dittatura paternalista. Ma il Paese teneva. Ora è il caos. Si sta peggio di prima». Come se ne esce? «L’Africa deve farcela da sola. Con molto dolore, certo. 
È molto giovane, è cresciuta molto la sua popolazione. Chi arriva in Europa le fa un favore: la svecchia. Lavora e aiuta, lasciandole il plus valore del suo lavoro. L’Ue deve organizzare gli aiuti e al contempo andare in Africa». Normale. Come la sua vita, in realtà straordinaria. Senza sfarzo. Continuando «a impastare la pizza» e coltivando «pomodori, zucchine, fave». Facendo con Lucia «35 bottiglie di conserva, per il sugo di tutto l’anno». Un marziano della politica in camicia e maglione, con un paio di scarpe le stesse «da tre anni, perché in Uruguay le fanno bene». Felice della sua vita? «Se dall’altra parte ci fosse il bancone di un bar, sa cosa direi? Un altro. Identico a questo».

Pepe Mujica, cent’anni di moltitudine
L'intervista. Abbiamo incontrato a Roma l'ex presidente-tupamaro dell'Uruguay29.5.2015, 12:19
Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.
Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.
A Livorno, Pepe ha rice­vuto la cit­ta­di­nanza ono­ra­ria dal sin­daco pen­ta­stel­lato Filippo Noga­rin: «Per­ché la sua atti­vità tesa alla pro­mo­zione e all’affermazione dei prin­cipi della demo­cra­zia e dello svi­luppo eco­no­mico non è mai stata scissa dall’attenzione verso i più deboli, e per lo stile umile che ha saputo man­te­nere rico­prendo la mas­sima carica dello stato».
Mujica devolve infatti il 90% del pro­prio sti­pen­dio ai poveri e vive in modo fru­gale. Lui ha rin­gra­ziato la città dicen­dosi «cit­ta­dino del mondo» e ha offerto uno dei suoi discorsi diretti e pro­fondi che arri­vano al noc­ciolo senza affi­darsi al gergo.
Lo abbiamo incon­trato a Roma, nella resi­denza dell’ambasciatore dell’Uruguay in Ita­lia, insieme a Lucia Topo­lan­sky e a Cri­stina Guar­nieri, della casa edi­trice Eir, infa­ti­ca­bile orga­niz­za­trice dei suoi incon­tri a Roma.
Che idea si è fatto di que­sta Europa, dell’Italia, della Spa­gna in odore di cam­bia­menti e della Gre­cia ricat­tata dai poteri forti?
All’origine vi sono pro­blemi che tra­scen­dono le sca­denze elet­to­rali. I pro­blemi dell’Europa riflet­tono le con­trad­di­zioni di que­sto sistema che col­pi­sce i set­tori più deboli. C’è una crisi della domanda per­ché la gente con­ti­nua a con­su­mare una infi­nità di cose inu­tili, e al con­tempo una enorme fetta di mondo pieno di povertà che non abbiamo il corag­gio di incor­po­rare: il mondo ricco non ha suf­fi­ciente gene­ro­sità soli­dale per incor­po­rarla nella civi­liz­za­zione. Spre­chiamo un’infinità di pre­ziose risorse per­ché il mondo ricco possa con­su­mare cose inu­tili o fri­vole. E invece non diamo acqua, scuole, case ai più poveri. E anzi respin­giamo i bar­coni che arri­vano nel Medi­ter­ra­neo, o magari pen­siamo di affon­darli, impe­diamo il pas­sag­gio dei migranti mes­si­cani alla fron­tiera nor­da­me­ri­cana. Li invi­tiamo a par­te­ci­pare a una civi­liz­za­zione che poi non gli dà il posto pro­messo. E’ come se ti dices­sero: vedi quanto è bello? Ma non è per tutti.… Allo stesso tempo sca­te­niamo pro­blemi su scala pla­ne­ta­ria per­ché non pos­siamo gover­narci: ci governa il mer­cato. Il mondo è glo­ba­liz­zato ma non ha un governo mon­diale all’altezza dell’intelligenza scien­ti­fica rag­giunta, che con­sen­ti­rebbe un’organizzazione gene­rale e una equa distri­bu­zione delle risorse. Siamo in preda a un caos che sta por­tando al limite la natura: per via di una ecces­siva con­cen­tra­zione della ric­chezza. Ti sem­bra pos­si­bile che un mani­polo di bei tomi detenga quel che serve al 40% dell’umanità?
E in che dire­zione ci si dovrebbe muo­vere per inver­tire la tendenza?
Dob­biamo impa­rare a muo­verci per il governo della spe­cie e non solo in base agli inte­ressi dei paesi, dei sin­goli stati, con la con­sa­pe­vo­lezza che siamo respon­sa­bili di un pia­neta, di una bar­chetta che sta andando alla deriva nell’universo. Biso­gna avere chiaro che non gover­nano le per­sone, ma gli inte­ressi del grande capi­tale finan­zia­rio e i suoi ricatti. Abbiamo un’arma più vicina del Palazzo d’Inverno su cui agire, qual­cosa di più vicino e potente: le nostre menti e le nostre coscienze. C’è una rivo­lu­zione pos­si­bile nella testa di ognuno per costruire una nuova uma­nità. Dob­biamo agire per­ché ognuno sia cosciente che il mer­cato ci toglie la libertà. Non cam­biamo il mondo se non cam­biamo noi stessi. Per tanto tempo abbiamo seguito una linea trac­ciata: abbiamo pen­sato che bastasse pren­dere il potere, cam­biare i rap­porti di pro­prietà e di distri­bu­zione per cam­biare l’umanità. Invece, quel che è suc­cesso in Unione sovie­tica ha dimo­strato che le cose sono molto più com­pli­cate. Oggi dob­biamo pun­tare di più sulla cul­tura. Non dob­biamo agire per coman­dare ma per­ché le per­sone diven­tino padrone di loro stesse.
L’America latina sta cam­biando in fretta, e sulla base di governi socia­li­sti o pro­gres­si­sti che spo­stano i rap­porti di potere a favore delle classi popolari.
… Sta cam­biando un poco, ci vuole tempo. Dob­biamo svi­lup­pare intel­li­genza nella gente, i ritorni indie­tro sono sem­pre pos­si­bili, l’interventismo esterno è sem­pre latente. Le basi mili­tari Usa sono sem­pre attive in Ame­rica latina. Obama è un pre­si­dente pri­gio­niero, ostag­gio del com­plesso militare-industriale. Non gli hanno per­messo di fare niente. I nostri amici, negli Stati uniti, pur­troppo non si tro­vano nelle fab­bri­che, ma nelle uni­ver­sità, è così dai tempi del Viet­nam. Il meglio degli Sati uniti si trova nel mondo intel­let­tuale, il peg­gio nelle ban­che e sui ban­chi del par­la­mento, ma non biso­gna fare di ogni erba un fascio.
Lei ha deciso di pren­dersi alcuni pri­gio­nieri di Guan­ta­namo, men­tre con­ti­nua l’avanzata dell’Isis.
Sai com’è, no? Solo chi è stato tanto tempo in car­cere come noi può capire… Oggi invece si pensa di risol­vere i pro­blemi dell’umanità e i pro­pri costruendo più car­ceri, chie­dendo più car­cere e più bombe. Noi, un pic­colo paese, abbiamo indi­cato che si può pren­dere un’altra strada. A cosa sta por­tanto la bal­ca­niz­za­zione del mondo? Hai visto come hanno ridotto la Libia: una bar­ba­rie. Io non voglio difen­dere Ghed­dafi, ma almeno prima c’era uno stato ordi­nato, ora c’è un disa­stro… Sono stato negli Stati uniti. C’è gente in car­cere da 34 anni senza mai aver ver­sato una goc­cia di san­gue, solo per aver riven­di­cato l’indipendenza del pro­prio paese come il por­to­ri­cano Oscar Lopez. Ma agli Stati uniti inte­ressa di più la libertà di un altro Lopez…
Il gol­pi­sta venezuelano?
Pre­ci­sa­mente…
A pro­po­sito di peri­coli e di ritorni indie­tro. Lei ha dichia­rato a suo tempo: «Abbiamo biso­gno del Mer­co­sur come del pane». Ora, invece, il suo suc­ces­sore, Tabaré Vaz­quez dice che biso­gna «fles­si­bi­liz­zare» il Mer­co­sur. Sta striz­zando l’occhio alle alleanze pro­po­ste dagli Usa? In diverse occa­sioni lei non ha lesi­nato cri­ti­che alla nuova gestione.
…Penso di no, che non si saranno ritorni indie­tro. Il fatto è che oggi il Mer­co­sur è un po’ pro­vato, non avanza, non fa le cose che si era pre­fisso. Soprat­tutto, Bra­sile a Argen­tina non hanno tro­vato un’intesa, quindi ora abbiamo il pro­blema di diver­si­fi­care le rela­zioni. La pre­senza della Cina è sem­pre più forte, da diversi anni que­sto ha por­tato risul­tati posi­tivi, ma dob­biamo fare atten­zione, prima par­la­vamo di dipen­denze, di debito, il pro­blema della sovra­nità va visto da diverse prospettive.
Tutti, in Ame­rica latina, la vogliono come media­tore dei con­flitti: il governo colom­biano e la guer­ri­glia mar­xi­sta, la Boli­via nel con­ten­zioso con il Cile. E lei accetta...
La guerra preme dap­per­tutto, i con­flitti facil­mente emer­gono, lo svi­luppo delle nuove tec­no­lo­gie com­plica lo sce­na­rio. Eppure sap­piamo di essere inter­di­pen­denti, il pro­gresso e la tec­nica non pos­sono ipo­te­care la con­vi­venza, il vivere in con­sessi umani. Dob­biamo impa­rare a vivere con le dif­fe­renze, tro­vare un altro modo di comu­ni­care, siamo di fronte a un altro mondo in cui gli stati nazione e le forme tra­di­zio­nali della poli­tica non rie­scono a dare rispo­ste ade­guate. Si sono sca­te­nate forze di cui non tro­viamo più le bri­glie, a par­tire da quelle del capi­tale finan­zia­rio e degli “avvol­toi” che si avven­tano sulle prede quando cer­cano la pro­pria sovra­nità. Però mi fa più paura quel che non suc­cede di quel che suc­cede… Per esem­pio, c’è molta gio­ventù disoc­cu­pata, che ora si sta ras­se­gnando a vivere col red­dito minimo, che si sta addor­men­tando… e non lotta.

Eataly: riscoperto ma subito reinterrato un altro arco di Tito

Riscoperto l’arco di Tito. Ma sarà reinterrato

Mancano i fondi per intervenire
di Paolo Conti Corriere 29.5.15

Roma Antica non finisce di stupire e di lasciarsi scoprire. Stavolta la sorpresa riguarda i resti dell’Arco di Tito, ritrovati al Circo Massimo durante i lavori di restauro e di scavo realizzati dalla sovrintendenza comunale capitolina. La scena è degna di Roma di Federico Fellini: è riapparso il pavimento in lastre di travertino, sono riemersi tre plinti (strutture di basamento delle colonne) frontali e parte del plinto della quarta colonna. Il tutto durante uno scavo al di sotto della falda d’acqua che ricopre molte realtà archeologiche romane. Sono state ritrovate anche strutture altomedievali.
Qualche dato tecnico: l’ampiezza dell’arco era di 17 metri, la profondità di 15, le colonne dovevano essere alte 10 metri (nel complesso più piccolo di quello di Settimio Severo).
Fin qui la buona notizia. Poi arriva il tipico risvolto italiano. Poiché mancano le risorse economiche per eliminare le infiltrazioni d’acqua e per tentare di ricostruire l’arco (che era al centro dell’emiciclo del Circo Massimo, mentre l’altro arco di Tito si trova sulle pendici settentrionali del Palatino) con il sistema dell’anastilosi — ovvero la ricostruzione con il materiale autentico — tutto verrà reinterrato in attesa dei fondi, per evitare possibili danneggiamenti.
Può far amaramente sorridere, ma è l’unico modo per proteggere quella scoperta, visto che i soldi non ci sono. Chissà, magari un mecenate (con buona pace dei troppi demonizzatori del sostegno dei privati al nostro Patrimonio culturale) potrebbe offrire un omaggio postumo all’imperatore Tito, che riavrebbe così il suo arco costruito nell’81 dopo Cristo, l’anno della sua morte. 


Riaffiorano dagli scavi al Circo Massimo i resti dell'arco di Tito
Matteo Sacchi - il Giornale Ven, 29/05/2015
Un altro arco di Tito (39 d.C- 81 d.C.) oltre a quello posto sulle pendici del Palatino. Più antico e altrettanto imponente (quello del Palatino fu completato entro l'anno 90 d.C. quando Tito era già morto per volontà del Senato). I resti sono stati ritrovati a Roma nei pressi del Circo Massimo dagli archeologi della Sovrintendenza capitolina.
Nei lavori di scavo e restauro dell'emiciclo del Circo, che era il più grande ippodromo della città, sono stati ritrovati alcuni grandi frammenti architettonici in marmo lunense relativi alla zona dell'attico e alla trabeazione dell'Arco. Apparterrebbero all'Arco che gli storici romani ci dicono venne costruito nell'81 d.C. e pensato come un passaggio monumentale integrato nelle strutture del Circo. Gli studi sono appena iniziati. Le indagini, ancora in corso, sono risultate molto complesse perché come spiegano gli archeologi «lo scavo è realizzato al di sotto della falda di acqua che ricopre gran parte delle strutture archeologiche». È stato riscoperto il pavimento antico in lastre di travertino e sono stati messi in luce tre plinti (basamenti) frontali e parte del plinto della quarta colonna. Il potente strato di riporto che copriva parte delle strutture antiche ha permesso anche la conservazione di alcune strutture murarie tardoantiche o altomedievali.
In attesa delle nuove risorse necessarie per l'eliminazione delle infiltrazioni d'acqua, per la ricostruzione con la tecnica dell'anastilosi dell'arco (tecnica di restauro con la quale si rimettono insieme, elemento per elemento, i pezzi originali di una costruzione distrutta), nonché per evitare rischi di danneggiamento, tra pochi giorni l'area del ritrovamento sarà reinterrata. Intanto a partire dalle prime misurazioni l'ampiezza dell'Arco è stata calcolata in circa 17 metri, per una profondità di 15, mentre le colonne dovevano sviluppare un'altezza di più di 10 metri. Un monumento che doveva impressionare non poco, per magnificenza e ricchezza di decorazioni, i visitatori che entravano in Roma dalla Via Appia attraverso la vicina Porta Capena.
È attualmente in fase di realizzazione, in collaborazione con il Dipartimento Architettura dell'Università di Roma Tre, la ricostruzione virtuale del monumento (ne vedete un abbozzo nella foto sopra). Dedicato a Tito proprio nell'anno della sua morte, nell'81, per celebrare la sua vittoria sui Giudei e la distruzione di Gerusalemme, doveva essere per i romani un simbolo importante e rassicurante. La sfida della Prima guerra giudaica (dal 66 d.C. sino al 70 d.C. con strascichi successivi) era stata lunga e complessa. Vespasiano e suo figlio Tito avevano costruito lì la loro fortuna militare e politica ottenendo vittorie strepitose, e riportando la pace nell'Impero dopo il travagliato periodo neroniano e l'anno dei quattro imperatori. Il monumento celebrava tutto questo: tre fornici (arcate) intercomunicanti, con una platea ed una scalinata sulla fronte verso il circo. La fronte monumentale da 4 colonne libere e 4 lesene retrostanti aderenti ai piloni. Era sormontato, sull'attico, da una grandiosa quadriga bronzea. L'Arco assumeva un ruolo particolarmente importante nel corso delle processioni trionfali che celebravano le vittorie.

Beni archeologici riseppelliti Pochi fondi per valorizzarli
di Paolo Conti Corriere 1.6.15
«Reinterrare un bene archeologico? Succede spesso. E ha senso quando non si può conservare, valorizzare, comunicare come sarebbe giusto. Oppure costituisce una realtà molto fragile che, esposta alle intemperie, si danneggerebbe. Ma nel caso delle ultime scoperte dell’Arco di Tito al Circo Massimo diventa difficile capire il perché del reinterro. Si parla di mancanza di fondi. Sono pronto a scommettere che tanti mecenati, per esempio americani, sarebbero disponibili subito a finanziare i lavori per gli scavi e il recupero dell’Arco. In fondo, si tratta del Circo Massimo legato nell’immaginario collettivo a Ben Hur...».
Andrea Carandini, grande archeologo e presidente del Fondo Ambiente Italiano, parla degli scavi del Circo Massimo, col recupero del pavimento in lastre di travertino e di tre plinti (strutture di basamento delle colonne) frontali e parte del plinto della quarta colonna. Si trattava dell’Arco di Tito che apriva l’ingresso del Circo Massimo dal lato di Porta Capena, e quindi dalla via Appia (l’altro Arco di Tito è sulle pendici settentrionali del Palatino). La sovrintendenza comunale ha deciso il reinterro in attesa dei fondi per il recupero, l’anastilosi (la ricostruzione col materiale originario) e per contenere la falda d’acqua sottostante.
Ma il caso del Circo Massimo riporta alla mente tante storie di archeologia reinterrata. C’è il caso scandaloso di cui ha parlato Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera , il 13 aprile scorso: le rovine dell’antico Foro a Capo Colonna, in Calabria, ricoperte da una colata di calcestruzzo. Una scelta insensata che rende difficilissimo qualsiasi recupero.
Caso opposto (e consapevole) a quello di Mignano Montelungo, in provincia di Caserta. Come racconta l’ex soprintendente di Napoli e Caserta Stefano De Caro (oggi direttore generale dell’Iccrom, l’organismo Unesco per lo studio della conservazione e il restauro del Patrimonio) durante i lavori per la linea ferroviaria ad alta velocità Roma-Napoli «riemerse un abitato romano dotato anche di terme. Riuscimmo a salvarlo cambiando il progetto e collocando la linea ferroviaria su alcuni piloni. Poi reinterrammo. In qualche modo abbiamo “messo in frigorifero” quel sito per le future generazioni. Lo stesso è accaduto col villaggio di Longola Poggiomarino, nell’area metropolitana di Napoli, una specie di Venezia della protostoria. Il sistema di palafitte era troppo fragile e rischiava di deteriorarsi. Il reinterro è un indiscutibile metodo di buona conservazione. Io penso che a Pompei sia stato scavato troppo e che tanti beni esposti siano fatalmente destinati a un deterioramento».
Sulla bontà del reinterro concorda anche Giuseppe Proietti, ex segretario generale dei Beni culturali e oggi amministratore delegato Ales (arte lavori e servizi).
A Roma due casi di reinterro hanno fatto discutere prima del Circo Massimo. Il primo risale al 2007-2008, quando vennero reinterrati i reperti che bloccarono il progetto del grande parcheggio nelle viscere del Pincio. Più recente il materiale emerso in via Giulia durante i lavori per la costruzione di un parcheggio interrato (poi bloccato). Si tratta delle Scuderie di Augusto, ormai ricoperte, che saranno parzialmente valorizzate dopo alcune asportazioni. Ma il complesso resterà sotto terra.
Un’altra storia di reinterro è quella del Villaggio Preistorico di Nola, scoperto nel 2001 e ricoperto nell’estate scorsa. Il complesso che risale a quattromila anni fa (l’hanno chiamato la Pompei dell’Età del Bronzo) era minacciato da una falda acquifera che rischiava di far letteralmente scomparire i delicati reperti. Troppo scarsi i fondi a disposizione, diciamo inesistenti. Allora meglio riseppellire tutto. Sperando in un futuro migliore. 

Nuovi labirinti, nuova FMR

Leggi anche qui per i labirinti di FMR


Il Labirinto di Borges è diventato realtà 
Apre oggi a Fontanellato il dedalo-giardino di bambù ideato da Franco M aria Ricci. Che ritorna a fare l’editore nel nom e di Bodoni e annuncia la ripresa della pubblicazione della rivista «FMR»
29 mag 2015  Libero TOMMASO LABRANCA
Il labirinto è il luogo per eccellenza in cui ci si perde, quindi non si devono avere indicazioni. Non ci sono nemmeno all’interno del Labrinto della Masone, ideato a Fontanellato (Parma) da Franco Maria Ricci, il quale però attrae i visitatori nel suo dedalogiardino con molte e precise indicazioni stradali realizzate nel suo segno distintivo: il carattere Bodoni. Saranno molti coloro che da oggi si recheranno a visitare questo sogno accarezzato per lunghi decenni. Da quando, un giorno del 1977, Ricci raccontò a Jorge Luis Borges il desiderio di trasformare certi terreni di famiglia in un labirinto. 
Parlare di labirinti con Borges deve essere stato come parlare di calcio con Maradona. Ci vollero molti anni prima che il concetto diventasse progetto, grazie all’architetto Pier Carlo Bontempi. Tra il progetto e l’arrivo delle maestranze c’era un altro ostacolo: il costo elevato. Lo stesso Bontempi parla vagamente di 10-12 milioni di euro, ma Ricci fu costretto a fare la cosa più penosa, vendere la sua casa editrice che passò di mano in mano fino a quelle della scomparsa Milena Ferrari, «una donna dalle ambizioni eccessive rispetto alle sue conoscenze», come ha ricordato Sgarbi durante la presentazione, che stravolse la rivista FMR. Oggi Ricci torna a fare l’editore e promette il ritorno di quella che definiva «la rivista più bella del mondo», nata nel 1982 come completamento delle sue perfette collane di libri, «I segni dell'uomo», «La Biblioteca di Babele», «Quadreria»... 
Prima però, verso il 1963, Ricci iniziò a fare l’editore preso dall’amore per l’arte tipografica bodoniana. Giovan Battista Bodoni, piemontese di Saluzzo finito poi a Parma perché il duca Ferdinando lo aveva nominato direttore delle tipografie locali. Oggi si potrebbe pensare a uno sradicamento dal rigore piemontese alle grassezze emiliane, due caratteristiche contenute nel celebre carattere da lui creato, le sottilissime grazie che concludono gli spessi corpi di ogni tipo. Allora entrambi i luoghi erano avvolti dallo stesso spirito francese cui, secoli dopo, non è sfuggito nemmeno Ricci, il quale venera sullo stesso altare Bodoni e gli estensori dell’Encyclopédie, Diderot e d’Alembert. E anche Petitot, architetto immaginifico, anche lui stabilitosi a Parma dove ha lasciato, tra l’altro, l’elegante Casino che porta il suo nome. 
Oggi disegnare edifici ispirandosi al ’700 di Petitot può essere facile. Più complesso è trovare persone che sappiano poi fornire materiali e capacità ormai dimenticati. I mattoni sagomati che compongono la piramide, per esempio: 30mila pezzi creati a mano uno per uno, in sagome diverse tra loro, ricorrendo a un’antica tecnica locale di cottura. A questi si aggiunge poi il milione di mattoni con cui è stato realizzata tutta la struttura che ospita il Bistrò dello chef Massimo Spigaroli, le bibilioteche che accolgono i 1.200 volumi stampati da Bodoni e la straordinaria collezione d’arte di Ricci, compresa la sua Jaguar nera che per un attimo, come se si voltasse pagina, ti fa passare dall’Enyclopédie a Diabolik, senza perdere un grammo di bellezza. Poi ci sono gli spazi dedicati alle mostre temporanee, come quella in corso, Arte e Follia, curata da Vittorio Sgarbi con opere di Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi. 
E poi c’è, soprattutto, il Labirinto. Un’enorme stella a otto punte ispirata alle città rinascimentali e composta all’interno da filari di bambù altissimi che sostituiscono le angoscianti pareti di muratura del dedalo per eccellenza, quello con il Minotauro, o le siepi claustrofobiche accanto all’Overlook Hotel o ancora le barriere virtuali di Pac Man. Il bambù comunica tranquillità e qui dentro ci si sente protetti, non oppressi. Il bambù unisce flessuosità a resistenza, tanto che a Hong Kong lo usano per realizzare le impalcature dei grattacieli. Il bambù è il re del design sostenibile perché ricresce in Il Labirinto della M asone, ideato a Fontanellato (Parm a) da Franco M aria Ricci e realizzato da Pier Carlo Bontem pi, visto dall’alto. A sinistra, l’ingresso della corte centrale [Mauro Davoli] tempi rapidissimi. Pare che certe specie crescano fino a 40 cm al giorno. Una risorsa che però ha bisogno di molte cure da parte del personale, sempre intento a sfrondare, tagliare, evitare che, curvandosi, le canne creino gallerie, distruggendo l’essenza del dedalo. Che poi sarebbe cercare l’uscita, ovvero vincere sulla disperazione, persino sulla morte, ispirati dalla visione del cielo su quei vialetti ingannevoli puntellati da numeri.  
All’improvviso, ci si trova davanti dei blocchi numerati dall’1 all’11 e disseminati a caso, versione moderna del gomitolo d’Arianna per il Teseo dotato di smartphone. Ogni visitatore all’ingresso riceve un numero di telefono. Se si perde, deve solo farlo e sarà salvato da angeli che lo porteranno all’uscita. Simili agli angeli salvifici che appaiono nei quadri seicenteschi della collezione Ricci. Solo in elegante divisa nera.



Una saga medievale islandese


Laxdæla sagaNon si capisce però cosa c'entri Klimt [SGA].

Laxdaela saga, Iperborea, pagine 320, e 17

Risvolto
Come scrive Borges, è nelle saghe islandesi che nasce il romanzo moderno, in quel mondo di eroismi, intrighi, epiche famigliari e vicende intime. E fra tutte la Laxdæla saga occupa un posto di assoluto rilievo per la bellezza poetica e le passioni che rappresenta. Coprendo 150 anni, narra le tormentate sorti di un clan norvegese che alla fine del IX secolo è il primo colonizzatore dell'Islanda dell'ovest, la valle del Laxá, il Fiume dei Salmoni, restituendoci un potente affresco del Medioevo vichingo in un'età di transizione, quando il cristianesimo fa breccia nell'antico universo pagano. Ma questa saga deve la sua speciale fama e unicità anche al ruolo dominante che hanno le donne: la grande matriarca Unnr, che conduce la famiglia dalla Scozia alle Orcadi alle Faroe prima di prendersi la sua terra sul suolo islandese; la schiava Melkorka, che si finge muta per non rivelare al padrone e amante di essere la figlia di un re d’Irlanda; e soprattutto Gudrún, “la donna più bella che fosse mai nata in terra d'Islanda”, fiera, passionale, femme fatale e "femminista", una delle eroine più popolari e affascinanti delle antiche saghe. Protagonista di un dramma di amore e vendetta che porterà Kjartan e Bolli, amici fraterni, a combattersi fino alla morte, Gudrún  si chiuderà in una dolorosa e algida solitudine, finendo i suoi giorni come suora eremita.
Le saghe, fenomeno letterario unico per originalità, vastità e ricchezza nel contesto europeo, fioriscono in Islanda a partire dal II secolo. Storie di re, guerrieri e fieri contadini, in parte già circolanti oralmente, che vengono messe per iscritto in una prosa ferrata ed efficace. Un affascinante patrimonio solo in minima parte accessibile al pubblico italiano. Iperborea ha pubblicato anche Saga di Ragnarr, Saga di Oddr l'arciere, Saga di Egil il monco, Saga Hrafnkell, Saga di Gautrekr.

La saga medioevale d’Islanda dove le donne erano il cuore dei clan
di Cinzia Fiori Corriere 29.5.15

«Sono stata la più crudele con chi ho più amato» dice Gudrún, personaggio chiave della Laxdaela saga , verso la fine del testo. La frase, tra le più celebri della letteratura nordica, è tuttora proverbiale in Islanda, dove la storia fu raccolta dalla tradizione orale e rielaborata artisticamente intorno alla metà del XIII secolo. La suggestione di un mondo arcaico e «altro», assieme al tragico triangolo amoroso tra Gúdrun e due uomini che si erano sempre considerati fratelli, accese la fantasia vittoriana, tanto che The lovers of Gudrún , il riadattamento in versi di William Morris (1903), fu un testo molto letto per i suoi risvolti romantici. Eppure, come tutte le saghe dette «degli islandesi», la Laxdaela (pubblicata da Iperborea, pagine 320, e 17 ) è un racconto realistico; e, per quanto ricca di temi universali, non l’amore ma l’etica è centrale nella narrazione. Il testo, scritto in prosa, narra le gesta di cinque generazioni, dall’insediamento dei primi coloni in Islanda (fine IX secolo), che fuggivano dalle vessazioni feudali del re di Norvegia, fino al completamento della cristianizzazione imposta all’isola dalla fine dell’XI.
La centralità dell’etica spiega una delle singolarità della saga: il ruolo prominente che vi svolgono le donne. Un clima di parità in pieno Medioevo. La prima protagonista che incontriamo è una pioniera. Avvolta nella leggenda, Unnr la Sagace arma la nave verso l’isola, guida la schiera dei parenti, reclama terre vergini, organizza matrimoni, regala appezzamenti, tesse relazioni. Fonda, insomma, un vasto clan, in un Paese che resterà organizzato come un’oligarchia agraria fino dopo la guerra civile e la sottomissione ad Haakon IV di Norvegia nel 1262. È probabilmente il cambiamento politico sociale a suggerire una saga che glorifichi il clan e risulti esemplare, perché le lotte interne, prima, e la perdita dell’indipendenza, poi, non comportino anche una perdita di identità.
In un simile quadro, fondamentale è il ruolo delle donne, perché in Islanda erano le custodi riconosciute dell’onore del clan e del prestigio familiare. La Laxdaela , che narra le gesta di una trascorsa età dell’oro, le mitizza assieme alle sue protagoniste, riconoscendole come interpreti della tradizione. Inoltre, Alessandro Zironi, autore della postfazione, ricorda il frequente uso nordeuropeo di legittimare il potere riallacciandosi a una genealogia femminile. Lo stesso Haakon IV di Norvegia si provvide di natali suggestivi facendoli risalire alla figlia di Brunilde e Sigfrido.
La magnanimità, manifestata anche con doni preziosi e sfarzo nei banchetti, assieme all’agire corretto e onorevole, informa i capisaldi morali delle origini. Ma, col succedersi delle discendenze, qualcosa cambia. Alla quarta generazione, nelle mani della figlia e della moglie di un autorevole esponente del clan compare una celebre spada, accompagnata da una maledizione. Finché il marito, Ólárf, partorito da una schiava di regali origini irlandesi, resterà in vita, una magnanima saggezza eviterà il peggio. Poi, la sanguinosa faida divampa, alimentata sui due fronti dalla vedova e dalla giovane Gúdrun. La difesa dell’onore familiare diventa un paravento per la vendetta, che non si arresterà finché Kjartan e Bolli, rispettivamente figlio e nipote di Ólárf, rimarranno in vita.
Agli uomini tocca l’azione, spesso per eseguire volontà femminili, ma non soltanto: sono capi clan, illustri tenutari, membri dell’Assemblea in un Paese che la narrazione lascia immaginare punteggiato di fattorie. E da lì partono per altre terre. All’estero si spingono per procurarsi legname da costruzione o per commerciare, ma anche per acquisire onore presso le corti. Intanto, il cristianesimo, dapprima disdegnato come una religione debole, si diffonde nell’isola, ma la saga è ancora segnata dal fato. Vi hanno campo sogni premonitori e maledizioni che vanno a segno. Diversi critici nordici hanno visto il passaggio di religione simbolizzato nelle figure di Gúdrun, emblema della cultura islandese, e di Kjartan, personificazione di quella cristiana. Di fatto, Gúdrun sarà la prima suora anacoreta del Paese, mentre il suo raffinatissimo figlio, Bolli Bollanson, rientrerà da Bisanzio coperto fama e abiti bellissimi. Il filologo Alessandro Zironi vi riconosce l’influenza dei poemi cavallereschi. Mentre la curatrice e traduttrice dall’islandese antico, Silvia Cosimini, avverte lettori di non aver fatto sconti sulle genealogie. A Iperborea va il merito di aver pubblicato l’opera vivida di un Medioevo ancora poco conosciuto nel sud Europa. 

giovedì 28 maggio 2015

L'ultimo custode del Gergo Antico: la difesa di von Herrmann è residuale e ormai surclassata dal Gergo Nuovo della Sinistra heideggeriana

Mi pare che la giornalista - come spesso accade, purtroppo - non abbia la più pallida idea, non solo a proposito di Heidegger ma anche di come si compone un articolo [SGA].



«Quaderni neri manipolati Ora fermo la pubblicazione» 

Von Herrmann, coordinatore dell’opera omnia del grande filosofo tedesco, attacca il curatore Trawny: «La sua è un’operazione di marketing falsa e diffamatoria»
28 mag 2015  Libero CLAUDIA GUALDANA 

I Quaderni neri di Martin Heidegger non sono «neri». Non è una provocazione. Ed Heidegger non era antisemita, con buona pace di una certa categoria di studiosi che sul suo presunto antisemitismo ha costruito carriere universitarie e successi editoriali.  
Ma procediamo con ordine. In alcuni Paesi europei, Italia compresa, di recente è stata pubblicata una minima parte degli appunti di Heidegger per denigrare la sua filosofia degradandola a livello ideologico e politico. Il capofila di quella che parrebbe una campagna diffamatoria contro il filosofo scomparso nel 1976 è Peter Trawny, curatore di Riflessioni, uscito in Germania nel 2014, in cui si trovano i tredici passaggi incriminati, in cui il pensatore scrive di ebraismo. «Questi passaggi, che occupano appena due pagine e mezzo in confronto alle 1.250 dei tre volumi delle Riflessioni, hanno fornito lo spunto al curatore di questi volumi per squalificare, in quanto “sistematicamente antisemita”, l'intero pensiero. Lo scandalo non sono i 13 passaggi in questione, ma il modo di rapportarsi a essi: falsificante, diffamatorio, profondamente falso». 
A mettere una pietra tombale su una querelle durata anche troppo a lungo è Friedrich- Wilhelm von Herrmann. Unico discepolo vivente di Heidegger, abituato da anni a negarsi alla stampa, fa un’eccezione per Libero. Ottantaquattrenne, assistente privato di Heidegger negli ultimi quattro anni di vita, è il coordinatore dell’edizione completa delle sue opere designato per iscritto dal grande filosofo in persona. In breve, è l’unica autorità mondiale nella tutela e nell’interpretazione del pensiero del suo maestro: le sue parole pesano davvero come pietre. Il professore di Friburgo rompe il silenzio grazie all’intercessione di Francesco Alfieri, docente all’Università Lateranense di Roma, che di comune accordo con von Herrmann ci affida la pubblicazione di alcune sue riflessioni inedite. Von Herrmann inoltre ha inviato a chi scrive una lettera privata chiarificatrice, da cui emerge finalmente la verità: la faccenda dei Quaderni neri è una montatura. 
Per l’esattezza, spiega, sono detti «quaderni rilegati con tela cerata nera», ma Heidegger li chiamava semplicemente «libri degli appunti». Teneva carta e penna sul comodino, per annotare di getto i pensieri che gli balenavano in mente nelle notti insonni. La mattina dopo trascriveva tutto nel libro degli appunti. Essi, scrive von Herrmann nella lettera, nell’impianto concettuale di Heidegger hanno una funzione di completamento di quanto delineato nei grandi trattati, a partire da Essere e tempo. Il filosofo nel suo testamento aveva previsto che uscissero dopo le opere fondamentali perché senza averle lette sarebbero risultati incomprensibili. «I Quaderni vanno intesi come il luogo che accoglie i frammenti e le unità di pensiero che di tanto in tanto gli si presentavano alla mente. In essi Heidegger ha però anche annotato molti pensieri, opinioni e giudizi privati e personali su eventi e persone contemporanee. Anche se sono redatti nel linguaggio del pensiero storico dell’Essere, non appartengono al pensiero puro, sistematicamente ordinato di Heidegger». 
Insomma, una parte infinitesimale dell’opera heideggeriana è stata manipolata per inficiare il suo sistema di pensiero. Von Herrmann smaschera un’operazione di marketing editoriale forse lucrosa, ma intellettualmente disonesta. Rammenta che chi conosce davvero l’opera di Heidegger sa che le sue riflessioni sull’ebraismo «mondiale» o «internazionale» fanno parte di una critica al presente, che è poi lo spirito moderno, e in esse non c’è nulla di razzista.  
Ribadiamo di nuovo il punto fondamentale: i concetti storico-ontologici non sono antisemiti in quanto tali. Ma c’è di più: Trawny non era stato incaricato da von Herrmann di «curare» le opere inedite di Heidegger, ma solo di seguirne la pubblicazione. Quindi ha commesso un illecito contro la sua opera, proprio come ha fatto chi ne ha imitato l’esempio in altri Paesi. A queste spericolate operazioni editoriali ne seguiranno altre, stavolta serie. In una lettera del 22 maggio a Francesco Alfieri, von Herrmann fissa le tappe della pubblicazione dei Quaderni neri: «I primi quattro volumi dei nove previsti sono stati editati nel 2014, ne mancano altri cinque. Saranno pubblicati dopo l’uscita di tutti gli altri volumi dell’edizione completa su Heidegger. Così si intende rispettare, almeno per quel che è ancora possibile, la volontà dello stesso Martin Heidegger». Definendo con simpatia il nostro quotidiano «naturalmente libero», von Herrmann ci concede così un’anticipazione internazionale. I manipolatori in cerca di gloria saranno spazzati via. Giova rimarcare la scarsa considerazione in cui il mondo accademico più serio tiene libri buoni solo per fare clamore mediatico. Riflessioni di Trawny «non offre alcuna interpretazione veridica e autentica. La sua non è una visione ermeneutica seriamente discutibile, ma una semplice affermazione non supportata da prove». Più chiaro di così non potrebbe essere: von Herrmann chiude una polemica ridicola, che dice soprattutto quanto male stia facendo alla verità la proficua consuetudine di mettere tutto, persino il genio, sul piano ideologico. Strappa il pensiero alle strumentalizzazioni politiche per restituirlo alla dimensione teoretica.

Università e scuola: fermare il PD per fermare la devastazione culturale del paese




Merito e valutazione avanti, a destra Scuola. La competizione tra insegnanti, alunni,dirigenti, istituti, quartieri e città. La riforma di Renzi porta nella scuola un’idea di società dove vincono i più buoni sono anche i più forti
Luca Illetterati il Manifesto 28.5.2015
Sulla sua pagina Face­book Maria­pia Vela­diano, che oltre a essere scrit­trice è anche una diri­gente sco­la­stica, ha ripor­tato que­ste parole, rivolte da uno stu­dente a una docente che lo rim­pro­ve­rava per un lavoro non con­se­gnato: «Ma lo sa che l’anno pros­simo siamo noi a valutarvi?».
Forse non c’è rispo­sta più con­vin­cente ad alcune con­si­de­ra­zioni pro­ve­nienti (per così dire) da sini­stra. Mi rife­ri­sco all’arti­colo di Marco Lodoli (anch’egli scrit­tore e inse­gnante) uscito su Repub­blica il 22 mag­gio e ad alcuni com­menti del diret­tore del Post, Luca Sofri.
L’articolo di Marco Lodoli, il quale ha par­te­ci­pato all’elaborazione del Ddl la buona scuola (“con­fessa” anzi di essere lui l’autore del nome) muove dalla schietta con­sta­ta­zione di non essere riu­scito a spie­gare ai pro­pri col­le­ghi cosa c’è di dav­vero buono in quel testo che ora la Camera ha appro­vato; di essersi scon­trato con una sorta di muro di gomma dovuto, dice, a una sfi­du­cia che si è incro­stata negli anni, a un irri­gi­di­mento frutto di troppe delu­sioni, ma anche – e lo si coglie nelle descri­zioni che pro­pone di que­sti per­so­naggi stram­pa­lati che sareb­bero i col­le­ghi di Lodoli – da una sorta di volontà pre­con­cetta che fa da osta­colo all’accettazione di quelle tra­sfor­ma­zioni che potreb­bero ridare invece fiato a una isti­tu­zione sfian­cata, rimet­tere ener­gia den­tro un corpo esan­gue, por­tare una qual­che luce den­tro ai cor­ri­doi ammuf­fiti delle nostre scuole.

Insomma se Lodoli il 5 mag­gio, il giorno dello scio­pero della scuola, si trova a scuola solo con il pro­prio diri­gente, è per­ché l’epoca è quella che è, il mondo è inca­ro­gnito, la gente è stufa.

Lodoli richiama, in qual­che modo, un argo­mento uti­liz­zato di fre­quente da Mat­teo Renzi, il quale, facendo sfog­gio di umiltà, dice di avere effet­ti­va­mente sba­gliato sulla scuola, e che il suo errore è stato quello di non essere riu­scito a comu­ni­care la cosa nel modo giu­sto. Dove dicendo que­sto si tende a far pas­sare l’idea che chi non si rico­no­sce nella buona scuola non è tanto per­ché ha un’idea diversa, quanto per­ché, delle due l’una, o non ha capito bene (e infatti per costoro il pre­mier si è messo alla lava­gna con i ges­setti) o è tal­mente ideo­lo­gico che non c’è niente da fare.

Sulla que­stione dell’ideologia insi­ste anche Luca Sofri, che cerca evi­den­te­mente una strada che non sia quella dell’adeguamento ai par­titi presi: pro o con­tro. E nel ten­ta­tivo di capire rife­ri­sce di una dif­fi­coltà di molti a orien­tarsi den­tro una dop­pia reto­rica, quella del governo e quella dei suoi oppo­si­tori. E’ l’argomento clas­sico del cer­chio­bot­ti­sta o del ter­zi­sta, il quale, quando non è in cat­tiva fede, ha dalla sua l’onestà di chi vuole pro­vare a com­pren­dere al di là degli sguardi pre­con­fe­zio­nati. Però è peri­co­loso e a sua volta, se posso dire, ideo­lo­gico, con­si­de­rare le due reto­ri­che come equi­va­lenti. Non solo per­ché una ha mezzi e potere che l’altra non ha, ma anche per­ché in que­sto modo si asse­conda l’idea che il con­flitto non riguardi la cosa, ma la sua rap­pre­sen­ta­zione, esat­ta­mente come vuole la reto­rica governativa.

In realtà basta leg­gere inter­venti fra loro molto diversi come quelli di Mauro Piras e Chri­stian Raimo su Inter­na­zio­nale per vedere come il mondo della scuola abbia posto que­stioni con­crete, che hanno a che fare pro­prio con la sostanza della cosa e non, come si vor­rebbe, con la sua rap­pre­sen­ta­zione. Que­stioni alle quali le rispo­ste sono quasi sem­pre state la neces­sità del cam­bia­mento, l’esigenza di cam­biare verso, il biso­gno di ripar­tire e poi, come logico corol­la­rio, l’accusa di con­ser­va­to­ri­smo o anche di leso patriot­ti­smo a chi pensa che si stia pren­dendo una strada sba­gliata (si veda l’articolo a dir poco imba­raz­zante e imbat­ti­bile quanto a reto­rica da mar­ke­ting pub­bli­ci­ta­rio del sot­to­se­gre­ta­rio Faraone pub­bli­cato il 9 mag­gio scorso su Il Foglio).

È chiaro che Renzi e il suo governo stanno lavo­rando – e in parte ci sono anche riu­sciti – per fare pas­sare l’idea che chi si oppone alla buona scuola è un con­ser­va­tore, che nel peg­giore dei casi vuole difen­dere pri­vi­legi, nel migliore tratta la vita dei nostri figli e il loro futuro come una ver­tenza sin­da­cale cor­po­ra­tiva invece che come una que­stione deci­siva per il paese.
C’è però ancora un punto nell’argomentare di Sofri che vale la pena richia­mare: que­sta di cui si discute non è una cosa che si possa chia­mare «riforma della scuola», dice; e aggiunge: «una riforma della scuola è un pro­getto com­ples­sivo e più esteso, di mag­giore pro­fon­dità, visione e coe­renza: que­sto è un gruppo di inter­venti, diversi tra loro e a mac­chia di leo­pardo, che affron­tano alcune que­stioni del fun­zio­na­mento della scuola». Anche Renzi insi­ste molto, ulti­ma­mente, su que­sto: «Non chia­ma­tela riforma, que­sto è un modo per far ripar­tire la scuola, per ren­derla più effi­ciente, ma non è una riforma». Ecco, que­sto è il punto: dire que­sto è pro­durre ideo­lo­gia. Signi­fica fare pas­sare un impianto che cor­ri­sponde a una pre­cisa idea della scuola per mero inter­vento tec­nico, come una sorta di tagliando, una messa a punto della mac­china. Que­sta è una riforma della scuola.
Andando a modi­fi­care le forme del reclu­ta­mento, il rap­porto fra diri­gente e docente e, con­se­guen­te­mente, fra docente e alunno, que­sta legge incide sulla scuola ben più di altri roboanti pro­getti rifor­ma­tori. In que­sti inter­venti a mac­chia di leo­pardo c’è una coe­renza che sarebbe grave misco­no­scere. C’è un’idea di scuola che emerge evi­dente, della quale Renzi ha peral­tro sem­pre par­lato e che qui viene vei­co­lata attra­verso prov­ve­di­menti appa­ren­te­mente solo fun­zio­nali. Come se non fosse chiaro che se c’è un modo effi­cace per far pas­sare idee e visioni della realtà, que­sto è pro­prio quello di agire su mere que­stioni di fun­zio­na­mento.
L’idea che emerge da que­sti prov­ve­di­menti è che la scuola deve rico­no­scersi come luogo della com­pe­ti­zione: tra inse­gnanti, tra alunni, tra diri­genti, tra isti­tuti, e quindi, ovvia­mente, tra quar­tieri e tra città. L’enfasi su merito e valu­ta­zione mira a que­sto: a costruire scuole buone per i buoni e scuole come ven­gono per gli altri; a cana­liz­zare i buoni (e non occorre essere mar­xi­sti per pen­sare che è molto più pro­ba­bile che i buoni ven­gano fuori da situa­zioni agiate, eco­no­mi­ca­mente non pro­ble­ma­ti­che, social­mente quiete, ecc) den­tro per­corsi che li ren­dano ancora più buoni e i meno buoni den­tro per­corsi dove si fa quel che si può.
Le parole valu­ta­zione e merito appli­cate al lavoro della e nella scuola non sono, come si tende a far cre­dere, parole neu­tre, tec­ni­che, stru­menti che a null’altro ser­vono se non a regi­strare se si fanno le cose bene o male per pro­durre, come si ripete, miglio­ra­mento. Merito e valu­ta­zione sono in realtà pra­ti­che che impli­cano la neces­sità da parte di inse­gnanti e diri­genti di adat­tarsi a pro­to­colli di azione esterni rispetto alla situa­zione con­creta nella quale agi­scono, di far pro­pri com­por­ta­menti che con­sen­tano di rag­giun­gere obiet­tivi pre­de­ter­mi­nati indi­pen­den­te­mente dalla spe­ci­fi­cità delle situa­zioni, della pecu­liare esi­stenza delle per­sone coin­volte in que­sto processo.
Le pro­ce­dure valu­ta­tive ten­dono gio­co­forza a ridurre l’azione didat­tica in per­for­mance misu­ra­bile. Si rischia così, nel momento in cui la pra­tica valu­ta­tiva assume una fun­zione diri­gente nella scuola, di entrare nel para­dosso per cui si orga­nizza la vita della scuola e delle per­sone che la abi­tano in un certo modo non per­ché lo si ritiene giu­sto e sen­sato, ma per­ché così vuole e chiede la valu­ta­zione. La valu­ta­zione – e non rico­no­scerlo sarebbe non solo ideo­lo­gico, ma diso­ne­sto – non si limita mai a foto­gra­fare la realtà, bensì pre­de­ter­mina e pre­co­sti­tui­sce con i pro­pri indi­ca­tori la realtà a cui si rivolge.
E’ di que­sto che sono pre­oc­cu­pati molti di quelli che con­te­stano que­sta legge. Non solo di que­stioni di det­ta­glio o di sacro­sante que­stioni rela­tive al pre­ca­riato, ma soprat­tutto dell’idea di scuola che sog­giace a que­sti prov­ve­di­menti, i quali, toc­cando que­stioni di fun­zio­na­mento met­tono in realtà in campo un pre­ciso con­cetto di for­ma­zione, un’idea di società, vor­rei per­sino dire una visione della vita.

Il Pd è l’agit prop della scuola azienda 

Ddl Scuola. Da Berlinguer a Renzi un unico progetto neoliberista: portare l'istruzione pubblica al mercato. Uno scopo perseguito con un accanimento cieco e irragionevole da Renzi che esaspera le storture dell’autonomia scolastica in chiave padronale e autoreferenziale. Siamo all’inizio di un nuovo Medioevo per l'istruzione pubblica.
Anna Angelucci, Tiziana Drago il Manifesto 26.5.2015

La riforma del sistema nazio­nale di istru­zione, pro­po­sta dal Par­tito Demo­cra­tico e pas­sata alla Camera, accen­tua for­te­mente il dispo­si­tivo dell’autonomia sco­la­stica, per­se­guita dalla fine degli anni Ottanta dai mini­stri demo­cri­stiani Gal­loni e Mat­ta­rella e rea­liz­zata nel 1997 con Luigi Ber­lin­guer. È lì, nella legge sulla sem­pli­fi­ca­zione ammi­ni­stra­tiva, che la scuola, da isti­tu­zione garan­tita dalla Costi­tu­zione negli arti­coli 32 e 33, viene tra­sfor­mata in ente gestore di un ser­vi­zio d’istruzione, dotato di per­so­na­lità giu­ri­dica. Le isti­tu­zioni sco­la­sti­che sono diven­tate espres­sioni di un’autonomia fun­zio­nale, poi san­cita dalla riforma del titolo V della carta costi­tu­zio­nale (governo D’Alema) e da allora prov­ve­dono alla rea­liz­za­zione dell’offerta for­ma­tiva, alla garan­zia del «suc­cesso for­ma­tivo» secondo le leggi dell’economia e del mar­ke­ting. Ancora, nell’annus hor­ri­bi­lis del pas­sag­gio al nuovo mil­len­nio, la legge sulla parità sco­la­stica e quella di riforma dell’ordinamento uni­ver­si­ta­rio (il 3+2), entrambe a firma Ber­lin­guer, com­ple­tano il qua­dro di una serie di inter­venti letali per l’istruzione pub­blica in cui si inse­ri­sce quello soste­nuto dal Par­tito Demo­cra­tico di Mat­teo Renzi. E que­sto a dispetto del loro fal­li­mento regi­strato da tutte le ana­lisi nazio­nali e internazionali. 

Con un acca­ni­mento cieco e irra­gio­ne­vole, forse inter­pre­ta­bile più con le cate­go­rie della psi­co­pa­to­lo­gia che con quelle tra­di­zio­nali della poli­tica, il Pd sta com­pri­mendo gli spazi della discus­sione su una legge che esa­spera le stor­ture dell’autonomia in chiave padro­nale e auto­re­fe­ren­ziale. Le scuole sono desti­nate a un’ulteriore accen­tua­zione delle dif­fe­renze sulla base del pro­getto cul­tu­rale impo­sto dai sin­goli pre­sidi che avranno carta bianca nel defi­nire obiet­tivi edu­ca­tivi e nel repe­rire «risorse umane». In que­sto modo saranno can­cel­lati spazi di demo­cra­zia e la libertà d’insegnamento. In nes­sun paese del mondo civi­liz­zato accade que­sto. Nep­pure nei modelli sco­la­stici anglo­sas­soni, tanto cari ai nostri deci­sori poli­tici e ai loro improv­vi­sati con­su­lenti peda­go­gi­sti, un solo indi­vi­duo al comando può deci­dere il destino di una scuola.
Anche sull’università il Pd è il man­dante, o il com­plice, dei dise­gni «moder­niz­za­tori» più regres­sivi. Come dimen­ti­care il con­te­gno son­no­lento tenuto nei giorni del varo della rovi­nosa legge Gelmini? 
Per nulla tur­bato dall’enormità della posta in gioco, il Pd si dimo­strò inca­pace di abi­tare un oriz­zonte cul­tu­rale diverso da quello che avrebbe dovuto com­bat­tere. Per con­for­mi­smo e per igna­via. In seguito, dall’appoggio a Fran­ce­sco Pro­fumo (ese­cu­tore testa­men­ta­rio della Gel­mini) attra­verso Maria Chiara Car­rozza sino alla sbia­dita mini­stra Gian­nini, que­sto par­tito ha coe­ren­te­mente fatto gra­vare sull’università e sulla ricerca un dif­fuso sospetto di inu­ti­lità se non pro­prio di noci­vità. Que­sto partito-governo con­ti­nua a caval­care il senso comune dell’apertura al ter­ri­to­rio, dell’avvicinamento al mondo dell’impresa, della logica pre­miale e com­pe­ti­tiva tra gli ate­nei, men­tre in realtà impone alle scuole un dar­wi­ni­smo sociale. Senza nep­pure il sospetto che scuole e uni­ver­sità deb­bano essere il luogo di costru­zione di un sapere dif­fuso e di una cit­ta­di­nanza cri­tica, l’argine alla minac­cia dell’esclusione, non una pale­stra per eccel­lenti. La sua riforma dell’istruzione è figlia della neces­sità di alli­neare i cit­ta­dini e le cit­ta­dine alla ricetta neo­li­be­ri­sta per cui la scelta è limi­tata a un lavoro senza diritti o a diritti senza lavoro.
Siamo all’inizio di un nuovo Medioevo. Se una strada è ancora per­cor­ri­bile, è fuori dalle parole d’ordine del mer­cato, lì dove il sapere si espande insieme alle rela­zioni, fuori dalle agen­zie di valu­ta­zione, fuori dal cal­colo dei cre­diti, fuori dai vec­chi pri­vi­legi di ver­tice e di cit­ta­di­nanza. Fuori da tutto que­sto e den­tro un pro­getto con­di­viso dove il sapere diventa labo­ra­to­rio di signi­fi­cato e l’intelligenza col­let­tiva si riap­pro­pria del diritto a imma­gi­nare la vita.