martedì 30 giugno 2015

Nietzsche nella Rivoluzione conservatrice

Sono gli atti di un convegno tenuto all'Istituto Gramsci di Bologna un paio di anni fa. Da lì è venuto lo spunto per il mio libro su Moeller van den Bruck e Nietzsche. Più sotto le prime pagine del mio intervento, che di quel libro ha costituito il nucleo originario [SGA].


Nietzsche nella Rivoluzione conservatrice, a cura di F. Cattaneo, C. Gentili, S. Marino, il melangolo 2015

Risvolto
La Rivoluzione conservatrice costituisce uno snodo significativo della storia tedesca ed europea del primo Novecento. Il volume indaga il modo, assai problematico e paradossale, in cui il movimento rivoluzionario-conservatore rimodula alcune istanze tradizionali della destra a partire dal confronto con l’avvento della civiltà della tecnica e con l’irruzione delle masse sulla scena politico-sociale. Tale prospettiva, contraddistinta da una ripresa anti-moderna della modernità, viene approfondita in relazione ai suoi principali interpreti, tra i quali E. Jünger, F.-G. Jünger, A. Moeller van den Bruck e O. Spengler, e in relazione a pensatori come A. Baeumler, T. Mann, C. Schmitt e M. Heidegger. La categoria mediante la quale ci si propone di gettare luce su questo complesso fenomeno è la ricezione del pensiero di Friedrich Nietzsche. Il volume rappresenta quindi un’ulteriore occasione di confronto con l’eredità nietzschiana, nonché una discussione circa la collocazione del movimento rivoluzionario-conservatore rispetto al nazionalsocialismo.





Heidegger: colpo di coda dei difensori della Vecchia Scuola

Tenerezza. Un ciclo si è concluso e la difesa di Heidegger passa oggi principalmente dalla contestazione del suo antisemitismo, dilatato poi a antisemitismo perenne della filosofia occidentale e infine rovesciato [SGA].


Una nuova edizione per il libro di Domenico Losurdo sul Revisionismo storico

Il revisionismo storicoDomenico Losurdo: Il revisionismo storico. Problemi e miti, nuova edizione aumentata, Laterza

Risvolto
Più volte ristampata e tradotta in un numero crescente di paesi, quest’opera è una rilettura originale della storia contemporanea, dove l’analisi critica del revisionismo storico – a cominciare dalle tesi di Nolte sull’Olocausto e di Furet sulla rivoluzione francese – si intreccia con quella di una serie di fondamentali categorie filosofiche e politiche come guerra civile internazionale, rivoluzione, totalitarismo, genocidio, filosofia della storia.
Questa edizione ampliata analizza le prospettive del nuovo secolo. Da un lato il revisionismo storico continua a riabilitare la tradizione coloniale, com’è confermato dall’omaggio che uno storico di successo (Niall Ferguson) rende al tramontato Impero britannico e al suo erede americano, dall’altro vede il ritorno sulla scena internazionale di un paese (la Cina) che si lascia alle spalle il ‘secolo delle umiliazioni’. Sarà in grado l’Occidente di tracciare un bilancio autocritico o la sua pretesa di essere l’incarnazione di valori universali è da interpretare come una nuova ideologia della guerra?


 Eugenetica made in Usa 
Saggi. «Il revisionismo storico. Problemi e miti» di Domenico Losurdo, per Laterza. Una ricostruzione delle vicende del Novecento, a partire dal colonialismo degli States e dalle loro proibizioni razziali che tanto piacevano a Hitler 

Paolo Ercolani il Manifesto 27.6.2015, 0:08 

«Guai a vinti!», secondo la cele­bre espres­sione attri­buita da Livio e altri sto­rici romani a Brenno, capo dei Galli Sènoni che inva­sero Roma nel IV secolo a.C. Guai per tante ragioni, fra le quali è una a pre­va­lere di gran lunga: che saranno i vin­ci­tori a scri­vere la sto­ria. In que­sto modo una sem­plice scon­fitta (det­tata da rap­porti di forza) si tra­sfor­merà in una volontà suprema (del Fato, di Dio, della Civiltà o Razza supe­riore), e i più deboli ver­ranno mar­chiati a guisa di «dan­nati della terra», per­ché così hanno decre­tato le leggi supe­riori e insin­da­ca­bili della Storia. 

Eppure, a volte un solo pic­colo epi­so­dio rie­sce a smon­tare i costrutti mani­chei dell’ideologia domi­nante. Come quello rife­rito da Han­nah Arendt in una let­tera a Karl Jaspers del 3 gen­naio 1960: «A tutte le ultime classi delle scuole medie di New York è stato asse­gnato un tema (Imma­gi­narsi un modo per punire Hitler). Ed ecco cosa ha pro­po­sto una ragazza nera: si dovrebbe met­ter­gli addosso una pelle nera, e poi obbli­garlo a vivere negli Stati Uniti!». A rac­con­tarci la vicenda quanto mai cen­trale della misti­fi­ca­zione sto­rica, con tanto di una mole impres­sio­nante ma sem­pre per­ti­nente di aned­doti, rife­ri­menti, cita­zioni, è Dome­nico Losurdo (pro­fes­sore eme­rito di filo­so­fia nell’Ateneo di Urbino, in que­sti giorni insi­gnito di una lau­rea hono­ris causa da parte della pre­sti­giosa Uni­ver­si­dade Fede­ral Flu­mi­nense in Bra­sile), di cui è uscito Il revi­sio­ni­smo sto­rico. Pro­blemi e miti, Laterza, pp. 345, euro 24 (con­tem­po­ra­nea­mente all’edizione inglese, ancora più ampia: War and Revo­lu­tion. Rethin­king the Twen­tieth Cen­tury, tra­du­zione di Gre­gory Elliott, pp. 359, Verso, London). 

Nella frase della gio­vane ragazza nera citata da Arendt si con­cen­tra una parte buona e sostan­ziale della vicenda che Losurdo rico­strui­sce, e che si dipana lungo quat­tro secoli di sto­ria occi­den­tale, a par­tire dalle rivo­lu­zioni inglesi del Sei­cento, pas­sando per quella ame­ri­cana, fran­cese e bol­sce­vica. Fino ad arri­vare alla data cru­ciale del 1989, in cui il tra­collo dell’ideologia e del mondo comu­ni­sta ha lasciato campo aperto a chi intende ripor­tare indie­tro le lan­cette della sto­ria, per costi­tuire un nuovo «impero» avva­len­dosi delle armi con­ven­zio­nali e di quelle eco­no­mi­che.
Nel mezzo l’autore rico­strui­sce, con dovi­zia di par­ti­co­lari e aned­doti sor­pren­denti (ovvia­mente igno­rati dall’ideologia domi­nante), il grande rimosso della agio­gra­fica e auto­re­fe­ren­ziale sto­rio­gra­fia occi­den­tale: ossia quei secoli di colo­nia­li­smo e impe­ria­li­smo in cui si sono depre­date, sfrut­tate non­ché mas­sa­crate intere popo­la­zioni ed etnie. Pro­du­cendo quella mise­ria e disu­ma­nità radi­cali che ancora i migranti di oggi por­tano ben deli­neate sui loro volti. 

La rico­stru­zione si fa ancora più ser­rata e impla­ca­bile quando si tratta di por­tare alla luce il grande non detto che riguarda la nazione por­ta­ban­diera dell’Occidente: gli Usa. Il primo vero stato raz­ziale della vicenda umana, quello in cui si è com­piuto il geno­ci­dio dei pel­le­rossa e lo ster­mi­nio di tanti neri impor­tati dall’Africa per uso com­mer­ciale. Ma anche quello in cui sono nati i primi veri campi di con­cen­tra­mento della sto­ria con­tem­po­ra­nea dove, in nome della guerra totale (in occa­sione del I con­flitto mon­diale) i governi ame­ri­cani fecero rin­chiu­dere cit­ta­dini ame­ri­cani con ori­gini nip­po­ni­che o tede­sche, mar­chian­doli con quella stella gialla che poi sarebbe stata pro­ta­go­ni­sta di nefan­dezze ulteriori. 

In que­sto modo, il let­tore viene con­dotto per mano, attra­verso rie­vo­ca­zioni pun­tuali e rigore sto­rio­gra­fico, a una delle tesi più forti con­te­nute nel libro: le ori­gini ame­ri­cane del III Reich. È lo stesso Hitler a dichia­rare espres­sa­mente nel suo Mein Kampf tutta la sua ammi­ra­zione per l’America raz­ziale e impe­ria­li­sta, fino ad arri­vare a pre­fi­gu­rare un’alleanza dei tre grandi imperi (inglese, ame­ri­cano e tede­sco) per rea­liz­zare la «razza eletta». Come sor­pren­dersi, del resto, tenendo conto che stiamo par­lando del paese che isti­tuì per legge il divieto di «misce­ge­na­tion» (matri­moni misti), e dove ancora nel 1967 erano sedici gli Stati in cui risul­ta­vano in vigore leggi che proi­bi­vano i matri­moni inter­raz­ziali. Lo stesso ter­mine unter­men­sch (sot­touomo), con cui viene legit­ti­mata e su cui viene costruita la distru­zione delle civiltà infe­riori, deriva dall’inglese «under­man» (uti­liz­zato da Stod­dard), men­tre nel libro si ricorda che è stata pro­prio l’America a finan­ziare e pro­muo­vere, con grande dispen­dio di risorse e pro­clami, quell’eugenetica che avrebbe avuto un grande peso nel regime hitleriano. 

Per chi vuole, e può, cogliere impor­tanti riflessi del mondo con­tem­po­ra­neo, è signi­fi­ca­tiva la rico­stru­zione che Losurdo com­pie della domi­na­zione occi­den­tale nei con­fronti della Cina, fra i paesi più bene­stanti e civili del mondo (nell’Ottocento) fino a che le potenze nostrane non hanno deciso di con­durre una guerra distrut­tiva, appog­giando il regime liber­ti­cida della dina­stia man­ciù e ponendo le basi per quei sen­ti­menti anti-occidentali che invece erano stati del tutto assenti fino a quel momento. Le pagine con­clu­sive, infine, si sca­gliano con­tro l’illustre sto­rico con­tem­po­ra­neo Niall Fer­gu­son, ideo­logo uffi­ciale dell’America e dell’Occidente con­tem­po­ra­nei, invi­tati senza mezzi ter­mini a rico­sti­tuire l’«impero» e a uti­liz­zare la guerra per gene­rare un «pro­fitto reale sotto forma di bot­tino e di inden­nità a carico degli Stati o ter­ri­tori sconfitti». 

Una vera e pro­pria con­tro­sto­ria dell’Occidente, quella ope­rata da Losurdo, con­tro i troppi revi­sio­ni­smi, ma anche a favore di una memo­ria col­let­tiva che, in que­sti giorni, vor­rebbe respin­gere dalle nostre coste milioni di figli di una dispe­ra­zione pro­dotta da noi stessi. Sto­ria anti­chis­sima, visto che già la demo­cra­ti­cis­sima potenza ate­niese giu­sti­fi­cava lo ster­mi­nio dei Meli argo­men­tando che è la stessa legge di natura a decre­tare il governo del più forte. Con buona pace di quei «deboli» a cui non è dato nep­pure il rico­no­sci­mento di una Sto­ria rac­con­tata con quell’arnese indi­spen­sa­bile che chia­miamo one­stà intellettuale.

La crisi del progetto moderno: Giovanni De Luna

Il ’900 è finito e noi ci sentiamo poco bene
Nel passaggio tra XX e XXI secolo i pilastri che sorreggevano la nostra visione del mondo sono crollati: resta un senso di inadeguatezza e l’incapacità di capire il tempo in cui viviamodi Giovanni De Luna La Stampa 29.6.15
Verso la fine del 1899 si accese una disputa molto vivace se l’imminente 1900 dovesse contare come ultimo anno del secolo vecchio o come primo del nuovo. Alla fine intervenne l’imperatore di Germania, Guglielmo II, dichiarando che il 1900 era il primo anno del XX secolo: a Berlino, alla mezzanotte di San Silvestro del 1899, campane a distesa e salve di cannone annunciarono la nascita del nuovo secolo. Allora era così. Il tempo poteva essere scandito dagli orologi di Berlino e il potere di un imperatore tedesco faceva direttamente sentire i suoi effetti nella vita quotidiana di milioni di uomini.
Nessuno se ne rese conto, ma quello fu il definitivo addio al tempo storico dell’Ottocento. Nel Novecento il tempo avrebbe smesso di essere il «principio ordinatore» degli eventi umani e della loro rappresentazione fondata sulla successione cronologica, per lasciare posto all’«esperienza della simultaneità»: prima la telefonia e la radio, poi il cinema e la televisione, poi ancora il trasporto aereo, il fax, le reti telematiche, infine il mondo sterminato del web hanno consentito l’accesso immediato a una pluralità di spazi e di tempi cancellando i concetti tradizionali di passato e futuro, di vicino e lontano. Oltre al tempo, anche gli spazi si sono infatti ridefiniti in una dimensione planetaria, proponendosi come territori percorribili istantaneamente, senza più il tempo che era necessario per attraversare le antiche distanze.
L’età dell’inquietudine
Questo cambiamento radicale ha alterato in maniera irreversibile il nostro modo di vivere e ha reso il mondo del ’900 irriconoscibile per tutti quelli che avevano abitato il secolo precedente.
Oggi stiamo vivendo una rottura altrettanto drastica. Nessuna delle definizioni che gli storici hanno utilizzato per leggere il ‘900 sembra resistere a questo passaggio. Charles Maier lo aveva chiamato il «secolo delle ciminiere», riferendosi alle grandi produzioni industriali con le fabbriche che funzionavano con grandi ciminiere, con il carbone o con altre energie «fumanti». Per altri era stato «il secolo delle guerre» (tra il 1900 e il 1993 c’erano stati 54 conflitti armati con ben 185 milioni di morti, di cui l’80% civili). Altri ancora avevano insistito sul totalitarismo, la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, l’allargamento planetario dei mercati, l’omologazione indotta dai consumi; definizioni che si muovevano tutte verso un’unica direzione: produzioni di massa, morte di massa, politica di massa, consumi di massa, mezzi di comunicazione di massa attribuivano al Novecento i tratti indelebili del «secolo delle masse». Nell’Occidente euroamericano, a cui questi concetti si riferiscono, si era affacciata alla storia una schiera di produttori, elettori, consumatori, che avevano affollato le fabbriche, le urne elettorali della democrazia, le piazze dei regimi totalitari, i supermercati e i campi dello sterminio e della guerra.
Molti pilastri che sorreggevano queste definizioni sono crollati. E sulle loro macerie è affiorata un’inquietudine, un senso di inadeguatezza. Molti degli eventi che caratterizzano il nostro tempo ci appaiono incomprensibili. Le categorie del ’900 non ci aiutano a capire l’Isis; un’Europa che abbiamo imparato a conoscere attraverso gli Stati che vi aderivano, ora - per la prima volta, con la Grecia - rischia di perderne uno. La competizione globale tra i Paesi industrializzati, i flussi dell’informazione, del sapere, del denaro, delle persone e delle immagini hanno superato i limiti territoriali degli Stati nazionali, disvelando uno scenario i cui confini sono solo il cielo e la terra.

Totalitarismo tecnologico
Il binomio Guerra e Stato, ad esempio, per secoli inscindibile, si è ora dissolto in quelle che chiamiamo le «guerre postnazionali», caratterizzate, da un lato, da una complessiva «privatizzazione» dei conflitti armati (i mercenari, i volontari, il tramonto della tradizionale figura del soldato), dall’altro dalla dimensione sempre più sovrannazionale dei poteri di comando sulle forze armate che operano nei vari fronti. E sono cambiati anche gli aspetti ideologici della guerra, con una netta accentuazione della sua «confessionalità»: si combatte in nome di Dio, e la dimensione laica delle categorie «amico» e «nemico» viene dissolta in un universo in cui l’avversario diventa un alleato del Diavolo, un ostacolo all’espandersi del bene da cancellare. Non più la sconfitta militare, ma l’annientamento del nemico rappresenta così l’unico scopo plausibile della guerra.
Ma è soprattutto nella Rete e nella rivoluzione digitale che sono emerse le principali novità post-novecentesche. La velocità del cambiamento digitale è stata vertiginosa e ormai la Rete penetra in ogni angolo della nostra vita: il lavoro, il tempo libero, l’organizzazione del dibattito politico e della protesta sociale, perfino le nostre relazioni sociali e i nostri affetti. Facebook e Twitter, programmaticamente nati per renderci più amici, più solidali e allargare i nostri spazi «comunitari», oggi si sono insinuati prepotentemente nella nostra privacy, determinano e controllano i nostri gusti e i nostri consumi. Quasi che dal totalitarismo ideologico del XX secolo si stia passando a quello tecnologico del XXI.

Costruzione dei generi, perversioni femminili, paure maschili

Perversioni femminili
Louise J. Kaplan: Le perversioni femminili. Le tentazioni di Emma Bovary, Cortina, pagg. 346, euro 25

Risvolto
 Louise J. Kaplan pone al centro del testo un’ipotesi forte: le donne non sono mai state considerate perverse perché le loro perversioni non sono state cercate là dove si annidano. Sulla scorta di una ricca esperienza clinica, di testi letterari, di epistolari e biografie famose, senza escludere gli inquietanti materiali di prima mano offerti dalla cronaca nera, l’autrice dimostra con acutezza e spericolata originalità un teorema all’apparenza semplice: la perversione è un meccanismo che permette di sopravvivere all’orrore di quella perdita originaria che la nostra cultura infligge a ogni essere sessuato nel momento in cui lo piega alla schiavitù dei ruoli sessuali e di genere. Se è dunque vero che determinate perversioni sono specificatamente maschili (voyeurismo, pedofilia, feticismo, esibizionismo ecc.), una serie di altri comportamenti (cleptomania, anoressia, piccole mutilazioni, sottomissione estrema) non solo sono tipicamente femminili, ma vanno annoverati senza mezzi termini tra le perversioni e come tali decifrati. Madame Bovary fa testo.


Louise J. Kaplan (1929-2012), psicoanalista e scrittrice statunitense, è stata un’influente studiosa di tematiche legate all’identità di genere. Insieme a Donald Moss, ha diretto la prestigiosa rivista di psicoanalisi American Imago ed è stata insignita del National Book Critics Circle Award per i suoi numerosi libri di successo internazionale. . 
Louise J. Kaplan pone al centro del testo un’ipotesi forte: le donne non sono mai state considerate perverse perché le loro perversioni non sono state cercate là dove si annidano. Sulla scorta di una ricca esperienza clinica, di testi letterari, di epistolari e biografie famose, senza escludere gli inquietanti materiali di prima mano offerti dalla cronaca nera, l’autrice dimostra con acutezza e spericolata originalità un teorema all’apparenza semplice: la perversione è un meccanismo che permette di sopravvivere all’orrore di quella perdita originaria che la nostra cultura infligge a ogni essere sessuato nel momento in cui lo piega alla schiavitù dei ruoli sessuali e di genere. Se è dunque vero che determinate perversioni sono specificatamente maschili (voyeurismo, pedofilia, feticismo, esibizionismo ecc.), una serie di altri comportamenti (cleptomania, anoressia, piccole mutilazioni, sottomissione estrema) non solo sono tipicamente femminili, ma vanno annoverati senza mezzi termini tra le perversioni e come tali decifrati. Madame Bovary fa testo.
L'autrice
Louise J. Kaplan (1929-2012), psicoanalista e scrittrice statunitense, è stata un’influente studiosa di tematiche legate all’identità di genere. Insieme a Donald Moss, ha diretto la prestigiosa rivista di psicoanalisi American Imago ed è stata insignita del National Book Critics Circle Award per i suoi numerosi libri di successo internazionale. .
- See more at: http://www.raffaellocortina.it/perversioni-femminili#sthash.aJe7JMW2.dpufLouise J. Kaplan pone al centro del testo un’ipotesi forte: le donne non sono mai state considerate perverse perché le loro perversioni non sono state cercate là dove si annidano. Sulla scorta di una ricca esperienza clinica, di testi letterari, di epistolari e biografie famose, senza escludere gli inquietanti materiali di prima mano offerti dalla cronaca nera, l’autrice dimostra con acutezza e spericolata originalità un teorema all’apparenza semplice: la perversione è un meccanismo che permette di sopravvivere all’orrore di quella perdita originaria che la nostra cultura infligge a ogni essere sessuato nel momento in cui lo piega alla schiavitù dei ruoli sessuali e di genere. Se è dunque vero che determinate perversioni sono specificatamente maschili (voyeurismo, pedofilia, feticismo, esibizionismo ecc.), una serie di altri comportamenti (cleptomania, anoressia, piccole mutilazioni, sottomissione estrema) non solo sono tipicamente femminili, ma vanno annoverati senza mezzi termini tra le perversioni e come tali decifrati. Madame Bovary fa testo.





L'autrice

Louise J. Kaplan (1929-2012), psicoanalista e scrittrice statunitense, è stata un’influente studiosa di tematiche legate all’identità di genere. Insieme a Donald Moss, ha diretto la prestigiosa rivista di psicoanalisi American Imago ed è stata insignita del National Book Critics Circle Award per i suoi numerosi libri di successo internazionale. .
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Nel delirio femminista ogni desiderio è un segno di sottomissione al maschio. Non si salvano nemmeno Emma Bovary o Anais Nin 

Massimiliano Parente - il Giornale Lun, 29/06/2015

Il cospirazionismo storico nella sua versione di destra neoliberale non è troppo dissimile da quello di sinistra



Tutti i mali dell'Europa provengono dall'America dei club cultural-finanziari
Gli Usa intesi come laboratorio della modernità dove continuamente si scontrano lo spirito capitalistico dei Lehman e la redistribuzione di FordSebastiano Caputo - il Giornale Mar, 30/06/2015

La disputa su Pound




venerdì 26 giugno 2015

Sinistra, destra e bisogno di autonomia politica

Tra le responsabilità politiche più gravi del Pci-Pds-DS-PD - colpe alle quale vanno associate quelle delle sue appendici strutturali passate (Prc, PdCI, SEL e compagnia cantante) e quelle delle sue appendici strutturali future (costituenti e coalizioni possibili) - c'è quella di aver quasi costretto molte persone in buona fede a ritenere superata sul piano storico o persino su quello politologico la distinzione tra destra e sinistra. Precludendo loro in tal modo la possibilità di concepire le condizioni di una ridefinizione della sinistra stessa in un contesto di ritirata strategica che durerà decenni.
Poiché la sinistra è il PD e il PD e i suoi alleati fanno cose di destra - viene detto -, in realtà destra e sinistra non esistono più e forse non sono mai esistite ma comunque si sono confuse in un'unica, indistinta casta paramafiosa (per i delusi più propensi al lavoro manuale e al ragionamento pratico), oppure in un unico funzionariato politico fiancheggiatore del Grande Capitale Transnazionale e/o Statunitense (per gli intellettuali dotati di più letture).

La convergenza con l'iper-ideologia neoliberale che da decenni ci parla della fine delle ideologie dovrebbe destare più di qualche sospetto nei sostenitori di queste tesi. Tuttavia, è comprensibile questa disillusione, soprattutto se mancano gli strumenti per una comprensione storica di ciò che è accaduto negli ultimi decenni e per una comparazione con i secoli precedenti.

Ciò che non è gradevole è invece che a questa disillusione segua di solito l'assunzione orgogliosa di atteggiamenti e categorie proprie della destra, quasi a voler segnare con un presunto gesto anticonformista la rottura polemica di quei tabu che caratterizzavano l'antica appartenenza, manifestando in maniera simbolica una presa di distanze.

Questo gesto di distinzione al contrario, che nasconde un più profondo bisogno di rassicurazione e serve a elaborare il lutto per il tradimento ideologico subito, non avviene per caso. Discende invece quasi di necessità da quanto sopra, ed è la conseguenza di un'ulteriore sconfitta che sta avvenendo sul terreno del confronto egemonico. Perché in realtà la stessa tesi del superamento di destra e sinistra - tesi che risale alla fine del XIX secolo e che, teorizzata in maniera esplicita nella Rivoluzione coservatrice tedesca a Weimar, si è presentata più volte nel corso del Novecento tornando ogni volta come se fosse chissà quale epocale novità - fa parte del processo di apprendimento che le destre continentali hanno dovuto intraprendere, ormai molto tempo fa, per confrontarsi con quella società di massa che dapprima avevano cercato di ostacolare. Un confronto che alla sinistra ha dovuto e deve contendere simboli, nomi, concetti.
Su questo terreno queste destre stanno oggi vincendo. Vincono grazie a un'abile divisione del lavoro tra le elites e la messinscena della contestazione delle elites, ma vincono soprattutto per colpa nostra. Si tratta infatti di un fenomeno che è presente anche in altri paesi ma in misura decisamente minore, dato che altrove la sinistra è riuscita ben più che da noi a conservare una propria autonomia rispetto a quei processi storico-politici di fondo che hanno invece stravolto la sinistra italiana.
Anche rispetto a questo problema, è alla storia del nostro paese che dobbiamo guardare. E anche in questo caso, proprio la forza politica che la sinistra aveva accumulato in passato durante la Seconda guerra mondiale e nella ricostruzione, quella forza che ci ha consentito di sopravvivere sino ad oggi, rende inevitabilmente tutto più difficile per quanto riguarda il futuro [SGA].

La biografia di Lelio Basso scritta da Chiara Giorgi

Un socialista del Novecento
Leggi anche qui. Ancora complimenti a Chiara

Chiara Giorgi: Un socia­li­sta del Nove­cento. Ugua­glianza, libertà e diritti nel per­corso di Lelio Basso, Carocci, pp. 276

Risvolto

Lelio Basso (1903-1978) è senz'altro un socialista del Novecento. La sua è un’interpretazione del socialismo originale e a tratti eretica, capace di mescolare materiali diversi e autentici del marxismo, della tradizione di pensiero del movimento operaio e delle più radicali teorie democratiche. Dell’originalità del pensiero di Basso è proprio quanto espresso in tre termini, i quali connotano con altrettanta forza il suo socialismo: uguaglianza, libertà e dignità. Così come lo è un’interpretazione peculiare del terreno costituzionale e di quel particolare campo di tensione rappresentato dai diritti. Alla base della sua attività alla Costituente – in primis tradottasi nell’articolo 3 e nell’articolo 49 – vi è l’urgenza di iscrivere nel nuovo contesto l’obbligo di un cambiamento ugualitario come fondamento della nuova democrazia repubblicana. Questo volume ricostruisce alcune delle principali vicende intellettuali e politiche di questa straordinaria biografia, a partire dal fondamentale intreccio tra elaborazione teorica e attività politica proprio di una intera generazione. Nonostante i silenzi che hanno spesso avvolto il vissuto e il pensiero di Basso, egli non solo rappresenta una voce altra, dissonante, della tradizione socialista, ma offre ancora elementi di interesse all'altezza delle attuali sfide poste dall'immaginazione di una società migliore.


Lelio Basso, rigoroso ribelle 
Storia contemporanea. Un'intensa biografia intellettuale di Chiara Giorgi: il libro «Un socialista del Novecento», edito da Carrocci 

Ferdinando Fasce il Manifesto 26.6.2015

Uni­ver­sità Sta­tale di Milano, fine anni venti-primi anni trenta, esami di Filo­so­fia Morale. Tra gli esa­mi­nandi ce n’è uno che non può sfug­gire all’attenzione dei pre­senti. Si muove scor­tato da agenti per­ché sta scon­tando una pena di tre anni di con­fino in quanto «ele­mento peri­co­loso per l’ordine e la sicu­rezza pub­blica, in con­se­guenza della sua attiva pro­pa­ganda fra ele­menti intol­le­ranti dell’attuale stato di cose». 
Si chiama Lelio Basso, classe 1903, già una lau­rea in legge e un’attiva pre­senza entro un ampio nucleo di anti­fa­sci­sti legati alla rivi­sta geno­vese demo­cra­tica Pie­tre e all’organizzazione clan­de­stina della Gio­vane Ita­lia. Iscrit­tosi per una seconda lau­rea in filo­so­fia dopo quella con­se­guita a Pavia, Basso pro­se­gue gli studi dal con­fino di Ponza. Il pro­fes­sore è Pie­tro Mar­ti­netti, auto­rità indi­scussa su Kant, con­vinto anti­fa­sci­sta. L’esame è breve. Il pre­si­dente della com­mis­sione, lo stesso Mar­ti­netti, inter­roga lo «stu­dente» sull’imperativo cate­go­rico kan­tiano. E, senza atten­dere la rispo­sta di Basso, dichiara: «Lei ha mostrato con la sua con­dotta di sapere benis­simo cosa sia l’imperativo cate­go­rico kan­tiano: trenta e lode». 
Que­sta pagina dimen­ti­cata di sto­ria dell’università ita­liana negli anni plum­bei della dit­ta­tura è inca­sto­nata nel bel libro col quale Chiara Giorgi trat­teg­gia un’intensa bio­gra­fia intel­let­tuale di Basso (Un socia­li­sta del Nove­cento. Ugua­glianza, libertà e diritti nel per­corso di Lelio Basso, Carocci, pp. 276). L’ho letta con inte­resse, da non spe­cia­li­sta di que­ste cose, con in testa un vec­chio detto del grande for­ma­li­sta russo Vic­tor Šklo­v­skij. Il detto è che, per dare loro un nuovo e più pro­fondo signi­fi­cato, le parole vanno rivol­tate come un ciocco nel fuoco. Ecco, que­sto libro ci con­sente di ripren­dere in mano, rivol­tate come un ciocco nel fuoco, parole chiave usu­rate e rese opa­che da tanta scia­gu­rata pra­tica poli­tica e civile che pur­troppo ha imper­ver­sato e con­ti­nua a imper­ver­sare. Lo fa resti­tuen­doci il pro­filo di una figura di punta della vita poli­tica, civile e cul­tu­rale ita­liana del Nove­cento, che ha attra­ver­sato con un raro esem­pio di impe­gno e rigore tre quarti di un secolo tanto tra­va­gliato, anche e soprat­tutto per il nostro paese. 
La prima parola è appunto, come dice il titolo, «socia­li­smo». È una parola che entra nella vita di Basso negli anni del liceo, fre­quen­tato a Milano, al Ber­chet, a cavallo della Grande guerra. Guida il per­corso for­ma­tivo di que­sto ragazzo della media bor­ghe­sia pro­vin­ciale savo­nese tra­sfe­ri­tosi con la fami­glia nella «capi­tale morale» nel 1916, il pro­fes­sore di sto­ria Ugo Guido Mon­dolfo, amico e soste­ni­tore di Gae­tano Sal­ve­mini e come lui espo­nente della scuola sto­rio­gra­fica economico-giuridica. È Mon­dolfo a indi­riz­zarlo agli scritti sto­rici di Marx. Ed è da lui e poi ben pre­sto dal fra­tello Rodolfo che Basso trae ispi­ra­zione per un approc­cio uma­ni­stico al mar­xi­smo e al socialismo. 
Come mostrano gli arti­coli degli anni venti scritti sotto lo pseu­do­nimo di Pro­me­teo Demo­filo (let­te­ral­mente un ribelle che sta dalla parte del popolo), que­sto approc­cio si pre­cisa mediante il con­fronto col libe­ra­li­smo gobet­tiano, col neo-protestantesimo (la ten­sione etica e l’attenzione per il numi­noso rima­nendo una costante del pen­siero bas­siano) e, pro­prio negli anni del con­fino, con l’elaborazione di Rosa Luxem­burg. Della quale Basso resterà poi inter­prete pri­ma­rio nel pano­rama ita­liano, facen­done un car­dine della deli­cata dia­let­tica uguaglianza-libertà-ascolto inces­sante delle spinte pro­ve­nienti dalla base che innerva tutta la sua pra­tica e il suo pen­siero. Tutto ciò avviene senza mai per­dere di vista l’aggancio alle con­crete con­di­zioni eco­no­mi­che (Basso sa, ad esem­pio, che cos’è il lavoro impie­ga­ti­zio per averlo spe­ri­men­tato nell’immediato dopo­guerra come ste­no­dat­ti­lo­grafo e cor­ri­spon­dente per un’azienda di mac­chine per maglie­ria) e l’intreccio con la bat­ta­glia antifascista. 
Eccoci così alla seconda parola chiave che la let­tura di Un socia­li­sta del Nove­cento ci resti­tui­sce fuori di ogni vuota reto­rica. «Anti­fa­sci­smo» torna qui come pra­tica che non smette di ripen­sarsi, pre­coce let­tura del regime fasci­sta come «tota­li­ta­ri­smo», corag­giosa espo­si­zione di sé e della pro­pria vita per la tra­sfor­ma­zione radi­cale dello stato di cose pre­sente in una lunga atti­vità clan­de­stina che cul­mina nell’esperienza resi­sten­ziale. E che si pro­ietta poi nella par­te­ci­pa­zione all’Assemblea Costituente. 
In essa Basso prova a tirare i fili del nesso lavoro-democrazia (la terza espres­sione chiave del nostro per­corso) con un con­tri­buto deci­sivo alla reda­zione dell’articolo 3. Che, mostra bene Giorgi sulle orme di Rodotà, invo­cando l’impegno della «Repub­blica» a «rimuo­vere gli osta­coli di ordine eco­no­mico e sociale, che, limi­tando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cit­ta­dini, impe­di­scono il pieno svi­luppo della per­sona umana e l’effettiva par­te­ci­pa­zione di tutti i lavo­ra­tori all’organizzazione poli­tica, eco­no­mica e sociale del Paese», tiene aperta e spinge in avanti la ten­sione tra ordine giu­ri­dico e sociale. Un cuneo «garan­ti­sta» (Anto­nio Negri, La forma stato. Per la cri­tica dell’economia poli­tica della Costi­tu­zione, Fel­tri­nelli, 1977) e, al tempo stesso, una leva eman­ci­pa­trice per il lavoro che bastano da soli a dare la misura di Basso e il debito enorme che gli dobbiamo.

Colpire Voltaire per educare chi non si allinea: l'introduzione in filosofia del ricatto politico-morale dell'antisemitismo metafisico perenne

Risultati immagini per Voltaire: Gli ebrei mangiavano carne umana?
E' una proposta di politica culturale ben precisa, recentemente avanzata in una fortunato libro su Heidegger. Nulla tuttavia ha a che fare la critica di Voltaire alle religioni e ai fanatismi con l'antisemitismo: si tratta qui di un'operazione che parla a suocera affinché nuora intenda [SGA].

Voltaire: Gli ebrei mangiavano carne umana? E come la preparavano?, il melangolo, pp. 64, euro 6,00

Risvolto

Pubblicato nel 1764 in un volume anonimo di miscellanea intitolato "Contes de Guillaume Vadé", questo testo affronta, attraverso l'ironia, il tema del rapporto tra cultura, religione e antropofagia, con particolare riferimento alla tradizione ebraica. Il tema dell'antropofagia non è una semplice trovata comica: benché poco noto, è presente in tutta l'opera di Voltaire, al limite dell'ossessione, e in questo testo trova la sua consacrazione. Un libro che sicuramente farà discutere, ma che contribuisce a darci un'immagine più realistica di uno dei padri dell'Illuminismo e del rapporto tra filosofia e antisemitismo. 



QuandoVoltaire accusava gli ebrei di cannibalismo religioso 

25 giu 2015  Libero MAURIZIO SCHOEPFLIN 

Sfido chiunque a non provare un pizzico di morbosa curiosità dinanzi a un volume recante il titolo Gli ebrei mangiavano carne umana? E come la preparavano? ( il melangolo, pp. 64, euro 6,00). 
Se poi aggiungiamo che l’autore di questo breve scritto, pubblicato anonimo sotto forma di lettera, risponde alnomediVoltaire, chedeiprovocatori è stato il principe, il cerchio si chiude alla perfezione, e al lettore non rimane che pregustare (è proprio il caso di dirlo!) il momento in cui avrà sotto gli occhi le poche paginette voltairiane, precedute, in questa prima edizione italiana, da un’illuminante Introduzione di Antonio Gurrado. Diciamo subito che, per quanto sorprendente possa apparire, i veri bersagli di Voltaire non sono né l’antropofagia né gi ebrei. Riguardo alla prima, egli non manifesta certo approvazione, ma sidimostra consapevole della sua diffusione presso svariati popoli nelle epoche più diverse. Nei confronti degli ebrei Voltaire non nutre una particolare simpatia - qualcuno sostiene che all’origine di tale avversione ci fosse l'insuccesso a cui andarono incontro alcune spericolate speculazioni gestite da banchieri ebrei per conto del Nostro -, ma non appare condizionatoda incrollabili e ingiustificatipregiudizi. Qual è dunque lo scopo di questo piccolo testo risalente al 1764? Lo scopo è quello che ha dominato l'intero pensiero voltairiano: combattereuna battaglia senzaquartiere contro la fede religiosa, qualunque essa sia, da lui considerata pura superstizione e fonte di infinitimali. Annota Gurrado: «Nei testi di Voltaire l'antropofagia appare coessenziale ai sacrifici umani, che sono il grado più efferato della persecuzionee chesonoquindi la conseguenza estrema dell' intolleranza», inevitabile effetto della religione. Dunque, a giudizio del celebre intellettuale illuminista, gli ebrei, al pari di numerose altre genti, sono stati antropofagi perché hanno aderito a una fede religiosa; e a tale proposito egli propone interpretazioni sicuramente azzardate di brani biblici che sembrerebbero giustificare tale sua convinzione. Ma, allorché gli ebrei da persecutori diventanoperseguitati, a causa dimotivi religiosi, ecco che si sono trasformati in vittime, finendo col venire a loro voltamangiati dai loro nemici. 
Il succo dell'argomentare voltairiano è pertantoil seguente: dovec'è la religione c'è ilcannibalismo; cancellata la religione, sarà cancellato il cannibalismo. Condotta sul filo dell'ironia conla consueta abilità , l'operetta si chiude con queste paradossali parole: «Uno uccide due o trecentomila uomini, e tutti lo trovano unbene; unosimangiauncosacco, e simettono tutti a strillare»... 

Ancora l'elogio della Guerra Fredda di Sergio Romano


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Va in scena la controstoria 

Scaffale. «In lode della guerra fredda» di Sergio Romano, uscito per Longanesi. Un'analisi sul «post» e sui rovesciamenti di prospettive e attori sul campo

Gian Paolo Calchi Novati il Manifesto 26.6.2015, 0:06 

Ci sono testi clas­sici che elo­giano la paz­zia e altri che esal­tano le gioie della vec­chiaia. Non sor­prende dun­que que­sta lode della guerra fredda di Ser­gio Romano, tanto più che la sua con­tro­sto­ria non loda né la guerra né il freddo bensì le capa­cità dell’ordine bipo­lare di tro­vare i rimedi per evi­tare il peg­gio. L’equilibrio del ter­rore nascon­deva molti mali. Eppure garantì un lungo periodo di sta­bi­lità al cen­tro gra­zie all’auto-restrizione, agli accordi, ai com­pro­messi per non scon­vol­gere la pace in Europa. Il tabù dell’intoccabilità delle fron­tiere veniva prima anche dell’autodeterminazione dei popoli. 
Quello che manca al sistema glo­bale costi­tui­tosi nel 1990, in una con­cla­mata asim­me­tria, è pro­prio la diplo­ma­zia. Gli Stati Uniti, governo e opi­nione pub­blica, si sono con­vinti – erro­nea­mente secondo Romano, che spiega il col­lasso del blocco sovie­tico e della stessa Urss con le riforme di Gor­ba­ciov – di aver vinto la guerra fredda e di essere più che mai la nazione «indi­spen­sa­bile». Una vit­to­ria morale non è una vit­to­ria poli­tica. Ma la Rus­sia, a dif­fe­renza dell’Urss, è stata trat­tata come un vinto. Solo così si spiega, per esem­pio, l’ultimatum per il Kosovo alla Ser­bia, il prin­ci­pale alleato di Mosca nello spa­zio ex-jugoslavo. Le ambi­zioni di Putin, dopo la remis­si­vità per­sino sospetta di Eltsin, sono diven­tate inac­cet­ta­bili per­ché solo l’America pre­tende di avere il «diritto» di com­met­tere gli abusi per­messi alle grandi potenze. 
A soste­gno della sua rico­stru­zione, nel libro In lode della guerra fredda (Lon­ga­nesi, pp. 132, euro 16), Romano non esi­bi­sce fonti scritte o note biblio­gra­fi­che. È un van­tag­gio per chi scrive e per chi legge. Tutto è affi­dato alla con­ca­te­na­zione dei fatti e al pre­sti­gio dell’autore. Al netto di qual­che impre­ci­sione (sulla Soma­lia, sulla Con­fe­renza di Madrid per il Medio Oriente nella pausa vaga­mente disten­siva dopo la guerra del 1990–91), il filo logico è inec­ce­pi­bile. La sin­te­ti­cità con cui sono descritti i vari pas­saggi, fra crisi e intese, sem­pli­fica l’accessibilità e godi­bi­lità della nar­ra­zione. Nella sua ana­lisi, Romano tiene sem­pre conto delle ragioni delle varie parti rifug­gendo dall’espediente di rite­nere che l’ultimo atto sia quello deter­mi­nante. Da Suez all’Ungheria, dalla Pale­stina all’Indocina, dai mis­sili russi a Cuba all’Afghanistan di Brez­nev e soprat­tutto nell’iter acci­den­tato delle trat­ta­tive per il con­trollo degli arma­menti (il capo­la­voro della diplo­ma­zia della guerra fredda per neu­tra­liz­zare il Dot­tor Stra­na­more), il discorso flui­sce senza for­za­ture, mostrando come i sin­goli epi­sodi com­por­tino ragioni e torti in ordine sparso. 
Una con­tro­sto­ria della guerra fredda è anche una con­tro­sto­ria del dopo-guerra fredda. I tea­tri in cui si dipana il sistema che doveva essere mul­ti­po­lare ma che si è rive­lato uni­po­lare (e imper­fetto secondo Hun­ting­ton) sono l’Europa orien­tale, i Bal­cani, il Medio Oriente nella dimen­sione «grande» impo­sta­gli da George W. Bush e, per finire, l’Africa.
Il pre­teso «anti-americanismo» di Ser­gio Romano è tutt’al più un punto d’arrivo e non di par­tenza. La poli­tica delle varie ammi­ni­stra­zioni è stu­diata in sé. Una «rive­la­zione» è che fu più attenta a non ferire la Rus­sia assi­cu­rando un minimo di bilan­cia­mento al ver­tice la pre­si­denza del vec­chio Bush (anche nel modo di gestire la guerra con­tro Sad­dam per il Kuwait) che non l’amministrazione demo­cra­tica di Clin­ton, durata dal 1992 al 2000. Gli errori (o i cri­mini?) di Bush junior col­ma­rono la misura. L’attentato dell’11 set­tem­bre fu una tra­ge­dia e fornì il pre­te­sto per pas­sare all’azione. Dopo di allora, le buone inten­zioni di Obama non hanno resi­stito alla prova del con­fronto con il com­plesso militare-industriale già denun­ciato da Eise­n­ho­wer al ter­mine dei suoi due man­dati nel lon­tano 1960. 
La ritro­vata ini­mi­ci­zia con Mosca impe­di­sce all’Occidente di uti­liz­zare la Rus­sia in fun­zione sta­bi­liz­zante, soprat­tutto con riguardo all’offensiva dell’islamismo radi­cale. L’importanza – non neces­sa­ria­mente la minac­cia – dell’islam per la Rus­sia è pra­ti­ca­mente igno­rata o tra­scu­rata. La Cece­nia scade a un eser­ci­zio di forza da parte dell’«impero». Tutti gli impe­gni assunti al momento della riu­ni­fi­ca­zione della Ger­ma­nia e dello scio­gli­mento del Patto di Var­sa­via sono stati dimen­ti­cati o più sem­pli­ce­mente disattesi. 
L’Europa ha perso tutte le occa­sioni per distri­carsi dal gioco a somma zero dell’allargamento verso est della Nato che ha annul­lato i van­taggi di quello stesso pro­cesso fin­ché era stato con­dotto con il soft power dell’Unione. È così che non c’è nes­sun para­gone pos­si­bile fra la rea­zione della Casa Bianca alla Via Pal di Buda­pest nel 1956 e quella alla Piazza Mai­dan di Kiev nel 2013.
Le con­clu­sioni del libro sono pes­si­mi­ste e, per certi aspetti, illu­so­rie. Ser­gio Romano – pen­sando vero­si­mil­mente alla cul­tura domi­nante nell’Occidente post-illuminista più che al credo dei sin­goli – scrive che «siamo troppo laici» per aspet­tarci che le pur gene­rose pero­ra­zioni di un papa abbiano la meglio sulla poli­tica e sugli inte­ressi degli stati. Ma evi­den­te­mente non siamo abba­stanza laici da rico­no­scere, dopo tanti espe­ri­menti fal­liti, che uno stato euro­peo non c’è e non esi­sterà così pre­sto. Si indu­gia in qual­cosa che sta fra la reto­rica e l’utopia men­tre la poli­tica incalza. 
Se ha un senso tutto il ragio­na­mento di Romano, l’approdo dell’Europa – o dei mag­giori paesi euro­pei – dovrebbe essere una forma d’autonomia che una volta si sarebbe defi­nita neu­tra­lità o neu­tra­li­smo. Ma è deci­sa­mente poco vero­si­mile che, in que­ste con­di­zioni di potere, l’America, dopo aver ingab­biato gli euro­pei in una poli­tica fatta di ten­sioni e di guerre con i vicini a Est (la Rus­sia) e a Sud (il mondo arabo), con­ceda senza colpo ferire all’Europa di esi­mersi dalle obbli­ga­zioni che sono richie­ste a chi è parte del blocco occi­den­tale. Il dise­gno di Obama è se mai il trat­tato di libero scam­bio fra le due sponde dell’Atlantico per ren­dere il rap­porto ancora più strin­gente. A ben vedere, Obama ha dimo­strato di avere più senso poli­tico con Cuba e l’Iran, due «nemici», che con le esi­genze degli alleati.

Espulsioni di Saskia Sassen


Risultati immagini per sassen espulsioniSaskia Sassen: Espulsioni. Brutalità e complessità nell'economia globale, il Mulino

Risvolto
Quando parliamo di disuguaglianza e povertà rischiamo di ragionare in termini "vecchi", appartenenti alla logica di inclusione che governava sia i paesi comunisti, sia quelli capitalisti dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale; termini che non colgono la frattura storica oggi sotto i nostri occhi. "Espulsioni" denota meglio quel processo dell'economia politica globale che spinge "forzosamente" lavoratori, piccole e medie imprese, agricoltori al di là dei confini del sistema, rendendoli invisibili e consegnandoci indicatori economici più favorevoli ma svianti. Ogni misura di austerità ridefinisce e riduce lo spazio economico, e i programmi di risanamento del debito altro non sarebbero - argomenta il libro - che "meccanismi disciplinari" finalizzati non a massimizzare l'occupazione e la produzione, ma a sostenere e rafforzare la nuova economia, quella delle "formazioni predatorie". 

“Questo è un esodo senza precedenti usare le espulsioni non risolve nulla”Saskia Sassen. La sociologa americana non ha dubbi: “In passato ci sono state fasi di grandi migrazioni ma mai così. Per troppo tempo la Sinistra ha sottovalutato il problema”
di Giulio Azzolini Repubblica 26.6.15
Oggi le coste italiane sono diventate il teatro di un evento profondamente diverso rispetto al passato. E basta volgere lo sguardo oltre il bacino del Mediterraneo per capirlo. Siamo di fronte a un grande esodo, che riguarda quasi tutto il pianeta». Saskia Sassen, economista e sociologa della Columbia University, tra i massimi esperti in tema di globalizzazione, non ha dubbi: «La storia ha già conosciuto fasi di grandi migrazioni, ma mai su questa scala, nello stesso periodo e con una tale rapidità».
Professoressa Sassen, come si spiega la fatica dell’Unione Europea per elaborare un piano condiviso?
«Negli ultimi decenni i Paesi europei — ma lo stesso vale per gli Stati Uniti — hanno seguito una sola strategia: accogliere i migranti, più o meno legali, finché hanno avuto bisogno di lavoratori a basso costo. Perché servivano a risolvere un problema interno all’economia occidentale. Ma non si sono preoccupati né dei governi dei Paesi da cui i migranti oggi scappano, né di programmare una politica migratoria sostenibile ed efficace».
Verso quale soluzione si dovrebbe quindi lavorare oggi?
«È difficile dirlo, perché la situazione sembra ormai sfuggita di mano, al punto che l’Alto commissariato per i rifugiati non sa nemmeno come chiamare le regioni d’origine dei 60 milioni di persone in fuga. Da “terre caotiche”, dice l’ultimo rapporto dell’Onu, visto che in molti casi — Libia inclusa — è impossibile stabilire quale sia il governo legittimo. Io di una cosa sono certa: non bisogna rinunciare a cercare interlocutori credibili in Africa. Senza di loro una politica migratoria resta impraticabile».
L’Europa, invece, si chiude. La Francia respinge i profughi a Ventimiglia, l’Ungheria innalza un muro sul confine con la Serbia. E si fatica a trovare un accordo comune per fronteggiare l’emergenza.
«Repressioni e misure di controllo sono soluzioni temporanee: forse possono tamponare provvisoriamente il flusso dei migranti, ma non incidono sulle ragioni delle migrazioni».
Il progetto di un’Europa unita e solidale rischia di naufragare?
«Spero che l’Unione Europea continui a rafforzarsi, ma penso che possa farcela solo a patto di diventare più democratica e meno neo-liberista. Perché l’accoglienza è più difficile quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e anche la classe media viene piano piano espulsa da case e da zone decorose».
Da anni ormai l’estrema destra europea usa la leva della xenofobia.
Crede che l’Italia e la Francia si consegneranno presto a Matteo Salvini e a Marine Le Pen?
«L’Europa sarebbe la regione meglio posizionata per opporre alla logica dell’esclusione la cultura dell’inclusione, ma è anche vero che molti elementi lasciano presagire ben altro. Basta pensare alle recenti elezioni in Danimarca (il Partito del popolo danese ha ottenuto il 21,1% dei voti, diventando il secondo partito in Parlamento, ndr ). In un paese che pure è per molti versi illuminato e ragionevole... ».
E la sinistra? Ritiene che debba rimproverarsi di non aver capito l’importanza del problema migratorio per le fasce più deboli della popolazione?
«Stabilire di chi siano le colpe non porta da nessuna parte e non aiuta a trovare soluzioni. Ma penso che la sinistra paghi una certa noncuranza, l’incapacità di mettere a fuoco il problema e riconoscere le caratteristiche più sottili delle migrazioni. C’è stato un atteggiamento di semplicistico laissez faire . E nessuno ha saputo mettere minimamente in luce i nessi tra le guerre fuori dall’Occidente e tutte le tipologie di espulsione perpetrate nell’Occidente stesso».

Il suo ultimo libro, invece, si intitola per l’appunto Espulsioni (a settembre per il Mulino). Oggi le farà un certo effetto osservare come ciò che ogni Paese europeo chiede è esattamente “espellere” gli immigrati irregolari… «Sì, proprio così. Ma il paradosso è che la maggioranza dei migranti che stanno approdando in Europa vive già in una condizione di espulsione. Direi anzi che gli sbarchi di queste settimane sono probabilmente il primo segnale di un futuro nel quale sempre più persone saranno costrette a muoversi, proprio perché espulse dall’economia globale. E quando il proprio territorio è devastato dalla guerra, ma anche da desertificazioni, inondazioni, espropriazioni terriere, non si aspira ad altro che alla mera sopravvivenza. Non si fugge in cerca di una vita migliore, ma soltanto per conservare la propria vita».Saskia Sassen e i predatori del sistema 


Intervista. Parla l’economista e sociologa autrice di molti saggi sulla globalizzazione, in Italia per partecipare domani a un incontro del meeting torinese «Biennale Democrazia»Benedetto Vecchi il Manifesto 27.3.2015, 0:01 
La con­ver­sa­zione è ini­ziata lad­dove era stata inter­rotta alcuni anni fa. Anche allora la crisi domi­nava la scena. Ma Occupy Wall Street era molto più che una debole spe­ranza, men­tre gli indi­gna­dos sem­bra­vano inar­re­sta­bili. Per Saskia Sas­sen erano segnali di una pos­si­bile inver­sione di ten­denza rispetto alle poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali di matrice neo­li­be­ri­sta. E Barack Obama negli Stati Uniti, dove vive e inse­gna, sem­brava ancora capace di sfug­gire alle grin­fie della destra popu­li­sta. Ad anni di distanza, Saskia Sas­sen non ha per­duto l’ottimismo della ragione che ha carat­te­riz­zato molti suoi libri, ma è però con­sa­pe­vole che alcune ten­denze indi­vi­duate sono dive­nute realtà corrente. 
Nota per il libro sulle Città glo­bali (Utet), ma anche per le sue ana­lisi sulla glo­ba­liz­za­zione, cul­mi­nate nel volume Ter­ri­to­rio, auto­rità e diritti (Bruno Mon­da­dori), dove Saskia Sas­sen non si limita a foto­gra­fare la glo­ba­liz­za­zione, ma ne ana­lizza la genesi, le tra­sfor­ma­zioni indotte nel sistema poli­tico nazio­nale e la for­ma­zione di cen­tri deci­sio­nali poli­tici sovra­na­zio­nali, messi al riparo dalla pos­si­bi­lità di con­trollo dei «gover­nati», da poco ha pub­bli­cato un nuovo volume (Expul­sions, Bel­k­nap Press; in Ita­lia sarà pub­bli­cato dall’editore il Mulino). La con­ver­sa­zione pre­cede la sua par­te­ci­pa­zione alla Bien­nale Demo­cra­zia di Torino, dove par­te­ci­perà domani a una tavola rotonda con Dona­tella Della Porta e Colin Crouch. 
Crisi è un ter­mine che ritorna osses­si­va­mente nell’agenda poli­tica glo­bale e nelle ana­lisi sullo stato dell’arte dell’economia glo­bale. In entrambi i casi è usata per sot­to­li­neare il fatto che il capi­ta­li­smo è entrato da ormai otto anni in un tun­nel del quale non si vede la fine. Nel suo nuovo libro «Expul­sions» lei scrive che gli effetti col­la­te­rali della forma spe­ci­fica di capi­ta­li­smo qua­li­fi­cata come neo­li­be­ri­sta si basano sull’esclusione e le disu­gua­glianze sociali. Può spie­gare que­sto punto di vista? 
Per me crisi è un ter­mine ina­de­guato. Parto dalla con­sta­ta­zione che, nel pre­sente, ci sono più tipo­lo­gie di crisi. D’altronde è cosa abba­stanza acqui­sita dalle scienze sociali che l’attuale sistema glo­bale sia un sistema com­plesso, ma non sta­tico. Anzi pre­senta una certa dina­mi­cità e alcune poten­zia­lità di svi­luppo impen­sa­bili fino a quando si evi­den­ziano nella loro capa­cità tra­sfor­ma­tiva della realtà. In altri set­tori, eco­no­mici e sociali, invece si può mani­fe­stare un loro declino o crisi. Per que­sto, l’uso della parola crisi è restrit­tivo. Più inte­res­sante, invece, è capire chi vince e chi perde social­mente in que­sta fase dello svi­luppo capitalistico. 
Nel libro al quale lei fa rife­ri­mento, Expul­sions, affronto certo il tema dell’esclusione e delle disu­gua­glianze sociali, ma non sono inte­res­sata a regi­strare il feno­meno, bensì a com­pren­dere come viene pro­dotto, quali sono le dina­mi­che eco­no­mi­che e poli­ti­che che lo pro­du­cono. L’esclusione e la disu­gua­glianza sociale sono sem­pre esi­stite. Non sono cioè delle «novità». Pos­siamo certo con­cen­trarci su come il feno­meno si sia modi­fi­cato nel tempo, defi­nire le diverse tas­so­no­mie della disu­gua­glianza. Ed è anche impor­tante che qual­cuno lo faccia.
Quel che emerge nei tempi che stiamo vivendo è, però, una realtà che pre­senta alcune signi­fi­ca­tive dif­fe­renze rispetto al pas­sato. Per que­sto sono par­tita dal fatto che per com­pren­dere quale tipo di ine­gua­glianze si stanno affer­mando occorre capire come fun­zioni il com­plesso sistema glo­bale dell’economia. Quali sono le spe­cia­liz­za­zioni pro­dut­tive che pren­dono piede e si svi­lup­pano in un ter­ri­to­rio; quali le rela­zioni che si sta­bi­li­scono all’interno del sistema. Sia ben chiaro, non sto pro­po­nendo un approc­cio siste­mico. Sem­mai, invito a guar­dare le dina­mi­che in atto nel loro dive­nire e tota­lità. Per fare que­sto, occorre par­tire dalle con­di­zioni più estreme, più dure della realtà sociale. Potrei dire che è neces­sa­rio andare alle radici dei pro­blemi, che sono esem­pli­fi­cati da chi è escluso o di chi vive con dram­ma­ti­cità le disu­gua­glianze sociali. In Expul­sions mi con­cen­tro sui mar­gini del sistema glo­bale. Mar­gine è tut­ta­via un con­cetto dif­fe­rente da quello di con­fine geo­gra­fico che qua­li­fica ancora le rela­zione tra gli Stati nazio­nali.
L’ipotesi dalla quale sono par­tita è la pro­li­fe­ra­zione dei «mar­gini di sistema» — il declino delle poli­ti­che eco­no­mi­che che hanno carat­te­riz­zato le eco­no­mie occi­den­tali nel XX secolo, il degrado ambien­tale e la cre­scita di forme com­plesse di cono­scenze che tra­dotte ope­ra­ti­va­mente pro­du­cono inter­venti di una bru­ta­lità ele­men­tare. Mi spiego meglio. Alcune cono­scenze sono state appli­cate nella pro­du­zione di alcuni mate­riali o per acce­dere ad alcune mate­rie prime. Que­sto ha com­por­tato dif­fe­renti forme di «espul­sione». In altri ter­mini, l’esclusione, la messa ai mar­gini è stata prima pen­sata logi­ca­mente e poi tra­dotta in espul­sione di popo­la­zioni, di comu­nità intere. E se que­sto è evi­dente per quanto riguarda il degrado ambien­tale, lo stesso si può dire per quanto riguarda alcune realtà indu­striali nel nord del pia­neta. Tutto ciò per dire che l’esclusione è l’esito finale di un pro­cesso logico, cogni­tivo che ha visto impe­gnati tan­tis­simi uomini e donne. È que­sto dispo­si­tivo logico, cul­tu­rale che va com­preso per affer­rare la realtà nella sua totalità. 
Nel recente pas­sato, lei ha scritto sulle forme di resi­stenza all’inuguaglianza, alla disoc­cu­pa­zione, alla esclu­sione sociale. Alcuni teo­rici hanno par­lato di cen­tra­lità delle «pra­ti­che micro­po­li­ti­che»; altri invece hanno scritto di ritorno del mutua­li­smo, rife­ren­dosi a forme di coo­pe­ra­zione sociale, di wel­fare state dal basso. Sono espe­rienze che coin­vol­gono cen­ti­naia di migliaia di per­sone che espri­mono un indub­bio potere sociale, senza avere però la capa­cità di cam­biare i rap­porti di forza nella società e di modi­fi­care le agende poli­ti­che nazio­nali e sovra­na­zio­nali. Cosa ne pensa di que­sto para­dosso: un potere sociale che non rie­sce a espri­mere un potere politico? 
Esi­ste sì il potere sociale che lei descrive, ma deve fare i conti con una realtà che vede la for­ma­zione di élite pre­da­to­rie gra­zie allo svi­luppo di una for­ma­zione sociale-economica «pre­da­to­ria». Sono élite che fanno leva sulla finanza e su alcuni stru­menti di governo della realtà per inglo­bare, con­cen­trare nelle pro­prie mani tutto ciò che può pro­durre ric­chezza e potere. Anche qui, invito a non cedere alla ten­ta­zione della sem­pli­fi­ca­zione. Le con­cen­tra­zioni della ric­chezza sono una delle costanti dell’economia capi­ta­li­stica. Potremmo anche dire dell’economia in generale. 
Nella situa­zione attuale assi­stiamo al dispie­gare di forme estreme di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Basti pen­sare che negli ultimi 25 anni la con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani dell’un per cento della popo­la­zione ha visto un balzo del 60 per cento. 
Per essere più chiara: i primi 100 miliar­dari degli Stati Uniti hanno visto i loro red­diti cre­scere di 240 miliardi di dol­lari solo nel 2012. Una cifra che, se redi­stri­buita, avrebbe posto fine alla povertà di milioni e milioni di per­sone sem­pre negli Stati Uniti. Altri dati: nel 2002, cioè pochi anni prima della data che indica l’inizio della crisi glo­bale, le ban­che ave­vano assi­stito alla cre­scita dei loro pro­fitti del 160 per cento, pas­sando da 40 miliardi a 105 miliardi di dol­lari, cioè una volta e mezza il pro­dotto interno lordo su scala pla­ne­ta­ria. Nel 2010, cioè in un periodo di crisi, i pro­fitti delle cor­po­ra­tion sta­tu­ni­tensi sono saliti di 355 milioni rispetto il 2009. A fronte di que­ste cifre da capo­giro, negli Stati Uniti le tasse sui red­diti delle imprese sono solo di 1,9 miliardi di dollari. 
I ric­chi e le imprese glo­bali non pote­vano da soli rag­giun­gere que­sto intenso tasso di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Hanno avuto biso­gno di un «aiuto siste­mico», cioè di un milieu di inno­va­tive tec­ni­che finan­zia­rie e sup­porto gover­na­tivo. L’esito è stato appunto la for­ma­zione di una élite glo­bale che si auto­rap­pre­senta come un mondo a parte che trae forza dalle poli­ti­che eco­no­mi­che, dalle leggi sta­bi­lite a livello nazio­nale, ma anche glo­bale. Da que­sto punto di vista, i governi hanno svolto un fon­da­men­tale ruolo di inter­me­dia­zione, teso a ren­dere opaco, meglio fosco ciò che stava acca­dendo. Siamo quindi di fronte a un com­plesso dispo­si­tivo fina­liz­zato alla con­cen­tra­zione della ric­chezza. Niente a che vedere con una stanza dove è dif­fi­cile scor­gere le cose a causa del fumo dei sigari di qual­che impe­ni­tente «padrone del vapore». In pas­sato è bastato aprire una qual­che fine­stra e tutto era diven­tato chiaro. Ora non è così. 
La mia tesi è che abbiamo assi­stito a un cam­bia­mento di scala della con­cen­tra­zione della ric­chezza che ha man­dato in pezzi il mondo di qual­che decen­nio fa, dove esi­steva una classe media e una classe ope­rai sostan­zial­mente non ric­che, ma «abbienti». Pro­vo­ca­to­ria­mente potrei affer­mare che nel Nord glo­bale le società sono sem­pre più simili a quelle del Sud globale. 
L’Europa e gli Stati Uniti non erano quindi immuni da con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani di pochi, disu­gua­glianze sociali, raz­zi­smo, povertà, ma tutto ciò era miti­gato dalla cre­scita costante nel tempo di una classe media. Inol­tre, erano paesi dove era forte la ten­sione a supe­rare povertà, raz­zi­smo, dif­fe­renze di classe, ma c’era una ten­sione al supe­ra­mento di que­gli ele­menti. Bene quel mondo è stato pro­gres­si­va­mente can­cel­lato dagli anni Ottanta in poi. Ora siamo in un mondo dove élite glo­bali «pre­dano» la ric­chezza senza troppe resi­stenze. Per tor­nare alla sua domanda, invito a pen­sare ad un aspetto che è fon­da­men­tale in una realtà come quella che ho sin­te­ti­ca­mente descritto. I movi­menti sociali sono fon­da­men­tali per la loro abi­lità nell’includere realtà molto diverse tra loro. Sono cioè espe­rienze che pro­du­cono una poli­tica di buon vici­nato, di soli­da­rietà, di con­di­vi­sione sociale. La forza di Syriza in Gre­cia è dovuta alla sua capa­cità di fare pro­pria l’abilità aggre­ga­tiva dei movi­menti sociali, che pun­tano a risol­vere alcuni pro­blemi vitali per i sin­goli: la casa, il man­giare, la cura del corpo. 
Certo non cam­biano l’agenda poli­tica, né i rap­porti di forza. Qui vale una domanda che non è reto­rica: come fare questo? 
Pro­vando, spe­ri­men­tando, coin­vol­gendo la popo­la­zione e anche que­gli espo­nenti poli­tici che sono con­sa­pe­voli e cri­tici verso que­sta feroce dina­mica di espul­sione e di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Pro­vando, magari sba­gliando, ma con­ti­nuando a pro­vare. Per me, que­sto signi­fica rigore nell’analisi della realtà, resi­stere alle sirene delle sem­pli­fi­ca­zione o, altret­tanto forte, incam­mi­narsi su strade già bat­tute e che si sono rive­late come vicoli ciechi.


di Giuliano Battiston 30 luglio 2014 minimaetmoralia


Saskia Sassen e i predatori della vita perduta 
Derive continentali. Cacciati dal lavoro, dalle terre, mentre intere regioni del pianeta sono lande morte e la povertà assume dimensioni inedite. «Espulsioni», l’ultimo saggio di Saskia Sassen per il Mulino, che sarà presentato domani a Roma a Porta Futuro 
Benedetto Vecchi Manifesto 21.10.2015, 0:40 
Ambi­zione e rigore. Saskia Sas­sen ha entrambe le carat­te­ri­sti­che. Il suo rigore emerge nella mole di dati rac­colti, ela­bo­rati e assem­blati per dare rile­vanza empi­rica alle ambi­ziose tesi che pro­pone. Lo ha sem­pre fatto, in tutte le sue ricer­che che hanno scan­dito una vita acca­de­mica all’insegna di un noma­di­smo intel­let­tuale che l’ha por­tata a sog­gior­nare in molti paesi – Argen­tina, Ita­lia, Regno Unito, Stati Uniti – per com­pren­dere una ten­denza ormai dive­nuta realtà, la glo­ba­liz­za­zione. Dal suo noma­di­smo intel­let­tuale è infatti nato Glo­bal Cities (Utet), il libro che l’ha fatta cono­scere al pub­blico (e che è stato più volte aggior­nato), ma anche le altre opere sui con­flitti den­tro e con­tro la glo­ba­liz­za­zione (Glo­ba­liz­zati e scon­tenti, Il Sag­gia­tore), le migra­zioni (Migranti, coloni, rifu­giati, Fel­tri­nelli). 
È però con Ter­ri­to­rio, auto­rità, diritti (Bruno Mon­da­dori) che il puzzle sulla glo­ba­liz­za­zione è por­tato a ter­mine. L’economia mon­diale, le tra­sfor­ma­zioni della forma-stato, il rap­porto tra locale e sovra­na­zio­nale, le pos­si­bili poli­ti­che di con­te­ni­mento e oppo­si­zione al capi­ta­li­smo sono lì, spre­giu­di­ca­ta­mente messi a tema. La glo­ba­liz­za­zione non è una paren­tesi del capi­ta­li­smo, è equi­pa­ra­bile alle sue ten­denze e alla inter­na­liz­za­zione del capi­tale che, alla fine dell’Ottocento e nel primo decen­nio del Nove­cento, hanno visto dispie­garsi le poli­ti­che di potenza colo­niali e impe­ria­li­sti­che dei paesi euro­pei e degli Stati Uniti.
La glo­ba­liz­za­zione ha scosso nelle fon­da­menta sia le rela­zioni tra gli stati – il sistema mondo di Gio­vanni Arri­ghi e Imma­nuel Wal­ler­stein – che, nelle for­ma­zioni poli­ti­che di matrice libe­rale, il deli­cato equi­li­brio tra il potere giu­ri­dico, legi­sla­tivo e ese­cu­tivo, asse­gnando a quest’ultimo un ruolo pre­pon­de­rante sugli altri due. 
I padroni dell’austerità 
In que­sto tra­monto dello stato libe­rale, Saskia Sas­sen asse­gnava ai movi­menti sociali la fun­zione di argine poli­tico alla colo­niz­za­zione mer­can­tile della vita sociale. Quel che non poteva certo pre­ve­dere – il rigore la pre­serva da qual­siasi deriva pro­fe­tica — è la crisi ini­ziata nel 2007. Tutto ciò che sem­brava solido, si è dis­solto nell’aria e invo­care il ritorno dello Stato nazio­nale come trin­cea da dove com­bat­tere il neo­li­be­ri­smo è come gri­dare alla luna: alle­via il disa­gio, ma non risolve un gran­ché, come d’altronde testi­mo­niano l’esito estivo delle vicende greche. 
La messa in angolo del governo di Atene da parte dell’Unione euro­pea fa emer­gere infatti la vel­leità di chi ha pro­po­sto lo stato nazio­nale come arma poli­tica con­tro la logica neo­li­be­ri­sta dell’Unione euro­pea. Più che abban­do­nare lo spa­zio poli­tico euro­peo, il con­flitto con­tro l’austerità con­ti­nen­tale rende evi­dente che l’unico spa­zio poli­tico pra­ti­ca­bile è pro­prio quello sovranazionale. 
 Saskia Sas­sen è una attenta osser­va­trice par­te­cipe delle vicende euro­pee – passa molti mesi dell’anno in Inghil­terra, dove ha tenuto semi­nari e corsi alla Lon­don School Of Eco­no­mics — e ha visto dispie­garsi la crisi eco­no­mica che ha messo in ginoc­chio intere eco­no­mie nazio­nali (la Gre­cia, la Spa­gna, il Por­to­gallo. L’Italia, stra­na­mente, non è mai citata). Allo stesso tempo ha accu­mu­lato dati sulla cre­scita delle disu­gua­glianze sociali, sulla povertà, sul degrado ambien­tale e sulla ridu­zione di intere regioni dell’Africa in terre di rapina da parte di mul­ti­na­zio­nali e paesi emer­genti. Fatti tutti noti, ma che l’hanno con­vinta a ini­ziare un nuovo puzzle, que­sta volta sulla glo­ba­liz­za­zione dopo la crisi, una sorta di mappa sociale della «glo­ba­liz­za­zione 2.0». 
Sicu­ra­mente il volume Espul­sioni man­dato alle stampe dal Mulino (pp. 288, euro 25) è da con­si­de­rare un tas­sello di que­sto nuovo puzzle teso a ren­dere visi­bili le ten­denze siste­mi­che sot­ter­ra­nee del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo e a ren­dere visi­bili gli «espulsi». Per Sas­sen l’ultimo decen­nio ha visto dispie­garsi for­ma­zioni pre­da­to­rie glo­bali com­po­ste da imprese finan­zia­rie e da quelle impe­gnate nella pro­du­zione di merci, nell’agricoltura. Il dato più inquie­tante è che sono for­ma­zioni pre­da­to­rie che si muo­vono sot­to­trac­cia e che si sot­trag­gono allo sguardo pub­blico, cioè a quella sfera col­let­tiva che potrebbe met­tere in discus­sione la loro esi­stenza. Una delle vit­time eccel­lenti della glo­ba­liz­za­zione dopo la crisi è dun­que la demo­cra­zia, senza che que­sto coin­cida con l’abolizione di alcuni diritti civili e politici. 
Il let­tore attento rico­no­sce temi e argo­menti cari ai teo­rici del capi­ta­li­smo estrat­tivo come David Har­vey. Saskia Sas­sen sot­to­li­nea però che quello che descrive è un pro­cesso che non vede ancora un punto di equi­li­brio. Le for­ma­zioni pre­da­to­rie pro­spe­rano cioè in una con­di­zione di perenne tran­si­zione, dove il pas­sag­gio da un capi­ta­li­smo fon­dato sull’inclusione — gli anni d’oro del wel­fare state — a un capi­ta­li­smo fon­dato sulla esclu­sione, vede una geo­gra­fia sociale e poli­tica varia­bile nel tempo e nello spazio. 

Le faglie della world factory 
Un libro dun­que ambi­zioso. L’avvio non lascia molti spazi all’ambiguità. Il capi­ta­li­smo ha imboc­cato una strada dove sacri­fi­care milioni di uomini e donne e intere regioni del pia­neta alle logi­che di accu­mu­la­zione della ric­chezza. È un sistema bru­tale, fon­dato sull’espulsione e l’esclusione: dal lavoro, dalla casa, dal vil­lag­gio, men­tre cre­scono espo­nen­zial­mente le terre e acque morte per la sel­vag­gia estra­zione di mine­rali o per col­ti­va­zioni inten­sive di olio di palma o di piante desti­nante ad essere tra­sfor­mate in bio­car­bu­ranti. Milioni di uomini e donne sono così cac­ciati dal lavoro, a causa delle poli­ti­che glo­bali di outsour­cing, ren­dendo l’alta disoc­cu­pa­zione un feno­meno strut­tu­rale e per­ma­nente in Europa e negli Stati Uniti, con il con­se­guente innal­za­mento delle disu­gua­glianze e della povertà. I can­tori del libero mer­cato non pos­sono certo sal­varsi l’anima soste­nendo che nei cosid­detti paesi emer­genti cre­sca l’occupazione e una classe media desi­de­rosa di con­su­mare e di occu­pare final­mente un posto al sole dell’economia mon­diale. Que­sti sono dati tran­si­tori, per­ché il capi­ta­li­smo, nella sua erranza pla­ne­ta­ria, sa che sono paesi da usare fino a quando la ric­chezza da estrarre non sarò finita. Le faglie mani­fe­state dalla world fac­tory cinese e dalle eco­no­mie indiane, bra­si­liane e suda­fri­cane fanno intra­ve­dere che anche in quei paesi la crisi rivela la stessa bru­ta­lità avuta in Europa e Stati Uniti. Il numero dei poveri, dei senza tetto, degli espulsi cre­sce dun­que sia nel Nord che nel Sud del pianeta. 
Inte­res­santi sono anche le pagine dedi­cate al ruolo della finanza nella «glo­ba­liz­za­zione 2.0». Non senza iro­nia Saskia Sas­sen descrive come nelle imprese glo­bali finan­zia­rie chi lavora ala­cre­mente non sono bro­ker o spre­giu­di­cati finan­zieri. Que­sti sono l’ultimo anello di una catena che vede al lavoro fisici, mate­ma­tici, infor­ma­tici: tutti dediti alla ela­bo­ra­zione di algo­ritmi che fac­ciano acce­le­rare il flusso di capi­tali al fine di accu­mu­lare ric­chezze «estratte» dalla finan­zia­riz­za­zione dei biso­gni sociali: la casa, il man­giare, il lavoro, la for­ma­zione, la salute. Tutti ele­menti che favo­ri­scono l’indebitamento indi­vi­duale e delle nazioni, vista la ridu­zione delle entrate fiscali dovute a poli­ti­che indul­genti verso la tas­sa­zioni dei profitti. 
Per fron­teg­giare la crisi del 2007 dei sub­prime e quella suc­ces­siva dei cre­dit default swaps gli stati nazio­nali sono inol­tre inter­ve­nuti per sal­vare imprese troppo grandi per fal­lire. E lo hanno fatto usando il denaro che i con­tri­buenti hanno ver­sato con le tasse. Una espro­pria­zione ulte­riore di ric­chezza pro­dotta dal lavoro vivo sociale. 
Un altro ele­mento che nel libro ha un ruolo rile­vante è il land grab­bing, cioè l’acquisto di terre da parte di imprese agroa­li­men­tari o mine­ra­rie. Milioni di ettari di paesi afri­cani, dell’Indonesia, dell’Ucraina e della Rus­sia sono state acqui­state da mul­ti­na­zio­nali e stati nazio­nali – gli Emi­rati del Golfo, ma anche la Cina e la Corea del Sud – per col­ti­vare ali­menti da immet­tere nel mer­cato mon­diale. Lo stesso vale per le imprese mine­ra­rie. La bru­ta­lità di que­sto pro­cesso sta nel fatto che in Africa si sono mol­ti­pli­cate feroci guerre locali con­dotte da «eser­citi» che si can­di­dano a gestire l’ordine pub­blico in alcune nazioni e così svol­gere un ruolo nelle for­ma­zioni pre­da­to­rie che si muo­vono nel pia­neta. In altri paesi è l’esercito «uffi­ciale» che cac­cia dalle terre i con­ta­dini. Da qui l’espulsione di milioni di donne e uomini che cer­cano una via di fuga verso l’Europa e gli Stati Uniti. Ogni distin­zione tra rifu­giato eco­no­mico e poli­tico perde così di signi­fi­cato. Anche se, avverte con acume Saskia Sas­sen, i costi mag­giori degli esodi ricade nel Sud glo­bale del mondo: la mag­gio­ranza asso­luta dei rifu­giati rimane infatti nel Sud del mondo, men­tre nel Nord del pia­neta arriva solo una biblica mino­ranza di rifu­giati eco­no­mici e politici. 

Domande ine­vase 
Come inter­rom­pere que­sta discesa negli inferi è domanda alla quale Saskia Sas­sen non sa dare rispo­sta. C’è ama­rezza, disin­canto nelle pagine di que­sto libro. È un cam­bia­mento di pro­spet­tiva che l’autrice invita a fare. Non c’è nes­sun punto di resi­stenza indi­vi­duato, come invece aveva indi­cato l’autrice in altri libri. La società civile orga­niz­zata o i movi­menti sociali non com­pa­iono in que­sto sag­gio. Sono qui signi­fi­canti vuoti rispetto una logica siste­mica che non ammette punti di rot­tura. L’inversione della ten­denza non è data. All’orizzonte non c’è nes­sun potere costi­tuente che può garan­tire una fuo­riu­scita dal «capi­ta­li­smo estrat­tivo». Ma non c’è nep­pure nes­sun potere desti­tuente. La rivolta non è ammessa dalle for­ma­zioni pre­da­to­rie: se si mani­fe­sta, va repressa dura­mente. E le città glo­bali non sono nep­pure il luogo dove spe­ri­men­tare forme di demo­cra­zia diretta e di coo­pe­ra­zione sociale «alter­na­tiva», come Saskia Sas­sen ha più volte soste­nuto nel recente pas­sato. Per il momento, il pen­siero cri­tico, l’attitudine cri­tica ser­vono, secondo l’autrice, solo a ren­dere visi­bile ciò che è invisibile. 
Ma per ren­dere visi­bile l’invisibile serve un’operazione di verità. E dun­que di rivolta, pro­vando a coniu­gare il potere desti­tuente della rivolta con il potere costi­tuente che dà forma all’altro mondo pos­si­bile che l’azione di sve­la­mento ope­rata dai movi­menti con­du­cono. In fondo la poli­ti­ciz­za­zione le rela­zioni sociali è l’unica azione rea­li­stica di sve­la­mento del potere per­for­ma­tivo della vita mani­fe­stato dalle for­ma­zioni predatorie. 
Saskia Sas­sen sarà pro­ta­go­ni­sta gio­vedì dell’incontro «Per un’Europa dell’inclusione e dei diritti» alla Sala della regina a Roma (ore 15). L’incontro orga­niz­zato dalla Pre­si­dente della Camera dei Depu­tati Laura Bol­drini è solo su invito. Per chi invece è inte­res­sato a una discus­sione sulle tesi del suo ultimo libro «Espul­sioni» (Il Mulino) l’appuntamento è nella gior­nata d’apertura del Salone dell’editoria sociale che prende il via gio­vedì a Porta Futuro di Roma (Via Gal­vani, ore 17.45). 
Quest’anno il Salone dell’editoria sociale è dedi­cato al tema della «Gio­ventù bru­ciata», cioè alle nuove gene­ra­zioni che sono col­pite dalle poli­ti­che di auste­rità che negano loro il futuro. Ridotti sono i finan­zia­menti alla for­ma­zione, cre­sce in molti paesi il debito stu­den­te­sco per pagare le rette uni­ver­si­ta­rie sem­pre più alte. Minore la pos­si­bi­lità di entrare nel mer­cato del lavoro (l’esperienza della pre­ca­rietà è ormai la regola nel capi­ta­li­smo). Eppure sono sem­pre i gio­vani il «tar­get» pri­vi­le­giato per spre­giu­di­cate cam­pa­gne pub­bi­ci­ta­rie di chi vende merci spac­cian­dole per stili di vita più o meno alter­na­tivi. Il pro­gramma del Salone dell’editoria sociale (con­sul­ta­bile per intero al sito inter­net: www​.edi​to​ria​so​ciale​.info) pre­vede work­shop semi­nari e pre­sen­ta­zione di libri. Nella gior­nata di gio­vedì, oltre l’incontro con Saskia Sas­sen, sono da segna­lare la tavola rotonda «Il terzo set­tore alla deriva?» (ore 16) e «Stra­nieri per forza» (ore 16.15, sala B). Il giorno dopo, ore 16, tavola rotonda su «Wel­fare, red­dito, lavoro. Le sfide della gene­ra­zione pre­ca­ria». Alle 18 sarà invece pre­sen­tato il libro, curato da Sbi­lan­cia­moci, «Wor­kers Act». Dome­nica, invece, è la volta della pre­sen­ta­zione del volume «I Muri di Tunisi», un’analisi dei mura­les e dei graf­fiti nella capi­tale tuni­sina prima e dopo la pri­ma­vera araba. A pre­sen­tarlo Michela Bec­chis, Ceci­lia Dalla Negra, Luce Lac­qua­nita (autrice del libro) e il gra­phic jour­na­list Takoua Ben Mohamed.