Il Corriere fa la maestrina, Repubblica cerca come sempre di recitare anche il ruolo della sinistra di Sua Maestà [SGA].
Gli esperti di Varoufakis al capezzale di Corbyn
di Davide Casati Corriere 28.9.15 Jeremy Corbyn non ha ancora parlato alla sua prima conferenza da leader
del Labour, ma i guai già si stanno addensando sul suo capo (e sulla sua
capigliatura, arruffata nonostante i tentativi del figlio di darle una
postura degna di un leader).
Prima è arrivata la lista degli assenti alla tre giorni avviata ieri:
una lista che include tutti gli ex leader del Labour ancora in vita, da
Neil Kinnock a Tony Blair, da Gordon Brown a Ed Miliband. Poi
un’intervista — quella di ieri all’ Observer — che voleva probabilmente
essere strumento della riaffermazione della volontà del leader («Ho quel
che serve per essere premier») ma che suonava terribilmente come
excusatio parecchio petita («Non mi dimetterò: sono il rappresentante, e
il prodotto, di un movimento democratico»).
Ma il peggio — forse— è giunto in un annuncio dato al mondo dal
Financial Times . Che ieri sera rivelava la composizione del team di
consiglieri che, riunendosi quattro volte l’anno, aiuterà Corbyn a
scrivere i documenti programmatici di politica economica del
new-new-Labour (e terrà lezioni per i parlamentari). Un team che pare un
bignami della sinistra-sinistra che conta: soprattutto per la presenza
di Thomas Piketty, autore dell’acclamatissimo Il capitale nel XXI secolo
, e del Nobel Joseph Stiglitz.
Compagni di strada ingombranti, per un’impresa formidabile. Ma a cui
prestare attenzione. Perché — come spiegava il giornalista Yannis
Palaiologos a Politico — alcuni di questi esperti formavano il think
tank informale che ha ispirato, senza metter mano alle tasche per
puntare una sola fiche , la scommessa giocata dalla Grecia con la
linea-Varoufakis. Ora, senza aver mai fatto cenno a una marcia indietro,
puntano a portare la loro internazionale del radicalismo anti-austerity
al di là della Manica. C’è da scommettere che, tra i loro più grandi
fan, ci sia anche David Cameron.
Canta Bandiera Rossa e legge Marx? Sì, ma non solo. Perché per rendere credibile la sua prossima candidatura a guidare la Gran Bretagna, il neo leader laburista Jeremy Corbyn ha reclutato una squadra di influenti professori e intellettuali. Obiettivo: dimostrare che si può dare battaglia, da sinistra, all’austerity alle banche e al dominio del liberismo Redistribuendo la ricchezza
Compagno economista
Tre degli economisti reclutati come consulenti da Corbyn: Mariana Mazzucato, Joseph Stiglitz e Thomas Piketty. Daranno consigli al leader Labour per cambiare la politica economica
ENRICO FRANCESCHINI BRIGHTON Repubblica 29 9 2015 FINORA i conservatori lo ridicolizzavano perché legge Marx, canta Bandiera Rossa e non mette mai la cravatta: “Affidereste l’economia della Gran Bretagna a uno così?”, tuona il Sun , organo ufficioso della destra anglosassone. Ma adesso Jeremy Corbyn ha colto l’occasione del congresso annuale del partito per annunciare l’arruolamento di un “all star team” di economisti di sinistra, anzi molto di sinistra, e di colpo l’establishment sembra prendere più seriamente il nuovo leader laburista. È una squadra che comprende un premio Nobel americano, Joseph Stiglitz, un intellettuale francese della rive (decisamente) gauche , Thomas Piketty, un’italiana che ha fatto gli studi negli Usa e insegna nel Regno Unito, Mariana Mazzucato, una russa trapiantata a Londra, un inglese docente a Oxford e un ex-analista della Banca d’Inghilterra. Si riuniranno quattro volte l’anno per dare consigli e vere e proprie “lezioni” a Corbyn, al ministro del Tesoro del suo governo ombra John McDonnell e a qualunque parlamentare laburista affetto da scetticismo sulla possibilità di adottare una formula anti-austerità, se non anti-capitalismo. «Aiuteranno il Labour a scrivere un programma di sinistra», afferma il Financial Times . E la bibbia della City, davanti a mezza dozzina di “compagni economisti” di questo peso, non ironizza.
La notizia piomba sul congresso laburista riunito a Brighton, allietato da un sole non necessariamente “dell’avvenire” ma insolito a fine settembre a queste latitudini, come la prima autentica sorpresa tirata fuori dal cappello dallo “Tsipras inglese”, come qualcuno ha ribattezzato Corbyn: eterna primula rossa, eletto leader contro tutti i pronostici nelle primarie di due settimane fa grazie al sostegno di giovani, donne e sindacati, determinato a spazzare via il riformismo blairista e a fare una politica «per il 99 per cento della gente, non per l’1 per cento di privilegiati ». Ma mentre i vignettisti lo dipingono come un barbudo alla Fidel Castro, il 68enne neo-capo del Labour rivela di non essere una macchietta o uno sprovveduto, scegliendo come consiglieri alcuni degli accademici e pensatori più autorevoli sulla scena internazionale. «Come dare lustro alla sinistra», riassume rispettosamente il concetto il pur filo-conservatore Sunday Times .
La celebrità del gruppo è attualmente Piketty, docente alla Ecole de Economie di Parigi, autore del best-seller dell’anno, “Il capitale nel ventunesimo secolo”, un j’accuse della crescente diseguaglianza che ha fatto di lui una stella citata praticamente ovunque, perfino alla Casa Bianca e da chi non è d’accordo. «Oggi la ricchezza è così concentrata nelle mani di pochi che una larga parte della società è praticamente ignara della sua esistenza», scrive nel libro. La sua ricetta base: ridistribuirla attraverso una tassa progressiva globale sul reddito. Non meno conosciuto è tuttavia Stiglitz, docente alla Columbia University di New York, vincitore del Nobel nel 2001, ex-capo economista della Banca Mondiale, dunque con un curriculum che non ne farebbe propriamente un rivoluzionario, ma diventato un accanito critico dell’ortodossia economica neoliberale e di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale dopo il collasso finanziario mondiale del 2008. La sua filosofia è centrata sul fatto che i mercati «non si auto-correggono da soli » e che serve una maggiore regulation del settore finanziario per mettere fine a speculazioni, rischi e corruzione. Nata in Italia ma cresciuta e laureata negli Stati Uniti, dove ha preso anche la cittadinanza americana, ora docente alla University of Sussex, Mariana Mazzucato è uno dei maggior esperti mondiali sull’intervento dello Stato nell’economia: il suo libro “Lo stato innovatore” (pubblicato nel nostro paese da Laterza) demolisce il mito che solo l’impresa privata sia una forza innovativa per la società, mettendo in rilievo, dati alla mano, il ruolo dinamico dell’economia pubblica in molti settori, dall’ambiente alle telecomunicazioni, dalle nanotecnologie alla farmaceutica. Sta ai governi fare investimenti ad alto potenziale in nuove industrie come la green technology, afferma, difendendo il diritto-dovere dello stato ad avere non solo una missione ma anche «a sognare ». La professoressa Nesvetailova, direttore del centro ricerche della City University di Londra, viene dalla Russia ma nei suoi studi analizza proprio il contraddittorio rapporto con Mosca dell’Occidente, pronto a varare sanzioni contro il Cremlino e ad avere relazioni con paradisi fiscali usati dagli oligarchi dell’Est. Per questa economista “venuta dal freddo”, una più forte regulation finanziaria non sarà comunque sufficiente a evitare una nuova crisi bancaria. E la squadra è completata da Simon Wren- Lewis, docente di politica economica alla Oxford University, che accusa il governo Cameron di avere «ritardato la ripresa di due anni» insistendo sui tagli alla spesa pubblica, e David Blanchflower, ex-membro del comitato che decide la politica monetaria per la banca centrale inglese, secondo il quale i piani dei conservatori per altra austerità sono «lunatici».
Tra gli economisti reclutati come consulenti da Corbyn: Mariana Mazzucato, Joseph Stiglitz e Thomas Piketty Daranno consigli al leader Labour per cambiare la politica economica “Meno finanza e più industria per cancellare i privilegi”intervista di Eugenio Occorsio a Mariana Mazzucato Repubblica 29.9.15
«La
chiave del nostro messaggio economico è semplice: la Gran Bretagna
cresce, è vero, ma noi vogliamo che questa crescita sia più omogenea,
più inclusiva, con meno finanza e più industria, e soprattutto meno
diseguaglianze». Mariana Mazzucato, docente di Economia dell’innovazione
nell’università del Sussex, fa parte della squadra di consulenti
economici d’elite, da Joseph Stiglitz a Thomas Piketty, chiamata da
James Corbyn a delineare le proposte di politica economica del partito
laburista nuova versione, quello che sfiderà i Tories per il governo
britannico. «È stata una sorpresa. Con Corbyn c’eravamo visti solo in un
paio di dibattiti, né ho mai fatto parte del Labour. Questo weekend mi
hanno telefonato, precisandomi che il comitato sarà fatto da consulenti
indipendenti che manterranno la loro libertà di critica».
Lei è stata
citata dal cancelliere ombra John McDonnel alla Labour Conference per
il suo lavoro sullo Stato “entrepeneurial”: qualcosa di più di
imprenditore, uno Stato che ha la mentalità e la vocazione
dell’industriale. A noi ricorda l’Iri: non è antica come ricetta?
«Assolutamente
no. Al contrario, qui è la differenza con i conservatori: lo Stato non è
un’entità molesta nel business, che lasciato a se stesso farebbe
meglio. Va sfatato il mito dello Stato lento e polveroso contro
l’impresa dinamica e moderna. Cameron si lasciò scappare l’espressione
“il civil servant è nemico dell’impresa”, poi l’ha ritirata ma la
mentalità resta quella. A certe condizioni, lo Stato deve essere un
partner con pari se non maggior dignità dei soci privati, e assumere una
funzione guida nella politica industriale. Purché sappia dove andare.
Vanno fissati obiettivi precisi di politica economica, con una visione:
la Silicon Valley è nata perché con interventi pubblici si è perseguita
l’eccellenza nell’hi-tech, l’attuale mole di investimenti nelle nuove
energie in Germania deriva dalla scelta “verde”. C’è una sostanziale
presenza dello Stato negli investimenti importanti».
Qualcosa di simile a quello che fa in Italia la Cassa depositi e prestiti?
«Non
esattamente. La Cdp investe i risparmi postali che possono essere
richiamati in qualsiasi momento, non ha un fondo di dotazione stabile
che garantisca investimenti di lungo termine. Di capitale in giro per il
mondo ce n’è tanto, bisogna far sì che non sia utilizzato per
speculazioni finanziarie ma divenga “paziente”. Qui lo Stato può
ritrovare un ruolo: guidare gli investimenti privati, incanalarli,
spingerli anche con qualcosa di più del nudging, l’arte di convincere,
che si usa invece per i cittadini. Per capirsi, qualcosa di simile a
quanto faceva il governo americano con i Bell Labs, “costretti” a
investire nell’innovazione: erano dell’At&t alla quale in cambio lo
Stato concedeva di tenere il monopolio, oltre a immobilizzarvi parte del
capitale. In fondo è quello che ha detto Obama alla Fiat: prenditi la
Chrysler (che era stata salvata dal governo Usa, ndr ) però investi nei
motori ibridi. Quale lungimiranza, è il caso di dire. Per tutto questo
servono ministeri, agenzie e dipartimenti, ben strutturati con personale
qualificato, forti e coerenti».
E anche ben finanziati.
«Inutile
negare che è un problema. Va affrontato con pragmatismo: si può
tollerare qualche decimale di deficit in più se questo è ben canalizzato
verso investimenti produttivi in grado di alzare il Pil. E quindi sul
medio termine di rendere più favorevole il rapporto debito/Pil, che è
quello che conta. È un tema delicato per il Labour, accusato di non
prendere sul serio il problema del debito. Bisogna dimostrare che gli
investimenti pubblici sono, se razionali, produttivi per il sistema. E
che non basta perseguire il risanamento dei conti di breve termine se
non si interviene sulla produttività: l’Italia ha i conti più in ordine
della Germania eppure è ferma. Quanto alle tasse, si può lavorare sulla
riduzione degli incentivi, sui sotterfugi dell’elusione a partire da
quella delle multinazionali, sull’evasione che anche qui è un problema».
E di alzare le tasse su ricchi parlerete?
«Non so se sarà alzata l’aliquota massima (il 48% per i redditi sopra le 100mila sterline,
ndr).
Si agirà prima sulle tasse delle grandi proprietà, delle rendite
finanziarie, delle banche stesse. Però, è un discorso tutto da
elaborare».
“Voglio eliminare le ingiustizie perché amo il Regno Unito” Corbyn strega la platea Labour
di Alessandra Rizzo La Stampa 30.9.15
Aveva promesso «politica, non spettacolo» e ha mantenuto la parola:
Jeremy Corbyn, alla sua prima conferenza come leader laburista, è salito
sul palco accolto da una standing ovation, ma senza musica. Ha invocato
una «politica più gentile» e una «società più giusta», facendo appello a
patriottismo e valori britannici in un discorso mirato a fugare i dubbi
di quanti ritengono le sue idee pacifiste e anti-austerity troppo
radicali per il Paese. «È perché amo il mio Paese che voglio eliminare
le ingiustizie», ha detto a Brighton, sulla costa meridionale inglese.
Attacchi e passi falsi
Corbyn ha ripreso in mano l’iniziativa dopo settimane di attacchi e
passi falsi, dal rifiuto di cantare l’inno nazionale alla faticosa
composizione del governo ombra. Sfondo rosso, cravatta rossa, è apparso
rilassato e sicuro di sè. Ha ribadito alcuni dei cavalli di battaglia,
nazionalizzazione delle ferrovie, costruzione di case popolari, fino
alla proposta, che sta spaccando il partito, di smantellare il
deterrente nucleare. Ha attaccato le politiche di austerity di Cameron.
«Vogliono farci credere che non c’è alternativa», ha detto tra gli
applausi. Ma è incappato in una gaffe quando è emerso che brani del suo
discorso, in particolare un passaggio anti-austerity molto citato dai
media («Il popolo britannico non è costretto ad accettare ciò che gli
viene dato») era stato scritto anni fa e respinto da generazioni di
segretari laburisti. Un bell’imbarazzo per un politico che fa
dell’essere genuino una delle sue doti principali.
Se la reazione in sala è stata generosa, non altrettanto tra i ranghi di
un partito in cui sono in pochi a credere che Corbyn possa riportare il
Labour al successo. Quasi tutti i big del partito si sono schierati
contro il segretario e molti hanno rifiutato di entrare nel governo
ombra. Per John McTernan, stratega già consigliere di Tony Blair, quello
di Corbyn «è stato il peggior discorso politico che abbia mai sentito».
Ma Corbyn, forte di una vittoria netta, si dice pronto a promuovere una
politica che parta dal basso. Denuncia gli attacchi personali, cita
Maya Angelou, poetessa Usa icona dei diritti civili, e accusa la stampa
conservatrice di aver ingigantito i dissidi interni. Resta da vedere se i
propositi di democrazia e tolleranza all’interno del partito sapranno
tradursi in una linea politica chiara e una leadership forte.
Nella Manchester nostalgica Corbyn sfida il convegno Tory Tornano i toni da barricata nella città della rivolta anti Thatcherdi Giulia Zonca La Stampa 5.10.15
Da una parte i delegati del congresso Tory, dall’altra gli attivisti
«anti austerity» che tirano le uova: i due fronti di Manchester
sembrerebbero netti in questa semplice foto con il tuorlo che cola sulle
giacche scure e i cartelli che insultano il governo inglese, ma la
frittata è piena di contraddizioni.
Nella settimana che riunisce dentro la stessa città la convention dei
conservatori, le manifestazioni dei sindacati e pure il nuovo leader
laburista Jeremy Corbyn non c’è nulla di definito. La situazione sfugge
alle etichette, agli schieramenti e persino al tempo.
Crisi di identità
Slogan e proteste riportano al decennio 1980-90, ambizioni e speranze
spingono nella direzione opposta e pretendono un futuro diverso e pure
all’interno dello stesso partito, persino dello stesso elettore, ci sono
mondi in conflitto che Manchester mette a nudo. La città più
monocromatica del Regno Unito, la città con un consiglio comunale tutto
Labour proprio mentre in parlamento i Tory hanno la maggioranza assoluta
che mancava dal 1992, la città che ha fatto la storia della lotta di
classe, non sa che direzione prendere.
Tutta colpa di Corbyn, un po’ estremista e un po’ profeta. Ha
risvegliato idee di sommossa e spiriti popolari e anche irritato chi
ormai aveva svoltato verso un laburismo più progressista soprattutto a
Manchester, passata dalle strade buie e rivoltose degli anni degli
scioperi di massa a quelle luccicanti e intellettuali che oggi cercano
addirittura di rivaleggiare con Londra. L’orgoglio locale ha cambiato
orizzonte. Bastava Corbyn diventato a sorpresa capo dei Labour a
scatenare la crisi di coscienza solo che oggi Manchester è il centro
della politica britannica e i contrasti bruciano ancora di più.
Stasera c’è il leader labour
Corbyn ha deciso di occupare la convention Tory in programma fino a
mercoledì. Ha prima appoggiato la marcia degli 80 mila che ieri hanno
sfilato, insultato, sputato, impagliato fiori, agitato striscioni contro
i tagli e urlato contro gli stipendi leggeri e stasera si presenta a
Manchester, ospite del sindacato, a due isolati dalla convention
avversaria. Di solito questi incroci si evitano ma Corbyn adora
provocare ed è subito diventato bersaglio. Ieri il segretario di Stato
Philip Hammond ha aperto il suo comizio così: «Corbyn ha già danneggiato
la reputazione del Regno Unito». Dalla strada gli ha risposto Anas
Altikriti, fondatore del gruppo Muslim Brotherood e anima della
protesta: «Il vero evento in città siamo noi, non quel decrepito
dibattito in fondo alla via». Però diversi nomi forti del partito
laburista hanno criticato Corbyn per il sostegno alle fronde. E
Manchester, protagonista di tutto, è diventata il ritratto perfetto
della confusione.
La protesta lampo
Quindici giorni fa si è svegliata nel 1990. Un detenuto di Strangeaway,
la prigione cittadina, è salito sul tetto, lo ha spaccato, si è agitato
con una sbarra recuperata dai rottami. Ha incrociato le gambe e
annunciato che sarebbe rimasto lì. Chiedeva condizioni migliori in un
carcere affollato. Alla seconda notte appollaiato sul tetto ha radunato
un «protest party», monitorato dalla polizia e movimentato dalla
fantasia di chi si sentiva di nuovo pronto al muro contro muro.
Flashback: Strangeaway ha già visto detenuti sul tetto, il primo aprile
di 25 anni fa un gruppo di carcerati si è arrampicato lì e ci è rimasto
per 25 giorni. Il sit in è diventato guerriglia ed è finita malissimo.
Due morti, più di 200 feriti, brutti ricordi e anche un rapporto che ha
scosso l’Inghilterra. La prigione era davvero un letamaio.
L’ultima rivolta è arrivata pochi giorni dopo la vittoria di Corbyn, la
gente si è riunita lì davanti e pareva il set di un film di Ken Loach.
Donne disoccupate con infradito e piumini, legate a braccetto in una
catena del malcontento. Una bionda si è appassionata alla causa e ha
urlato all’uomo sul tetto: «Facci sentire vivi, ricorda a Manchester di
cosa è capace». Intorno si aprivano lattine di birra e si appendevano
lenzuoli pasticciati di rosso, utopie e desideri circondati dal simbolo
dell’anarchia per celebrare un improbabile eroe, uno condannato per aver
sparato allo zio.
Basta una pizza e una coca
La famiglia ovviamente non era al party ma c’erano ragazzi in tuta
seduti su motorini scassati, uomini che distribuivano hamburger. Figli
di chi ha rovesciato pulmini quando la Thatcher ha chiuso le miniere,
persone tradite dalla Manchester che ha svoltato eppure non troppo
convinte di voler tornare indietro: «Agenti guardateci, noi non ce ne
andiamo da qui». Dopo 36 ore sono tornati a casa, il detenuto sul tetto è
sceso con la promessa di una pizza e una Coca Cola e siamo tornati di
colpo nel 2015. Corbyn dovrà tenere conto del concetto contemporaneo di
resistenza. Anche se altri echi delle barricate sono tornati in strada
ieri, in una città sempre più confusa.
I Tory mostrano i muscoli del successo elettorale in una zona
tradizionalmente ostile e Corbyn cavalca ogni contraddizione. Il
cortocircuito temporale è il minimo che ci si possa aspettare.
Un’agenda per la sinistra (e non solo per Corbyn) L’economista spiega i motivi dell’ingresso nel think tank laburistadi Mariana Mazzucato Repubblica 8.10.15
BRIGHTON SETTE economisti (fra cui Joseph Stiglitz, Thomas Piketty e la
sottoscritta) hanno accettato di fare da consulenti economici per Jeremy
Corbyn, il nuovo leader del Partito laburista britannico. Mi auguro che
il nostro scopo comune sia aiutare il Labour a creare una politica
economica fondata sugli investimenti, inclusiva e sostenibile. Metteremo
sul tavolo idee diverse, ma voglio proporvi le mie considerazioni
riguardo alle politiche progressiste di cui il Regno Unito e il resto
del mondo hanno bisogno oggi.
Quando il Partito laburista ha perso le elezioni, lo scorso maggio, in
tanti, anche esponenti del Governo ombra, gli hanno contestato di non
aver saputo interloquire con i «creatori di ricchezza», cioè la comunità
imprenditoriale. Che le imprese creino ricchezza è evidente.
MA anche i lavoratori, le istituzioni pubbliche, le organizzazioni della
società civile creano ricchezza, promuovendo crescita e produttività
nel lungo termine. Un programma economico progressista deve partire
necessariamente dal riconoscimento che la creazione di ricchezza è un
processo collettivo e che gli esiti di mercato sono il risultato
dell’interazione fra tutti questi «creatori di ricchezza». Dobbiamo
abbandonare la falsa dicotomia “Stato contro mercato” e cominciare a
ragionare più chiaramente su quali risultati vogliamo che il mercato
produca. Investimenti pubblici “mission-oriented”, con un obiettivo
chiaro, hanno molto da insegnarci. La politica economica dovrebbe
impegnarsi attivamente per plasmare e creare mercati, non limitarsi a
ripararli quando si guastano.
Le politiche tradizionalmente considerate “business friendly”, come i
crediti di imposta e la riduzione delle aliquote, a lungo andare possono
essere nocive per l’attività imprenditoriale. Allo stesso modo, è ora
di superare il dibattito sull’austerity e discutere di come costruire
collaborazioni intelligenti e reciprocamente vantaggiose fra pubblico e
privato, in grado di alimentare la crescita per decenni.
Per cominciare dobbiamo investire in istruzione, capitale umano,
tecnologia e ricerca. In molti settori gli imponenti progressi
tecnologici e organizzativi hanno prodotto un aumento della
produttività. Molte di queste innovazioni decisive affondano le loro
radici in ricerche finanziate dallo Stato. Per garantire che ci siano
progressi anche in futuro, ci sarà bisogno di interventi diretti e
investimenti in innovazione lungo l’intera catena dell’innovazione:
ricerca di base, ricerca applicata e finanziamenti alle imprese nelle
fasi iniziali.
Oltre a questo c’è bisogno di una finanza paziente e a lungo termine.
Gran parte della finanza attuale è troppo speculativa e troppo
focalizzata sui risultati immediati. Per una rivoluzione tecnologica c’è
bisogno della pazienza e della dedizione dei finanziamenti pubblici. In
certi Paesi, come Germania e Cina, sono delle banche pubbliche a
svolgere questo ruolo; in altri, il compito è affidato a organismi
pubblici. Una cosa del genere significa anche definanziarizzare
l’economia reale, troppo attenta al breve termine.
Nell’ultimo decennio, le aziende del “Fortune 500” che operano in
settori come l’informatica, la farmaceutica e l’energia hanno speso più
di 3mila miliardi di dollari per riacquistare azioni proprie, allo scopo
di gonfiare il prezzo del titolo, le stock options e i compensi dei
dirigenti. Bisogna ricompensare quelle aziende che reinvestono i
profitti in produzione, innovazione e formazione del capitale umano.
Il passo successivo è incrementare i salari e il tenore di vita. Fino
agli anni 80, gli incrementi di produttività erano accompagnati da
aumenti salariali. Il collegamento si è spezzato per effetto della
riduzione del potere negoziale dei lavoratori e del crescente
orientamento delle aziende verso la finanza. I sindacati sono un
elemento chiave per un’efficace governance delle imprese e vanno
coinvolti maggiormente nelle politiche per l’innovazione, spingendo per
investimenti in istruzione e formazione, i motori a lungo termine dei
salari.
Anche le istituzioni pubbliche devono essere rafforzate. Per poter
prendere decisioni di politica economica audaci c’è bisogno di agenzie
pubbliche e istituzioni che siano capaci di assumersi dei rischi. Creare
una rete di agenzie e istituzioni decentralizzata e dotata di adeguati
finanziamenti, che lavora in collaborazione con le imprese, renderebbe
lo Stato più efficiente e maggiormente focalizzato in senso strategico.
Anche il sistema fiscale deve diventare più progressivo. Dobbiamo farla
finita con l’abbassare le tasse alla cieca, creando scappatoie che
consentono pratiche di elusione fiscale, e offrire crediti di imposta
che hanno effetti limitati in investimenti e creazione di posti di
lavoro.
Anche sul debito bisogna cambiare atteggiamento. Invece di focalizzarci
sui deficit di bilancio, dovremmo puntare l’attenzione sul denominatore
del rapporto debito-Pil. Se gli investimenti pubblici accrescono la
produttività di lungo periodo, il rapporto rimane sotto controllo.
Nell’Ocse, molti dei Paesi con un rapporto debito-Pil più elevato (per
esempio Italia, Portogallo e Spagna) hanno un disavanzo relativamente
contenuto, ma non investono efficacemente in istruzione, ricerca,
formazione, o programmi di welfare disegnati in modo da facilitare
l’aggiustamento economico.
La politica di bilancio e la politica monetaria sono importanti, ma solo
se abbinate alla creazione di opportunità nell’economia reale. La
creazione di moneta, attraverso il cosiddetto quantitative easing , non
alimenterà l’economia reale se la nuova moneta finirà nei forzieri di
banche che non prestano. E quando le imprese non vedono opportunità, i
tassi di interesse non bastano a influenzare gli investimenti.
Infine, non dobbiamo aver paura di guidare la direzione dello sviluppo
verso un’economia verde. Gli stimoli di bilancio dovrebbero sostenere
progetti trasformativi, come quelli che hanno determinato i grandi
progressi dell’informatica e delle telecomunicazioni, delle
biotecnologie e delle nanotecnologie, tutte aree «prescelte» da un
settore pubblico che ha lavorato al fianco delle imprese. Lo sviluppo
verde è molto di più delle semplici energie rinnovabili: può diventare
una direzione nuova per l’intera economia.
Copyright: Project Syndicate, 2015 www.project-syndicate.org (Traduzione di Fabio Galimberti) L’eresia di Corbyn, repubblicano e anti nuke Gran Bretagna. Il neo leader Labour conferma l’opposizione all’atomica. E l’8 ottobre scorso ha deciso di «bucare» la cerimonia del Privy Council, o Consiglio della coronadi Leonardo Clausi il manifesto 10.10.15 LONDRA Mai come nel caso del neoeletto leader del Labour Party, Jeremy
Corbyn, si era invertita la piramide gerarchica all’interno di un
partito di opposizione, con la base che ha spettacolarmente scippato il
timone alla dirigenza. E le conseguenze sono dirompenti, sia per le
ripercussioni negli equilibri interni al partito e nella propaganda dei
conservatori – il cui congresso, tenutosi a Manchester, si è appena
concluso — che per via dell’ormai ben nota eresia corbyniana su due
cardini dello status quo politico-istituzionale del paese: gli armamenti
nucleari e la monarchia.
Un’eresia, quella del segretario, perfettamente familiare e condivisa
dalle frange militanti e socialiste che ne hanno resa possibile la
mirabolante vittoria e proprio per questo altrettanto invisa e
impresentabile per la maggioranza dei deputati centristi, terrorizzati
da un futuro di pluridecennale marginalità per il partito.
Il rinnovo del sistema missilistico Trident – megaprogramma
bellico-nucleare di durata pluriennale che andrà presto votato in
parlamento e il cui costo basterebbe a risolvere n emergenze umanitarie,
è stato il primo test. Già durante il recente congresso di Brighton,
tra il pacifista Corbyn, da sempre attivo sul fronte del disarmo
unilaterale, e i moderati del suo governo-ombra sono emerse evidenti
frizioni.
Con i volti corrucciati in una gravitas di circostanza, una sequela di
analisti politici televisivi è sfilata davanti al neosegretario
chiedendogli «Lei dunque non premerebbe il bottone (dell’attacco
nucleare) per difendere la Gran Bretagna?» Corbyn ha ribadito la sua
contrarietà all’arsenale nucleare, un’opposizione, va forse ricordato,
in totale discontinuità con tutti i suoi predecessori dal secondo
dopoguerra a oggi e si è detto ancora una volta pronto a intavolare una
discussione aperta con i dissenzienti, ma è chiaro che ad attendere
l’unità del partito di cui si è fatto infaticabile promotore è un futuro
difficile.
C’è poi la madre di tutte le anglo-eresie, e cioè il repubblicanesimo di
Corbyn. Il suo ruolo di leader del partito d’opposizione implica la
partecipazione a una sequela di antichissime liturgie, prostrazioni,
professioni di fedeltà alla sovrana e liriche intonazioni d’inni
nazionali. All’oltraggio recentemente arrecato dal suo silenzio durante
l’inno nella messa di suffragio per la battaglia d’Inghilterra ha fatto
seguito il non presentarsi, lo scorso 8 ottobre, alla cerimonia del
Privy Council, o Consiglio della corona, anch’esso antichissimo
organismo composto dalla crema della crema — 500 optimates fra laici e
chierici — che ha lo scopo di consigliare la monarca nel logorante
esercizio della sua monarchia e che comporta l’accesso a riservate
informazioni circa la sicurezza nazionale.
La questione è del tutto formale: l’ammissione al consiglio può anche
avvenire senza genuflessioni e baciamano a Elizabeth Windsor, e lo
stesso Cameron ha mancato tre volte l’evento dopo la sua elezione a
leader del partito. Ma è chiaro quanto, in un paese ancora
confidentemente monarchico, l’equilibrismo di Corbyn si faccia delicato.
Durante la campagna elettorale aveva detto che rimpiazzare la monarchia
non era prioritario e un portavoce del partito ha confermato che
diventerà presto membro del consiglio. Ma questa coerente professione di
repubblicanesimo è corroborante per i suoi sostenitori quanto lo è per i
Tories e i loro spin doctors.
I quali nel frattempo, un po’ come gli sceneggiatori dell’indimenticata
serie televisiva «Boris», hanno subito cominciato a infarcire i discorsi
di Cameron, Osborne e di Boris Johnson di soundbit come «terreno
comune» (common ground), termine che indica in buona sostanza il centro,
per poi superarsi quando, in occasione del suo atteso discorso di
chiusura del congresso di Manchester, Cameron, come già Osborne prima di
lui, si è spinto fino a definire il suo il «partito dei lavoratori»,
alludendo forse agli startupper di Shoreditch finanziati dalla City.
Discorso in conflitto con quello paraxenofobico del ministro
dell’interno Theresa May, che nella corsa alla leadership — Cameron ha
annunciato che lascerà prima delle prossime elezioni nel 2020 — ha
deciso di rivolgersi alla destra del partito lanciandosi in un attacco
anti-immigrati che ha inorridito quegli imprenditori i cui business
fioriscono grazie a contratti a zero ore e a trattamenti salariali che
solo i migranti economici accettano per disperazione.
Ma se in questo congresso Cameron ha gustato il sapore dell’insperata e
risicata maggioranza parlamentare, la settimana del premier non è stata
proprio tutta rosa e fiori. Chiedendogli conto della «squallida»
alleanza con gli autocratici Sauditi, prossimi a decapitare un
dissidente diciassettenne, in un’intervista su Channel Four, il veterano
Jon Snow lo ha costretto a una giustificazione stentata e penosa.
Ritorno al socialismo
di Ian Buruma Repubblica 11.10.15 LA COSA straordinaria di Jeremy Corbyn, l’outsider della hard left
affermatosi alla guida del partito laburista britannico, non è la sua
presunta mancanza di patriottismo. Che sia o meno disposto a intonare
God save the Queen nelle occasioni pubbliche appare infatti un dettaglio
di poco conto. Ciò che rende la sua ideologia straordinaria è il fatto
di essere tanto reazionaria. Corbyn è un socialista di vecchio stampo,
che vorrebbe spennare i ricchi e riportare i trasporti e le aziende di
pubblica utilità sotto il controllo statale. La sua retorica sulla lotta
di classe indica una totale rottura con la democrazia sociale
tradizionale.
Nell’Europa del dopoguerra la democrazia sociale è sempre scesa a patti
con il capitalismo. L’ideologia di sinistra si ispira, soprattutto in
Gran Bretagna, più a tradizioni morali cristiane (“più metodismo che
Marx”) che a qualsiasi dogma politico. Leader laburisti come Clement
Attlee, il primo premier dopo la Seconda guerra mondiale, non erano
contrari alle economie di mercato: volevano semplicemente regolamentarle
in modo da promuovere gli interessi della classe operaia. Durante la
Guerra fredda la democrazia sociale rappresentava nell’Europa
occidentale l’alternativa egalitaria al comunismo. Attlee, ad esempio,
era ferocemente anticomunista. Alle conferenze del partito laburista si
ostentava adesione ai vecchi simboli del socialismo. I leader di partito
cantavano l’Internazionale con gli occhi velati dalla nostalgia. E sino
al 1995, quando fu abrogata da Tony Blair, la Clausola 4 della
costituzione del partito prometteva “la proprietà comune dei mezzi di
produzione” e il “controllo popolare” dell’industria. (Non è detto che
Corbyn non proverà a ripristinarla). A livello di governo nazionale,
però, i socialisti ideologici venivano lasciati in disparte per fare
spazio a personaggi più pragmatici.
Quando Tony Blair, seguendo l’esempio dell’amico Bill Clinton, promosse
la “terza via”, il socialismo sembrava morto e sepolto. Clinton e Blair,
che avevano dato il cambio all’altra strana coppia anglo-americana
formata da Ronald Reagan e Margaret Thatcher, intaccarono il tessuto
della democrazia sociale stringendo compromessi che Attlee non avrebbe
nemmeno sognato. Il genio di Clinton e Blair è stato abbinare un
interesse per i poveri a una sconveniente riverenza nei confronti dei
ricchi di Wall Street o della City londinese. Blair trascorse le vacanze
con Berlusconi, Clinton elargì la grazia a ricchi compagni di merende
permettendo loro di sottrarsi alla giustizia. Entrambi, lasciata la
carica pubblica, hanno sfruttato la propria reputazione per arricchirsi.
Si potrebbe dire che evitando compromessi con il capitalismo i leader
della “terza via” abbiano finito per compromettere se stessi. Questo è
uno dei motivi per cui con Corbyn la hard left è tornata al contrattacco
strappando il potere a chi si era compromesso. Corbyn, soprattutto per i
giovani, è il tanto atteso uomo delle convinzioni, “autentica” voce del
popolo. Di fronte a un socialista vero i democratici sociali della
soft-left rimanevano senza parole, non avendo mai posseduto una vera e
propria ideologia.
È possibile che Hillary Clinton venga punita allo stesso modo? O che il
centrosinistra che rappresenta perda il controllo dei Democratici?
Secondo alcuni sondaggi il suo principale antagonista alle primarie —
Bernie Sanders, autoproclamatosi socialista — si sta avvicinando alla
posizione di apparente predominio di Clinton. Sanders, al pari di Corbyn
(e di Donald Trump), possiede un’aria di autenticità e a differenza dei
professionisti di Washington, abituati a seguire un copione, appare
come un politico che dice ciò che pensa. Tuttavia non credo che vincerà.
Non esiste una sinistra democratica radicale quanto quella dei seguaci
di Corbyn. Rispetto a Corbyn, Sanders è un moderato. Ciò che una fazione
militante ha fatto al partito laburista oggi viene fatto non ai
democratici ma ai repubblicani. Con una differenza: i “ribelli”
repubblicani sembrano più estremi di Corbyn. Per non parlare di Sanders.
Il partito repubblicano rischia di finire nelle mani di fanatici che
considerano il compromesso all’interno del governo una forma perversa di
tradimento. Oltre ad essere radicali, gli aspiranti candidati
repubblicani sono persino più reazionari di Corbyn. I loro slogan
“riprendiamoci il Paese” o “rendiamo l’America di nuovo grande”
suggeriscono un ritorno a un passato immaginario in cui né il New Deal
né i diritti civili interferivano con la serenità dei virtuosi cristiani
bianchi. Anch’essi apprezzano l’“autenticità” (vedi Trump) e sono in
rivolta contro leader di partito considerati compromessi solo per aver
cercato di governare a Washington Dc.
È troppo presto per prevedere quale sarà il candidato presidenziale
repubblicano. Tuttavia catturare la guida di un partito è più facile che
essere eletto presidente degli Usa. Anche in Gran Bretagna pochi si
aspettano che Jeremy Corbyn vinca un’elezione nazionale; ecco perché il
suo partito è così disperato. Malgrado una campagna elettorale sino ad
oggi fiacca, e a dispetto di una diffusa percezione di inautenticità, o
di palese evasività, alla fine Hillary Clinton probabilmente unirà il
partito e ce la farà. Non perché le sue opinioni siano più convincenti
di quelle dei professionisti della politica del centrosinistra
laburista. Ma perché i suoi avversari appaiono peggiori.
(Traduzione di Marzia Porta)
Corbyn tiene le posizioni Fiscal Charter.
Il Labour vota contro la legge sul pareggio di bilancio, solo 21
blairiti votano con la maggioranza Tory. La norma (simile a quella
introdotta nella Costituzione dal governo Monti) è passato con 350 sì e
258 no (Labour, Snp e Verdi)di Leonardo Clausi il manifesto 16.10.15 LONDRA Che il compito di Jeremy Corbyn fosse impari, si sapeva. È come
se avesse conquistato la leadership dello stesso partito al quale si era
proposto come alternativa nella campagna per le primarie: ovvio che la
triplice alleanza non scritta di tories, moderati neolaburisti e media
mainstream gli avrebbe dato immenso filo da torcere.
Polarizzato fra la spinta sindacalista e militante dietro al segretario e
l’arroccamento contro di lui della maggioranza dei notabili del
Parliamentary labour party (Plp), il partito continua ad avere le
convulsioni.
Per curarlo, Corbyn e John McDonnell — il ministro ombra delle finanze
dipinto come «radicale» dai commentatori — devono camminare in bilico
sull’abisso che separa l’ala neoliberista del partito da quella
«neosocialista».
In economia, ciò implica fare necessariamente delle concessioni alla
vulgata della responsabilità fiscale così come propagandata dai tories e
dai blairisti. Questo per cancellare lo stigma mediatico di
spendaccioni negazionisti del deficit che sarebbe stato, sempre secondo
detta vulgata, causa principale della disastrosa sconfitta del Labour
alle ultime politiche.
(L’equivalente sul fronte internazionale è che il partito potrebbe
appoggiare l’intervento militare in Siria senza l’autorizzazione
dell’Onu, negata dal veto russo, giacché almeno 50 deputati si dicono
pronti a trasgredire la linea non interventista del segretario).
Una di queste concessioni, in questo caso sorprendentemente larga,
McDonnell l’aveva annunciata già prima del recente congresso di
Brighton.
Nella votazione parlamentare di mercoledì, aveva detto, il Labour
avrebbe appoggiato il cosiddetto Fiscal Charter, altrimenti noto come
Charter of budget responsibility: un obbligo legale a quel pareggio di
bilancio da sempre cavallo di battaglia del ministro delle finanze
Osborne, e in nome del quale i Tories proseguono gioiosi nello
smantellamento dello stato sociale.
Si tratta di una misura politica, travestita da economica. Non solo
impedirà per legge a futuri governi di spendere più delle proprie
entrate fiscali in condizioni di crescita; impegna quello attuale a
continuare a ridurre annualmente il debito in rapporto al Pil e a
raggiungere un avanzo di bilancio entro il 2019–20, da mantenersi
permanentemente fin quando un think tank creato dai tories, l’Office for
Budget Responsibility (Obr), avrà ritenuto sufficiente la crescita
dell’economia nazionale.
(In Italia questo identico risultato è stato raggiunto nel 2012 con il
famoso «pareggio di bilancio» approvato all’unanimità da Pd e Pdl e
inserito di corsa nell’art.81 della Costituzione dal governo Monti,
ndr).
Un obiettivo-feticcio che Osborne aveva promesso sarebbe stato raggiunto
quest’anno, che è stato bucato e probabilmente continuerà ad esserlo.
Ma soprattutto, utilissima nel produrre fratture fra il Plp e la
leadership.
Così, sorpassando a destra il partito un tempo guidato da Ed Miliband,
già piegato a un’austerity light, McDonnell rischiava di fare un regalo
ancora più grande a Osborne, che nel dibattito in aula prima del voto ha
esortato i parlamentari laburisti dissenzienti a votare con la
maggioranza, e addirittura a disertare le fila Labour per entrare nelle
loro, «il nuovo partito dei lavoratori».
Per Corbyn un danno di credibilità enorme verso la base che lo ha
eletto, e che avrebbe lasciato gli indipendentisti scozzesi del SNP soli
con i verdi a votare contro il Fiscal charter.
Ma il rinsavimento non è tardato.
Dopo aver parlato con alcuni operai metallurgici dello stabilimento SSI
Redcar, che in più di 2mila hanno appena perso il lavoro in seguito alla
chiusura definitiva dell’altoforno, McDonnell ha avuto una sacrosanta
illuminazione: in un precipitoso dietrofront ha annunciato giorni fa che
il partito avrebbe votato contro.
E mercoledì sera, con buona pace delle accuse d’incompetenza e
dilettantismo che puntualmente piovono su questa nuova dirigenza, il
Labour ha votato da partito laburista. Contro il Fiscal charter, anche
se è passato lo stesso (320 a 258).
Pur non potendo evitare del tutto la trappola di Osborne, Corbyn e McDonnell hanno tenuto la barra a dritta.
Il chief whip, il capogruppo, ha avuto il suo daffare, e le defezioni ci
sono state: 21, meno delle 30 previste. Nemmeno troppe per un serial
rebel come Corbyn, che ha sfidato il partito in centinaia di votazioni
ed è abituato al dissenso, anche contro di sé.
Tra le più eccellenti, quella della rivale alla leadership sconfitta, la
blairiana Liz Kendall, il gallese Chris Evans, l’ex-ministro ombra
delle finanze Chris Leslie, Jamie Reed e l’ex-ministro ombra
dell’istruzione Tristram Hunt.
Un confronto duro in aula, dopo quello tutto sommato soft tra Corbyn e
Cameron la stessa mattina di mercoledì alle «Prime minister questions»,
dove il leader dell’opposizione ha nuovamente sottoposto al primo
ministro casi reali d’indigenza provocata dalle misure del governo,
ripetendo il quasi surreale slittamento dei toni abituali di quel
contraddittorio.
Ma è stato anche un momento in cui la politica è sembrata riaffacciarsi
sugli scranni di Westminster, dopo un’assenza troppo a lungo riempita –
male — dall’amministrazione bipartisan di un tristo esistente. Martin Amis boccia Corbyn: «Un ignorante senza umorismo»
intervista di Fabio Cavalera Corriere 26.10.15 LONDRA Geniale, sempre controcorrente e provocatore, Martin Amis, lo è
di natura e di professione. Non risparmia niente e nessuno. Questa volta
la vittima nel mirino del fuoriclasse della letteratura contemporanea
inglese è Jeremy Corbyn. Il che sorprende perché lo scrittore ha sempre
manifestato le sue simpatie laburiste. Ma il nuovo leader non gli va
proprio a genio. La pagella è da bocciatura imbarazzante: ignorante,
privo di senso dell’umorismo, un tipo di terz’ordine. Insomma, un vero
disastro. Al punto che col laburismo di tale specie, Martin Amis intende
rompere i ponti.
L’occasione gli viene offerta dal Sunday Times che ne ospita un lungo
articolo, irrisorio e cattivo. E lo si capisce dall’incipit: «Quando
avevo 10 anni, il sabato mattino, mi accucciavo vicino alla radio per
ascoltare le canzoni dei bambini». La preferita di Amis era «Carbon the
Copy Cat» cantata da Tex Ritter, un texano che pronunciava Carbon come
«Carbin». Carbon non era che un «maledetto e sciocco felino che vuole
imitare animali di diverse specie». E Carbon è Carbin ovvero Corbyn.
Il ritornello della canzone viene ripetuto da Amis: «Come una pecora
cerca di belare, come un uccello cerca di cinguettare, come un cane
cerca di abbaiare. Prova e riprova… gli esce sempre miao». Quel gatto
«maledetto e sciocco» per Amis è proprio Jeremy Corbyn che «ha imparato
presto nella vita a dire miao e mai gli capitato di dire qualcosa
d’altro».
È il pollice verso di un intellettuale che ha frequentato i circoli
della sinistra sindacale britannica. E che ancora poco tempo fa
dichiarava al Daily Telegraph : «È profondamente radicata in me la
convinzione che non potrei mai votare per i conservatori. Ricordo quando
venni negli Stati Uniti e avevo nove anni. Chiesi a mia mamma qual era
la differenza fra i repubblicani e i democratici e lei mi rispose che a
noi piacciono i democratici perché sono come i laburisti in
Inghilterra». E diventò per davvero laburista.
Ma i tempi corrono e gli schemi ideologici di una volta si consumano,
hanno bisogno di aggiustamenti. Martin Amis non ha mai cambiato sponda
però si è spostato al centro ammettendo pure una certa stima per David
Cameron, senza però votarlo. Lo strappo definitivo dell’autore de «La
zona d’interesse», «Dossier Rachel», «Guerra contro i cliché», per
citare le ultime opere pubblicate in Italia da Einaudi, è arrivato
improvviso.
Una sciabolata al laburismo di Corbyn al quale rinfaccia di tutto. Non
solo l’essere rimasto vincolato a politiche anni Settanta. L’attacco di
Amis colpisce il neoleader su più fronti: «Corbyn dice che gli piace
leggere e scrivere… il suo curriculum intellettuale dà l’impressione di
rigidità, non è curioso». È «undereducated», in parole semplici: di
scarsa cultura o ignorante. E gli fa difetto una delle virtù degli
inglesi, il senso dell’umorismo.
Condanna senza appello. E il finale dell’articolo, come nello stile di
un personaggio definito il «Mick Jagger della letteratura inglese», è la
peggiore delle provocazioni per Corbyn: «È facile immaginare
l’evoluzione del laburismo verso ciò che sarà l’equivalente dei
repubblicani americani, disperati, retrogradi ed egocentrici… sempre più
ostili alla democrazia e non meritevoli di un solo voto». Il capo di stato maggiore contro Jeremy Corbyn Regno unito. Polemica dell’esercito contro il pacifismo del leader Labourdi Leonardo Clausi Il manifesto 11.11.15 LONDRA Avere una costituzione non scritta è assai ecologista, permette
un prezioso ed encomiabile risparmio di carta. Ma provoca anche effetti
imprevisti e indesiderabili, come lo scontro di qualche giorno fa tra
Jeremy Corbyn — che nonostante sia stato fasciato in frac istituzionali e
forzato a indossare papaveri di plastica (i beneficenti «poppies» in
solidarietà ai caduti di tutte le guerre) sul bavero della giacca, si
ostina a mantenere le sue intollerabili posizioni antinucleariste — e il
capo di stato maggiore dell’esercito Nicholas Houghton.
Domenica mattina, ospite di Andrew Marr ai microfoni della Bbc, Houghton
si è detto «preoccupato» che Corbyn diventi Primo ministro qualora
quest’ultimo persista nella sua determinazione a «non sganciare la
bomba» per proteggere la patria che si trovi in pericolo nucleare.
L’attacco, che si riferisce alla dichiarazione fatta dal segretario
neoeletto alla Bbc settimane orsono e che ha provocato scalpore dentro
la destra Labour, oltre naturalmente a tutti i media moderati, è
l’ennesimo siluro sparato dall’establishment britannico alla nave
laburista, in acque assai movimentate sin da quando il filopacifista
ex-deputato di Islington North è finito al timone.
Cosa grave davvero, perché in ogni repubblica liberal democratica che si
rispetti, i militari dovrebbero obbedire alla volontà popolare. Si
tratta di un assioma teoricamente inviolabile nell’Occidente sviluppato e
mai nella sua lunga storia un rappresentante della culla del
parlamentarismo si era permesso di andare così lontano. Ma prevenire è
meglio che curare, si saranno detti nel regio esercito davanti alla
prospettiva innominabile che Corbyn possa avvero vincere le elezioni.
Segno che non la reputano poi tanto una missione impossibile.
Altrettanto possibile David Cameron considera la sua, di missione. Così
ha definito il primo ministro la rinegoziazione della presenza del Regno
Unito nell’Unione europea contenute in una letterina indirizzata al
presidente del Consiglio d’Europa Donald Tusk presentata martedì a
Chatham House. Risibilmente contestato il giorno prima a un congresso di
businessmen da giovanissimi imprenditori in acne e cravatta della Leave
campaign, uno dei due comitati per l’uscita dall’Ue, il Primo ministro
ha formalmente reiterato i petulanti desiderata britannici per
Bruxelles.
È una lista della spesa riassumibile in quattro punti: proteggere il
mercato unico europeo, — e quindi il bengodi finanziario tra le
principali cause del crash del 2008 — che è la City di Londra, cosicché i
19 paesi dell’eurozona non si avvantaggino a scapito di quelli che non
ne fanno parte; una maggiore competitività economica, ovvero più
laissez-faire e deregulation ancora non ben definiti, ma la cui adozione
avrebbe le solite ricadute nefaste sul lavoro (anche se i diritti dei
lavoratori non sono ancora stati presi specificamente di mira: e questa è
questione dirimente anche per lo schieramento per il sì o il no
all’interno del Labour ); proteggere il Regno Unito dalle conseguenze di
un’Unione «sempre più stretta» implicita nel Trattato di Roma, che
finirebbe per sottrarre sovranità.
E infine il quarto e più urgente, perché trampolino dell’offensiva alla
sua destra sferrata dall’Ukip e dei suoi backbenchers euroscettici più
sfegatati: la restrizione all’accesso di migranti economici dell’Ue ai
sussidi del welfare per i primi quattro anni dal loro ingresso.
Restrizione giustificata da Cameron in toccanti termini umanitari:
l’emorragia di lavoratori qualificati finirebbe per ostacolare lo
sviluppo dei paesi di provenienza. Nel discorso di accompagnamento alla
lettera ha poi aggiunto di voler eliminare lo Human Rights Act
introdotto dal Labour, che rappresenterebbe un’intollerabile ingerenza
della Corte europea dei diritti umani in questioni esclusivamente
pertinenti alla giurisprudenza nazionale.
Quello che Napoleone Bonaparte riteneva fosse un insulto, quando
sprezzante tacciava gli inglesi di essere una «nazione di bottegai», per
Cameron è ovviamente un complimento. Lo dimostra la retorica del suo
discorso, abbondante di «approccio pratico e non ideologico», «di testa e
non di cuore». Deluderemo i partner europei, ma che ci volete fare, noi
siamo e siamo sempre stati così: rigorosamente pratici, coi piedi per
terra, demistificatori naturali.
A cinque minuti dall’aver pronunciato il suo discorso, è stato attaccato
dalla destra del partito per non aver osato abbastanza,
dall’ex-presidente del parlamento Europeo Juncker, (del quale Cameron
aveva cercato in tutti i modi di boicottare l’elezione) che ha definito
la richiesta di bandire ogni futura riforma «assai problematica» e da
quello in carica, Martin Schulz, che ha definito potenzialmente illegali
le misure restrittive nei confronti dei migranti europei.
Siria, il Labour sotto le bombe Via libera
ai Tornado. Londra va alla guerra. Batosta annunciata per Corbyn: il
premier Cameron trionfa in aula grazie ai voti laburisti. Raf subito in
azione. L’ex capo dell’intelligence militare Flynn accusa: «Nessuna
strategia coerente»di Leonardo Clausi il manifesto 4.12.15 LONDRA L’aula non aveva ancora finito di applaudire l’eroica prolusione
con cui il figlio segreto (nel senso che fino a ieri non lo conosceva
nessuno) di Tony Benn, Hilary, metteva il suggello del Labour a una
maggioranza che Cameron non si sognava neppure, che già i Tornado
scaldavano i motori. Mercoledì sera, con 397 sì contro 223, la camera
dei Comuni ha dato la sua robusta approvazione all’intervento, non senza
nel frattempo distruggere l’unità parlamentare dei laburisti, cui
Corbyn aveva dovuto concedere la libertà di voto secondo coscienza. Con
un discorso roboante che pigramente accostava Daesh al fascismo di
Franco, Mussolini e Hitler e il cui scopo era scippare a Cameron la
leadership interventista e a Corbyn quella del partito, il
ministro-ombra agli Esteri Benn è finalmente uscito dall’ombra.
Per Corbyn si tratta di una batosta già scritta: grazie anche alla
romanza bellicista cantata da Benn, che enfatizza la spaccatura al cuore
parlamentare del Labour e deve aver convinto vari indecisi dell’ultimo
momento, sono stati in 66 dei suoi ad autorizzare gli attacchi aerei,
contro 152 contrari. Più contenuto il danno nel governo-ombra, dove i no
sono stati 17 contro gli 11 sì. Anche per questo Cameron deve aver
ridotto da due a uno i giorni da dedicare al dibattito: i sondaggi
indicano che, col passare dei giorni, l’umore del paese stava
spostandosi dall’appoggio incondizionato del dopo-Parigi a una sempre
più diffusa esitazione.
I primi obiettivi militari, raffinerie del Daesh in territorio siriano,
sono già stati colpiti all’alba di giovedì: le incursioni della Raf sono
partite dalla base di Akrotiri, a Cipro, dove al momento ci sono solo
otto velivoli, due Tornado e sei Typhoon, ma altri ne stanno arrivando.
Carichi di missili che dovrebbero fare la differenza, secondo Cameron e
il suo ministro della difesa Michael Fallon. Sono i gioielli
dell’arsenale nazionale, missili che nemmeno quelli americani possono
vantare: i Brimstone, 140mila euro l’uno, che vedono e seguono il
bersaglio come una muta di segugi. Per limitare le vittime civili, di
cui i russi non si curano più di tanto.
«Bisogna colpirli prima che colpiscano noi, tanto siamo già un
obiettivo» è stato il mantra dei Tory per tutto il dibattito. E così
inizia la terza guerra a distanza di Cameron, la quarta della Gran
Bretagna dal 2000. Nessuno sa quando finirà naturalmente, c’è chi parla
di almeno tre anni di campagna, ma non è il momento di porsi simili
domande disfattiste, minano il morale dei piloti. A un certo punto
bisognerà passare a vie di fatto sul territorio, e per questo Cameron
conta sui 70mila combattenti «moderati» – ricorrente parola feticcio —
che in realtà sono frammentati in gruppi con agende spesso in conflitto.
Proprio l’effettiva esistenza e affidabilità di questi combattenti era
alla base dei dubbi di chi era indeciso o contrario all’intervento, una
questione direttamente legata anche alle prospettive di chi andrà a
riempire il vuoto lasciato dallo stato sedicente islamico. Per ora,
l’obiettivo minimo è quello di «degradare» le capacità militari di
Daesh, anche perché Cameron non può parlare di uno straccio di linea.
Per citare letteralmente il Guardian, che ha chiesto al neopensionato
generale americano Mike Flynn, ex capo della Defense Intelligence Agency
circa l’esistenza di un piano strategico: «No, no. Non ne abbiamo
affatto. Tutto è incoerente e frammentario».
Il massacro di Parigi ha finalmente dato al primo ministro quello che
voleva da mesi: il mandato parlamentare ai bombardamenti che solo
un’aula bipartisan poteva assicurargli. Ora il premier può dire di non
esser stato da meno dei suoi alleati Hollande, Erdogan e Obama, le cui
rispettive aviazioni rischiano di collidere con quelle iraniane, russe e
di altre democrazie liberali in un’operazione militare che è quasi
eufemistico definire incerta. Di aver ribadito il ruolo militare e
strategico, ancor prima che diplomatico, di una Gran Bretagna che
proprio non vuole imparare dagli errori recenti in Iraq, Afghanistan e
Libia. E di essere naturalmente al fianco di Parigi nella guerra contro
il «culto della morte».
Ora si teme un redde rationem laburista interno, con i centristi che
denunciano una caccia alle streghe: Ken Livingstone, che ultimamente ha
fatto delle uscite ben poco tattiche, ha dichiarato il suo sostegno alla
de-selezione di chi ha votato per l’intervento. Dal canto suo, Corbyn
ha condannato i cyber-insulti ricevuti da alcuni deputati favorevoli
all’intervento.
Quel voto con i tories per sedurre la sinistra di John Lloyd Repubblica 4.12.15 ADESSO Jeremy Corbyn ha un contendente: Hilary Benn. Paradossalmente,
Benn si è trovato in questa posizione dopo essersi schierato con i
conservatori al governo.
Fino a quando mercoledì non ha pronunciato il suo discorso –
esprimendosi a favore della proposta del governo che autorizza la Royal
Air Force a bombardare le postazioni dell’Is in Siria – a sinistra il
lamento di coloro che pensano che la leadership di Corbyn danneggerà il
partito era che non c’era nessuno disposto a competere contro di lui.
Gli altri candidati alla leadership dei laburisti – Tristram Hunt, ex
docente universitario, e Chuka Umuna, ex banchiere – non sono ancora
emersi come poli di influenza distinti all’interno del partito. Benn,
invece, lo ha fatto.
Prospettando l’esigenza di attaccare l’Is in termini di “attacco al
fascismo”, ha fatto riferimento sia all’orgoglio britannico per il ruolo
assunto nella Seconda guerra mondiale sia alle motivazioni che stanno
dietro la necessità da parte della sinistra di farsi coinvolgere in
questa guerra.
Quale persona di sinistra negherebbe la necessità di combattere il
fascismo? Con un unico discorso, Benn ha fatto sembrare Corbyn e i suoi
alleati uomini e donne timorosi di affrontare chi rappresenta una
minaccia per tutto il mondo. E vi è un altro aspetto paradossale: Benn è
figlio di un famoso politico laburista, Tony Benn, che negli anni
Settanta e Ottanta guidò l’ala più a sinistra del Labour. Ebbene: Tony
Benn sarebbe stato sicuramente al fianco di Corbyn.
Come si è visto, circa 69 parlamentari laburisti hanno votato con Benn e
il governo, dando a quest’ultimo una maggioranza ampia. Benn si è
esibito in un discorso fatto con passione. Jeremy Corbyn al confronto è
un oratore mediocre, nei suoi discorsi fa quasi sempre affidamento su
fogli e foglietti di varia lunghezza e piace soltanto a coloro che già
lo appoggiano. La sua forza è quella di parlare “dal cuore”, ma
mercoledì Benn ha dimostrato come si fa a parlare veramente dal cuore:
usando la testa.
Se Benn intende continuare a mietere successi deve riflettere con
attenzione sulla prossima mossa perché Corbyn dietro di sé ha il partito
e tutti i nuovi giovani membri che vogliono portare il Labour più a
sinistra.
Sfidare tutto ciò è rischioso: un esercito di attivisti potrebbe
sollevarsi contro di lui. Dal canto suo Corbyn deve iniziare a vincere. E
con ciò intendo seggi in parlamento, elezioni regionali, le
amministrative. Il risultato delle elezioni straordinarie di Oldham,
città nella quale il Labour difendeva la maggioranza, sarà un banco di
prova. Più importanti ancora le elezioni per l’assemblea regionale
scozzese della prossima primavera. Se la mancanza di popolarità di
Corbyn nel paese si rifletterà in una perdita di voti sarà arrivato il
momento di Benn, se egli riuscirà a coglierlo.
(Traduzione di Anna Bissanti)
“L’Is è fascista” E nel Labour vola la stella di Hilary Benn “Disprezzano noi, i nostri valori, la nostra democrazia. Bisogna sconfiggerli” Hilary
Benn, ministro degli esteri ombra del Labour, figlio di un noto
deputato oscura Corbyn appoggiando i raid e potrebbe insidiarne la
leadershipdi Enrico Franceschini Repubblica 4.12.15 LONDRA – E’ nata una stella nel partito laburista britannico. Laburismo e
politica ce li ha nel sangue: perché il 62enne Hilary Benn è figlio di
Tony Benn, leggendario deputato e ministro laburista scomparso nel 2014,
tra l’altro famoso per avere fatto passare una legge che gli consentì
di rinunciare al titolo di visconte, frutto delle sue aristocratiche
origini (ed erano parlamentari, come se non bastasse, anche nonno e
bisnonno). Ma soltanto mercoledì sera, quando ha preso la parola verso
la fine del dibattito alla camera dei Comuni sui bombardamenti in Siria,
Benn junior ha brillato nel firmamento della sinistra britannica come
mai prima. Un intervento “elettrizzante”, lo definisce la stampa di
Londra, una retorica che qualcuno paragona a Winston Churchill. «Noi
laburisti e in generale noi britannici non ci siamo mai spostati
sull’altro lato della strada per evitare una minaccia», ha detto Hilary
Benn. «Non abbiamo avuto paura dei fascisti. Li abbiamo combattuti
arruolandoci nella Brigata Internazionale contro il dittatore Franco. Li
abbiamo combattuti affrontando Adolf Hitler e Benito Mussolini. E oggi
nei fanatici dell’Is abbiamo di fronte un nuovo Fascismo. Un fascismo
che disprezza noi, i nostri valori, la nostra democrazia. E quel che
sappiamo dei fascisti è che bisogna sconfiggerli».
Quando si è rimesso a sedere, forse è rimasto lui stesso sorpreso dallo
scrosciante applauso risuonato nel palazzo di Westminster: un tripudio
raro nella solitamente compassata camera bassa del parlamento. «In
quest’aula non capita spesso di ascoltare un discorso così», si è
complimentato subito il ministro degli Esteri conservatore Philip
Hammond. Del quale Benn è la controparte, rivestendo l’incarico di
ministro degli Esteri nel “governo ombra” (faccenda presa molto sul
serio da queste parti) dell’opposizione laburista. L’opinione dominante
dei commentatori britannici, il giorno dopo, è che a questo punto Benn
non mira più a prendere il posto di Hammond in un futuro governo
laburista, insomma a fare il ministro degli Esteri sul serio, bensì a
rimpiazzare Jeremy Corbyn, che si è opposto ai raid, come leader del
Labour e candidarsi a primo ministro nelle elezioni del 2020.
Ex-politico locale ed ex-sindacalista, deputato dal 1999, ministro nei
governi di Blair e Brown, “Ilario” (si direbbe in italiano) Benn non era
sgradito a Corbyn, pur senza esserne un fedelissimo, fino a quando lo
ha sfidato ai Comuni schierandosi a favore dei raid in Siria,
convincendo un terzo dei deputati laburisti e quasi metà dei ministri
del governo ombra a votare con lui per i bombardamenti. Non è di
sinistra come il padre Tony, di cui Corbyn si sente discepolo, ma
neppure blairiano doc. Non è giovanissimo, ma comunque più giovane del
66enne Corbyn. Se da qui al 2020 il partito sfiduciasse Corbyn, secondo i
sondaggi amato da giovani e militanti ma non dalle masse, forse il
Labour ha trovato il salvatore dalla “lenta agonia” – previsione del
Financial Times – verso cui lo porta la svolta radicale avviata dal suo
contestato leader attuale.
Risvolto Ecologia e libertà
è un libro straordinariamente anticipatore. In esso la crisi della
natura non si pone come esterna all'economia, alla società, alla
politica; ne è semmai il volto estremo, il sintomo inaggirabile,
l'ingiunzione cui non ci si può sottrarre procrastinando. André Gorz è
tra i primi a chiederci di pensare la questione ambientale nella sua non-autosufficienza,
nella sua impossibilità a spiegarsi da sé: essa dischiude infatti una
crisi del produttivismo occidentale e del capitalismo industriale che
possiede un'origine storica e che richiede una soluzione politica.
Tale soluzione, peraltro, non fornisce alcuna garanzia sulla
desiderabilità o meno del suo esito: il testo torna a più riprese sul
rischio concreto di una deriva tecnofascista, cioè di una risposta
autoritaria alle sfide ecologiche. Il degrado degli equilibri biosferici
schiude infatti uno scenario fortemente polarizzato: alla tentazione
dispotica deve far fronte un progetto sociale complessivo capace di
coniugare la sostenibilità ambientale e l'autonomia individuale e
collettiva. Il nesso tra ecologia e libertà, dunque, non si dà in natura
– non sta nelle cose: bisogna produrlo, curarlo, difenderlo. In ultima
istanza, l'ecologia politica di André Gorz è immaginazione pratica
di un futuro non segnato dall'imperativo capitalistico della
massimizzazione del profitto ad ogni costo. Sta in questo la sua più
profonda attualità.
Dentro i limiti naturali del profitto
Saggi. Riproposto da Orthotes «Ecologia e libertà» di André Gorz. Un libro anticipatore della critica all’ideologia dello sviluppo, ma incline a un facile comunitarismo
Gennaro Avallone Manifesto 29.9.2015
Ecologia e libertà di André Gorz è stato riproposto in italiano da Orthotes, questa volta con un titolo fedele all’originale, 38 anni dopo la sua prima pubblicazione, a cura di Emanuele Leonardi, ricercatore dell’Università di Coimbra. Il testo è parte della ampia produzione dello studioso francese, che ha avuto sempre al suo centro la critica dei rapporti sociali capitalistici. L’obiettivo principale del libro è quello di sostenere la necessità della fuoriuscita dai vincoli della logica dell’accumulazione capitalistica, orientata, specialmente nella fase postindustriale guidata dall’automazione, a subordinare tutta la vita, umana e non umana, ai suoi principi di funzionamento. Un testo, come riconosciuto giustamente dal curatore, anticipatore, perché individua trasformazioni ancora acerbe, che si sono dispiegate nei decenni successivi. Un testo, però, come ancora Emanuele Leonardi sottolinea, che è anche antiquato, soprattutto perché propone alternative che si sono dimostrate storicamente non sufficienti.
Riduzione delle merci
Ecologia e libertà si inserisce nella fase ecologico-politica della ricerca di Gorz, sviluppata tra il 1973 ed il 1978, parte di un più generale movimento che, proprio in quegli anni, aveva iniziato a riarticolare il rapporto tra analisi marxista e questioni socio-ecologiche. In Italia, un momento importante di questo movimento, sul piano della critica intellettuale, si registrò nel 1972, con la pubblicazione de L’imbroglio ecologico di Dario Paccino, edito da Einaudi. Questo libro, una profonda critica all’ambientalismo istituzionale ed all’uso capitalistico della natura, evidenziava quanto il nesso natura-capitale fosse fondamentale per i processi di accumulazione capitalistica così come per le prospettive della lotta di classe. Paccino contribuì ad introdurre una radicale novità nel pensiero marxista italiano, insieme alle ricerche di altri studiosi e militanti, da quelle sulla malaria urbana di Giovanni Berlinguer a quelle sui nessi tra scienza, malattia, salute e capitale di Giulio Maccacaro, elaborate in connessione con le lotte operaie e popolari in corso contro le nocività dentro e fuori le fabbriche, contro lo scambio tra salario e salute e sui temi del governo del territorio.
André Gorz fu parte attiva di questo movimento, individuando nella prospettiva dell’ecologia politica un’alternativa, ancora oggi valida e da approfondire, fondata sulla riduzione invece che sulla crescita della produzione materiale, interrogandosi non solo sul come ma anche sul cosa produrre. Gorz analizzò non solo la tendenza alla sovrapproduzione propria del capitalismo, ma anche la propensione alla crisi da riproduzione dell’ambiente che il capitale si trova ad affrontare quanto più accelera il processo di accumulazione, al fine di continuare ad appropriarsi di nuove risorse naturali a costi bassi. In altre parole, Gorz individuò la difficoltà propria del capitale di garantirsi l’uso a buon mercato della natura necessario alla sua riproduzione allargata, una difficoltà già riconosciuta da Marx, ed approfondita successivamente dall’approccio dell’ecologia-mondo proposto da Jason W. Moore, che vede nella crisi da sottoproduzione delle materie prime un limite costitutivo della dinamica capitalistica.
Il riferimento alla crisi ecologica del capitalismo non è, tuttavia, neutrale nell’analisi di Gorz, che sottolineò come affidarsi all’ecologia potesse aprire la strada anche a forme autoritarie di governo delle crisi ambientali e delle relazioni socio-ecologiche. Gorz propose, invece, un’ecologia politica, cioè la determinazione di una strategia e di processi di liberazione dell’umanità e della natura dai vincoli della produzione capitalistica. Seguendo l’alternativa proposta da Ivan Ilich, tra la necessità della convivialità ed il pericolo della deriva al tecnofascismo, Gorz individuò l’orizzonte della liberazione nella costruzione di una vita individuale e relazionale fuori dai rapporti di capitale. Il centro della proposta di Gorz sta nella riappropriazione e nell’ampliamento degli spazi di autonomia fuori dalle relazioni di dominio alimentate dagli apparati economici, tecnologici e statuali. Come farà anche negli anni seguenti, in connessione con altre questioni, soprattutto con quelle relative alla redistribuzione dei tempi di lavoro ed al senso della vita economia, Gorz proponeva di ampliare il più possibile la sfera delle attività autonome, restringendo al massimo lo spazio di quelle eteronome, quelle gestite e decise dalle forze sistemiche di Stato e capitale.
Spazi di autonomia
Questa proposta, e qui c’è il lato antiquato del libro e dell’intero percorso di Gorz, si è scontrata, sin da subito, con la possibilità di costruire un fuori autonomo dai rapporti e dalla logica del capitale. A guardarla oggi, invece, la praticabilità di questa alternativa si scontra direttamente con gli esiti delle esperienze storiche nate dalla costruzione di spazi organizzati di autonomia. La deriva imprenditoriale e parastatale del terzo settore e del volontariato, ad esempio, così come i fallimenti o la fortissima marginalità degli esperimenti di vita comunitari che si sono dispiegati negli ultimi trenta anni, mostrano, alla prova dei fatti, i limiti strutturali e politici di questo tipo di alternativa. Ciò non significa, tuttavia, negare la rilevanza dell’analisi di Gorz, la cui immaginazione di possibili futuri al di là della logica capitalistica della crescita e del profitto continua a preservare una fortissima attualità ed utilità analitica e politica.
Su Gramsci si è scritto di tutto. In particolare la pubblicistica revisionista si è a lungo esercitata sulla sua figura, creando un vero e proprio genere letterario col quale si è fatto a gara a chi la sparava più grossa. Si è letto così, soltanto per fare qualche esempio, di un Gramsci convertito al cattolicesimo in punto di morte; o lasciato morire in carcere non già per volontà di Mussolini ma per desiderio del suo sodale Togliatti il quale, secondo altre versioni, avrebbe poi occultato un misterioso quaderno nel quale Gramsci avrebbe rinnegato le sue idee comuniste.
Ma le invenzioni non sono appartenute soltanto alla compagine revisionista. Anche gli apologeti di Gramsci, legati in particolare al Partito comunista italiano, hanno contribuito, sebbene molto meno sul piano quantitativo, a produrre storie finalizzate a irrobustire una mitologia già di per sé non difficile da creare. E una recente ricerca di una giovane storica torinese, Lorena Barale, pubblicata sull’autorevole rivista Quaderni di storia diretta da Luciano Canfora, smentisce proprio uno di questi miti.
Mario Montagnana, che di Gramsci era stato collaboratore a Torino, aveva raccontato nelle sue memorie che il primo arresto del leader comunista era avvenuto nel luglio del 1919 quando, per ordine del presidente del Consiglio (e ministro dell’Interno) Francesco Saverio Nitti, erano stati effettuati una serie di fermi preventivi tra le file dei militanti della sinistra per impedir loro di partecipare a un importante sciopero. Ora invece scopriamo, grazie alla ricerca di Barale nei registri dell’ex carcere Le Nuove, che Gramsci nel luglio del ’19 non fu affatto arrestato. Se questa scoperta non cambia il modo di «guardare» a Gramsci, può essere però utile sia per inserire un nuovo tassello in una biografia che aspetta ancora di essere scritta, sia per immergerci nei meccanismi di creazione delle mitologie politiche nel Novecento. Montagnana, infatti, non voleva mistificare nulla; voleva soltanto aggiungere una punta di eroismo in più a un uomo in carne e ossa che un eroe lo era stato per davvero.
Una rassegna di articoli che, soprattutto da sinistra e tranne alcune eccezioni, stentano a fare i conti con la realtà e si rifugiano nella dimensione dell'utopia e dell'eresia.
E' normale e giusto che sia così, oggi. Meno normale e giusto è che sia così tutti i giorni, anzitutto per rispetto verso il suo pensiero politico e la sua figura storica [SGA].
NON VOGLIAMO MORIRE INGRAIANISergio Cararo Editoriale di Radio Città Aperta 12 Maggio 2004 Le dichiarazioni su Cuba rilasciate da Pietro Ingrao al Corriere della
Sera, dichiarazioni piuttosto banali, hanno dissipato in poche battute
le parole per cui avevamo guardato con rispetto a Pietro Ingrao lo
scorso anno. Commentando l’invasione dell’Iraq, Ingrao aveva detto che
“la resistenza contro l’occupazione è la prima condizione per la pace”.
Parole chiare, una volta tanto, che avevano avuto una funzione
pedagogica positiva verso le migliaia di giovani che si stavano battendo
in tutta Italia contro una guerra illegale e coloniale. Ma le cose
dette su Cuba al Corriere della Sera nella cornice di un congresso –
quello del Partito della Sinistra Europea – che gli aveva dedicato una
vera ovazione, ci hanno restituito l’Ingrao di sempre. Non una parola
sulla minaccia ormai reale di un’aggressione statunitense contro Cuba ma
banalità sulle spiagge e i bagnini di Stato a Cuba, banalità che
dovrebbero portarci a dire di non doverci più opporre alla
privatizzazione dei litorali come invece fanno giustamente tanti
compagni della sinistra nelle varie amministrazioni locali.
Pietro Ingrao è tornato così ad essere un “leader morale” della sinistra
verso cui molti hanno sempre mostrato una indulgenza mal riposta e
superiore alla qualità del personaggio. Lo fecero i fondatori del
Manifesto, abbandonati da Ingrao quando il PCI decise la loro
espulsione. Lo fecero migliaia di militanti della sinistra del PCI, che
vedevano in lui una opposizione al compromesso storico che non si è mai
manifestata come tale. Lo ha fatto per anni il quotidiano Il Manifesto,
che lo ha intervistato ossessivamente e sistematicamente per anni anche
quando Ingrao non aveva nulla di importante da dire al popolo della
sinistra. Lo hanno fatto i militanti che diedero vita a Rifondazione
Comunista mentre Ingrao rimaneva dentro il PDS scaturito dalla svolta
della Bolognina e dall’ultimo congresso del PCI. Ma c’è un altro
fattore che ci porta a dire pubblicamente che noi, militanti nomadi o
semplici attivisti di una sinistra antagonista che si rivendica ancora
come tale, “non vogliamo morire ingraiani”. E’ la coincidenza quasi
ossessiva con cui giornali e opinionisti ci dicono che, ogni svolta
liquidazionista del nostro patrimonio storico e politico viene benedetta
da “padri nobili della sinistra” come Pietro Ingrao e Vittorio Foa, due
personalità agite strumentalmente come “vecchi innovatori” contro
giovani conservatori. Quali sono i risultati positivi per la sinistra
italiana che Ingrao o Foa possono rivendicare come propri? A ben
guardare non ce n’è uno che abbia retto alla realtà dei fatti né ai
grandi cambiamenti invocati come “madri di tutte le svolte”. La
nostra storia, dentro la sinistra italiana, è storia diversa da quella
di Pietro Ingrao e con la sua non si è mai incontrata. Forse per questo
ha retto al tempo, alla crisi della sinistra e al politicismo dominante.
Il patrimonio storico del movimento operaio continuiamo a sentirlo
ancora come nostro e guardiamo ai fallimenti delle suggestioni
dell’iconoclastia di sinistra non solo con distacco ma con la pretesa di
costruire ad essa ipotesi alternative. Se qualcuno volesse appiopparci
come padri storici Pietro Ingrao e Vittorio Foa dichiariamo apertamente
di volerci considerare volentieri orfani. La nostra è un’altra storia,
un altro approccio, un’altra prospettiva nella lotta per la
trasformazione sociale, una prospettiva che affonda le radici nella
storia del movimento di classe in Italia e nel mondo, Cuba inclusa. E’
in questa prospettiva che non abbiamo mollato e non intendiamo mollare
sul piano della lotta politica, sindacale, culturale anticapitalista ed è
in questa prospettiva che ci auguriamo di poter vedere e costruire
presto una sinistra in Italia e in Europa che non abbia voglia di
“morire ingraiana”.
Il comunista irriducibile sempre a sinistra della realtàStaliniano finché Stalin visse, fu un compagno senza mai dubbi. Diresse "l'Unità", presiedette la Camera, non voleva cambiare il PciMario Cervi - Il Giornale Lun, 28/09/2015
Rossana Rossanda “Per proteggere il partito rinunciò a cambiare la storia”
GIOVANNA CASADIO ROMA Repubblica «Quando ha compiuto i cento anni la scorsa primavera, Pietro Ingrao è stato celebrato come un grande italiano punto e basta. Ma Pietro ci teneva a essere definito un comunista, e io è così che lo voglio ricordare…» Rossana Rossanda, raggiunta nella sua casa di Parigi dalla notizia della morte di Ingrao, ripensa alla sinistra alle sue spalle, a quel lungo tratto di storia fatto di conflitti e condivisioni. La cofondatrice del manifesto fa di Ingrao un ritratto commosso e inedito. Rossanda, quale sentimento prova? E un’epoca che si chiude…
«Assolutamente sì, è un’epoca che con lui finisce ».
Cosa di Ingrao in questo momento vuole ricordare?
«Il suo modo di porsi delle domande, gli interrogativi. Talvolta anche esagerati. Talvolta lo hanno bloccato nelle scelte».
Ingrao disse poi di essersi pentito di avere votato per l’espulsione dal Pci di voi del gruppo del “manifesto”. Ammise che gli era mancata “l’immaginazione e il coraggio” per seguirvi?
«Affermò che si trovò solo nelle battaglia e che noi l’avevamo abbandonato. Non andò così».
Lei gli rimproverò di non essere stato abbastanza determinato?
«Si. Penso che sarebbe stata un’altra strada per il movimento comunista italiano se lui avesse attaccato il partito di Occhetto di cui non condivise la svolta. Non che il coraggio gli mancasse ma a prevalere fu la volontà di proteggere il partito, che per lui non era solo il gruppo dirigente ma qualche milione di persone che si sentivano rappresentate. Davvero tutta la storia di Rifondazione comunista sarebbe stata diversa e forse a sinistra dell’allora Pci ci sarebbe stata un voce più forte di quella di Garavini e di Bertinotti. Ma Pietro non lo volle fare».
Cosa era il comunismo per Ingrao?
«Cosa fosse nei suoi pensieri non lo so. Dello sviluppo dell’Urss, della Cina e di Cuba non abbiamo mai parlato, né lui ha scritto nulla. Però va fatta un’osservazione: la storia del comunismo reale di questi paesi non l’ha fatta lui come non l’ha fatta nessuno di noi. Se la storia è andata come è andata, chiunque di noi oggi può dire “forse ho sbagliato anche a tentare”. A Pietro non è venuto mai questo dubbio, di avere cioè sbagliato anche a tentare».
Della parola comunismo voleva preservare il valore evocativo?
«Non credo, piuttosto ritengo che lui pensasse che fosse il solo modo di uscire da una crisi molto grave della società contemporanea».
Una cosa che vale anche per lei?
«Per me sì. Ciascuno alla domanda risponde diversamente. Oggi la gran parte dei movimenti di base vengono da tradizioni diverse».
Quale episodio le piace ricordare di Ingrao?
«Ingrao era il punto di riferimento di una grossa sinistra interna nel Pci negli anni Sessanta. Era un fronte molto più vasto di quanto non fossimo noi “eretici” del manifesto , ogni volta che prendeva la parola era sommerso dagli applausi. Fu così anche nel congresso in cui tutta la direzione del Pci lo isolò. Fu messo rispettosamente ma completamente da parte. Mi piacerebbe sapere se Berlinguer, quando capitò a lui in seguito di trovarsi solo, non si sia chiesto se aveva fatto un errore grave ad allontanare Ingrao. Perché Ingrao non era un estremista, ma un uomo politico molto moderno, un riformista determinato, uno che avrebbe fatto ordine nel partito non camminando sui cadaveri».
Ma di Ingrao a lei cosa piaceva?
«Il bisogno di capire al di là delle formule».
Cosa vuol dire oggi essere di sinistra?
«Ma cos’è la sinistra? La bussola dell’uguaglianza non c’è quasi nessuno che ce l’abbia. Non c’è più una differenza tra una posizione di centrodestra e una di centrosinistra, Renzi ne è un esempio folgorante ».
La grande eresia
di Guido Crainz Repubblica 28.9.15
È STATO un alto testimone del Novecento, Pietro Ingrao, e al tempo
stesso della storia del comunismo italiano nelle speranze e nei drammi
di un secolo. Un alto testimone, anche, di contraddizioni brucianti. In
Volevo la luna ha raccontato benissimo una parte del suo percorso.
DAGLI ANNI giovanili, dall’adesione all’antifascismo e al Pci sino ai
mesi terribili del rapimento di Moro, che visse come primo presidente
comunista della Camera. Un percorso scandito dalla Resistenza, dalle
speranze dell’immediato dopoguerra e poi dalla sconfitta elettorale
delle sinistre nel 1948. Sino alla presa d’atto di una sconfitta ancor
più grande, ed era il 1956: con le illusioni alimentate dal XX Congresso
del partito comunista sovietico, prima, e poi con il trauma
dell’invasione dell’Ungheria. L’ «indimenticabile 1956», fu lui a
coniare quella definizione: una citazione di un vecchio film sovietico,
ha ricordato (quasi una “richiesta d’aiuto” alla sua passione per il
cinema nel momento più terribile). Iniziò da lì il vero dramma del
comunismo italiano, iniziò nel momento in cui quella “rivelazione” non
fu compresa per quel che era. Per le menzogne che lacerava, per le
tragedie su cui gettava fasci di luce cruda. Ingrao l’ha vissuto per
intero, quel dramma. In qualche modo ne è stato prigioniero, forse, ma
ha vissuto la contraddizione con quel rigore intellettuale, quella
coerenza morale, quell’ansia intellettuale che sono il suo segno
distintivo più forte.
Iniziava a trasformarsi profondamente l’Italia, in quel declinare degli
anni Cinquanta, e Ingrao fu fra i primi a dire all’interno del Pci che
«l’arretratezza italiana» su cui il partito ancora insisteva stava
diventando un ricordo del passato. Ed era quindi necessario misurarsi
con la nuova «modernità» del Paese (con il neocapitalismo, per usare i
termini di allora), con i nuovi squilibri che induceva ma anche con le
sue potenzialità. Scompariva davvero la vecchia Italia, allora. Iniziava
la fuga dalle campagne di quei braccianti e di quei mezzadri che
avevano largamente aderito al “partito nuovo” togliattiano, la stessa
classe operaia si trasformava profondamente ed erano messi in
discussione gli orizzonti culturali su cui si era formata larga parte
della classe dirigente della Repubblica.
La grande eresia di Pietro Ingrao fu quella di dire che non si poteva
comprendere e trasformare quel mondo con il centralismo
(anti)democratico vigente nel partito. Fu il tema che portò sino alla
tribuna dell’XI congresso del Pci, nel 1966, nonostante i durissimi
attacchi che aveva ricevuto all’interno del gruppo dirigente e sapendo
bene che avrebbe pagato di persona. Fu sconfitto, e quella sconfitta lo
segnò in profondità. Se non si comprende cos’ha significato essere
“comunisti italiani” non si comprende neppure perché accettò poco più
tardi l’espulsione del gruppo, cresciuto alla sua scuola, che aveva
fondato il manifesto (Natoli, Rossanda, Pintor, Magri, Castellina e
altri ancora). Un grande errore, ha riconosciuto poi, ma del tutto
inscritto in una più lunga storia.
Ha risposto a quei nodi con una riflessione mai abbandonata sul rapporto
fra socialismo e democrazia: sul rapporto fra “masse e potere”, per
citare il titolo di un suo libro, sulle forme di democrazia partecipata e
su altro ancora. Restando fedele al suo essere “comunista italiano”
anche quando il comunismo internazionale e il Pci scomparvero insieme.
Figlio del secolo, di nuovo: di quel secolo. Con quel rigore
intellettuale e con quelle passioni intellettuali, dal cinema alla
poesia, che lo hanno accompagnato fino all’ultimo.
Pietro Ingrao, il comunista che voleva la luna Morto
a 100 anni. Una vita di battaglie dure e difficili, dentro e fuori del
partito. Ma il mondo che sognava non è mai arrivato: “C’è poco da fare,
siamo stati sconfitti”di Riccardo Barenghi La Stampa 28.9.15
È morto nel sonno, ieri pomeriggio verso le quattro e mezzo, nella sua
casa del quartiere Italia, a Roma. Pietro Ingrao aveva compiuto 100 anni
il 30 marzo. Ieri mattina ha avuto ancora la forza di fare colazione,
ma da diversi mesi la sua vita scorreva in una sorta di letargo.
Le figlie e il figlio Guido (nome da partigiano di Pietro) si sono
precipitati nell’appartamento del padre, e così gli innumerevoli nipoti e
bisnipoti. Telefonate, messaggi, parenti, amici, leader politici,
compagni di partito e di politica. E le istituzioni, a cominciare dalla
presidente della Camera Laura Boldrini: si tratta anche di organizzare i
funerali, l’ultimo saluto a uno storico dirigente del Pci e della
sinistra comunista, nonché a sua volta presidente dell’assemblea di
Montecitorio dal 1976 al 1979.
Tribuna dalla quale seguì minuto per minuto il drammatico rapimento di Aldo Moro sfociato nel suo assassinio.
Un’ora dopo la morte, Ingrao è steso sul letto: dimagrito ma non
trasfigurato, nessuna malattia l’aveva colpito. Ha potuto lasciare la
vita così, senza accorgersene.
Errori e orrori
Quasi cent’anni prima, quando era un bambino, Ingrao una sera d’estate
aveva rifiutato di fare la pipì nel vasino. I genitori insistono ma
niente, lui non cede. Alla fine il padre gli promette un regalo. Pietro
accetta, fa la sua pipì, guarda il padre e gli fa: «Voglio la luna». Ma
nessuno può dargliela, lui si arrabbia e sbotta: «E io rivoglio la
piscia mia». L’episodio è una metafora della sua vita: la luna era la
rivoluzione, il comunismo. O meglio un mondo che, attraverso il
comunismo, sarebbe diventato più giusto, migliore.
Quel mondo non è mai arrivato, il comunismo è fallito, lo stesso Ingrao
ne ha visti e denunciati gli errori e gli orrori (non sempre nel tempo
giusto, come lui stesso ammetterà), la luna è rimasta lì dove è sempre
stata. E adesso anche lui esce di scena dopo aver raggiunto il secolo di
vita.
Un secolo, appunto, quel Novecento che, come lui stesso ha detto e
scritto tante volte, è stato il periodo che ha visto i cambiamenti, i
terremoti sociali e politici più importanti della storia. Dalla
Rivoluzione russa al fascismo, dal nazismo alla Resistenza, dai lunghi
anni di scontro con la Dc al crollo del Muro di Berlino e alla morte del
Pci, fino alle guerre moderne, cominciate con quella del Golfo nel ‘91 e
non ancora finite. Una lotta dopo l’altra, col partito ma anche dentro
al partito. Lotte dure, difficili da vincere, e infatti lui nelle tante
interviste o conversazioni fatte nel corso del tempo ha sempre
enfatizzato con amarezza il risultato ottenuto: «C’è poco da fare, siamo
stati sconfitti. È inutile nascondersi la realtà, per quando dura e
difficile possa essere». E c’è un’altra metafora che sintetizza
perfettamente il concetto, una sua poesia di poche parole: «Pensammo una
torre / Scavammo nella polvere».
Tuttavia Ingrao la sua vita non l’avrebbe voluta indietro come la pipì.
Se avesse potuto tornare indietro, avrebbe rifatto quello che ha fatto,
quella «scelta di vita» - come la chiamò il suo compagno-avversario
Amendola - Ingrao non l’ha mai messa in discussione, non si è mai
pentito di essere stato comunista. Orgoglioso, a volte entusiasta di
questa sua militanza così lunga e profonda. Ma spesso critico,
autocritico, perfino sofferente di fronte ai grandi e drammatici fatti
che hanno segnato la storia della sua «fede».
Cinema e poesia
Una storia talmente lunga e ricca che è difficile anche cominciarla.
Negli anni Trenta era appassionato di cinema e di poesia, la politica
non la considerava la sua missione. La scossa è arrivata con la guerra
di Spagna, è a quel punto che Ingrao si schiera e parte per la sua
avventura comunista. Seguirà la Resistenza, la clandestinità, la
Liberazione, la direzione dell’Unità, il rapporto strettissimo ma anche
conflittuale con Palmiro Togliatti, il suo famoso editoriale intitolato
«Da una parte della barricata» in cui appoggiava l’invasione sovietica
dell’Ungheria, editoriale di cui non ha mai smesso di pentirsi. E qui va
ricordato un altro episodio: dopo aver scritto quell’articolo,
rispettando la disciplina di partito, Ingrao andò a trovare proprio il
leader del Pci per comunicargli il suo sgomento per quell’invasione.
Togliatti gli rispose secco: «Oggi io ho bevuto un bicchiere di vino in
più». Non voleva dire che aveva brindato ai carri armati, probabilmente,
ma l’interpretazione autentica di quel bicchiere nessuno l’ha mai
saputa dare.
Ed è dopo la morte di Togliatti che comincia la storia di Ingrao leader
della minoranza del partito. La sua battaglia per la democrazia interna,
la critica al comunismo reale, quello sovietico, sfociano nel congresso
del 1966, l’XI, dove Ingrao e i suoi (quelli che qualche anno dopo
fecero nascere il Manifesto e per questo furono radiati dal Pci con il
voto favorevole del loro stesso maestro: altro episodio di cui Ingrao si
è sempre autocriticato ferocemente) vennero duramente sconfitti: «Cari
compagni, mentirei se vi dicessi che mi avete convinto», pronunciò dalla
tribuna.
Una frase storica perché metteva in piazza, per la prima volta nella
storia del Pci, il dissenso. Viene applaudito a lungo, una standing
ovation si direbbe oggi, ma è un omaggio che non cambia i rapporti di
forza. Vincono Longo, Amendola, Pajetta, Alicata, Napolitano col quale
seguirono parecchi scontri politici. Qualche anno dopo saranno loro a
eleggere Enrico Berlinguer segretario del Pci. I due, Berlinguer e
Ingrao, avranno sempre un rapporto leale, ma difficilmente riusciranno a
trovare punti profondi di convergenza politica.
La scoperta di Internet
Il resto è storia recente, lo strappo di Occhetto, l’opposizione del
vecchio leader della sinistra (che all’epoca aveva «solo» 75 anni), la
sua uscita solitaria dal Pds, la sempre più accentuata ritrosia a
occuparsi della politica politicante (negli anni Ottanta si era
appassionato dei video musicali, la sua curiosità per le novità era
notevole, tanto che ultimamente aveva addirittura aperto un sito
Internet).
Pensava molto alla guerra come paradigma del mondo moderno. Era nato
durante la Grande guerra, aveva vissuto da giovane la «terribile»
Seconda guerra mondiale, aveva combattuto per il Vietnam, si era
schierato contro tutte le guerre «americane» degli ultimi venticinque
anni. È morto senza riuscire a trovare la pace, e nemmeno la luna.
Il comunista che amava il dubbio e voleva la luna
di Paolo Franchi Corriere 28.9.15
Se ne è andato a cent’anni un pezzo, e che pezzo, non solo della storia
del Pci e della sinistra, ma anche e soprattutto, se l’espressione
nell’Italia dei novissimi ha ancora un senso, della storia repubblicana.
Perché Pietro Ingrao, nato nel 1915, nel Novecento italiano, e pure nel
primo scorcio del Terzo Millennio, si è tuffato, o si è sentito buttato
dentro, nel 1936, con la guerra di Spagna .
Poi Pietro Ingrao ha nuotato senza risparmio di sé finché ha avuto un
minimo di energie per farlo. Nel Pci, finché c’è stato il Pci. Ma, prima
e dopo, guardando oltre i confini del suo partito. Ai movimenti, sì,
senza lasciarsi rinchiudere, se non da compagni e avversari avvezzi
all’uso e all’abuso della banalità come strumento di lotta e di
aggressione politica, nel movimentismo. Ma pure, eccome, alle
istituzioni, allo Stato, a interlocutori molto lontani da lui, che a
torto o a ragione gli sembravano interessati a tessere le fila di un
discorso di cambiamento e di riforma. La cosa potrà sembrare strana o
insensata a giovani politici di successo che si fanno un vanto di non
avere passato e di non coltivare memoria. E però nel 1969 — lo stesso
anno dell’autunno caldo che visse come un inveramento forse insperato
delle sue posizioni sconfitte all’undicesimo congresso del Pci, lo
stesso anno in cui i suoi compagni più cari, quelli del «manifesto»,
venivano radiati dal partito — fu lui, Ingrao, il primo interlocutore di
Ciriaco De Mita non sul compromesso storico, che non convinse mai
nessuno dei due, ma sulle riforme istituzionali che avrebbero potuto
sbloccare la democrazia italiana. Più tardi, lasciata nel 1979, la
presidenza della Camera, fu ancora lui ad avviare, con il Centro per la
riforma dello Stato, il primo confronto di merito con le
socialdemocrazie europee in tempi in cui, per i comunisti,
socialdemocrazia era una parolaccia. E nella seconda metà degli anni
Ottanta fu sempre lui il più radicale fautore del monocameralismo.
Tutto questo solo per ricordare che stiamo parlando di una personalità
complessa, molto più complessa, del cliché dell’acchiappanuvole
consegnatoci da tanti suoi ex compagni del vecchio gruppo dirigente
comunista. Ingrao fu amato, amatissimo, dalla sua gente: il che, tocca
dire, capita raramente agli intellettuali inclini all’astrattezza.
Indimenticabile, per chi la ha vissuta, resta l’ovazione che gli
riservò, correva l’anno 1966, la platea dell’undicesimo congresso del
Pci, quello della sua sconfitta e del suo isolamento, mentre la
presidenza dei vincitori lo guardava gelida: chissà quanto e come
sarebbe cambiata la storia italiana, non solo quella del Pci e della
sinistra, se il diritto a non essere d’accordo rivendicato da Ingrao non
fosse stato liquidato come la più inammissibile delle eresie .
Ma tornano pure alla mente le parole con cui Ettore Scola spiegò perché
volle collocare una scena chiave del suo film «Dramma della gelosia,
tutti i particolari in cronaca» all’interno di un comizio di Ingrao a
piazza San Giovanni. Perché, disse, tra i dirigenti comunisti lo sentivo
il più vicino al dramma della povera gente: probabilmente oggi molti
salirebbero in cattedra a spiegarci che si trattava, né più né meno, di
populismo, dimenticando, o fingendo di dimenticare, che una sinistra
senza popolo semplicemente non esiste.
Forse questo ha qualcosa, o molto, da spartire, con l’espressione,
all’apparenza ermetica, cui Ingrao fece ricorso per spiegare, sul finire
del 1989, la sua opposizione alla svolta di Achille Occhetto. Che,
secondo lui, non solo cancellava un orizzonte ideale senza il quale il
partito, comunque denominato, avrebbe perso la sua stessa ragion
d’essere, ma tagliava seccamente un «grumo di vissuto», una storia
collettiva fatta anche di un’infinità di microstorie: liquidava cioè
quella capacità di stabilire un nesso tra passato, presente e futuro
senza il quale (Matteo Renzi andava ancora a scuola) l’agire politico si
snoda istante dopo istante, annuncio dopo annuncio, improvvisazione
dopo improvvisazione. Forse sbagliava Ingrao, e così radicalmente da
ritrovarsi per un tratto alleato, proprio lui, di quelle componenti più
conservatrici del Pci che per una vita lo avevano contrastato,
considerandolo una specie di matto in casa. Ma la sua preoccupazione,
come dimostrano le tristi sorti del postcomunismo italiano, e più in
generale quelle della Seconda Repubblica, non era infondata, e in ogni
caso non era spiegabile solo come un rigurgito di passatismo.
Si ritrasse, allora, Ingrao, dalla milizia politica quotidiana. Non
dalla politica, però, dentro il cui gorgo stava da più di cinquant’anni,
e che continuava a rappresentare il fulcro della sua esistenza, anche
quando poetava — ed è stato un poeta vero, non un dilettante della
domenica — o si occupava di cinema, l’altra grande passione (memorabili
le pagine su Charlie Chaplin, e non solo) della sua vita. Continuò a
provare quella capacità di indignarsi senza la quale, pensava, l’impegno
politico non ha senso, ma non diventò mai un indignato in servizio
permanente effettivo: «Indignarsi non basta». Riguardò molto
criticamente il passato. Ma restò comunista, come può esserlo un eterno
sconfitto che, per provarsi a cogliere il senso di una storia e di una
vita, ha scritto, in una delle sue poesie più dolenti: «Pensammo una
torre/ scavammo nella polvere». Forse è anche per questo che tante
generazioni di giovani, non solo nel Pci, gli hanno voluto bene, o
almeno lo hanno rispettato e lo rispettano, sul serio. Di sicuro è anche
per questo che a molti giovani di tanti anni fa, che diventando adulti e
poi anziani hanno seguito percorsi così diversi dal suo, il centenario
Ingrao mancherà moltissimo.
Il ricordo «Quei mocassini in dono per dirgli: cammina con noi» Castellina: votò per l’espulsione del gruppo del Manifesto, ma l’affetto non si è mai incrinatodi Giovanna Cavalli Corriere 28.9.15 ROMA «No, uno come lui non ci sarà più. Era un combattente, un leader.
Però non ha mai pensato che rappresentare la maggioranza significasse
avere sempre e comunque ragione. Pietro possedeva una dote umana rara:
sapeva e amava ascoltare i pareri degli altri. Ti domandava sempre: ma
tu come la vedi, tu che faresti?».
Luciana Castellina, 86 anni, ex deputata ed ex ingraiana, scrittrice,
cofondatrice de il Manifesto risponde da Barcellona («Siamo qui in una
fabbrica dismessa a seguire le elezioni catalane, oh, aspetti che devo
tirare su una bambina che è scivolata correndo, ha un anno e mezzo: è la
nipotina di Enrico Berlinguer»).
Una volta, una importante, siete stati quasi nemici. Nel 1969 il
comitato centrale del Pci propose la sua radiazione, con il gruppo de il
Manifesto: Natoli, Rossanda, Pintor, Magri. E Ingrao votò per il sì.
«Fu una rottura importante. Ce ne andammo. Pietro era convinto che
bisognasse restare “nel gorgo”, non isolarsi dal grosso del popolo».
Avrebbe dovuto seguirvi?
«Impensabile, sarebbe stato un gesto troppo forte, noi invece eravamo giovani e con meno responsabilità».
Gli portò rancore per quell’esilio dal partito?
«Rancore mai. Ci furono momenti di freddezza, di tensione. Qualche anno
più duro, poi un po’ alla volta ci siamo riavvicinati. L’amicizia, vera,
non si è mai interrotta».
Vi siete ritrovati nella battaglia contro lo scioglimento del Pci. Riuniti dalla celebre Mozione 2 .
«Nel frattempo, dopo 15 anni, fallita la politica del compromesso
storico, Berlinguer ci aveva invitato a rientrare. Perdemmo, si sa.
Abbiamo poi condiviso le battaglie del movimento pacifista. Newsweek
scrisse che eravamo la terza potenza mondiale. Forse non era vero e
comunque non bastò».
Se va indietro nel tempo se lo ricorda quando.. .
«Quando io e Alfredo Reichlin ci sposammo e lui ci fece da testimone.
Era il 1953, al Comune di Roma, officiava Aldo Natoli, ho ancora le
foto. Pietro ci regalò un disegno di Guttuso, raffigurava una capra. Ce
l’ha Alfredo da qualche parte».
Lei, per i suoi 50 anni, gli fece un presente particolare.
«Lui era molto sobrio nel vestire, portava solo scarpe con i lacci. Io e
Sandro Curzi gli comprammo un paio di mocassini, non li aveva mai
portati. Con un biglietto: “Cammina coi tempi, cammina con noi”».
E ne fu contento?
«Se li è messi tanto».
A marzo ne compì 100 e lei gli ha dedicato un lungo ricordo su « il manifesto» .
«Ci siamo visti fino a pochi mesi fa. Si parlava di politica. Era molto
polemico con il Pd, con quello sguardo più lungo che hanno le persone
anziane. Il suo dispiacere era che si fosse dispersa la grande forza del
vecchio Pci».
Il nuovo che è avanzato non gli piaceva?
«No. Gli ingraiani erano i rinnovatori, ma questo è solo la reinvenzione della Dc».
Addio Pietro Ingrao grande giovane vecchio del comunismo
Eretico, coscienza critica della sinistra, partigiano. Fu padre della Repubblica e presidente della Camera. Criticò la svolta della Bolognina. Aveva compiuto cento anni
FILIPPO CECCARELLI Repubblica 28 9 2015 «E ora lente/ si riempiono, si nutrono/ della pioggia,/ figlie della solitudine:/ assenti al mondo,/ mutilate spoglie/ fuggite al loro tempo». Così comincia una poesia che Pietro Ingrao ha intitolato Statue , e anche per questo si ha qualche remora a fargli un monumento annaffiando questo straordinario personaggio di retorica e solennità.Dodici anni orsono, d’altra parte, alla bella età di 88, in mancanza di taxi Ingrao salì per la prima volta in motorino e si fece condurre per tempo a Montecitorio, dove l’ex presidente della Camera, che pure avrebbe diritto a una macchina con autista, doveva presentare un libro. A 89 anni, vinta ogni residua diffidenza per la “lingua dell’impero”, riscoprì i Beatles.
Un giorno, con lieto scandalo, confidò che rimpiangeva Scelba. E dire che nel 1960 a Porta San Paolo la Celere, altrimenti detta “la Scelbere”, gli aveva spaccato la testa a manganellate, ma l’indomani era già di nuovo in piazza bendato come una mummia. Quando ai tempi del Vietnam arrestarono sua figlia, all’autorità di Ps che gliene dava comunicazione ruggì: “Buon sangue non mente!”
Che personaggio! Nei penultimi anni della sua vita centenaria, quando con ambigua formula si può dire che era ormai fuori dalla politica attiva, in realtà seguitò più di tanti a farla scrivendo del mare celeste di Sperlonga, ispirandosi alla quotidianità della sua colf filippina, immedesimandosi nel Bobo di Staino, girando per eremi e chiese a parlare di Gesù; e una volta, senza malizia, fece intendere di preferire a D’Alema la tabaccaia tettona di Amarcord, per la quale compose un delizioso epicedio.
Ma la sua vera e grande virtù è che egli fece tutto questo e molto altro ancora senza mai perderne in dignità. Sembra impossibile al giorno d’oggi, ma in Pietro Ingrao il candore coincideva con l’autenticità. Ed è questo in fondo che lo fa unico e grande; e per questo si ha qualche ritegno a bloccarlo su uno o sull’altro dei suoi cliché: l’Amleto Comunista lucido e dubbioso; il Ragionatore Instancabile che rafforzava i concetti con la mano a pigna, “c’è un punto” mormorava, “un punto...”; oppure il Patriarca di Lenola, nipote di un garibaldino di ruvida scorza contadina; o magari l’Eretico, l’Eterno Perdente, quando perdere non era senza conseguenze.
Figura politica d’altri tempi. Onestà assoluta. Mai un lamento. Ostinazione senza rigidità. Ingrao perseguì l’utopia dell’ideale, ma prima di tanti dovette riconoscere negli sguardi dei “compagni” lo sfinimento di una politica povera e debole. Come pure la coscienza che il linguaggio non aveva più «la capacità di definire le cose che ci stanno intorno». Eppure ancora oggi suscita ammirazione per quel suo comunismo a tal punto privo di burocratismi e ottusità da apparire quasi libertario. Del destino di quel nome — “comunismo” — Ingrao parlò in modo emozionante nel comitato centrale sulla svolta di Occhetto, nel novembre 1989: «Non un lamento di reduci, ma un grumo di vissuto».
Così forse alla fine è la sua esistenza a evocare qualcosa che supera il suo stesso tempo e assomiglia molto alla poesia, in senso alto, profetico. E viene in mente l’Ingrao che provava «non so se una stretta o uno stupore » dinanzi alla guerra, «quella sfilata di flotte in tv, quelle sagome scure sfreccianti in cielo». Oppure l’Ingrao che prima di ogni altro vide, più che la scissione, la “dissoluzione” del suo vecchio partito; e che mentre tutto veniva giù, «sapete, compagni — gli disse — mi sarebbe piaciuto andare in convento, ma invece ho scelto di rimanere nella metropoli, dove siamo tanti, di tanti luoghi e di tanti colori, e la libertà si costruisce qui dentro».
Poeta d’altra parte lo fu sul serio. Vinse i Littoriali nel 1934 con dei versi sulla bonifica delle paludi pontine. Ha continuato a scriverne fino a vent’anni fa, ma rifiutò il premio di Ciarrapico qualche centinaio di milioni. Ebbe serie sbandate in politica internazionale, Mao, Castro, perfino Khomeini, eppure nessuno ha mai potuto accusarlo di stalinismo.
Certo a volte l’entusiasmo del poeta era travolto dalla complicazione del teorico, e allora, per dire: «La mediazione prismatica che frantuma il rapporto col reale in un seguito di rifrazioni susseguentesi circolarmente senza cogliere mai un centro», frasi da inserto satirico dell’ Unità , e infatti, per quanto autentica, questa la si è presa da lì. Twitter era lontano, ma l’ingraismo, si scherzava, «ha i ragni in testa». Eppure il cuore popolare del Pci, dai fonditori lombardi ai gasisti bolognesi, dagli edili della capitale ai braccianti delle Calabrie, ha sempre adorato il vecchio Pietro; così come non c’è avversario, da Almirante a Berlusconi passando per Dossetti, Moro, Fanfani e De Mita, che gli abbia mancato di rispetto.
La sua biografia rimane come minimo ammirevole. Era entrato nella “cospirazione”, come diceva lui, molto giovane, a Roma, in contatto col gruppo di Amendola, Lombardo Radice, Giolitti, Bufalini, Natoli, Alicata, Trombadori. Tessera del Pci nel 1940. Organizzazione clandestina in Calabria, ricercato nei boschi della Sila. Giornalista, nel 1943 a Milano, primo comizio a Porta Venezia con un microfono rubato da Elio Vittorini. Prima caporedattore e poi per dieci anni direttore dell’ Unità . Quindi protagonista, insieme con Amendola, del rinnovamento del Pci a spese della vecchia guardia. Di lì in poi punto di riferimento della sinistra del partito, sia pure all’interno di una dinamica governata da Togliatti.
È dopo la morte del Migliore che nacquero i primi sospetti di eresia e frazionismo. Sono dispute oggi abbastanza incomprensibili che investono teoria e pratica, diritto al dissenso e giudizio sul centrosinistra. Ma soprattutto l’accusa è che ci fossero gli ingraiani: Reichlin, Rossanda, Pintor, Trentin, il giovane Bassolino, Occhetto e l’intera Fgci, già messa sotto tutela. La resa dei conti all’XI congresso (1966). La destra di Amendola e Alicata ebbe la meglio, donde la diaspora dei seguaci. Ormai sconfitto, resta celebre l’esordio del suo discorso al congresso: «Non sarei sincero, compagni, se dicessi che sono rimasto persuaso». Breve periodo di solitudine e poi la presidenza del gruppo alla Camera, brillante intesa con il suo collega Andreotti. Al culmine dei trionfi di Berlinguer, nel 1976 Ingrao fu il primo comunista a ottenere un posto di rilievo nelle istituzioni. Stimato e imparziale, il nuovo presidente della Camera teorizzò quella “centralità del Parlamento” che si configura come il suo apporto al nuovo clima e alla linea del compromesso storico.
La Storia di Pietro. Nel suoi libri il ritorno nei luoghi dell’infanzia che lo hanno poi visto incamminarsi verso la maturità. Terre aspre, ma anche spazi dove il passato si apre a un desiderato futuro di libertà e uguaglianza
Alberto Olivetti 31.3.2015, 0:27 Aggiornato 23.5.2015, 16:07
La descrizione del paesaggio che introduce l’autobiografia Volevo la luna di Pietro Ingrao è condotta nel rispetto delle regole della periegesi antica ove si profilano i contorni d’un territorio percorrendolo secondo i tragitti che vi hanno tracciato gli accadimenti intercorsi nel tempo, eventi conservati in una memoria tanto tenace da conferire ai luoghi un loro riconoscibile senso.
Pagina improntata, non per caso, al tempo imperfetto a denotare una dimensione che permane costante e dura intatta tra presente e passato. Credo sia opportuno tenere in particolare conto questa viva congiunzione tra inalterato e mutante che il ricorso all’imperfetto consente di restituire nella scansione di un non compiuto che si attesta come un per sempre.
È probabile che in Ingrao un ammaestramento alla natura e ai luoghi sia stato precoce ed abbia alimentato la sua educazione al paesaggio. Sta di fatto che, in una raccolta di conversazioni con Ingrao che Maria Luisa Boccia e chi scrive ha raccolto con il proposito di pubblicarla sotto il titolo Verso la Grotta di Tiberio, Ingrao ricorda: «Mia madre, Celeste Notarjanni, conservava, tra altre carte di famiglia e scritti, il celebrato Viaggio per l’Ausonia. Rammento d’aver letto, ragazzo, quelle pagine dove Francesco Antonio Notarjanni descrive, agli inizi dell’Ottocento, i luoghi e i paesi che si stendono fra il Liri, i Volsci e il mare e rintraccia negli scrittori classici, nei reperti e nelle iscrizioni, la vicenda degli antichi Ausoni».
La ricostruzione storica, attestata nel culto dei monumenti, sancisce l’identità d’un luogo. Quando è in grado di restituirgli un nome, la nomina, evocandola dall’oblio secolare e, col nome, ne consegna al presente l’antica grandezza. Notarjanni, si avvale nei suoi scritti sulla formiana regio, del passato remoto e del presente. Ingrao ricorre all’imperfetto. Perché?
Chiediamoci: che significa paesaggio?
Una domanda tanto esigente solleva molte questioni. Per impostare una riflessione mi avvalgo della Pala della Annunciazione, con i santi Onorato e Mauro di Cristoforo Scacco, realizzata dall’artista padovano nel 1499 per la chiesa cattedrale di San Pietro a Fondi.
Nel comparto di sinistra della venerata tavola si contempla Sant’Onorato. Sostiene in palmo di mano il Castello baronale di Fondi. Ne riconosciamo la invitta torre cilindrica del maschio, eretto da pochi anni, quando Cristoforo lo raffigura. Ed ecco, il santo protettore lo eleva nello splendore dell’alto dei cieli, lo preserva nel tempo imperituro della gloria. Così la salma di Onorato aveva preservato Fondi dal contagio di morte che incrudeliva, nell’anno mille duecento quindici di nostra salvezza. Ora custodisce, intatto ed intangibile, il monumento eponimo della città. Una volta per sempre.
Simultaneamente, qui, davanti a noi, nel castone d’un altro comparto della Pala, portando noi lo sguardo tra le aeree quinte formate dai due corpi angelici, di là del pavimento della stanza di Maria, scorgiamo netti il Castello e il contiguo Palazzo Caetani, delineati da Cristoforo sur le motif, immersi nella dimensione dell’ora quotidiana, presente e viva. Ne sentiamo il suono. Ci giunge con le voci dei tre uomini appiedati — il primo qualche passo avanti — e del quarto, a cavallo, che, oltrepassato l’arco gettato a collegare Palazzo e Castello — sotto il quale altri due vediamo indugiare — procedono ora lungo il muro donde verdeggiano al sole le fronde primaverili di delicate piante, nel venticinquesimo giorno di marzo, a Fondi, poca gente in strada.
Il dipinto di Cristoforo Scacco crea un «paesaggio», combinando eternità e quotidianità lo produce, lo colloca di fronte a noi e lo affida alla nostra recezione. Si attesta come paesaggio inducendo lo stato d’animo che alterna effimero ed eterno.
Verifichiamo nelle coordinate della Pala dell’Annunciazione il tempo immutabile della gloria e il tempo transeunte dell’esistenza nostra accolti nello spazio della nostra riconoscibile dimora.
Paesaggio si converte in dimora. Il luogo natale anima una identità interiore partecipata con altri in termini tali, corrispondenti tanto, da connotare una condivisa appartenenza.
Nella pala di Cristoforo Scacco, l’annuncio del Verbo che si fa carne fiorisce in Gloria. Sovrasta per un verso e per un verso risiede, si accampa. Quell’accadimento epocale innalza al cielo il Castello nelle mani di sant’Onorato e si appoggia, tocca terra nel Castello di Fondi e nel Palazzo Caetani, lungo il recinto del giardino chiuso, abbiam visto. Effimero e permanente.
«La durata intrinseca e specifica della città, la sua intensità – ha scritto Rosario Assunto – il tempo che in essa rappresenta se stesso nello spazio, anzi come spazio; la successione che nella città si capovolge in simultaneità. Il tempo della città, la durata della città, la sua successione, è il tempo della storia, la successione e durata della storia. Epoche ed eventi, istituzioni, e credenze, e costumi, e culture successive, che diventano simultanee nella immagine spaziale della città».
Chi sia nato a Fondi, ogni qual volta volga lo sguardo alla torre del Castello, sa di soffermarsi là dove si sono poggiati gli occhi dei suoi per anni e anni, i vivi e i morti: «vive insieme – dice Assunto – il presente e il passato: istanti nei quali l’oggi con le sue cure e i suoi interessi e le sue attese è insieme se stesso e una età remota: quella delle costruzioni che ci attorniano, del tracciato che percorriamo». Mentre trascorre le ingiallite pietre dell’imponente antica fabbrica, quel suo sguardo disegna un’architettura della mente, conduce a un edificio che egli trova costruito dentro sé stesso, lo invita ad attraversare le vaste aule che in ciascuno di noi si aprono secondo una successione di ambienti, una teoria di stanze quali Agostino per primo, forse, ci indusse a visitare: noi, esortati ad aggirarci partecipi nei transiti della nostra memoria.
«Grande – dice Agostino — è questa potenza della memoria. Ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’Oceano, le orbite degli astri dentro di me, nella memoria tanto estesi come se li vedessi fuori di me».
Speculare osservando, «ospitare nella mente», intus in memoria mea, con l’attitudine di chi voglia intendere il mondo in un contatto libero da ragioni strumentali e mosso, invece, da pressanti domande intorno a un suo arduo significato. È questo un sentimento che Ingrao conosce bene, costante in lui nel corso degli anni e più volte accostato in forma dilemmatica alla dimensione operativa e trasformatrice che ha animato il suo impegno politico. Fino a dare un senso di interrogazione e problematicità ai meditati bilanci e alle intense riflessioni che Ingrao ha dedicato alle vicende del comunismo dopo il 1945. In una delle conversazioni, delle quali ho avuto modo di far cenno, Ingrao torna, sul filo della memoria, alla casa natale e ai luoghi della sua prima infanzia, a Lenola.
Riguardo ai significati racchiusi negli stilemi del paesaggio ai quali Ingrao, con particolare predilezione, anche in questa pagina ricorre, uno, e di rilevanza speciale, pare condensato in frasi come «si formulava per me la parvenza dell’isola come un da raggiungere. Un da raggiungere che emergeva e svaniva sul filo dell’orizzonte».
Le cose impossibili, titolo d’uno dei libri di Ingrao sono le «cose» che travediamo, che traguardiamo come oltre. L’oltre, una costruzione della mente che finge interminati spazi e, poiché dispone lo spazio effettuale ad una determinata composizione prospettica, fa, del luogo sentito come apertura a un da raggiungere, un paesaggio.
Mobili nell’indurre, nel configurare un oltre i persistenti fondali ausonii di Ingrao. Come nella antica pala d’altare di Cristoforo Scacco, il paesaggio nella pagina di Ingrao si apre ad accogliere, nella descrizione di un luogo determinato, una posizione dell’animo e della mente, della conoscenza e della emotività, cioè dello spirito.
Una natura allusiva dunque, nelle sue parole, quella del paesaggio natale. Allude alla combinazione di presente e di passato. Quotidiano e memoria. Il qui e l’oltre.
V’è per certo un paradigma che mostra con perfetta evidenza i nessi tra presente attuale e presente inattuale, tra atto della Gloria e attuosità della determinazione quotidiana, nel giorno per giorno della vita di ciascuno.
Tale paradigma, raffinatosi lungo i secoli nell’ordine teologico, ha fornito un parametro costante di valenza politica alle istanze di liberazione intese ad affermare l’integrale dignità di ciascuno e di tutti.
Si dice che tali ragionamenti portano inutilmente lontano, che ci allontanano dalla effettiva, concreta condizione del nostro esistere. Dovremmo, invece, credo, e al contrario, convenire che questi ragionamenti ci mantengono vicini a noi stessi.
Si dice «paesaggio», e, con paesaggio, troppo di frequente, si intende una mera conformazione della natura, un sito. Ma il paesaggio sito non è. Paesaggio è dimora. E dimora è una determinazione dello spirito. Ogni violenza cieca che alla dimora, al paesaggio, sia recata, come constatiamo ogni giorno, sfigura e viola e, infine, è noi che uccide. Noi, il paesaggio interiore, quella cognizione dei tempi che conferisce senso ai luoghi, la stessa che si dà in figura di luogo alla nostra consapevolezza. La dimora, ove convergono e si custodiscono permanenza di memoria ed esistenza, ovvero corrispondenza di affetti e costrutti di senso.
Pietro Ingrao è un uomo che si confronta con crudeli accadimenti nel corso della sua lunga vita, mosso da una determinazione attiva, da una partecipazione appassionata ai casi del suo tempo.
Nella fedeltà al paesaggio, l’ager formianus, la dimora che con tanta intensità sente sua, Ingrao, se la lettura che abbiamo qui svolta non è errata, richiama alla responsabilità che la dimora conservata entro di noi comporta.
In essa è un lievito che alimenta lo spirito di libertà al quale Ingrao impronta la sua vita.
Quella rottura che ancora ci interroga
L'articolo. Quei giovani comunisti che entrano all’«Unità» nel 1944. La scelta di Togliatti di chiamare Ingrao alla direzione del giornale della futura classe dirigente. Per dimenticare la Pravda e studiare il modello «Corriere della Sera». E l’ingraismo come superamento del togliattismo, verso un nuovo modello di sviluppo
Comincio così col ricordo di quel gruppetto di giovani poco più che ventenni i quali costituivano la redazione dell’Unità che finalmente usciva alla luce del sole: estate del 1944, una Roma liberata dai fascisti, esultante di gioia , pullulante di idee e di speranze ma popolata anche da “borsari neri” e “signorine”. In uno di quei giorni arrivò un giovane dirigente con un curioso accento ciociaro. Era Pietro Ingrao. Fu per me come un vento nuovo rispetto ai “mostri sacri” che venivano da Mosca e dall’esilio.
(… ) Che tipo di comunisti erano quei giovani? Essi non venivano da Mosca. Si erano formati sui libri, sulle esperienze e le inquietudini di quell’Italia che già si muoveva sotto la pelle del fascismo e che si rivelò di colpo dopo la liberazione con i film di Visconti e Rossellini, i quadri di Guttuso e di Mafai, le poesie di Montale, i romanzi di Moravia e la casa Einaudi. Quei giovani venivano da storie molto diverse. Che cosa c’era alla base di una mobilitazione etico-politica, così intensa e così radicale? C’entrava poco il mito sovietico, contava moltissimo quello che scrisse Giaime Pintor nell’ultima lettera al fratello e che anche Pietro ci ha detto tante volte: il dovere assoluto di salvare l’Europa dalla barbarie hitleriana. La nascita dell’antifascismo come grande corrente politico-ideale europea.
A ciascuno di quei giovani Vittorio Foa avrebbe potuto rivolgere la domanda che in tempi più recenti pose anche a me. Ma voi credevate davvero nella rivoluzione? In effetti di “rivoluzione” tra i grandi Capi del Pci non si parlava mai. Si parlava molto però e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale, del paese.
(…) Questa fu la sua grande passione. Immergersi nell’Italia vera, aderire a “tutte le pieghe della società”. Aprire una sezione comunista accanto ad ogni campanile. E questa passione io non l’ho vista in nessuno così assillante come in Pietro Ingrao. Il suo cominciare non per caso da capo-cronista. La cronaca dell’Unità trasformata in una specie di laboratorio per la scoperta del mondo del sottosuolo e dei bassifondi di Roma. Le grandi inchieste su Tiburtino III, Pietralata, Val Melania, autentici lager, informi baraccopoli in cui il fascismo aveva relegato all’estrema periferia la manovalanza miserabile venuta a Roma per costruire i monumenti del regime. Così io cominciai a capire che cosa doveva essere un giornale di sinistra, il cui problema non erano i retroscena del “palazzo” ma la scoperta dell’Italia vera, con le sue miserie, le sue tragedie, le sue violenze.
Del resto sono cose come queste che spiegano quello strano impasto che fu il Pci. Due milioni di iscritti, la maggioranza degli intellettuali. Su che base si raduna questo popolo? Non credo che basti il mito del socialismo, e nemmeno il ruolo che i comunisti avevano avuto nella guerra partigiana. Penso che dobbiamo andare più indietro, al modo come si è andato formando lo Stato unitario, alle sue basi ristrette, all’esclusione delle grandi masse povere, alla frattura profonda fra popolo e intellettuali. Perché è in questo più ampio quadro storico che si trova la spiegazione di quell’impasto singolare che fu la formazione del gruppo dirigente del Pci. La convivenza di personalità così diverse tra loro: Ingrao e Amendola Secchia e Di Vittorio, Berlinguer e Napolitano. Il modo come la piccola schiera così carica di gloria e di autorità politica e morale che usciva dalle carceri e dai lunghi anni del Comintern si mischiò con l’altra schiera, quella dei giovani cresciuti sotto il fascismo e passati attraverso la Resistenza. Ciò che avvenne non era un semplice innesto del nuovo nel vecchio tronco bolscevico ma la rifondazione di un nuovo partito.
Di qui l’assillo togliattiano di coltivare il rapporto con i giovani vissuti in Italia, sotto il fascismo. Ingrao ne sa qualcosa e anch’io ne sono testimone. Cronista parlamentare, appena ventenne, la sera, dopo la seduta della Costituente, mi capitava di essere invitato da Togliatti a mangiare insieme a lui e a pochi altri come Ingrao i filetti di baccalà in qualche osteria intorno a Montecitorio. Era curioso di tutto. Ci sommergeva di domande, cercava di rivivere quella vita quotidiana dell’Italia che da venti anni gli era sconosciuta. Lo dico perché a me pare che la scelta di Pietro Ingrao come direttore dell’Unità non fu una decisione come tante altre. Su di lui Togliatti fece affidamento per una operazione politica e culturale molto innovativa: fare dell’organo del Pci un grande giornale popolare moderno sia nel senso della diffusione di massa che della capacità di dare conto di tutti gli aspetti della vita sociale: dalla politica alla cultura, dalle cronache cittadine, compresa la cronaca nera, lo sport, le corrispondenze internazionali. Il modello a cui dovete guardare –ci diceva– è il Corriere della Sera, non è la Pravda né l’Avanti delle vignette di Scalarini contro i padroni. Noi non abbiamo bisogno di un bollettino di partito né di uno strumento solo di agitazione. Noi vogliamo far crescere una nuova classe dirigente e questa non si forma se non conosce il mondo per quello che è.
E lì che si saldò con Ingrao un rapporto particolare e ne scoprii la complessità, il miscuglio che è in lui di idee e di passioni. La lunga vita di questo caro amico. Una vita ricca di svolte e di contraddizioni. Era un rigido custode delle regole di Partito ma poi in realtà emergeva in lui il movimentista, la faccia populista. Era un classico funzionario di partito ma al tempo stesso ha creduto come pochi al ruolo delle istituzioni e il modo esemplare come fece il Presidente della Camera lo attesta. Aveva dubbi su tutto ma come pochi era un grande trascinatore di folle e oratore di piazze.
(…) Accadde così che colui che le dicerie consideravano il delfino di Togliatti è lo stesso che comincia a sentire l’insufficienza della grande lettura togliattiana dell’Italia come paese arretrato in cui il compito storico dei comunisti era risolvere le grandi “questioni” storiche: il Mezzogiorno, la questione agraria, il rapporto col Vaticano. Questa lettura, nell’insieme, non riusciva più a dare conto delle trasformazioni che cominciavano a cambiare radicalmente il volto dell’Italia: il passaggio da paese agricolo a paese industriale, una biblica emigrazione che svuotava le campagne del Sud, l’avvento dei consumi di massa, la rivoluzione dei costumi. Si dica quello che si vuole, ma questa fu per me la sostanza del cosiddetto “ingraismo”. E tale memoria io la conservo non avendo vissuto né condiviso altre sue vicende. Ridotto all’osso quell’ingraismo fu l’assillo di spingere il Pci a misurarsi con la grande trasformazione dell’Italia alla fine degli anni ’50.
Di qui l’idea di un nuovo “modello di sviluppo” che impegnò Ingrao e i suoi amici. Un dibattito molto intenso oggi impensabile che coinvolse le nuove correnti sindacali animate da Bruno Trentin e si confrontò con tutto ciò che si muoveva sin nelle file cattoliche (i dialoghi con Galloni, De Mita, i “professorini”) e sia nel mondo intellettuale che guardava a La Malfa della “nota aggiuntiva”. E’ in questa temperie che comincia il dissenso che esploderà all’XI Congresso.
Con il diritto a manifestare pubblicamente il dissenso proclamato da Ingrao davanti ai delegati egli rompe quel vincolo quasi sacrale in base al quale il vertice ristretto del partito si presenta unito all’esterno anche se al suo interno il confronto è a viso aperto, ma la regola è tale per cui nessuno, nemmeno il leader, può scavalcare la volontà di quel collettivo: il mitico gruppo dirigente comunista. Poi c’è l’Ingrao della riforma delle istituzioni e delle riflessioni sulle nuove forme del potere e quindi del rapporto con le masse e la crisi della democrazia. Si tratta di grandi squarci di preveggenza. E poi via via il suo distacco accompagnato dalla frequentazione di un settore radicale dell’intellettualità di sinistra. Poi la rottura con la svolta di Occhetto.
Il problema che mi sono posto molte volte è capire fino a che punto la rottura del rapporto di Ingrao col gruppo dirigente comunista, un rapporto che fu strettissimo e anche molto affettuoso con Togliatti costituisce un problema che ci interroga. E ciò nel senso di capire il peso che ha avuto la sua sconfitta nella vicenda del Pci. Ma su questo interrogativo io mi fermo. (…)
A che ora è il comunismo
La Storia di Pietro. La sfida di Ingrao quando si arresta il circolo virtuoso fra sviluppo capitalistico, crescita del movimento operaio e democrazia. Dalla forte polemica con Norberto Bobbio emerge la sua statura di politico. In mezzo alle macerie teoriche del postcomunismo, incapace di una visione critica del processo di unificazione europea
Nella storia del comunismo italiano Ingrao si distingue inconfondibilmente per l’enfasi che pone su due aspetti della via italiana al socialismo.
In primo luogo la consapevolezza che le sorti della democrazia sono sempre affidate non alle procedure ma ai rapporti di forza. E’ questo il nucleo autenticamente machiavellico del pensiero di Togliatti che dall’andamento catastrofico della prima metà del 900 ha ricavato la convinzione che nessuna conquista del movimento operaio possa essere considerata acquisita una volta per tutte. L’attenzione che Ingrao porta ai movimenti sociali non è «movimentismo» (come gli viene spesso rimproverato), ma consapevolezza che solo nel conflitto sta la possibilità di accumulare nuove risorse politiche indispensabili per una strategia di lunga lena.
Nello stesso tempo, ancora una volta come nel Togliatti membro della Costituente, c’è una attenzione costante ai profili istituzionali della forma della rappresentanza e della forma di governo, ossia una grande consapevolezza del ruolo che la forma giuridica può svolgere nell’esito del conflitto sociale.
Credo tuttavia che se vogliamo onorare Ingrao, ossia andare ad una considerazione non solo celebrativa e di maniera del suo profilo intellettuale e politico, sia giusto metterlo a confronto con la grande difficile sfida che si profila alla metà degli anni Settanta, quando improvvisamente si arresta il circolo virtuoso tra sviluppo capitalistico, crescita del movimento operaio e allargamento della democrazia, e la crisi di identità del partito comunista che ne deriva comincia a riflettersi specularmente nella crisi di stabilità della repubblica. Con il «compromesso storico» Berlinguer ha evocato la possibilità di una avventura reazionaria. Ma all’orizzonte si affaccia qualcosa di molto più radicale del tintinnare delle sciabole. Per usare il linguaggio di Montale, la storia cambia ora di binario.
Non è facile riassumere in breve quella cesura profonda nella storia del capitalismo internazionale, che è anche in qualche misura fine del lungo dopoguerra. Per rimanere ai termini di una analisi essenzialmente economica, eppure densissima di implicazioni politiche, si può dire che l’obbiettivo storico della piena occupazione viene retrocesso rispetto a quello della lotta all’inflazione. Le grandezze monetarie cominciano a comandare gli andamenti della economia reale. Cosa vuol dire questo per il movimento operaio? Che le lotte rivendicative che fino a ieri hanno fruttuosamente spinto per un allargamento del mercato interno e per l’attuazione di riforme sociali che tardivamente hanno allineato l’Italia allo standard europeo di stato sociale, sono improvvisamente dichiarate incongruenti e nocive. (…)
Fa la sua prima apparizione il vincolo esterno come nuovo, cruciale protagonista politico, che deriva la sua forza dal presentarsi come risultante di una presunta assoluta e indiscutibile oggettività economica. (…)
Il linguaggio del Pci è chiamato a fare i conti con uno scenario radicalmente mutato. Secondo Ingrao la fase in corso, è contrassegnata da «l’inceppo complessivo nei meccanismi con cui lo stato assistenziale tende a controllare e a governare la vita delle masse». Si tratta di una crisi di egemonia, egli dice espressamente, che in quanto tale aprirebbe la possibilità di equilibri più avanzati.
Da qui la proposta di una terza via, oltre il fallimento di comunismo e socialdemocrazia. L’indicazione non supererà la soglia di una vaga suggestione, senza riuscire a tradursi in concretezza programmatica. Eppure, che le politiche keynesiane non siano più applicabili, che lo stato sociale diventi sempre più oneroso per i costi crescenti del debito, e così via, non è cosa che riguardi solo le socialdemocrazie. Frana anche il terreno su cui il Pci, e il sindacato, hanno costruito il rapporto tra rivendicazioni e riforme (…).
Insomma il partito comunista, ad onta dei suoi collegamenti internazionali che ne hanno segnato la indubbia diversità, ha avuto successo nella misura in cui ha saputo beneficiare delle stesse condizioni che hanno favorito il movimento operaio europeo. Ed è esso stesso investito dalla crisi nel momento in cui quelle condizioni vengono meno. E’ quanto l’ipotesi della terza via sembra non volere accettare.
Mi spiego anche con la mancanza di un confronto ravvicinato con i problemi stringenti insorti con lo shock degli anni Settanta il fatto che la sinistra comunista non riesca a contrastare la cultura del postcomunismo che comincia ora a prendere piede all’interno del partito e del sindacato.
Con la vocazione nazionale della classe operaia il postcomunismo giustifica l’accoglimento della politica di moderazione salariale richiesta, in nome del vincolo esterno, dalla Confindustria di Guido Carli. Naturalmente le politiche dei redditi sono parte integrante della esperienza socialdemocratica, ma sempre nel più vasto quadro di accordi complessivi sull’andamento delle grandezze macroeconomiche. Il tratto singolare di questa versione postcomunista della politica dei redditi sta nell’assenza di garanzie o contropartite di alcun tipo. C’è solo la presunzione azzardata, priva di qualsiasi supporto teorico e politico, che sia sufficiente ridare spazio al profitto, a scapito del salario, per avere più investimenti e quindi più occupazione(…)
Questa idea politicamente suicida, oltre che priva di ogni fondamento di teoria economica, che il peggioramento delle condizioni contrattuali e retributive del lavoro sia un passaggio necessario per la ripresa economica arriva come è noto fino ad oggi.
Successivamente, negli anni Novanta, la cultura del postcomunismo si eserciterà essenzialmente nel veicolare una visione totalmente acritica del processo di unificazione europea.
La filosofia del Trattato di Maastricht, costruita attorno alla centralità del mercato, è frontalmente contrapposta alla filosofia della nostra Costituzione, costruita attorno alla centralità del lavoro. Ma tutti preferiscono fare finta di nulla.
Ancora Guido Carli, che firma il Trattato in qualità di Ministro del Tesoro, scrive nelle sue memorie: «Ancora una volta si è dovuto aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in patria… ancora una volta dobbiamo ammettere che un cambiamento strutturale avviene attraverso l’imposizione di un vincolo esterno» (…).
Il confronto più ravvicinato che Ingrao impegna con il postcomunismo si sviluppa tuttavia nella lettura della crisi del sistema politico repubblicano che esplode vistosamente negli anni Ottanta. A questo proposito il suo scambio di lettere con Norberto Bobbio pubblicato da Maria Luisa Boccia, Alberto Olivetti e Luigi Ferrajoli, costituisce un documento di grande interesse storico.
Riletti oggi, gli interventi di Bobbio colpiscono per una certa loro arroganza intellettuale. L’intenzione è quella di azzerare, destituendole di ogni significato, le parole chiave di un intero lessico politico che è, sì , quello dei comunisti italiani, ma in misura non secondaria anche quello della Costituzione, non a caso nata all’unisono con la cultura della stato sociale, dominante in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
Affermare che l’unico linguaggio dotato di significato concreto è quello dello stato di diritto, per cui la libertà si definisce solo in negativo, significa mettere in mora l’articolo 3 della Carta. Bobbio se la prende con il termine «masse». Ma il tratto inconfondibile della democrazia europea rinata con il 1945, dopo il fallimento clamoroso degli anni Venti e Trenta, è stato quello di realizzare la piena integrazione del movimento operaio, che è per l’appunto un movimento di massa. Il caso italiano presenta particolarità solo per gli effetti di esclusione imposti dalla guerra fredda, ma non costituisce una eccezione rispetto a questo più complessivo percorso storico.
Si denuncia poi la politica di unità come impossibile alternativa al «modello Westminster» della alternanza. Ma nella storia del comunismo italiano il tema nasce da una riflessione sui pericoli politici insiti in una stratificazione economica e sociale segnata da fratture e contraddizioni profonde. Procedendo su questa strada Bobbio vuole mettere nell’angolo, in punizione, anche Antonio Gramsci. Perché ricorrere al concetto fumoso di egemonia quando il dispositivo elettorale basta a dirci chi ha il consenso e chi no? A questo punto le risposte di Ingrao si fanno di necessità didascaliche : il consenso elettorale della Dc non è facilmente spiegabile senza il ruolo della Chiesa, senza il controllo di tutte le istituzioni che fungono da volano dello sviluppo, senza la gestione ad libitum del bilancio pubblico.(…)
Perché allora misurare i problemi politici di una società di capitalismo maturo con il costituzionalismo di primo Ottocento, con «la libertà dei moderni» di Benjamin Constant? Siamo dinanzi ad una scelta tutta politica. La governabilità, si pensa, può e deve essere garantita con la riduzione della complessità, con un esplicito ritorno allo statuto. Ma alleggerire così vistosamente la responsabilità e vorrei dire la complessa carica semantica del lessico democratico significa incoraggiare la separazione della politica dalla società civile, ossia spingere di fatto in direzione della casta. Non a caso al centro della proposta di Bobbio sta la riforma della legge elettorale. Lo scopo è quello di fare arretrare il potere dei partiti con meccanismi di ingegneria istituzionale, senza riflettere sulle ragioni di una crisi che si origina nei mutati rapporti con la società e con lo stato.
La tesi di Bobbio sarà largamente vincente. In un clima di attacco sempre più generalizzato al partito di massa, le condizioni dell’alternanza sono, con il cambiamento del nome, il tema che più di ogni altro caratterizza lo scioglimento del Pci.
Il tema della riforma elettorale, di cui stiamo vivendo ora una preoccupante riedizione, è insomma nel Dna di questo partito, che fin dalla sua costituzione punta decisamente ad una modificazione di tratti fondativi della repubblica parlamentare.
Credo sia giusto ricordare che Ingrao è l’unico membro del gruppo dirigente comunista che fin dagli anni Settanta contrasta apertamente l’offensiva di Bobbio su Gramsci e sul problema istituzionale. Altri l’accolgono come liberatoria, portatrice di laicità e modernità, stimolo utile per emanciparsi dalle vecchie identità del passato.
La risposta di Ingrao sta nella difesa a oltranza della centralità del parlamento. Ferrajoli ha già messo in evidenza quanto forti siano nelle sue analisi di allora le premonizioni della crisi in cui versa oggi la nostra democrazia. La sua debolezza, invece, mi sembra consistere nel fatto che la riproposizione di quel tema non si fa carico di un fatto nuovo. Ossia la crisi della forma partito su cui invece insiste con toni sempre più apertamente liquidatori la cultura del liberalismo ristretto ora ricordata.
E’ questa la vera chiave per leggere il dibattito istituzionale degli anni Ottanta. In effetti la centralità del parlamento voluta dal costituente implica come corollario necessario l’esistenza di partiti che pur nascendo nelle pieghe della società civile siano capaci di trascenderla, superando il condizionamento degli interessi sezionali. Se nel modello liberale, che allora viene riproposto in toto, il partito è fonte di disgregazione, nel modello democratico è risorsa essenziale per la formazione dell’indirizzo di governo. Solo con partiti capaci di svolgere la funzione di sintesi il parlamento può divenire il luogo in cui prende corpo un processo legislativo spedito ed efficace.
Ingrao propone l’abolizione del Senato come risposta alla crescente insidia corporativa, ma non si misura a sufficienza con questo più grave tema sottostante (…).
Certo il 1989 rappresentò un passaggio arduo, anche sul piano internazionale. Emmanuel Levinas disse nel 1992: «Il dramma è che la fine del comunismo è la tentazione di un tempo che non è più orientato. Noi siamo abituati da sempre a considerare che il tempo va da qualche parte… ed ecco che oggi si ha l’impressione che il tempo non vada più da nessuna parte». Oggi è più facile vedere come la prospettiva di un futuro possibile, entro cui formulare la domanda «che ora è ?», può essere articolata politicamente, laicamente, senza il supporto del mito, ma sulla base di un programma dotato di una forte coerenza intellettuale e politica.
Quanto pubblicato sono alcuni passaggi, a nostro avviso i più significativi, del testo scritto da Leonardo Paggi in occasione della celebrazione che si svolge oggi alla Camera dei Deputati.
La democrazia di base tra masse e potere
La Storia di Pietro. La socializzazione della politica e la diffusione della partecipazione popolare come antidoto alla conservazione insita nelle istituzioni, nello stato e nei partiti. La sinistra negli anni Novanta prenderà altre strade ma la «luna» che voleva Ingrao deve tornare a essere la stella polare della politica
Negli anni in cui Pietro Ingrao pubblica Masse e potere prima, nel 1977, e poi, l’anno seguente, il libro-intervista Crisi e terza via, con la intelligente interlocuzione di Romano Ledda e con la amichevole collaborazione di Pietro Barcellona, egli occupa un ruolo di grande prestigio e importanza: è presidente della Camera, la terza carica istituzionale dello Stato italiano.
Ma il ruolo – pur così rilevante, e ricoperto con grande correttezza e riconosciuta sensibilità per tutte le componenti del Parlamento – non limita la tensione politica di Ingrao. Egli non si fa «rinchiudere» entro i confini del suo ruolo ma seguita, da presidente della Camera, a incontrare operai, studenti, associazioni democratiche: masse organizzate di donne e uomini che cercano di agire per trasformare il mondo. E continua a riflettere sullo Stato, le istituzioni e la società, sul rapporto tra il potere e le classi e i movimenti, animato dalla stessa domanda di sempre: quale rapporto istituire tra il potere e le masse, per ampliare la partecipazione e per creare le condizioni di una effettiva democratizzazione della politica e, dunque, dell’economia e della società? (…)
Balza subito agli occhi, leggendo i testi, come nella sua analisi Ingrao non accetti la dicotomia Stato-società civile, che struttura tanta parte del dibattito anche di questi ultimi anni e che ha una forte impronta liberale. Anche un intellettuale di grande statura e aperto al dialogo come Norberto Bobbio, col quale Ingrao a lungo incrocia la lama della disputa teorica, culturale e politica, resta interno a questo limite. Ingrao invece – pur tanto attento a ciò che nella società si muove – parte da Gramsci e dal concetto di «Stato allargato», o «integrale»: una visione dialettica del nesso Stato-società, sfere della realtà profondamente connesse e in cui agiscono gli stessi soggetti collettivi: le classi, i gruppi sociali, i movimenti, i partiti, gli aggregati di interessi e di idee.
La centralità del ruolo dello Stato – tanto forte nel Novecento – è esplorata con forte senso critico: lo Stato dà luogo a una azione economica estesa ma anche subalterna e funzionale alla classe dominante. Non solo: esso – scrive Ingrao – tende a inglobare partiti e sindacati, cercando di neutralizzare così l’azione innovatrice delle masse, che chiedono di cambiare a vantaggio dei molti gli equilibri economici e politici del Paese. Per evitare questa azione di resistenza conservatrice delle istituzioni statuali occorre che il partito delle classi subalterne, il partito comunista, non si confonda in toto con lo Stato, non perda il suo impeto trasformatore e il suo carattere di anticipazione e di progetto, il suo «spirito di scissione», per usare le parole di Gramsci. L’orizzonte, la meta cui tendere, è per Ingrao la socializzazione della politica, per dare concretezza alla democrazia. (…)
Ingrao vede in questo processo di diffusione e socializzazione della politica una grande occasione per sostanziare la stessa democrazia rappresentativa. Non si tratta – nella sua visione – di riproporre una ormai antistorica contrapposizione tra democrazia delegata e democrazia soviettista, ma di ricercare i soggetti e le forme tramite cui allargare i confini della democrazia parlamentare esistente, intrecciando istituzioni più tradizionali e nuovi organismi, voto e partecipazione diretta, partiti e movimenti, allo scopo di organizzare la mobilitazione politica che viene dal basso e di riassorbire gradualmente il principio della delega a un ristretto corpo di politici di professione o comunque professionalizzati dalla consuetudine, in una partecipazione politica di massa e permanente.
«Democrazia di massa», la chiama Ingrao, o «democrazia di base», specificando sia le differenze con la «democrazia diretta», sia il fatto che gli organismi di questa democrazia di base dovrebbero essere intesi come «veri e propri momenti istituzionalizzati di intervento e di decisione, che si collegano e si intrecciano alla vita delle grandi assemblee elettive, in modo da assicurare una presenza diffusa e organizzata delle masse, dando un colpo alla separatezza e al verticismo delle assemblee e degli stessi partiti politici. Dunque: un intreccio organizzato tra democrazia rappresentativa e democrazia di base, che favorisca la proiezione permanente del movimento popolare nello Stato, trasformandolo». Democrazia di base e democrazia rappresentativa sono complementari, Ingrao lo ribadisce in polemica con Bobbio e richiamando tutti i limiti della democrazia rappresentativa, se essa resta solo imperniata sul «cittadino astratto».
Una visione utopica, sembrerebbe oggi. Ma, allora, una aspirazione e una ricerca di massa, quella della partecipazione politica e della democrazia di base – una esperienza che certo venne poi sconfitta, ma che riguardò per un decennio e più milioni di persone alla ricerca di una democrazia non solo formale o addirittura fittizia, e comunque non limitata al giorno delle elezioni. In questa ricerca di una democrazia diversa, più partecipata e diffusa, che nella storia del Pci del primo e anche del secondo dopoguerra aveva importanti precedenti, che non a caso Ingrao richiama e valorizza, egli fu certamente uno dei politici, dei dirigenti e dei teorici più impegnati e convinti.
Negli scritti di Masse e potere costanti sono la affermazione della necessità di una «socializzazione della politica», per dare «concretezza alla democrazia» e procedere verso un «ordine nuovo»; la consapevolezza che la esaltazione della «spontaneità» (tanto diffusa in quegli anni) è una illusione perdente e che la carica innovativa deve attraversare le istituzioni non meno che la società; il riferimento a una necessaria riforma dello Stato, vista anche come «la principale riforma economica da realizzare». Lo Stato, per le forze che si battono per una sua profonda trasformazione, è luogo della lotta e insieme posta di questa lotta.
Ingrao riporta sempre i problemi politici alle loro radici sociali, e contemporaneamente illumina il ruolo dello Stato moderno nel determinare la stessa composizione di classe, ed egli lo fa senza mai cedere né alla tentazione della «autonomia del politico», né a quella, speculare, della «autonomia del sociale». (…)
Masse e potere e Crisi e terza via appartengono a un tempo che per molti aspetti oggi appare lontano. Eppure questi libri sono ancora ricchi di insegnamenti, perché in primo luogo fotografano, sia pure in una temperie storica tanto diversa, la crisi della democrazia rappresentativa, che oggi si è ulteriormente accentuata.
Hanno prevalso a partire dagli anni Ottanta, ma ancor più in Italia negli anni della cosiddetta «seconda repubblica», quelle posizioni politico-culturali che già prima (si pensi alle indicazioni della celebre «Trilateral Commission», fondata nel 1973 da David Rockefeller, Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinsk e altri, o – se si preferisce – ad alcuni punti del celebre “programma” della P2 di Licio Gelli) lamentavano un «eccesso di democrazia» – espressione che di per sé presuppone una valutazione negativa della democrazia stessa – e la necessità di un maggiore accentramento del potere politico nell’esecutivo (risultato tenacemente perseguito nel nostro paese e realizzato con il concorso di tutti gli ultimi governi), a scapito del ruolo del Parlamento e ancor di più della reale partecipazione alla vita politica delle masse.
Ingrao crede nella centralità del Parlamento, affiancato dagli organismi della democrazia di base, e invoca «più politica», una politica diffusa in tutto il corpo sociale. La sinistra prenderà invece una strada del tutto diversa, che avrà come tappe la fine del Pci e della idea stessa di un partito di massa, l’approdo al sistema elettorale maggioritario (quello duramente combattuto dai comunisti ai tempi della «legge truffa»), la personalizzazione della politica, l’accettazione del principio del rafforzamento dell’esecutivo.
Erano dunque quelle di Ingrao semplici «utopie», mere illusioni? Era un «volere la luna»? Una idea politica – in questo caso l’idea di una democrazia partecipata e diffusa, strada per avanzare verso l’autogoverno politico, economico e sociale – viene spesso definita in questo modo quando viene sconfitta. E, senza dubbio, nella congiuntura storica degli anni Ottanta e Novanta ha vinto una diversa egemonia, un diverso «blocco storico», fatto di interessi e ideali opposti rispetto a quelli per i quali ha lottato per tutta la vita Ingrao.
Non per questo le contraddizioni che egli indicava sembrano superate. «Non basta un libro a fare una rivoluzione», afferma il nostro autore, ed è sicuramente vero. Serve che, sulla spinta di determinate contraddizioni, masse di donne e uomini maturino convincimenti collettivi, si organizzino, credano e lottino per cambiare «lo stato di cose presenti», come scrive Marx. Non mancano oggi i segnali che vanno in questa direzione, anche in Europa. Per chi vorrà contribuire a tale ricerca e a tale lotta, le idee, i libri, l’esempio di Pietro Ingrao sono ancora estremamente preziosi.
Nota: quanto pubblichiamo è un estratto dalla Introduzione di Guido Liguori a P. Ingrao, «Masse e potere. Crisi e terza via» (Editori Riuniti, 2015, pp. 354, euro 23,50), un volume che raccoglie due dei più noti libri degli anni Settanta. Il volume, nei prossimi mesi in libreria, è già reperibile presso il sito www.editoririuniti.it.
Un secolo in una vita. Il cinema, la letteratura, le istituzioni, la
democrazia. Quando una nuova generazione di giovani comunisti porta nel
Pci l’assillo di un confronto con le trasformazioni del capitalismo
italiano
di Luciana Castellina
Ricordo ancora nitidamente la prima volta che celebrai un compleanno di
Pietro Ingrao: era il 1965, lui compiva cinquant’anni (un’età che mi
parve avanzatissima) ed era mezzo secolo fa. Con Sandro Curzi, ambedue
non da molto usciti dalla irrequieta Federazione Giovanile, gli
regalammo il suo primo paio di mocassini, con una dedica che lo
sollecitava ad essere meno prudente: «Cammina coi tempi, cammina con
noi».
Lo ricordo bene perché eravamo in piena battaglia «ingraiana», proprio
alla vigilia del fatidico XI congresso del Pci, quando i compagni che si
riconoscevano nelle sue idee (non una corrente, per carità), uscirono
un po’ più allo scoperto per sostenerle; e lui stesso operò quella che
fu definita una inedita rottura. Disse con chiarezza nel suo intervento
congressuale: «Sarei insincero se tacessi che il compagno Longo non mi
ha persuaso rifiutando di introdurre nella vita del nostro partito il
nuovo costume di una pubblicità del dibattito, cosicché siano chiari a
tutti i compagni non solo gli orientamenti e le decisioni che prevalgono
e tutti impegnano ma anche il processo dialettico di cui sono il
risultato».
Fu, come è noto, applauditissimo, ma tuttavia successivamente emarginato
dal vertice del partito e «relegato» (allora Botteghe Oscure contava
più di Montecitorio) alla presidenza del gruppo parlamentare e poi della
Camera dei Deputati. E noi dispersi in ruoli minori, fuori dal palazzo.
Lo ricordo bene perché in fondo fu allora che cominciò la storia de «il
manifesto», che pure vide la luce solo quattro anni più tardi. Senza
Pietro, che come sempre nella sua vita ha fatto prevalere sulle sue
scelte politiche la preoccupazione di non abbandonare il «gorgo», quello
entro cui si addensava il popolo comunista. Non per paura, sia chiaro,
ma per via di quello che era il modo di sentire profondo di tutto il
partito, il timore di sacrificare l’opinione collettiva alla propria
individuale.
Noi del manifesto alla fine lo facemmo, ma anche perché le nostre
responsabilità nel Pci erano infinitamente minori e dunque il nostro
gesto non avrebbe potuto certo avere le stesse conseguenze di quello di
Ingrao. Ma non crediate che sia stato facile neppure per noi, fu anzi
una scelta molto molto sofferta e talvolta è capitato anche decenni dopo
di interrogarsi se non avremmo dovuto restare a combattere dentro
anziché metterci nelle condizioni di essere messi fuori.
(Per favore non reagite, voi giovani, dicendo: ma che tempi, non si
poteva neppure dichiarare un dissenso! È vero, non era bello. E però le
opinioni nonostante tutto pesavano più di adesso, la nostra radiazione
fu un trauma per tutto il partito. Ora si può dire di tutto, ma perché
non conta più niente).
Oggi Pietro Ingrao di anni ne compie 100, e noi de il manifesto, se contiamo anche l’incubazione, 50.
Col tempo si è forse smarrito il senso di cosa sia stato l’ingraismo, e
anzi mi chiedo se tra i giovani della redazione del giornale c’è ancora
qualcuno che sa di cosa si sia trattato. Non fu, badate, solo una
battaglia per la democratizzazione del partito, il famoso diritto al
dissenso. C’era molto di più: si è trattato del tentativo più serio del
pensiero comunista di fare i conti con il capitalismo nei suoi punti più
alti, di individuare le nuove, moderne contraddizioni e su queste — più
che su quelle antiche dell’Italietta rurale — far leva, non per
«inseguire mille rivoli rivendicativi» (per usare l’espressione di
allora), ma per costruire un vero modello di sviluppo alternativo.
Si trattava della rottura con l’idea di uno sviluppo lineare, col mito
della «modernità acritica», che fu alla base della cultura
neocapitalista (e craxiana) di quegli anni. E, ancora, il tentativo di
capire che la crisi italiana non rappresentava una anomalia (un vizio
tutt’ora diffuso), ma poteva essere capita solo nel nesso con il
capitalismo avanzato quale si stava sviluppando nel mondo.
Dal giudizio sulla fase discendevano due diverse linee strategiche e per
questo il confronto non fu solo teorico, ma strettamente intrecciato
con il che fare politico: se bisognava agire per rendere l’Italia
«normale», e cioè allinearla alla modernità europea, o invece incidere
su quel nesso anche per risolvere i vecchi problemi e preparare
un’alternativa anche alla «normalità» capitalistica.
La destra del Pci ovviamente si oppose a questa prospettiva. Quando il
Pci, dopo la Bolognina, fu avviato allo scioglimento, proprio su questa
necessaria innovazione costruimmo — questa volta ufficialmente assieme a
Pietro Ingrao — il senso della famosa «Mozione 2» che alla liquidazione
del partito si opponeva. Non in nome della conservazione ma, al
contrario, del cambiamento, che non faceva però venir meno le ragioni
dell’alternativa al sistema ma anzi le rafforzava. Le vecchie categorie
non bastavano più e Ingrao è sempre stato attento a non ripetere litanie
ma a individuare ogni volta le potenzialità nuove offerte dallo
sviluppo storico, i soggetti antagonisti, a capire come si formano e si
aggregano per diventare classe dirigente in grado di prospettare una
società alternativa. Oggi e qui.
Come sapete, perdemmo.
Su quel nostro dibattito degli anni 60 — che trovò poi una sistemazione
nel 1970 proprio nelle «Tesi per il comunismo» del Manifesto (che non
dissero che il comunismo era maturo nel senso di imminente, come
qualcuno equivocò — e ironizzò -, ma che non sarebbe stato più possibile
dare soluzione ai problemi posti dalla crisi nel quadro del sistema
capitalistico sia pure ammodernato).
Questo fu l’XI congresso del Pci, quello spartiacque delle cui emozioni,
passioni, sofferenze Pietro Ingrao ha dato eco nel suo libro «Volevo la
luna».
Nell’anniversario del suo centesimo anno di vita avrei forse dovuto
parlare di Pietro Ingrao ricordandone di più i suoi aspetti umani, la
sua personalità, il modo come ha dipanato la sua esistenza, e non invece
andar subito dritta al nocciolo politico della sua vita di comunista.
L’ho fatto per due ragioni: perché troppo spesso ormai nel celebrare gli
anniversari si tende a ridurre tutto ai tratti del carattere di chi si
ricorda, alle sue qualità morali, e sempre meno a riflettere sulle loro
scelte politiche. E poi perché Pietro in particolare, invecchiando, — e
forse anche per via di come sono andate le cose nella sinistra italiana —
ha finito per ricordarsi sottotono, persino con qualche vezzo
civettuolo, più come poeta che come dirigente politico. Che è invece
stato e di primo piano.
Poeta non ha in realtà mai smesso di essere, basti pensare al suo modo
di esprimersi, mai politichese, sempre attento a illuminare
l’immaginazione e non a ripetere catechismi. Vi ricordate la sua
sorprendente uscita nell’intervento al primo dei due congressi di
scioglimento del Pci, il XIX nel 1990, quando se ne uscì col suo
clamoroso «viventi non umani», per chiedere attenzione alla natura e
alle sue speci? Non era forse una poesia, che come tale suonò, del
resto, in quel grigio e mesto dibattito di fine partita?
Pietro non usava il politichese perché ascoltava. Sembra banale, ma
quasi nessuno ascolta. E siccome ascoltava è stato anche ascoltato da
generazioni assai più giovani, quelle che dei nostri dibattiti all’XI
congresso del Pci, e del Pci stesso, non sapevano niente. Penso al Forum
sociale europeo di Firenze nel 2002, per esempio, dove il suo discorso
sulla pace conquistò ragazzi che non sapevano neppure chi fosse.
Ascoltava perché della democrazia ha sempre sottolineato un elemento
ormai in disuso, soprattutto il protagonismo delle masse, la
partecipazione.
Può sembrare curioso, ma molto del pensiero politico di Ingrao è stato
segnato dalla sua adolescenziale formazione cinematografica. Nei molti
anni in cui per via del mio incarico nella promozione del cinema
italiano ho avuto con i big di Hollywood molti incontri e spesso la
discussione scivolava sull’Italia e sul come era stato possibile che ci
fossero tanti comunisti. Un po’ scherzando e un po’ sul serio ho sempre
finito per ricorrere ad un paradosso: «Badate — dicevo — il comunismo
italiano è così speciale perché oltreché a Mosca ha le sue radici qui a
Hollywood, che dunque ne porta le responsabilità». E poi raccontavo loro
la storia, tante volte sentita da Pietro, della formazione di un pezzo
non secondario di quello che poi diventò il gruppo dirigente del Pci nel
dopoguerra: Mario Alicata, lui stesso, e anche altri che pur fuori dai
vertici sul partito avevano avuto una fortissima influenza, Visconti,
Lizzani, De Santis. Tutti allievi del Centro sperimentale di
cinematografia.
Raccontavo loro, dunque, di Ingrao che mi aveva detto di come la sua
generazione, già a metà degli anni ’30, avesse avuto il suo ceppo
proprio nel cinema. E, segnatamente, nel grande cinema — e nella
letteratura — americani del New Deal, tortuosamente conosciuti proprio
al Centro grazie a una fortuita circostanza: l’arrivo, come insegnante,
di un singolare personaggio, Ahrnheim, ebreo tedesco sfuggito al nazismo
e chissà come approdato proprio lì, prima che le leggi razziali fossero
introdotte anche in Italia.
«Proprio quelle pellicole — mi disse Pietro in occasione di
un’intervista (per il settimanale Pace e guerra che allora dirigevo) su
una importante mostra allestita a Milano sugli anni ’30 — mostravano
cariche di socialità, in cui c’era la classe operaia, la solidarietà
sociale, la lotta. Proprio grazie a quei film, che erano mezzi di
comunicazione fra i movimenti sociali e l’americano qualunque, così
diversi dalla cultura antifascista italiana degli anni ’20 — elitaria,
ermetica — che avevamo amato, ma non ci aveva aiutato; proprio quei film
che ci aprivano una finestra sull’intellettuale impegnato, noi ci siamo
politicizzati. Sono stati il primo passo verso la politica».
Questo nesso fra cultura e politica è stato un tratto che ha distinto il
comunismo italiano. E Pietro Ingrao ne è stato uno dei più
significativi interpreti.
Grazie e tanti auguri, Pietro.
L’uomo del Pci attratto dai movimenti
Nel ’56 appoggiò l’invasione sovietica in Ungheria, poi si pentì: “imperdonabile”
Umberto Gentiloni Stampa 28 9 2015
Era nato l’anno dell’ingresso dell’Italia nella Grande guerra, nel 1915, a Lenola in provincia di Latina; si definiva «un ragazzo introverso, un po’ lunatico, spesso emotivo». Negli Anni Trenta i primi spostamenti: Formia per il liceo e Roma per l’università. Legge i classici della letteratura, ma la sua passione più autentica va alla poesia di Leopardi, Ungaretti e Montale. S’iscrive ai Gruppi Universitari Fascisti fino alla svolta con la guerra di Spagna. Alla fine degli Anni Trenta entra nel gruppo romano degli antifascisti mettendo da parte le passioni letterarie e cinematografiche: «con i comunisti e dai comunisti ho imparato a cospirare contro il fascismo».
Il 25 luglio, alla caduta del regime, è a Milano, partecipa alla prima manifestazione della sua lunga militanza politica: «Fu per me la sensazione fisica che la gente diventava attiva. Non eravamo più un’isola disperata in un mare chiuso. Eravamo ormai parte di un movimento di popolo: bene o male, quello che è stato poi il corso della mia vita, con le sue luci e le sue ombre». Scrive queste riflessioni quando la parabola del comunismo è giunta al capolinea, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso.
Ingrao attraversa la storia del Pci con un disegno spesso abbozzato e difficile, controverso, da lui stesso descritto come un itinerario di cose impossibili, eppure un tratto costitutivo e duraturo della sinistra italiana o comunque di una sua parte. Un politico del Partito comunista, un leader della seconda generazione, quella successiva a Togliatti. Nel 1956, di fronte all’invasione ungherese, sta con i sovietici, firma un celebre editoriale dal titolo: «Da una parte della barricata». Anni dopo lo definirà «un errore imperdonabile». Negli anni Sessanta inizia a prendere le distanze, fino alla condanna della repressione contro la primavera di Praga nel 1968. Un lungo cammino che giunge fino alla presidenza della Camera dei deputati nello scorcio drammatico della fine degli Anni 70, durante il sequestro Moro: politico, dirigente comunista e figura istituzionale.
I suoi pensieri sono quelli «di un uomo di frontiera, comunista testardo ma sempre pieno di curiosità verso gli altri». Ha coltivato una lunga alterità alle forme del capitalismo del lungo dopoguerra; attratto dai movimenti: giovani, studenti e da ultimo i nuovi temi della pace e dell’ecologia come critiche al modello di sviluppo. La sua ultima battaglia in difesa di un’identità minacciata e travolta dagli eventi dell’89: si batte contro la svolta di Occhetto e fino al 1992 rimane nella sinistra del Pds. Da allora fino a ieri lontano dai luoghi della politica, immerso nei dubbi di una lunga militanza. Così si apre il suo sito Internet, «mezzo non consueto per chi è nato nel 1915. Sono un figlio dell’ultimo secolo dello scorso millennio: quel Novecento che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello sterminio di massa, ma anche le speranze e le lotte di liberazione di milioni di esseri umani».
“Avevamo le stesse passioni lasciate per gettarci nella politica”
Il ricordo del Presidente emerito della Repubblica che fu suo avversario: “Una persona di assoluta limpidezza morale, mai un interesse personale”
Mario Calabresi Stampa 28 9 2015
Sono scosso emotivamente da un evento che, anche se non si può definire inatteso, per me resta molto doloroso». Dieci anni di età dividevano Pietro Ingrao e Giorgio Napolitano, insieme a molte battaglie politiche su fronti opposti, ma quando il Presidente emerito della Repubblica riceve la notizia della morte dello storico esponente comunista nella sua voce si sente la sofferenza per la scomparsa di quello che a lungo è stato un suo compagno di partito.
Ricorda il vostro primo incontro?
«Io e Pietro Ingrao ci siamo conosciuti nel luglio del 1948 al Policlinico di Roma dopo l’attentato a Togliatti. Il leader del Pci era uscito dalla sala operatoria e c’era un pellegrinaggio in ospedale, quello fu il momento in cui ci incontrammo per la prima volta. Il nostro rapporto si intensificò quando cominciai a occuparmi del Mezzogiorno: la questione meridionale era uno dei temi che aveva più a cuore e proprio su questa cominciammo a discutere e a confrontarci».
Prima di parlare delle storiche divisioni politiche tra voi, le chiedo: cosa più vi accomunava?
«Potrei dire la biografia. Certo tra noi c’erano dieci anni di differenza, però era molto simile il cammino fatto da giovanissimi, che non si nutriva di politica ma di cultura: soprattutto di cinema per lui e di teatro per me, e poi la poesia. I poeti che lui citava erano gli stessi che amavo leggere io, in modo particolare Montale, Ungaretti e Quasimodo. Abbiamo avuto le stesse letture e le stesse passioni che poi abbiamo dovuto lasciare alle spalle per gettarci nelle contese della politica».
Il momento di maggior divisione?
«La più aspra polemica tra noi fu alla vigilia dell’XI congresso del Pci nel 1966, due anni dopo la morte di Togliatti. La scomparsa di un leader che aveva garantito una guida unitaria aprì una stagione nuova in cui emersero posizioni apertamente conflittuali». Napolitano si ferma all’improvviso e resta in silenzio per alcuni secondi: «Mi fa impressione pensare che sono passati quasi cinquant’anni da quel momento, mezzo secolo ci divide da quella stagione di scontro e oggi mi fa piacere ricordare che l’amicizia tra noi non è mai venuta meno, non è mai stata scossa dalle divergenze, e comunque non ci fu mai più virulenza politica paragonabile alla stagione del dopo Togliatti».
Qual è il suo giudizio sulla vita politica di Ingrao?
«È un giudizio che va dato su un’intera generazione non solo di comunisti ma di politici che avevano un forte retroterra ideale e intellettuale, che arricchivano di continuo la loro conoscenza politica con l’elaborazione culturale. Ingrao è stato un uomo di assoluta limpidezza morale, non ha mai combattuto battaglie per interessi o ambizione personale».
Nessuna critica?
«Ci furono momenti in cui manifestò una certa tendenza schematica nell’analisi e nelle conclusioni, gli imputavo di non avere sufficiente duttilità, ma sono cose su cui non si può tornare con slogan passati».
E che ricordo ne ha come presidente della Camera, incarico che ricoprì dal 1976 al ’79?
«Fu assolutamente impeccabile, compreso nel suo ruolo e nella responsabilità che aveva assunto, un vero uomo delle Istituzioni. Dimostrò di avere grande polso e quando ci furono il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro tenne una linea di condotta esemplare. Quando poi toccò a me occupare lo stesso posto a Montecitorio ebbi da lui un magnifico ed esemplare sostegno».
Che idea aveva delle istituzioni?
«Fu sempre un forte fautore di un rinnovamento istituzionale e fu un fermo e convinto sostenitore del monocameralismo, anche durante la preparazione dei lavori per la commissione Bozzi spinse il Pci ad avere l’idea di una sola Camera come posizione di principio e di partenza».
La sua opposizione alla svolta di Occhetto che peso ebbe nella scissione che portò alla nascita di Rifondazione?
«Non penso che lo si possa considerare tra i promotori di Rifondazione comunista, Ingrao certo non si sentì di avallare il superamento del Pci, e questo fu anche un suo limite, ma non era uomo da scissioni, anche se poi in solitaria uscì dal Pds per aderire a Rifondazione».
Quando vi siete visti l’ultima volta?
«L’ultima volta che ci siamo incontrati di persona fu certamente a Montecitorio, mentre l’ultimo messaggio che ho ricevuto da lui me lo ha portato sua figlia Chiara dopo che nel marzo scorso gli mandai un telegramma per festeggiare i suoi 100 anni, era lucido e mi ringraziava con affetto».
La nostra tribù, mai una corrente
La storia di Pietro. L’ascolto
degli altri e l’idea della politica come partecipazione, due caposaldi
dell’ingraismo che valgono assai più di ogni ortodossia. Perché restano
una buona bussola per un nuovo impegnoLuciana Castellina Manifesto 29.09.2015
Quando chi viene a mancare ha più di cent’anni all’evento si
è preparati, e dunque il dolore dovrebbe essere minore. E invece non
è così, perché proprio la loro lunga vita ci ha finito per abituare
all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eternità.
Pietro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di
tantissimi di noi che è difficile persino pensare alla sua morte
senza pensare alla propria. (E sono certa non solo per quelli di noi
già quasi altrettanto vecchi).
Così, quando domenica mi ha raggiunto la telefonata di Chiara
e io ero a sedere al sole in un caffè delle Ramblas a Barcellona
dove, essendo di passaggio per la Spagna, mi ero fermata per
aspettare i risultati elettorali della Catalogna, il suo
tristissimo annuncio è stato quasi una fucilata. Perché prima di
ogni altra cosa è stato come mi venisse asportato un pezzo del mio
stesso corpo.
Così, io credo, è stato per tutta la larghissima tribù chiamata
«gli ingraiani», qualcosa che non è stata mai una corrente nel senso
stretto della parola perché la nostra introiettata ortodossia non
ci avrebbe neppure consentito di immaginare tale la nostra rete.
E però siamo stati forse di più: un modo di intendere la politica,
e dunque la vita, al di là della specificità delle analisi e dei
programmi che sostenevamo. Sicché sin dall’inizio degli anni ’60
e fino ad oggi, gli ingraiani sono in qualche modo distinguibili,
sebbene le loro scelte individuali siano andate col tempo
divergendo, dentro e fuori del Manifesto; e poi dentro e fuori le
successive labili reincarnazioni del Pci. Oggi poi — dentro una
sinistra che fatica a riconoscere i propri stessi connotati
e nessuno si sente a casa propria dove sta perché vorrebbe la sua
stessa casa diversa da come è –questo tratto storico dell’ingraismo
direi che pesa in ciascuno anche di più.
Vorrei che non si perdesse, perché al di là delle scelte diverse
cui ha condotto ciascuno di noi, è un patrimonio prezioso e utile
anche oggi.
Di quale sia stato il nucleo forte del pensiero di Pietro Ingrao,
ho già parlato, io e altri, tante volte, e ancora nell’inserto che il
manifesto ha dedicato ai suoi cent’anni, riproposto on line
proprio ieri. Vorrei che quelle sue analisi e linee
programmatiche che purtroppo il Pci non fece proprie, non venisse
annegato, come è accaduto per Enrico Berlinguer, nella retorica
riduttiva e stravolgente dell’ “era tanto buono, bravo onesto, ci dà
coraggio e passione”.
Oggi, comunque, di Pietro vorrei affidare alla memoria
soprattutto due cose, che poi sono in realtà una sola: l’ascolto degli
altri e l’idea della politica come, innanzitutto, partecipazione
e perciò soggettività delle masse.
Quando incontrava qualcuno, o anche nelle riunioni e persino nel
dialogo con un compagno ai margini di un comizio, era sempre lui
che per primo chiedeva: “ma tu cosa pensi?” ;“come giudichi quel
fatto?”; “cosa proporresti?”. Non era un vezzo, voleva proprio
saperlo e poi stava a sentire. Perché il suo modo di essere dirigente
stava nel cercare di interpretare il sentire dei compagni. Anche
di portare le loro idee a un più alto livello di analisi e proposta,
certamente, ma sempre a partire da loro, per arrivare, assieme
a loro, e non da solo, a una conclusione, a una scelta.
Per questo quel che per lui contava, quello che a suo parere
qualificava la democrazia e la qualità di un partito, era la
partecipazione, la capacità di stimolare il protagonismo, la
soggettività delle masse. Senza di cui non poteva esserci né teoria
né prassi significativa.
Non voglio esplicitare paragoni con l’oggi, sarebbe impietoso.
Rossana, rispondendo ad un’intervista di La Repubblica,
ieri ha detto di Pietro, anche della sua reticenza nell’assumere
posizioni più nette, come fu al momento in cui noi, pur “ingraiani
doc”, operammo la rottura della pubblicazione della rivista Il manifesto.
E poi ricorda anche Arco di Trento, quando quel 30 per cento del Pci
che rifiutava lo scioglimento del partito proposto dalla
maggioranza occhettiana, pur riconoscendosi nella relazione che
a nome di tutti aveva fatto Lucio Magri, si divise sulle scelte da
compiere: fra chi decise di uscire e dette vita a Rifondazione, e chi
— come Pietro — decise invece che sarebbe comunque restato
nell’organizzazione, il Pds, che, già malaticcio, veniva alla luce.
“Per stare nel gorgo”, come disse con una frase che è rimasta scolpita
nella testa di tutti noi. Certo, è vero: se Pietro si fosse unito alla
costruzione di un nuovo soggetto politico sarebbe stato diverso,
molto diverso. La rifondazione comunista più ricca e davvero
rifondativa, per via del suo personale apporto ma anche di quella
larga area di quadri ingraiani che costituiva ancora un pezzo vivo
del Pci e sarebbero stati preziosi alla nuova impresa; e invece
restarono invischiati e di malavoglia nel lento deperire degli
organismi che seguirono: il Pds, poi i Ds, infine, ma ormai solo
alcuni, nel Pd.
Pietro però capì subito che stare in quel contesto non era più
“stare nel gorgo”, perché il gorgo, sebbene assai indebolito,
scorreva ormai altrove. E infatti ruppe poco dopo e si impegnò nei
movimenti che generazioni più giovani avevano avviato. E da questi
fu ascoltato.
La storia come sappiamo non si fa con i se. Ma riflettere su quel
passaggio storico, per ragionare sugli errori compiuti, da chi
e perché e quali, sarebbe forse utile a chi, come tutti noi, sta
cercando di costruire un nuovo soggetto politico.
Per farlo nascere bene mi sembra comunque essenziale portarsi
dietro l’insegnamento fondamentale di Pietro, che non è inficiato
dal non avere, qualche volta, tentato abbastanza : che non c’è
partito che valga la pena di fare se non si attrezza, da subito,
a diventare una forza in grado di sollecitare la soggettività
popolare, perché questa è più preziosa di ogni ortodossia.
Ma vorrei che di Pietro ci portassimo dietro anche l’ottimismo della volontà.
Era lui che amava citare la famosa parabola di Brecht sul sarto di Ulm (da cui Lucio Magri trasse poi il titolo del suo libro sul comunismo italiano).
Come ricorderete, il sarto insisteva che l’uomo avrebbe potuto
volare, finché, stufo, il vescovo principe di Ulm gli disse “prova”
e questi si gettò dal campanile con le fragili ali che si era
costruito. E naturalmente si sfracellò. Brecht però si chiede: chi
aveva ragione, il sarto o il vescovo? Perché alla fine l’uomo ha
volato. E’ la parabola del comunismo: fino ad ora chi ha provato
a realizzarlo su terra si è sfracellato, ma alla fine, come
è accaduto con l’aviazione, ci riusciremo.
E’ questo l’impegno che nel momento della scomparsa del nostro
prezioso compagno Pietro Ingrao vorrei prendessimo: di provarci.
Il potere del pensare e del fare
Ingrao. Sentirsi ingraiani ha significato intensità di spirito critico, tensione continua a lottare pensando possibile una nuova societàGianni Ferrara Manifesto 29.09.2015
Ingrao ha impersonato i nostri ideali. Tutti. Li ha
analizzati, approfonditi, discussi. Ne ha misurato la
concretezza, l’attualità, l’assunzione da parte delle masse, la
resistenza alle offese che l’ideologia del capitale andava muovendo
per distorcerne il senso e per sradicarli dalle coscienze. Non si
è mai arreso ai dubbi che muoveva a se stesso ed aprendosi agli altri
e mai attenuando o precludendo il suo pensare ed il suo fare di
militante,di dirigente, di comunista.
Ha voluto sempre sentire, capire, scrutare, criticamente anche
quanto a presupposti, tradizioni, metodi, prima di indicare,
insegnare, condurre singoli e masse. E capire era per lui penetrare
nella realtà dei rapporti umani, cominciando da quelli di produzione
e cogliendone ogni prosecuzione, ogni effetto immediato
e protratto a qualunque altezza e in quale dimensione si
collocasse, qualsiasi suo profilo potesse rilevare sulla
condizione umana nell’età del capitalismo
Del più alto valore è stata la concezione della democrazia che
Ingrao ha definito e per cui ha combattuto. Sostenendo che «il voto
non basta». E «non basta» infatti nei regimi che ne isolano la
rilevanza e ne limitano il potere reale di incidere direttamente
o indirettamente sui rapporti di potere economico, oltre che di
quello sociale e di quello politico.
Tanto meno nei regimi che ne distorcono gli effetti deviandoli da
quelli autenticamente rappresentativi. Né basta se non
collegato ad altri istituti di partecipazione diretta alla
dinamica politica. Sostenendo poi la coordinazione di tutte le
assemblee elettive come condizione e strumento di una democrazia
che pervada l’intera complessità istituzionale della
aggregazione umana a forma stato. Sostenendo, infine, con grande
lucidità ed eguale fermezza la necessità di opporsi alla decadenza
di civiltà politica, culturale e morale che andava maturando in
Italia con la criminosa prospettiva di un uomo solo al comando.
In modo diverso, sentirsi ingraiani ha significato intensità di
spirito critico, tensione continua a lottare pensando possibile
una società in cui il « libero sviluppo di ciascuno sia condizione
del libero sviluppo di tutti».
Ingrao, il commosso saluto è l’ultimo
Cerimonia. La
camera ardente a Montecitorio per l’ex presidente, sipario su una storia
ormai chiusa. Compagni divisi che si ritrovano, Napolitano non sfugge
alla tentazione di arruolare la memoria. La camera ardente a
Montecitorio per l’ex presidente, sipario su una storia ormai chiusa.
Compagni divisi che si ritrovano, Napolitano non sfugge alla tentazione
di arruolare la memoriaAndrea Fabozzi
ROMA Manifesto
La sinistra italiana che fu comunista e qualche volta lo
resta si ritrova ormai soprattutto e qualche volta solo ai funerali.
E nulla più dell’ultimo saluto a Pietro Ingrao, grande eretico e un
uomo profondamente di partito, intellettuale e dirigente
popolarissimo, il tutto per cento anni di lunga vita, può rimettere
insieme per qualche ora le tante storie di chi nel Pci c’è stato,
o l’ha votato o magari l’ha contestato da sinistra. E se la
commozione per la morte di un leader che ha lasciato un buon ricordo
anche in tutti i suoi avversari è tanta, lo è anche per la diffusa
sensazione che questo saluto sia davvero l’ultimo. La morte del
vecchissimo Ingrao cala il sipario su una storia già chiusa.
Al primo piano della camera dei deputati, la camera ardente
è allestita nella sala che da qualche anno è intitolata ad Aldo Moro
(e nel ’78 toccò ad Ingrao presidente dell’assemblea di
Montecitorio avvertire l’aula del rapimento del segretario Dc,
con un discorso che fu criticato perché troppo breve e senza
dibattito, ma in quell’ora tragica il comunista avvertiva l’urgenza
di far nascere un governo, quello Andreotti, che pure non gli
piaceva). Il primo picchetto attorno alla bara scoperta è quello
della Fiom, con Maurizio Landini. La grande famiglia Ingrao
è sistemata in una fila di sedie sul lato sinistro, la sorella
Giulia, le figlie Celeste, Bruna, Chiara e Renata, il figlio Guido,
tanti nipoti. Alle pareti le corone di fiori della alte cariche
istituzionali e una sola di partito, il Pd. Un ritratto di Ingrao
staccato dalla «Corea» — la Galleria dei presidenti — è sistemato
al centro tra una bandiera del Pci e una della pace. Mentre si
alternano i picchetti — Bertinotti, Vendola e il gruppo dirigente
di Sel, Fassina, il presidente della Regione Lazio Zingaretti e il
vice sindaco di Roma Causi — arriva subito Giorgio Napolitano.
Saluta i parenti con un bacio, resta un po’ in appoggio sul bastone di
fronte al feretro, poi si avvicina e dà un colpetto a mano aperta sul
legno, forse una carezza. Alla Stampa ha detto che «Ingrao è stato un
uomo di assoluta limpidezza morale, non ha mai combattuto
battaglie per interessi o ambizione personale»; i due sono stati
molto avversari nel Pci, divisi da tutto ancora prima del celebre
dissenso di Ingrao nel congresso del ’66 e fino allo scioglimento
del ’90. «Ingrao era per il monocameralismo», trova il modo di
ricordare il presidente emerito della Repubblica che oggi è il
primo sponsor della riforma costituzionale di Renzi. Ed è vero,
salvo che nella sua costante riflessione sui «problemi dello Stato»,
Ingrao partiva dall’esigenza di rafforzare parlamento
e rappresentanza (raccolto da poco in volume il suo carteggio con
Norberto Bobbio): il monocameralismo con l’Italicum è tutta
un’altra storia.
La tentazione di accordare il pensiero di un grande leader con
il proprio è comprensibile — si faceva anche nel Pci con le
posizioni di Togliatti, «lo chiamavamo “tirare la coperta”, ha
ricordato Ingrao nel suo Le cose impossibili -, alla camera ardente
arriva Achille Occhetto preceduto da un fondo sull’Unità renziana in
cui sostanzialmente racconta che Ingrao avrebbe aderito alla svolta
della Bolognina se solo gliel’avesse spiegata lui. Renzi è a New York
per l’assemblea Onu, il governo è presente con la ministra delle
riforme Boschi, il viceministro Morando e il sottosegretario De
Vincenti, che fa anche un turno di picchetto. Assenti in massa alla
celebrazione ufficiale della camera del centesimo compleanno di
Ingrao, i renziani stavolta fanno capolino: il capogruppo del Pd
alla camera Rosato, il capogruppo al senato Zanda, il deputato
Carbone, la presidente della prima commissione del senato
Finocchiaro. Pochi gli esponenti dei partiti di centro e destra che
vengono a rendere omaggio, il vice presidente forzista della
camera Baldelli, l’ex Dc D’Onofrio, Rutelli, Mariotto Segni, Nando
Adornato che ha trascorsi comunisti. In serata fa il suo ingresso il
presidente del senato Piero Grasso. Ma è soprattutto un incontrarsi
a sinistra, tra i tanti che sono stati ingraiani almeno un po’, o
«minoranza di sinistra» come preferiva Ingrao. Come Occhetto, del
resto, che va incontro e si fa riconoscere dall’ottantenne Luigi
Schettini, che è stato una colonna dell’ingraismo meridionale. Un po’
alla volta arrivano Gavino Angius, Luigi Berlinguer, Gianni Cuperlo,
Walter Tocci, Cesare Damiano, Vincenzo Vita, Cesare Salvi, Giorgio
Ruffolo, Ugo Sposetti, Walter Veltroni. Invece entra unita la
delegazione dell’Ars: Aldo Tortorella, Alfiero Grandi e Piero
De Siena.
La cerimonia nel palazzo si presta poco alla partecipazione
popolare, ma sono comunque centinaia i cittadini romani che
sfilano davanti al cadavere di Ingrao. A tratti davanti all’ingresso
principale della camera si forma una piccola fila. Molti portano un
fiore, qualcuno alza veloce un pugno chiuso. Domani i funerali saranno
in piazza Montecitorio, all’aperto. Come quelli di Pajetta, 25
anni fa.
Un vuoto pesante, eredità per l’Europa
XX Secolo. Rilettura
degli scritti che annunciavano un nuovo periodo storico nel mondo
gravido di contraddizioni e conflitti come mai nel passato. Profondità
sociale e dimensione globale di un leader della sinistra continentale
che non si è mai stancato di opporre il superamento critico del
presente. Mentre nasceva la "cultura della stabilità" che rielaborava
restrittivamente il riformismo socialdemocratico. La radicalità del
pensiero che ci aiuta a uscire dall’imbuto della crisi profonda che
stiamo vivendoLeonardo Paggi Manifesto
Di Pietro Ingrao come uomo e come intellettuale, come
politico e persino come poeta, abbiamo già parlato in occasione dei
suoi cento anni. La sua morte ci chiama ora a pensieri più ardui che
oltre la persona mettono in causa la storia, così aspra
e contraddittoria, del nostro Paese. Ci sentiamo spinti
inevitabilmente a bilanci difficili, a domande sul passato che
non possono non essere anche interrogazioni sul futuro.
Quella di Ingrao è una bara pesante. In essa c’è in primo luogo
racchiuso un enorme patrimonio di lotte e di sacrifici del popolo
italiano che se non hanno realizzato il socialismo hanno cambiato
la faccia del nostro Paese, rendendolo immensamente più civile
e più dignitoso. Una grande esperienza collettiva, che Ingrao ha
voluto fino in fondo ricordare e rappresentare anche
simbolicamente, con quella sua tenace volontà di mantenere il
pugno alzato, persino quando il corpo piegato dagli anni cominciava
ad abbandonarlo. Quel gesto elementare non era vuota liturgia;
intendeva piuttosto riproporre al popolo, come agli intellettuali,
il rigetto di ogni presunta fatalità della storia, inteso non solo
come atto di volontà, ma come forma obbligata di qualsiasi
abitazione intelligente del mondo. Al “disincanto” weberiano con
cui tanti intellettuali italiani sono rientrati come veri abatini
nel conformismo dell’ordine, Ingrao non si è mai stancato di opporre
la trascendenza critica del presente come espressione necessaria
di una ragione ragionante degna di questo nome.
L’esercizio di questa ragione è più importante che mai. La bara di
Ingrao ci ripropone anche l’obbligo di cimentarsi senza mezze misure
con quel drammatico rovesciamento dei rapporti di forza che
comincia a profilarsi nel nostro Paese, come nel resto di Europa,
sullo scorcio del XX secolo, a proposito del quale autori di
tradizione socialdemocratica parlano oggi di post democrazia.
Mi riferisco alla svolta che si produce nel continente tra il 1989
e il 1992, con la caduta del muro di Berlino, la fine dell’Unione
sovietica, la riunificazione della Germania e la firma del
Trattato di Maastricht, che con la moneta senza stato e la piena
libertà di movimento dei capitali prefigura l’Europa di oggi,
flagellata, senza difese, dai marosi della crisi.
E’ lo spazio temporale in cui si inserisce l’ultima battaglia
di Ingrao. Ripercorrendo i suoi scritti colpisce la tenacia con cui
si batte contro l’idea, allora senso comune, della fine della storia;
quella stessa che viene messa alla base dell’8 settembre, del «tutti
a casa», del Pci. Non sono analisi compiute e formalmente concluse,
le sue, ma netta vi è la consapevolezza che un nuovo periodo della
storia del mondo si sta annunciando, gravido di contraddizioni
e conflitti superiori a quelli del passato, sia per profondità
sociale che per dimensione globale. Insomma non è un caso che nel suo
comunicato Tsipras abbia parlato di Ingrao come di un leader della
sinistra europea.
In quegli stessi anni la tradizione liberaldemocratica
italiana elabora con la nozione di “cultura della stabilità” una
reinterpretazione singolarmente restrittiva del riformismo
socialdemocratico. La scienza economica, nata e cresciuta come
indagine sulla produzione della ricchezza e sulla sua
distribuzione tra le classi sociali in conflitto, diventa moneta
e finanza, ossia scienza del rientro dal debito, che i tedeschi hanno
posto come condizione perentoria per l’abbandono del marco. La
stabilità dei prezzi che il Modell Deutschland è riuscito
a realizzare diventa motivo di una ammirazione subalterna. I
“parametri” di Maastricht, che pongono limiti sempre crescenti al
sostegno della domanda interna, aprendo la strada alla stagnazione
di oggi, sono invocati come salutare «vincolo esterno» capace di
mettere a norma una classe politica spendacciona. Per quanto
riguarda la “questione tedesca” il limite profondo di questo
riformismo liberista sta nel non vedere come dietro la virtuosa
stabilità dei prezzi ci sia un’economia che, dopo aver potenziato
ininterrottamente la sua forza competitiva in termini di
qualità e di prezzo, si appresta a lanciare un nuovo assalto ai
mercati mondiali, aggiogando al suo carro tutto il progetto europeo.
Oggi che le politiche di austerità si intrecciano con una
esplicita deflazione del sistema della rappresentazione politica,
sentiamo che tutta la cultura democratica del Paese è giunta a un
punto serio di verifica. Sentiamo che l’enorme patrimonio storico
simbolicamente racchiuso nella figura di Pietro Ingrao può essere
salvato solo attraverso la sua trasmissione e la sua traduzione in
un contesto sociale completamente mutato. Per uscire dall’imbuto
della crisi organica che stiamo vivendo è indispensabile anche uno
sforzo di pensiero, una nuova radicalità nelle analisi. L’esperienza
storica ci dice che da una crisi organica si esce solo con la
formazione di una nuova classe dirigente. «Si parla di capitani
senza esercito – scriveva Gramsci nel carcere– ma in realtà è più
facile formare un esercito che formare dei capitani». La natura
della fase che stiamo vivendo, oltre che la personalità di Ingrao
a cui diamo l’estremo saluto, ci fa capire oggi meglio di prima la
congruità di questa affermazione.
Last generation. Cosa ci insegna il vecchio maestroRiccardo Laterza Manifesto
Il senso di inadeguatezza che provo nello scrivere queste
righe deriva innanzitutto dal fatto che quando Pietro Ingrao decise
che ormai il gorgo era altrove rispetto alle varie mutazioni dell’ormai
ex Pci, nel 1993, io non avevo ancora compiuto un anno. Mentre mi
affacciavo al mondo la sua vita politica prendeva l’ultima,
importante, svolta. Per me, per la mia generazione, Pietro Ingrao
è stato innanzitutto un uomo del Novecento — un secolo che,
osservato dalla sua prospettiva, sembra essere affatto breve —
e delle sue incommensurabili contraddizioni. Sarebbe un
esercizio inutile ripercorrere, senza scadere in banalità
o ridondanze, le sue scelte di vita e in particolare di vita
politica: altri ne hanno ben più titolo. È forse più interessante
trarre lezioni dall’enfasi del suo raccontare, dalla sua
straordinaria capacità critica e autocritica.
Proprio calcando la mano sulle vicende più discusse del suo
impegno nel Pci e in particolare sul suo voto favorevole
all’espulsione del gruppo del Manifesto nel 1969, in molti ritengono
di poter confinare il racconto della figura di Ingrao nella
dimensione collocabile tra l’eclettismo analitico e l’etica del
Partito, una dimensione ormai sepolta dalla caduta del Muro e dalla
fine della Prima Repubblica. In questa ricostruzione le
contraddizioni che egli stesso amava indagare e mettere in
tensione, sottoponendole alla prova dell’intelletto umano e della
sua capacità di illuminare gli angoli più oscuri della realtà,
risultano irrimediabilmente spianate. Quella di Ingrao, dunque,
sarebbe una figura dalla quale oggi è possibile trarre al limite
qualche elemento di rilevanza storica, vagamente mitologica
e agiografica, ma nessun insegnamento concreto, nessuno
strumento da mettere nella cassetta degli attrezzi per smontare le
brutture di questo mondo.
Mi sento di poter dissentire. Dal pensiero e dall’azione di
Pietro Ingrao sto ancora imparando molte cose, e tante credo di
poterne imparare.
Innanzitutto su cos’è il dubbio, cosa significa provare a farne
strumento potente in una società in cui esso è molto evocato e assai
poco praticato. Era più difficile mettere in dubbio,
interrogarsi e interrogare, dissentire, fare tutto ciò in forma
produttiva, con una continua tensione verso la trasformazione
della realtà, nell’epoca dello scontro tra ideologie contrapposte?
Oppure oggi, nell’epoca del dominio incontrastato dell’ideologia
unica del libero mercato? Per questo credo che questo primo
insegnamento non sia affatto scontato.
Ancora, credo sia grazie a Ingrao che è diventato per me un po’ più
chiaro cosa sia la luna. La luna, per alcuni, sarebbe la cifra della
sconfitta di Ingrao: per me è piuttosto il segno di una battaglia
che è ancora aperta. Lungi dall’essere un luogo situato in una
posizione indefinita tra l’astrazione dalla realtà e l’eterna
sconfitta, come qualche detrattore mascherato vuole far passare in
alcuni coccodrilli, essa è piuttosto quella direzione verso la
quale far avanzare ancora l’orizzonte delle aspettative. La luna
è possibile? Sì, lottando dentro il continuo sviluppo della
società, dentro le vecchie forme di dominio e le nuove possibilità
di liberazione, sapendo che «in fondo, a ben vedere, certi
guardiani, per forti e feroci che siano, sono tuttavia alla fine
abbastanza stupidi», come disse Ingrao al XIX Congresso del PCI,
nel 1990.
Ciò che ancora non credo di aver colto in tutta la sua complessità
è il significato primo dell’indicazione di «rimanere nel gorgo».
Quando mi imbattei per la prima volta nella formula retorica
utilizzata da Ingrao all’XI Congresso in risposta a Longo sulla
questione del centralismo democratico, la trovai di un tatto
incomprensibile per la dialettica politica di oggi: quel
volteggio di piuma, accolto da applausi scroscianti, era stato
tuttavia capace di ferire come una lama d’acciaio. Difficile dunque
astrarre da un periodo storico completamente diverso da quello di
oggi: credo tuttavia che «rimanere nel gorgo» fosse un’indicazione di
ricerca e di azione — e del rapporto indissolubile tra questi due
aspetti — rivolta alla realtà, all’intricato rapporto tra masse
e potere, impossibile da ridurre alla semplice collocazione
dentro o fuori dal Partito (che pure era parte fondamentale di
quell’indicazione).
Infine, l’insegnamento più prezioso, che più sento dentro, è quello
di lasciarsi interrogare dalle rivolte. Non ho mai avuto la fortuna
di incontrare Pietro Ingrao, ma ho incontrato spesso la misura
concreta di queste sue parole nella costruzione delle
organizzazioni studentesche, negli sguardi delle migliaia di
studentesse e studenti in strada e in piazza, nell’impegno politico
e nella necessità di cambiare il mondo. Il nostro cammino è ancora
nel tempo delle rivolte che non è sopito.
Grazie di tutto Pietro Ingrao.
Il costruttore di democrazia
Ingrao. Si
rischia di dimenticare che il suo andare «oltre» la politica non voleva
essere contrapposizione ma arricchimento. Una dimensione non
immediatamente visibile a uno sguardo distratto ma che si doveva
cogliere con uno sguardo lungo
Gianpasquale Santomassimo Manifesto 29.09.2015
Pietro Ingrao era certamente una «brava persona». Come era
una «brava persona» anche Berlinguer, e Jovanotti lo attesta.
Entrambi erano anche simboli di moralità nella politica, e nessuno
può metterlo in dubbio. Ma Ingrao era, come Berlinguer, un
comunista italiano, del Pci era stato uno dei dirigenti più
popolari, ed era stato anche un costruttore di democrazia nella
civiltà repubblicana.
Oggi c’è molta ipocrisia nel nascondere o sminuire questo dato
centrale della sua vita, nel ricondurlo a ennesimo santino della
liturgia di una «società civile» sganciata dalla politica
o addirittura ad essa contrapposta.
Fu certamente considerato – e lui stesso si considerò –
«eretico»: ma all’interno di una comunità di donne e di uomini unita
da ideali comuni, se pure declinati in forme diverse, di cui
condivise fino alla fine (ed anche oltre per pochi anni, a comunità
ormai dissolta) senso di appartenenza e obblighi, spesso gravosi,
che lo portarono a compromessi e sacrifici che rappresentarono
nel tempo un rovello mai interamente placato. Se si osserva con
distacco la sua vicenda politica, di là dalle leggende e anche dalle
autorappresentazioni, emergerà il profilo di un politico
realistico, capace di porre problemi e proporre soluzioni. Dalla
consapevolezza nei primi anni Sessanta di una nuova fase aperta dal
miracolo economico e dal centrosinistra, che imponevano un
ripensamento di tutti i termini della lotta politica e sociale del
movimento operaio, alla battaglia del decennio successivo per un
rinnovamento complessivo delle istituzioni, fondato sulla
centralità del parlamento in vista di una nuova relazione fra
Stato, popolo e trama delle assemblee elettive locali, in spirito di
fedeltà alla Costituzione.
C’era in queste battaglie la consapevolezza che la
democrazia parlamentare e costituzionale non era un dato
acquisito per sempre, ma un patto tra istituzioni e popolo che
andava rinnovato e rinsaldato mentre all’orizzonte si
profilavano nuove insidie interne ed eterne che ne minavano il
fondamento: «come se stessimo in bilico — avvertiva nel 1977 — tra
un salto di qualità verso una civiltà superiore e il precipitare
nella degenerazione».
Divenne col passare del tempo sempre più simbolo di qualcosa
difficile da definire in termini univoci (ma comunque lievito
e stimolo per molti).
Si innestò e si sovrappose alla sua vicenda storica una mitologia
facile, fatta di luoghi comuni diffusi e da ultimo perfino
interiorizzata da Ingrao medesimo nell’ultima fase della sua lunga
vita: l’enfasi sull’utopia contrapposta alla realtà (che aveva invece
studiato e analizzato con sguardo mai banale), la fama di
«acchiappanuvole», di poeta e sognatore… Col che si rischiava di
dimenticare che il suo andare «oltre» la politica, nel porre temi che
essa abitualmente non si poneva, non voleva essere
contrapposizione ma arricchimento, offerta di una dimensione non
immediatamente visibile a uno sguardo distratto ma che si poteva
e doveva cogliere con uno sguardo lungo.
Dimenticando che «scavare nella polvere» fra le rovine delle
torri franate non può servire a baloccarsi modellando castelli di
sabbia, che dal «gorgo» bisogna doverosamente farsi trascinare —
ma senza affogare — per riemergere infine su nuove sponde. Guardare
storicamente alla sua attività politica dovrebbe implicare anche
evadere dalle nebbie dell’«ingraismo» divenuto gergo e maniera, della
politica ridotta a stato d’animo, indeterminatezza
programmatica, elogio del «dubbio» che non prelude a una nuova
azione, ma si compiace e si paralizza in esso.
Nel modo corrente di ricordare Ingrao temo che oggi molta parte della
sinistra stia celebrando e assolvendo anche la propria
inconcludenza.
Pietro
In una parola. La rubrica di Alberto Leiss questa settimana su Pietro IngraoAlberto Leiss Manifesto 29.09.2015
Mi è capitato, anni fa, di scrivere sul libro autobiografico di Pietro IngraoVolevo la luna
(Einaudi), azzardando la tesi che se il vecchio Pci era
attraversato da una differenza positiva – rispetto agli altri
partiti comunisti nel mondo, e rispetto alla stessa politica
italiana — questa differenza era incarnata principalmente da un
uomo come Ingrao.
E non solo per essere stato lui il primo a rivendicare un diritto
al dissenso, pur rimanendo sempre obbediente alla disciplina del
partito. Ma per aver testimoniato continuamente, lungo tutta la
sua storia politica, l’ansia di una ricerca aperta sulla realtà,
sempre spinta dalla passione per la giustizia, per la libertà di chi
subisce l’oppressione del potere, e per il dubbio.
Il suo nome, Pietro, e il suo volto, il suo corpo, parlavano di
questa formidabile energia, mai spenta dagli errori politici che
pure il dirigente comunista Ingrao ha commesso, e che è stato molto
più disposto di altri a riconoscere.
Sto leggendo o rileggendo i suoi scritti nel recente volume Coniugare al presente
(Ediesse), dove Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti hanno raccolto
interventi, interviste e appunti tra l’89 e il ‘93. Gli anni del
crollo del muro, della fine del Pci, e anche della scelta di Ingrao di
abbandonare il Pds, dopo quel primo periodo dopo la svolta vissuto,
come disse, nel gorgo della trasformazione traumatica del suo
partito.
Segnalo due di queste testimonianze.
La prima è un dialogo tra Ingrao e Alex Langer, pubblicato nel
’90 da Nuova ecologia. Il leader ambientalista valutava
positivamente, ma non in modo acritico, la svolta di Occhetto, e si
rammaricava che un uomo «con l’autorità della storia politica
e della figura morale» di Ingrao non si fosse messo «alla testa di
questo possibile cambiamento». Langer vedeva bene come molti che
stavano con il Sì di Occhetto intendessero la svolta quale
«omologazione, come la rimozione di un ostacolo per entrare nei
salotti buoni». E vedeva anche nello schieramento del No molte
«persone più impegnate a difendere il diritto all’identità che
a incidere politicamente».
Ingrao risponde di non credere a un «atto salvifico»: un vero
«rinnovamento radicale del Pci» presupponeva una ben diversa
analisi del passaggio storico che stava vivendo il mondo e delle
forze in campo. E il comunismo, come orizzonte, come punto di vista
critico – non certo il regime fallito a Est — «permette di leggere
molto meglio i fenomeni attuali».
Allora io ero sulla posizione di Langer. Oggi penso che sbagliavo
valutazione sulla svolta. Ma soprattutto mi sembra che le opinioni,
le passioni e le inquietudini di persone come Langer e Ingrao
valessero molto di più del loro schierarsi per il Sì o per il No nel
confronto aperto nel Pci. E che abbiano molto da dire ancora oggi.
Come attuali sono gli appunti di Ingrao sul tema: «Può la poesia cambiare il mondo?» Ne aveva discusso con Adriana Zarri e Ernesto Cardenal all’Eremo di Monte Giove, nel giugno del ’91.
La trascrizione di una scaletta manoscritta mima in un certo modo
la scrittura in versi. Con frasi in lettere maiuscole, parole in
corsivo. Una specie di partitura. In cui, dopo la citazione dell’Infinito di Leopardi, si può leggere:
«e questo cambia
o meglio dilata il significato
delle parole
SCOPRE
SCOPRE
qualcosa
che si può dire rappresentare
solo dentro
quella tonalità musicale
quindi LEGGE
in un altro modo
– secondo me molto più ricco -
la vita, l’esperienza vitale».
La poesia non può cambiare il mondo? Ma senza una radicale
operazione sul linguaggio, sul simbolico, non si farà una
politica capace di cambiarlo.
Pietro Ingrao, comunista eretico e senza scismi
di Guido Compagna Il Sole 29.9.15
«Coscienza critica della sinistra», «acchiappanuvole», «l’utopista che
sognava la luna»: sono solo alcune che delle tante definizioni che hanno
accompagnato la vita e la morte di Pietro Ingrao. Il quale però fu
prima di tutto «un comunista» e subito dopo «un eretico senza scismi».
Ha spiegato magistralmente nel suo sito facebook Emanuele Macaluso:
«Ingrao è stato un comunista del partito di Togliatti e della via
italiana e democratica al socialismo, nel quale convivevano uomini con
posizioni diverse, ma convergenti sugli obiettivi di fondo ed egualmente
impegnati con passione e con l’amore per una politica che guardasse
essenzialmente agli interessi del mondo del lavoro e del Paese».
Ma Ingrao è stato anche un eretico. Ho aggiunto senza scismi. E in
politica gli scismi sono le scissioni. Così non seguì i suoi amici e per
certi versi discepoli, che diedero vita al gruppo de “Il manifesto”,
subito dopo la radiazione del Pci. Anzi. In Comitato centrale neanche si
oppose a quella radiazione. Lo ha ricordato lui stesso in una accorata
autocritica nel suo libro “Volevo la luna”. Quasi a dimostrazione che
dal partito ci si poteva discostare, ma che comunque non ci potevano e
dovevano essere fratture. Qualcosa di simile avvenne con la svolta di
Occhetto, anche quest’ultimo un suo, se non discepolo, compagno di idee e
di ideali. Così ancora una volta il già anziano leader si discostò.
L’eresia l’aveva fatta valere soprattutto in occasione dell’XI Congresso
in discussione il principio del centralismo democratico. Andò alla
tribuna e disse: «Non sono stato persuaso», ponendo con vigore la
questione del diritto al dissenso. Colpì l’assoluto e immobile silenzio
dei dirigenti e l’applauso entusiasta dei militanti.
Intendiamoci: la platea non era composta di eretici, ma di iscritti
solitamente molto disciplinati e soprattutto ligi nei fatti alle
direttive del partito. Probabilmente Ingrao era uno di quegli eretici
che piacevano soprattutto agli ortodossi. Lo scontro al Congresso del
1966 fu comunque durissimo, la tensione con Amendola era palpabile, e
secondo una ricostruzione dello stesso Pietro, Giorgio non esitò a
metterlo in guardia da possibili scontri anche fisici. Ingrao fu
comunque un leader molto amato dal popolo del Pci. Gli unici che hanno
avuto il suo livello di sua popolarità probabilmente sono stati
Togliatti e Berlinguer. Non è un caso che il regista Ettore Scola in un
suo film (”Dramma della gelosia...”) abbia voluto inserire alcune scene
di un comizio del dirigente ciociaro in piazza San Giovanni. Alla
vigilia del Congresso di Firenze del 1986 (segretario Alessandro Natta),
rispondendo ad una domanda su come si sarebbe svolto il Congresso, un
altro dirigente migliorista Napoleone Colajanni rispose con non celata
malizia: «Ci sarà un discorso di Ingrao, molto appalaudito, ma pressochè
identico a quello del precedente Congresso e a quello prima ancora».
Era un modo per spiegare due cose: la prima che comunque non ci
sarebbero state grandi novità, la seconda che Ingrao, nonostante fosse
molto amato dalle platee di partito, ancora una volta avrebbe contato
poco nel definire la linea politica.
È stato veramente così? Forse nel Pci il grande merito di Ingrao è stato
di avere talvolta capito alcune cose prima e soprattutto con maggiore
chiarezza e coraggio di altri. Per esempio Ingrao, che pure in occasione
dell’Ungheria, da direttore dell’Unità, aveva scritto e titolato: “Da
una parte della barricata”, sostenne prima e con più nettezza le ragioni
di Dubcek e Svoboda, anche prima dell’arrivo dei carri armati sovietici
a Praga del 1968. Fin qui il rapporto di Ingrao con il suo partito. C’è
poi l’uomo delle istituzioni. Dal 1976 al 1979 è il primo comunista a
essere presidente della Camera con grandi di imparzialità che gli
riconoscono anche gli avversari. Ma è anche l’animatore del Centro per
la riforma dello Stato. A conferma dell’importanza che la tenuta e la
buona salute delle istituzioni democratiche hanno per molti dirigenti
dell’allora Pci lo stesso rilievo che il contrasto alle diseguaglianze
sociali. Monocameralista fin dalla Commissione Bozzi ha comunque sempre
ritenuto irrinunciabile la rappresentatività e la centralità del
Parlamento. Ma Ingrao, lo ha ricordato molto bene Alfredo Reichlin nel
marzo scorso in un discorso alla Camera in occasione dei suoi 100 anni,
non fu soltanto un punto di riferimento per i comunisti. Negli anni ’60
con lui interloquirono nel dibattito sul nuovo modello di sviluppo
sindacalisti come Bruno Trentin, e soprattutto politici come Ugo La
Malfa e i cosiddetti “professorini” della sinistra dc come Giovanni
Galloni e Ciriaco De Mita.
Democrazia è sostanza ecco l’eredità di Ingrao La lezione del grande uomo politico appena scomparso Non contano soltanto le regole del gioco, il “come”, ma anche il “cosa”. Al formalismo studiato da Bobbio va unito il realismodi Gustavo Zagrebelsky Repubblica 29.9.15
«Il voto, da solo, non basta». In questa breve frase di Pietro Ingrao
può essere racchiuso tutto il senso della sua lunga riflessione sulla
democrazia, sulla rappresentanza, sul sistema parlamentare. Le
considerazioni che seguono sono un commento a queste parole: un commento
che ha sullo sfondo — non potrebbe essere diversamente — le condizioni
attuali della democrazia nel nostro Paese. Prendo lo spunto da un
carteggio tra lo stesso Ingrao e Norberto Bobbio, a margine e a seguito
d’un convegno torinese svoltosi nell’autunno del 1985. Le lettere sono,
la prima (di Bobbio), del 12 novembre e l’ultima (d’Ingrao) del 30
gennaio 1986 (ora in P. Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento,
Ediesse). In quel dialogo si discute di “vera e falsa democrazia”. Sono a
confronto due posizioni. Bobbio ripropone quella ch’egli stesso
definiva la “definizione minima” di democrazia. Questa definizione a
Ingrao appariva insufficiente. Anzi, nelle condizioni economiche e
sociali date, gli appariva vuota e ingannevole: in sostanza, la
copertura d’interessi di oligarchie nazionali e sovranazionali,
contrastanti con i diritti delle masse lavoratrici e con la loro urgenza
d’emancipazione. La riflessione e la terminologia di Ingrao vengono da
lontano. Masse e potere è il titolo d’una raccolta di scritti (il primo è
del 1964), pubblicata nel 1977, che ispirò in quegli anni parte della
sinistra. I concetti- chiave di Ingrao sono tre: masse, unità ed
egemonia. Naturalmente, stiamo parlando delle masse popolari, dell’unità
della sinistra e dell’egemonia della cultura che ne costituiva
l’identità.
Ma — ecco entrare in scena Bobbio — nell’intento di accordare la
democrazia ai contesti storici, esistono limiti concettuali che devono
essere tenuti fermi, a pena di confusione, fraintendimenti e, anche,
d’inganni. Una definizione è necessaria, ma una definizione troppo
pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco
l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue
definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio.
Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire
minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o
indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive
devono essere prese a maggioranza. Oltre che minima, questa definizione è
anche solo formale: si riferisce al “chi” e al “come”, ma non al “che
cosa”. Riguarda soltanto — come si usa dire per analogia — le “regole
del gioco”, ma non il risultato del gioco. In un testo del 1987 (ora in
Teoria generale della politica, Einaudi), le due regole diventano sei,
così: 1. tutti i cittadini che abbiano raggiunto la maggiore età senza
distinzione di razza, di religione, di condizione economica, di sesso,
debbono godere dei diritti politici, cioè ciascuno deve godere del
diritto di esprimere la propria opinione o di scegliere chi la esprime
per lui; 2. il voto di tutti i cittadini deve avere peso uguale; 3.
tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di
poter votare secondo la propria opinione formatasi quanto più è
possibile liberamente, cioè in una libera gara tra gruppi politici
organizzati in concorrenza fra loro; 4. debbono essere liberi anche nel
senso che debbono essere posti in condizione di scegliere tra soluzioni
diverse, cioè tra partiti che abbiano programmi diversi e alternativi;
5. sia per le elezioni, sia per le decisioni collettive, deve valere la
regola della maggioranza numerica, nel senso che si consideri eletto il
candidato, o si consideri valida la decisione, che ha ottenuto il
maggior numero di voti; 6. nessuna decisione presa a maggioranza deve
limitare i diritti della minoranza, particolarmente il diritto di
diventare maggioranza a parità di condizioni. Ripercorrendo questi sei
punti, ci accorgiamo che la definizione minima e formale resta ferma, ma
si introducono precisazioni, per così dire, di ambiente.
In sintesi, può dirsi che, mentre la posizione di Bobbio si giustifica
sul piano della teoria; la posizione di Ingrao si radica nella realtà
politica e sociale del suo tempo. Le riflessioni istituzionali di Ingrao
prendono origine, sempre, da analisi realistiche. A differenza di quel
che sarebbe successo in tempi a noi più vicini, le “regole del gioco”
non sono da lui considerate in astratto, ma sempre in relazione ai
contenuti della politica, la politica di emancipazione delle classi
subalterne. L’aspetto sostanziale è sempre presente. Si tratta di
promuovere realizzazioni e contrastare tendenze, avendo come obiettivo i
principi di libertà, di giustizia e di emancipazione sociale scritti
nella Costituzione, in particolare nell’art. 3, secondo comma,
richiamato in ogni possibile occasione. Nessuna riforma delle regole è
indifferente rispetto alla sostanza — per rimanere nell’immagine — del
gioco che viene giocato.
Al di là delle questioni di parole, ciò che si può dire conclusivamente
dal carteggio da cui ho preso spunto, è, forse, che il contrasto tra
Bobbio e Ingrao è più apparente che reale. Questa conclusione non è
dettata dall’amore per il compromesso a ogni costo. Ciò di cui parla
Bobbio ha bisogno di ciò di cui parla Ingrao. Il loro discorso si svolge
su piani diversi che non si scontrano, ma si completano. Bobbio parla
della democrazia rispetto alle sue leggi di cornice entro la quale la
lotta politica deve contenersi, Ingrao della democrazia come lotta
politica; l’uno della democrazia come forma che presuppone una sostanza,
l’altro della sostanza che implica una forma. Bobbio parla delle
condizioni della democrazia, ma le possibilità non bastano se non ci
sono forze che sappiano che farsi della democrazia, che traggano la
democrazia dal regno delle possibilità al regno della realtà.
Se queste forze mancano, le forme, da sole, non sono capaci di
suscitarle e la democrazia è destinata a essere solo il titolo d’un
capitolo nei libri di diritto costituzionale. Del resto, che la forma
non sia sufficiente; che essa sia destinata a diventare un guscio vuoto e
a risultare una formula mendace, occultatrice di realtà non o anti-
democratiche, alla fine ripudiata dai cittadini, è Bobbio stesso a
riconoscerlo: «Io non posso separare la democrazia formale dalla
democrazia sostanziale. Ho il presentimento che dove c’è soltanto la
prima, un regime democratico non è destinato a durare» (Lettera a Guido
Fassò del 14 febbraio 1972, citata in L. Ferrajoli, Principia iuris.
Teoria del diritto e della democrazia,
Laterza. Una conclusione perfettamente conforme alle preoccupazioni di
Ingrao che credo giusto rammentare nel momento in cui di lui festeggiamo
riconoscenti il contributo alla vita della Repubblica, ricordando cose
dette più di trent’anni fa, ma valide non solo per quei tempi.
(Questo testo è un estratto del discorso pronunciato da Gustavo
Zagrebelsky il 31 marzo 2015 in occasione dei 100 anni di Pietro Ingrao
su invito della Camera dei deputati).
Così fu travolta la sinistra comunista Il funerale di stato per Pietro Ingrao a Montecitoriodi Alberto Burgio
Ha fatto bene il manifesto a pubblicare il discorso in memoria di Pietro
Ingrao — un testo breve ma denso di implicazioni — pronunciato da
Alfredo Reichlin in piazza Montecitorio.
Colpisce in primo luogo il riferimento all’attenzione che il gruppo
dirigente comunista e Ingrao in particolare sempre riservarono alla
costruzione di strutture sindacali, politiche e culturali adeguate alle
forme di vita che via via venivano affermandosi nell’esperienza della
classe operaia e dei ceti subalterni. Si trattava dell’idea gramsciana
del radicamento del partito nella vita reale del «soggetto». Ed era,
forse più semplicemente, il riflesso della consapevolezza della
necessità di trarre dal contatto diretto col mondo del lavoro gli
elementi essenziali della lettura critica della società e, di qui, le
direttrici della battaglia per l’emancipazione e la trasformazione.
Non è un passaggio trascurabile.
Spesso e non senza unilateralità si parla di Ingrao come del dirigente
comunista più attento alla fecondità dei movimenti e più interessato al
dialogo con le forme emergenti della soggettività. E altrettanto spesso
lo si ricorda come l’uomo del dubbio, insofferente al conformismo e alla
disciplina imposta — non sempre per buoni motivi — nei partiti
comunisti plasmati dall’esperienza della Terza Internazionale e della
guerra antifascista. Una disciplina che Ingrao contrastava non in linea
di principio, per assunti precostituiti. Ma perché vi ravvisava un
pericolo di ripiegamento su sterili certezze, una clausola avversa alla
ricerca fuori dagli schemi, all’ascolto spregiudicato della realtà.
Nonché una modalità incompatibile con la libertà dei soggetti: al punto
di scorgere proprio in quella rigidità ideologica e nella cifra
autoritaria delle organizzazioni due tra le principali cause della
sconfitta storica del movimento comunista nel secondo dopoguerra.
Quel che spesso tuttavia si dimentica è che quell’apertura e quella
curiosità si coniugavano con la cura per la comunità del partito e con
la coscienza della sua funzione indispensabile nell’elaborazione del
soggetto e nella costruzione del conflitto di classe. Un’attitudine che
si pone letteralmente agli antipodi dell’ideologia del partito leggero
nel cui nome, dalla seconda metà degli anni Ottanta, si provvide a
smantellare la struttura articolata del Pci, a sradicarlo dai territori e
dalle maglie della relazione sociale, ad avviarne la trasformazione in
partito d’opinione prima, in campo di concorrenza tra leader a fini
elettorali poi e, finalmente, in uno strumento di comando politico
scalabile dai più agguerriti portavoce dei poteri forti. Stavano a cuore
a Ingrao l’apertura al confronto come la pratica del dubbio e la
ricchezza della ricerca concreta. Ma non gli premevano di meno la
saldezza dell’organizzazione come trama viva di relazioni umane, la sua
compattezza e persino la salvaguardia delle sue ritualità tramandate e
condivise nel corso del tempo.
Questo abito fu una delle ragioni della sua radicale estraneità alla
metamorfosi imposta al Pci e poi alla sua liquidazione. Sulla scelta di
Ingrao di «restare comunque nel gorgo» non si smetterà di discutere. Si
trattò di una decisione pesante che molto influenzò le sorti del
nascente movimento della rifondazione comunista e della sinistra di
alternativa tutta nel lungo periodo. Ma quel dato di fatto,
l’appartenenza culturale e antropologica alla storia delle grandi
organizzazioni di massa del movimento comunista, resta. E getta sulla
sua figura una luce forse, in qualche misura, tragica, se è vero che la
decisione di stare nel Pds ne alimentò un non risolto travaglio.
C’è un secondo passaggio nell’orazione di Reichlin che merita un breve
commento. A proposito della mondializzazione neoliberista egli ricorda
come la sinistra italiana ne sia stata «travolta». Si trattò di una
cesura epocale, che forse per questo Reichlin definisce «materia ormai
degli storici». In effetti, così sulla profondità del mutamento, come su
quel travolgimento non sussistono dubbi. Epperò ciò non può voler dire
che il giudizio su quei processi e appunto su quel venirne travolti —
quale che sia la lettura che si ritenga di darne — non sia anche
squisitamente politico. Quindi urgente, qui e ora, per le responsabilità
che coinvolge, rivela e pone in evidenza.
Ad ogni buon conto proprio su quel passaggio storico Ingrao insistette
con forza a più riprese, invocando una revisione profonda dei quadri
analitici ma al tempo stesso ribadendo l’esigenza di rilanciare la lotta
per l’alternativa. La consapevolezza della portata della svolta
conservatrice e della necessità di riaprire una ricerca lo indusse a
respingere la proposta di restare alla presidenza della Camera alla fine
degli anni Settanta, mentre già si avviava lo sfondamento neoliberista.
E mai egli ebbe tentennamenti — questo oggi va ricordato, senza
rifugiarsi in formule elusive o ecumeniche — nel valutare dove stessero
le ragioni della modernità e del progresso, dove quelle della reazione e
della violenza.
Questo è un nodo al quale a nessuno è concesso di sfuggire. Che va discusso senza reticenze.
La vicenda dei gruppi dirigenti post-comunisti dagli anni Ottanta a oggi
non si comprende senza riconoscere limpidamente che il giudizio da essi
formulato sulla mondializzazione neoliberista fu clamorosamente
sbagliato. E che esso non ha soltanto portato alla mutazione genetica
delle maggiori organizzazioni politiche nate dallo smantellamento del
Pci — al loro sradicamento dal terreno delle lotte del lavoro — ma ha
anche, per ciò stesso, contribuito a stabilizzare l’egemonia della
destra e a segnare, nella storia del paese, gravi regressi sul terreno
delle conquiste sociali e delle garanzie democratiche.
E del resto lo stesso Reichlin pare riconoscerlo là dove pensosamente
ammette che chi ha diretto le forze maggiori della sinistra italiana non
ha saputo custodire la storia del movimento operaio e di quella
sinistra comunista di cui Ingrao è stato una delle guide più autorevoli e
amate.
Il mio amico Ingrao altro che sognatore
Marcello Sorgi Stampa 6 ottobre 2015
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica... «Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti». Cosa non le è piaciuto? «Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo». Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza. «E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci». Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao? «Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui». Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria? «È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione». E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato? «Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva». Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola linea anche le frange più estremiste del partito? «Piuttosto era un riconoscimento del ruolo centrale che aveva. Magari, perché no?, Ingrao avrà dovuto limare i suoi convincimenti per sostenere quel ruolo: ciò non toglie che Togliatti avesse scelto lui. E quanto alla questione della democrazia interna, a porla, prima di Ingrao, era stato Amendola». Amendola? «Subito dopo il XXII congresso del Pcus, in cui Krusciov presentò il rapporto sullo stalinismo, Amendola accusò Togliatti di reticenza sugli orrori rivelati dal leader sovietico e chiese che al successivo congresso del Pci si potesse discutere apertamente da posizioni diverse e concludere eventualmente con una maggioranza e una minoranza». Fatto inedito, per un partito fondato sulla regola autoritaria del centralismo democratico. Togliatti cosa rispose? «Convocò la direzione e ci informò della discussione con Amendola. Poi aggiunse: “Al prossimo congresso, dunque, andremo con mozioni diverse. Io naturalmente presenterò la mia”». E come andò a finire? «Togliatti presentò la sua mozione, e nessuno, neppure Amendola, ne presentò un’altra in contrapposizione. Finì all’unanimità, come sempre. Ecco perché lo stesso Amendola, all’XI congresso, quando Ingrao ripropose la questione del centralismo, fu particolarmente duro con lui». Amendola aveva cambiato idea sulla democrazia interna? «In pratica si era rimangiato tutto. Dopo la morte di Togliatti, Amendola aveva un peso maggiore nel Pci. Ma la sua idea di fondere in un solo partito socialisti e comunisti, partendo dal riconoscimento del fallimento contemporaneo del centrosinistra e del modello comunista sovietico, era stata bollata come un’eresia. Ingrao, in totale disaccordo, chiedeva che fosse condannata, oppure che fosse riconosciuta legittimità a posizioni diverse». E fu emarginato per questo? «Non fu affatto messo da parte. Amendola, è vero, chiedeva che fosse fatto fuori da tutti gli organismi dirigenti, ma io e Berlinguer ottenemmo da Longo che restasse nell’ufficio politico. A essere emarginati, a quel punto, sempre su richiesta di Amendola, fummo noi: uscimmo dalla segreteria, Berlinguer spedito a fare il segretario del Lazio e io il responsabile della stampa e propaganda». Poi arriva il ’69 e a Ingrao tocca di cacciare dal Pci il gruppo delManifesto. Magri, Pintor, Rossanda e Castellina erano tutti amici suoi. «Anche stavolta non fu solo un gesto di obbedienza. Ingrao motivò le sue critiche nella sostanza, criticando come estremiste e pseudo-rivoluzionarie le posizioni assunte dal gruppo del Manifesto: facevano assomigliare i consigli di fabbrica ai soviet dell’Unione Sovietica e contraddicevano la linea democratica della via italiana al socialismo. Voi volete conquistare il potere con metodi che non sono i nostri, obiettava Ingrao». In termini personali, la svolta dovette costargli. «Per tutti fu un errore, non solo per Ingrao. Che comunque, nel ’71, andò a fare il capogruppo dei deputati, e con Andreotti, capogruppo Dc, e Pertini, presidente della Camera, concordò il nuovo regolamento parlamentare. Un compromesso di cui si disse che introduceva il consociativismo come regola. Poi arrivano i governi di unità nazionale e Ingrao diventa presidente della Camera dal ’76 al ’79. Il primo del Pci. Questo per dire che non era solo il capo della sinistra comunista». Nel ’79, però, dopo la fine della solidarietà nazionale, Ingrao lasciò bruscamente la presidenza della Camera. Perché? «Avvertiva il richiamo della scelta di Berlinguer verso l’alternativa. Una svolta avversata da Bufalini, da Napolitano e da me stesso, e che invece Ingrao sentiva di dover sostenere. Infatti tornò in segreteria, dove poi rimase anche con Occhetto, dopo la morte di Berlinguer». Occhetto, nato ingraiano, ritrovava così il suo maestro. «C’è un dettaglio rivelatore raccontato nelle sue memorie da Lucio Magri, che insieme con un altro gruppo di politici e intellettuali di area, dentro e fuori il Pci, aveva preparato un documento per spingere a sinistra il partito. Ingrao si rifiutò di firmarlo e approvò la linea del segretario». Siamo nell’89, al congresso dell’Amazzonia, dalle immagini della foresta che aprirono i lavori. Poi però, pochi mesi dopo, quando Occhetto cambiò il nome al partito, Ingrao si ribellò. «Era in Spagna. E non accettò che il segretario non lo avesse avvertito prima della svolta della Bolognina. Ma, a quel punto, la storia del Pci era finita. Ingrao a poco a poco cominciò ad allontanarsi». Lo perse di vista anche lei? «No, ricordo che nel ’95 andai a una manifestazione in Campidoglio, a Roma, in cui il filosofo Remo Bodei celebrava gli ottant’anni di Ingrao. C’era poca gente, assenti i dirigenti del Pds, e quasi nessuno di quelli che l’altro giorno lo hanno celebrato nei funerali di Stato. Mi fu molto grato e mi scrisse una bella lettera, che conservo. Anche per questo ho voluto ricordare cosa ha fatto e ciò che ha rappresentato Ingrao per il Pci. Possibile che la damnatio memoriae, in questo paese, sia arrivata al punto da non poter più dire che Ingrao è stato innanzitutto un grande comunista italiano?».
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica... «Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti». Cosa non le è piaciuto? «Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo». Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza. «E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci». Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao? «Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui». Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria? «È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione». E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato? «Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva». Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola linea anche le frange più estremiste del partito? «Piuttosto era un riconoscimento del ruolo centrale che aveva. Magari, perché no?, Ingrao avrà dovuto limare i suoi convincimenti per sostenere quel ruolo: ciò non toglie che Togliatti avesse scelto lui. E quanto alla questione della democrazia interna, a porla, prima di Ingrao, era stato Amendola». Amendola? «Subito dopo il XXII congresso del Pcus, in cui Krusciov presentò il rapporto sullo stalinismo, Amendola accusò Togliatti di reticenza sugli orrori rivelati dal leader sovietico e chiese che al successivo congresso del Pci si potesse discutere apertamente da posizioni diverse e concludere eventualmente con una maggioranza e una minoranza». Fatto inedito, per un partito fondato sulla regola autoritaria del centralismo democratico. Togliatti cosa rispose? «Convocò la direzione e ci informò della discussione con Amendola. Poi aggiunse: “Al prossimo congresso, dunque, andremo con mozioni diverse. Io naturalmente presenterò la mia”». E come andò a finire? «Togliatti presentò la sua mozione, e nessuno, neppure Amendola, ne presentò un’altra in contrapposizione. Finì all’unanimità, come sempre. Ecco perché lo stesso Amendola, all’XI congresso, quando Ingrao ripropose la questione del centralismo, fu particolarmente duro con lui». Amendola aveva cambiato idea sulla democrazia interna? «In pratica si era rimangiato tutto. Dopo la morte di Togliatti, Amendola aveva un peso maggiore nel Pci. Ma la sua idea di fondere in un solo partito socialisti e comunisti, partendo dal riconoscimento del fallimento contemporaneo del centrosinistra e del modello comunista sovietico, era stata bollata come un’eresia. Ingrao, in totale disaccordo, chiedeva che fosse condannata, oppure che fosse riconosciuta legittimità a posizioni diverse». E fu emarginato per questo? «Non fu affatto messo da parte. Amendola, è vero, chiedeva che fosse fatto fuori da tutti gli organismi dirigenti, ma io e Berlinguer ottenemmo da Longo che restasse nell’ufficio politico. A essere emarginati, a quel punto, sempre su richiesta di Amendola, fummo noi: uscimmo dalla segreteria, Berlinguer spedito a fare il segretario del Lazio e io il responsabile della stampa e propaganda». Poi arriva il ’69 e a Ingrao tocca di cacciare dal Pci il gruppo delManifesto. Magri, Pintor, Rossanda e Castellina erano tutti amici suoi. «Anche stavolta non fu solo un gesto di obbedienza. Ingrao motivò le sue critiche nella sostanza, criticando come estremiste e pseudo-rivoluzionarie le posizioni assunte dal gruppo del Manifesto: facevano assomigliare i consigli di fabbrica ai soviet dell’Unione Sovietica e contraddicevano la linea democratica della via italiana al socialismo. Voi volete conquistare il potere con metodi che non sono i nostri, obiettava Ingrao». In termini personali, la svolta dovette costargli. «Per tutti fu un errore, non solo per Ingrao. Che comunque, nel ’71, andò a fare il capogruppo dei deputati, e con Andreotti, capogruppo Dc, e Pertini, presidente della Camera, concordò il nuovo regolamento parlamentare. Un compromesso di cui si disse che introduceva il consociativismo come regola. Poi arrivano i governi di unità nazionale e Ingrao diventa presidente della Camera dal ’76 al ’79. Il primo del Pci. Questo per dire che non era solo il capo della sinistra comunista». Nel ’79, però, dopo la fine della solidarietà nazionale, Ingrao lasciò bruscamente la presidenza della Camera. Perché? «Avvertiva il richiamo della scelta di Berlinguer verso l’alternativa. Una svolta avversata da Bufalini, da Napolitano e da me stesso, e che invece Ingrao sentiva di dover sostenere. Infatti tornò in segreteria, dove poi rimase anche con Occhetto, dopo la morte di Berlinguer». Occhetto, nato ingraiano, ritrovava così il suo maestro. «C’è un dettaglio rivelatore raccontato nelle sue memorie da Lucio Magri, che insieme con un altro gruppo di politici e intellettuali di area, dentro e fuori il Pci, aveva preparato un documento per spingere a sinistra il partito. Ingrao si rifiutò di firmarlo e approvò la linea del segretario». Siamo nell’89, al congresso dell’Amazzonia, dalle immagini della foresta che aprirono i lavori. Poi però, pochi mesi dopo, quando Occhetto cambiò il nome al partito, Ingrao si ribellò. «Era in Spagna. E non accettò che il segretario non lo avesse avvertito prima della svolta della Bolognina. Ma, a quel punto, la storia del Pci era finita. Ingrao a poco a poco cominciò ad allontanarsi». Lo perse di vista anche lei? «No, ricordo che nel ’95 andai a una manifestazione in Campidoglio, a Roma, in cui il filosofo Remo Bodei celebrava gli ottant’anni di Ingrao. C’era poca gente, assenti i dirigenti del Pds, e quasi nessuno di quelli che l’altro giorno lo hanno celebrato nei funerali di Stato. Mi fu molto grato e mi scrisse una bella lettera, che conservo. Anche per questo ho voluto ricordare cosa ha fatto e ciò che ha rappresentato Ingrao per il Pci. Possibile che la damnatio memoriae, in questo paese, sia arrivata al punto da non poter più dire che Ingrao è stato innanzitutto un grande comunista italiano?».
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica... «Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti». Cosa non le è piaciuto? «Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo». Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza. «E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci». Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao? «Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui». Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria? «È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione». E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato? «Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva». Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola
Le foto sono per lo più prese da Internet e quindi ritenute di pubblico dominio. Eventuali titolari rasponi scrivano a info@materialismostorico.it e le rimuoveremo. Anche per gli articoli, del resto, se proprio siete gelosi non è che ci disperiamo.
Bertolt Brecht, An die Nachgeborenen (1939)
Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!/... Ach, wir/Die wir den Boden bereiten wollten für Freundlichkeit/Konnten selber nicht freundlich sein./Ihr aber, wenn es soweit sein wird/Dass der Mensch dem Menschen ein Helfer ist/Gedenkt unsrer/Mit Nachsicht.
Comunisti, fascisti e questione nazionale. Germania 1923: fronte rossobruno o guerra d'egemonia?
In libreria e in e-book da Mimesis
E' on line il terzo numero di "Materialismo Storico" (2/2017)
Saggi di Quartim, Giacché, Fineschi, Vaccaro, Fresu, Azzarà, Vander e altri. L'ultima intervista ad André Tosel. Vattimo e Zabala sul "comunismo ermeneutico"
Unire le classi subalterne, ricostruire una democrazia progressiva, restituire potere al popolo
Un appello al mondo della cultura, dell’arte, della formazione e dell’Università, della comunicazione
Nonostante Laclau. Populismo ed egemonia nella crisi della democrazia moderna
Mimesis 2017
A. Moeller van den Bruck: Tramonto dell'Occidente? Spengler contro Spengler
OAKS editrice
Rivoluzioni e restaurazioni, guerre e grandi crisi storiche: 100 anni dall'Ottobre russo
7 e 8 novembre a Urbino, Palazzo Battiferri (via Saffi 42), Sala del Consiglio
E' on line il secondo numero di "Materialismo Storico" (1/2017)
Saggi di Frosini, Cospito, Burgos, Cortès, McNally, Sotiris, Maltese, Candioti e altri. Gli ultimi scritti di André Tosel e Alessandro Pandolfi. Un ricordo di Sergio Manes
Stefano G. Azzarà: "L'Occidente scivola a destra"
Globalisti contro sovranisti: un'intervista a "Il bene comune"
Una presentazione di Democrazia Cercasi a Milano, 20 maggio 2016
Crisi della democrazia moderna, conflitto politico-sociale e ricomposizione
Intervista a Stefano G. Azzarà
Restaurazione e rivoluzione passiva postmoderna nel ciclo neoliberale
Stefano G. Azzarà: Heidegger ‘innocente’: un esorcismo della sinistra postmoderna. MicroMega 2/2015
Limitarsi a condannare l’antisemitismo di Heidegger cercando di salvare la sua filosofia è un tentativo disperato, perché l’antisemitismo dell’autore di "Essere e tempo" non ha una dimensione naturalistica, bensì culturale: per lui ‘giudaismo mondiale’ è anzitutto sinonimo di modernità, di umanesimo. La filosofia di Heidegger va rigettata non (solo) in quanto antisemita, ma (soprattutto) in quanto intrinsecamente reazionaria
Democrazia Cercasi: una critica del postmodernismo. Società di studi politici, Napoli, 24 2 2015
Sul Foglio una recensione del libro su Moeller-Nietzsche
Friedrich Nietzsche dal radicalismo aristocratico alla Rivoluzione conservatrice, Castelvecchi
Democrazia Cercasi. Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia, Imprimatur
S.G. Azzarà: "La sinistra postmoderna, il neoliberismo e la fine della democrazia"
Un estratto da "Democrazia Cercasi" su MicroMega / Il rasoio di Occam
S.G. Azzarà: Friedrich Nietzsche dal radicalismo aristocratico alla Rivoluzione conservatrice
Quattro saggi di Arthur Moeller van den Bruck, CastelvecchiEditore. In libreria e in e-book
Nietzsche profeta e artista decadente? Oppure filosofo-guerriero del darwinismo pangermanista? O forse teorico di un socialismo "spirituale" che fonde in un solo fronte destra e sinistra e prepara la rivincita della Germania? Nella lettura di Arthur Moeller van den Bruck la genesi della Rivoluzione conservatrice e uno sguardo sul destino dell'Europa.
È la stessa cosa leggere Nietzsche quando è ancora vivo il ricordo della Comune di Parigi e i socialisti avanzano dappertutto minacciosi e leggerlo qualche anno dopo, quando la lotta di classe interna cede il passo al conflitto tra la Germania e le grandi potenze continentali? Ed è la stessa cosa leggerlo dopo la Prima guerra mondiale, quando una sconfitta disastrosa e la fine della monarchia hanno mostrato quanto fosse fragile l’unità del popolo tedesco? Arthur Moeller van den Bruck è il padre della Rivoluzione conservatrice e ha anticipato autori come Spengler, Heidegger e Jünger. Nel suo sguardo, il Nietzsche artista e profeta che tramonta assieme all’Ottocento rinasce alla svolta del secolo nei panni del filosofo-guerriero di una nuova Germania darwinista; per poi, agli esordi della Repubblica di Weimar, diventare l’improbabile teorico di un socialismo spirituale che deve integrare la classe operaia e preparare la rivincita, futuro cavallo di battaglia del nazismo. Tre diverse letture di Nietzsche emergono da tre diversi momenti della storia europea. E sollecitano un salto evolutivo del liberalismo conservatore: dalla reazione aristocratica tardo-ottocentesca contro la democrazia sino alla Rivoluzione conservatrice, con la sua pretesa di fondere destra e sinistra e di padroneggiare in chiave reazionaria la modernità e le masse, il progresso e la tecnica.
In appendice la prima traduzione italiana dei quattro saggi di Arthur Moeller van den Bruck su Nietzsche.
La recensione di Damiano Palano a "Democrazia Cercasi"
Heidegger il cambiavalute dell'essere
Intervento al convegno di Urbino "I poveri, la povertà", 4 dicembre 2014
S.G. Azzarà, Democrazia cercasi, Imprimatur Editore, pp. 363, euro 16: in libreria e in e-book
www.democraziacercasi.blogspot.it Possiamo ancora parlare di democrazia in Italia? Mutamenti imponenti hanno svuotato gli strumenti della partecipazione popolare, favorendo una forma neobonapartistica e ipermediatica di potere carismatico e spingendo molti cittadini nel limbo dell’astensionismo o nell’imbuto di una protesta rabbiosa e inefficace. Al tempo stesso, in nome dell’emergenza economica permanente e della governabilità, gli spazi di riflessione pubblica e confronto sono stati sacrificati al primato di un decisionismo improvvisato. Dietro questi cambiamenti c’è però un più corposo processo materiale che dalla fine degli anni Settanta ha minato le fondamenta stesse della democrazia: il riequilibrio dei rapporti di forza tra le classi sociali, che nel dopoguerra aveva consentito la costruzione del Welfare, ha lasciato il campo ad una riscossa dei ceti proprietari che nel nostro paese come in tutto l’Occidente ha portato ad una redistribuzione verso l’alto della ricchezza nazionale, alla frantumazione e precarizzione del lavoro, allo smantellamento dei diritti economici e sociali dei più deboli. Intanto, nell’alveo del neoliberalismo trionfante, si diffondeva un clima culturale dai tratti marcatamente individualistici e competitivi. Mentre dalle arti figurative alla filosofia, dalla storia alle scienze umane, il postmodernismo dilagava, delegittimando i fondamenti e i valori della modernità – la ragione, l’eguaglianza, la trasformazione del reale… - e rendendo impraticabile ogni progetto di emancipazione consapevole, collettiva e organizzata. É stata la sinistra, e non Berlusconi, il principale agente responsabile di questa devastazione. Schiantata dalla caduta del Muro di Berlino assieme alle classi popolari, non è riuscita a rinnovarsi salvaguardando i propri ideali e si è fatta sempre più simile alla destra, assorbendone programmi e stile di governo fino a sostituirsi oggi integralmente ad essa. Per ricostruire una sinistra autentica, per riconquistare la democrazia e ripristinare le condizioni di una vasta mediazione sociale, dovremo smettere di limitare il nostro orizzonte concettuale alla mera riduzione del danno e riscoprire il conflitto. Nata per formalizzare la lotta di classe, infatti, senza questa lotta la democrazia muore.
Emiliano Alessandroni: Ideologia e strutture letterarie, Aracne Editrice
Che cos'è esattamente il bello? È possibile procedere ad una sua decodificazione? Che significato racchiude il termine ideologia? E quale rapporto intrattiene con la letteratura, ovvero con le sue strutture? Come giudicare il valore di un'opera? A questi come ad altri quesiti questo libro intende fornire una risposta, contrastando, con la forza del ragionamento e il supporto dell'analisi testuale, quegli assunti diffusi (“il bello è soltanto soggettivo!”) e quelle opinioni consolidate (“tutto è ideologia!” o “le ideologie sono morte!”) che finiscono per disorientare chiunque si trovi, per via diretta o indiretta, a confrontarsi con tali problematiche. Un saggio di ampio respiro tra filosofia, storia, critica letteraria e teoria della letteratura.
Stefano G. Azzarà: Ermeneutica, "Nuovo Realismo" e trasformazione della realtà
Una radicalizzazione incompiuta per la filosofia italiana - Rivista di Estetica, 1/2013
Due giornate di seminario su Ernesto Laclau a Urbino. 21 novembre
Stefano G. Azzarà: L'humanité commune, éditions Delga, Paris
Une critique anticonformiste de l’histoire du mouvement libéral qui remet en cause ses théoriciens principaux ainsi que les développements et les choix politiques concrets des sociétés et des États qui s’en réclament ; une grande fresque comparative, où la mise en confrontation entre le libéralisme, le courant conservateur et le courant révolutionnaire au cours des siècles, fait sauter les barrières de la tradition historiographique et dévoile le difficile processus de construction de la démocratie moderne ; l’essai d’une théorie générale du conflit qui part de la compréhension philosophique, dialectique, du rapport entre instances universelles et particularisme ; mais aussi, une application radicalement renouvelée de la méthode matérialiste historique à travers la revendication de l’équilibre entre reconnaissance et critique de la modernité. Ce sont là les idées directrices du parcours de recherche de Domenico Losurdo, l’un des principaux auteurs italiens contemporains d’orientation marxiste, déjà connu en France à travers des ouvrages comme Heidegger et l’idéologie de la guerre (PUF 1998), Démocratie ou bonapartisme (Le Temps des Cerises 2003), Antonio Gramsci, du libéralisme au « communisme critique » (Syllepse 2006) et Fuir l’histoire ? (Delga – Le Temps des Cerises 2007).
Seconda edizione 2013
Stefano G. Azzarà: Un Nietzsche italiano. Gianni Vattimo e le avventure dell'oltreuomo rivoluzionario, manifestolibri, Roma 2011
In libreria
Stefano G. Azzarà: L'imperialismo dei diritti universali. Arthur Moeller van den Bruck, la Rivoluzione conservatrice e il destino dell'Europa, con la prima traduzione italiana de "Il diritto dei popoli giovani", di A. Moeller van den Bruck, La Città del Sole, Napoli 2011
Dialettica, storia e conflitto. Il proprio tempo appreso nel pensiero
Presentazione della Festschrift in onore di Domenico Losurdo - VII Congresso della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, Urbino, 18-20 novembre 2011
Stefano G. Azzarà: Settling Accounts with Liberalism
Historical Materialism 19.2
L'intervento di Stefano G. Azzarà al convegno di Urbino sul comunismo
Socialismo nazionale,integrazione delle masse e guerra nella Rivoluzione conservatrice