
lunedì 30 novembre 2015
"Il nobile fine della ricerca scientifica" ovvero il lavoro intellettuale in Italia al tempo dei dolori. Una storia vera

Una collega - ahilei non strutturata ma ben più portata, motivata e brava della media degli strutturati - ha subito questa violenza. Alla quale ha saputo rispondere in maniera impareggiabile ma che mi pare giusto segnalare. Anche perché il miserabile molestatore - come si evince dalla risposta conclusiva - non è nemmeno in grado di percepire dove stia il problema e come lui ce ne sono migliaia.
Ogni ulteriore replica sarebbe superflua [SGA].
Gentile ####,
avrei necessità di ricevere al più presto
la traduzione di Cheverny, Sexologie de l'Occident. Trattasi di un
volume di 661 pagine, facilmente reperibile su maremagnum,com ad un
prezzo modico (circa 40 euro) per un mio lavoro di ricerca sul cui
argomento taccio per riservatezza. Sarebbe possibile entro al massimo 15
giorni? La prego di inviare il dattiloscritto (l'età avanzata non mi
consente di leggere per troppe ore consecutive al computer e prediligo
l'antica carta, possibilmente in sfumatura avorio che stanca meno gli
occhi) prima possibile, con posta assicurata, al seguente indirizzo:
xxxxxxxxxxxxx.
La fama della sua disponibilità e abnegazione è
giunta oltre oceano e ho pensato che lei fosse proprio la persona utile
in questa situazione di emergenza.
Cordialità,
DottProffEccSupercalilf****
Dipartimento di Irrilevanza Conclamata
University of Onantucket
Egregio Professore,
la Sua proposta mi lusinga e pertanto La ringrazio di aver pensato
proprio a me. Spero tuttavia che, oltre alla fama della mia
disponibilità e abnegazione, oltre oceano sia giunta anche la mia
parcella che le indico, approssimativamente, qui di seguito.
Prezzo del volume da tradurre comprensivo di spese di spedizione: ca. 55 euro
Traduzione del volume (661 pagine): ca 6000 euro.
Spese di stampa dattiloscritto e spedizione oltre oceano: circa 55euro.
Totale: 6.110, variabili a seconda del quantitativo reale di cartelle da tradurre e dell'urgenza.
Le indico il mio IBAN e i dati della mia Banca. Inizierò a lavorare non
appena avrò ricevuto un anticipo del 50% della somma indicativa e Le
invierò come richiesto il dattiloscritto contestualmente al saldo.
Qualora le mie richieste risultassero impossibili da accogliere, Le
consiglio vivamente di rivolgersi a Google Translate: una applicazione
rapida, solerte e gratuita che aggiungerà al fascino della scoperta di
un testo ignoto, l'imprevedibilità di una traduzione improbabile e la
certezza di una bella risata. Sono certa che un Docente della Sua fama
abbia rispetto del lavoro altrui e non lo consideri un passatempo. In
attesa di un riscontro, Le porgo i miei più cordiali saluti.
####
Gentile ####,
Le sue pretese mi paiono alquanto esagerate, in considerazione del
fatto che Lei non può vantare alcun titolo specifico e neppure un
curriculum vitae et studiorum degno di nota. Avevo evidentemente
frainteso, supponendo che sarebbe stato un onore per una giovane e
sconosciuta sudiosa proveniente da un'oscura università del meridione,
partecipare a una ricerca di notevole importanza nell'ambito delle
Scienze Psicologiche. Pensavo addirittura, che illuso!, che sarebbe
stato più che sufficiente un
ringraziamento in calce e una copia della pubblicazione con dedica
autografa; quanto mi sbagliavo! Le giovani generazioni sono così avide e
attaccate al vile denaro da perdere di vista il nobile fine della
ricerca scientifica. Mi rivolgerò a qualcuno che condivida il mio stesso
entusiasmo e che non si lasci accecare da esigenze materiali che
inficiano inesorabilmente qualsiasi progresso scientifico.
La saluto.
Podemos è già out ora tocca a Ciudadanos: chi di populismo ferisce, di populismo perisce
Il sì alla guerra dei nuovi spagnoli
di Aldo Cazzullo Corriere 30.11.15
BARCELLONA
È l’antipopulista; eppure è il leader più popolare di Spagna. Un
rivoluzionario borghese. In poche settimane Albert Rivera ha portato i
suoi Ciudadanos, Cittadini, dall’11 al 23% nei sondaggi: secondo El Pais
ha raggiunto il Pp, superato i socialisti e staccato Podemos di Pablo
Iglesias, il rivoluzionario con la coda da tanguero. Stessa generazione —
Iglesias è del 1978, Rivera del 1979 —, stessa avversione ai partiti;
eppure non potrebbero essere più diversi. Iglesias, che è di Madrid,
reclama un referendum per l’indipendenza catalana; lui, che è catalano,
difende la Spagna unita. Iglesias è contro «l’Europa tecnocratica»; lui
chiede un esercito europeo, una polizia europea, un servizio segreto
europeo. Iglesias vuole ridurre lo stipendio del primo ministro a 45
mila euro; lui vuole aumentarlo a 300 mila, «perché il presidente del
governo non può guadagnare meno di un burocrate». Iglesias vuole portare
la Spagna fuori dalla Nato; lui vuole che la Nato faccia la guerra
all’Isis.
«Sì, sono a favore di un intervento multinazionale in
Siria, se i Paesi della Nato si coordinano e hanno il via libera dalle
Nazioni Unite. Dobbiamo combattere lo Stato Islamico come abbiamo
combattuto i talebani in Afghanistan». Proprio ieri mattina Rivera ha
presentato il suo programma qui a Barcellona, al teatro Apollo, ai piedi
del Montjuïc, la collina dell’Olimpiade del 1992. Camicia bianca senza
cravatta, giacca grigia, ha più presa sulle teste che sulle anime, è più
svelto che non carismatico, più abile nel dialogo che nell’oratoria. Le
fan lo considerano bellissimo, anche se è bassino. La Spagna vota fra
tre settimane, il 54% è contro l’intervento in Siria: il premier Rajoy
evita di incontrare Hollande per non prendere impegni, tutti i candidati
danzano attorno alla guerra, evitano la questione come la peste. Tutti
tranne Rivera. Non è entusiasta di tornare sull’argomento, precisa di
non aver mai parlato di truppe spagnole, ma conferma la sostanza:
«L’Europa è stata attaccata, l’Europa non può stare a guardare. Non
possiamo delegare tutto alla Russia e agli Stati Uniti; dobbiamo
prenderci le nostre responsabilità». E poi, aggiunge sorridendo, «noi di
Barcellona abbiamo un legame fortissimo con la Francia. La consideriamo
un po’ la Catalogna del Nord».
Il programma è quello di un
estremista di centro. Il colore è l’arancione. L’ambizioso punto di
riferimento è la Costituzione di Cadice del 1812, «la prima volta in cui
gli spagnoli rifiutarono di essere sudditi, e pretesero di essere
cittadini» spiega. Il modello inconfessato è Adolfo Suarez, il centrista
che guidò la transizione dal franchismo alla democrazia, l’unico
premier di cui non parla male. «Popolari e socialisti hanno portato la
politica a impadronirsi della società. La giustizia, la sanità, la
scuola: tutto è politicizzato. Noi abbiamo due obiettivi. Restituire il
potere ai cittadini. E ricostruire la classe media. La piccola borghesia
ha subito colpi durissimi in questi anni. Dobbiamo salvarla, perché non
esiste una democrazia senza classe media». La proposta è diminuire
tutte le aliquote Irpef di tre punti, tagliare l’Iva, riconoscere sei
mesi di permesso pagato alle mamme, sostenere con un contributo statale
gli stipendi più bassi. Ma come trova i soldi? «Convincendo gli spagnoli
a pagare le imposte. E diminuendo il ceto politico e la burocrazia. Il
Senato non si riforma; si abolisce. Via anche le province. Accorperemo
tutti i comuni sotto i 5 mila abitanti». Ma Rajoy già ha lanciato lo
slogan «il mio paesino non si tocca». «So bene che da qui al voto sarò
al centro degli attacchi di tutti. La cosa non mi spaventa. Vorrà dire
che saremo al centro in ogni senso».
Il suo debutto sulla scena
pubblica fu nel 2001, alla finale della «Liga nacional de debate
universitario», una gara di dibattiti. La domanda decisiva era: la
prostituzione è un mestiere come gli altri? Lui doveva sostenere le
ragioni del sì. Improvvisò un piano per combattere gli schiavisti del
sesso, far pagare le tasse alle prostitute e imporre controlli sanitari.
Vinse. Da allora ha molto esercitato la sua versatilità (tranne che in
amore: ha sposato la fidanzata dell’adolescenza, Mariona, con cui ha una
figlia, Daniela). È repubblicano, ma trova il nuovo re Felipe VI
«esemplare, sensato, modernizzatore». È agnostico — «la penso come
Buñuel: mi piacerebbe credere, ma non ci riesco» —, però è contrario
alla proposta laicista del governo catalano che vorrebbe chiamare il
Natale «festa d’inverno» e la settimana santa «festa di primavera».
Propone un testo per l’inno spagnolo (che ha solo musica e non parole:
non se ne sono mai trovate che andassero bene a tutti, erano sempre
troppo antifranchiste o troppo poco, troppo centraliste o troppo
separatiste), che comincia così: «Ciudadanos, ni héroes ni villanos». Ha
un po’ l’aria da primo della classe, però quando in tv gli hanno
chiesto cosa farà della centrale nucleare vicino a Burgos ha risposto
candidamente: «Non lo so».
Ieri, nella sua Barcellona, ha ribadito di
essere contrarissimo non solo all’indipendenza catalana, ma anche al
referendum: «Non si tratta di decidere se costruire o no un’autostrada.
Si tratta di decidere se distruggere o no la Spagna. Non sono cose da
affidare all’emotività del momento. Noi la Spagna la vogliamo
rigenerare, distruggendo la corruzione. Cominciamo qui, a casa nostra.
Facciamola finita con il clan Pujol e con i suoi eredi, che usano
l’identità catalana per i loro comodi. Nelle nostre liste non ci sono
politici di professione. Ci sono professori, manager, imprenditori,
studenti. Cittadini».
Il sondaggio del Pais gli attribuisce un tasso
di approvazione del 51%; Iglesias è al 30, Rajoy al 26: anche perché
continua a sottrarsi ai dibattiti, come se avesse qualcosa da
nascondere. Questo non significa affatto che Rivera vincerà le elezioni.
I popolari, da quando lui ha escluso di sostenere il ritorno di Rajoy
alla guida del governo, lo accusano di essersi venduto alla sinistra. Il
socialista Sanchez lo definisce «una sottomarca della destra».
Monedero, cofondatore di Podemos, gli ha dato del cocainomane. Iglesias
lo considera una sua brutta copia, creata in laboratorio dalle perfide
banche e dalle infide multinazionali per frenare la sua ascesa. In
effetti Rivera riceve finanziamenti dall’establishment spagnolo; e
questo può essere un punto debole. La sua fortuna nasce dal disgusto
degli elettori del Partido popular, stanchi di scandali ma diffidenti
della sinistra.
È probabile che da qui al 20 dicembre Rajoy crescerà,
e alla fine Rivera debba scendere a patti. Ma è ancora possibile una
sorpresa all’insegna del cambiamento. In ogni caso, il trentenne
catalano ha già dimostrato di essere una vera novità della politica
spagnola ed europea. Anche per il coraggio nel parlare di Siria in
campagna elettorale: «Nessuno vuole la guerra. Non conosco nessuno che
abbia due dita di fronte, insomma un po’ di sale in zucca, e voglia la
guerra. Ma lo Stato Islamico non si sconfigge con un minuto di silenzio.
Per carità, il minuto di silenzio è necessario. Ma è necessario anche
un intervento congiunto, secondo gli accordi Nato. Non possiamo
tollerare né concepire che i crimini dello Stato Islamico lascino
l’Europa inerte. L’Europa deve ritrovare l’orgoglio della propria
identità. Dobbiamo sapere chi siamo, e soprattutto chi vogliamo essere» .
Capire e divulgare la fisica contemporanea
Amanda Gefter: Due intrusi nel mondo di Einstein. Un padre, sua figlia, il significato del nulla e l'inizio di tutto, Cortina
Risvolto
In un ristorante cinese fuori Filadelfia un padre chiede alla figlia quindicenne: “Come definiresti il nulla?”. Per trovare la risposta, la ragazza intraprenderà con lui una caccia ai più grandi enigmi dell’universo che trasformerà la sua vita, affrontando senza paura i draghi della relatività generale e della meccanica quantistica. Questo libro è il resoconto di quell’appassionata esplorazione del mondo della fisica. Strada facendo, i Gefter si sono imbattuti nelle bizzarrie della scienza e in personalità ancor più stravaganti. Scoprendo qualcosa di sconvolgente: gli albori di un imponente cambio di paradigma in cosmologia, da un unico universo che tutti condividiamo a una realtà frammentaria in cui ogni osservatore ha il proprio mondo. Ben al di là di qualsiasi immaginazione – persino di quella di Einstein –, la realtà dipende radicalmente dall’osservatore, con conseguenze di incalcolabile portata per la nostra comprensione dell’origine del cosmo. Spassoso e insieme profondo, Due intrusi nel mondo di Einstein si rivela un entusiasmante intrecciarsi di narrazione e scienza. Alla fine non guarderete più l’universo nello stesso modo.
L'autrice
Amanda Gefter è giornalista scientifica e si occupa di fisica. Ha tenuto conferenze su scienza e giornalismo a Harvard e al mit. Suoi articoli sono apparsi in Scientific American, New Scientist, Astronomy, Mercury e Forbes.
In un ristorante cinese fuori Filadelfia un padre chiede alla figlia quindicenne: “Come definiresti il nulla?”. Per trovare la risposta, la ragazza intraprenderà con lui una caccia ai più grandi enigmi dell’universo che trasformerà la sua vita, affrontando senza paura i draghi della relatività generale e della meccanica quantistica. Questo libro è il resoconto di quell’appassionata esplorazione del mondo della fisica. Strada facendo, i Gefter si sono imbattuti nelle bizzarrie della scienza e in personalità ancor più stravaganti. Scoprendo qualcosa di sconvolgente: gli albori di un imponente cambio di paradigma in cosmologia, da un unico universo che tutti condividiamo a una realtà frammentaria in cui ogni osservatore ha il proprio mondo. Ben al di là di qualsiasi immaginazione – persino di quella di Einstein –, la realtà dipende radicalmente dall’osservatore, con conseguenze di incalcolabile portata per la nostra comprensione dell’origine del cosmo. Spassoso e insieme profondo, Due intrusi nel mondo di Einstein si rivela un entusiasmante intrecciarsi di narrazione e scienza. Alla fine non guarderete più l’universo nello stesso modo.
L'autrice
Amanda Gefter è giornalista scientifica e si occupa di fisica. Ha tenuto conferenze su scienza e giornalismo a Harvard e al mit. Suoi articoli sono apparsi in Scientific American, New Scientist, Astronomy, Mercury e Forbes.
La curiosità, vero motore del sapere
Le idee più audaci della fisica teorica nella scanzonata autobiografia della giornalista Amanda Gefter
30 nov 2015 Corriere della Sera Di Carlo Rovelli
La storia ha inizio nel 1995. Il papà chiede alla ragazzina: come definiresti il nulla? Gli incontri con i massimi esperti della materia sono raccontati in prima persona
Da pagina 1 Alcuni anni fa mi ha chiamato per telefono dall’America una voce femminile, vivace e simpatica. Si è presentata come Amanda Gefter, giornalista scientifica, e mi ha chiesto se poteva farmi delle domande sulla fisica. Benissimo, ma nelle domande c’era qualcosa di strano. Davano l’impressione che la giornalista non fosse davvero interessata a scrivere un articolo divulgativo. Quello che le interessava sembrava essere altro: capire. Penso che molti insegnanti riconoscano questa differenza. Ci sono studenti bravi e bravissimi che fanno tutto per bene. Ce ne sono altri, purtroppo più rari, che magari prendono anche brutti voti, ma si appassionano, e provano ad andare a fondo. Penso che siano quelli che poi nella vita faranno le cose migliori. Il ragazzo che non consegna il riassunto sull’Innominato, ma poi, si scopre, si è imparato a memoria il Canto di un pastore errante dell’Asia. La studentessa che dopo aver sentito una lezione sul Sistema copernicano chiede: «Come gli è venuto in mente?» (a Copernico). Amanda Gefter dava quell’impressione. Non le interessava il riassunto, la semplificazione della scienza che suona bene in un articolo divulgativo. Sembrava curiosa del nocciolo, cosa fosse chiaro, e perché, e dove rimanesse il mistero. La telefonata è scivolata sulle domande più astruse: «Cos’è il nulla?», «Può esistere una descrizione obiettiva dell’universo?». Fra le questioni di cui mi sono occupato, miravano a quelle che sono al fondo del mistero della fisica contemporanea, come l’interpretazione della meccanica quantistica. Mi sono fatto trascinare in diverse lunghe telefonate dalla simpatia di queste domande curiose. Poi non ne ho più saputo nulla; l’articolo che immaginavo dovesse uscire non l’ho mai visto. Mi è rimasto il dubbio di cosa volesse, e chi fosse, Amanda Gefter. La risposta è arrivata l’anno scorso in maniera più esaustiva di quanto avrei immaginato di poter avere. Amanda mi ha scritto per avvertirmi che usciva in America un suo libro. Titolo: Due intrusi nel mondo di Einstein. Sottotitolo: Un padre, sua figlia, il significato del nulla e l’inizio di tutto. Un’autobiografia, dolce, scanzonata, irriverente, appassionata, di una giovane donna assetata di capire, una panoramica, frammentaria ma profonda, delle idee più audaci che la fisica teorica attuale sta esplorando, raccontata da un non-addetto-ai-lavori che brucia di curiosità. In più, un ritratto incantevole di una commovente relazione fra una figlia e suo padre. Già la dedica è un tuffo al cuore: «A mio padre, che mi ha regalato l’universo». Un libro fuori dagli schemi, centrato sulle ricerche sulla fisica di oggi, ma sopratutto un libro sulla passione, che racconta la forza trascinante di quello che credo sia il vero motore del sapere: la curiosità.
La storia comincia in un ristorante cinese nel 1995, con Amanda ragazzina e suo padre che mangiano insieme. Mentre Amanda giocherella con un anacardo, il padre, ex studente di fisica, un po’ ex hippie, la guarda e le chiede a bruciapelo: «Come definiresti il nulla?». Un modo ingegnoso per riproporre sottobanco la domanda delle domande: «Qual è la natura della realtà?». Sembra finire lì, con una conversazione strampalata fra una figlia e un padre che si adorano. Ma la domanda cattura nel profondo i pensieri di Amanda, e non la lascerà. Prima sarà una lunga complicità fra lei e il padre, che li porta a leggere libri insieme, cercare risposte a domande sempre più generali. Poi sarà la chiave che lancia Amanda in una strana avventura, che è il cuore del racconto del libro.
Adolescente ribelle e inquieta che si è lasciata affascinare dalla controcultura americana degli Anni 50 e 60 — quella di Ginsberg e Kerouac — Amanda al college studia filosofia e scrittura creativa, si lascia travolgere da Platone, Spinoza e Wittgenstein, e finisce dopo la laurea con un impiego marginale in un giornaletto di seconda mano. Ma un giorno viene a sapere che a Princeton c’è una conferenza in onore di John Wheeler, e decide di spacciarsi per giornalista scientifica per andare a vedere John Wheeler e affacciarsi al mondo della fisica teorica fondamentale.
Ne rimane stregata. Le domande su cui si interrogava sono lì davanti a lei, discusse, sviscerate, dibattute. Le idee che incontra la lasciano senza fiato. Riesce a scambiare qualche parola con lo stesso Wheeler, e ne resta confusa ma conquistata: il pensiero di Wheeler aleggia su tutto il libro come un enigma da decifrare. John Wheeler è stato uno dei giganti della scienza del 900, al centro di tutte le rocambolesche avventure della fisica del XX secolo. Allievo di Niels Bohr, il padre della teoria dei quanti, amico e collaboratore di Albert Einstein, direttore di tesi diRichardFeyn man, èstatoWhe elera coniare l’ espressione« buco nero» e prenderei buchi neri sul serio, è stato lui a spingere Einstein ascrivere a Roosevelt per indurlo alla costruzione della prima bomba atomica, lui per primo ad esplorare la struttura quantistica dello spazio e del tempo. Ma soprattutto, John Wheeler è l’uomo che ha cercato di guardare più a fondo nei misteri ancora irrisolti della meccanica quantistica. Ci ha lasciato intuizioni, folgoranti, abisfondo, sali, incomplete. Wheeler suggerisce che la nozione ultima in termini della quale possiamo meglio comprendere il mondo non è quella di materia, o energia, o spazio e tempo. È la nozione di informazione. Il mondo non esiste se non come informazione relativa che ciascun elemento del mondo ha sugli altri. Il mondo alla radice è relazione, reciproca informazione.
È una citazione di Wheeler che apre il libro: «Un tempo pensavamo che il mondo fosse là fuori, al di là di una lastra di vetro (...). Non è così che va il mondo: dobbiamo rompere il vetro, infilarci là dentro » . Amanda si tuffa nell’avventura di cercare di capire cosa significhino queste affermazioni sibilline. Scrive a scienziati noti, si incontra con loro, si appassiona in ciascun incontro, riempie il suo taccuino di appunti. Non vuole diventare scienziata: vuole capire, capire per davvero, quello che sappiamo, quello che non sappiamo, quello che stiamo cercando di capire, sulla misteriosa natura fisica della realtà.
Il libro è il racconto in prima persona, allegro, divertente, commovente, irriverente, prodi questi incontri con i fisici di oggi, delle emozioni di Amanda nell’incontrarli, nel porre loro domande, nel capire e non capire. Intreccia il piacere del raccontare con una panoramica onesta e intelligente sulle profondità abissali che la fisica teorica contemporanea sta svelando, raccontata con il linguaggio di un profano curioso. Alla fine del libro, il mondo appare molto diverso da come era all’inizio.
Nell’ultimo capitolo del libro ritrovo la meccanica quantistica relazionale, la strada con cui penso sia possibile dare corpo più preciso alle intuizioni di Wheeler. Le strane telefonata di qualche anno fa si chiariscono. La voce simpatica e vivace si è riempita di una storia, una strana storia. La storia forse più intensa e fedele che ho letto sulla vera forza che, dopo l’amore, muove il mondo: la curiosità. La forza che ci ha portato ad essere quello che siamo, che ha costruito la nostra civiltà.
Ma il libro è anche una splendida lettera d’amore per un padre meraviglioso, che a una adolescente inquieta e sofferente ha saputo, come nella dedica, regalare un mondo, indicare una strada. In una commovente poesia scritta in stile beat generation e rivolta a lei, che Amanda trova anni dopo in una soffitta, il padre le scrive «Il mondo è un grande giornale di bordo vuoto/ Che aspetta le tue parole/ Fa’ sentire a tutti il tuo ritmo, il ritmo delle tue parole». Amanda lo ha fatto, splendidamente.
Un giallo artistico
Esposto a Cortina, Il Bambin Gesù delle mani riapre il giallo dell’opera commissionata da Alessandro VI Borgia con la sua amante Giulia Farnese nei panni della Madonna
Marco Vallora Stampa 30 11 2015
Torna a far parlare di sé, dopo un tour al Guggenheim di New York e al Museo Maillol di Parigi, dove si è tenuta una mostra sui Borgia, un piccolo ma prezioso frammento di pittura raffinata, che conserva una sua aura di leggenda leggermente sulfurea, che forse ancora dovrebbe esser investigata, ma che mantiene comunque una sua carica romanzesca, degna d’esser riattraversata. E c’è l’occasione adesso di riverificare il «giallo», dal vivo, al Museo delle Regole di Cortina, dove il dipinto rimarrà esposto da domani al 31 gennaio (dopo una fugace apparizione romana anni fa, a Palazzo Venezia), in seguito all’acquisto nel mondo antiquariale, da parte della perugina Fondazione Giordano.
Già il titolo di quest’opera «ritagliata» è misterioso: Il Bambin Gesù delle mani, o addirittura, rompicapo quasi surrealista: «delle cinque mani». Viene in mente la demonica fotografia di Lucien Clergue di Cocteau, in cui il polimorfo scrittore-regista-pittore agita insieme cinque o sei mani rotanti. A dire la sua simultanea versatilità, da dea Kalì parigina. E invece il Bambino in questione, paffuto e benedicente, è uno stacco d’affresco a massello, attribuito al Pinturicchio, pittore umbro, riconoscibile nell’eleganza delicata dei tratti fisiognomici, degni d’un miniaturista qual era, attardato nostalgico dello splendore del Gotico Internazionale, fiammeggiante.
Ma di chi è quella mano affusolata e spiccata dal resto del corpo cancellato, che accoglie nel proprio palmo, quasi fosse una conchiglia adorante, il piedino pienotto del Bambino, che trattiene a fatica un globo regale, con già incastonato un Crocefisso monitore?
Il mistero della quinta mano
Potrebbe a vero dire trattarsi anche della mano d’una santa adorante, per esempio di Caterina, in uno dei suoi tanti «matrimoni mistici», e sarebbe più conforme, religiosamente, visto che il privilegio di toccare il corpo sacro era prerogativa di santi, martiri o al massimo dei Re Magi. Ma da anni un professore perugino, Franco Ivan Nucciarelli, ritiene invece, forse a causa delle ombreggiature più scure della quinta mano, trattarsi inequivocabilmente d’una mano maschile, «ben curata» da abile manicure, ed essere addirittura la mano dello «splendido ma dissoluto», secondo Maria Bellonci, papa Alessandro VI. Il papa d’origine spagnola Rodrigo Borgia, simbolo-principe del nepotismo più sfacciato (fu lui a scomunicare il Savonarola, poi a condurlo al rogo; mentre a Wittenberg il monaco agostiniano Martin Lutero affilava le sue armate tesi contro il clero corrotto di Roma).
È noto che nelle sue Vite il Vasari, che disprezzava apertamente il «Pintoricchio», accusandolo addirittura di «dappocaggine», in un passo rilevava: «Ritrasse sopra la porta di una camera la signora Giulia Farnese per il volto di una Nostra Donna, e, nel medesimo quadro, la testa d’esso Papa, Alessandro, che l’adora». Non pare scandalizzarsi, lo storico aretino, che pure attribuisce tutte le colpe possibili al pittore umbro, con un’animosità che nemmeno il suo rivalutatore, Enzo Carli, sa spiegare: lo accusa di non conoscere la prospettiva (e non è vero), di abusare d’oro e di rilievi ornamentali, «il che è cosa goffissima nella pittura». Di aver praticamente «rubato» i cartoni, al giovane corregionale Raffaello, per la sua opera maggiore, gli affreschi della Biblioteca Piccolomini a Siena (in onore al papa Enea Silvio, che aveva in odio il Borgia, «gramo nel corpo e forse anche un po’ minorato sordicchio», «pintoricchio» non tanto perché pittorucolo, ma perché piccolo di statura e sgraziato.
La «damnatio memoriae»
Un destino di eterno secondo: tenace, poco fortunato, e schiacciato da giganti, di nome Perugino, Raffaello, Michelangelo. Che, disinvoltamente, cancellò nella Sistina alcuni suoi curati affreschi. Servile al papa Borgia inoltre, ma ritenuto non così blasfemo dal Vasari, d’aver ritratto, sotto spoglia della Madonna, la sua amata, come era costume diffuso tra molti porporati, che sotto aspetto mitologico esaltavano morganatiche e amasi.
Qui è in gioco però la discussa Giulia Farnese, sposata per procura al guercio «monoculus Orsini», per restare amante del Papa (che leggenda vuole tenesse ascosa in una sorta di harem, anche incestuoso): la cosiddetta «concubina Papae» o, ironicamente, la «sponsa Christi». Allora non stupisce che il papa successore, dei Chigi senesi, abbia voluto infliggere una «damnatio memoriae» alla scandalosa effigie, che persino Rabelais visitò e che pare fosse occultata da un velo (come poi accadde con la Lezione di chitarra di Balthus o l’Origine del mondo di Courbet, acquistata dal dottor Lacan e velata da una «copertina» di Masson): asportando l’affresco e salvando il Bambino.
Leggenda però vuole che i nemici Gonzaga avessero già inviato un pittore di corte a documentare quello scandalo religioso, ottenuto regalando un paio di calze di seta a una guardia corrotta. La copia, modesta, esiste, a firma di Pietro Facchetti, e non è che la Madonna sia così avvenente, ma questo permise, nel ’46, al conte Incisa della Rocchetta (di famiglia Chigi) di ricostruire il puzzle, che ripropone oggi, alla nostra attenzione, questo «giallo» iconografico, che pone ancora molti quesiti: che cosa è quella sorta di recinto-sarcofago, che compare accanto alla quinta mano? E quale castello viene ritratto sullo sfondo? Ma soprattutto, dopo gli interventi secenteschi di Alessandro VII, è ancora possibile ritrovare negli Appartamenti Borgia traccia collimante di quella lacuna?
Quando Pinturicchio sponsorizzava il Bambin Gesù
Quando Pinturicchio sponsorizzava il Bambin Gesù
2 dic 2015 Libero
Il Museo d'Arte Moderna Mario Rimoldi di Cortina d'Ampezzo ospiterà dal
1˚ dicembre al 31 gennaio 2016 la mostra Pinturicchio. Il Bambin Gesù
delle Mani, a cura di Franco Ivan Nucciarelli, grazie alla Fondazione
Guglielmo Giordano. Si tratta di un evento molto speciale, che racconta
una storia di intrighi e scoperte artistiche, da prendersi con la dovuta
cautela, ma che al di là della vera o presunta realtà storica,
affascinerà sicuramente quella parte di pubblico che adora i misteri.
Nel 2004, sul mercato antiquario compare un dipinto murale raffigurante
il Bambin Gesù benedicente, sorretto da un misterioso intreccio di tre
mani. Lo storico dell'arte Nucciarelli lo individua e ne ricostruisce la
curiosa vicenda. Per lui si tratta di un frammento dell'affresco de Il
Bambin Gesù delle Mani (1492 ca) di Bernardino di Betto Betti, detto
Pinturicchio (Perugia, 1452 caSiena, 1513), un tesoro dell'arte umbra
rinascimentale, che in seguito viene esposto al Guggenheim di New York e
al Musée Maillol di Parigi. Era stato il Vasari a narrare
dell'esistenza di quest'opera nelle Vite, però la descrizione della
scena sembrava così scandalosamente inammissibile, da far ritenere la
notizia un falso. Vi era raffigurata l'adorazione della Madonna con
Bambino era il ritratto di Giulia Farnese, amante del pontefice. Il
dipinto testimoniava una relazione ben nota ma impossibile da
dichiarare.
domenica 29 novembre 2015
Heautontimorumenos: spiegare la controcultura come fucina della rivoluzione passiva, ma farlo su Repubblica
C’erano una volta i futuristi che scagliavano versi contro lo spirito borghese, i punk che facevano del loro corpo un messaggio anarchico, la street art che trasformava le città in opere di rivolta sociale Poi letteratura, tatuaggi, piercing, murales sono diventati “normali” Benvenuti nel secolo mainstream Concepiti per sconvolgere un borghese che non esiste più, i gesti bohémien sono depotenziati “Nell’epoca in cui le masse vogliono sembrare anticonformiste”, scriveva Warhol “l’anticonformismo dev’essere prodotto per le masse”
GUIDO MAZZONI Repubblica 29 11 2015
Uno dei paradossi apparenti dell’arte contemporanea è il favore istituzionale di cui da qualche tempo beneficia una pratica nata contro le istituzioni, una pratica che in origine era controculturale come la street art. I suoi esponenti più visibili, come Banksy o JR, hanno cominciato con opere e azioni illegali che, nel giro di pochi anni, sono state assorbite dal mercato dell’arte, dai musei e dal gusto mainstream. In realtà quello che sta accadendo alla street art è la ripetizione di un fenomeno di lunga durata che attraversa l’estetica moderna.
Le controculture degli ultimi cinquant’anni sono l’equivalente giovanile di massa di ciò che la bohème e le avanguardie storiche erano state, su un piano ristretto ed elitario, fra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Nate con l’intenzione esplicita o implicita di aggredire le forme e i comportamenti borghesi, hanno perso efficacia politica per la stessa ragione per la quale hanno perso efficacia le avanguardie: perché l’avversario contro il quale si erano costruite, la classe media, si è trasformato.
Nel 1910 Aldo Palazzeschi, futurista, pubblica la prima versione di una delle sue poesie più famose, E lasciatemi divertire! (il titolo verrà poi modificato in Lasciatemi divertire).
Palazzeschi usa il genere letterario del contrasto per mettere su carta il dialogo fra un poeta che si diverte a emettere suoni senza senso («tri tri tri, fru fru fru») e una seconda voce che lo rimprovera, e che ha i tratti del benpensante, del borghese. E lasciatemi divertire! è anche la riscrittura ironico-scherzosa degli scontri verbali e fisici che ebbero luogo in molti degli spettacoli organizzati dai Futuristi partire dal 1909 nelle città italiane per diffondere le opere del movimento e di provocare gli spettatori, che spesso reagivano.
A un certo momento, nella seconda metà del Ventesimo secolo, i borghesi hanno smesso di reagire: hanno invece cominciato ad assorbire oggetti, stili e comportamenti nati dalle avanguardie storiche e dalle controculture, a integrarli nella propria vita, a conciliarli con i propri valori. Emblematica, l’evoluzione della moda.
Poche trasformazioni del vestiario sono paragonabili, per rapidità e profondità, alla metamorfosi che ha avuto luogo fra la seconda metà degli anni Sessanta e gli anni Settanta — forse solo quella che ha avuto luogo, in Europa continentale, a cavallo della Rivoluzione francese. Molti dei giovani scesi in piazza nel marzo 1968 in Italia o nei primi scontri del maggio 1968 a Parigi, e magari fotografati con i sampietrini in mano, portano abiti adulti e borghesi (i maschi hanno la giacca, a volte la cravatta; le femmine sono vestite da jeune fille rangée). Nel giro di pochi mesi la moda studentesca e non studentesca, di sinistra ma anche di destra, si trasforma: assorbe stilemi messi in circolo dalle controculture giovanili, normalizza i capelli lunghi (Pasolini ne parla nell’articolo con cui dà inizio alla sua collaborazione col Corriere della Sera nel 1973), accetta la minigonna, accetta che l’età media del corpo così come la moda lo vede scivoli verso l’adolescenza e in poco tempo priva queste trasformazioni di un significato politico preciso.
Quando a metà degli anni Settanta compaiono in Gran Bretagna i primi segni punk, gli orecchini maschili, le spille da balia, i capelli dipinti e a cresta o i tatuaggi sembrano inconciliabili con l’idea di normalità; due decenni dopo gli stessi stilemi (con le spille da balia diventate piercing) perdono il loro senso originario e diventano ornamenti che attraversano le classi anagrafiche e le classi sociali. In forma massiccia li troviamo addosso a Balotelli o a Nainggolan; in forma diluita (l’orecchino maschile, il tatuaggio) fanno parte della vita quotidiana. Possono significare trasgressione e espressione di sé, ma lo significano in un’epoca nella quale tutti esprimono se stessi e tutti, per qualche ora ogni giorno, o per qualche giorno la settimana, possono trasgredire. Se oggi il tradizionale abito borghese è ancora il dress code in certi luoghi di lavoro, fuori dal lavoro o sotto i vestiti è considerato normale che le stesse persone cui vengono imposte giacca, cravatta e tailleur si coprano di segni che discendono da mode in origine antiborghesi.
Le controculture continuano a esistere, producono le loro novità e i loro segni, ma l’avversario di un tempo è cambiato. Gruppo sociale egemone del mondo occidentale, la classe media ha subito una trasformazione senza precedenti: ha perso l’elemento disciplinato, severo, rigido, moralistico che la contraddistingueva e ha introiettato in parte gli atteggiamenti che le avanguardie intellettuali cresciute fra il secondo Ottocento e il primo Novecento, fra la bohème e il Manifesto del surrealismo, hanno usato contro l’etica della normalità borghese, e che le controculture giovanili del secondo Novecento hanno riproposto su scala più larga: il sesso e la droga come forme di esperienza, il rifiuto delle regole, la parresia, il sogno, l’infantilismo, l’irresponsabilità, il dandysmo, il piacere della negazione, il piacere della distruzione. La nuova borghesia ha assorbito l’anticonformismo degli artisti, lo ha posto accanto ai propri impegni di lavoro, magari concentrandolo in quel segmento di tempo magico che il capitalismo del secondo Novecento ha reso disponibile alle masse, cioè nel fine settimana, e lo ha usato per rendere quegli impegni più colorati e sopportabili.
Pensati per sconvolgere un borghese che non esiste più, i gesti dei bohémien e delle controculture sono stati accolti e depotenziati; «nell’epoca in cui le masse vogliono sembrare anticonformiste», scriveva Warhol «l’anticonformismo dev’essere prodotto per le masse». Come interpretare questo fenomeno?
A una prima lettura sembra un fallimento politico: ciò che era stato concepito per sconvolgere si riduce a ornamento trasgressivo di vite che, nelle loro strutture profonde, non trasgrediscono alcun divieto politico reale. Ma un’interpretazione simile potrebbe essere rovesciata: si potrebbe dire che la mutazione antropologica delle classe medie, il loro ammorbidimento progressivo sono anche, fra le altre cose, una vittoria controculturale. Lasciando emergere il represso, rendendolo visibile al cospetto della normalità, la bohème favorisce lo sgretolamento del Super-io borghese e contribuisce a generare un modo di essere più sciolto che, pur non essendo rivoluzionario nel senso tradizionale del termine, può essere visto come un fine in sé.
È infatti è proprio diluendosi in un comportamento generalizzato e di massa che le controculture hanno effetto, agiscono, modificano: l’ipotetica presa di potere è visibilmente fallita, sostituita però da una forma diffusa di micropotere, da un’influenza sul modo in cui le masse occidentali articolano il proprio rapporto col corpo, col sesso, con l’espressione di sé. C’è però una terza lettura possibile, meno ottimistica. Se vista in una prospettiva storica più ampia, la dialettica fra controculture e mainstream non è altro che la ripetizione di una dinamica eterna dei campi culturali: inizialmente periferici e sospetti, i nuovi entranti acquistano prestigio, si normalizzano, entrano nelle istituzioni, in un ciclo perpetuo che rinnova le forme e le mode, ma che si ripete meccanicamente, e che alla fine significa solo se stesso. È quello che scopre Proust nel finale della Recherche: i Verdurin, un tempo considerati dei volgari arricchiti, sono diventati i nuovi arbitri dell’eleganza; i segni che una generazione e un gruppo sociale ha creduto eterni sono destinati a trasformarsi, e le giovani generazioni accolgono i nuovi valori come un dato di fatto, come una norma che c’è sempre stata.
“Il mercato ha stravinto ma i ventenni di oggi saranno i nuovi ribelli” STEFANIA PARMEGGIANI
Per Nanni Balestrini il linguaggio è sempre stato opposizione, lotta e rivoluzione. Rileggere i versi che hanno segnato i suoi esordi, oggi pubblicati da DeriveApprodi nel primo volume dell’edizione completa della sua opera poetica ( Come si agisce e altri procedimenti) significa rivivere non solo il suo percorso intellettuale, ma anche una stagione, l’ultima in Italia, che è stata avanguardia: I novissimi e il Gruppo 63. Poi, poco altro.
Cosa c’è stato di irripetibile nella sua generazione?
«Tra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia ha vissuto una trasformazione profonda, da paese agricolo a industriale. C’è stato un sovvertimento del modo di vivere, dei costumi, della lingua stessa. Gli artisti, gli scrittori, i poeti, gli intellettuali hanno partecipato a questa trasformazione. Non è stata neanche una controcultura, ma una nuova cultura che si è imposta».
I novissimi e il Gruppo 63 sperimentarono un nuovo linguaggio nella lirica e nella narrativa. Perché avete sentito il bisogno di una frattura così netta con il passato?
«Ci sembrava che la letteratura dei nostri predecessori non fosse consona alla trasformazione che stavamo vivendo. Non la esprimeva, non aveva nessun rapporto con la nuova realtà».
Dopo che il ’68 impose un impegno diverso da quello letterario, lei scrisse “Vogliamo tutto”, un libro che è diventato manifesto delle lotte operaie...
«Nella letteratura precedente la fabbrica era descritta dall’alto, quasi idealizzata. Io ho dato la parola a un operaio arrivato dal Sud a Torino, un uomo che insieme alla metropoli aveva scoperto la violenza e l’oppressione capitalistica. Registrandolo, smontando e rimontando il suo parlato, ho raccontato una storia collettiva».
La rivolta stava per esplodere.
«Gli anni Sessanta e Settanta sono stati molto effervescenti. Quello che di clamoroso c’è stato non è esploso all’improvviso ma dopo una lunga preparazione. L’aspetto sociale, quello politico, la teorizzazione a un certo punto hanno trovato un coagulo e si sono espressi in modi imprevisti e poi tragici».
Quando è finito tutto?
«Negli anni Ottanta è iniziato il dominio del mercato, che ha divorato tutto, i comportamenti, i pensieri, i punti di vista, le attività... Il consumismo ha appiattito la nostra vita e i nostri pensieri. È ancora così, appena nasce qualcosa di nuovo, di interessante, di potenzialmente rivoluzionario ecco che il mercato se ne impossessa e in qualche modo lo snatura».
Anche gli intellettuali sono preda del mercato?
«Esistono persone che hanno una volontà di reagire, che si impegnano e cercano di dare vita a movimenti collettivi, ma tutti rischiano di finire preda del mercato. È un gioco pericoloso a cui è difficile sottrarsi. Il campo in cui tutto questo è più evidente è la moda: ci sono stati anni in cui i movimenti giovanili si opponevano all’idea borghese di dovere essere vestiti in modo decoroso. Si indossavano stracci come gesto di sfida. Oggi i jeans più venduti sono quelli pieni di strappi. La stessa cosa è accaduta nel mondo dell’arte, con i graffitari che vengono imitati dalle arti grafiche e dalla pubblicità».
E l’editoria?
«A parte qualche eccezione, si è appiattita su una forma di consumo immediato e senza possibilità di incidere sulla realtà ».
Cosa possono fare i poeti?
«Possono resistere alle lusinghe del mercato, non illudendosi di avere un riscontro immediato. La poesia non cambia il mondo, ma può cambiare le persone ».
Quindi non crede che siano maturi i tempi per una nuova controcultura?
«Anche la parola cultura è invecchiata. Credo che una delle conseguenze peggiori del berlusconismo sia stata quella di deprezzare la cultura, di relegarla a questione per pochi illusi... Contro una cultura che non ha alcuna importanza che senso ha fare una controcultura?».
È pessimista?
«No, penso che dai ventenni arriverà qualcosa di nuovo. I loro fratelli maggiori sono una generazione umiliata, indebolita, che vive in una condizione terribile, oppressiva e senza futuro, di desideri non realizzati. Ho una vaga sensazione che quelli più giovani, quelli che oggi non si lamentano, che sembrano indifferenti, porteranno invece qualcosa di diverso, si faranno avanguardia».
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