
domenica 20 dicembre 2015
Buone feste

E' natale: fino all'epifania e rotti, questo blog verrà aggiornato se e quando capita. Buone feste a tutti e a tutte [SGA].
Giuseppe Bevilacqua tra Heidegger e Lukács: una vita del Novecento
ANTONIO GNOLI Repubblica 20 12 2015
Certe vite interessanti si rivelano anche dal modo in cui ne ascoltiamo la voce. Quella di Giuseppe Bevilacqua — germanista eccellente, saggista, autore di un paio di romanzi misconosciuti e di una raccolta di poesie apprezzata dall’amico Zanzotto — mi arriva dalla profondità dei suoi quasi novant’anni. Lo incontro a Cercina fuori Firenze dove vive in un grande casa tra molti ulivi. Della tenuta si occupa Barbara, una tedesca di Lubecca, che mi attende con la sua utilitaria fuori dalla stazione di Santa Maria Novella. Il cielo sembra una lastra di ghisa. «È un cielo tedesco», dice Barbara. «Anche a Lubecca dove c’è il mare il cielo a volte è di una tristezza infinita. È una delle ragioni che mi fa amare l’Italia». E infatti Barbara vive qui e ha sposato il grande germanista, da cui ha avuto due figlie. Lubecca, è stata la prosperosa città affacciata sul Baltico. Vi nacque Thomas Mann che vi ambientò I Buddenbrook. Chiedo se qualcuno dei Mann continua a viverci. «Bisognerebbe domandarlo a Peppino. Ma non credo. I Mann — come in una diaspora — si dispersero chi in America chi in nel resto dell’Europa». Anche Peppino è convinto che la saga dei Mann non abbia più molto a che fare con la città anseatica. È un uomo ancora bello e solido. »Non badi alle apparenze. A volte devo sdraiarmi per ripristinare una circolazione sanguigna appena accettabile e poi da anni ho invertito il giorno con la notte. Una leggera neuropatia mi costringe a star sveglio la notte e a dormire durante il giorno».
È una creatura notturna.
«Sembro un episodio minore uscito dalla testa di Novalis».
Allude agli “Inni alla notte”.
«Sono una delle porte regali del romanticismo tedesco. Potrebbe venire in mente anche la “Zaubernacht”, la magica notte di Ludwig Tieck. La verità è che non c’è niente di poetico nelle notti che un vecchio passa in bianco».
Come è nata la sua passione per la cultura tedesca?
«Fu mio padre a istillarmela. Diede a me e a mia sorella Lidia un’istitutrice tedesca. Erano gli anni Trenta. Ho avuto, come si deduce, una giovinezza agiata».
Famiglia ricca?
«Mio padre era un industriale di granaglie. L’ottimismo, tuttavia, non gli impedì di subire il classico rovescio. Uno stormo di aerei inglesi, sul finire della guerra, distrusse gli impianti della sua fabbrica. Le nostre vite cambiarono da un giorno all’altro. Ci riducemmo a vendere quadri, mobili, e gioielli di famiglia. Ricordo la desolazione della grande villa di Oderzo, non distante da Treviso, sempre più spoglia e vuota».
Come visse il cambio improvviso?
«Fu un trauma. Vedevo l’angoscia riflessa negli occhi dei miei. Oltretutto, mi ammalai di tubercolosi. Avevo diciannove anni, finii in un sanatorio non distante da Cortina. Molti dei pazienti vi arrivavano sfiniti, dai campi di concentramento. Vite esauste. Per tre anni imparai a conoscere la morte. Nel 1947, dopo un tentativo alla facoltà di medicina, mi iscrissi a lettere, all’università di Padova. E alla fine mi laureai con Ladislao Mittner».
È stato il nostro più grande germanista.
«Era nato a Fiume. Proveniva da una famiglia per metà slovena e per l’altra metà ungherese. Dominava ogni angolo, anche il più buio, della letteratura tedesca. I nostri rapporti furono di correttezza accademica prima e poi di amicizia. Sarei diventato suo assistente, ma prima mi spinse ad andare in Germania».
E dove andò?
«A Tubinga, vi rimasi per sette anni. Ebbi la fortuna di conoscere molto bene Ernst Bloch. Fu Walter Jens a presentarmelo. Jens ebbe un ruolo importante nella fuga di Bloch dalla Ddr. A poco a poco entrai nella ristretta cerchia di persone che potevano frequentarlo. E ciò fu possibile anche perché avevo iniziato a dare qualche lezione di italiano a sua moglie Karola».
Che impressione le fece Bloch?
«Aveva una competenza assoluta in campo filosofico ma anche letterario e musicale. La sua conversazione era viva, anche se a volte sentenziosa. La sua opera principale, come è noto, è Il principio speranza. Era impressionante la vastità di riferimenti storici e culturali, ma altresì la tensione speculativa, con cui legava il tutto alla sua idea di utopia concreta».
Può un’utopia essere concreta?
«Diciamo che in lui era forte la necessità di uscire dalla vaghezza del concetto. L’utopia doveva indicare una strada da percorrere, non realizzarla. Sapeva che i grandi sogni, i grandi miti applicati in modo fanatico, avrebbero prodotto solo guasti terribili, come sperimentò sulla propria pelle. E per questo vide nella speranza un principio, o meglio un sentimento, in grado di prevalere sulla paura e sul fanatismo».
Che ricordo privato ha di lui?
«Un uomo amabile ma anche capace di infuriarsi per niente. Una sera nel corridoio di casa mi venne incontro gridando parole che non capivo. E questo lo fece arrabbiare: lei mi ha mentito, lei mi ha detto di essere italiano, ma non capisce una parola di italiano. La verità è che era negato per le lingue. E il suo italiano era incomprensibile ».
Per il marxismo Bloch fu l’alternativa a Lukács. So che ha conosciuto anche quest’ultimo.
«Sono stato un precoce ammiratore di Lukács. Scoprii in una libreria di Vienna i suoi saggi sul realismo. Una folgorazione. Nel 1948 il nome di Luckás mi era del tutto ignoto. Molti anni dopo gli scrissi dicendogli che sarei andato a trovarlo a Budapest. Viveva in un palazzone piuttosto squallido».
Che ricordo ha di quella visita?
«Mi intercettò la portiera — una donna grigia e spettinata, con addosso una mantellina di lana grezza — che mi accompagnò con l’ascensore al quinto piano. Bussai e un uomo dal volto intenso e marcato aprì. In un francese perfetto mi chiese in quale lingua volevo conversare. Dissi che il tedesco andava benissimo. Lukács cominciò a parlarmi di Cesare Cases. Lo considerava un critico di straordinaria acutezza. Poi parlammo di Brecht e dell’eccessivo culto che in Occidente stava nascendo attorno a lui. Di Adorno apprezzava la critica musicale, ma aggiunse che non aveva capito nulla di Bartók, delle atmosfere plebeo-contadine che derivavano dalla sua musica. E visto che eravamo in argomento aggiunse che il più grande realista italiano dell’Ottocento fu non già Manzoni o Verga ma Giuseppe Verdi».
Com’era la casa di Lukács?
«L’ambiente appariva soffocato dai libri. Erano ovunque e ovunque si sentiva un forte odore di sigaro. A un certo punto ne accese uno. Sbuffò una nuvola di fumo e poi disse, sempre a proposito di Verdi, che nel 1919, quando era commissario del popolo, insieme a Bartók, decise di far suonare Otello. “Volevo che si capisse bene”, spiegò, “la differenza tra la storia italiana e quella tedesca, incarnata da Wagner”. Finimmo la nostra lunga conversazione su Bloch. Gli rievocai i loro incontri in casa di Georg Simmel e dell’affetto che ancora Bloch nutriva per lui. Lukács sorrise e disse: ci siamo a lungo scannati, ma ho grande stima di lui».
Intanto che ne era dei suoi rapporti con Italia?
«L’anno in cui vidi Lukács era il 1967. Da un po’ avevo iniziato l’insegnamento all’università di Firenze. Lavoravo alacremente sul romanticismo tedesco. E poi su Hölderlin e Rilke. Tradussi in rima — cosa tutt’altro che semplice — le poesie di Gottfried Benn».
Perché in rima? In fondo era una traduzione.
«È vero e del resto c’era già il pregevole lavoro di Giuliano Baioni. Ma sono convinto che nel caso di Benn la rima fosse un coefficiente essenziale per comprendere la sua lirica. E la fatica, per non scadere nel banale, fu enorme. Quasi quanto quella che mi fu richiesta nell’affrontare l’opera poetica di Paul Celan».
Su Celan torneremo tra un momento. Al suo rientro in Italia chi frequentava?
«Quando potevo tornavo nei luoghi di origine dove vedevo spesso Andrea Zanzotto. Da Oderzo, spesso dopo cena, partivo con la macchina per Pieve di Soligo dove Andrea viveva. Tra noi era un susseguirsi di storie. La sua raffinatezza linguistica corrispondeva al mio bisogno di trovare qualcosa di analogo nella poesia tedesca. E credo sia stata una delle ragioni del mio avvicinamento a Celan. Ma ricordo anche Giovanni Comisso. Ero giovane quando cominciai a frequentarlo nella sua casa di Treviso».
Era un personaggio particolarmente estroso.
«Totalmente. Si ricava anche dalla sua scrittura. Così bella e irregolare. Le volte in cui lo vedevo, c’era spesso il suo compagno Gigetto. Stazionava fuori casa. Sempre con la chitarra in mano. Varcavo la soglia ma lui restava fuori. Dopo un po’, sotto effetto di una certa gelosia, cominciava a strimpellare la chitarra. E Comisso udendolo e guardandomi diceva: non lo femo incazzar. Comisso morì nel 1969. Gigetto, credo, gli sopravvisse come una vestale inconsolabile. A me resta il ritratto fisico di quest’uomo che somigliava a un’effige romana. Aveva l’arte di accostarsi a un estraneo come fosse la cosa più naturale del mondo. Era stupefacente la sua umanità».
Un’umanità diversa fu quella di Celan.
«Si scende nel mondo oscuro delle tensioni psichiche ».
Cosa intende?
«Celan fu un uomo speciale, un poeta grandissimo, ma al tempo stesso fragile».
Che cosa lo spinse al suicidio?
«La depressione fu una componente. Lo strazio per la morte dei genitori deportati da Czernowitz in Germania ne alimentò la disperazione per tutto il resto della vita. Ma l’altro motivo che contribuì alla decisione di togliersi la vita fu la convinzione che la poesia era giunta al termine. Tutto l’ultimo Celan visse drammaticamente questa implosione poetica».
Ci fu anche un’accusa di plagio.
«Ne soffrì, certo. Ma era del tutto infondata. Alcuni amici, tra cui Ingeborg Bachmann, si impegnarono a demolire quella fandonia. Klaus Demus arrivò a chiedere aiuto a Ernst Jünger, che aderì all’iniziativa a favore di Celan».
C’erano poi stati i rapporti con Heidegger. Il loro incontro. La stima reciproca e infine il silenzio tra i due.
«Un silenzio imbarazzante. Heidegger ammirava la poesia di Celan. Ma non si può dire il contrario».
Eppure Celan va a fargli visita nella famosa baita, nella Foresta Nera.
«Si rende conto dell’impossibilità del rapporto. Della reticenza del filosofo a riconoscere i suoi terribili sbagli politici. I due si erano visti la sera prima a Friburgo dove Celan tenne un affollatissimo reading di poesia. Subito dopo Heidegger chiese di incontrarlo. Era il luglio del 1967. Si videro in albergo. Sedettero su un divano. All’improvviso si materializzò un fotografo. Celan scattò in piedi rifiutandosi di farsi fotografare con Heidegger ».
Perché?
«Fu un gesto istintivo. Sono stato molto amico di Gisele Celan. La compagna di Paul mi mise in guardia dalla diceria che i due si stimassero. Del resto, ho consultato la biblioteca di Celan. Ho visto i libri che possedeva di Heidegger. I primi avevano delle sottolineature. Ma la gran parte erano restati intonsi. Ricordo un’annotazione di Celan a margine degli Holzwege ( Sentieri interrotti): “Quello che H. scrive è falso a meno di non considerare la poesia come etimologia”».
Cosa ne pensa?
«Ho il sospetto che il modo di Heidegger di ridurre la poesia al pensiero filosofico si presti a numerosi equivoci. Celan era convinto che la poesia stava morendo e che il suo modo di poetare dovesse testimoniare la sua crisi irreversibile. Era, se posso dire, l’esperienza indicibile mescolata al furore comunicativo».
Una postura mentale contraddittoria.
«E senza via di uscita. Riassunta, potrei aggiungere da una sua frase: “Faccio luce dietro
me stesso”».
Ha ancora senso leggerlo a questa condizioni?
«È come quando Kafka scrive all’amico Pollak: “Un libro deve essere l’ascia per il mare di ghiaccio dentro di noi”. Per quanto la banchisa sia spessa, la poesia può ancora spezzarla».
Il suo ghiaccio quanto si è esteso?
«Alla mia età faccio di tutto per non avvertire il gelo. Ho avuto il sole che mi ha riscaldato e il freddo di molti inverni. Ho vissuto drammi familiari e rischiato più volte di morire. Una figlia che sembrava persa e che ho ritrovato. Ogni volta che mi pareva di non farcela, qualcosa dentro me diceva di resistere. Tanto prima o poi la notte sarebbe finita. È il fascino misterioso delle esistenze. Cui annetto la mia piccola utopia: fai quello che devi come se davvero questo sia il migliore dei mondi possibili».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Salvadori, Salvati e gli altri: l'establishment intellettuale italico rinuncia volentieri alla democrazia per immenso amore di Matteo
Risvolto
La democrazia – il potere, il governo, la sovranità suprema del popolo –
ha sempre costituito, dalla Grecia antica in poi, un problema: circa il
modo di intenderla, le sue possibilità di attuazione, i suoi lati
positivi o negativi, il suo essere soprattutto un mito o anche una
realtà. Dal Settecento in avanti non sono mai venute meno le aspre
divisioni che hanno contrapposto i fautori della democrazia diretta ai
sostenitori della democrazia rappresentativa. In queste pagine, uno dei
maggiori storici della politica ci consegna un’opera destinata a durare,
con un duplice intento: da un lato ricostruire la storia del pensiero
dei grandi filosofi politici classici – dall’età di Pericle a quella
contemporanea – sul tema della democrazia e sui suoi dilemmi, dall’altro
offrire una serie di riflessioni sui limiti e persino gli
stravolgimenti che la sovranità popolare in quanto mito, potente
ideologia, progetto astratto, ha conosciuto e non poteva non conoscere
nelle sue molteplici attuazioni. A corollario di questo doppio livello
di lettura, Salvadori mette a fuoco il processo di grave deterioramento
che la democrazia liberale – proclamata trionfante dopo il crollo
politico e morale del comunismo totalitario che aveva preteso di
incarnare la «vera» democrazia – ha subito a partire dall’offensiva
vittoriosa del neoliberismo iniziata alla fine degli anni settanta del
secolo scorso, la quale ha spostato in maniera crescente il centro del
potere decisionale dai singoli Stati alle grandi oligarchie finanziarie e
industriali sovranazionali. Una situazione, questa, che induce a
domandarsi quale possa essere il futuro della democrazia e quali le
modalità della sua difficile, incerta rinascita.
Hitler a Landsberg, diversi coglioni di troppo e la Storia Illustrata

Tra l'altro se non ricordo male fu proprio a "La Storia Illustrata" che si fece le ossa un Battista qualsiasi [SGA].
Peter Fleischmann: Hitler als Häftling in Landsberg am Lech 1923/24. Der
Gefangenen-Personalakt Hitler nebst weiteren Quellen aus der
Schutzhaft-, Untersuchungshaft- und Festungshaftanstalt Landsberg am
Lech, Schmidt
Risvolto
Die originalen Unterlagen über Hitlers Haft in Landsberg am Lech galten
jahrzehntelang als verschollen, bis sie vor wenigen Jahren plötzlich
wieder auftauchten.
Nach seinem missglückten Putsch war Hitler am
11. November 1923 verhaftet worden und wartete im Gefängnis zu Landsberg
auf seinen Prozess, bei dem er in München zu fünf Jahren Festungshaft
verurteilt wurde.
Dank des Wohlwollens der bayerischen Regierung
rechnete Hitler fest damit, schon nach einem halben Jahr wieder auf
Bewährung entlassen zu werden. In den ersten Monaten setzte ein
regelrechter Besucherstrom ein, der auf Anordnung Hitlers im Juni 1924
nachgelassen hat, denn er war mit der Niederschrift des ersten Teils von
"Mein Kampf" beschäftigt.
Der Leiter des Staatsarchivs Nürnberg
(bis 2012 Leiter des Staatsarchivs München), Prof. Dr. Peter
Fleischmann, legt eine kommentierte Edition der Haftpapiere über Hitler
vor. Einen besonderen Schwerpunkt bilden Kurzbiographien fast aller 330
mehr oder weniger prominenter Besucher wie Amann, Esser, Ludendorff,
Rosenberg, Röhm, Streicher, Helene Bechstein, Elsa Bruckmann oder Angela
Raubal.
Dank der Edition wird u.a. deutlich werden, unter
welchen Haftbedingungen Hitler und seine Genossen in Landsberg am Lech
lebten, welche körperliche Missbildung Anlass für viele Legenden gegeben
hat, was es mit der Bestellung eines repräsentativen Wagens der Marke
Benz auf sich hatte und warum er erst am 20. Dezember 1924 freigekommen
ist.
Dr. Peter Fleischmann: Nach
Studium und Promotion in Erlangen und Archivausbildung in München seit
1987 Tätigkeit am Staatsarchiv Nürnberg. 2000 Leiter des Staatsarchivs
Augsburg, 2007 Habilitation an der Universität Augsburg, 2010 Leiter des
Staatsarchivs München, seit 2012 Leiter des Staatsarchivs Nürnberg.
Seit 2015 außerplanmäßiger Professor an der
Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg
Zahlreiche
Monographien und Beiträge zur Sozial-, Wirtschafts-, Verfassungs- und
Kulturgeschichte Bayerns, zur Geschichte der Historischen Kartographie
und zum Archivwesen
Un libro su Klossowski
Guido Brivio: II labirinto di Narciso. Sade e Nietzsche nei simulacri di Pierre Klossowski, Moretti&Vitali, pp. 232, euro 18
Risvolto
Creatore
infaticabile attraverso la parola filosofica, la narrazione romanzesca e
l’immagine pittorica di simulacri – cioè di luoghi in cui le intensità
vitali possano svelarsi – Klossowski percorre da un capo all’altro il
ventesimo secolo, nella sua devozione irriducibile per quelle forze,
talora passioni, talora intuizioni, che abitano l’anima umana,
restituendola enigmaticamente al suo senso.
Condotto attraverso lo sguardo di due
figure cardine del pensiero eterodosso occidentale – Sade e Nietzsche –
riflesse nello specchio inquietante del più inclassificabile dei
pensatori francesi contemporanei, l’occhio del lettore è invitato a un
viaggio che lo spinge a interrogarsi sul significato dell’immagine e
della fantasia, dell’eros e del corpo, del tempo e del mito, seguendo le
tracce di un doppio sentiero in cui dispersione e raccoglimento,
volontà e abbandono, parola e silenzio divengono i termini di un
itinerario paradossale come unica via possibile all’esperienza
dell’indicibile.
Augé: la voce "nonluogo" per l'appendice IX dell'Enciclopedia Treccani
La IX appendice dell’Enciclopedia Treccani, in uscita in questi giorni, ha tutta l’aria di essere un’enciclopedia a sé, che ha lo scopo di immergersi a piene mani nella contemporaneità.
Come scrive il direttore scientifico, Tullio Gregory, «terrorismo, guerre, paure, insicurezze hanno messo in moto quello che forse è il più grande esodo della storia moderna, con centinaia di migliaia di profughi che dai Paesi dell’Africa e del Vicino Oriente si dirigono verso l’Europa - attonita e incapace - lasciando sulle vie della speranza migliaia di morti».
Molte voci della IX appendice riguardano questa realtà, accanto a temi come artigianato digitale, cellule staminali, neuroscienze e diritto penale, pirateria informatica, jazz, queer, Vasco Rossi... Abbiamo scelto per i nostri lettori la voce «Nonluogo», scritta da chi ne ha inventato il concetto, Marc Augé, anche perché?in modo inaspettato ha a che vedere con certi aspetti ambigui e double face dell’atmosfera natalizia.
Un «nonluogo» chiamato Terra
Marc Augé Domenicale 20 12 2015
Gli spazi di anonimato, le finzioni dell’immagine e le menzogne dei consumi possono essere anche gli spazi dell’incontro, del possibile avvenimento, dell’attesa e della speranza? La risposta dell’antropologo
La nozione di non luogo è stata concepita in relazione e per opposizione a quella di luogo o, più esattamente, a quella di luogo antropologico. Il luogo antropologico è il luogo in cui vi è una coincidenza perfetta tra disposizione spaziale e organizzazione sociale.
In esso le regole di residenza sono rigide e si combinano con le regole di filiazione; il sistema che ne risulta può essere, secondo la terminologia degli etnologi, «armonico» o «disarmonico»: armonico quando c’è coincidenza tra la fi liazione e la residenza (filiazione patrilineare e residenza patrilocale o filiazione matrilineare e residenza matrilocale), disarmonico quando filiazione e residenza non coincidono (filiazione patrilineare e residenza matrilocale o filiazione matrilineare e residenza patrilocale). In tutti i casi, l’organizzazione sociale è trascritta nello spazio - il che implica, viceversa, che una lettura attenta dello spazio fornisce un’immagine della struttura sociale. La decodificazione del luogo antropologico dà dunque all’etnologo un’idea concreta della struttura sociale: delle regole di filiazione e di residenza, delle modalità di alleanza matrimoniale, della eventuale suddivisione in classi di età, della gerarchia sociale e così via. Le regole variano da un gruppo all’altro, ma vi sono sempre delle regole, più o meno facilmente reperibili, nell’occupazione dello spazio. A completare la definizione di luogo antropologico intervengono vari simboli di identità collettiva, che fanno riferimento alla storia comune o alla religione condivisa. In tal modo il luogo antropologico ha fornito ai primi etnologi una via d’accesso ai gruppi umani che erano oggetto dei loro studi.
Sono stato dunque indotto a chiamare nonluoghi gli spazi caratteristici della “surmodernità”, come gli aeroporti o i supermercati: spazi dove si passa e nei quali non esiste a priori alcun legame simbolico immediatamente decifrabile tra gli individui che li frequentano.
A questo punto si impongono alcune precisazioni e alcune avvertenze:
1) non ho mai voluto opporre il luogo al nonluogo come il bene al male. L’assegnazione a residenza derivante dalla rigida definizione di luogo è esattamente il contrario dell’aspirazione alla libertà individuale che corrisponde in teoria all’ideale di modernità;
2) ciò che per alcuni è un luogo, per altri può essere un nonluogo e viceversa. Non è la stessa cosa trovarsi in un aeroporto come passeggero o lavorarci quotidianamente con dei colleghi, delle postazioni e degli orari di lavoro. Lo stesso vale per un supermercato; [...]
3) in senso stretto è dunque impossibile redigere una lista ponendo fianco a fianco i luoghi e i nonluoghi empirici. Ci può essere un luogo nel nonluogo e viceversa, in funzione degli attori o dei momenti considerati. [...]
4) ciò non impedisce che oggi si moltiplichino gli spazi di circolazione (vie aeree, autostrade, treni ad alta velocità ecc.), di consumo (ipermercati e circuiti di distribuzione, istallazioni turistiche ecc.) e di comunicazione che corrispondono a un cambiamento di scala nella vita degli esseri umani – cambiamento di scala che traduce il termine globalizzazione, sinonimo di urbanizzazione nella misura in cui il pianeta comincia a funzionare come un’immensa città, il mondo-città.
Questo “mondo-città” è composto di metropoli, le “cittàmondo”, più o meno legate le une alle altre attraverso il tessuto, ogni giorno più denso, di zone urbanizzate e di reti di comunicazione virtuali.
La crisi del luogo – Il termine nonluogo oscilla dunque tra una definizione teorica, che rinvia all’impossibilità di produrre una lettura sociale dello spazio condotta termine a termine, e la constatazione di un cambiamento di scala che si traduce nell’inesorabile estensione delle zone urbanizzate così come nell’estensione, parallela, degli spazi del consumo turistico (hotel, villaggi vacanze ecc.) o dell’esilio (campi profughi). [...]
Gli spazi della comunicazione sono dappertutto e colonizzano i corpi individuali. Ciascuno aspira a connettersi con l’insieme del pianeta e c’è da temere che la nuova forma di disuguaglianza tra gli esseri umani opponga coloro che sono “collegati” a quelli che non hanno i mezzi per esserlo. Eppure lo spazio cibernetico non è un luogo nel senso antropologico del termine: non è possibile leggervi nessuna forma di relazione sociale né i simboli di un’identità condivisa. Esso eccede ogni capacità individuale di relazione e sotto questo aspetto la folla degli internauti , che pare metaforicamente assai chiassosa e chiacchierona, somiglia piuttosto alla lonely crowd (folla solitaria) analizzata da David Riesmann nel 1950.
Se il termine nonluogo ha conosciuto una certa fortuna, talvolta a prezzo di alcuni malintesi, ciò è dovuto senza dubbio al fatto che esso dà nome a un sintomo. Questo sintomo passa per un doppio e contraddittorio sentimento di eccessiva pienezza e solitudine, di vuoto e di sovraccarico che si esprime in diversi modi nella società, nella letteratura o nelle arti. Questo fenomeno, che si rivela un po’ dappertutto, potrebbe essere chiamato crisi del luogo. Esso ha diverse cause e diversi aspetti, storici, demografici, geografici e politici. Tutti questi aspetti possono ricondursi al fenomeno del cambiamento di scala nella vita umana, il passaggio alla scala planetaria, vissuto da tutti e da ciascuno.
Il fatto più significativo a tal proposito è certamente il cambiamento di stato del pianeta, che diventa sotto i nostri occhi un oggetto di turismo, un paesaggio. Presto i turisti più fortunati potranno farsi mandare in orbita a contemplare per un po’ di tempo il pianeta nel suo insieme. Questa riduzione del pianeta a un oggetto di consumo turistico è veramente notevole: essa permetterà a qualche privilegiato di provare ciò che avevano già sperimentato gli astronauti di professione, ossia la nostra qualità di “terrestri”. [...] Nel frattempo, le tecniche di comunicazione, più ancora del mercato, e ancor prima l’immaginazione politica, delineano maldestramente e approssimativamente la possibilità di una società planetaria, di un luogo planetario che non sarà estraneo a nessun essere umano. Che cos’è oggi, in queste condizioni, il nonluogo, se non il contesto necessario di ogni luogo possibile?
Da ciò deriva il carattere profondamente ambivalente della nozione di nonluogo. Ci si domanda talvolta e in una buonafede un po’ ingenua: come trasformare un nonluogo in luogo? Con ciò si intende: umanizzarlo, renderlo a misura d’uomo, farlo sfuggire all’anonimato. Ma, nella misura in cui viviamo, semplicemente, passiamo il nostro tempo, dove che sia, a costruire o tentare di costruire legami e luoghi. L’uomo è un animale simbolico. Si può andare ancora un po’ oltre e voler inventare dei luoghi nuovi, nei quali le relazioni tra gli uni e gli altri siano ridefinite sia in una modalità più ludica e provvisoria (per esempio un villaggio vacanze), sia in una modalità più durevole (così alcuni sessantottini sono andati ad allevare capre sulle montagne delle Cevenne). Qeste utopie realizzate corrispondono a ciò che Michel Foucault ha chiamato eterotopie, ma oggi non può venire alla luce nessuna eterotopia, a meno che non sia inserita in un contesto più vasto e più globale, quello che definiremo come nonluogo.
La verità del nonluogo, bisogna insistere su questo punto, è dunque in definitiva contestuale. Così il mondo-città (le sue immagini di fluidità, il volo degli aerei nella notte illuminata dalle luci dei grandi grattacieli, le performance dei grandi sportivi ritrasmesse su tutti gli schermi del mondo ecc.) è esso stesso il nonluogo e il contesto, visibile attraverso schermi interposti, del luogo della città-mondo sul quale si possono leggere tutta la diversità e tutte le disuguaglianze della Terra. In questo modo, il non logo del mondo-città è l’ideologia del luogo della città-mondo; esso viene presentato come il suo avvenire o la sua verità, quando invece non è altro che la sua illusione.
Resta il fatto che questa illusione possiede la sua parte di verità, la parte di verità del desiderio, che forse spinge alla nascita dell’illusione. Il luogo empirico è spesso il luogo del rifiuto degli altri e delle diffidenze interne, della gelosia, della sorveglianza e del segreto – il che non toglie nulla alla dolcezza del focolare, dei ricordi di infanzia e delle successive nostalgie. Per quel che riguarda i nonluoghi empirici, essi sono gli spazi di anonimato, le finzioni dell’immagine e le menzogne del libero consumo; ma sono anche gli spazi dell’incontro, del possibile avvenimento, dell’attesa e della speranza.
Dal momento in cui il pianeta diventa un paesaggio che un turista può abbracciare con un solo colpo d’occhio, esso diventa il contesto finale, il nonluogo ultimo o piuttosto, sulla scala dei tempi a venire, il luogo Terra infine compiuto, a partire dal quale l’umanità dovrà ancora cambiare scala temporale e spaziale per proiettarsi un po’ più lontano nel sistema solare. Stiamo assistendo non alla fine della storia, ma alla fine della preistoria dell’umanità terrestre come società planetaria.[...]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Libri non sunt publicandi praeter necessitatem
Quella smania di pubblicare i libri ripudiati dagli autori
Da Nabokov a Capote, sono tante le opere che non avrebbero dovuto vedere la luce. E in qualche caso sarebbe stato meglio... Luigi Mascheroni - Dom, 20/12/2015
Da Nabokov a Capote, sono tante le opere che non avrebbero dovuto vedere la luce. E in qualche caso sarebbe stato meglio... Luigi Mascheroni - Dom, 20/12/2015
Dio Uno e Quattrino ovvero la religione degli 'mmericani: la biografia di Ron Hubbard
Lawrence Wright: La prigione della fede. Scientology a Hollywood, Adelphi, Milano, pagg. 532, € 28,00
Risvolto
Acquistando per due dollari un libro, offertogli per strada da un
giovane entusiasta un giorno del 1975, Paul Haggis ancora non sa che
l'affiliazione casuale, e all'inizio piuttosto scettica, alla Chiesa di
Scientology segnerà la sua carriera di regista, trasformandosi via via
in un inferno personale e professionale. Quando, molti anni dopo, Haggis
riuscirà finalmente a uscirne, racconterà tutto a Lawrence Wright, che
in questa superba inchiesta racconta (per la prima volta) tutto a noi:
le violenze, i ricatti, le estorsioni cui Scientology sottopone i suoi
affiliati; le figure più grandi del vero, e per molti versi mostruose –
David Miscavige, attuale guru della Chiesa, e Tom Cruise, suo principale
testimonial –, che la tengono in vita; le grottesche procedure private
(come le sedute di auditing, un improbabile incrocio fra la parodia di
una seduta di analisi e quella di un colloquio aziendale) in cui si
articola la lunga iniziazione dell'adepto, e le fantasmagoriche
cerimonie pubbliche che celebrano i trionfi della setta più vasta mai
apparsa sul pianeta. Ma dove Lawrence Wright scatena fino in fondo la
sua straordinaria vena narrativa è nel ritratto dell'inventore di tutto
questo, Ron Hubbard, un uomo impegnato fin dalla giovinezza a
falsificare la sua stessa biografia, capace di vendere milioni di copie
dei suoi romanzi di fantascienza, e naturalmente dei suoi manuali
parareligiosi, e perfettamente a suo agio nella divisa di commodoro
della flotta privata su cui Scientology, bandita per reati fiscali dal
consesso delle nazioni civili, fu costretta per anni ad autosegregarsi.
Ma soprattutto in grado di convincere centinaia di migliaia di seguaci
che il nostro mondo è governato da un'occulta cricca di psichiatri
malvagi, i quali «operano secondo metodi tratti direttamente dai manuali
per terroristi»: e che l'unico modo per sconfiggerli è versare, a lui
stesso e alla sua ristretta cerchia, donazioni sempre più consistenti.
Le molte vite del Chisciotte


«La follia saggia di Don Chisciotte è il seme del romanzo mondiale» Lo scrittore riflette sulla letteratura citando l’ambiguità di Cervantes E spara a 360˚ su Melville, il golpe spagnolo, Grillo e la strana Europa 29 mar 2016 Libero BARBARA TOMASINO RIPRODUZIONE RISERVATA
Negli occhi abbiamo due punti ciechi attraverso i quali non vediamo niente, questa è l'ipotesi formulata dal fisico francese Edme Mariotte nel XVII secolo. Perché non ce ne accorgiamo?
Perché quello che non vede il sinistro lo vede il destro, e viceversa. Ma anche perché quello che l'occhio non vede, viene ricostruito dal sistema visuale, dal cervello. Questa teoria è alla base dell'ultimo saggio letterario di Javier Cercas, Il punto cieco ( Guanda, pp. 159, euro 17), una riflessione sul romanzo e sul suo funzionamento a partire da un'ambiguità di fondo, da un grande punto oscuro che illumina il romanzo stesso. Cercas, classe ’62, professore universitario di spagnolo è bestsellerista europeo con L’impostore, Il nuovo inquilino, La verità di Agamennone.
Lei aveva anticipato questo tema ne L'impostore. In che modo definisce la natura di un romanzo? «C'è una tradizione di grandi romanzi che lavorano in questo modo: contengono una domanda centrale e il romanzo stesso è la ricerca di una risposta a questa domanda. Ma a differenza ad esempio di un giallo, in cui alla domanda alla fine viene data una risposta precisa, in questi casi non c'è una risposta chiara, tassativa, inequivocabile, ma piuttosto una soluzione ambigua, contraddittoria, poliedrica che dipende dal lettore, il vero protagonista del libro». Ci può fare degli esempi? «Per me tutto comincia con il primo grande romanzo moderno della storia, quello che crea le regole essenziali, il Don Chisciotte di Cervantes. La domanda alla base è molto semplice: Chisciotte è pazzo? Ovviamente è completamente pazzo, lo sappiamo bene, ma al contempo è l'uomo più saggio del mondo…questa ambiguità centrale è il grande punto cieco del romanzo di Cervantes. Ha costruito un personaggio che è ridicolo, comico, ma allo stesso tempo eroico, tragico».
Nel suo libro cita anche il Moby Dick di Melville… «La domanda è chiara: perché il capitano Achab è così tremendamente ossessionato dalla grande balena bianca? Cosa rappresenta per lui? È il bene o il male? È Dio o il diavolo? E' tutto, questa è l'ambiguità centrale del romanzo, e attraverso questa oscurità che Melville conduce la sua riflessione sul bene e sul male. Un altro esempio calzante è Kafka: nel Processo ci sono tante domande che restano senza risposta ed è attraverso questo "silenzio" che il libro parla».
Quindi i suoi lavori funzionano allo stesso modo? «Sì, anch'io costruisco i miei romanzi secondo un punto cieco centrale che tanto più è oscuro, tanto più illumina il racconto. In Anatomia di un istante, ad esempio, la domanda centrale è: perché durante il tentato golpe del 1981 il primo ministro Adolfo Suàrez è rimasto fermo, seduto sulla sua sedia, sfidando le pallottole dei militari? Stiamo parlando di un uomo che era stato organico al regime franchista e che ora rischiava la morte per difendere la giovane e debole democrazia spagnola. Non c'è una risposta univoca a questa domanda, solo ipotesi».
Tuttavia, nei suoi libri c'è spesso un'analisi politica della società vista attraverso la lente della storia. Parliamo di oggi: la Spagna è parte del Mediterraneo, ma non è una rotta per i migranti. Questo perché riesce a difendere con efficacia i propri confini? «Il problema dei flussi migratori non è una questione “locale”, è un problema europeo e la risposta deve essere europea. Il modello secondo me può essere ancora una volta il romanzo, una delle grandi creazioni del Vecchio Continente: un genere che prende tutto, fagocita ogni cosa, eppure resta sempre romanzo, e questo divorare tutto non lo indebolisce, anzi lo rafforza. La stessa cosa può accadere alla nostra cultura con il problema dei rifugiati, i nostri valori vanno difesi perché l'Europa è portatrice di grande civiltà, ma le culture diverse vanno assorbite e viste come un arricchimento, non un pericolo. La libertà, la democrazia, la laicità, sono i nostri punti di forza che ci devono consentire, prima di tutto moralmente, di accogliere chi scappa dalla guerra. L'idea della “purezza” dell'Europa coincide con la sua morte».
Ci sono in Spagna spinte nazionaliste come nel resto d'Europa? «Sì, infatti è un problema europeo, da quando è iniziata la crisi la domanda è sempre la stessa…crediamo in questa grande utopia che è l'Europa unita o ognuno se ne va per la sua strada? Populismo e nazionalismo finiscono per coincidere, è quello che sta succedendo in Germania, in Francia con Le Pen, ma anche in Italia con Grillo. Sono facce diverse, ma la questione non cambia: non crediamo all'Europa, crediamo solo in noi stessi. Il nazionalismo è il cancro del Vecchio Continente ed ha scatenato due guerre mondiali, non dimentichiamolo. Purtroppo ogni giorno si crede sempre meno nell'utopia comunitaria, basta considerare quello che succede in Inghilterra… eppure l'Europa senza la Gran Bretagna è semplicemente impensabile».
sabato 19 dicembre 2015
Sinistra o destra, socialismo o populismo: si è rotto l'equilibrio tra riconoscimento e critica radicale della modernità

E la sinistra, che si vede travolta dalla mutazione transpolitica della destra estrema, slitta atterrita su posizioni populiste [SGA].
Risvolto
Questo libro muove da un interrogativo di fondo: coloro che credono
ancora nella possibilità di una società libera, ugualitaria e solidale
o, in altri termini, in una prospettiva socialista, possono ancora fare
affidamento sulla «sinistra»? e definire sé stessi «uomini di sinistra»?
La riflessione che ne segue offre una risposta inequivocabile: non
possono. Una risposta che, secondo l’autore di queste pagine, non riposa
affatto sull’attuale contingenza politica che vede la «sinistra
moderna» quasi interamente convertita al liberalismo, ma è inscritta
nella data di nascita stessa di tale raggruppamento politico.
Il presupposto di questa tesi è naturalmente che socialismo e sinistra non sono, storicamente, la stessa cosa. Né Marx né Engels, ricorda Michéa, hanno mai pensato una sola volta di definirsi «uomini di sinistra». E il movimento socialista si è tenuto, al suo sorgere, così opportunamente lontano dalla sinistra da subirne le più feroci repressioni (in primo luogo quella di Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi nel maggio del 1871).
Ciò che definiamo «sinistra» ha in realtà, per Michéa, un'altra origine. Un'origine che risale al compromesso che le forze del movimento operaio stipularono a un certo punto della loro storia con i loro vecchi avversari della sinistra parlamentare contro i fautori dell’Ancien Régime (in Francia ciò accade con l’affaire Dreyfus). Compromesso che è il vero atto di nascita della sinistra moderna, il punto di partenza di quel processo che ha condotto alla dissoluzione del socialismo nel cosiddetto «campo del Progresso».
Il progetto socialista si definiva, infatti, all’inizio come una critica intransigente del sistema liberale. Un movimento, stando alle parole di Engels, contro l’«atomizzazione del mondo» annunciata dalla modernità capitalista con la sua «decomposizione dell’umanità in monadi ciascuna delle quali ha un principio di vita particolare e uno scopo particolare».
Il marchio identitario della sinistra moderna risiede, invece, a partire dalla sua data di nascita, in nient’altro che in una metafisica del Progresso capace di travolgere ogni vincolo comunitario. Una metafisica per la quale qualunque forma di appartenenza o di identità che non sia stata scelta liberamente da un individuo risulta potenzialmente oppressiva e «discriminante». Di qui, la successiva celebrazione (che è oggi dinanzi ai nostri occhi) da parte della sinistra moderna delle virtù del mercato globale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali).
Di qui, anche, per Michéa, la necessità, per chiunque coltivi ancora una prospettiva socialista e ritenga, con Marx, del tutto irreale questa fede religiosa nella libertà come proprietà privata di un individuo, di considerare la «sinistra» un significante ormai privo di senso.
Il presupposto di questa tesi è naturalmente che socialismo e sinistra non sono, storicamente, la stessa cosa. Né Marx né Engels, ricorda Michéa, hanno mai pensato una sola volta di definirsi «uomini di sinistra». E il movimento socialista si è tenuto, al suo sorgere, così opportunamente lontano dalla sinistra da subirne le più feroci repressioni (in primo luogo quella di Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi nel maggio del 1871).
Ciò che definiamo «sinistra» ha in realtà, per Michéa, un'altra origine. Un'origine che risale al compromesso che le forze del movimento operaio stipularono a un certo punto della loro storia con i loro vecchi avversari della sinistra parlamentare contro i fautori dell’Ancien Régime (in Francia ciò accade con l’affaire Dreyfus). Compromesso che è il vero atto di nascita della sinistra moderna, il punto di partenza di quel processo che ha condotto alla dissoluzione del socialismo nel cosiddetto «campo del Progresso».
Il progetto socialista si definiva, infatti, all’inizio come una critica intransigente del sistema liberale. Un movimento, stando alle parole di Engels, contro l’«atomizzazione del mondo» annunciata dalla modernità capitalista con la sua «decomposizione dell’umanità in monadi ciascuna delle quali ha un principio di vita particolare e uno scopo particolare».
Il marchio identitario della sinistra moderna risiede, invece, a partire dalla sua data di nascita, in nient’altro che in una metafisica del Progresso capace di travolgere ogni vincolo comunitario. Una metafisica per la quale qualunque forma di appartenenza o di identità che non sia stata scelta liberamente da un individuo risulta potenzialmente oppressiva e «discriminante». Di qui, la successiva celebrazione (che è oggi dinanzi ai nostri occhi) da parte della sinistra moderna delle virtù del mercato globale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali).
Di qui, anche, per Michéa, la necessità, per chiunque coltivi ancora una prospettiva socialista e ritenga, con Marx, del tutto irreale questa fede religiosa nella libertà come proprietà privata di un individuo, di considerare la «sinistra» un significante ormai privo di senso.
Ancora su "La guerra d'aggressione" di Carl Schmitt: Chignola
Novecento. «La guerra d’aggressione come crimine internazionale»: è il libro uscito postumo di Carl Schmitt. Edito in Italia dal Mulino, nasce dal parere che il giurista scrisse su richiesta dell’industriale Flick, uno dei principali esponenti economici del regime nazista
Sandro Chignola Manifesto 19.12.2015, 0:04
Si dice che solo dal punto di vista di chi sia sconfitto sia dato comprendere i processi di lunga durata. Solo chi abbia perso tutto si volge all’onda che lo ha travolto cercando di scorgerne le profondità e di identificarne i ritmi e le correnti. Non è il respiro breve del vincitore, inebriato del presente della conquista, quello capace di confrontarsi con i tempi dilatati della storia. Reinhart Koselleck, la cui biografia annovera anni di prigionia in Urss dopo lo sbandamento della Wehrmacht, ha scritto pagine importanti a questo proposito.
Uno dei suoi maestri, Carl Schmitt, è nel 1945 uno di questi sconfitti assoluti. Da tempo in rotta con il nazismo, cui imputa di aver approfondito il solco tra legalità e legittimità per aver ridotto il diritto a «un’arma velenosa» nelle mani del Partito, preda di una quotidiantà estremamente difficile – non riceve da mesi lo stipendio, vive in una Berlino devastata dai bombardamenti, subisce un primo arresto da parte dei militari sovietici -, si definisce allora, non senza una certa auto accondiscendenza, «annientato e calpestato» come «lo sconfitto della guerra giusta degli altri». I suoi interessi teorici si sono spostati sul terreno del diritto internazionale. Da mesi sta portando avanti la stesura del Nomos della terra. Rimane comunque un grande professore di diritto.
L’industriale Flick
È in questo contesto che va collocato lo scritto (pubblicato solo postumo) che ora Il Mulino rende disponibile per la prima volta al lettore italiano nella traduzione di Furio Ferraresi e con un’ottima e, come sempre, molto accurata presentazione di Carlo Galli (La guerra d’aggressione come crimine internazionale). Si tratta del parere che Carl Schmitt redige su richiesta dell’industriale Friedrich Flick, uno dei principali esponenti economici del regime, in vista di una possibile e, ovviamente molto temuta, accusa di complicità con la guerra di aggressione nazista.
Non è importante come andrà a finire. Schmitt guadagnerà un poco di denaro e, arrestato questa volta dagli americani, finirà a sua volta sul banco degli accusati con la minaccia di un processo proprio per il reato di guerra di aggressione; Flick, che evita l’accusa che lo preoccupa, finirà però condannato a sette anni di carcere per crimini contro l’umanità avendo forzato al lavoro nelle sue imprese lavoratori stranieri schiavizzati dalle SS.
Scarcerato in anticipo, Flick rifiuterà pervicacemente sino alla morte di risarcire i prigionieri superstiti. Interessante è piuttosto la struttura del parere legale schmittiano: per l’incrocio con tematiche che lo avevano occupato in Il concetto di guerra discriminatoria (ne scrivemmo sul manifesto in occasione dell’uscita della traduzione italiana) e che egli tratterà negli anni a seguire nel Nomos della terra e per un’argomentazione che entra nel merito del dibattito aperto dai giuristi delle Forze Alleate in relazione alle norme fondamentali per i processi contro i crimini di guerra.
Sono tre le fattispecie del crimine di guerra che Schmitt elenca in apertura del suo Parere. La prima si riferisce a violazioni del diritto in guerra (jus in bello). Si tratta di infrazioni di regole (relativamente al trattamento dei prigionieri, ad esempio) che presuppongono il fatto che la guerra sia lecita e «messa in forma» dal diritto internazionale. Di natura essenzialmente diversa è il secondo tipo di crimini di guerra sul quale si appunta l’attenzione di Schmitt.
Qui si tratta non già di «acts of violation of the Laws and the customs of war», come è il caso della prima fattispecie, ma di vere e proprie «atrocities» compiute contro vittime indifese ed inermi. Scelus infandum, questo tipo di crimine qualificato come «scelleratezza infame» forza e rompe criteri e limiti del diritto penale e internazionale. Chi se ne renda colpevole viene messo al bando della comunità giuridica. Una terza fattispecie si segnala invece per la sua origine recente. Qui è proprio la guerra di aggressione ad essere trattata come un crimine in sé. La criminalizzazione della guerra di aggressione acquista un interesse pratico solo a partire dalla prima guerra mondiale e dai Trattati di pace di Parigi, l’autentico punto di frattura della più recente storia giuridica. Schmitt ne aveva appunto scritto in Il concetto di guerra discriminatoria.
È solo dopo la prima guerra mondiale che, per la crescente egemonia del sistema giuridico americano, tanto il sistema del diritto pubblico continentale (che riconosce agli Stati uno jus ad bellum, e cioè la guerra come strumento legittimo di politica internazionale), quanto quello di common law britannico (che ritiene punibili anche i mala in se, oltre ai mala prohibita, e cioè proprio le «atrocities» di cui poco sopra), viene producendosi quella commistione tra principi giuridici e principi morali, che perviene a condannare la guerra di aggressione, trattandola come un crimine in se stessa. Su questa trasformazione che investe il concetto di guerra Carl Schmitt torna in diverse occasioni a partire dagli anni Trenta. La guerra, che sino ai Trattati di pace era trattata secondo il modello dello ius publicum europaeum — essa era di fatto un duello tra entità statali giuridicamente paritarie che si svolgeva in uno spazio politico puro e cioè «libero» rispetto a istanze morali o di giustizia (e non poteva che essere così, dato che la scienza giuridica e politica moderna aveva faticosamente conquistato il proprio spazio sulle rovine delle guerre di religione) – viene allora riqualificata e caricata di contenuti extragiuridici. Distinguendo tra guerra giusta e guerra ingiusta – ingiusta sarà la guerra di aggressione, ovviamente, come qualsiasi guerra che calpesti i diritti dell’«umanità» – viene eroso il margine sul quale era stato edificato il sistema del diritto internazionale e prodotta quella che, agli occhi di Schmitt per primo, si presenta come un’autentica catastrofe.
Ritorsioni seriali
Non soltanto la commistione tra morale e politica che ora si impone reindirizza lo scontro tra potenze ad uno scontro «culturale» tra bene e male che può essere indefinitamente dilatato, se la guerra è guerra umanitaria o caccia ad un nemico che, come nel caso del pirata, può essere qualificato come hostis humanis generis, ma la stessa pace, una volta non più garantita dall’equilibrio delle forze, esprime uno stato di incertezza e di sospetto permanente, se dei poteri si vagliano le «intenzioni» e nessuno di essi può essere risospinto nelle sue frontiere di pertinenza.
«Umanizzata», e cioè asimmetricamente condotta in nome della giustizia contro un nemico a sua volta disumanizzato perché criminale, la guerra diventa vendetta infinita, discriminazione, strumento per la dilatazione dell’influenza di colui che pretende di parlare (per Carl Schmitt: in americano…) per conto degli universali diritti dell’umanità.
Pur nella chiara evidenza della tendenza, tuttavia, la questione non è ancora decisa. Nel senso, almeno, che la trasformazione che a partire dai Trattati di Parigi ha travolto il sistema di rapporti tra Stato, guerra e diritto internazionale, non ha sedimentato un ordine nuovo: norme certe e istituzioni internazionali in grado di renderle esecutive. Il parere che Schmitt redige per Flick ribadisce il sistema di riferimenti della scienza giuridica ancora in vigore: la guerra deve essere considerata un atto di sovranità di cui sono responsabili gli Stati e non certo i singoli cittadini, che sono tenuti ad obbedire al potere legale.
Giano e la soglia
Si tratta di un argomento che scagiona l’«ordinary businessman economicamente attivo» — come lo era Flick, nonostante i suoi schiavi – da ogni responsabilità penale. Ed è un argomento, questo, che, come molto opportunamente rileva Carlo Galli, suonerà molto familiare nella Germania del dopoguerra: la seconda guerra mondiale come una guerra tradizionale, segnata certo da atrocità, delle quali non si macchiarono però i singoli cittadini, ma solo Gestapo e SS, e che potranno essere perseguite dalla giustizia ordinaria tedesca.
E tuttavia, tra le rovine di Berlino, Schmitt è molto più lontano che guarda; all’indietro e oltre il presente che abita, figura di soglia come lo è ogni Giano. La trasformazione del concetto giuridico di guerra comporta conseguenze radicali in ordine alla categorie spaziali complessive della politica e alla modificazione generale dei quadri del diritto (non solo) internazionale. I «pionieri della criminalizzazione della guerra», come lui li chiama, tolgono la possibilità stessa di una posizione neutrale, nel loro chiamare allo scontro con il male. Non c’è più un fuori nella guerra civile infinita che si scatena come guerra non tra Stati, ma come guerra interna all’umanità; come guerra tra un universale astratto e un nemico inteso come puro criminale.
Quanto attraverso questo passato e la quasi irrilevante vicenda dell’impunito Flick proceda verso il presente cui apparteniamo può intuirlo in questo caso solo la sonda – bacchetta di rabdomante, intuito del profeta, scienza tagliente del giurista – dello sconfitto Schmitt.
Iscriviti a:
Post (Atom)









