domenica 31 gennaio 2016

Ritorna "Il matriarcato" di Johann Jakob Bachofen

Il matriarcato
Più che il giorno della famiglia sabato scorso è il giorno del patrimonio familiare. Ovvero di una sua configurazione determinata, che legittimamente si difende dall'avvento - irreversibile - di nuove configurazioni che pretendono un altrettanto legittimo riconoscimento.
È normale poi che quando si parla di proprietà, cioè del fondamento del legame sociale, si tenda a spararla grossa, da una parte e dall'altra, ammantando un conflitto di interessi con le cose più fantasiose, come dio, la natura o la rivoluzione [SGA].

Johann Jakob Bachofen: Il Matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi

Risvolto
Il matriarcato è l'opera piú significativa e piú nota di Johann Jakob Bachofen, un'indagine poderosa, fertile di spunti e di motivi, con cui lo studioso svizzero ha acquisito un posto centrale tra i fondatori della moderna antropologia.

Apprezzata da Marx e Engels (che vi ravvedevano la transitorietà della vita borghese), finita al centro di un vivace dibattito antropologico, amata da poeti come Rilke e Hofmannsthal o da narratori come Broch, Hesse e Thomas Mann, difesa da pensatori come Benjamin, Adorno e Fromm, sovente ripresa dalla letteratura femminista, l'opera di Bachofen resta, pur con tutte le sue ambivalenze, un seducente filo di Arianna teso attraverso i regni del maschile e del femminile. Anche se alcuni suoi dati possono risultare oggi superati o inesatti, essa continua a restare l'esempio di un incontro straordinario con una figura mitica, la mater, con cui ogni generazione si incontra e si misura, come rileva Furio Jesi, iniziatore di questa traduzione, nel saggio che accompagna il volume.

"Accelerare il capitalismo": un altro geniale scopritore del nichilismo attivo

Risultati immagini per Noys: Malign Velocities

E' strano che in Italia non si parli ancora di quest'ulteriore corbelleria, ma sicuramente non dovremo aspettare molto [SGA].



Benjamin Noys: Malign Velocities. Accelerationism and Capitalism, Zero Books, 2014



Risvolto
We are told our lives are too fast, subject to the accelerating demand that we innovate more, work more, enjoy more, produce more, and consume more. That’s one familiar story. Another, stranger, story is told here: of those who think we haven’t gone fast enough. Instead of rejecting the increasing tempo of capitalist production they argue that we should embrace and accelerate it. Rejecting this conclusion, "Malign Velocities" tracks this 'accelerationism' as the symptom of the misery and pain of labour under capitalism. Retracing a series of historical moments of accelerationism - the Italian Futurism; communist accelerationism after the Russian Revolution; the 'cyberpunk phuturism' of the ’90s and ’00s; the unconscious fantasies of our integration with machines; the apocalyptic accelerationism of the post-2008 moment of crisis; and the terminal moment of negative accelerationism - suggests the pleasures and pains of speed signal the need to disengage, negate, and develop a new politics that truly challenges the supposed pleasures of speed.

Il declino della crescita statunitense dal XX al XXI secolo: R.J. Gordon

bookjacket
Robert James Gordon: The Rise and Fall of American Growth. 
The U.S. Standard of Living since the Civil War, Princeton University Press

Risvolto
In the century after the Civil War, an economic revolution improved the American standard of living in ways previously unimaginable. Electric lighting, indoor plumbing, home appliances, motor vehicles, air travel, air conditioning, and television transformed households and workplaces. With medical advances, life expectancy between 1870 and 1970 grew from forty-five to seventy-two years. Weaving together a vivid narrative, historical anecdotes, and economic analysis, The Rise and Fall of American Growth provides an in-depth account of this momentous era. But has that era of unprecedented growth come to an end?
Gordon challenges the view that economic growth can or will continue unabated, and he demonstrates that the life-altering scale of innovations between 1870 and 1970 can't be repeated. He contends that the nation's productivity growth, which has already slowed to a crawl, will be further held back by the vexing headwinds of rising inequality, stagnating education, an aging population, and the rising debt of college students and the federal government. Gordon warns that the younger generation may be the first in American history that fails to exceed their parents' standard of living, and that rather than depend on the great advances of the past, we must find new solutions to overcome the challenges facing us.
A critical voice in the debates over economic stagnation, The Rise and Fall of American Growth is at once a tribute to a century of radical change and a harbinger of tougher times to come.

Homo Sapiens era arrivato al Circolo polare artico già 45mila anni fa

45mila anni fa al polo nord L’«homo sapiens» venuto dal freddo
di Gilberto Corbellini Il Sole Domenica 31.1.16
Se la scoperta dei paleontologi, pubblicata nei giorni scorsi sulla rivista Science, ovvero che individui della specie Homo sapiens andavano a caccia ben oltre il Circolo Polare artico già 45mila anni fa, forse sarà il caso di tornare a prendere sul serio alcune teorie che collocavano l’origine delle mitiche popolazioni cosiddette ariane al Polo Nord. In particolare, il suggestivo saggio del matematico, astronomo e fondatore del movimento indipendentista indiano Bal Gangadhar Tilak, La dimora artica nei Veda (1903). Tilak, chiamato dai connazionali Lokamanya («colui che è onorato dal suo popolo come guida») avanzava l’ipotesi, basata sulla lettura di alcuni inni vedici, della cronologia e dei calendari vedici, nonché di passaggi dell’Avesta, che gli ariani abitassero il Polo Nord prima dell’inizio dell’ultimo periodo post-glaciale. Una teoria sostenuta anche nel libro del primo presidente della Boston University, William F. Warren, Paradise Found or the Crandle of the Human Race at the North Pole (1885). Libro che Tilak saccheggiò.
Al di là delle inverosimili speculazioni tendenzialmente razziste tardo ottocentesche fondate su tracce immaginabili a partire dalla letteratura mitologico-religiosa, la recente scoperta è di rilevantissima importanza, perché sposta di ben 15mila anni indietro la presenza dell’uomo moderno nella regione artica, e questo significa che 45mila anni fa i nostri antenati dovevano avere un’organizzazione sociale complessa e molto efficiente per abitare in territori ostili e cacciare mammut o i rinoceronti lanosi che brucavano le steppe-tundre erbose. Sono stati proprio i resti di un mammut a fornire elementi per giungere a un conclusione abbastanza sorprendente. Infatti, per lungo tempo si era pensato che i nostri antenati cacciatori adattati ai climi freddi e in grado di cacciare la megafauna avessero raggiunto l’artico intorno a 15-12 mila anni fa, attraversando lo stretto di Bering per entrare nelle Americhe circa 15mila anni fa. Nuovi ritrovamenti agli inizi di questo millennio aveva portato a ipotizzare che già 35mila anni fa degli uomini cacciassero sui Monti Urali del nord e nella Siberia nordorientale. Ossa umane erano però finora state trovate non più a nord di Mosca, circa (57° nord). Mentre il mammut di cui parliamo è stato rivenuto casualmente da un bambino a 72° nord, cioè ben oltre il Circolo Polare Artico.
L’animale presenta una serie di ferite che sono chiaramente risultato di un’azione di caccia che ha portato alla sua uccisione, a cui sono seguite interventi di macellazione e asportazione di carne, grasso e di parte delle zanne. Per arrivare a quelle latitudini e cacciare un mammut dell’età di circa 15 anni e in piena salute, quegli uomini dovevano essere particolarmente abili nella costruzione di strumenti, nel fabbricare abiti caldi e temporanei rifugi per sopravvivere a climi decisamente rigidi e in ambienti inospitali. Tutte queste capacità applicate alla vita in ambienti rigidi si pensava che avessero richiesto diverse migliaia di anni in più per essere acquisite. E sono proprio queste caratteristiche a far ritenere che si trattasse di uomini moderni e non di neandertal. Alcuni colleghi dei russi, negli Stati Uniti, stanno aspettando più informazioni. Prima di tutto sui metodi usati per la datazione. Ma anche una datazione effettuata su quei resti da qualche laboratorio diverso da quello dell’Accademia Russa delle Science di San Pietroburgo: una contaminazione è sempre possibile.
Naturalmente non tutti sono disposti a dare un significato così pregnante alla scoperta. Infatti, qualcuno sostiene, sulla base delle foto pubblicate, che l’animale non è stato completamente sfruttato per le risorse che offriva, soprattutto il grasso. E questa sarebbe un’anomalia, in quando dei cacciatori moderni, in quelle condizioni, avrebbero usato completamente l’animale, data l’importanza di accumulare e scambiare cibo per la sopravvivenza e il rafforzamento dei legami sociali.

I colpi dell’uomo sul pachiderma
Caccia grossa nell’Artico. Un mammut ucciso in anticipo di 10.000 anni
Nell’artico siberiano è stata ritrovata la carcassa, vecchia 45 mila anni, di un mammut ucciso da uomini che giunsero nella zona prima di quanto si credesse
di Telmo Pievani Corriere La Lettura 31.1.16
Tre anni fa una spedizione di scienziati russi guidata da Alexei Tikhonov, grande specialista di mammut all’Accademia delle Scienze, si spinse fino alla stazione meteorologica polare di Sopochnaya Karga, a 71 gradi di latitudine nord. Su una scogliera ghiacciata della baia dello Yenisei, sul mare di Kara, porzione siberiana del mar Glaciale Artico, un paio di chilometri a nord della stazione, i ricercatori scoprirono la carcassa ben conservata di un mammut lanoso. Se l’aspettavano, poiché la presenza di questi grossi erbivori era già nota nella penisola di Tajmir, Siberia artica. La stratigrafia e l’analisi al radiocarbonio di una tibia permisero la datazione precisa dell’animale: era morto su quella spiaggia remota tra 44.500 e 45.000 anni fa.
Sappiamo che i mammut hanno vagato per decine di migliaia di anni nell’emisfero settentrionale, seguendo le oscillazioni climatiche. Quando in Europa la calotta ghiacciata di Barents scendeva fino in Germania e in Inghilterra, questi bestioni lanosi si spingevano fin nel cuore della nostra penisola. E sono sopravvissuti fino a tempi più recenti di quanto si pensasse. Un manipolo riuscì a rifugiarsi, dopo la fine dell’ultima era glaciale 11.700 anni fa, nella penisola e poi isola di Wrangel, un angolo sperduto dell’Artico siberiano orientale dove i cacciatori paleo-eschimesi sarebbero arrivati soltanto tremila anni fa. Su Wrangel i mammut, un po’ rimpiccioliti, resistettero fino a meno di quattromila anni fa, sfiorando così la storia delle civiltà umane.
Dunque il mammut di Sopochnaya Karga è piuttosto antico rispetto ad altri suoi simili, ma è così ben conservato che, oltre allo scheletro completo, il ghiaccio ha preservato alcune parti molli, incluso il grasso della tipica gobba. Era un giovane maschio di 15 anni, in ottima salute. Chi o che cosa ha ucciso dunque un animale così forte e resistente? La soluzione del giallo ha lasciato di stucco la comunità scientifica, tanto da meritarsi la pubblicazione sul numero di «Science» del 15 gennaio. Le ossa sono state esaminate ai raggi X, ma già a occhio nudo mostrano i segni di ferite inusuali, soprattutto sulla testa e nella zona toracica. L’osso zigomatico è forato da un’arma a punta conica, fatta di osso o di avorio. Altri colpi mirarono invece alla base del tronco, per recidere arterie vitali e uccidere l’animale per dissanguamento. Le lance taglienti furono scagliate con tale vigore da penetrare pelle e muscoli, conficcandosi nelle ossa.
Insomma, si tratta di una ben organizzata scena di caccia, cui seguì la paziente macellazione di ogni parte dell’animale, compresa la lingua accuratamente asportata. Del mammut non si buttava via niente, soprattutto le preziose zanne vennero rotte in modo tale da produrre scaglie appuntite di avorio, a loro volta usate come strumenti per la macellazione della carne. Segno che a quel tempo era all’opera un’intelligenza in grado di trasformare potenzialmente qualsiasi oggetto utile in uno strumento, e di produrre uno strumento a partire da un altro strumento. In assenza di pietre adatte, si ricorreva all’avorio.
Si dimostra così, sorprendentemente, che circa diecimila anni prima di quanto ritenuto finora, già 45.000 anni fa, a una latitudine più settentrionale persino di Capo Nord, quando ancora sopravvivevano altre specie umane come l’uomo di Neanderthal in Europa e l’uomo di Denisova in Asia centrale, gruppi di cacciatori sapiens di origine africana erano in grado di inseguire e abbattere un mammut sulle sponde del mar Glaciale Artico. La datazione precede di 20 mila anni l’ultimo massimo glaciale, cioè il periodo proibitivo, che va da 26 a 19 mila anni fa, in cui l’era glaciale raggiunse il picco.
Chi ha compiuto l’impresa nel grande freddo doveva avere capacità di organizzazione sociale e di coordinamento linguistico notevoli, insieme a tecnologie avanzate per cacciare e proteggersi dal gelo. È chiaro che qui l’evoluzione culturale ha prevalso su quella biologica, permettendo ai nostri antenati di adattarsi a qualsiasi ecosistema terrestre. Homo sapiens divenne una specie cosmopolita e invasiva, capace di creare sublimi opere d’arte (a poche migliaia di anni dopo risale l’arte rupestre recentemente scoperta sull’isola di Sulawesi, ai tropici) e al contempo di lasciare un segno distruttivo sugli ambienti, per esempio in Australia e nelle Americhe, dove all’arrivo dei primi cacciatori sapiens decine di specie di mammiferi di grossa taglia, inermi davanti a un predatore così ben organizzato, furono estinte per sempre.
La scoperta russa potrebbe anche gettare nuova luce proprio sull’arrivo dell’ Homo sapiens in Nord America. Se i cacciatori siberiani erano già in circolazione 45.000 anni fa, non è escluso che possano essersi spinti verso oriente, inseguendo le mandrie di caribù e di mammut, ben prima della fine dell’ultima glaciazione, attraversando la Beringia, cioè il vasto ponte di terra che nei periodi freddi univa l’Asia nord-orientale all’Alaska. L’impressione è che molte storie attendano ancora di essere raccontate sugli antichi spostamenti delle popolazioni umane. 

Cina, economia di mercato, socialismo di mercato

Risultati immagini per cinaPerché la Cina non è ancora una vera economia di mercato
La concessione dello «status» renderebbe inefficaci le misure antidumping

di Manfred Weber Il  Sole 30.1.16
Nonostante la discussione sull’immigrazione, l’Europa ha anche un’altra priorità: creare posti di lavoro. Abbiamo bisogno di accordi commerciali, e in un mondo globalizzato vogliamo creare partnership di successo. Un accordo commerciale è sempre una chiave strategica per avere una maggiore crescita economica, e più posti di lavoro, ed offre benefici reciproci senza costi aggiuntivi. È questa la strategia che vogliamo utilizzare per l’Europa. In assenza di un accordo globale per il libero commercio, il Gruppo Ppe ha spinto per concludere accordi bilaterali con i principali partner commerciali dell’Europa: il Ttip con gli Stati Uniti, e altri accordi con la Corea del Sud e il Giappone. Con il Canada (Ceta) abbiamo concluso i negoziati e vogliamo proseguire verso l’attuazione il più velocemente possibile. Ceta è un accordo commerciale che favorisce soprattutto le Pmi che rappresentano il 99% di tutte le attività in Europa e negli ultimi cinque anni hanno creato circa l’85% dei nuovi posti di lavoro. Ogni giorno che passa senza attuazione degli accordi, perdiamo l’opportunità di creare nuovi posti di lavoro.
L’Ue e la Cina sono due dei maggiori operatori commerciali del mondo. La Cina è il secondo partner commerciale dell’Ue, dopo gli Stati Uniti, e l’Unione europea è il principale partner commerciale della Cina. Tra la Cina e l’Europa attualmente si registra un commercio di ben oltre 1 miliardo di euro al giorno. La Cina ha fatto buoni progressi nell’attuazione dei suoi impegni in seno alla Wto, sin dalla sua adesione nel 2001; ma ci sono ancora problemi in sospeso: mancanza di trasparenza, esistenza di misure in Cina che discriminano le imprese straniere, forte intervento del governo nell’economia, protezione ed applicazione inadeguata della proprietà dei diritti intellettuali, restrizioni alle esportazioni cinesi di materie prime - come terre rare. I cinesi hanno mostrato come funziona il protezionismo: infatti una azienda che non produce in Cina, deve confrontarsi con elevate tariffe penalizzanti se vuole vendere i suoi prodotti sul mercato cinese. In alternativa se una azienda vuole produrre in Cina, lo può fare solo diventando partner più piccolo di un azionista di maggioranza cinese.
L’Ue ritiene che tutto ciò stia violando le regole generali della Wto. Il Gruppo Ppe ha sostenuto l’adozione di adeguate misure di difesa commerciale, per contrastare le imprese non europee, che grazie a sovvenzioni statali illegali o tariffe di dumping hanno cercato di vendere i loro prodotti in Europa.
La Commissione europea ha in corso 28 inchieste antidumping, 16 delle quali coinvolgono la Cina. Il maggior numero di casi di difesa commerciale dell’Unione europea e le relative misure, riguardano ferro e acciaio , e sempre più, le industrie energetiche (pannelli solari, biocarburanti).
La domanda cruciale è: possiamo concedere lo Status di Economia di Mercato (Mes) alla Cina 15 anni dopo la data di adesione alla Wto come è previsto dall’Organizzazione? Per l’Ue la Cina non è una cosiddetta Economia di Mercato. Se concediamo alla Cina questo status, le misure antidumping che salvaguardano centinaia di migliaia di posti di lavoro di una vasta gamma di industrie europee strategiche, diventerebbero inefficaci di fronte alla concorrenza sleale della Cina.
I produttori europei sono preoccupati che, in questa eventualità, le importazioni cinesi aumentino dal 25% al 50% considerando il trend previsto nei prossimi 3-5 anni, mettendo a rischio nell’Ue fino a 3,5 milioni di posti di lavoro. Nel caso in cui concedessimo lo Status di Economia di Mercato alla Cina, significherebbe darle la possibilità di ridurre il margine di dumping del 30%, consentendole di ridurre ulteriormente i prezzi. La Cina, infatti, non è un’economia di mercato. Quando guardiamo l’economia cinese, vediamo ancora le ombre di una economia pianificata. I leader cinesi che si sono succeduti hanno seguito il modello di una “economia socialista di mercato”, in cui il governo controlla le imprese statali che dominano settori come l’acciaio, la produzione di energia e il minerario - ognuno dei quali gode di un sostegno importante da parte dello Stato. Penso che ci dovremmo impegnare in un ampio e franco dibattito con i cinesi (abbiamo anche bisogno di uno studio completo di valutazione di impatto),e l'Unione europea dovrebbe mantenere i suoi strumenti di difesa commerciale efficaci che prendono in considerazione la reale situazione del mercato in Cina.

Europarlamento in pressing sulla Cina
Maggioranza sempre più consistente contro la concessione dello status di economia di mercato di Beda Romano Il Sole 2.2.16
BRUXELLES È sempre più acceso il dibattito sulla possibilità di concedere lo status di economia di mercato alla Cina. La Commissione europea, a cui spetta fare nei prossimi mesi una proposta al Consiglio europeo e al Parlamento europeo, sta valutando il da farsi. Parlando ieri sera dinanzi all’assemblea parlamentare a Strasburgo, la commissaria al Commercio, la danese Cecilia Malmström, ha confermato che l’esecutivo comunitario sta studiando attentamente tre diverse opzioni.
«In ballo non c’è un giudizio sul fatto se la Cina sia una economia di mercato o meno. Sulla base della nostra visione non lo è – ha detto la signora Malmström –. Piuttosto in ballo c’è se è necessario modificare le nostre difese commerciali. Tre sono le opzioni. Possiamo lasciare le cose così come sono (…). Possiamo modificare lo status, e ciò avrebbe effetti dannosi da un punto di vista economico e sarebbe politicamente irrealistico. Oppure possiamo trovare soluzioni con misure che mitigano l’eventuale impatto».
Il protocollo d’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del Commercio, risalente al 2001, prevede che dopo 15 anni da quella data i partner della Cina debbano valutare se modificare lo status di Pechino. Poiché la concessione dello status di economia di mercato alla Cina comporterebbe giuridicamente un allentamento delle difese commerciali europee nei confronti dei prodotti cinesi, il timore di molti è che i mercati europei siano invasi da merce a basso costo.
In questi giorni, preoccupati si sono detti esponenti sia dei Popolari che dei Socialisti. Citando un primo studio preliminare preparato dalla stessa Commissione europea, la signora Malmström ha spiegato che scenari radicali prospettano la perdita di 210mila posti di lavoro, in assenza di misure mitiganti: «Le nostre stime sono assai più basse di quelle formulate da alcuni centri di ricerca». La commissaria ha annunciato che Bruxelles sta preparando un vero e proprio studio d’impatto.
Nei giorni scorsi, si è tenuto qui a Bruxelles un convegno organizzato dal Parlamento europeo. Robert Scott, un ricercatore dell’Economic Policy Institute, è tornato sulla questione, con nuovi dati ancor più preoccupanti rispetto a quelli dell’estate scorsa quando pubblicò una ricerca sponsorizzata da Aegis, una organizzazione europea che rappresenta 25 settori industriali e che sta dando battaglia contro la concessione alla Cina dello status di economia di mercato.
«Rispetto alla ricerca precedente – ha spiegato in una conversazione nei giorni scorsi lo stesso Scott, capofila degli economisti più preoccupati – nuovi dati dimostrano già oggi che l’attivo commerciale cinese è destinato a crescere enormemente nei prossimi anni. Nei fatti, il Paese sta esportando disoccupazione nel resto del mondo. In questa seconda analisi, rispetto a quella dell’estate scorsa, uso due diversi modelli per valutare le eventuali conseguenze di una scelta positiva nei confronti della Cina».
Secondo statistiche dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’attivo commerciale cinese nel solo settore manifatturiero è salito da 531 miliardi di euro nel 2010 a 933 miliardi di euro nel 2014. Scott è criticato da alcuni economisti perché i suoi modelli non si basano né sulla piena occupazione né sul commercio equilibrato, come avviene di solito nei calcoli economici. «Questi due fattori – risponde il ricercatore americano - non possono essere parte del mio modello semplicemente perché non esistono nella realtà».
Nello specifico, Scott prevede che la concessione dello status comporterebbe la perdita di 1,7-3,5 milioni di posti di lavoro su un periodo di tre-cinque anni. Il Paese più colpito sarebbe la Germania, seguito dall’Italia (208.100-416.200 i posti di lavoro a rischio). Alcuni settori sarebbero colpiti più di altri: parti meccaniche di veicoli, prodotti di carta, acciaio, ceramica, vetro, alluminio, biciclette. Nel valutare la scelta, la Commissione, così come i Ventotto e il Parlamento, dovranno considerare anche le eventuali ripercussioni politiche.

Ue, frenata sullo status alla Cina
Bruxelles. Si compatta il fronte del no al riconoscimento del gigante asiatico come economia di mercato In tre mesi studio di impatto dettagliato. Possibile mediazione tenendo i dazi di Carmine Fotina Il Sole 3.2.16
ROMA Guadagna metri la posizione italiana sull’ipotesi di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato (Mes). Un ulteriore passo è stato compiuto ieri, nel corso del Consiglio informale dei ministri del commercio estero che si è svolto ad Amsterdam. Non sarebbero mancati toni decisi, con il viceministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda (che a marzo assumerà formalmente l’incarico di rappresentante permanente dell’Italia a Bruxelles) che ha ribadito la contrarietà italiana, affiancato stavolta in modo più chiaro oltre che dalla Francia anche dalla Germania, ottenendo segnali considerati importanti. «Un primo parziale passo nella giusta direzione» lo definisce Calenda che, anche dopo l’addio al ministero dello Sviluppo, continuerà a seguire il tema in prima persona da Bruxelles al pari di altri dossier delicatissimi per il commercio internazionale come il Ttip (il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti).
La Commissione avrebbe garantito che non ci saranno fughe in avanti, una decisione potrebbe essere presa in estate ma solo dopo una vera valutazione di impatto. Uno studio dettagliato è una richiesta avanzata ufficialmente dall’Italia nelle settimane scorse, insieme ad altri sette Stati membri, con una lettera alla presidenza olandese e ribadita con forza nel corso della riunione di ieri. È indispensabile, secondo l’Italia, avviare un vero “Impact assessment”, sentendo anche le imprese (Business Europe) e i sindacati. Lo studio dovrebbe durare tre mesi ed «avere ad oggetto - dice Calenda - anche i rischi collegati al possibile allargamento della overcapacity cinese ad altri settori industriali rispetto a quelli che oggi sono in questa situazione» (in primis la siderurgia). Una valutazione accurata che, secondo l’Italia, non può ridursi ad alcuni numeri con fonti non ben chiarite presentati ieri durante l’incontro di Amsterdam dal commissario al Commercio Cecilia Malmström. In particolare, la relazione del commissario indica le perdite potenziali di posti di lavoro nella Ue in una forchetta tra 73mila e 188mila, ben al di sotto delle stime dell’Economic Policy Institute (in uno studio sponsorizzato mesi fa dall’organizzazione di imprese Aegis) che indicano in almeno 200mila, e fino a oltre 400mila, i posti a rischio nella sola Italia. «Abbiamo ottenuto che si effettui uno studio vero, molto più dettagliato rispetto ai numeri ascoltati oggi», sottolinea Calenda.
Nel merito, la faticosa soluzione che si sta via via delineando potrebbe a questo punto concretizzarsi con un riconoscimento del Mes alla Cina in termini formali, ma accompagnato dalla salvaguardia del sistema di calcolo antidumping attualmente in vigore e non solo, perché secondo l’Italia (appoggiata anche dalla Germania) bisognerebbe tenere conto anche di eventuali sconfinamenti produttivi cinesi che in futuro dovessero concretizzarsi in settori ad oggi non interessati.
C’è da dire che le posizioni tra i grandi Paesi del manifatturiero europeo si sono progressivamente saldate, con i soli Paesi nordici a costituire il blocco opposto. I risvolti politici della vicenda, dietro le quinte, appaiono però più complessi di quanto si possa immaginare se è vero che la Svezia, tra gli Stati favorevoli alla concessione del Mes, avrebbe fatto notare che una posizione sostanzialmente analoga su questo tema sarebbe stata espressa dall’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza ed ex ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini. Un’incongruenza che politicamente stride con la convinta battaglia portata avanti dall’Italia con Carlo Calenda, oggi da viceministro e domani da rappresentante permanente presso la Ue. Sicuramente un nodo da sciogliere, così come andranno calibrati tempi e sostanza della decisione con la posizione americana, «per evitare - dice Calenda - pericolosi effetti di “trade diversion”».
Il clima generale viene comunque giudicato dall’Italia più favorevole rispetto a qualche mese fa, «anche grazie all’intervento del presidente della Commissione, di esponenti del Parlamento europeo e di una maggiore partecipazione degli Stati Membri» afferma il viceministro dello Sviluppo. 

Chi con l'accusa di antisemitismo ferisce, con l'accusa di antisemitismo perisce

Israele, la campagna dell’estrema destra contro gli intellettuali da Grossman a Oz
Manifesti contro le icone della cultura Finanziamenti negati a chi non esprime “lealtà” allo Stato
di Steven Erlanger Repubblica 31.1.16
GERUSALEMME BATTAGLIE per libri, musica, commedie, finanziamenti e onorificenze accademiche: quando avvengono in Israele, queste lotte diventano di natura esplosiva perché generano accanite e feroci discussioni su democrazia, fascismo e fanatismo, identità, destino degli ebrei. Qui, quasi ogni settimana si apre un nuovo fronte nei conflitti culturali e la società intera ne è profondamente scossa. L’ultima battaglia è di mercoledì scorso, con un attacco sferrato da un gruppo di estrema destra alle amate icone letterarie della sinistra.
TRA questi Amos Oz, Abraham Yehoshua e David Grossman, scrittori considerati da anni la voce e la coscienza dello Stato israeliano. Il gruppo “Im Tirtzu” ha dato il via a una campagna a colpi di cartelloni nei quali definisce gli scrittori «talpe nella cultura», innescando accuse di maccartismo.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu e numerosi membri della sua coalizione conservatrice si sono uniti al coro di condanna nei confronti di chi denigra questi pilastri della culturali israeliana. Eppure, alcuni di questi stessi ministri hanno preso parte a molte altre battaglie di questo tipo: in particolare Miri Regev, ministra della Cultura e dello Sport, di negare gli aiuti statali alle istituzioni che non esprimono “lealtà” a Israele. Secondo un poeta molto noto, Meir Wieseltier, questa legge «ci avvicina all’ascesa del fascismo». Ma sul Jerusalem Post Isi Leibler ha detto che il governo «non è obbligato a offrire sussidi a chi demonizza la nazione».
L’incessante susseguirsi di conflitti di questo tipo è parte di una battaglia politica per cui i politici di nuova generazione vogliono conquistare la posizione di leader del campo nazionalista. Fra loro Miri Regev, 50 anni, potenza nascente nel Likud; Ayelet Shaked, 39 anni, donna senza peli sulla lingua di Jewish Home e Naftali Bennet, 43 anni, ministro dell’Istruzione e capo di Jewish Home.
L’Israele che tutti loro rappresentano è più religioso, meno ossequiente verso i valori e l’eredità della vecchia élite europeizzata, e soprattutto è sempre meno a sinistra. «Non siamo in presenza di un semplice conflitto culturale: qui sono in gioco l’aspetto politico, demografico e sociale di Israele» dice Nahum Barnera, uno dei giornalisti più influenti di Israele. Per Yossi Klein Halevi, esperto dello Shalom Harman Institute, le guerre culturali riflettono «la crescente sensazione di assedio » che Israele avverte. «Si sono innescati profondi timori nella psiche degli ebrei, paure da cui il sionismo aveva cercato di affrancarci» spiega. Secondo lui, invece di sentirsi come se vivessero «in una nazione normale tra altre nazioni», molti israeliani si starebbero dirigendo di nuovo verso «una versione statalista del vecchio ghetto ebraico, e sempre più spesso Israele reagisce considerando quanti tra i nostri concittadini sono ritenuti in combutta con questo processo di assedio, o di incoraggiarlo, alla stregua di collaboratori ». A gennaio il quotidiano di sinistra Haaretz ha portato alla ribalta i dibattiti interni al ministero su quali opere debbano essere considerate «indesiderate per motivi politici» e quindi proibite agli studenti delle superiori. Tra i vari criteri presi in considerazione, ha spiegato il quotidiano, c’è il fatto di capire se gli artisti si esibiscono negli insediamenti in Cisgiordania e se dichiarano lealtà allo »tato e all’inno naz, atteggiamenti particolarmente complicati per i cittadini arabi di Israele. La ministra della Cultura è sistematicamente derisa dalla sinistra per aver raccontato al quotidiano Israel Hayom di «non aver mai letto Céchov, e di non aver mai assistito da giovane alle sue commedie», ma di aver ascoltato «canzoni sefardite ».
Dal canto suo Bennett ha imposto agli esperti del ministero dell’Istruzione di togliere dall’elenco delle letture per i licei, e proibirne la diffusione, un romanzo che narra la storia d’amore tra una donna israeliana e un giovane palestinese. A quanto sembra, lo ha fatto nel timore che il libro possa promuovere l’assimilazione. La storia d’amore, in verità, si svolge all’estero: la coppia infatti si divide quanto torna a casa, lei in Israele e lui in Cisgiordania. Secondo Bennett, il romanzo Borderlife di Dorit Rabinyan infama l’esercito israeliano, e il capo della commissione ministeriale dice che «potrebbe istigare all’odio e scatenare tempeste sentimentali nelle classi».
(Copyright New York Times News Service - Traduzione di Anna Bissanti)

Gerusalemme Est, soldi a scuole che rinunciano al programma palestinese
Israele/Territori occupati. Li offre il ministero dell'istruzione israeliano, ha rivelato il quotidiano Haaretz. Diana Buttu: «Israele vorrebbe trasformare i palestinesi in sionisti, convincerli ad abbracciare la narrazione israeliana di quanto è accaduto in questa terra». Sullo sfondo il sistema scolastico palestinese in condizioni critiche di Michele Giorgio  il manifesto 30.1.15
GERUSALEMME Nessuno può accusare di scarso impegno il ministro israeliano dell’istruzione Naftali Bennett. Un impegno che però sembra indirizzarsi più verso obiettivi politici che a favore dell’apprendimento degli studenti. Alla fine del 2015 Bennett aveva vietato gli interventi nelle scuole ai rappresentanti di “Breaking the Silence”, l’Ong dei soldati israeliani che rompono il silenzio su crimini commessi nei Territori occupati. A inizio del nuovo anno ha proibito l’uso nelle scuole superiori del romanzo di Dorit Rabinyan “Borderlife” che racconta la storia d’amore tra una ebrea e un palestinese. Ora, riferiva ieri in prima pagina il quotidiano Haaretz, il ministero dell’istruzione prepara un piano che prevede fondi extra solo per le scuole arabe di Gerusalemme Est che adotteranno il programma israeliano al posto di quello palestinese.
Quando nel 1995 furono firmati gli Accordi di Oslo II, ai palestinesi di Gerusalemme Est, che non sono (tranne una esigua minoranza) cittadini israeliani, fu riconosciuto il diritto di adottare il programma del ministero dell’istruzione della neonata Autorità nazionale palestinese al posto di quello della Giordania. Delle 180 scuole palestinesi soltanto otto hanno scelto, in questi ultimi venti anni, il programma israeliano e solo due di queste sono istituti pubblici. Un dato che conferma il rifiuto del controllo israeliano della zona araba di Gerusalemme, anche in materia di istruzione, da parte degli oltre 300mila palestinesi nella Città Santa. «Israele vorrebbe trasformare i palestinesi in sionisti, convincerli ad abbracciare la narrazione israeliana di quanto è accaduto in questa terra» spiega al manifesto Diana Buttu, una esperta di diritto internazionale «i palestinesi però intendono rimanere quello che sono e continuare a far parte del mondo arabo». Per questa ragione, aggiunge Buttu, «anche questo tentativo è destinato a non avere successo». Allo stesso tempo la condizione delle scuole arabe a Gerusalemme Est è grave: il numero degli studenti aumenta con il passare degli anni e non ci sono aule sufficienti. Molte scuole pubbliche operano in edifici spesso fatiscenti che necessitano urgenti lavori di ristrutturazione, scarseggiano attrezzature, computer e materiali didattici. Qualche dirigente scolastico perciò potrebbe essere tentato ad adottare il programma israeliano in cambio dei fondi offerti dal ministero. «A mio avviso è un ricatto, soldi in cambio di una rinuncia» afferma Diana Buttu «i palestinesi sotto occupazione hanno diritto ai quei fondi senza dover rinunciare alla loro identità, alla loro cultura, al loro programma scolastico in linea con il resto del mondo arabo. Lo dice il diritto internazionale che Israele è chiamato a rispettare. Per questo mi auguro che questo passo del ministero dell’istruzione israeliano venga subito condannato dalle istituzioni internazionali». Lo sdegno è forte tra i palestinesi di Gerusalemme. Le scuole arabe, affermano, non accetteranno l’offerta del ministero israeliano. Anche perchè i genitori non lo permetterebbero, di fronte a libri di testo e a un programma scolastico che tendono a negare quasi del tutto storia e cultura palestinese.
Nel corso degli anni i governi israeliani si sono spesso lamentati del contenuto dei libri usati nelle scuole palestinesi che non riconoscebbero pienamente lo Stato ebraico e «istigherebbero alla violenza». A loro volta i testi inclusi nel programma israeliano offrono una narrazione totalmente anti-araba, che nega radici e storia dei palestinesi nella loro terra. Lo spiega bene la docente israeliana Nurit Peled Elhanann nel suo libro “La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione” (2012, edito in Italia dal Gruppo Abele). Gli arabi, scrive Peled Elhanann, sono rappresentati come profughi in strade e luoghi senza nome. «Nessuno dei libri», spiega la docente, «contiene fotografie di esseri umani palestinesi e tutti li rappresentano in icone razziste o immagini classificatorie avvilenti come terroristi, rifugiati o contadini primitivi». Raramente si parla di “Palestina” o “Palestinesi” piuttosto si fa riferimento a “non ebrei”, “arabi”, o al “problema palestinese” descritto il più delle volte come un problema demografico.
Secondo il ministero dell’istruzione israeliano i palestinesi da un lato protestano e dall’altro, in numero crescente, intenderebbero seguire il programma scolastico israeliano. Riferisce che l’anno scorso 1400 studenti arabi hanno scelto il “Te’udat Bagrut”, ossia il diploma di maturità israeliano e non quello palestinese (Tawjihi). Quest’anno se ne prevedono 2.200. Ma sono soltanto il 5% dell’intera popolazione scolastica palestinese. 

Cresce appoggio ad appello accademici italiani per boicottaggio Technion
Italia/Israele. Secondo i firmatari l'Istituto di Haifa riveste con le sue ricerche un ruolo importante nel riprodurre le politiche israeliane a danno della popolazione palestinese. Intanto il governo francese avverte che se non ci saranno progressi nelle trattative israelo-palestinesi, riconoscerà comunque lo Stato di Palestinadi Michele Giorgio il manifesto 31.1.16
GERUSALEMME Aumentano le adesioni all’appello lanciato venerdì da 168 docenti di università di tutta Italia a boicottare le istituzioni accademiche israeliane, in particolare il Technion di Haifa per via del ruolo che, spiegano i firmatari, questo istituto «riveste nel supportare e riprodurre le politiche israeliane di espropriazione e di violenza militare ai danni della popolazione palestinese». In poche ore il numero delle adesioni è salito a quasi 200 e altri accademici hanno chiesto informazioni segnalando di poter firmare anche loro il documento. L’iniziativa italiana, che arriva dopo quelle prese negli ultimi due-tre anni da colleghi britannici e di altri Paesi occidentali, è di particolare rilievo se si tiene conto dei legami che rendono l’Italia, uno dei principali partner militari e accademici di Israele in Europa. Non sorprende perciò che alcuni giornali e siti israeliani abbiano riferito dell’appello con particolare evidenza nonostante non siano ancora giunte reazioni ufficiali del governo Netanyahu e del mondo accademico israeliano.
L’Italia, dove agiscono gruppi che promuovono attivamente il Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) — la campagna globale di boicottaggio di Israele per la fine dell’occupazione e della colonizzazione dei Territori, per la piena uguaglianza in Israele dei cittadini palestinesi e per il rispetto per il diritto al ritorno dei profughi del 1948 e del 1967 — non aveva mai visto un’azione tanto diretta nei confronti degli atenei dello Stato ebraico. «Le università israeliane — si legge nella petizione italiana — collaborano alla ricerca e allo sviluppo di armi usate dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, fornendo supporto innegabile per l’occupazione militare e la colonizzazione della Palestina». Il Technion, spiega il documento, «è coinvolto più di tutti nel complesso militare-industriale israeliano e un certo numero di atenei italiani ha stretto accordi di cooperazione» con l’istituto di Haifa.
«Questo appello, anche se non dovesse produrre effetti concreti, comunque dovrà circolare e raccogliere tante adesioni perchè occorre far riemergere la questione palestinese», dice al manifesto il professor Angelo D’Orsi, ordinario di storia del pensiero politico all’Università di Torino e uno dei firmatari più noti e impegnati nelle vicende mediorientali. «Si è abbassata la soglia di attenzione del mondo verso la questione palestinese», aggiunge D’Orsi «tutto viene dato per scontato, molti pensano che non si possa fare nulla (per i palestinesi, ndr) come non si può fare nulla per la pioggia che cade. C’è un generale venir meno del ruolo degli intellettuali. Il silenzio denunciato qualche anno fa da Asor Rosa è pienamente vigente. Gli intellettuali che parlano sono pochissimi e in più quando lo fanno si uniscono al coro dei potenti». Su una maggiore partecipazione di intellettuali ed accademici alla difesa dei diritti dei palestinesi e della legalità internazionale batte anche Angelo Stefanini, medico e docente dell’università di Bologna. «Tra i colleghi percepisco ancora indifferenza», ci dice «o forse timore di essere coinvolti nel solito ricatto di equiparare una legittima opposizione alle politiche israeliane (versi i palestinesi, ndr) con l’antisemitismo. Della ventina di colleghi amici a cui ho girato l’appello, soltanto un paio hanno sottoscritto».
Si attendono le reazioni dei vertici di Israele, impegnati in queste ore a fare i conti con un’altra sfida che arriva dall’Europa. La Francia due giorni fa ha fatto appello alla convocazione di una conferenza internazionale sulla questione palestinese, fondata sulla applicazione delle risoluzioni dell’Onu, che riunisca attorno alle due parti i loro partner — americani, europei, arabi — allo scopo di realizzare la soluzione dei due Stati.Allo stesso tempo il ministro degli esteri Laurent Fabius ha avvertito che «Se ci sarà un blocco (nelle trattative,ndr) ci assumeremo le nostre responsabilità con il riconoscimento dello Stato palestinese…E’ davvero ora per la comunità internazionale andare avanti e stavolta in modo decisivo, verso una soluzione definitiva». Fabius ha ricordato che la sicurezza di Israele rappresenta «un’esigenza assoluta sulla quale la Francia non transige» ma, ha aggiunto, «non c’è pace senza giustizia e la situazione attuale dei palestinesi, che non hanno uno Stato, è fondamentalmente ingiusta». Per Israele invece la posizione francese «Incoraggerà i palestinesi a non negoziare». Secondo una fonte governativa «Non c’è alcuna logica nel porre una scadenza per il riconoscimento della Palestina». Soddisfazione ai vertici palestinesi. Il Segretario generale dell’Olp, Saeb Erekat, ha applaudito all’iniziativa francese assicurando piena collaborazione. 

Il trattato di Plotino sulla felicità

Risultati immagini per plotinoPlotino: Sulla felicità, a cura di Mauro Bonazzi, Einaudi


La felicità in comune

Una nuova edizione del filosofo Plotino, un saggio della psicologa Boniwell ma anche il nostro continuo oscillare tra appagamento e privazione ci portano alla radice del sentimento più desiderato: la condivisione del Bene La ricerca conduce alla consapevolezza che non c’è nulla di meglio dello stare insieme. Leggere (e vivere) per credere

di Giorgio Montefoschi Corriere La Lettura 31.1.16
«Le famiglie felici si rassomigliano tutte. Ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo». È l’incipit di Anna Karenina , il romanzo di Lev Tolstoj. Sarà vero? Chi lo sa! Ma perché la famiglia? Perché se è vero che la felicità sta nella condivisione del Bene, nell’incontro, insomma negli altri, è altrettanto vero che la famiglia, comunque essa sia costituita, è un bell’inciampo, con il quale, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti. Se ne parla tanto, in questi giorni di «battaglie» e di raduni.
Ma prima rileggiamo Plotino, di cui esce il 23 febbraio una nuova edizione del trattato Sulla felicità , curato da Mauro Bonazzi (Einaudi). «Vivere bene — scrive il filosofo vissuto ad Alessandria nel III secolo dopo Cristo —, essere felici: se li mettiamo insieme, non ne faremo partecipi anche gli altri esseri viventi? Se infatti anche per questi ultimi si dà la possibilità di condurre senza impedimenti la vita che è loro propria per natura, perché negare che anch’essi si trovano in una buona condizione di vita? In effetti, sia che uno ponga la vita buona in una condizione di benessere, sia che la ponga nella realizzazione compiuta della funzione propria, in entrambi i casi questo vale anche per gli altri esseri viventi».
Nel suo libro, molto scientifico e da un côté strettamente psicologico, soprattutto quando descrive i vari tipi d’amore, Ilona Boniwell ( La scienza della felicità , il Mulino) gli sta da presso. In realtà i Vangeli avevano anticipato tutti.
L’inverno di Tolstoj
Una volta, durante un inverno gelido, talmente gelido che non ci si poteva togliere i guanti (né sopravvivere senza tirar fuori, a intervalli sempre più ravvicinati, dalla tasca della pelliccia, la bottiglia della vodka... sì, indossavo una pelliccia, di lupo, prestatami dal professor Mario Levi), visitai a Mosca la casa di Tolstoj. Una esperienza incredibile. Non tanto per l’emozione, che pure ci fu, di stare in piedi dietro alla scrivania sulla quale lo scrittore lavorava, guardando, attraverso i vetri, il parco avvolto nella neve dell’ospedale psichiatrico che guardava Tolstoj (in quella stanzetta del mezzanino nella quale aveva stabilito il suo studio — per umiliarsi, certo, ultima dopo gli alloggi delle fantesche...); quanto per l’idea folle di famiglia che si respirava in quel palazzotto confortevole, e tuttavia ben diverso dai lussi della famiglia Rostov.
Entravi, e subito a destra dell’ingresso, c’era la sala da pranzo, ancora apparecchiata perfettamente, come se i commensali dovessero entrarvi da un momento all’altro. Poi, confinante con la sala da pranzo, la camera da letto dei coniugi Tolstoj. Qui, oltre alla imponente stufa maiolicata e al letto e al comodino, lo sguardo cadeva su un paravento. Quello era il paravento dietro il quale, quando Sonja riceveva le amiche, Lev si sedeva ad ascoltarle. Eppure, nei Diari , una volta scrisse: «Stanotte ho sognato che mia moglie mi ama». Doveva sognarla la vera felicità, prima di scappare dalla famiglia e andarsene a morire da solo nella stazioncina ferroviaria?
L’appartamento di Scola
Ho amato un bellissimo film del 1987 di Ettore Scola intitolato La famiglia , nel quale si raccontano le vicende di una famiglia della media borghesia romana dal 1906 al 1986: ottanta anni. Il film si svolge interamente in un appartamento tipico del quartiere Prati — identico all’appartamento in cui viveva un mio amico sempre da quelle parti, nel quale io avevo ambientato il mio terzo romanzo, La felicità coniugale (un titolo, rispetto al quale, chi poi leggeva scopriva che il libro raccontava tutto il contrario).
Sono appartamenti costituiti da un lungo corridoio sul quale si aprono le stanze — quelle da letto, quella da pranzo, il bagno, il salotto — in una sorta di democratica equiparazione dei locali: perché le porte sono tutte uguali e abbastanza uguali le dimensioni delle stanze, e questo significa che mangiare, dormire, fare l’amore, parlare, leggere dei libri o il giornale hanno paritaria importanza e diritti, formano un corpo solo ai due lati di quel corridoio che il regista non finisce mai di esplorare con i suoi lenti, dolorosi camera-car.
Carlo, interpretato in maniera superba da Vittorio Gassman, è un professore di lettere appena andato in pensione, ha una moglie adorabile e alla quale vuol bene, interpretata da Stefania Sandrelli, un fratello grullo (interpretato nello scorrere degli anni dai due Dapporto, padre e figlio), la famiglia numerosa e bella. Ma è sull’orlo dell’età difficile che anticipa l’autunno; i suoi occhi neri, inquieti, a tratti si perdono; la felicità costruita con tanta perseveranza dentro quella casa che molti possono riconoscere, sembra sparita. Finché un giorno, dalla Francia, insieme al marito, ritorna la cognata di Carlo: nel film, Fanny Ardant. Era una sua vecchia passione. La passione si riaccende. E così scoppia il dramma. È una sofferenza. Ma come si amano, soffrendo — tutti — ora che la felicità sembra sparita da quella casa.
Le chiacchiere dell’ospedale
Poco più di due anni fa, nel mese di novembre, fui ricoverato in tutta fretta, con l’ambulanza, in un grande ospedale romano. Avevo ripetuto, già sentendomi male, un capitolo dei Promessi sposi con mio nipote Pietro: uno strazio. Poi, prima di entrare al concerto dell’Accademia di Santa Cecilia, avevo vomitato due litri di sangue. Nell’autoambulanza pensavo di morire. Passai al Pronto Soccorso con il codice rosso; mi visitarono; mi misero in una stanzetta nella quale c’era un ragazzo preoccupatissimo per il suo cuore; all’una di notte, visto che le cose non andavano bene per niente, mi portarono in sala operatoria dove mi fecero una gastroscopia e insieme cauterizzarono la ferita che m’ero procurato per uno sconsiderato uso di antinfiammatori senza la protezione dello stomaco. Uscito dalla camera operatoria infilarono il mio letto-barella in una rientranza del corridoio nella quale di continuo entravano e uscivano barelle. Alla mia sinistra avevo un vecchietto mezzo moribondo; alla mia destra una cicciona che assisteva la madre e non stava zitta un minuto («proprio adesso che me so’ comprata le scarpe nove e iscritta a ginnastica...»). Ero vigile. Non avevo più paura di morire.
A un certo punto, non lontano da me, accanto alla parete, venne sistemato il letto di una donna magrissima, con dei lunghi capelli biondi, che un tempo doveva essere stata bella. La accompagnavano due ragazze fra i trenta e i trentacinque anni, entrambe molto carine. Stavano sedute accanto al letto, discrete, e a bassa voce — non tanto bassa perché non potessi udirle — parlavano fra di loro, e con quella che io stabilii subito che fosse la madre, alternando l’italiano a un inglese perfetto.
Solo chi ha trascorso una notte in un Pronto Soccorso sa cos’è quell’inferno: urla, lamenti, imprecazioni. Le due figlie facevano la guardia. Anche a me. Perché in fondo al letto avevo il loden e siccome sono uno che si muove parecchio, ogni tanto scivolava giù. Allora, una delle due ragazze si alzava e me lo rimetteva a posto. Pensavo: italiano, inglese, lei ex bella ora anoressica. Chissà che famiglia. Forse c’è un ex marito inglese che ha fatto le due figlie e se l’è data a gambe. O c’è un secondo marito? Loro vivono sole o con lei? Poi venne l’alba: il momento del sollievo. E spuntò una terza figlia, diversa dalle altre due (infatti avrei voluto scrivere un racconto intitolato Tre figlie ) dicendo che aveva dormito benissimo e ora era il suo turno. Ma proprio mentre lo diceva — e io allargavo la trama — arrivarono degli infermieri e la madre, che intanto fumava una finta sigaretta, e le tre ragazze passarono in un altro reparto. Mi dispiaceva, perché in quella brutta notte interminabile eravamo stati insieme. E la felicità, credo davvero, è stare insieme. Ora. E anche dopo, magari. Ma quello non lo sa nessuno.