lunedì 29 febbraio 2016

Il Tucidide di Luciano Canfora

Luciano Canfora: Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio, Laterza

Risvolto
Chi è Tucidide? Il bravo generale punito da Ateniesi esasperati e folli? Oppure un uomo che mente e sapientemente occulta le proprie responsabilità? Luciano Canfora attacca la leggenda tucididea per ricostruire la vera figura e la vera sorte che toccò al padre della storiografia, così come oggi la conosciamo.
Tucidide – uomo politico ateniese, comandante militare, appaltatore delle miniere d'oro che Atene occupava in Tracia – è stato il principale testimone e narratore della 'grande guerra' che oppose Atene a Sparta (431-404 a.C.): un immane conflitto che segnò l'inizio del declino della Grecia classica. Tucidide non amava la democrazia ma seppe convivere col secolare regime democratico, fino al momento in cui, nel 411 a.C., un sanguinoso colpo di Stato portò al potere i suoi amici oligarchi. Cosa accadde allora a Tucidide? Si schierò con l'oligarchia? Dovette eclissarsi al crollo del breve regime oligarchico? Certo è che, proprio con i fatti di quel terribile 411 a.C., la sua Storia – narrazione giorno per giorno della lunga guerra tra Spartani e Ateniesi – si interrompe. Questa coincidenza è il punto di partenza, e forse la chiave, per dipanare la sua vera vicenda biografica, offuscata da una massiccia leggenda che fa di lui o un incompetente mentitore o la vittima di una colossale, inspiegabile ingiustizia, culminata in una improbabile condanna a morte.
L'opera di Tucidide rimase incompiuta o meglio per alcune parti solo abbozzata. Ma si salvò: perché finì nelle mani di un avventuriero di genio, Senofonte, anche lui ateniese, che in politica s'era trovato dalla stessa sua parte. È a costui che dobbiamo la salvezza di un racconto che ha sancito per millenni come si scrive la storia.

La proto-Fallaci: suprematismo occidentalista ebraico-cristiano e cospirazione mondiale islamista secondo Bat Ye'or



"Abbiamo tollerato un'Eurabia fondata sulla sharia"La scrittrice che denuncia l'invasione dei nostri Paesi: "I governi hanno chiuso gli occhi" Eleonora Barbieri - Mer, 23/03/2016

«Violiamo un patto segreto Per questo l’islam ci attacca» 
«L’Occidente si trova in uno stato di tregua rispetto almondo musulmano Ogni atto contrario all’avanzata di Allah provoca la reazione dei jihadisti» 
29 feb 2016  Libero 
«Il jihadnacqueaYathrib( piùtardi chiamata Medina) dopo la fuga diMaometto dallaMecca (nel 622), dov’era perseguitato dagli idolatri. Lì il Profeta organizzò alcune spedizioni volte a intercettare le carovane che commerciavano con LaMecca. Unaseriedi rivelazionidivine, elaborate ad hoc per tali spedizioni, vennero a legittimare i diritti deimusulmanisuibenie lavitadei loronemicipagani, e furono creati versetti coranici finalizzati a santificare di volta involta il condizionamento psicologico dei combattenti, la logistica e le modalità delle battaglie, la spartizione del bottino e la sorte dei vinti. A poco a poco, negli attacchi contro ebrei e cristiani, fu definita la natura delle relazioni da adottare nei confronti dei nonmusulmani nel corso delleimboscate, delle battaglie edelle tregue, ossia dell’intera gamma di strategie in cui si articolava la guerra santa necessaria ad assicurare l’espansione dell’islam». 
«In quel tempo la gente eramolto religiosa. Tutte le forme di autorità e digovernoeranobasate sullareligione. L’islam è nato in una società nomade e bellicosa che aveva le sue regole di guerra e che praticava la razziasui sedentari - artigiani, contadiniemercanti - nonprotetti daipagamenti che garantivano “protezione” alle tribù. La dottrina del jihad mutua le pratiche razziatorie tipiche dei nomadi, ma mitigandole con una serie di ingiunzioni contenutenelCorano. GliArabipaganidi Medina chiedevano aMaometto di fornire loro un libro sacro come quello che avevano gli ebrei e i cristiani. Un libro che sarebbe stato per loro una guida e che avrebbero studiato come avevano visto fare agli ebrei diMedina». 
Che cosa comporta il fatto che il jihad sia una istituzione dell’islam? 
«Questo ha due conseguenze. 1) Il jihad, essendo una parte importantedella religione, non può essere revocato senza un serio esame delle sue fonti teologiche e giuridiche. 2) Tutte le relazioniumane congli infedeli sonodisciplinatedalle regole religiose del jihad. Tuttavia oggimoltissimi musulmani non conoscono la teoria del jihad o la rifiutano. Le sanzioni jihadiste contro gli apostati sono ancora più severe che contro gli infedeli». 
Possiamo dire che la religione islamica crea uno stato di guerra permanente contro gli infedeli? 
«Finche il jihad non è revocato si può dire che le relazioni con gli infedeli si svilupano all’interno di questo quadro. La guerra contro Israele è un jihad. Con l’Egitto e la Giordania c’è una pace fredda. L’Europa e l’America sono nella categoria della tregua, che impone dei doveri». Quali? «Ilpiù importante è la loro cooperazione al jihadismo palestinese per distruggere Israele. Quando Europa eAmericanonobbediscono, il terrorismo le colpisce. L’antisionismo dell’Europa è la sottomissione di un continente alla minaccia jihadista. Oggi l’implicazione dell’Occidente contro movimenti radicali musulmanihaintensificato emondializzato il terrorismo jihadista. Gli altridoveri della tregua sono l’accettazione dell’immigrazione musulmana, la costruzione di moschee, il permessoper la da’wa, le sanzioni contro la blasfemia, il pagamento del tributo, ildoveredivassallaggioper sostenere le causemusulmane. Gli infedeli dei Paesi della tregua sono tenuti a non ostacolare l’avanzata dell’islam nel loro territorio. La legge islamica nonriconosce alcuntrattato contrastante con tali accordi, che inoltre è obbligatoriorinnovareognidiecianni. Il rifiuto di permettere la diffusione dell’islam nei Paesi della tregua equivale a un casus belli e può provocare una ripresa del jihad ». 
Ci sono però musulmani che a livello individuale non accettano la dottrina jihadista. 
«Sì. IKurdiperesempio. Iohoparlato di una dottrina vecchia di tredici secoli. Questo non vuol dire che l’insieme del mondo musulmano l’accetti. Oggi ilmondomusulmano èmolto diviso su questo problema. Il generale egiziano Al-Sisi, per esempio, ha chiesto alle più alte autorità musulmane di modernizzare la religione. In Turchia, Atatürk fece una rivoluzione che cambiò il Paese». 
Poi, però, ci sono i gruppi che fanno ricorso al terrorismo... 
«Il terrorismo oggi ubidisce alle tattiche del jihad. Non ce ne rendiamo conto perché non le conosciamo, ma viviamo in un tempo di mondializazione del jihad che si manifesta in tutti i continenti contro i non-musulmanima anche contro imusulmanimodernizzatie apostati e contro gli Stati musulmani che non applicano le regole della shari’a. La guerra dei Palestinesi contro Israele è un jihad come lo sono gli attacchi terroristici in tutto il pianeta. La condizione stabile fra gli Stati dell’Unione europea e i Paesi della Lega Araba e quelli dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (56 Paesi musulmani) rappresenta uno stato di tregua temporanea, che esige il pagamento di tributi e il vassallaggio. L’Europa pagava per losviluppoeconomicodeiPaesiarabi del Maghreb ed altri del Medio Oriente, per l’Unrwa. Partecipa alla guerra contro Israele conunapropaganda di odio e di delegittimazione, adotta la narrazione musulmana della storia e cambia l’istruzione scolastica. Inoltre accettaunaimmigrazionemassiva, la costruzionedimoschee e i comandamenti della shari’a, proibisce le critiche dell’islamismo». 
Alcuni europei, tuttavia, non hanno voglia di sottomettersi. 
«Oggi parecchiPaesieuropeipartecipanoalle guerre intra-musulmane, ele loro popolazionisioppongono all’immigrazione, allo sviluppo delle moschee, alle condanne per blasfemia - queste sono condizioni per un casus belli che provochi la ripresa del jihad. Nonsipuòproibire l’immigrazione e la costruzione di moschee nei Paesi della tregua...».

Montanelli, l'eroe nazionale che comprava le bambine eritree e se le scopava, ma con ironia liberale

Fummo giovani soltanto allora. La vita spericolata del giovane Montanelli
Salvatore Merlo: Fummo giovani soltanto allora. La vita spericolata del giovane Montanelli, Mondadori

Risvolto
In questa biografia di Indro Montanelli potente e suggestiva, Salvatore Merlo ha deciso di applicare alla storiografia la tecnica della letteratura, ed è riuscito nella difficile impresa di comporre un romanzo di formazione, cinematografico, movimentato, in cui il protagonista, imbevuto di letture e fantasie risorgimentali, si muove all'interno della Grande Storia, ci sbatte dentro, con incoscienza e ironia, con coraggio e infantilismo, a volte con iattanza, ma con un romantico gusto ottocentesco per l'avventura. Dall'esperienza coloniale (come volontario) in Africa Orientale alle corrispondenze di guerra per il "Corriere della Sera", dalle amicizie, non prive di scintille e contrasti, con Dino Buzzati, Curzio Malaparte, Galeazzo Ciano, ma soprattutto Leo Longanesi, fino al progressivo e tormentato distacco da Mussolini e dal regime, la prigionia a San Vittore e la fuga rocambolesca in Svizzera, Indro Montanelli ha condotto il suo lungo viaggio attraverso il fascismo (e la giovinezza) dimenandosi con la violenza e la voluttà di chi ce l'ha nel sangue di rompere e scuotere via ogni ceppo e catena. Il papà mazziniano lo voleva diplomatico, la mamma cattolica lo esortava all'autocontrollo, mentre il Regime e lo Stato volevano scandirgli l'esistenza e la giornata. Ma per lui la vita era una camera delle meraviglie, un teatro verso il quale bastava allungare un braccio per cogliere un'occasione. Prefazione di Ferruccio de Bortoli.

20 anni da sciacallo e un giorno da caciocavallo

"Un giorno da leone", la frase presa in prestito e diventata un simbolo
Stenio Solinas Giornale - Lun, 29/02/2016

"Esperando a Obama": Repubblica e la Sinistra Imperiale aprono le porte di Cuba agli 'mmericani










Difese fuori tempo massimo nel centenario di Bassani






















Bassani
Enzo Siciliano: Bassani, Elliot, pp. 92, 11,50

Risvolto
Giorgio Bassani, Enzo Siciliano. Un incontro fervido, un'affinità che mette in gioco la trasmissione dei saperi letterari e sentimenti. Due generazioni, quella solida e determinante di Bassani e l'altra, quella di Siciliano, colma di entusiasmo per una letteratura di concretezza e impegno civile. In questo volume vengono riuniti i saggi e gli articoli più significativi scritti da Enzo Siciliano sull'autore de "Gli occhiali d'oro": saggi e articoli che raccontano quel neorealismo romano (Moravia, Pasolini, Morante) in cui, anche per la lezione di Bassani, si allontanano i dati più ideologici e caduchi a favore di una letteratura capace di narrare la realtà, maggiormente attenta a essere anatomia dell'anima, "autobiografia letteraria" appunto. Una lettera inedita di Giorgio Bassani seguita da un estratto di un racconto di Enzo Siciliano, anch'esso mai pubblicato finora, arricchiscono questo veloce album di testimonianze sul forte legame editoriale e di amicizia intercorso tra due protagonisti della vita culturale italiana del Novecento.

Cinghiali


Apperbohr, il baratro del linguaggio 
Narrativa. «Il cinghiale che uccise Liberty Valance» di Giordano Meacci, per minimum fax. Un personaggio epifanico si aggira per un sonnolento villaggio tra Toscana e Umbria 

Giorgio Vasta Manifesto 8.4.2016, 0:04 
Un giorno Apperbohr, «una massa che i secoli hanno plasmato a forma di cinghiale», aggirandosi nelle campagne tra Toscana e Umbria – gli zoccoli che scavano nella torba, le mele rubate e mangiate – si ritrova su una sua personale via di Damasco: la luce che lo abbaglia non lo redime ma lo precipita nel baratro del linguaggio. Perché il presentimento della lingua – la possibilità che i suoni significhino e che in ogni loro miscuglio ci sia l’ambizione (se non la tracotanza) di estrarre dal mondo qualcosa di comprensibile – non potrà che essere per lui gloria e tormento, ciò che suo malgrado lo separa da tutti, siano essi cinghiali o umani, costringendolo in un punto intermedio, a metà del guado, uno spazio-tempo minuscolo e insieme smisurato in cui non può stare nessuno se non lo stesso Apperbohr e la sua esperienza delle parole. A rendere ancora più struggente questa solitudine sarà l’innamoramento per una sua – ormai non più – simile («’Llhjoo-wrahh, amore mio’, è questo e solo questo che vorrebbe dirle»), il tempo in cui le parole «non hanno significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì»; al posto delle parole c’è solo l’inadeguatezza, e l’unico senso che emerge è un’invocazione originaria e impronunciabile: «non mi lasciare solo». 
Non sappiamo da quale polla dell’immaginazione di Giordano Meacci sia scaturito Apperbohr – personaggio epifanico di una tenerezza fiera, l’inscalfibile messo in scena nella sua maestosa vulnerabilità –, e non sappiamo in che modo, appena nato, questo cinghiale sia riuscito a fare irruzione nel capolavoro di John Ford del 1962 (un film in cui leggendario e reale si incrociano rivelando l’epica western nella sua costitutiva ambiguità) fino a incastonarsi nel suo titolo; non sappiamo neppure quale sia l’embrione di Corsignano, «addormentata e sola sulle colline da cui nasce», il piccolo centro apparentemente immoto in realtà febbrile dove si svolgono i fatti narrati, un frammento di provincia tra Toscana e Umbria (uno spazio corale che esiste con la stessa intensità di Winesburg e di Yoknapatawpha, di Macondo e di Brigadoon) – le c aspirate e gli armaioli, il corteo funebre e il derby contro l’A.S. Torracchio, il bar, le confidenze e i tradimenti, l’abitacolo in orgasmo di una Panda, le adolescenze timide e impetuose, i fantasmi etruschi: «tutti i riferimenti minimi e puntuali di cui sono fatte le vite di ogni paese dacché gli uomini esistono». Ciò che sappiamo è che Il cinghiale che uccise Liberty Valance, il romanzo d’esordio di Giordano Meacci – già autore della raccolta di racconti Tutto quello che posso e di Improvviso il Novecento. Pasolini professore – appena pubblicato da minimum fax, è un libro che non lascia scampo. 
Nell’arco di quattrocentocinquanta pagine che smontano e riannodano tra loro una serie di vicende avvenute tra il 1999 e il 2000 (ma in realtà nel Cinghiale il tempo non se ne sta mai fermo – freme si inarca si comprime e si dilata come la sintassi che gli fa da scheletro), la scrittura di Meacci accumula una materia espressiva multiforme, dalle percezioni sensoriali («la parabola di graffio le frigge con l’intensità liminare delle bruciature improprie: le sfioràte di carta tagliente sul polpastrello, o i patimenti d’amore quando si è ragazzi») alle consapevolezze teologiche (per esempio a proposito del «Dio raccogliticcio che immaginiamo sul bordo dell’infinito, quasi fosse un inquilino del piano di sopra cui s’è smurato il soffitto») alle intuizioni su che cos’è l’anticipazione («può essere che ci sia qualcuno in grado di vedere prima – un segno labile nel tempo, un accento, un apostrofo luminoso, una particella di azoto, un coriandolo fucsia a passeggio per la ionosfera – il momento di passaggio tra un tempo e l’altro»), e in questo modo dà forma a una narrazione sbalorditiva fondata su un continuo irrefrenabile esondare (e se il rischio che corre è la dissipazione, ben venga, ma soprattutto grazie, perché il romanzo di Giordano Meacci rassicura sul fatto che esistono ancora immaginazioni letterarie per le quali tra il patrimonio e la sua dilapidazione non ci sono differenze). 
Affetto da quella che Peirce chiamava semiosi illimitata – l’impulso a una significazione percussiva, il testo come luogo di rispondenze interne tra le parole, di vincoli, rime, allusioni, parentele – Meacci trasforma la sua patologia in una forma di splendore: osservando il progressivo fabbricarsi del linguaggio sotto la fronte del cinghiale, ci rendiamo conto che il romanzo è il luogo in cui si dà la parola a ogni fenomeno, anche al più negletto e infinitesimale, soprattutto al più negletto e infinitesimale (compresi i versi degli animali e i rumori delle cose); raccontare, del resto, vuol dire battezzare ancora nuove parole, ancora nuove particelle di realtà. Il tutto in una tonalità fastosa e assorta, seria e cialtrona, ribalda e commossa, tra il Decameron e le Beatitudini, il Tristram Shandy e il Cantico delle creature: in Meacci la furfanteria suprema di chi nel salto nasconde la mano che toccherà il pallone deviandolo in rete coesiste con l’estro di chi un attimo dopo, le nocche ancora rosse dell’urto contro la sfera, si inoltra in qualcosa che a calcio è guizzo dribbling serpentina e in letteratura è l’avventura della lingua, la luccicanza delle frasi, certi passaggi di punteggiatura prodigiosa, le parole che sciamano attraverso la pagina come stelle in una galassia. 
Sulla falsariga di Robert Bresson, che nel 1966 aveva fatto dello sguardo di un asino il punto di vista tramite cui rivelare l’umano a se stesso (e non a caso Balthazar è il nome con il quale a un certo punto il cinghiale verrà battezzato), ciò che terminata la lettura del romanzo di Meacci resiste indelebile è il grifo cupo e misericordioso di Apperbohr che – cosciente dell’impossibilità di ogni linguaggio – ci guarda, e nei suoi occhi c’è quell’unico infinito rimpianto che domina Il cinghiale che uccise Liberty Valance: «Se si potesse dire amore in cinghialese: se si potesse dire amore in qualsiasi lingua».


Storia dell’animale che alla verità preferì la leggenda 
Nel suo travolgente “Il cinghiale che uccise Liberty Valance” lo scrittore e sceneggiatore Giordano Meacci ci regala una galleria di episodi e personaggi unici

ANGELO CAROTENUTO Restampa 24 4 2016
Eravamo rimasti al tonno di Bacchelli, ai corvi al rospo e al porco delle Favole della dittatura di Sciascia, ai pesci rossi di Cecchi. Quando nella letteratura italiana gli animali parlano, si muovono di solito nel territorio di un genere, gli exempla morali di Esopo. Ora arriva un cinghiale a mutare la scena, si chiama Apperbohr ed è più surreale finanche di quel grillo che comunicava con un burattino di legno. Vaga con il suo branco nelle campagne dell’immaginaria Corsignano, fra Umbria e Toscana, dove s’imbatte in una folla di personaggi teneri e grotteschi, infidi e indifesi, di cui non si può tenere il conto, anzi non si deve, questo è il bello, il bello è perdersi.
Teorizzatore di una letteratura che sia allo stesso tempo «commovente e inadeguata, raffazzonata e ingombrante», Giordano Meacci scrive in piena coerenza Il cinghiale che uccise Liberty Valance”. Ingombrante è il suo romanzo, l’opera italiana recente più imparentata con l’Underworld di DeLillo, un posto in cui possono stare insieme Bud Spencer, i Baustelle, il Siena Calcio, Nietzsche, le Crociate e perfino l’ispettore Manetta, chi se lo ricordava più l’ispettore Manetta, l’assistente del commissario Basettoni. Meacci è romano, 45 anni, ed è uno della “banda Caligari”, fra gli sceneggiatori di Non essere cattivo.
Non c’è pagina in cui non si veda. Sfoggia una potentissima scrittura per immagini e una serie di riferimenti cinefili, a partire dal titolo, esibiti o nascosti, per costruire un ambiente che può dirsi di commedia all’italiana, ma senza concessioni, con uno sguardo alla Marco Ferreri.
Il cinghiale Apperbohr attraversa questa galleria di figure e trame spacchettate, trafitto da un raggio di luce (uscito dalla tv), da quel momento conquistando facoltà di pensiero, commuovendosi per la musica, scoprendo la capacità di comprendere la lingua degli uomini (gli «Alti sulle Zampe »), ma soprattutto avendo percezione di sé e consapevolezza della morte. Non è più solo un cinghiale ma non è del tutto uomo. La coscienza fa penetrare misteri ma alla fine ti lascia solo, e da soli si fanno le scelte.
Dire polifonia per questo romanzo è poco. Meacci innesta il parlato locale nell’italiano standard, sempre che possa dirsi standard una scrittura in cui spesso le sdrucciole portano l’accento grafico (rigùrgito, spàzzola, bàndolo), le parole si fondono (tornotorno, senzatregua, filodiscozia) e gli «zoccoli sgricciolano» tra una «falda stazzonata» e un «faro di smalto». In più c’è il cinghialese, lingua biologica di Apperbohr, con tanto di dizionario e grammatica in postfazione. «Quando le parole non ci sono bisogna trovarle, masticarle come se fossero ossa di cervo da spolpare, e se al dio delle parole non va bene allora che si perda, che mi perda».
Prendetevi cinquanta pagine per entrare a Corsignano e non c’è più verso di volerne uscire. Meacci crea situazioni comiche e liriche, descrive benissimo odori e orge, mescola la sintassi delle forze dell’ordine a quella dei copioni cinematografici, usa una punteggiatura dissidente, inventa nomi azzeccati — il carabiniere Venanzio De Zan, il linguista Rodrigo Galderisi Stocchi — in una continua compresenza di tempi, «in una infinità di universi», perché «il futuro non si prevede, o si aspetta, semplicemente c’è, e coincide con il presente».
Una riflessione filosofica sull’uomo, sulla coppia, sull’amore, un’indagine sulla identità e sul genere, di quella che ossessionò Gaber e Luperini. «Se si potesse dire amore in cinghialese: se si potesse dire amore in qualsiasi lingua». Un romanzo libero. Una prova di letteratura scarcerata. Una sfida alle carinerie, al delizioso, a tutte le regole di buon governo e di correttezza. L’anno scorso Enrico Ianniello e il suo Isidoro Sifflotin che parlava fischiando come gli uccelli, si spinsero fino al premio Campiello per l’opera prima. Stavolta, Giordano Meacci scende con Apperbohr nell’arena dello Strega. Non è certo quello un luogo per sperimentatori, ma il suo cinghiale arriva pur sempre da Corsignano, dove tra la verità e la leggenda, vince la leggenda.
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Il cinghiale di Meacci sa tanto di polistirolo Oltre la finzione, il nullaLibero 16 giu 2016 DAVIDE BRULLO RIPRODUZIONE RISERVATA
Billy Wilder diceva che l’Oscar lo beccano sempre quelli che interpretano «gli storpi o i ritardati o gli alcolizzati», quelli che «devono farsi notare», perché gli esperti della giuria «sono una manica di sfigati». La storia del cinema, nonostante l’Oscar, si è sempre fatta altrove: troppo facile premiare Dustin Hoffman in Rain Man («Che fatica costruire il personaggio? Stronzate!»), i veri divi i critici-guru non li capiranno mai. La considerazione sarà gradita a Giordano Meacci, il cui romanzo muscolare (minimun fax, pp. 452, euro 16) è fitto di omaggi cinematografici, fin dal titolo, (che sgorbia il film di John Ford: L’uomo che uccise Liberty Valance), senza contare i raffinati riferimenti filmici (avete mai visto Brigadoon di Vincente Minnelli?) e la raggiera di opinioni su Terrence Malick («è l’assoluto e l’eternità»), Stanley Kubrick, John Wayne e James Stewart.
Solo che Meacci non sarebbe piaciuto a Wilder. Perché il suo romanzo, ambientato nei boschi toscani, che parla di un cinghiale, Apperbohr, che compie la sua personale anabasi esistenziale, più che pretenzioso (ogni scrittore deve pretendere di aver scritto il romanzo che uccide tutti gli altri) è presuntuoso: presume che i suoi lettori siano dei cretini, che bastino un paio di aggettivi in più per imbambolarci ululando al «romanzo più sorprendente di questi mesi» (Goffredo Fofi). In verità, il romanzo è puramente esornativo, le peripezie del cinghiale in mezzo agli Alti sulle Zampe, gli uomini (una citazione da Balla coi lupi, dove la bella si chiama Alzata con Pugno?), non ci appassionano. D’altronde Meacci ha voluto farci vedere quanto è bravo, disinteressandosi della trama, fino al grottesco (il vocabolario “cinghialese” in calce al libro mima i glossari elfici di Tolkien, con l’aggravante che Apperbohr non è Aragorn...).
Così, la Corisgnano di Meacci (che, specifica lui, ennesima citazione, «è come nei racconti di Sherwood Anderson»), che tanto piace ai critici (è come la Macondo di Garcia Marquez, che è come la Yoknapatawpha di Faulkner, che è come la Dublino maccheronica di Joyce...), sembra la scenografia di quei western con le case di polistirolo, oltre la finzione il nulla, e il suo romanzo fa l’effetto di una parodia di Sentieri selvaggi girata dai cugini di quinto grado dei Monty Python. Avremmo sperato di leggere un Moby Dick con cinghiale, ma far parlare gli animali è difficilissimo: Meacci avrebbe dovuto andare a ripetizioni da Rudyard Kipling (I cani rossi), Horacio Quiroga ( Anaconda) o Lev Tosltoj (Cholostmér) e sprofondare in Horcynus Orca di Stefano d’Arrigo. Ha preferito puntare sull’ignoranza dei letterati italici. Gli è andata bene, l’hanno spedito allo Strega, l’Oscar della nostra letteratura.

domenica 28 febbraio 2016

Oppure Vendola: è nata la Sinistra Tobiantonia a pagamento



E solo la sinistra che non svende trasformisticamente la propria visione del mondo e il proprio progetto di emancipazione universale - la sinistra che combatte la reificazione capitalistica del nucleo essenziale dell'umanità e della libertà, ma che combatte al tempo stesso la reificazione che avviene tramite il comando personale e diretto sugli uomini, le donne e le cose - ha i titoli giusti per rifiutarla, con tutta la riprovazione  possibile.

Gli argomenti che verranno utilizzati sono qui l'unica cosa che conta. Nulla c'entrano eteronomie come dio, la natura, i diritti del nascituro (che se la passerà molto meglio di noi), bla bla: c'entra il fatto che l'acquisto della funzione riproduttiva non è molto lontano dall'acquisto o dalla predazione della totalità dell'individuo e della sua libertà nella schiavitù.

È oltretutto il modo peggiore e più sicuro per gettare a mare un percorso di riconoscimento.
I danni che farà questa scelta irresponsabile, che antepone con arroganza il narcisismo bambinesco di chi ha una funzione rappresentativa e simbolica alle istanze di chi dovrebbe essere rappresentato e tutelato, sarà enorme.

Ve li meritate gli Adinolfi e i rozzo-bruni [SGA].

Nominalismo e realismo in Umberto Eco

Risultati immagini per umberto ecoPer la prima volta, nel ricordare Eco qualcuno tocca un argomento interessante. Anche se in maniera superficiale e ponendo questa alternativa fuori da ogni contesto storico (e dunque politico) e in maniera unilaterale. Come se ci fosse un solo nominalismo, quello postmoderno, e soprattutto un solo realismo, quello neoliberale e di regime oggi in voga [SGA].

Mario De Caro Avvenire 21 febbraio 2016



La risonanza dell’Eco 
Il rapporto tra il semiologo piemontese e l'arte del suono. Nella vita del grande scrittore, scomparso la scorsa settimana, la musica ha avuto un ruolo di primo piano. Dall’amicizia con Gianni Coscia alle collaborazioni con Luciano Berio

Guido Michelone Alias Manifesto 27.2.2016, 19:05 
Al funerale di Umberto Eco, nel milanesissimo Castello Sforzesco, una viola da gamba e un flauto traverso, intonano La follia di Arcangelo Corelli, un brano che il romanziere/semiologo amava appunto alla follia, divertendosi in privato a suonarlo alla tromba o al flauto assieme al suo ex compagno di banco del liceo classico di Alessandria. A fare da basso continuo alle linee melodiche del fiato echiano è infatti la fisarmonica di Gianni Coscia, il quale risulta da circa trent’anni un apprezzato originale jazzista, esattamente da quando, nel 1985, un lustro dopo Il nome della rosa, si decide a esordire discograficamente con il 33 giri L’altra fisarmonica, sulla cui copertina, all’interno, «qualcuno» ne scrive un gran bene, individuandone al primo ascolto l’originalità stilistica, alle prese con uno strumento in teoria desueto e nella prassi spesso vituperato negli ambienti provincialotti del «sincopato tricolore» (più dai critici che dai jazzmen). 
Il merito della fama di Coscia è idealmente dovuto allo stesso Eco, come viene spiegato ogni volta che il fisarmonicista si appresta a ricordare il (ri)lancio a livello addirittura internazionale (oggi è sotto contratto nella stessa casa discografica di Keith Jarrett); dunque deciso a proseguire con la musica amata dai tempi dell’hot club alessandrino (il più antico d’Italia, secondo alcuni), grazie a un contesto di bebop intrinsecamente piemontese, dove già nell’immediato dopoguerra viene suonato «il moderno», da Gianni Basso a Oscar Valdambrini, da Dino Piana a Giulio Libano, quale antidoto allo swing autarchico o al mellifluo sanremese. Gianni, registrata la musica, decide di far ascoltare il master a Umberto per avere, come sempre, un giudizio schietto, obiettivo, fraterno; durante l’ascolto dal semiologo nella casa in via Melzi d’Eril, Eco, dall’inizio alla fine del nastro, resta in religioso silenzio, poi si alza di scatto per dirigersi in un’altra stanza, tornando dopo una decina di minuti, per Coscia interminabili: tiene in mano un foglio vergato a mano, dicendo che quelle saranno le «liner notes» per l’album: poche righe in cui individua il senso profondo di un sound destinato ad anticipare il cosiddetto ethno-jazz, attraverso un lavoro che per lo studioso mescola simbolicamente New Orleans al Monferrato, le reminiscenze classiche alle tradizioni popolari, insomma l’alto e il basso della cultura (musicale in questo caso) in perfetta sintonia con la semiosi echiana operata, mediante la parola scritta, lungo un’intera esistenza. 
Le mazurke di Gianni Coscia, in altre parole, valgono quanto i cerebrali sperimentalismi di Luciano Berio per un filosofo, linguista, mediologo, letterato, che, partito dall’estetica di San Tommaso giunge alla fenomenologia di Mike Bongiorno, passando da James Bond a Charlie Brown, mentre, nel mondo delle sette note non si vergogna affatto di esercitarsi al flauto in bagno o di sentire «un buon concerto jazz» nelle cantine bolognesi assieme ai propri studenti, rifuggendo la mondanità di una prima alla Scala nella «sua» Milano. Del resto la Milano musicale di Eco è un’altra Milano, semioticamente metaforizzabile come il triangolo di Charles Pierce, l’amato filosofo americano precursore della moderna semiotica; è anzitutto la città delle osterie sui Navigli, dove ha modo di ammirare, negli anni del boom, un giovane stralunato studente in Medicina che, voce stridula e chitarra battente, intona le proprie ballate arricchendole di un brechtiano cabaret e di un tocco surreale, senza mai scordare di raccontare la metropoli dei barboni, tagliati fuori dal finto progresso economico; il giovane si chiama Enzo Jannacci che presto diverrà la colonna sonora del Sessantotto meneghino (Vengo anch’io no tu) e un folksinger originalissimo in grado di distanziarsi da ogni scuola cantautorale, rivendicando per la forma-canzone quelle aperture di senso che Eco sta osservando nello studio di altri paralleli fenomeni dalla poesia al fumetto, dal cinema alla televisione. 

La seconda Milano musicale strettamente echiana riguarda un luogo topico (mai divenuto tipico, anzi scomparso) che è lo Studio di Fonologia della Rai in corso Sempione, dove, sia pur per breve tempo, va in scena, la neoavanguardia sonora italiana, il pendant del Gruppo 63, concretizzandosi nella musica elettronica della prima ora: una musica che nulla ha a che fare con l’omonima attuale espressione e il relativo uso sconsiderato che dell’aggettivo elettronico viene fatto in ambito musical-giornalistico. Lo Studio, purtroppo smantellato fra il 1983 e il 1987, nasce nel 1955, grazie all’intraprendenza dei geniali Luciano Berio e Bruno Maderna, quale corrispettivo dei laboratori di ricerca musicale di Parigi e Colonia: con nove oscillatori disponibili, i due compositori creano «manualmente», senza le infinite risorse degli odierni computer, dunque lavorando di taglia-e-incolla con forbici, nastri, bobine. La musica concreta o elettronica che ne fuoriesce, soprattutto da parte di Berio, si deve anche alla presenza di Eco nel condividere il desiderio di un’intera generazione, di oltrepassare i limiti della partitura tonale e della trascrizione pentagrammatica, giostrando, post-dodecafonicamente, fra rumore bianco e suoni artificiali prodotti dal lavoro umano connesso alle potenzialità espressive nell’allora rivoluzionaria tecnologia; c’è in tutto questo molto dell’«opera aperta» che il giovane docente e futuro semiologo sta elaborando sotto forma di estetica militante, a metà fra il trattato, il manuale, il programma, il manifesto; ma c’è ancor più un rapporto di stretta amicizia con Berio medesimo — già ampiamente descritto nei vari necrologi — per il fatto che i due collaborano alla stesura di un programma radiofonico che non andrà mai in onda, ma la cui sintesi è alla base di Thema (Omaggio a Joyce) realizzato nel compianto «ufficio» fonologico. 
La terza Milano musicale, che però riguarda indirettamente Eco, ma assai più da vicino Coscia, è quella dei localini come Arethusa o Taverna Messicana, dove il fisarmonicista vive spesso le jam session con ospiti di passaggio, talvolta grandi improvvisatori afroamericani. è segnicamente, il jazz, opera aperta per eccellenza, a ispirare Umberto, per il compagno Gianni, trent’anni dopo, le note di copertina: uniche dentro un’epopea letteraria di otto romanzi e circa quaranta saggi in volume, in cui tuttavia gli scritti sulla musica si contano sulle dita di una mano, nonostante l’ottima conoscenza delle sette note e una miriade di allusioni o riferimenti nella fiction o tra le bustine. 
In tal senso non esiste un pensiero di Eco sulla musica come invece esiste una elaborazione teorica su quasi tutto lo scibile umanistico; è possibile forse azzardare ipotesi sul «musicologo assente»: allo studioso di semiotica interessano fin da subito le narrazioni, così come vengono tramandate in primis dalla pagina scritta: non a caso gli stesso compie il salto dall’altra parte della barricata, trasformando l’erudito saggista — tra Marx, Einstein, Voltaire, Marcuse e Diderot — in accattivante romanziere postmoderno. Ma si può narrare, anche mediante il cinema, il fumetto, l’architettura e le arti visive in genere: il semiologo dedica pagine splendide alla civiltà delle immagini nel tempo e nello spazio. E la musica? È linguaggio astratto per eccellenza, il cui impianto sonoro non rimanda ad altro che a se stesso, dove insomma la «forma del contenuto», per citare il titolo di un suo libro famoso, è il contenuto medesimo. E, lo intuisce per primo già Eduard Hanslick nel 1854 con il volumetto Del bello musicale, un trattato di semiotica del suono ante litteram che, riallacciandosi a sua volta all’estetica formalistica di Herbart e Zimmermann, spiega la musica come un’arte che non ha alcuna possibilità di comunicare sentimenti di carattere psicologistico, considerandola piuttosto un astratto gioco di forme pure dall’oggettiva autoreferenzialità. 
Tuttavia, oltre il citatissimo saggio sulle canzonette, dapprima adoperato come premessa al duro pamphlet Le canzoni della cattiva coscienza di Emilio Jona, poi confluito in Apocalittici e integrati, ci sono due opposti interventi sulla musica che a oltre quarant’anni di distanza uno dall’altro connotano le idee di Eco a proposito del funzionamento del messaggio acustico: in una «bustina» del 26 giugno 2009 non a caso intitolata C’è musica e musica — come s’intitola il geniale programma televisivo dell’amico Berio che nel 1972 incontra i protagonisti della ricerca post-weberniana — partendo dalle lamentele di Kant sull’orecchio esposto a musiche indesiderate, riflette a fondo sull’odierno inquinamento acustico che viene imposto dalla pessima new age diffusa in ristoranti, aeroporti, bar e supermarket. 
Molto prima, in pieno Sessantotto, con La struttura assente, il libro che anticipa il fondamentale Trattato di semiotica generale, lo studioso dedica una paginetta ai codici musicali, in cui si possono riconoscere, elencare, suddividere, programmare tutti i suoni possibili e immaginali nel passato, nel presente e nel futuro; sono cinque le categorie individuate, ossia: le semiotiche formalizzate (le grammatiche musicali, i trattati d’armonia, modi maggiore e minore, eccetera); i sistemi onomatopeici (comuni anche al linguaggio verbale e ai fumetti); i sistemi connotativi (gli archi stridenti nella colonna di un film giallo, la Marsigliese quale inno alla libertà); i sistemi denotativi (lo squillo di una tromba militare per l’alza bandiera); le connotazioni stilistiche (il rock come segno di culture giovanili e l’evolversi degli stili di canto nelle tradizioni popolari). 
La musica per Eco forse resterà per sempre un’opera aperta, fondamentale, per usare sue parole, nel «capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione».

Le "democrazie" nel mondo antico


Enigmi, oracoli e sogni nella cultura antica

Il labirinto della parolaSimone Beta: Il labirinto della parola. Enigmi, oracoli e sogni nella cultura antica, Einaudi «Saggi», pp. 347, euro 32,00

Risvolto
Enigmi, vaticini, oracoli, sfingi: l'epica, la tragedia, la commedia, la lirica dell'antichità classica sono ricche di allusioni enigmatiche o di giochi che si fondano sulle difficoltà interpretative imposte al destinatario.
Un uomo cammina lungo una strada scavata nei fianchi di una montagna. Il suo nome è Edipo. Forse ancora non lo sa, ma sta per affrontare un mostro, la Sfinge, che pone a tutti un enigma. Chi non lo risolve, morirà; chi lo risolve, diventerà re di Tebe. Comincia cosí una delle storie piú famose della mitologia antica, la contesa fra Edipo e la Sfinge, destinata a concludersi con la sconfitta - e con la morte - di quest'ultima. L'enigma della Sfinge è molto famoso, ma non è certo l'unico nella storia della cultura antica, perché i Greci e i Romani amavano molto gli enigmi, e non sono pochi i personaggi che hanno a che fare con un quesito da risolvere, a partire dal poeta Omero, che proprio a causa di un enigma non risolto trovò la morte sulle spiagge dell'isola di Ios. In questo libro vengono messi in luce i complessi meccanismi dell'enigma, vera e propria metafora dell'esistenza umana, a partire dai suoi rapporti sotterranei, quasi subliminali, con la vita e la morte. Ma queste misteriose modalità espressive, comuni tanto agli enigmi «seri» quanto agli indovinelli «scherzosi» che venivano proposti durante i banchetti e che potevano assumere le forme piú svariate (compresi i giochi di parole della moderna enigmistica), erano anche tipiche del modo oscuro col quale le divinità comunicavano con gli uomini. I messaggi criptati degli dèi ne riproducevano infatti le medesime strutture linguistiche e logiche: come erano enigmatici gli oracoli che venivano pronunciati nei santuari piú famosi del mondo antico, a cominciare da Delfi, cosí erano enigmatici i sogni, che potevano essere decifrati solo grazie ad alcune tecniche interpretative ben precise che non tutti conoscevano.                    

Croce, le scienze naturali e Einstein


Neuroscienze e neolombrosianesimo


Proust e i fiori


"Il Luzzatto": un nuovo manuale di storia politicamente corretto, secondo lo spirito dei tempi neoliberali





Un altro esempio di quella bagatellizzazione "europeista" della questione nazionale che crea mostri e distruggerà l'Europa


"Nomadismo" neoliberale stile Confindustria: i ricchi a Cambridge, i poveri a friggere patatine


Aggiornato il carteggio di Galileo


Raffaele La Capria rilegge "Il richiamo della foresta" di Jack London

Fierezza, sopportazione, amore La lezione del cane Buck 

«Il richiamo della foresta» (Bompiani) e il suo indomito protagonista
Un grande personaggio (senza parole ma con molto carattere) della letteratura mondiale 

28 feb 2016  Corriere della Sera di Raffaele La Capria
Tra i tanti personaggi della letteratura che ho amato, ce n’è uno, non dotato di parola ma di carattere, è il cane Buck del Richiamo della foresta di Jack London (Bompiani), un libro che tutti hanno letto, che mi è capitato tra le mani in questi giorni, e che ho riletto con piacere e meraviglia, scoprendo che rileggere certi libri fa bene. Proprio quest’anno ricorre il centenario della morte di London, e mi sembra giusto ricordarlo attraverso il protagonista del suo libro, il cane Buck, col quale lui si era magicamente identificato fino a immaginarne i moti interiori dettati dall’istinto. Buck è figlio di un enorme San Bernardo e di una madre pastore scozzese, ma ha l’aspetto di un lupo, pesa centocinquanta libbre, ha un comportamento regale, e nella fattoria di proprietà del giudice Miller, situata nella soleggiata valle di Santa Clara in California, è circondato dal rispetto universale. Quello era il suo regno, lì lui era il re. 

La
Ma Buck non leggeva i giornali, e non sapeva che in quell’anno di fine Ottocento era iniziata la corsa all’oro, scoperto nelle selvagge solitudini dell’Alaska, e che a causa di ciò si era fatta più intensa la richiesta dei cani da slitta, unico mezzo di locomozione nelle gelate distese del Nord. Non sapeva che il prezzo di un cane come lui era diventato talmente alto da indurre il custode della fattoria del giudice Miller a tradire il suo padrone e a venderlo proditoriamente a certi loschi trafficanti. Con sua sorpresa gli fu messa intorno al collo una corda che si stringeva senza pietà, fino a strangolarlo, e portato via. Buck non era stato mai trattato in modo così vile, e nei suoi occhi lampeggiò «l’ira furibonda di un re sequestrato».
Ma il peggio doveva ancora venire, e venne quando l’addestratore, l’uomo dal maglione rosso, cui fu affidato dopo il viaggio che da San Francisco lo aveva portato in una cassa su una nave diretta al Nord, gli fece conoscere brutalmente «la legge della mazza e della zanna». Buck in tutta la sua vita non era mai stato colpito da una mazza, il colpo che gli fu assestato dall’uomo col maglione rosso, quando aveva tentato di ribellarsi, fu terribile, «barcollava senza forze con il sangue che gli usciva dal naso, dalla bocca e dalle orecchie», e come se non bastasse un altro colpo, quello definitivo, gli fu assestato sul naso. Tutto il dolore sofferto fino a quel momento era niente in confronto. Quella mazza «era stata una rivelazione», per Buck, fu il suo ingresso nel regno della «legge primitiva», la legge del più forte, l’aveva capita e l’avrebbe anche applicata. «Tu hai capito qual è il tuo posto, e io so quale è il mio», aveva detto l’uomo con il maglione rosso.
Da quel momento comincia per Buck la nuova terribile vita del cane da slitta. Bardato, aggiogato, e insieme alla muta guidata dal cane Spitz, che da quel momento sarà il suo rivale, obbligato a tirare per miglia e miglia di neve ghiacciata, nel gelo e nella solitudine di una regione inesplorata, il carico della slitta, a tirarlo fino allo svenimento, sempre sotto la sferza impietosa degli uomini.
Si accumulano le miglia percorse e si accumula la stanchezza, cambiano i padroni ma non cambia la condizione dei cani. Buck mai del tutto domo, impara intanto molte cose. Impara a difendersi dai continui attacchi degli altri cani e a divorare sveltamente il suo cibo per non farselo rubare, impara a difendersi dal gelo e a dormire scavando una buca nella neve per scaldarsi, e soprattutto impara a controllare ogni piccolo movimento di Spitz, il suo nemico mortale. Spitz è un cane forte e duro quanto Buck, è quello che comanda tutti gli altri cani della muta ed è lui che mantiene la disciplina, se un cane sgarra è lui che lo rimette in riga.
Tutto questo è insopportabile per Buck perché lui vuole essere il primo, è lui che vuole comandare ed essere il capo della muta. È perciò inevitabile che esploda il conflitto. La loro rivalità finirà con la morte dell’uno o dell’altro perché questa è la legge primitiva. E infatti lo scontro avviene ed è terribile e sanguinoso, ma Buck prevale perché nella furia cieca della lotta lui è il più intelligente e riesce a mantenere un margine di controllo.
Ora è lui il capo della muta, è lui che la guida, ma la sua condizione non cambia, dovrà sempre tirare la slitta con tutte le sue forze, dovrà sempre ricevere colpi di mazza e di frusta, fino al momento in cui, stremato e svenuto dalla fatica, sta per essere ucciso dai colpi di mazza di un energumeno. Ed è in quel momento che interviene a salvarlo un uomo più pietoso degli altri, John Thornton.
Da quel momento scoppia l’amore di Buck per il suo salvatore, un amore e devozione totali, la belva che è in lui dimostra in tutti i modi la sua gratitudine, più volte salva Thornton da situazioni pericolose, e gli fa perfino vincere una scommessa che lo rende ricco. La scommessa è se Buck riuscirà a spostare una slitta con un carico di mille libre, cosa quasi impensabile. E Buck capisce la situazione, tira fino allo spasimo, la slitta si muove, la scommessa è vinta. Ora John Thornton può partire verso l’Est in cerca di una favolosa miniera perduta, ai margini di una foresta primordiale. Ed è lì che Buck comincia a sentire il richiamo della foresta. Nella foresta c’erano le ombre di ogni tipo di cane, mezzi lupi e lupi selvaggi, incalzanti, anelanti, «queste ombre lo chiamavano così perentoriamente che ogni giorno l’umanità e le sue pretese scivolavano un po’ più lontano da lui».
Buck si addentra nella foresta primordiale, incontra altri lupi, insegue con ferina ostinazione e uccide un grosso alce, e lì scopre la sua vera natura lupesca, e insieme un senso di libertà sconfinata e di paura. Lì entra in un altro mondo che gli trasmette «una grande inquietudine e strani desideri » . Quando dopo aver vagato per giorni nella foresta ritorna all’accampamento scopre che John Thornton e tutti i suoi compagni sono trafitti dalle frecce degli Yeehats, una tribù indigena, e troppo tardi scaglia contro di loro il suo furore. E qui finisce la sua avventura.
Dopo la sua allucinante odissea di cane da slitta, e dopo il suo abbandono all’amore per Thornton, a Buck non resta che rispondere al richiamo dei suoi fratelli selvaggi, addentrandosi definitivamente nella foresta primordiale dove vivrà da lupo con gli altri lupi.
Ecco, non ho fatto che riassumere i momenti di un grande libro «antisentimentale e commovente» per spiegare perché tra i personaggi della letteratura, il cane Buck è quello che ho tanto amato, per la sua fierezza e la sua sopportazione, ma anche per la sua capacità di amore e di riconoscenza.

Teologi medievali: Mediavilla


Un altro che misura la democrazia nel mondo islamico usando quella di casa sua come criterio


Il sistema politico italiano passato al vaglio delle autorità beoliberali anglosassoni


"Soviet City": la teoria del totalitarismo diventa videogioco. Anticomunismo perpetuo come mito fondativo della religione neoliberale




Progresso, filosofia e fede nello sguardo neoliberale del Domenicale dei poveri






RIverginazione capitalistica tramite la balla consolatoria della finanza etica e altruista


L'invenzione dell'identità italiana: un libro di Fabio Finotti

Per la patria Italia «nemo propheta in patria» 
VOGLIA DI STIVALE 
1 mar 2016  Libero RICCARDOPARADISI 
Se l’Italia è qualcosa di più dell’«espressione geografica» di cui con disprezzo parlava Metternich è tuttavia ancora qualcosa dimeno diuna nazione compiuta. Gli italiani restano i peggiori accusatori di se stessi: nei loro discorsi l’Italia è il paese dei localismi tribali e dei familismi amorali da cui bisognerebbe fuggire. Perandare altrove. E i luoghi comuni hanno sempre un loro perché. 


A sognare un’Italiadiversa, riformata e illuminata dalle virtù civiche e dalla sua tradizione culturale, sono sempre stati infatti glioutsider: da Dante a Giuseppe Mazzini, da Giuseppe Prezzolini dalle università americane a Adriano Olivetti che ideò la sua idea di comunità dalla Svizzera, italiani in esilio. L’Italia come patria in fondo è una loro invenzione letteraria. Fabio Finotti nel suo saggio Italia, l’invenzione della patria ( Bompiani, 576 pagine, 28 euro) racconta i motivi profondi di questa singolare condizione nazionale, ripercorrendo dai suoi albori la storia del nostro immaginario. Finotti muove dall’Odissea diOmeroe dalla vicenda eterna di Ulisse, del suo ritorno a Itaca, la patria perduta, rimpianta e ritrovata. Ma il simbolo più pregnante della condizione italiana è l’Odissea di Enea in fuga da Troia con il padre Anchise e il figlio Ascanio. «La patria per Enea è un qui che deve diventare unaltrove». La nazione latina, embrione di quella italiana, nasce da un approdo fortuito. 
La patria di Enea non è più un luogo noto, condizione attuale per i globalizzati di tutto il mondo, ma qualcosa da rifondare su un sentimento e un ricordo. Una condizione connaturata da sempre agli italiani, stranierinellapatria invasao costretti all’esilio fisico o mentale. «Svincolata dalla realtà fisica la patria si trasforma per loro in spazio interiore e può materializzarsi invariepartidella terra». Basti solopensare, riflette Finotti, a quante Venezie esistono fuori d’Italia. Ma per avere questa cognizione di cos’è una patria in esilio basterebbe anche visitare iquartieridi istrianodalmati disseminati nelle città italiane dopo l’esodo. È come se l’archetipo dello sbarco di Enea sulle coste laziali, fosse destinato a ripetersi sempre. Enea fonda la patria italiana solo dopo essersi rivolto agli dei: la consacra Sopra Prezzolini visto da Guarneri. A sinistra, Dante Alughieri; il libro di Finotti; Adriano Olivetti come dato di cultura più che dinatura. Sarà sempre così. Noi siamo «quei ch’un muro e una fossa serra» diceva Dante, pensando l’Italia unita solo dalla koiné, una linguaeuna cultura comune. 
Federico II che sognava di unificare lapenisola potevaparlare e governare da re in Sicilia matrovònel restod’Italia le stesse strenue resistenze che inflisseroalBarbarossa, suoavo, idolori di Legnano. I successori di Federicononhannosortepoliticamigliore della sua. Nella corte siciliana di Federico avevano però intanto trovato la loro sintesi idialettidella penisola in un nuovo volgare che acquistava dignità di lingua letteraria: l’italiano per come finora l’abbiamoconosciuto. Ascrivere leprime poesie in questa lingua è lo stesso Federico adattandovi i metri trobadorici e provenzali. E con lui sono Percivalle Doria, Pier delle Vigne, Rinaldo d’Aquino, Cielo d’Alcamo, Jacopo da Lentini. Finisce il ciclo svevo, sidissolvono isuoi istituti giuridici, ma la lingua e la poesia forgiata al sole della corte di Sicilia come una fiamma trasportata dal vento si riaccende neicuorienellementidiGuinizzelli, diDante, dei fedeli d’amore. Per seicento anni solo per questa lingua gli italiani saranno uniti. E il Risorgimento il cui esito sarà l’unità politica risospingeavantiquestapatria ideale. La patria diMazzini non nasce dall’unità degli italiani come un effetto della storia ma è l’idea culturale che unifica. Una patria mitica, disincarnata. Immaginazione in atto che ha attraversato ilmedioevo animandol’idea romantica diFoscolo e poidelRisorgimento, persino la retorica del fascismo che cercò di rievocare i fasti dell’impero. La stessa energia in fondo che ha dato forza all’Italianegli anni della ricostruzione e del boom. Lastessa forza insufflatanell’ondata della primamigrazionenegli Stati Uniti, quella degli espatriati di Little Italy, del poliziotto JoePetrosinoedelsindacoFiorello La Guardia. Della patria nessun profeta in patria, giusto per citare i grandi esulipatriotticidella scienza, daFabiolaGianotti a Federico Faggin inventore delmicroprocessore e residente negli States col complesso della patria perduta. Una patria così, aerea e inclusiva potrebbe essere una risorsa, sembra dire Finotti, nella società del nuovomillennio. Apatto che gli italiani abbiano ancoramemoria di se stessi. Altrimenti l’esilio dalla patria si tradurrebbe solo nell’esilio dalla storia.


La Patria è mobile 
Un concetto mutevole nel tempo e nello spazio Come spiega Fabio Finotti in un saggio che attraversa la storia della cultura italiana, da quella alta alla pop 

Mirella Serri Busiarda 14 3 2016
Carissimo, mi trovo «prigioniero in quela Signora bruta Italia» in «barache, già lo sai anche tu, che sono barache di Italiani internati». Chi scrive, con lessico a dir poco zoppicante, è il signor G., un italiano fedele suddito degli Asburgo durante la Prima guerra mondiale: è finito prigioniero di altri italiani da sempre disprezzati e considerati così fastidiosi che «non lasciano in pace nemmeno le mosche». L’ostilità del detenuto si rafforza dal momento che in quella coabitazione coatta con i connazionali finisce con l’avvertire di essere anche lui un «italiano» ovvero di far parte di quella mala genìa con cui non ha mai voluto aver niente da spartire.
Una percezione analoga (ma di segno opposto, dove il sentirsi italiano assume una valenza positiva) la proverà più di 25 anni dopo un altro internato, nel Lager di Auschwitz: «Lo jiddish era di fatto la seconda lingua del campo (sostituita più tardi dall’ungherese). Non solo non la capivo», spiega Primo Levi, «ma sapevo solo vagamente della sua esistenza… Gli ebrei polacchi, russi, ungheresi erano stupiti che noi italiani non lo parlassimo: eravamo degli ebrei sospetti, da non fidarsene». Non c’è dubbio: gli ebrei provenienti dalla Penisola riescono a comunicare molto di più con gli aguzzini nazisti (è il caso di Levi) che con i correligionari non italiani, proprio perché sono profondamente assimilati e radicati in Italia.
In principio c’è Enea
Nonostante dunque i due reclusi, il signor G. e Primo Levi, provengano da culture e abitudini assai diverse da quelle del resto dello Stivale, entrambi hanno dentro di sé la consapevolezza di un’appartenenza comune. Da dove viene questa certezza quasi subliminale, la scoperta di questo spazio interiore circoscritto dalla parola «patria», uno spazio che quasi non si sa di possedere, che stupisce e coglie di sorpresa tanto l’incolto filo-asburgico quanto il dotto futuro scrittore? 
Se lo vogliamo capire, buttiamo a mare le nostre più tradizionali convinzioni: il termine patria non coincide interamente con l’etimo «terra dei padri»: è qualcosa di molto diverso e muta nel tempo e nello spazio. A spiegarci tutte le accezioni di questo singolare e a volte inafferrabile concetto è il bellissimo excursus di Fabio Finotti, che in Italia. L’invenzione della patria (Bompiani, pp. 569, € 28) attraversa tutta la cultura italiana, da quella alta a quella pop, da Dante a Petrarca, da Machiavelli a Manzoni, da Pasolini a Rossellini, dall’iconografia del Vittoriano a quella di miss Italia, da Altiero Spinelli all’avvento dell’era tv.
Docente presso la Pennsylvania University di Philadelphia, dove dirige il Center for Italian Studies, Finotti ci spiega che alle radici dell’immaginario che nutre e definisce la parola «patria» c’è l’avventura di Enea, l’eroe classico che, diversamente da Ulisse, non rientra a casa, non torna a Troia ma porta la casa originaria con sé cercando di ritrovarla e rifondarla altrove. Lo fa proprio approdando sulle coste italiane: la dimora per eccellenza, l’abitazione del cuore e dell’anima per Enea non è dunque un luogo certo, ma è qualcosa che si muove con lui. Scrittori e artisti italiani hanno poi dato forma e concretezza alla nostra mutevole identità, plasmandola e riplasmandola più volte, passando, per esempio, attraverso la nozione di Impero come insieme di diversità propria di Carlo Magno, oppure l’idea romantica di nazione di Foscolo e di Manzoni per arrivare alla «patria viaggiante» delle novecentesche migrazioni cantate da Pascoli. 
Le radici in viaggio
I contadini e gli operai che agli inizi del secolo superavano confini e oceani in cerca di fortuna erano pronti a radicarsi nelle nuove terre alla maniera di Enea, portando la patria con sé. Monumenti, architettura, riti e ricette: i nostri emigranti hanno dato vita a tante Little Italy sparse per il mondo. E proprio per la varietà e la molteplicità delle loro esperienze, paradossalmente, hanno sempre coltivato un forte senso delle radici. 
La storia della Penisola come patria ha così molto da insegnare all’Europa: in Italia, per esempio, gli ebrei, per secoli, non furono costretti a rinunciare alla loro peculiarità etnico-religiosa ma si sentirono - lo ricordava il poeta Umberto Saba - «figli». Oggi questo senso di appartenenza contraddistingue spesso anche coloro che approdano nel nostro paese: come documentano anche libri e testimonianze, l’Italia è percepita come una «casa» accogliente e composita, un’etnia fatta da stirpi diverse, «un tappeto dai mille colori», tutti racchiusi entro un’unica cornice. In un momento come questo, in cui tutta l’Europa è assediata da imponenti flussi migratori, il libro di Finotti si pone come un fondamentale vademecum: ci incoraggia a rimodellare senza drammi il nostro ruolo e lo stesso concetto di accoglienza e di convivenza proprio ricordandoci la nostra identità multicolore, non stabile ma «mobile» e mutevole nei secoli.
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Un'intervista a Fabrizio De André del 1976






Allevare Renzicchi con le serie tv


DAMIANO PALANO Avvenire 3 aprile 2016


sabato 27 febbraio 2016

Derrida: gli scritti sull'arte

Risultati immagini per Derrida: Pensare al non vedere jaca book
Jacques Derrida: Pensare al non vedere, Jaca Book euro 30

Risvolto

Il privilegio della voce ci fa dimenticare che nel disegno si manifestano altri elementi visibili e non udibili. Questo vale anche per la scrittura geroglifica. Derrida, filosofo della scrittura, manifesta in questa opera il suo grande riconoscimento nei confronti di una scrittura non udibile, in cui la visione è il solo vettore di percezione. Discute quindi con pittori, partecipa a esposizioni di fotografia, interviene sul cinema, sul teatro e sulla televisione. L’opera d’arte, secondo Derrida, si definisce in quanto non la si può consumare. “La bellezza è qualche cosa che sveglia il mio desiderio dicendo ‘Tu non mi consumerai’. E’ un gioioso lavoro di lutto, benché non sia né lavoro né lutto. D’altra parte se la posso consumare non è bella. Ecco perché avrei più difficoltà a dire che una pittura o un’architettura sia bella. Potrei dirlo, ma non sarei preso da lei, non sarei emozionato dallo stesso sentimento di bellezza. Potrei invece essere commosso da un discorso compiuto dove ci sono degli esseri che parlano, o anche da dei testi, un poema ad esempio, dove ci sono degli effetti di voce che chiamano e si danno rifiutandosi”.

Nuove antologie e storie della letteratura italiana per le scuole superiori

La copertina (Garzanti Scuola)
Caudio Giunta: Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, Garzanti


Risvolto
Claudio Giunta propone un percorso nella letteratura assecondando uno dei compiti principali della scuola, che è quello di selezionare, di separare quello che ha senso studiare e conoscere da quello che è superfluo, o che si potrà studiare in un secondo tempo. Ciò è tanto più vero nel momento in cui tutta l’informazione possibile (i dati, gli autori, i testi), è disponibile in internet, sicché quello di cui si avverte il bisogno è soprattutto una guida, un filo che, tenuto stretto, permetta di orientarsi in questa sconfinata offerta culturale. Cuori intelligenti intende essere questa guida, questo filo. Per questo, c’è una strada maestra formata dalle centinaia di testi, dai profili, dai commenti, dalle note e dagli approfondimenti che si trovano nei volumi cartacei. E c’è un’enorme quantità di sentieri secondari che si possono esplorare in classe o a casa e che si possono leggere nell’ebook. La versione e-book, consultabile sui principali device digitali, consente infatti uno studio attivo e operativo grazie alla possibilità di caricare e condividere risorse, prodotte dallo studente o dall'insegnante, sottolineare o evidenziare il testo, aggiungere note, costruire mappe concettuali, consultare  linee del tempo e sintesi.