
giovedì 31 marzo 2016
Da destra e da sinistra è attacco concentrico all'intervento pubblico e ad ogni funzione produttiva e redistributiva dello Stato

Debenedetti è notoriamente per socializzare le perdite e privatizzare i profitti, come nella prassi delle privatizzazioni in Italia come dappertutto. Ma anche a sinistra, con l'idea di Comune che non è né pubblico né privato, non scherzano affatto [SGA].
Risvolto
Un secolo di vita economica, percorso con la competenza dell’imprenditore, la passione del politico, la verve del polemista.
Protezionismo, autarchia, keynesismo,
programmazione, strategie, italianità: tante variazioni su uno stesso
tema, l’idea che lo Stato, per governare l’economia, debba intervenire e
sappia farlo con le scelte giuste. È la politica industriale: lo Stato
si sostituisce al mercato e sceglie i vincitori della gara
concorrenziale. Salvo poi, quando l’«insana idea» non ha successo, dover
correre ai ripari salvando i perdenti. Ma la politica industriale
influenza e condiziona anche «l’altra metà del cielo», quella
dell’industria privata, delle grandi famiglie e non solo. Si allarga
alla politica finanziaria, si espande a quelle culturali e giudiziarie.
Cade sulle sue contraddizioni, risorge, sopravvive ai vincoli
dall’Unione europea. Quasi coetaneo dell’Iri, che in Italia della
politica industriale è stato l’eponimo, Franco Debenedetti, per il suo
percorso e per i ruoli che ha ricoperto, vi ha convissuto per molto
tempo: prima da manager, lavorando nell’«altra metà del cielo», poi da
politico e da saggista, mirando a smontare le strutture dell’intervento
pubblico e l’ideologia su cui si reggono. Dalla Grande Depressione alla
Grande Recessione, dagli altiforni alla banda larga, dall’Italietta di
Giovanni Giolitti all’Unione europea di Angela Merkel, gli assi di
lettura di questo libro - storico, politico, personale - si incrociano
in un punto: la politica industriale e le ragioni per cui è un’«insana
idea».
Alle origini della teoria del totalitarismo: Madame de Staël sul carattere di Rousseau
Risvolto
Questa edizione ripropone, con una nuova traduzione in lingua italiana,
due dei tre saggi che Madame de Stael pubblicò per i tipi dell'Editore
Nicolle nel 1814. Lei contribuì a consacrare Rousseau come "il più
eloquente" tra gli scrittori di lingua francese. Ciò che rende veramente
interessante il lascito ideale di Madame de Stael è che in lei si siano
felicemente congiunti l'espressione del nascente pensiero liberale e la
rivendicazione di una ben più antica tradizione di libertà
repubblicana. Il suo liberalismo era tutt'altro che un indirizzo di
politica economica, ma aveva molto a che vedere con la rule of law,
ossia con la concezione dello Stato di diritto, e con la lotta,
tipicamente repubblicana, contro la tirannia ed il dispotismo.
Il trattato di armonica di Tolomeo
Tolomeo: Armonica con il Commentario di Porfirio, a cura di Massimo Ruffa, testo greco a fronte, Bompiani, pp. 867, euro 60
Risvolto
Come aggregare i suoni in strutture sempre più
complesse, dai tetracordi fino ai sistemi di un'ottava, un'ottava e
mezza, due ottave? Questo l'oggetto dell'antica scienza armonica. Il
principio ordinatore deve ricercarsi, con i Pitagorici e Platone, in
rapporti e sequenze numeriche, cioè in entità extramusicali che
colleghino i suoni al macrocosmo? Oppure deve nascere dalla percezione
della musica reale, come ritenevano gli empiristi di età classica e
Aristosseno? È proprio questo dilemma che ancor oggi rende affascinante
l'armonica. Oltre gli aridi calcoli dei quali si fa scudo, essa si
rivela come una provincia liminare del pensiero, al crocevia tra
acustica, astronomia, matematica, geometria e psicologia. Il documento
più completo di questa scienza è l'"Armonica" di Claudio Tolemeo (ca
100-178), da lui scritta forse verso la fine della sua vita. Il trattato
si presenta come la summa di circa sei secoli di storia dell'armonica e
propone un nuovo equilibrio, debitore dell'ilemorfismo aristotelico, in
cui alla ragione e alla percezione vengono riconosciute prerogative
distinte e complementari. L'opera si conclude, in un grande sforzo di
sistemazione enciclopedica, con una serie di analogie tra l'armonica e
la psicologia, l'etica, la politica, l'astronomia.
Despecificazione totale: uccidere un palestinese è meno grave che dare un calcio a un cane

Il soldato israeliano che una settimana fa a Hebron ha ucciso a sangue freddo un palestinese
«Sarà incriminato, ma non per omicidio»
Lo
prevede il quotidiano Yediot Ahronot. Il giudice militare oggi potrebbe
non confermare l'arresto cautelare. Ieri in Galilea, in Cisgiordania e
Gaza migliaia di palestinesi hanno commemorato il "Giorno della Terra"
di Michele Giorgio il manifesto 31.3.16
GERUSALEMME
«La difesa dello spirito e dei valori di Zahal (le Forze Armate, ndr)
…Dobbiamo difendere Zahal in quanto esercito del popolo, in uno Stato
ebraico e democratico», ripeteva ieri il capo di Stato maggiore Gadi
Eisenkot, riferendosi a presunti principi alla base dell’azione
dell’Esercito israeliano. Parole che seguono l’uccisione a sangue
freddo, una settimana fa a Hebron, compiuta un soldato di un
palestinese, Abdel Fattah al Sharif, 21 anni, a terra moribondo, che
poco prima aveva accoltellato e ferito leggermente un altro militare
israeliano. Eisenkot ha anche assicurato che saranno puniti soldati e
comandanti che si comporteranno in un modo non conforme con gli standard
operativi dell’esercito. Sarà così anche per il soldato che ha ucciso
il palestinese di Hebron e che la maggioranza degli israeliani considera
un “eroe”? Difficile crederlo visto come è andata due giorni fa
l’udienza che lo riguardava. Il giudice militare, il tenente colonnello
Ronen Shor, ha concesso solo due giorni e non i nove chiesti dalla
procura per portare ulteriori prove a carico del soldato non ritenendo
sufficienti quelle già a disposizione. Già da oggi il soldato, di cui è
vietato rivelare l’identità, potrebbe essere posto agli arresti
domiciliari o addirittura liberato in attesa dello svolgimento delle
indagini e dell’eventuale processo. Il quotidiano Yediot Ahronot ieri
prevedeva che il soldato-killer sarà rinviato a giudizio ma non per
omicidio.
Al giudice Shor non è bastato il video, girato da un
collaboratore del centro per i diritti umani B’Tselem, che mostra il
soldato che spara a sangue freddo al palestinese immobile sull’asfalto. A
suo dire quel filmato non darebbe certezze sulle intenzioni,
motivazioni e responsabilità del soldato. Ha respinto la tesi della
procura militare che aveva chiesto l’estensione della custodia cautelare
per altri nove giorni e illustrato le «contraddizioni nella
testimonianza del sospetto che impongono di indagare ulteriormente». Il
procuratore ha affermato che «è chiaro che il colpo è stato sparato dal
(soldato) sospetto nella direzione del terrorista che giaceva sul terra e
che era già stato colpito da un altro militare dopo l’attacco all’arma
bianca, anche se era ancora vivo. Il sospetto ha sparato senza alcuna
necessità operativa e non sembrava in pericolo». La difesa da parte sua
ha ribadito che il soldato arrestato avrebbe sparato nel timore che il
palestinese potesse azionare una cintura esplosiva, che però non c’era.
Il giudice è apparso ben disposto verso la ricostruzione dell’accaduto
fatta dagli avvocati del soldato e ha concesso solo altri due giorni di
arresti cautelari.
In quel momento davanti alla corte diverse
centinaia di israeliani manifestavano a sostegno del militare, inclusi
alcuni esponenti politici e membri della Knesset decisi ad ottenere la
sua scarcerazione immediata. Tra questi l’ex ministro degli esteri ed
esponente ultranazionalista Avigdor Lieberman, capo del partito
anti-arabo Israel Beitenu, che ieri ha incontrato a Gerusalemme il
leader della Lega Matteo Salvini. I due hanno trovato posizioni comuni
su migranti, sicurezza, ruolo dell’Europa e terrorismo. E’ improbabile
che durante i colloqui i due abbiamo discusso del caso del soldato che
ha ammazzato in modo sommario il palestinese di Hebron. La vicenda
interessa invece al senatore del Vermont, Patrick Leahy, e a 10 membri
della Camera dei Rappresentanti Usa che hanno firmato una lettera in cui
denunciano che le forze di sicurezza israeliane hanno eseguito
“sospette esecuzioni extragiudiziali” di palestinesi negli ultimi mesi.
Un’accusa alla quale ha risposto lo stesso premier Netanyahu negando che
soldati e poliziotti israeliani abbiamo ucciso sommariamente aggressori
palestinesi. «L’Esercito e la polizia si difendono e difendono
cittadini innocenti applicando i più alti standard morali contro
terroristi assetati di sangue che vogliono ucciderli», ha scritto nella
sua replica.
Ieri nei Territori occupati e in Galilea migliaia di
palestinesi hanno manifestato nel 40esimo anniversario del “Giorno della
Terra”. Il 30 marzo del 1976 sei palestinesi con cittadinanza
israeliana furono uccisi dalla polizia in alcuni villaggi della Galilea
durante le proteste popolari contro la confisca di terre arabe. Il
“Giorno della Terra” in questi ultimi anni è stato l’occasione per
protestare contro le discriminazioni che subiscono i palestinesi in
Israele e contro l’occupazione dei Territori. Manifestazioni ieri si
sono svolte a Gaza, in varie località della Cisgiordania e a Umm al
Hiran, un villaggio beduino nel Neghev soggetto a sistematiche
demolizioni da parte delle autorità israeliane.
"Bisogna passare a un sistema misto": dopo le pensioni, manca poco allo smantellamento definitivo della sanità pubblica universale
Qui il passaggio retorico sui "ricchi che devono contribuire di più" è solo uno specchietto per le allodole [SGA].
“Bisogna passare a un sistema misto. E i ricchi devono contribuire di più”
L’esperto economista: “Assistenza gratuita solo a chi è davvero indigente”
di Francesco Spini La Stampa 31.3.16
La
Sanità come le pensioni? In un Paese sempre più vecchio e che cresce
poco, un ripensamento del Servizio sanitario nazionale «sarebbe
opportuno», dice Federico Spandonaro, docente di Economia sanitaria
all’Università di Roma Tor Vergata. Che avverte: «Bisogna fare molta
attenzione: anche nel passaggio al sistema contributivo le pensioni Inps
si sono ridotte, ma i sistemi complementari, in un momento di scarsa
crescita finanziaria, non hanno fatto faville...».
Come si può intervenire nella sanità?
«La
cosa più equa sarebbe avere una redistribuzione della spesa sanitaria
tra pubblico e privato. Dal punto di vista del cittadino è meglio
pagarsi le 10-20 euro della scatola dell’antibiotico che serve a curare
una bronchite (tanto più che circa il 28% della spesa sanitaria
farmaceutica è per scatole che costano meno di 5 euro) ma avere dal
sistema sanitario i 30 mila euro del farmaco quando si ha un problema
serio. Questo però si scontra con un problema tipicamente italiano».
Quale?
«Tutto
questo funziona bene se si ha un sistema fiscale che funziona
altrettanto bene. Chi è davvero indigente dovrebbe avere tutte le
prestazioni assicurate dal pubblico, gli altri potrebbero pagarsi una
parte delle terapie. Il problema che non sempre si capisce dove sta la
vera indigenza. In questo momento in Italia abbiamo esenzioni che sono
ridicole da un punto di vista sociale: una persona dal reddito
medio-alto se è iperteso ha diritto ad avere gratuitamente il
beta-bloccante, che costa meno di 20 euro al mese. Mi chiedo: ha ancora
senso assicurare con fondi pubblici cose del genere?».
L’ultimo
rapporto dell’Aifa segnala che l’anno scorso abbiamo «sforato» il budget
per la spesa farmaceutica per 1,7 miliardi. Come se ne esce?
«Ci
sono due strade, ma sono poco praticabili. Se il nostro Pil crescesse di
almeno il 2% l’anno i fondi ci sarebbero. Inoltre, ci sarebbe spazio
per abbassare i prezzi dei farmaci più innovativi. La sensazione è che i
prezzi non siano più giustificati dai costi della ricerca quanto da
aspetti legati alla finanza: avere un farmaco ad alto costo contribuisce
al valore dei titoli delle società farmaceutiche in Borsa. Non si può
dimostrare, ma il sospetto c’è nel caso di farmaci come quelli per
l’Epatite C. Come si vede, l’unico sistema è rimodulare la spesa tra
pubblico e privato».
Ci sono modelli in altri Paesi a cui possiamo ispirarci per ridisegnare la sanità risparmiando?
«Direi
di no, noi spendiamo un 30% in meno dei 14 principali Paesi Ue dove ci
sono sistemi mutualistici. Là si spende di più, non per via di sprechi
ma perché vengono erogati servizi superiori ai nostri».
Noi invece spendiamo meno e abbiamo sempre di meno?
«Se
si guardano le statistiche Eurostat sui cittadini che dichiarano di
avere problemi di salute di lunga durata, dieci anni fa l’Italia stava
messa molto meglio del resto d’Europa. Ora - nonostante siamo favoriti
dalla dieta e dal clima - ci stiamo allineando ai Paesi del Nord».
Riterrebbe utile importare il sistema americano in Italia?
«Spero
che non accada: la quota pubblica è talmente bassa che le disparità
sono enormi. La suddivisione tra risorse pubbliche e private è del 50%.
Non pensiamo però che in Italia la spesa sia completamente statale.
Siamo al 70% di pubblico e al 30% di privato».
Che cosa non funziona, allora?
«Il
punto è che in Italia, oggi, la spesa privata serve più che altro a
saltare le liste d’attesa e coprire altre inefficienze. Servirebbe un
sistema con una spesa meglio ridistribuita. Se chi ha maggiori
disponibilità economiche avesse una sanità integrativa con strutture
dedicate in cui lo Stato partecipasse solo in parte, questo sgraverebbe
le liste d’attesa negli ospedali pubblici e creerebbe davvero un sistema
complementare. La spesa prima ancora che cambiata, va riqualificata».
La Sanità pubblica, la bomba che ticchetta inesorabile
di Luigi La Spina La Stampa 31.3.16
C’è una bomba sociale nel futuro degli italiani. Non è eventuale, come quella del terrorismo, perché lo scoppio è, purtroppo, inevitabile. Non è percepita nella sua gravità, come quella dell’immigrazione, esasperata per motivi elettorali da una politica che, invece, preferisce ignorarla. Ma è quella che rischia di sconvolgere di più l’esistenza di tanti nostri cittadini e delle loro famiglie: l’impossibilità, per i prossimi decenni, di assicurare a tutti la Sanità pubblica.
In tutto il mondo, il giudizio sull’assistenza che il nostro Stato fornisce a chi si ammala è molto positivo. È vero, infatti, che la riforma del 1978, quella che istituì il Servizio sanitario nazionale, è tuttora un modello invidiato da molte nazioni, ma, con il passare del tempo, il rispetto del dettato costituzionale che prescrive il diritto alle cure per tutti i cittadini è rimasto sulla carta. In concreto, già oggi è ormai largamente disatteso. In futuro, sarà una garanzia inattuabile.
I motivi sono molteplici, ma, tutti insieme, costringeranno a prendere atto dell’insostenibilità di un sistema di welfare sanitario che si fondava su una situazione demografica, economica, sociale molto diversa dall’attuale.
I numeri non sono opinioni e le previsioni della demografia sono più attendibili di quelle meteorologiche. Alla fine degli Anni 70 del secolo scorso, una grande moltitudine di giovani, nati nell’epoca del baby-boom, con il loro lavoro prevalentemente a tempo indeterminato e, quindi, con i loro contributi, poteva assicurare a un numero abbastanza ridotto di nonni e di genitori un futuro garantito da pensioni e cure sanitarie. Quel futuro, purtroppo, non era molto lungo, perché le aspettative di vita erano minori, i progressi della medicina non così promettenti, le condizioni economiche peggiori. Ora le prospettive sono totalmente differenti: pochi giovani, in larga parte con occupazioni precarie, chiamiamole pure «flessibili» per pudore linguistico, dovranno mantenere generazioni numerosissime, longeve, per fortuna, ma costrette a lamentare quei tanti acciacchi che l’età comunque non risparmia. È dunque inevitabile che i costi dell’attuale sistema sanitario siano destinati a un fragoroso e doloroso scoppio.
Non sono solo demografi ed economisti, però, ad accendere le micce a questa bomba. Due sciagurate decisioni, a cavallo del secolo, hanno peggiorato ulteriormente la situazione. Dal 1999, una serie di sentenze hanno fatto nascere in Italia un tale contenzioso giudiziario nel settore delle sanità da provocare la nascita della cosiddetta «medicina difensiva». Sono circa 300 mila, infatti, le cause pendenti nei confronti dei medici, per un costo stimato di 10-14 miliardi di euro, cioè quasi il 10% del fondo sanitario nazionale. L’ovvio risultato è quello di un aggravio sensibile sia sul sistema giudiziario italiano, considerato, poi, che il 97 % dei procedimenti si conclude con un proscioglimento, sia sui costi di quello sanitario, perché non c’è argine alla valanga di cure, medicine, esami diagnostici non necessari, ma utili per evitare denunce che nascono dalla falsa convinzione, ormai diffusa, che il «diritto alla cura» equivalga al «diritto alla guarigione».
Su questo fronte, bisogna dare atto che è stata approvata dalla Camera, e lo sarà pure dal Senato entro l’estate, una legge che modifica la normativa, in modo da assicurare ai malati una doverosa tutela e un doveroso risarcimento negli effettivi casi di «malasanità», ma che riduce i rischi di speculazione, le cosiddette «liti temerarie». Come, d’altra parte, si è riconosciuta la pericolosità di restrizioni burocratiche, dettate puramente da esigenze finanziarie, al libero giudizio dei medici sulle necessità dei loro pazienti.
L’altra decisione, questa volta di natura politica, che ha reso di fatto inevaso il dettato costituzionale sul diritto dei cittadini alle cure è la pessima riforma federalista del 2004, quella che ha prodotto 21 modelli diversi di sistema sanitario sul territorio nazionale. Si è prodotto un infernale circolo vizioso fondato sulla mancata eguaglianza degli italiani di fronte alla malattia. Le regioni con una sanità di migliore livello attirano pazienti che arrivano dai territori più penalizzati. Con il risultato, non solo di maggiori disagi e costi per i malati «migranti», ma di impoverire sempre di più le regioni di provenienza, costrette a pagare rimborsi cospicui a quelle che hanno provveduto, in vece loro, alle cure dei loro corregionali. Così le casse sanitarie più gonfie diventano sempre più ridenti, quelle più misere, sempre più piangenti.
Anche su questo federalismo «malato», per restare in tema, si sta cercando di porre qualche rimedio, perché la riforma costituzionale che dovrà essere sottoposta a un prossimo referendum riduce le competenze delle Regioni nella sanità ai soli aspetti organizzativi e di programmazione, riservando al governo centrale il compito di stabilire gli indirizzi generali. Così come la legge di stabilità dovrebbe garantire minori influenze politiche nella scelta dei direttori generali e dovrebbe porre un freno a quella scandalosa «gonfiatura» del personale amministrativo dovuta agli interessi clientelari ed elettorali dei partiti.
Provvedimenti, per carità, opportuni e che potranno essere utili a tamponare una situazione che si avvia al collasso e soprattutto che costringe molti italiani a rivolgersi o all’assistenza privata, per chi se lo può permettere, o a rinunciare, in molti casi, alle cure anche più necessarie. Le lunghe, insopportabili, vergognose attese per una visita o per un intervento nei nostri ospedali pubblici sono la dimostrazione, più evidente e più clamorosa, che il modello della nostra sanità, concepito nel 1978, è ormai scaduto.
Sanità pubblica, i conti non tengono Mancano dieci miliardi di euro
Negli ospedali il 50% dei macchinari è obsoleto. E spendiamo 1 miliardo in farmaci griffati di Paolo Russo La Stampa 31.3.16
I nuovi macchinari per la radioterapia che riescono a colpire con precisione chirurgica le cellule tumorali al punto da poter fare a meno del bisturi costano dai 2 ai 6 milioni di euro. Restano un miraggio per gli ospedali d’Italia, dove la metà dei macchinari è obsoleta. Da Oltreoceano stanno sbarcando le super-pillole contro Aids, tumori, Alzheimer e altri gravi malattie. Il costo medio è di 100 mila euro a ciclo terapeutico. Troppi per poterli garantire a tutti quelli che ne hanno bisogno. E poi c’è una popolazione che invecchia ma mica tanto bene se, come afferma la relazione sullo stato sanitario del Paese, gli anni di disabilità che ci attendono sono ben 16. Ed anche questi sono costi.
Dopo aver fatto i conti con l’emergenza pensioni, per l’Italia sembra giunto il momento di mettere mano alla questione sanità.
«La selezione è già in atto non solo per i farmaci ma anche nella chirurgia. Nell’efficiente Lombardia abbiamo liste d’attesa di nove mesi perché non ci sono soldi né per i dispositivi chirurgici, né per pagare gli anestesisti» dice Francesco Longo, economista sanitario della Bocconi, che di vie di uscita ne vede una sola: «Portare il livello di finanziamento al livello dei Paesi europei con i quali dovremmo confrontarci». Come la Germania, dove la spesa sanitaria pubblica è di 2500 euro a cittadino contro i nostri 1800. Di miliardi in più, secondo l’economista, ne occorrerebbero 10.
Di sicuro con una sanità integrativa ferma al palo e un sistema di ticket che esenta oltre la metà della popolazione i 111 miliardi di oggi sembrano non bastare più. Se n’è accorta la Corte dei Conti, che vede nel 2015 un rosso da un miliardo nei conti della sanità, dopo anni di tenuta a suon di addizionali Irpef regionali. E vede rosso anche l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco che indica in un miliardo e 700 milioni lo sforamento della spesa farmaceutica ospedaliera, quella dove finiscono i medicinali più innovativi e costosi. E se il piatto piange oggi figuriamoci domani quando i super-farmaci saranno molti di più. Bisognerebbe risparmiare sui medicinali più datati, quelli con il brevetto scaduto venduti come generici. Ma sarà la potenza del marketing farmaceutico o la diffidenza degli italiani, da noi il farmaco griffato la fa ancora da padrone. Tant’è che in un anno abbiamo speso di tasca nostra quasi un miliardo di euro per pagare la differenza di prezzo tra il generico e la pillola «di marca», pur di restare fedeli a quest’ultima.
Contraddizioni che ritroviamo anche nel pianeta ospedali, dove si preferiscono spendere soldi per centinaia di reparti con più medici che pazienti, come dimostrano i rapporti dell’Agenas (l’Agenzia per i servizi sanitari regionali), piuttosto che acquistare tecnologia. Le apparecchiature diagnostiche obsolete sono 6400, con il 72% dei mammografi e il 76% dei sistemi radiografici datati più di 10 anni, racconta un recente rapporto di Assobiomedica. Del resto basta vedere la storia dei «chirurghi robot». Sbandierati come la nuova frontiera della chirurgia e capaci di abbattere la percentuale di errore, restano fuori dalla sale operatorie, se non per interventi a pagamento, visto che le tariffe di rimborso agli ospedali non tengono conto dei 9mila euro in media di costo aggiuntivo.
E non è che nel territorio le cose vadano meglio. Secondo la Bocconi dei 2 milioni e mezzo di disabili, l’80% si arrangia da sé in assenza di assistenza domiciliare.
Scricchiolii sinistri di un pezzo del nostro welfare che continuiamo a chiamare universalistico ma che è già diventato selettivo. A discapito dei più deboli.
Negli ospedali il 50% dei macchinari è obsoleto. E spendiamo 1 miliardo in farmaci griffati di Paolo Russo La Stampa 31.3.16
I nuovi macchinari per la radioterapia che riescono a colpire con precisione chirurgica le cellule tumorali al punto da poter fare a meno del bisturi costano dai 2 ai 6 milioni di euro. Restano un miraggio per gli ospedali d’Italia, dove la metà dei macchinari è obsoleta. Da Oltreoceano stanno sbarcando le super-pillole contro Aids, tumori, Alzheimer e altri gravi malattie. Il costo medio è di 100 mila euro a ciclo terapeutico. Troppi per poterli garantire a tutti quelli che ne hanno bisogno. E poi c’è una popolazione che invecchia ma mica tanto bene se, come afferma la relazione sullo stato sanitario del Paese, gli anni di disabilità che ci attendono sono ben 16. Ed anche questi sono costi.
Dopo aver fatto i conti con l’emergenza pensioni, per l’Italia sembra giunto il momento di mettere mano alla questione sanità.
«La selezione è già in atto non solo per i farmaci ma anche nella chirurgia. Nell’efficiente Lombardia abbiamo liste d’attesa di nove mesi perché non ci sono soldi né per i dispositivi chirurgici, né per pagare gli anestesisti» dice Francesco Longo, economista sanitario della Bocconi, che di vie di uscita ne vede una sola: «Portare il livello di finanziamento al livello dei Paesi europei con i quali dovremmo confrontarci». Come la Germania, dove la spesa sanitaria pubblica è di 2500 euro a cittadino contro i nostri 1800. Di miliardi in più, secondo l’economista, ne occorrerebbero 10.
Di sicuro con una sanità integrativa ferma al palo e un sistema di ticket che esenta oltre la metà della popolazione i 111 miliardi di oggi sembrano non bastare più. Se n’è accorta la Corte dei Conti, che vede nel 2015 un rosso da un miliardo nei conti della sanità, dopo anni di tenuta a suon di addizionali Irpef regionali. E vede rosso anche l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco che indica in un miliardo e 700 milioni lo sforamento della spesa farmaceutica ospedaliera, quella dove finiscono i medicinali più innovativi e costosi. E se il piatto piange oggi figuriamoci domani quando i super-farmaci saranno molti di più. Bisognerebbe risparmiare sui medicinali più datati, quelli con il brevetto scaduto venduti come generici. Ma sarà la potenza del marketing farmaceutico o la diffidenza degli italiani, da noi il farmaco griffato la fa ancora da padrone. Tant’è che in un anno abbiamo speso di tasca nostra quasi un miliardo di euro per pagare la differenza di prezzo tra il generico e la pillola «di marca», pur di restare fedeli a quest’ultima.
Contraddizioni che ritroviamo anche nel pianeta ospedali, dove si preferiscono spendere soldi per centinaia di reparti con più medici che pazienti, come dimostrano i rapporti dell’Agenas (l’Agenzia per i servizi sanitari regionali), piuttosto che acquistare tecnologia. Le apparecchiature diagnostiche obsolete sono 6400, con il 72% dei mammografi e il 76% dei sistemi radiografici datati più di 10 anni, racconta un recente rapporto di Assobiomedica. Del resto basta vedere la storia dei «chirurghi robot». Sbandierati come la nuova frontiera della chirurgia e capaci di abbattere la percentuale di errore, restano fuori dalla sale operatorie, se non per interventi a pagamento, visto che le tariffe di rimborso agli ospedali non tengono conto dei 9mila euro in media di costo aggiuntivo.
E non è che nel territorio le cose vadano meglio. Secondo la Bocconi dei 2 milioni e mezzo di disabili, l’80% si arrangia da sé in assenza di assistenza domiciliare.
Scricchiolii sinistri di un pezzo del nostro welfare che continuiamo a chiamare universalistico ma che è già diventato selettivo. A discapito dei più deboli.
Spezzaferro non riesce a ricollocarsi mentalmente e trama ancora a tempo scaduto
L’ex premier prova a convincere i bersaniani a mollare Speranza
di Francesco Bei La Stampa 31.3.16
«Marino
è un mio collaboratore che si è preso la libertà di candidarsi alla
segreteria del Pd, naturalmente io l’ho sconsigliato perché non mi pare
abbia la preparazione professionale per affrontare questa sfida».
Correva l’anno 2009 e a «sconsigliare» pubblicamente a Marino la corsa a
segretario contro Bersani e Franceschini era Massimo D’Alema, che aveva
preso il chirurgo sotto la sua ala protettiva alla Fondazione
Italianieuropei. Molta acqua è passata sotto i ponti e sei anni dopo
quella constatazione d’incompetenza «professionale», D’Alema sembra ci
abbia ripensato. Tanto da aver offerto proprio a Marino la chance di
vendicarsi contro Renzi presentandosi come il campione della minoranza
dem al prossimo congresso. Ma andiamo con ordine.
Il colloquio tra
l’ex presidente del Consiglio e l’ex sindaco di Roma risalirebbe a
prima di Pasqua, dopo la rinuncia ufficiale a candidarsi di Massimo Bray
(anche lui della scuola Italianieuropei), prima scelta di D’Alema. La
proposta sarebbe stata articolata in due tappe. La prima prevede,
appunto, la discesa in campo di Marino a Roma contro Roberto Giachetti.
Per drenare voti dal bacino di centrosinistra e provare a superare il
candidato renziano. Un sogno? I sondaggi in questi ultimissimi giorni
danno Giachetti in leggero sorpasso rispetto alla grillina Raggi, ma
Marino ha appena iniziato il suo bombardamento contro la casa madre. Ed è
convinto di potersela giocare davvero. O quantomeno di poter fare molto
male al Pd. «Del governo Renzi io penso tutto il male possibile - ha
dichiarato ieri - perché quelli che come me hanno votato nel 2013
volevano un governo di centrosinistra. Non volevano cacciare Veltroni o
D’Alema per avere Verdini». Un riferimento non casuale, quello alla
rottamazione dei due padri nobili del Pd, che suona come un messaggio
chiaro ai nostalgici del vecchio partito e dell’Ulivo.
I fuochi
d’artificio di ieri sarebbero insomma soltanto l’antipasto di una
campagna di duro martellamento contro il suo ex partito, reo di avergli
voltato le spalle a tradimento. I renziani lo temono, prova ne sia il
tentativo di silenziare le accuse formulate ieri davanti alla stampa
estera e poi in diverse ospitate nei salotti tv. Se lo scopo di Marino è
quello di arrivare al ballottaggio a Roma, D’Alema pensa ancora più in
grande. E si arriva così al secondo stadio del missile puntato contro
Renzi.
L’idea del leader Maximo (legatissimo all’ex sindaco anche
per un aiuto medico importante ricevuto a favore di un familiare)
sarebbe infatti quella di sfruttare il bottino elettorale di Marino a
Roma come trampolino di lancio per una sua candidatura nazionale al
Congresso del Pd. Per farne insomma lo sfidante ufficiale al
segretario-premier nel dicembre del prossimo anno.
Il presidente
di Italianieuropei ritiene infatti quella di Roberto Speranza una
candidatura troppo debole. E avrebbe provato a convincere anche
Pierluigi Bersani a convergere con le sue truppe sul chirurgo genovese.
Lo spauracchio che agita per indurre la minoranza a mollare Speranza è
quello di Michele Emiliano. Il carismatico governatore della Puglia che
appare lanciatissimo, deciso a sfruttare la campagna per il referendum
contro le trivelle per puntellare la sua corsa alla segreteria
nazionale. E se le primarie fossero una sfida a tre - Renzi, Speranza,
Emiliano - a fare la fine del vaso di coccio potrebbe essere proprio il
giovane ex capogruppo. I bersaniani tuttavia non hanno abboccato.
«D’Alema la volta scorsa ci ha imposto Cuperlo – ragiona uno di loro – e
ci ha mandato a sbattere contro un muro. Nessuno di noi è disposto a
fare il kamikaze per lui».
Anche Marino, del resto, non ha ancora
sciolto la sua riserva riguardo a Roma. La moglie dell’ex sindaco è
contrarissima a una sua discesa in campo. L’ex sindaco attende poi,
prima di decidere, una presa di posizione pubblica del Pontefice. Che
gli avrebbe promesso di chiarire una volta per tutte l’incidente di
Filadelfia e quel glaciale «non l’ho invitato io» che simbolicamente fu
l’inizio della fine per il marziano di Roma.
Il delirio diventa alter-europeista
I Lumi perduti dell’Islam
Boualem Sansal. Un’intervista con lo scrittore algerino, in Italia per presentare il nuovo romanzo «2084» (Neri Pozza), accusato «di islamofobia»
Guido Caldiron Manifesto 31.3.2016, 0:30
«Siamo in guerra e dobbiamo comportarci di conseguenza». Dopo le stragi di Bruxelles, la reazione a caldo di Boualem Sansal non lascia spazio a dubbi quando invoca una risposta adeguata alla minaccia del terrorismo jihadista. I mezzi sono ovviamente culturali, ma poi aggiunge che occorre anche una «risposta militare». Lo scrittore algerino che dagli anni Novanta ha contrastato nel suo paese sia l’ascesa dell’islamismo armato che la deriva autoritaria del regime di Bouteflika, è stato allontanato dal ministero dell’Industria a causa delle sue prese di posizione critiche contro il regime algerino, ha messo del resto da tempo al centro del suo lavoro proprio la denuncia del fondamentalismo islamico, arrivando appunto a prospettare una risposta militare. Del suo percorso sono testimoni i romanzi.
Dopo Les serment des barbares (2008) e Il villaggio del tedesco (Einaudi), Sansal ha immaginato con 2084 (Neri Pozza, pp. 254, euro 17), romanzo che gli è valso il gran premio dell’Académie française e la nomination per il Nobel per la letteratura nel 2014, che una gran parte del mondo, ribattezzata come Abistan, al termine di una feroce guerra santa, di cui nessuno conserva però più memoria diretta, sia stata sottomessa da un regime autoritario islamista la cui vita quotidiana è scandita da pellegrinaggi senza fine e da punizioni pubbliche. Un romanzo che sembra interrogarsi anche sulla drammatica attualità rappresentata dall’emergere del sedicente Stato Islamico.
Il suo romanzo sembra iscriversi, fin dal titolo, nella stessa prospettiva distopica inaugurata da George Orwell con «1984»: il riferimento ai regimi autoritari del Novecento può perciò aiutarci a comprendere appieno la minaccia jihadista di oggi?
Forte della lezione della sua epoca storica, Orwell osservava come fossimo tutti destinati a vivere prima o poi all’interno di regimi totalitari. Così, con il suo celebre romanzo ha cercato di decodificare le strutture portanti di una organizzazione totalitaria della società: il ruolo e il profilo del «capo», il controllo esercitato sulla Storia, la lingua e via dicendo. Da quando ho letto la prima volta 1984, negli anni Settanta, mi sono chiesto quali punti di contatto avesse quanto vi era descritto con la realtà che stava crescendo intorno a me.
In Algeria, avevo dapprima assistito all’instaurarsi di un sistema poliziesco e militare e quindi all’emergere di un sistema altrettanto minaccioso ma di natura religiosa. Perciò, ho cominciato a interrogarmi sulla possibilità che gli elementi su cui si era concentrato Orwell, potessero essere validi anche per il totalitarismo di matrice religiosa che stava emergendo nel mio paese. Questo perché solo se si capisce il contesto in cui siamo precipitati possiamo trovare il modo di reagire e intraprendere il cammino verso la libertà.
Ne «Il villaggio del tedesco», nel quale provocatoriamente suggerisce un parallelo tra l’islamismo e il nazismo, lei racconta dell’ascesa di un nuovo fenomeno politico-religioso nelle periferie delle metropoli europee, come accaduto a Bruxelles. Di cosa si tratta?
Sì, per documentarmi sul contesto nel quale era cresciuto il personaggio di Malrich, figlio di un criminale di guerra nazista rifugiatosi in Algeria dopo il 1945, vale a dire la periferia di Parigi, ho fatto una sorta di viaggio in quei luoghi. Mi sono recato sul posto e ho incontrato gli abitanti, i genitori e gli amici di questi ragazzi reclutati dai predicatori islamisti nelle moschee più radicali. Nelle banlieue, il fatto che molti non musulmani abbiano scelto progressivamente di trasferirsi altrove ha finito per alimentare la deriva comunitarista e il senso di isolamento che si vive tra le famiglie di origine immigrata.
In questo contesto, l’influenza degli islamisti, che hanno poco per volta rimpiazzato il tradizionale islam pacifico e solidale dei quartieri dell’immigrazione con una sorta di bizzarro bricolage, nervoso, aggressivo, diffuso da degli «imam fai da te», ignoranti e capaci solo di ripetere in continuazione «Allah Akbar», non ha fatto che crescere, fino alla drammatica situazione in cui ci troviamo ora. In molti di questi quartieri l’intera comunità si trova ostaggio di un islam grottesco, di facciata, che si mostra attraverso quella sorta di divisa rappresentata dalla barba lunga per gli uomini e dalla gandura e il velo per le donne. Simboli che intendono incutere paura e rispetto con l’obiettivo di attirare i piccoli «duri» del quartiere, per trasformarli, come accaduto per esempio a Parigi e Bruxelles, in terroristi.
Nel mondo descritto in «2084» il tempo sembra essersi fermato. Quasi un’evocazione del clima che ha regnato a lungo, e continua a regnare anche oggi malgrado le primavere di rivolta degli scorsi anni, in buona parte dei paesi arabi, apparentemente immersi in un eterno presente senza prospettiva che ha finito per alimentare la crescita dell’islamismo. È così?
In molti paesi del mondo arabo e musulmano gli orologi si sono fermati ormai da tanto tempo. E in ogni caso si tratta di un mondo che non funziona con gli stessi tempi, per esempio, dell’Europa. La scena è dominata da un immobilismo politico in grado di sopravvivere anche a scosse significative ma che non riescono mai a condurre a cambiamenti definitivi. Non a caso, i figli dell’élite al potere, come in Algeria, vivono lontani, spesso negli Stati Uniti ed in Canada, e quando rientrano in patria per prendere il posto dei loro genitori alla testa di questo o quell’apparato del regime, esprimono una mentalità paternalistica nei confronti dei loro connazionali considerati alla stregua di bambini che non potranno mai davvero crescere e assumersi delle responsabilità. Del resto, se ciò avvenisse, questi caid perderebbero tutti i loro privilegi. Così, almeno all’inizio, in molti casi si è preferito aprire agli islamisti perché continuassero a tenere buona la società procedendo, come accaduto proprio nel mio paese, verso una sua revisione per così dire in chiave religiosa. Dopodiché, «i barbuti» hanno cercato di prendersi l’intero potere.
Le sue posizioni sono state talvolta tacciate di islamofobia e c’è chi l’ha paragonata a Michel Houellebecq, l’autore di «Sottomissione». Cosa risponde?
Non sono islamofobo. Soltanto rifiuto ogni ideologia autoritaria, religiosa o laica che sia. Certo combatto e continuerò a combattere con tutte le mie forze gli islamisti radicali. Forse manca semplicemente un termine per descrivere ciò che provo e che scrivo: dovremmo coniare un neologismo come «islamistafobo» ma non ha un bel suono. In ogni caso, libertà significa anche poter dire che non si ama l’islam wahhabita dell’Arabia Saudita o l’islam tout court, senza per questo odiare nessuno. Le persone hanno il diritto di criticare ogni cosa, religioni comprese e soprattutto tutte le religioni se lo ritengono opportuno. Quanto a Houellebecq non saprei che dire. Con il suo romanzo si è occupato di questi temi ma ora è già passato ad altro. Per me è diverso: questa è la mia principale fonte d’ispirazione.
Ho cominciato a scrivere in un paese in guerra per colpa degli islamisti, dell’islamismo politico radicale. Sono cresciuto dentro questo conflitto. La comunicazione degli jihadisti ha puntato molto sul senso di colpa dell’Occidente, ma si deve fare molta attenzione a non finire per considerare gli aguzzini alla stregua delle vittime. Il vero problema è però rappresentato dal fatto che l’Occidente non oppone più alcuna idea e alcun valore alla minaccia jihadista, se non quella incarnata dall’ideologia del mercato e del denaro. Se non si tornano a difendere con forza i valori della libertà individuale e della democrazia, questa guerra è già persa in partenza.
Università: ottimismo decisamente mal riposto

Dall'articolo sembrerebbe l'alba della rivoluzione. La realtà - e scrivo da una Università che ha un tasso di astensione superiore alla media - è assai diversa e assai più miserabile [SGA].
L’inattesa vittoria dei docenti disobbedienti all’Anvur. Per ora
L’agenzia nazionale della valutazione universitaria della ricerca (Anvur) costretta a riaprire i termini della valutazione degli atenei a causa della clamorosa protesta dei docenti. Un granello di sabbia sembra avere interrotto la macchina schiacciasassi della meritocrazia all’italiana. Ora la palla passa ai “disobbedienti”: continueranno la protesta o aderiranno al 100 per cento alle richieste della burocrazia e dei rettori?
Roberto Ciccarelli Manifesto 31.3.2016, 8:52
La resistenza del 27% dei docenti dell’università di Pisa e del 30 per cento di quelli di Lecce ha costretto l’Agenzia Nazionale per la valutazione della ricerca universitaria (Anvur) a riaprire inaspettatamente le contestate procedure della “valutazione della qualità della ricerca” (Vqr) chiuse il 15 marzo scorso.
Dal 4 al 15 aprile sarà nuovamente possibile “caricare” i materiali mancanti nel sistema informatico. La protesta dei docenti è arrivata alla seconda vittoria, dopo la miniproroga concessa ai rettori della Crui preoccupati per la clamorosa protesta dei docenti e dei ricercatori contro i tagli e un sistema di valutazione che ne aggrava le conseguenze sociali e territoriali. Una prova lampante che un granello di sabbia ha ingolfato la macchina schiacciasassi che sta sconvolgendo l’università italiana. Per il momento.
I manager della moderna burocrazia della valutazione universitaria si erano mostrati sicuri alla chiusura delle procedure e non preoccupati delle conseguenze di una protesta che non ha ricevuto gli onori della cronaca se non su alcuni quotidiani, tra cui Il manifesto, su testate locali e in trasmissioni televisive andate in onda dopo la fine della protesta.
“Il sistema universitario è sano e ha dimostrato di accettare la valutazione, concetto universalmente riconosciuto” aveva detto il presidente dell’Anvur Sergio Fantoni. “Sono contento che gli atenei abbiano scelto di non farsi del male – ha aggiunto il vicepresidente Andrea Graziosi. Sono favorevole alla battaglia sugli scatti d’anzianità [una delle richieste della piattaforma della protesta, ndr.], una semplice ingiustizia subita dai docenti universitari italiani, ma congelare la Vqr non è un’arma, è autolesionismo”.
I valutatori sottolineano il ruolo dei rettori di “alcune università”.Oltre a quelli di Pisa e Lecce ci sono quelli dell’università Napoli Parthenope dove la protesta ha bloccato il consenso Anvur al 73,7%. Reggio Calabria (82,7%), Catania (85,8%), L’Aquila (86,3%), Urbino, Roma Sapienza (86,4%), Brescia (87,1%), Basilicata (87,8%), Pavia (87,9%), Roma Tre (88%), Sannio (89,1%), Genova (89,1%), Siena (89,4%), Cagliari (89,9%), Salerno (90,3%), Messina (90,5%). Poco sotto Milano Bocconi (91%). Grazie al loro intervento, prosegue il comunicato “l’ANVUR consentirà agli atenei che vorranno farlo di conferire i prodotti ancora mancanti da lunedì 4 aprile a venerdì 15 aprile 2016”.
La specificazione successiva è tutta un programma. Ci si rivolge, quasi scongiurandoli, ai docenti “disobbedienti” di “caricare” nell’apposito software le pubblicazioni – nella neo-lingua orwelliana dell’Anvur “prodotti della ricerca”: “Tale possibilità potrà essere utilizzata esclusivamente per il conferimento di nuovi prodotti per soggetti già accreditati, e non per modificare quelli già conferiti”.
In pratica è l’identikit dei docenti che hanno resistito ad ogni forma di pressione, anche quelle improprie, dei rettori e dei responsabili dei dipartimenti, a procedere alla consegna, pena la punizione dell’Anvur con relativo taglio dei fondi. In tempi di definanziamento radicale è uno scenario da far tremare i polsi a tutti. Già gli atenei fanno fatica a tenere accese le luci, vogliamo anche rinunciare a qualche spicciolo per finanziare una borsa di dottorato?
Questo è il dilemma in cui si dibatte una parte – non piccola – dell’università italiana.
La chiusura del comunicato dell’Anvur è significativa. I manager rispondono, indirettamente, a coloro – e sono fior di filosofi, ingegneri, studiosi di ogni disciplina in Italia e non solo – che hanno definito le loro metodologie come “punitive”. “Si ribadisce che la valutazione VQR ha unicamente l’obiettivo di valutare la qualità della ricerca delle Istituzioni e delle loro articolazioni interne, e non si prefigge in alcun modo di valutare i singoli addetti alla ricerca”.
Ora la palla ripassa nel campo dei “resistenti”.
Continueranno ad opporre il loro rifiuto contro un sistema che amplifica le conseguenze dei tagli voluti da Gelmini-Berlusconi e aggravate dalla decisione del governo Renzi di aumentare a dismisura il peso della quota premiale rispetto al fondo di finanziamento ordinario degli atenei? Oppure cederanno all’offerta dell’Anvur, senza peraltro avere ottenuto nulla rispetto alle critiche al suo sistema o alla questione degli scatti di anzianità?
Sono queste le alternative prima del disastro. Nei fatti, l’Anvur ha ceduto alla protesta dei pochi, e coraggiosi, docenti. La #stopvqr ha individuato il punto debole del sistema e ha dimostrato che non è attendibile: un ateneo rinomato nel mondo come Pisa è all’ultimo posto delle classifiche Anvur non per un disastro scientifico, ma per l’inattendibilità della meritocrazia all’italiana.
Tocca ora al movimento dei docenti, alle loro comunità accademiche, agli studenti e ai precari della ricerca in mobilitazione, decidere cosa fare.
mercoledì 30 marzo 2016
Il significato dell'esperienza fordista nel conflitto politico-sociale e nella costruzione della democrazia moderna nel XX secolo: il libro di Bruno Settis

Un libro che si annuncia come molto importante, in un mare di pubblicazioni ideologiche sull'argomento [SGA].
Risvolto
Il concetto di fordismo è venuto a designare di volta in volta un
apparato di norme e criteri per l’organizzazione scientifica del lavoro,
di tecniche per la produzione di massa, una cultura organizzativa della
grande fabbrica, un processo omogeneo di governo della società
industriale, fino a definire il compromesso sociale del secondo
dopoguerra. Partendo da Henry Ford e arrivando a Gramsci, attraverso
esperienze come quella italiana, francese e sovietica, il volume propone
una complessiva storia comparata del fordismo, o meglio delle diverse
idee e pratiche del fordismo che hanno permeato economia e politica
nella prima metà del Novecento.
Genesi del capitalismo, caccia alle streghe e espropriazione di genere: torna una tesi interessante ma esagerata
Risvolto
Pochi libri ci obbligano a ripensare un intero
periodo storico. "Calibano e la strega" è uno di questi. Ripercorrendo
da un punto di vista femminista tre secoli di storia - dalle lotte
contadine e i movimenti eretici del medioevo alla caccia alle streghe
del XVI e XVII secolo in Europa e nel 'Nuovo Mondo' il libro offre una
nuova visione sintetica dei fattori che hanno portante all'avvento del
capitalismo, evocando un mondo di eventi, politiche e soggetti sociali
assenti nella visione marxista della 'transizione' e ponendo allo stesso
tempo le basi per una nuova lettura dei contemporanei processi della
globalizzazione.
Vita digitale e forme di coscienza. Ogni occasione è buona per dire "biopotere"
Giuseppe Frazzetto: Epico Caotico. Videogiochi e altre mitologie tecnologiche, Fausto Lupetti editore
Risvolto
I media digitali hanno ormai modificato la
nostra consapevolezza della vita. Non si tratta soltanto del cambiamento
della percezione e dell'impiego del tempo, nelle innumerevoli ore
trascorse sbirciando i social network e incrementandone i contenuti o
nelle notti in cui al sonno si sostituiscono frag in qualche videogioco.
C'è qualcosa di più. Il mondo plasmato dai media digitali sembra
reincantarsi, sebbene sia pur sempre il mondo disincantato
dell'attenzione distratta e del luccichio di superficie: sempre più
chiaramente la "vita elettronica" si struttura in singolari forme di
mitizzazione e perfino in un'epica sui generis - l'epopea autoriferita
dell'attivista digitale, giocatore o presumer che sia. I saggi qui
raccolti analizzano alcuni modi di questa sorta di sfarfallio del Sé in
rapporto con i media, proponendo temi in apparenza eterogenei (il
rapporto fra i videogiochi e le narrazioni della complessità;
l'implicazione biopolitica della gamification; ('"inconscio tecnologico"
visualizzato dal cinema) e però connessi nel network dei network, a suo
modo 'epico' e 'caotico'.
L'ultima festa delle SS

Sacha Batthyany: Le bestie di Rechnitz, Rizzoli
Risvolto
La notte del 24 marzo 1945, la contessa Margit Batthyamy-Thyssen e il
marito, ricchi eredi di una tra le dinastie più in vista della Germania
nazista, danno una festa principesca per le SS del distaccamento locale
nel loro castello di Rechnitz, al confine tra Austria e Ungheria.
Intorno alla mezzanotte, la furia dei nazisti - e forse di tutti gli
ospiti - si abbatte su un gruppo di ebrei ungheresi rinchiusi vicino
alla proprietà in attesa di essere deportati. Vengono uccisi in
centottanta, dopo aver scavato lo propria fossa, mentre al castello il
ricevimento continua, si balla e ci si ubriaca. Ma uno dei peggiori
crimini nazisti della fine della Seconda guerra mondiale è per l'autore
una questione personale: la "padrona di casa dell'inferno" è Margit, una
zia di cui in famiglia non si parla mai. Era presente all'eccidio? Vi
ha partecipato? Che cosa è veramente accaduto quella notte? Per
rispondere a queste domande Sacha Batthyany, guidato dal diario della
nonna che a sua volta nasconde un segreto inconfessabile, intraprende un
viaggio alla ricerca della verità, dalla Svizzera in cui è cresciuto
all'Ungheria delle origini della sua famiglia, dall'Austria del
dopoguerra alla Siberia dei Gulag, fino a Buenos Aires, nel salotto di
una sopravvissuta di Auschwitz, dove scopre il segreto che cambierà lo
sua vita e il suo destino. "È il patto segreto di noi discendenti,
nipoti dei carnefici o delle vittime. Tutti noi andiamo a prenderci
qualcosa, un pezzo di esistenza."
Il Salvin Le Pen comunista padano ha subito sbracato

Non doveva guidare lui il Fronte Trasversale Anticapitalista contro il Nuovo Ordine Mondiale? [SGA].
Il leader leghista a Gerusalemme scarica CasaPound: “Nessun contatto con loro”
di Alessandra Longo Repubblica 30.3.16
GERUSALEMME.
Volo El Al LY386. Matteo Salvini è in viaggio verso Israele, la prima
volta in veste ufficiale. Grande eccitazione nella squadra che si porta
dietro, i due vicesegretari federali Giorgetti e Fontana, il capogruppo
della Lega in commissione Esteri Gianluca Pini. Una missione saltata nel
dicembre scorso e riproposta oggi. Perché Salvini ci tiene molto ad
Israele, al suo «modello di convivenza nel rispetto dell’ordine e della
legalità» e perché Israele dimostra di voler conoscere questo
quarantenne che parla il linguaggio dei falchi al governo. L’agenda
degli incontri l’ha preparata in un mese Pini che ha scelto incontri con
membri della Knesset dal curriculum solido in materia di intelligence,
sicurezza, strategia anti-terrorismo.
Salvini ha le loro biografie
ma in aereo legge Diabolik. Non indossa la felpa, ma una giacca nuova
cui è rimasta l’imbastitura sul fondo (lo nota un passeggero) e ironizza
sul suo inglese scarso: «Lo parlo come Renzi...». Il primo appuntamento
a Gerusalemme dura un’ora ed è musica per le orecchie leghiste. Tzachi
Hanegbi, da giovane un parà, è il presidente della commissione Esteri e
Difesa del Parlamento israeliano ma è stato ministro della Giustizia,
dell’Interno, supervisor delle politiche di intelligence a stretto
contatto con Mossad e Shin Bet. Salvini e i suoi si sentono a casa
quando dice che «Putin è un uomo geniale, che in Libia bisogna andare a
sporcarsi le mani subito anche via terra, che l’Europa sta perdendo
tempo con la sua politica antiterrore». Esulta Salvini. Dal canto suo,
Hanegbi ricambia: «Ringrazio la Lega Nord di essere qui».
Sintonia
umana e politica. L’attuale governo guidato da Netanyahu è in assoluto
il più a destra degli ultimi 40 anni e sopravvive con un solo voto di
maggioranza, appeso al contributo di partiti ultraortodossi. A Salvini
si guarda con interesse, il centrodestra è scoperto e «loro – dice il
leader della Lega – vogliono ampliare l’orizzonte». Naturalmente non
bisogna frequentare cattive compagnie e così, in Italia, è meglio
tenersi alla larga dai camerati di Casa Pound: «E’ da febbraio dell’anno
scorso che non abbiamo più contatti con loro», assicura Salvini, amico
di Israele. Al secondo incontro, con Ayoub Kara, deputato druso, la
musica di violino sale di tono. Kara è un altro che, visti gli
interlocutori, non si perde in convenevoli: «L’Europa ha commesso un
grave errore, che pagherà nei prossimi anni, ad accettare i rifugiati.
Se l’Unione Europea sostenesse Israele farebbe del bene a se stessa».
Seduti
a cerchio nell’ufficio di Kara, i leghisti atterrati a Gerusalemme,
sorridono soddisfatti. Pini, il più anglofono, commenta: «Noi siamo
assolutamente d’accordo su tutta la linea». Questione di pelle. Kara è
un sostenitore di Moshe Feiglin, detto «il profeta della furia», uno che
dice cose del tipo: «Non puoi insegnare a una scimmia a parlare e a un
arabo ad essere democratico».
Ma questo forse Salvini non lo sa.
Il suo nuovo ruolo di aspirante leader del centrodestra accreditato
all’estero lo entusiasma. Prossima tappa, annuncia, gli Stati Uniti e
forse un Giappone di mezzo. Ci sono passati tutti, i candidati statisti,
nel circuito dei viaggi ai raggi x, dove ti fanno gli esami del sangue
per capire che tipo sei e se possono contare su di te. Il druso Kara
affida a Salvini un messaggio: «L’Italia deve spingere l’Arabia Saudita
ad avvicinarsi ad Israele...». Funzione anti Iran, roba di alta
politica. E Salvini, ormai entrato nel ruolo, non si permette una
sbavatura. Ha una felpa contro la Fornero in valigia, non sa se la
metterà. La sera, cena offerta dall’ambasciatore in un ristorante.
Oggi
incontro con il custode di Terra Santa, Padre Pizzaballa e con il
Nunzio Apostolico, monsignor Lazzarotto, alto esponente della Santa
Sede, un’altra prima volta per Salvini.
Tradotta l'intervista su Cioran di Simone Boué
Risvolto
Quando s’incontrano, Cioran e Simone, in una mensa per studenti nel novembre 1942, lui è un borsista un peu âgé, che vivacchia parassitando l’università, mentre lei prepara l’agrégation per diventare insegnante. Non immaginano certo che da quel fortuito rendez-vous,
sarebbe nata una straordinaria storia d’amore, un sodalizio umano e
letterario lungo oltre mezzo secolo. Nella lunga intervista concessa a
Norbert Dodille, Simone Boué ripercorre come in un romanzo la sua vita
con Cioran, costellata d’incontri, avventurosi viaggi in bicicletta e
inossidabili amicizie. Dal folgorante esordio con il Sommario di decomposizione,
ai fiaschi umilianti d’uno scrittore ostinatamente disimpegnato, per
giungere, infine, alla tardiva consacrazione di pubblico negli anni
’80. Nei ricordi di Simone scopriamo per la prima volta il lato
domestico d’un Cioran teorico della siesta pomeridiana, piuttosto che
fervente seguace del biologico, o nelle vesti d’improvvisato bricoleur
nella casa-vacanze a Dieppe. Dopo aver aiutato Cioran a vivere, Simone,
alla fine, lo aiuterà a morire, accompagnandolo nel suo ultimo
ripugnante viaggio, lungo la catàbasi dell’Alzheimer.
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