mercoledì 30 marzo 2016

Una conversazione inedita di Primo Levi del 1987

Io che vi parlo
Notare la recensione "sinergica", che dà senso alla nuova testata Restampa anzitutto sul terreno delle marchette editoriali (che in questo caso è marchetta a una visione del mondo)[SGA].

Primo Levi: Io che vi parlo, conversazione con Giovanni Tesio, Einaudi

Risvolto
Una conversazione inedita in cui l'uomo, il testimone, il chimico e lo scrittore si saldano insieme mirabilmente, componendo una preziosa autobiografia.
La famiglia, l'infanzia, gli anni di formazione durante il fascismo, gli amici dell'adolescenza, le letture, la timidezza, la passione per la montagna. E ancora la guerra, il ritorno a casa e un mestiere «che è poi un caso particolare, una versione piú strenua del mestiere di vivere». Quasi trent'anni di silenzio per questa fitta conversazione che Primo Levi ha intrecciato nei primi mesi del 1987 con Giovanni Tesio, in vista di una convenuta «biografia autorizzata». Domande discrete e mai troppo incalzanti a cui Levi risponde con una disponibilità vigilata ma a tratti molto esplicita, che spariglia il risaputo, lasciando trasparire un lato di sé piú intimo. E ci regala un dialogo intenso che corre sul filo della memoria, carico di vita, di storie e di Storia; un dialogo che si interrompe proprio prima di Auschwitz. Una interruzione dovuta alla morte improvvisa di Levi.«Io mi ritengo uno che ha combattuto parecchie battaglie. Che ne ha perse alcune e ne ha vinte altre. Devo avere una certa forza profonda, perché sono sopravvissuto ad Auschwitz, questa è una grossa battaglia. Anche come chimico ho sopportato sconfitte, ma ho vinto parecchie volte. Poi, come scrittore. Mi sono ritrovato a diventare uno scrittore quasi mio malgrado, ho aperto un capitolo nuovo. Mi è venuta addosso a scalini, prima in Italia e poi all'estero, questa ondata di successo che mi ha squilibrato profondamente, mi ha messo nei panni di qualcuno che non sono io».        
Da ragazzo ho pensato al suicidioLe confessioni dello scrittore in una conversazione inedita registrata nell’87 poco prima della fine: la crisi adolescenziale, le difficoltà nei rapporti con il mondo, i traumi oltre il Lager 

Giovanni Tesio Busiarda 30 3 2016
Torniamo ancora un poco sull’amicizia. Sentivi la differenza dell’amicizia maschile e di quella femminile? 
«Qui tocchi un tasto molto delicato, perché io ero un timido, un timido patologico, per cui avevo delle amicizie femminili, ma si fermavano lì. La mutazione, il salto della barricata è arrivato per me estremamente tardi, dopo Auschwitz. È un argomento di cui parlo con un certo imbarazzo, una certa difficoltà. Sta di fatto che io ero un inibito, lo si vede dalle cose che ho scritto. Io ero fortemente inibito, anche per via delle campagne razziali, perché era un taglio netto. Molte ragazze, con le buone, senza offendere, si allontanavano, ma io cercavo proprio quelle con cui non potevo avere rapporti». 
Cercare chi ti respinge?
«Forse sì, ma io questo lo lascio agli altri. Di fatto ho avuto parecchie amicizie femminili, ma nessuna è sfociata in amore». 
Neanche con la compagna d’università con cui - ne hai parlato sotto mentite spoglie nel Sistema periodico- vi scambiavate le letture?
«Neanche. Cioè, sì. Io ne ero vagamente innamorato, ma in modo estremamente casto».
E ne soffrivi?
«Sì, ne soffrivo tremendamente, soffrivo in modo pauroso perché vedevo tutti i miei amici che ci passavano da questa esperienza, avevano esperienze anche sessuali. Io no e ne ho sofferto in un modo spaventoso, fino a pensare al suicidio». 
Forse anche perché avevi compagni che esibivano fin troppo i loro trofei…
«Certo. Qualcuno andava al casino, ci andava con la tessera falsa. Io non avrei mai fatto una cosa simile». 
Amicizie femminili che siano durate nel tempo?
«Oh, parecchie, sì, parecchie. C’è stata, per esempio, quella della ragazza del Fosforo nel Sistema periodico. È tuttora mia amica. Ma è proprio un periodo, questo, di due o tre anni, in cui le amicizie si sono sfaldate». 
Perché?
«Per ragioni diverse. Intanto per le mie ragioni, vicissitudini familiari, per cui mi muovo poco, e poi… chi muore, chi si ammala, chi perde interesse per la vita… È un capitolo che sta estinguendosi».
Il sentirsi invecchiare è questo?
«Sì». 
Vedersi corrodere l’ambiente che ti sta intorno?
«Sì, questo è molto doloroso, molto doloroso e irreversibile». 
Ma tu nel complesso ti giudichi una persona di natura vincente?
«Mah! Io mi ritengo uno che ha combattuto parecchie battaglie. Che ne ha perse alcune e ne ha vinte altre. Devo avere una certa forza profonda, perché sono sopravvissuto ad Auschwitz, questa è una grossa battaglia. Anche come chimico ho sopportato sconfitte, ma ho vinto parecchie volte. Poi, come scrittore. Mi sono ritrovato a diventare uno scrittore quasi mio malgrado, ho aperto un capitolo nuovo. Mi è venuta addosso a scalini, prima in Italia e poi all’estero, questa ondata di successo che mi ha squilibrato profondamente, mi ha messo nei panni di qualcuno che non sono io». 
Quello dello scrittore è il mestiere più pesante?
«Più pesante?».
Sì, questa è la domanda.
«Come effetti senza dubbio sì. Come fatica e durata direi di no, perché ho scritto i miei libri generalmente volentieri, in modo facile, senza sentirne il peso».
© 2016 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Quell’ultimo incontro sull’uscio di casa un abbraccio che sapeva di premonizione 
Marco Belpoliti Busiarda 30 3 2016
«Hai già in mente un piano di battaglia?». Così Primo Levi approccia il suo aspirante biografo, Giovanni Tesio, che si reca da lui il 12 gennaio 1987 per scrivere una «biografia autorizzata». Lo fa con il solito spirito pratico che lo distingue. Mancano solo tre mesi alla sua scomparsa, ma nessuno dei due interlocutori lo sa ancora, del resto come avrebbero potuto? Tutto nella vita è imponderabile, a maggior ragione un atto estremo come il suicidio.
Tesio, critico letterario, è uno dei più fedeli lettori di Levi. A metà degli Anni 70 si era accorto che la versione di Se questo è un uomo in circolazione non è identica a quella uscita nel 1947 presso un piccolo editore torinese, De Silva. Perciò aveva telefonato al chimico e l’aveva incontrato. Levi, autore già di diversi libri, tra cui, nel 1975, Il sistema periodico, era uno scrittore ancora sconosciuto alla critica letteraria, che non aveva certo dimostrato di apprezzarlo a pieno. 
Tesio lo incontra e ha in cambio un quaderno su cui Levi ha appuntato le varianti tra l’edizione del 1947 e quella del 1958 da Einaudi; scriverà un articolo di confronto assai importante e utile. Anni dopo avrà anche il quaderno manoscritto della Tregua, dove è stato scritto gran parte di quel magnifico libro. Lo custodirà per trent’anni. Il rapporto con Levi sarà quindi costellato di recensioni e brevi interviste. Poi, negli ultimi mesi di vita dello scrittore, gli viene l’idea di scrivere una biografia. Il libro che oggi esce, Io che vi parlo (Einaudi), è la sbobinatura dei nastri registrati in tre incontri, una sorta di lunga premessa alla biografia ancora da scrivere, un orientamento, ma anche una raccolta di notizie. 
L’intervistatore parte col chiedergli della sua famiglia, del padre e della madre; la seconda è ancora viva e, per quanto malferma, ben presente nelle stanze accanto a dove avviene la registrazione. Ogni tanto Levi chiede di spegnere il registratore e parla di cose di cui non vuole che resti traccia. Sono solo tre incontri, da gennaio a febbraio, il tempo di descrivere i vari rami della famiglia, il nonno morto suicida, il padre ingegnere, la scuola, gli insegnanti, alcuni amici. Chi non conosce la biografia dello scrittore nei minimi particolari troverà cose interessanti sulla sua giovinezza, sulla genealogia famigliare, sui traumi giovanili, ma anche chi sa a menadito la vita del chimico torinese reperirà dettagli biografici nuovi e curiosi.
La vita di Levi è una fonte di continue scoperte. Dalla biografia mancata di Tesio si capisce che la gran parte dei materiali da cui Levi ha tratto le sue opere sono di tipo autobiografico, a partire ovviamente dalla deportazione ad Auschwitz, per passare ai libri seguenti, tutti derivati dalla sua vita che avventurosa, nonostante tutto, non è stata. Uno degli aspetti che questa intervista ci restituisce è la storia della lunga crisi che Levi ha attraversato da adolescente, una difficoltà a vivere e ad avere rapporti con il mondo, con le ragazze in particolare. 
Ben prima del Lager, come sa chi ha letto con attenzione le pagine dell’autobiografia da chimico, Il sistema periodico, Primo aveva conosciuto delle depressioni. Per quanto paradossale, il Lager era stata una stagione positiva, tanto che a Philip Roth, che lo intervistò negli Anni 80, confessò che il periodo trascorso ad Auschwitz era stato in technicolor, mentre il resto della vita in bianco e nero. E non era solo un fatto di memoria impressiva. Ritornato a Torino dopo il lungo viaggio all’Est, il giovane chimico era entrato in uno stato di sofferenza molto grave attestato dalle poesie che scrive. Ma poi la conoscenza con Lucia Morpurgo, il reciproco riconoscimento e amore, lo salva da una deriva psichica che deve essere stata terribile.
Le tre conversazioni a microfono aperto con Tesio ci restituiscono l’immagine di un uomo complesso, che vive l’ebraismo in forma laica, che parla della sua scelta antifascista senza troppe reticenze, che sviscera il rapporto con il padre, mentre è più reticente su quello con la madre, donna intelligente e acuta dalla forte personalità. Ci sono dettagli sugli zii che sembrano già racconti in potenza, simili a quelli presenti nella sua opera. Emerge la figura di Vanda Maestro, di cui era innamorato e che aveva condiviso con lui, e con altri amici, la breve vicenda partigiana in Val d’Aosta e poi la deportazione. Vanda non era più tornata e il suo fantasma aleggia in queste pagine in modo ancora dolente. 
Al suo interlocutore Levi dice che le confessioni che gli fa sono «da tradurre», ossia da interpretare. Ora noi le leggiamo senza traduzione, ma sono passati anche diversi decenni e la sua immagine è molto cambiata. Poi di colpo gli incontri s’interrompono. Levi sta male, è depresso. Tesio torna da lui per dargli un suo libro. L’incontro è brevissimo, tutto consumato sull’uscio di casa. Per la prima volta, dice, Levi lo abbraccia nel congedarlo, cosa che prima non aveva mai fatto. Una premonizione.
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Primo Levi  La gioia? Il ballo con mia moglieLa scrittura, la timidezza, gli amori in un’intervista finora inedita rilasciata a Giovanni TesioGIOVANNI TESIO Restampa 30 3 2016
«Io mi ritengo uno che ha combattuto parecchie battaglie. Che ne ha perse alcune e ne ha vinte altre. Devo avere una certa forza profonda, perché sono sopravvissuto ad Auschwitz, questa è una grossa battaglia. Anche come chimico ho sopportato sconfitte, ma ho vinto parecchie volte. Poi, come scrittore. Mi sono ritrovato a diventare uno scrittore quasi mio malgrado, ho aperto un capitolo nuovo. Mi è venuta addosso a scalini, prima in Italia e poi all’estero, questa ondata di successo che mi ha squilibrato profondamente, mi ha messo nei panni di qualcuno che non sono io».
(...) Non hai mai sentito il peso di un’eventuale sconfitta, cioè di non farcela? Con una materia così sfuggente come la scrittura, insomma, come ti sei trovato? Il dover scrivere? Il doverlo fare?
«Lo provo adesso il peso, ma prima no. Ho sempre scritto abbastanza sicuro di me, anche perché la critica mi ha appoggiato, perché facevo leggere queste cose ai miei amici che me le lodavano, perché le vendite andavano bene, perché l’editore era soddisfatto. Non mi sono quasi mai sentito uno scrittore perdente, anzi sono tuttora molto stupito del fatto di esserci riuscito, di avercela fatta anche senza la grinta».
Come un fatto naturale…
«È un fenomeno al di fuori di me. Io scrivo un libro e poi il libro va per la sua strada, decolla, segue itinerari complicati, intricati. Se questo è un uomo ha un itinerario talmente intricato che non riesco a seguirlo e continua ancora adesso (...)».
Però, si direbbe che questa nuova professione abbia stravolto qualcosa di te, in te. Non hai detto tu stesso di esserti sentito bifronte, almeno finché hai fatto i due mestieri?
«Certo».
(...) Come facevi praticamente?
«Tagliavo il tempo in due: c’era il tempo della fabbrica in cui la letteratura non c’entrava per niente, e poi il dopo: le lettere a cui rispondevo, le sere passate a scrivere».
(...) A volte nelle tue opere questo tuo limite si avverte. Come se esistesse una sorta di barriera al di là della quale tu non riesci ad andare.
«Non voglio andare».
Lo dico nel modo meno tortuoso: come se tu mancassi
di cordialità.
«Non lo so, non me ne rendo ben conto».
Una sorta di resistenza…
«Certamente c’è. Ce n’è traccia – questo te lo posso anche dire – nelle prime pagine di Se questo è un uomo. Si accenna a una donna, io questa donna l’ho corteggiata a modo mio, mettendola molto in imbarazzo, perché si rendeva conto della mia estrema timidezza e irresolutezza. Siamo stati catturati insieme, anzi in un modo abbastanza banale. Eravamo nascosti nel Col di Joux, siamo scesi insieme per non so quale missione politica e ci è stata offerta l’ospitalità a valle per non risalire di notte. Noi abbiamo rifiutato, non mi ricordo bene per quale ragione, e siamo saliti di notte fino al Col di Joux e dopo cinque ore, dopo una notte, siamo stati arrestati e io ho portato sovente un senso di colpa».
Per avere favorito involontariamente l’arresto?
«In più questa donna ha tentato il suicidio per non farsi deportare, si è tagliata le vene, poi se le è fatte ricucire. Insomma, io ho portato il peso di questa morte – perché poi è morta – fino a quando non ho incontrato la mia attuale moglie. Per me era proprio una situazione disperata, essere innamorato di una persona che non c’era più, in più averne provocato la fine e questo penso che si senta… Forse se fossi stato meno inibito con lei, se fossimo scappati insieme, se avessimo fatto l’amore… Io di queste cose non ero capace ».
(...) L’incontro con tua moglie, ad esempio, lo puoi raccontare?
«Certo, mi va di raccontarlo. È stata una questione, direi, di secondi, più che di minuti. La conoscevo già, era un’amica di mia sorella».
La conoscevi da prima della deportazione?
«Sì, da prima della deportazione, una delle tante amicizie di mia sorella. Siamo stati a ballare insieme e, nel giro di pochi secondi, ci siamo accorti di una mutazione profonda, improvvisa, la caduta di questa barriera di inibizione, grazie a lei soprattutto, che mi ha fatto parlare, che è stata paziente con me, è stata comprensiva, è stata affettuosa e nel giro di pochi minuti... ».
Dove eravate andati a ballare? Te lo ricordi?
«Non mi ricordo più, probabilmente alla scuola ebraica».
(...)Ed è stata una cosa improvvisa e sconvolgente.
«Sì, improvvisa e sconvolgente ».
(...) E ti ha reso euforico.
«Mi ha reso euforico, realizzato, aperto, allegro, pieno di voglia di lavorare, una doppia vittoria, mi sentivo il padrone del mondo».
© 2016 Giulio Einaudi editore s. p. a., Torino ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Quei nastri registrati nascosti per trent’anni 
MAURIZIO CROSETTI Restampa 30 3 2016
Arriva tra noi all’improvviso un libro molto importante e necessario. Una voce, quella inconfondibile di Primo Levi, così mite e tormentata, gentile e dolente, ritorna dopo quasi trent’anni come se fosse ieri in questo Io che vi parlo (Einaudi). Una voce che Giovanni Tesio, tra i nostri maggiori italianisti e biografo ufficiale di Levi, nonché suo amico e lettore privilegiato, aveva registrato su cassetta poche settimane prima del suicidio dello scrittore, in vista di una biografia autorizzata. Tre incontri discreti e profondi, per un futuro che non ci sarebbe stato. Trent’anni è lo spazio enorme di un rispetto e di un’attesa: rispetto verso la famiglia di Levi, che dopo la sua morte avrebbe potuto essere ferita da queste confidenze, e attesa che il tempo fosse pronto ad accoglierne di nuovo la voce. Ed eccola, dunque, inconfondibile, potentissima come il tuono e leggera come un soffio. Se ne sente la grana e la cadenza, in certi momenti è come sporgersi sull’abisso: quando Primo Levi racconta, per la prima volta, le ferite della giovinezza, la timidezza quasi patologica verso le donne, i segni di diversità avvertiti sulla propria pelle di ebreo ben prima e forse addirittura ben oltre Auschwitz, l’innamoramento (platonico) per la compagna partigiana poi andata in gas. E, ancora e sopra ogni cosa, quel senso di colpa profondissimo, ineliminabile: la colpa di essere vivo, l’identico tormento che innerva il testo forse più importante di Levi, I sommersi e i salvati.
Qui, parlando con Tesio, il grande scrittore si ferma prima della Shoah. Narra gli anni di lui bambino, quella bizzarra famiglia da Sistema periodico, e poi la scuola, i giochi, le infinite avventure in montagna per “assaggiare la carne dell’orso”. Si potrebbe dire, un Levi prima di Levi che però lo contiene già tutto e ne illumina ogni spiegazione. Fa tenerezza la fragilità di Levi quando chiede all’amico di non andare oltre, o di spegnere il magnetofono per una confidenza più profonda. Oppure, quando si ferma sul confine delle cose di cui è bene non dare conto, perché un autore è fatto anche di silenzio. Infine, è commovente sapere che queste parole sono state le ultime pronunciate da Levi prima del buio. E bisogna ringraziare Giovanni Tesio per come ha custodito negli anni questo dono e per come ce lo porge, adesso che il tempio è compiuto.
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