venerdì 29 aprile 2016

Scienza o monoteismo capitalistico assoluto? L'economia politica, la crisi, l'ideologia: il libro di Francesco Sylos-Labini

Rischio e previsioneFrancesco Sylos-Labini: Rischio e previsione, Laterza

Risvolto
Economisti e politici hanno bisogno di adottare una mentalità scientifica. Ecco come la scienza può aiutarci a capire la crisi economica e può fornirci soluzioni originali.
Ogni giorno ci viene ripetuto che esistono delle leggi di mercato, la domanda e l’offerta, che non possono che condizionare le nostre vite. Queste norme appaiono come ‘naturali’ quanto la legge di gravità, e gli economisti, utilizzando equazioni e modelli matematici, sono percepiti come gli scienziati destinati a comprenderle e a interpretarle. Ma veramente possiamo fidarci delle previsioni dell’economia come di quelle della fisica? Ancora di più: l’economia è davvero una scienza?
Il sistema economico è ancora descritto come costantemente caratterizzato dalla ricerca di una condizione di equilibrio stabile. A questa prospettiva, che rispecchia i limiti e le idee della fisica dell’Ottocento, l’autore contrappone le intuizioni offerte dalla fisica moderna prendendo in considerazione i recenti sviluppi sullo studio dei sistemi caotici e complessi.

Forme della risottomissione del lavoro dopo la grande sconfitta

LavoroStefano Massini: Lavoro, Il Mulino pagg. 131, euro12

Risvolto

Si può parlare di lavoro in molti modi. Questo libro esplora tutti i meandri di una parola insidiosa e corrotta nell’uso, resa spesso inefficace dal suo rimbalzare tra i dialoghi sguaiati dei talk show. Davanti a noi si apre così una prospettiva inedita, quella del drammaturgo che si addentra per un sentiero tanto impervio quanto suggestivo. Il sipario si alza, la parola va in scena: sul palcoscenico si avvicendano personaggi storici e della fantasia, figure del cinema e della letteratura, uomini e umanoidi, ma soprattutto risuona la vita e il dramma del lavoro nel nostro presente.


giovedì 28 aprile 2016

Lawrence d'Arabia e l'invenzione occidentale del Medio Oriente

Le vite segrete di Lawrence d'Arabia
Phillip Knightley e Colin Simpson: Le vite segrete di Lawrence d’Arabia, Odoya, pagg. 362, euro 22

Risvolto
Le imprese di Lawrence d’Arabia, ultimo eroe di stampo romantico, hanno colpito la fantasia di diverse generazioni; perfino Churchill, Bernard Shaw e Lady Astor, per non citare che alcuni dei grandi nomi fra i suoi contemporanei, subirono il suo ascendente. Eppure, pochi conoscono i risvolti segreti della personalità di quest’uomo eccezionale. 

Scritto da due giornalisti inglesi, Le vite segrete di Lawrence d’Arabia ha il merito di rifuggire dagli schemi che hanno condizionato molte biografie e di rendere noti, infrangendo coraggiosamente il mito, i retroscena delle imprese che consacrarono alla leggenda il nome di Lawrence. Mesi di lavoro e l’accesso a documenti segreti hanno consentito agli autori di dimostrare che Lawrence, considerato per tanto tempo il paladino dell’indipendenza araba, agiva con l’intento di estendere in Medio Oriente l’influenza dell’Impero britannico, e faceva leva sul desiderio di libertà dei popoli arabi per affrettare la “sconfitta e lo sgretolamento dell’Impero Ottomano”.

Ma la vita di Lawrence non si risolve nelle vicende arabe, e a buon diritto Knightley e Simpson l’hanno divisa in quatto periodi distinti, in ciascuno dei quali si inserisce un personaggio la cui influenza sulle azioni di Lawrence è stata determinante: Hogarth, il mentore che lo ebbe come allievo; l’enigmatica e misteriosa figura di S. A. a cui dedicò I sette pilastri della saggezza; John Bruce, strumento di espiazione masochistica; Charlotte Shaw, amica e vice-madre.
Ne emerge un Lawrence inaspettato e amaro; un uomo che, sopraffatto dal senso di fallimento e di colpa che lo afflisse dopo la fine della guerra, cercò l’espiazione nell’annientamento della sua personalità.
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Fabio Amodeo e Mario José Cereghino: Lawrence d’Arabia e l’invenzione del Medio Oriente, Feltrinelli, pagg. 208, euro 17)
Risvolto

  Il Cairo, autunno 1914: l’archeologo Thomas Edward Lawrence entra a lavorare nei servizi d’intelligence britannici. In breve, i comandi militari di stanza in Egitto si accorgono delle sue eccezionali capacità. È l’inizio di una saga che nel giro di qualche anno trasformerà il giovane e sconosciuto sottotenente gallese nell’epica figura di Lawrence d’Arabia. La sua è una missione ai limiti dell’impossibile: avvicinare i capi arabi (a cominciare dall’emiro Feisal) e convincerli a scatenare la guerra per bande contro i turchi nella penisola arabica e nella Mezzaluna fertile. Tra il 1916 e il 1918 la “rivolta nel deserto” si estende a macchia d’olio in tutta l’area, la svolta decisiva che provoca la sconfitta dell’Impero ottomano nel corso del primo conflitto mondiale. Ma Gran Bretagna e Francia, gli imperi coloniali più potenti dell’epoca, usciti vittoriosi dalla Grande guerra, non puntano affatto all’indipendenza degli arabi.
Al contrario, il patto Sykes-Picot (1916) e le conferenze di Sanremo (1920) e del Cairo (1921) assicureranno a Londra e a Parigi nuove forme di dominio politico, militare ed economico sugli immensi territori che si estendono tra il Mediterraneo, il Golfo Persico e il Mar Rosso. Prende così forma l’“invenzione” del Medio Oriente, ovvero la causa principale del disastro geopolitico a cui assistiamo anche al giorno d’oggi, a un secolo da quegli eventi. Nel sacro nome dell’oro nero e in totale spregio alle legittime aspirazioni delle popolazioni arabe.

Grazie ai molti fascicoli raccolti e analizzati negli archivi britannici di Kew Gardens, Amodeo e Cereghino affrontano con stile giornalistico le complesse vicende mediorientali degli anni tra il 1914 e il 1921, e il ruolo non sempre lineare svolto da Lawrence d’Arabia in quel difficile contesto. Oltre ogni mito e leggenda.
Lawrence era un onesto colonialista figlio del suo tempo e operò per tutelare il potere della Corona dei Windsor. Ma le conseguenze delle sue vittorie andarono molto oltre: il Medio Oriente fu in quel momento letteralmente inventato, piantando al suo interno una serie di bombe a orologeria etniche, religiose, politiche, economiche. Ordigni devastanti che sono poi esplosi uno dopo l’altro.

Una storia delle Crociate secondo le fonti musulmane e il suo uso strumentale


In ogni guerra si intrecciano conflitti e istanze diverse. I giornalisti italiani lo scoprono quando gli conviene [SGA].


Paul M. Cobb: La conquista del paradiso. Una storia islamica delle crociateEinaudi. pagg. 368, euro 32).

Risvolto
Nel 1099, quando i primi Crociati arrivarono trionfanti alle mura di Gerusalemme, iniziò la secolare presenza cristiana in Medio Oriente, sostenuta da ondate successive di sanguinose Crociate e pellegrinaggi. Ma in che modo il mondo musulmano visse questi eventi epocali? Si trattò solo di un cruento conflitto religioso? E quali furono i protagonisti e le vere poste in gioco della «storia islamica delle Crociate»? Le risposte potrebbero sorprendervi.
La storia delle Crociate e nota, eppure è una storia spesso raccontata a metà, perche si basa quasi esclusivamente su fonti occidentali. Questo saggio intende considerare secondo una nuova, più equilibrata, prospettiva gli scontri fra musulmani e cristiani durante il Medioevo su tutte le sponde del Mediterraneo musulmano. Trattate come parte attiva della relazione dinamica tra gli stati islamici medievali e le società che vanno dalla Spagna all'Iran, le Crociate vengono dunque lette non soltanto come un episodio esotico, ma come parte integrante della storia della civilta islamica stessa. Intrecciando la prospettiva tradizionale e il punto di vista dei musulmani medievali, le Crociate emergono come qualcosa di completamente diverso dalla pretenziosa retorica delle cronache europee: diventano un gioco degli scacchi diplomatico da padroneggiare, un'opportunità commerciale da cogliere, un incontro culturale che ha plasmato le esperienze musulmane ed europee fino alla fine del Medioevo e, come spesso e accaduto, una contesa politica sfruttata da ambiziosi governanti che fecero un uso astuto del linguaggio del jihad.        

La rivolta irlandese della pasqua 1916


Pasqua 1916: il trionfo della mistica Irlanda
RICCARDO MICHELUCCI Avvenire 24 marzo 2016
L’Irlanda festeggia la grande Rivolta
di Sara Gandolfi Corriere 18.3.16
Dublino meta dell’anno secondo il New York Times: dalla fabbrica dei biscotti al carcere dove i leader ribelli furono giustiziati. Tutti tranne una, la contessa Constance
Nel palazzo dell’Oireachtas, il Parlamento di Dublino, c’è il ritratto in stile impressionista di un’aristocratica in abito da sera, la contessa Constance Markievicz. È da quella donna elegante, che il suo popolo oggi ricorda come un’eroina in divisa militare, che inizia il viaggio della futura Repubblica d’Irlanda, cento anni fa.
Era il lunedì di Pasqua del 1916 quando un gruppo di nazionalisti organizzò a Dublino la rivolta armata contro il governo britannico che «occupava» l’isola. Tra di loro c’erano poeti, insegnanti, avvocati e anche un commando di femministe e suffragette, le «Cumman na mBhan», capitanate dalla contessa. L’unica che fu risparmiata, fra i leader dell’insurrezione condannati a morte, dopo che il loro sogno finì, il 30 aprile, tra le rovine di una città bombardata. Eppure da quei sei giorni di sangue, come poi scrisse il poeta William Yeats, «tutto cambiò, cambiò completamente, è nata una terribile bellezza». Era l’inizio della lotta che nel 1922 portò alla nascita del «libero» Stato d’Irlanda, con la separazione del Sud dal Nord ancora oggi britannico.
Quale occasione migliore, dunque, del centenario di quell’avventura coraggiosa e un po’ folle per visitare Dublino, eletta dal New York Times «the place to be in 2016», meta turistica dell’anno. Appena finiti i festeggiamenti di San Patrizio, la città è pronta a celebrare la Rivolta di Pasqua, o Eastern Rising, con una lunga serie di eventi, parate, musica celtica e, c’è da scommetterci, un fiume di birra nei pub.
La prima tappa consigliata è in una casa georgiana del 18° secolo, il Little Museum of Dublin ( littlemuseum.ie ), affacciato davanti ai giardini di Stephen’s Green, dove la contessa Markievicz eresse le barricate prima di arrendersi ai soldati britannici appostati sul tetto dell’hotel Shelbourne (ancora oggi lussuosa sosta per una notte o un drink al Horseshoe Bar). Fino al 24 aprile vi sono esposte 60 grandi (e delicate) illustrazioni dell’artista Fergal McCarty che raccontano la Rivolta sotto forma di cartoon. Piacciono ai bimbi ma aiutano anche gli adulti a capire cosa successe allora.
I 1600 «volontari», con poche armi e poco avvezzi ad usarle, occuparono l’edificio del General Post Office sulla centralissima O’Connell Street, la fabbrica di biscotti Jacob’s e altri punti strategici di Dublino, e proclamarono l’indipendenza dell’Irlanda da Londra. Speravano che il popolo li avrebbe seguiti. Non fu così. Si trovarono invece di fronte migliaia di soldati britannici. Il bilancio fu di 450 morti e oltre 2500 feriti, tra cui moltissimi civili. Buona parte del centro cittadino venne distrutto dalle cannonate. I rivoltosi rimasti in vita finirono nelle celle umide del Kilmainham Gaol, il carcere del 1796 oggi trasformato in museo, dove i quindici capi dell’insurrezione vennero fucilati all’alba. Allora erano degli sconosciuti, oggi Patrick Pearse, Tom Clarke, James Connolly – che dovette essere legato a una sedia davanti al plotone di esecuzione perché non si reggeva in piedi - e tutti gli altri sono «martiri» della nazione. Nell’edificio del GPO c’era anche un giovane di nome Michael Collins, che poi diventò leader della guerra d’indipendenza (interpretato magistralmente da Liam Neeson nell’omonimo film). Per rivivere le loro gesta si può salire sul camioncino simil-militare del «Freedom Tour» ( 1916tour.ie ), con tanto di guida in divisa dell’Irish Citizen Army, o visitare la Witness History Exhibition ( gpowitnesshistory.ie ) nel ricostruito edificio del General Post Office, che racconta attraverso reperti storici e installazioni multimediali il tormentato percorso verso la nascita della Repubblica d’Irlanda. O anche fare un salto alla mostra interattiva alle Richmond Barracks, la caserma che dopo il 1916 diventò centro di detenzione per migliaia di sospetti nazionalisti.
La parata della domenica di Pasqua, con oltre tremila soldati schierati, sarà l’evento più significativo del centenario. Ma il consiglio è di concedersi anche qualche extra, come una serata allo storico Abbey Theatre, dove fino al 23 aprile è di scena « The plough and the stars» , dramma provocatorio e ironico sulla Rivolta. A pochi passi dal teatro, vale una sosta gastronomica il Dublin Woolen Mills ( thewoolenmills.com ). Chi preferisce un fish & chips può optare per Leo Burdock, aperto nel 1913 ( leoburdock.com ). Per un pranzo veloce, a base di zuppe e sandwich, dirigetevi invece al 16 di North Great George Street, al Cobalt Café, un locale cool nascosto in una bella townhouse georgiana. E per tuffarvi nel mondo letterario prenotate un tavolo alla James Joyce House of the Dead, dove viene servito il menu della cena descritta nell’opera «The Dead», proprio nella stessa casa dove il giovane Joyce mangiò oltre 120 anni fa.
Un viaggio a Dublino non può dirsi concluso senza una pinta di birra. Bevetela nel tardo pomeriggio sulla terrazza panoramica della Guinness Storehouse, un imponente edificio in vetri a sette piani dove scoprirete i segreti della storia di questo marchio famoso in tutto il mondo. Per unire alla birra l’ascolto di musica irlandese scegliete un pub tradizionale, il O’Donogue’s o The Cobblestone Pub.
L’ultimo brindisi è per la contessa Markievicz che nel 1916 sfidò la corte che la giudicava: «Spero abbiate la decenza di fucilarmi», disse. La sua condanna a morte fu tramutata però in ergastolo e l’anno dopo arrivò l’amnistia. Nel dicembre 1918 gli irlandesi la elessero al Parlamento britannico ma lei non ci andò mai, rifiutando il potere di Londra. Diventò invece il primo ministro donna della neonata Repubblica d’Irlanda, mentre in Gran Bretagna le donne non sposate lottavano ancora per il diritto di voto.


Dublino 1916, i giorni della terribile bellezza Il 24 aprile di un secolo fa scoppiava in Irlanda la Rivolta di Pasqua Organizzata da poeti e professori universitari, fu un fallimento militare ma una vittoria politica: sei anni dopo, la Repubblica indipendente Paolo Bertinetti Busiarda 24 4 2016
Un paio di giorni dopo la Pasqua del 1916, Samuel Beckett fu accompagnato dal padre in cima a una collinetta vicino a casa loro, a Foxrock, un sobborgo residenziale di Dublino, per vedere le fiamme che in lontananza si alzavano dalla città: era la rivolta per l’indipendenza dell’Irlanda, l’improbabile «Rivolta di Pasqua» che avrebbe dovuto cacciare gli inglesi e dare l’indipendenza e la libertà a quella che a tutti gli effetti era stata la prima colonia inglese.
A rivolta domata, la tensione continuava però a essere altissima e i genitori di Beckett, che aveva dieci anni, decisero che appena possibile lo avrebbero mandato a studiare lontano, in un prestigioso collegio del Nord, la Portora Royal School. Cosa che fecero tre anni dopo. Mentre Beckett frequentava il secondo anno l’Irlanda fu divisa in due, tra l’Ulster, l’Irlanda del Nord, parte integrante del Regno Unito, e l’indipendente Repubblica Irlandese. Ogni trimestre Beckett varcava la frontiera per tornare a casa, nella capitale del nuovo Stato.
Duemila insorti
La rivolta di Pasqua, nonostante il suo fallimento «militare», aveva funzionato. Gli insorti avevano vinto, pur essendo stati sconfitti dalle truppe inglesi: ventimila soldati contro duemila insorti male armati, con la cannoniera inglese Helga ormeggiata davanti all’edificio della Dogana, sul fiume Liffey, che bombardava la città. Tutto lasciava pensare che la sollevazione promossa dall’Irb, l’Irish Republican Brotherhood, non avrebbe mai potuto avere successo: a organizzarla erano stati poeti, professori universitari, letterati. Quando mai degli intellettuali sarebbero stati capaci di fare la rivoluzione? Erano dei sognatori, come dice Yeats nella sua lirica Pasqua 1916, che pensavano di fare esplodere la rivolta il giorno di Pasqua perché la resurrezione dell’Irlanda coincidesse con la Resurrezione di Cristo. Però, avendo poi bisticciato tra loro, avevano rinviato la rivolta al giorno dopo.
Il lunedì dell’Angelo, il 24 aprile 1916, occuparono alcuni luoghi strategici del centro di Dublino e il poeta Patrick Pearse, tra l’incredulità dei passanti, lesse la proclamazione della Repubblica d’Irlanda davanti all’Ufficio Centrale delle Poste: «Uomini e donne irlandesi, nel nome di Dio e delle generazioni scomparse dalle quali le viene la sua lunga tradizione di nazione, l’Irlanda per mezzo nostro chiama i suoi figli sotto la sua bandiera e combatte per la propria libertà».
Sette firmatari proclamavano la creazione di una libera repubblica che avrebbe garantito a tutti libertà di culto e di opinione, parità tra tutti i cittadini e quindi, in prospettiva, il suffragio universale. All’Irb, come settimo firmatario, si era unito con i suoi uomini James Connolly, il leader sindacale che aveva organizzato l’Irish Citizen Army (Ica), un gruppo di autodifesa dei lavoratori: fu lui che condusse l’attacco all’Ufficio Centrale delle Poste e che di fatto fu il capo militare della rivolta. Gli insorti riuscirono a resistere per sei giorni agli attacchi inglesi: la loro determinazione, la loro audacia, il loro sacrificio servirono a suscitare il consenso di almeno una parte della popolazione.
Dura repressione
Decisivo, per un’adesione ben più convinta e più ampia, fu però il comportamento inglese. Non solo e non tanto per la durezza della repressione militare, quanto per le esecuzioni che coronarono la sconfitta degli insorti e ne fecero dei martiri. Poeti e professori furono prontamente fucilati. I nomi di alcuni di loro campeggiano nei versi di Yeats, compreso quel MacBride che Yeats disprezzava (anni prima aveva sposato Maud Gonne, la sua musa, da cui in seguito aveva divorziato). E naturalmente compare anche il nome del sindacalista James Connolly che, ferito, incapace di camminare, fu condotto in barella sul luogo dell’esecuzione, piazzato su una sedia e quindi fucilato.

In quei giorni di Pasqua Yeats, il Poeta per eccellenza, il promotore, in particolare nei suoi testi teatrali, della rinascita culturale irlandese, si trovava in Francia, insieme proprio con Maud Gonne. In un primissimo tempo restò sconcertato, dubbioso, timoroso che l’insurrezione avesse soltanto peggiorato le cose, che anni di lavoro culturale potessero andare perduti. Fu Maud Gonne a convincerlo subito del contrario, a spiegargli che la rivolta aveva dato all’Irlanda una «tragica dignità». Anche Yeats si lasciò così trascinare dalla commozione per quel sacrificio generoso. Da quegli avvenimenti, si convinse, poteva derivare la possibilità del riscatto. «Una terribile bellezza è nata» è il verso che chiude tre delle quattro stanze di cui è composta Pasqua 1916. Terribile per le morti dovute alla rivolta; ma foriera di libertà. Nella composizione stessa la lirica ribadisce il valore della rivolta attraverso un omaggio «numerico»: la prima e la terza stanza sono di 16 versi (1916), la seconda e la quarta sono di 24 versi (il giorno della rivolta).
Una nuova dignità
La lirica è una palinodia, il componimento poetico in cui Yeats ritratta quanto affermato in precedenza: il Poeta rimedia, per così dire, alla sua valutazione negativa dell’impegno politico a danno di quello culturale per la rinascita irlandese. Molto duro, ad esempio, era stato il suo giudizio nei confronti di Constance Markiewicz, a cui è dedicato l’inizio della seconda stanza, colpevole di avere lasciato la bellezza dell’arte per la lotta politica: Constance aveva combattuto nelle strade di Dublino, era stata imprigionata e condannata all’ergastolo. Ma proprio dalla lotta, la sua e quella dei suoi compagni di fede, era sorta una nuova bellezza, quella di una rivolta che tragicamente, «in ogni luogo in cui si indossi il verde» (il colore dell’Irlanda) avrebbe dato per sempre nuova dignità alla nazione irlandese e nuova forza alla causa dell’indipendenza.
Nel manoscritto di Pasqua 1916 compare la data del 25 settembre 1916. Cinque anni dopo veniva eletto un Parlamento irlandese autonomo; sei anni dopo veniva istituita la Repubblica d’Irlanda.
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Un libro su Marco Minghetti

Gherardi, Marco MinghettiRaffaella Gherardi: Marco Minghetti. Il liberalismo e l'Europa, Morcelliana, pagg. 256, euro 20

Risvolto
Marco Minghetti (1818-1886) fu uno dei principali teorici, in Italia e in Europa, del pensiero politico liberale e, allo stesso tempo, eminente statista della Destra storica: più volte Ministro e Presidente del Consiglio, legò il suo nome a tappe salienti della politica nazionale quali la Convenzione di settembre, l’avvio dell’inchiesta industriale e dell’inchiesta agraria, la revisione dei trattati commerciali, il raggiungimento del pareggio di bilancio. Raffaella Gherardi ne ripercorre qui non solo gli scritti, ma anche i discorsi parlamentari ed extraparlamentari, attingendo a documenti spesso non facilmente reperibili: emerge il ritratto a tutto tondo di una personalità attenta a sfuggire gli opposti rischi di una scienza della politica disancorata dalla prassi e di un’azione politica meramente empirica e contingente.
Si manifestano inoltre temi ancora oggi rilevanti: il rapporto fra economia, morale e diritto; le relazioni tra Stato e Chiesa; le ingerenze dei partiti politici nella giustizia e nell’amministrazione. Anche di fronte alla politica del presente l’opera di Minghetti non ha perso centralità, elevandolo a classico della politica italiana ed europea, in grado di parlare a tempi che vanno ben oltre quelli che egli ha vissuto.

RAFFAELLA GHERARDI è ordinaria di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna e fa parte della Giunta centrale per gli studi storici. Di Marco Minghetti ha curato: Scritti politici (Roma 1986); Le donne, la Maddalena, le Madonne. Scritti sull’arte moderna di Marco Minghetti (Bologna 2010) e, per Morcelliana, Il cittadino e lo Stato (Brescia 2011).  

Cassese e la questione meridionale

Trasformare la società per recuperare il Meridione 
Il nuovo libro del giurista Sabino Cassese sulla Storia del rapporto Nord-Sud offre una prospettiva realistica su un’integrazione che non si è ancora realizzata 

Emanuele Felice Busiarda 28 4 2016
Senza il Sud, non si capisce l’Italia. E non solo. Così centrale è stato il Mezzogiorno per la storia e la cultura del nostro Paese - per l’agone politico e il confronto economico, per la costruzione dello Stato e il nostro immaginario collettivo, dalla letteratura al cinema - che sulla questione meridionale ritroviamo alcune delle pagine migliori scritte dai grandi intellettuali del Novecento: Croce e Nitti, Salvemini e Gramsci, ma anche Piero Gobetti, tutti si sono misurati con il problema storico dell’arretratezza del Sud, con le sue cause e le possibili soluzioni.
Le due diagnosi
Ce lo ricorda un bel libro edito da Sabino Cassese (Lezioni sul meridionalismo. Nord e Sud nella storia d’Italia, pp 384, €25), che esce oggi per il Mulino e chiama a raccolta alcuni fra i maggiori studiosi italiani per rileggere, con diversi spunti originali, la storia del Mezzogiorno a partire dall’Unità. Il libro è importante anzitutto perché prova a riportare il Mezzogiorno al centro del grande dibattito nazionale: sulle istituzioni, le politiche, le strategie da mettere in campo per rilanciare il Sud e, quindi, l’Italia (illusorio è pensare di uscire dal declino tirandosi dietro un Sud inerte). Ma poi lo è anche nel merito, per la chiarezza con cui emergono le due prospettive diverse su cui si sono confrontati intellettuali e classi dirigenti - e perché ben si può comprendere, leggendo queste pagine, che l’errore è stato (è) nel considerarle alternative.
La prima prospettiva è quella del meridionalismo classico, che punta anzitutto sulla crescita civile delle regioni meridionali; sulle precondizioni dello sviluppo, diremmo oggi, sul capitale umano e sociale. A inizio Novecento, questa prospettiva si trova saldamente incardinata nel filone liberalsocialista, da Gaetano Salvemini a Tommaso Fiore, fino a Piero Gobetti - lo straordinario giovane torinese che negli ultimi mesi della sua vita aveva individuato proprio nel Mezzogiorno uno dei cardini della «Rivoluzione liberale». Chiede il federalismo, vuole responsabilizzare le classi dirigenti del Sud e così facendo modificare la politica e le istituzioni italiane dalle fondamenta. 
Il dopoguerra
La seconda è quella dell’industrializzazione, affidata all’intervento dello Stato: è una prospettiva concretamente avviata già in tarda età liberale, a Bagnoli, grazie all’opera di Francesco Saverio Nitti. Dopo la Seconda guerra mondiale, sarà soprattutto questa strategia di trasformazione dall’alto - l’«industrializzazione esterna», come la chiama Giannola - a dare i suoi frutti in termini di convergenza. E invece l’autonomia amministrativa, quando attuata concretamente a partire dal 1970, si rivelerà fallimentare: sarà il malfunzionamento delle regioni meridionali una delle cause sia dell’impantanarsi dell’intervento pubblico, sia della fine della convergenza.
Forma e fatti
Avevano quindi ragione gli interventisti alla Nitti, torto i federalisti come Salvemini e Gobetti? Non proprio. Sabino Cassese, nel suo saggio di apertura, ci fa capire che la questione è più complessa e che le due prospettive non devono essere contrapposte. Osserva che la causa principale del divario Nord-Sud è stata la differenza di performance delle istituzioni (risultato di contesti socio-economici diversi) e quindi delle classi dirigenti che ivi operano. Questo aspetto è stato a lungo trascurato, perché la nostra cultura a formazione giuridica si concentra sugli aspetti formali (e formalmente con l’Unità le istituzioni diventano uguali in tutta Italia), mentre ciò che davvero conta è come le istituzioni funzionano nella pratica, de facto e non solo de jure.
I meridionalisti classici avevano ragione, quindi, nell’insistere sul divario nelle condizioni civili che è all’origine della diversa performance istituzionale. E il problema non è la creazione delle regioni, in sé, ma come è stata realizzata: cioè consegnando potere e clientele alle classi dirigenti locali, senza responsabilizzarle né verso i cittadini, né verso lo Stato. Ed è per la stessa ragione, a ben vedere, che dopo i primi successi a un certo punto si è bloccato anche l’intervento straordinario: perché impantanato nella struttura di potere locale e nelle sue logiche, che nessuno si era preoccupato di modificare. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

L’eterna questione. MeridionaleIl Sud nell’analisi di storici ed economisti. Tra consapevolezza, critica e rammaricoCorriere della Sera 21 May 2016 Di Michele Salvati
Ha fatto bene Sabino Cassese a curare la pubblicazione delle Lezioni sul meridionalismo (il Mulino) tenute al Centro Guido Dorso di Avellino tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo: dieci profili storici di grandi studiosi dell’eterna «quistione», come la chiamava Gramsci, rinserrati tra due interpretazioni d’insieme dell’intero dibattito (Piero Bevilacqua e Giuseppe Galasso) e introdotti da cinque lucide pagine del curatore. Ho lasciato fuori dal conto la ripubblicazione di due saggi dell’immediato dopoguerra, di Antonio Giolitti e Giorgio Napolitano, segnati dalla passione politica e dallo spirito del tempo. E ho lasciato fuori anche i saggi di tre economisti e storici contemporanei, Adriano Giannola, Amedeo Lepore e Guido Melis, i quali, anche se si occupano soprattutto di Mezzogiorno, appartengono a un mondo diverso da quello dei grandi meridionalisti di un passato ormai lontano: Pasquale Villari e Giustino Fortunato, Luigi Sturzo e Francesco Saverio Nitti, Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini, Guido Dorso e Piero Gobetti.
Sono storici gli autori di gran parte dei profili e sono soprattutto politici i grandi meridionalisti passati in rassegna. Una rassegna che si chiude col fascismo e la Seconda guerra mondiale e lascia inesplorata l’evoluzione successiva della grande questione. Ma dal dopoguerra a oggi sono passati 70 anni, assai più del tempo trascorso dalle Lettere meridionali di Pasquale Villari — alle quali giustamente Bevilacqua fa risalire la questione meridionale come uno dei grandi temi del Nation Building del nostro Paese — alla Seconda guerra mondiale o allo stesso fascismo. E in questi 70 anni le analisi sulle cause del più debole sviluppo economico (ma anche sociale e culturale) del Mezzogiorno e l’impegno dei governi per combatterle hanno assunto dimensioni imparagonabili per ampiezza e vigore rispetto ai tempi dei meridionalisti prebellici. Alla questione meridionale come si è presentata nel secondo dopoguerra e come si presenta oggi, sono però dedicate solo le poche riflessioni di sintesi di cui dicevo prima, se si eccettuano i saggi di Giannola e Lepore, due studiosi che fanno soprattutto riferimento alle analisi della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) alle attività della Cassa per il Mezzogiorno, e quello di Melis sulla Sardegna.

Non è un’omissione, è una scelta. Con il dopoguerra, con la Repubblica, cambia tutto e la «questione» non può più essere raccontata attraverso profili individuali di grandi intellettuali e politici isolati. Essa diventa uno dei problemi centrali dei partiti che innervano la democrazia repubblicana — la repubblica dei partiti come la definirà Pietro Scoppola — e dunque uno degli assi dei loro programmi. I leader di partito legheranno il loro nome alle grandi scelte politiche che i tempi imponevano: il disegno effettivo delle strategie di governo sarà delegato a tecnici di loro fiducia. E proprio come, per le grandi scelte della ricostruzione, la scelta ricade sul personale che l’Iri aveva formato durante il fascismo, lo stesso avviene per le scelte sul Mezzogiorno: la Svimez nasce nel ’46 per impulso di Saraceno (democristiano) e Morandi (socialista): ma dietro loro aleggiano le grandi ombre di Francesco Saverio Nitti e di Alberto Beneduce e saranno uomini del primo Iri (Menichella, Giordani, Cenzato, Paratore) a disegnare missione e struttura dell’intervento straordinario.
Si tenga poi presente la situazione economica e lo spirito del tempo. A partire dal 1948 e sempre di più nel corso degli anni Cinquanta ci si avvede che l’impetuoso sviluppo economico consente di riservare risorse sempre maggiori all’intervento pubblico nel Mezzogiorno, e che a destra e a sinistra, e anche tra gli economisti e i consulenti americani, prevale un orientamento favorevole all’intervento dello Stato nell’economia. Al di là dello scontro ideologico è dunque diffuso un effettivo consenso sulle grandi scelte operate dalla Cassa per il Mezzogiorno, le cui vicende Amedeo Lepore racconta in modo conciso, ma assai bene.
I saggi di Lepore e Giannola raccontano dunque una storia che può essere letta come la continuazione di un indirizzo che era già emerso prima del fascismo e che Barbagallo tratteggia brevemente nel suo profilo dedicato a Nitti. Ma a questo punto la continuità si rompe. La crisi e poi la fine dell’intervento straordinario, le tristi vicende che ci racconta Giannola nel suo saggio e alle quali la Svimez ha dedicato il suo ultimo, documentato e allarmante rapporto, non sono più parte della stessa storia. Verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, e soprattutto inoltrandoci nei decenni successivi, qualcosa si rompe.
Si rompe a livello internazionale perché viene sconfitto dal neoliberalismo ora dominante quel regime di politica economica che aveva assicurato i «trent’anni gloriosi» seguiti alla fine della guerra. E si rompe — lo si vedrà meglio all’inizio degli anni Novanta — quella repubblica di partiti che aveva riconosciuto al Mezzogiorno il ruolo di problema centrale del Nation Building del nostro Paese. Di questo c’è consapevolezza nelle due interpretazioni d’insieme di Bevilacqua e di Galasso che aprono e chiudono il volume. E c’è consapevolezza nella seconda parte dell’importante saggio di Giannola, l’attuale presidente della Svimez. Consapevolezza, rammarico e critica per come le cose sono andate. Ma potevano andare diversamente? Perché sono andate così e perché la grande esperienza dell’intervento straordinario è fallita?
Non sono tre brevi saggi, sintetici e inevitabilmente ideologici, a poter rispondere a questo domande. Di qui l’augurio che proprio ad esse sia dedicato il prossimo ciclo di conferenze del Centro Guido Dorso, cui auguro lo stesso successo intellettuale del ciclo che ha dato vita a quest’ottimo libro.

Tutta la vita di Hitler in 4 volumi

Hitler - Das Itinerar + CD
Harald Sandner: Hitler. Das Itinerar. Aufenthaltsorte und Reisen von 1889 bis 1945,, Berliner Story Verlag

Risvolto
Diese vier Bände beinhalten die weitgehend vollständige Chronologie der Aufenthaltsorte und Reisen des deutschen Diktators Adolf Hitler (1889-1945).
Die wesentlichen politischen, militärischen und persönlichen Ereignisse, die die Gründe für eine Reise Hitlers, einen Aufenthalt oder sogar den einfachen Tagesablauf erst nachvollziehbar werden lassen, sind direkt am jeweiligen Tag und – soweit überliefert – auch mit der Tageszeit in chronologischer Reihenfolge dargestellt. Exkurse über den Verbleib der Leiche Hitlers, seine Reisegewohnheiten, seine Wohnorte, die von ihm benutzten Verkehrsmittel sowie Statistiken über die Häufigkeit seiner Besuche und Aufenthalte in ausgewählten Städten und über die Bilanz des Zweiten Weltkrieges ergänzen das Werk.
Mit 1494 historischen Aufnahmen und 717 Fotos aus der jüngeren Vergangenheit – davon ca. drei Viertel bisher unveröffentlicht – wird das Werk eindrucksvoll bebildert. Daten, Zahlen und Fakten werden in Beziehung gesetzt zu den noch existierenden Orten, so dass Geschichtswissen und neue Erkenntnisse lebendig erscheinen. Somit stellt dieses Itinerar als Beschreibung von Hitlers Lebensweg eine bisher unbekannte Sicht auf seine Biographie dar und ist in Form, Umfang und Detailtreue weltweit einmalig.

Monopolio capitalistico delle fonti multimediali e tentativi di autodifesa

Immagini e suoni come salvare la memoria del ’900 

L’Atlante degli archivi fotografici italiani digitalizzati mette in rete milioni di scatti e migliaia di ore di video Patrimonio di tutti, contro i monopoli dell’immaginario 

Guido Guerzoni Busiarda 28 4 2016
Poche settimane fa, per l’esattezza il 22 gennaio, nell’indifferenza generale Reuters ha riportato una notizia epocale: Bill Gates, il proprietario di Microsoft, ha venduto alla società cinese Visual China Group le tre «image & visual banks» Corbis Images, Corbis Motion e Veer. 
Contestualmente Visual China Group ha sottoscritto un accordo di distribuzione in esclusiva con Getty Images, già leader mondiale di mercato, che grazie a questo partenariato gestisce ora più di 250 milioni di fotografie e 100.000 ore di video, pressoché totalmente digitalizzati, che rappresentano una forma di monopolio della cultura visiva occidentale.
Il boom di Instagram
Qualche lettore potrebbe opinare sulle ragioni di un incipit così esotico, ma la ragione è invero domestica: lo sviluppo delle banche dati contenenti le riproduzioni digitali di libri, articoli, fotografie e materiali sonori e audiovisivi ha formato un unico mercato globale, che non conosce confini fisici, aggira i dispositivi giuridici nazionali e cresce a ritmi forsennati: ogni giorno su Instagram (che dal 6 ottobre 2010 a oggi ha cumulato oltre 40 miliardi di foto digitali) vengono pubblicati 80 milioni di nuove fotografie, contro le 300 ore di nuovi video caricate ogni minuto su Youtube.
Nessuno Stato e nessun cittadino può rimanere indifferente, poiché i progetti di digitalizzazione, pur avendo solo scalfito la massa apparentemente inscalfibile dello scibile umano, proseguono a ritmi frenetici, mentre il settore si concentra ed è dominato dalle poche aziende internazionali capaci di sostenere gli enormi investimenti richiesti dalla digitalizzazione e dalla soggettazione di fondi di simili dimensioni. 
La minaccia delle corporation
Così nel 2015 Relx Group ha fatturato 8,24 miliardi di euro, contro gli 11,22 di Thomson Reuters, mentre il Google Books Library Project, lanciato nel 2004, ha già digitalizzato 25 milioni di libri, rispetto ai 130 dell’obiettivo finale.
Numeri che si commentano da soli: pagando cifre apparentemente modeste si possono leggere miliardi di pagine, confrontare milioni di fotografie, ascoltare milioni di brani musicali e vedere milioni di video, mentre le istituzioni culturali e non profit si battono sempre più faticosamente per salvaguardare le nozioni di fair use, open data society e public domain minacciate dalle corporation che hanno da tempo compreso il valore strategico di queste risorse, il patrimonio più prezioso nell’era dell’economia della conoscenza.
In questa direzione s’inserisce l’importante ricerca promossa dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con il ministero dei Beni culturali, che verrà presentata a Roma oggi alle 17 presso la sede del ministero, quando sarà illustrato l’Atlante degli archivi fotografici e audiovisivi italiani digitalizzati. Questa pubblicazione sarà disponibile gratuitamente in formato digitale da settembre e sintetizza i risultati di un’indagine durata quattro anni, che ha consentito di censire e schedare i fondi di oltre 400 archivi pubblici e privati, con milioni di fotografie e migliaia di ore di patrimonio sonoro e audiovisivo, digitalizzato o in corso di digitalizzazione alla fine del 2014.
Corsa contro il tempo
La ricerca, nata per volontà della Fondazione di Venezia e condivisa progettualmente con il Mibact, è stata concepita per la realizzazione dell’esposizione permanente di M9, l’innovativo polo culturale che la Fondazione di Venezia sta realizzando a Mestre, ma al tempo stesso, come ha affermato il segretario generale del Mibact Antonia Pasqua Recchia, rappresenta un’occasione straordinaria per riflettere sulle politiche di conservazione, gestione e valorizzazione dei patrimoni fotografici e multimediali novecenteschi, sulla funzione che tali fonti svolgeranno in futuro, sugli strumenti più opportuni per sensibilizzare l’opinione pubblica e la società civile circa l’importanza di destinare maggiori risorse e attenzioni alla tutela di questo straordinario patrimonio.
Il tempo, infatti, non è amico: i materiali su pellicola (fotografici, televisivi, radiofonici o cinematografici) sono quanto mai vulnerabili e costosi da mantenere; sicché bisogna intervenire celermente e non è un caso che il ministro Franceschini abbia lanciato poche settimane fa a Torino fa un accorato appello per la salvaguardia degli archivi fotografici e multimediali. 
Un bene comune
Il tempo corre e la memoria mediale del ’900 rischia di scomparire per sempre senza piani di intervento strategici, di cui l’Atlante della Fondazione di Venezia costituisce un umile ma utile tassello iniziale: conoscere è un primo passo, il secondo è condividere le informazioni nelle forme più ampie e trasparenti, perché solo la condivisione della conoscenza può salvarci dal rischio di soccombere ai nuovi monopolisti della memoria, che, come la conoscenza, è stata e deve rimanere un bene comune.
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Papa Ciccio è fallibile

Francesco apre il caso dell’infallibilità del Papa

Il teologo Küng: «Mi ha risposto con una lettera fraterna, non ha posto limiti alla discussione sul dogma» Il dogma dell’infallibilità del Pontefice è stato sancito dal Concilio Vaticano I e da Pio IX il 18 luglio 1870. Stabilisce che il Papa non può sbagliare quando parla come dottore o pastore universale della Chiesa.

di Gian Guido Vecchi Corriere 28.4.16
CITTÀ DEL VATICANO Racconta Hans Küng che la lettera di Francesco, con la data del 20 marzo, gli è stata recapitata attraverso la nunziatura di Berlino. Una lettera «che risponde alla mia richiesta di una libera discussione sul dogma dell’infallibilità» del Papa. «Mi ha risposto in maniera fraterna, in spagnolo, rivolgendosi a me come Lieber Mitbruder, caro fratello, e queste parole personali sono in corsivo», ha fatto sapere Küng.
Il grande teologo svizzero «per la riservatezza che devo al Papa» non cita frasi del pontefice. Però dice che «Francesco non ha fissato alcun limite alla discussione», che ha «apprezzato» le sue considerazioni. E con malcelato stupore fa notare quanto sia «per me importante» il fatto che abbia risposto di persona e soprattutto «non abbia lasciato, per così dire, cadere nel vuoto il mio testo». E in effetti il testo, rivolto ad un pontefice, era impegnativo: «Imploro papa Francesco, che mi ha sempre risposto in modo fraterno: riceva questa ampia documentazione e consenta nella nostra Chiesa una discussione libera, non prevenuta e aperta su tutte le questioni irrisolte e rimosse legate al dogma dell’infallibilità. Non si tratta di banale relativismo, che mina i fondamenti etici della Chiesa e della società. E nemmeno di rigido e insulso dogmatismo legato all’interpretazione letterale. È in gioco il bene della Chiesa e dell’ecumene».
Küng lo aveva reso pubblico, tradotto in più lingue, il 9 marzo. Giunto all’ottantottesimo compleanno, «da teologo alla fine dei miei giorni, sostenuto da una profonda simpatia per lei e per la sua azione pastorale», il pensatore svizzero aveva rilanciato «un appello che ho più volte inutilmente lanciato nel corso di una discussione pluridecennale».
Francesco non ha mai parlato del dogma dell’infallibilità, sancito dal Concilio Vaticano I e da Pio IX il 18 luglio 1870. Del resto nessuno Oltretevere ritiene abbia mai pensato di metterlo in discussione. Bergoglio è il Papa della sinodalità ma ha ben presenti le prerogative del pontefice, che elencò in un discorso memorabile il 18 ottobre 2014, alla fine del Sinodo, citando il Codice di diritto canonico: il Papa è «il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo — per volontà di Cristo stesso — il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (canone 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (canoni 331-334)».
Diverso è dire che Francesco non abbia posto «alcun limite alla discussione», come riferisce Küng. Anche perché si tratta del dogma forse più frainteso, oltre che dibattuto. Il Concilio Vaticano I non disse affatto, come molti credono, che il Papa è infallibile tout court . Il Papa è un essere umano e la prima cosa che Bergoglio disse al conclave, subito dopo l’elezione, fu: «Io sono un peccatore». Dopo lunghe discussioni, nel 1870 si stabilì che il Papa è infallibile solo «quando parla ex cathedra , cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi».
Sono casi rarissimi, come quando nel 1950 Pio XII proclamò solennemente l’Assunzione di Maria in cielo. Ma l’estensione dell’infallibilità resta dibattuta tra i teologi. La posizione di Küng è netta: vorrebbe abolirla o almeno sottoporla ad una revisione radicale. Già il fatto che Francesco non abbia posto un limite alla discussione, scrive, è una bella notizia: «Penso che sia ora indispensabile utilizzare questa nuova libertà per portare avanti la riflessione sulle definizioni dogmatiche, che sono motivo di polemica all’interno della Chiesa cattolica e nel suo rapporto con le altre chiese cristiane».

Il Dogma dell’infallibilità
di Hans Küng Repubblica 28.4.16
IL 9 MARZO è apparso su importanti giornali di diversi Paesi il mio appello a papa Francesco per avviare una discussione libera, non prevenuta, aperta sulla questione dell’infallibilità. Mi ha fatto molto piacere ricevere già subito dopo Pasqua, attraverso la nunziatura di Berlino, una lettera personale di papa Francesco datata la domenica delle Palme (20 marzo).
In questa lettera sono per me molto significativi i seguenti punti: che papa Francesco mi abbia risposto e che non abbia, per così dire, lasciato cadere nel vuoto il mio appello; che abbia risposto di persona e non attraverso il suo segretario privato o il cardinale segretario di Stato; che sottolinei il carattere fraterno della sua lettera in spagnolo con l’appellativo tedesco «lieber Mitbruder» («caro confratello»), scritto in corsivo; che abbia letto attentamente l’appello che gli avevo rivolto anche in traduzione spagnola; che tenga in grande considerazione le riflessioni che mi hanno indotto a pubblicare il quinto volume dei miei scritti, nel quale propongo di discutere sul piano teologico, alla luce della Sacra Scrittura e della tradizione, le diverse questioni sollevate dal dogma dell’infallibilità, allo scopo di approfondire il dialogo costruttivo della Chiesa del ventunesimo secolo, «semper reformanda», con l’ecumene e la società postmoderna.
Papa Francesco non pone alcuna limitazione. Egli ha così corrisposto al mio desiderio di dar luogo a una libera discussione del dogma dell’infallibilità. Ritengo, perciò, che occorra utilizzare questo nuovo spazio libero per portare avanti il chiarimento delle definizioni dogmatiche contestate nella Chiesa e nell’ecumene cattolica.
Allora non potevo immaginare quale spazio libero avrebbe aperto pochi giorni dopo papa Francesco nello scritto apostolico post-sinodale Amoris laetitia. Già nell’introduzione egli dichiara che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero». Egli si volge contro una «una morale fredda da scrivania» e non vuole che i vescovi continuino a comportarsi come «controllori della grazia ». Non vede l’eucarestia come un premio per i perfetti, ma come un «alimento per i deboli». Cita ripetutamente affermazioni del sinodo dei vescovi e delle conferenze episcopali nazionali. Non vuole più essere il portavoce solitario della Chiesa. Questo è il nuovo spirito che ho sempre atteso dal magistero. Sono convinto che in questo spirito anche il dogma dell’infallibilità, questa fondamentale questione chiave della Chiesa cattolica, potrà alla fine essere discussa in modo libero, non prevenuto e aperto. Per questo libero spazio rivolgo a papa Francesco un ringraziamento profondamente sentito. Aggiungo l’aspettativa che i vescovi, le teologhe e i teologi facciano proprio senza riserve questo spirito in un dialogo collegiale e collaborino a questo compito nel solco della Scrittura e della grande tradizione ecclesiale.
Hans Küng è teologo, presbitero e saggista svizzero 

Tradotta la biografia di Geronimo Apache

Storia della mia vita. Autobiografia di un guerriero
Geronimo. Storia della mia vita. Autobiografia di un guerriero, Piano B, pp. 172, euro 13

Risvolto
"Storia della mia vita" è l'autobiografia di Geronimo, il grande capo Apache, uno dei documenti più straordinari riguardanti la storia dei nativi americani. Geronimo è stato il leader spirituale e intellettuale degli indiani d'America, e per più di 25 anni difese strenuamente la sua terra, il West, dalle mire espansionistiche del governo statunitense. Stremato e decimato, il popolo Apache si arrese ai soldati americani solo nel 1886. Due decenni più tardi, mentre viveva come un prigioniero di guerra nella riserva federale di Fort Sill, con l'aiuto di un interprete decise di raccontare la sua vita avventurosa, e S.M. Barrett, un sovrintendente scolastico dell'Oklahoma, raccolse le sue memorie. In "Storia della mia vita" Geronimo parla delle tradizioni e dei riti degli Apache, ci racconta la sua giovinezza e la sua famiglia e descrive le sanguinose battaglie contro l'esercito che voleva estirpare ad ogni costo gli indiani dalle terre dei propri padri. Illustra le tattiche militari, la caccia e i riti religiosi, e riflette con speranza sulle possibilità di sopravvivenza del suo popolo e della sua cultura. Purtroppo le sue speranze saranno infondate. Barrett spiega nella sua introduzione: "Scrissi al presidente Roosevelt, dicendo che al vecchio capo indiano, ormai prigioniero di guerra da più di vent'anni, non era mai stata offerta l'opportunità di narrare la sua versione dei fatti; chiesi che a Geronimo fosse permesso di raccontare in un libro la storia della sua vita". 

Una storia dei trovatori medievali

Michel Zink: I trovatori: una storia poetica, Mimesis, pagine 256, euro 24,00

Risvolto
«È ai trovatori che dobbiamo le più antiche canzoni d’amore composte in una lingua dell’Europa moderna. I loro testi, del XII e del XIII secolo, sono di una bellezza tale da plasmare fino ai giorni nostri le forme e il linguaggio non solo della poesia d’amore, ma dell’amore stesso. Mi sono proposto, in questo libro, di farli amare quanto li amo io, di far sentire tutta la raffinatezza e la semplicità, tutta la seduzione e la profondità dei loro componimenti. Ma come è possibile avvicinare, rendere immediatamente accessibile e apprezzabile appieno, una poesia d’amore vecchia di nove secoli, scritta in una lingua antica e straniera, talvolta deliberatamente oscura e prodotta da una civiltà ormai così lontana da noi? Questo libro vuole essere una storia poetica dei trovatori. Tenta di restituire alla loro poesia la freschezza originaria, seguendone il dipanarsi di canzone in canzone, dicendo solo il necessario per permetterle di parlarci, per far risaltare la sua finezza, perché ne risultino chiare le allusioni, perché – insomma – ci possa incantare e possa rivivere in noi».  

Michel Zink (Issy-les-Moulineaux, 1945) è professore di Letterature della Francia medievale al Collège de France e secrétaire perpétuel dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres dell’Institut de France. Le sue ricerche interessano diversi ambiti della letteratura medievale in lingua d’oc e d’oil. Tra le sue principali pubblicazioni, le edizioni di testi quali le chansons de toile (1978), il Roman d’Apollonius de Tyr (1982), i dits di Rutebeuf (1989-1990), e i saggi dedicati a La pastourelle. Poésie et folklore au Moyen Âge (1972), La prédication en langue romane avant 1300 (1976), La subjectivité littéraire. Autour du siècle de Saint Louis (1985), Poésie et conversion au Moyen Âge (2003). All’attività scientifica accompagna la scrittura di romanzi, anche di ambientazione medievale (Le Tiers d’amour. Un roman des troubadours, 1998).  

mercoledì 27 aprile 2016

Ancora su "Feuer und Blut"

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