martedì 31 maggio 2016

Rivalutare Rasputin per esorcizzare Lenin

Marco Natalizi: Il burattinaio dell’ultimo zar, Salerno

LA SAGGEZZA DI RASPUTIN
Marco Natalizi ricostruisce in un saggio (Salerno) le vicende del personaggio di umili origini che esercitò una grande influenza sulla famiglia imperiale russa Detestato e preso di mira dalla classe dirigente, venne assassinato nel 1916
Corriere della Sera 31 mag 2016 di Paolo Mieli
Non si sa neanche se sia nato nel 1863, nel 1864 o nel 1869. Di certo Grigorij Rasputin, destinato a diventare l’uomo più influente della Russia prerivoluzionaria di inizio Novecento, venne alla luce a Pokrovskoe, un poverissimo villaggio della Siberia sudoccidentale. Il censimento del 1897 registra lui, i genitori e la moglie come analfabeti. Gli anni dell’adolescenza — racconta Marco Natalizi in Il burattinaio dell’ultimo zar, che sta per essere dato alle stampe da Salerno — li trascorse tra ubriacature, eccessi sessuali, furti, zuffe e pestaggi. Una volta, per ordine del capo villaggio, fu condannato alla pubblica fustigazione. Ma nel profondo aveva qualcosa di strano, di inconsueto. In un’intervista pubblicata nel 1912 su «Novoe Vremja» si raccontò così: «Sognavo spesso e piangevo, e non sapevo nemmeno io il motivo, il perché di quelle lacrime».
Fu, prosegue Natalizi, «un adolescente rissoso, quasi reprobo nella sua comunità, contadino intemperante, e poi d’un tratto fervente religioso, inquieto credente pronto a sacrificare non tanto il contenuto della fede quanto il potere dei popy (parroci), riconosciuti come gli unici detentori di una sapienza particolare, autorevole e incontrastata». Anche questa «una tappa presto superata per vestire i panni del pellegrino alla ricerca di un cammino di perfezione radicale nei cenacoli dei nuovi movimenti religiosi e negli sperduti monasteri siberiani, dove si conservano credenze che la religione ufficiale tende a stemperare o a trasformare in formule razionali ritenute più adatte all’uomo moderno». Ciò che — in un breve lasso di tempo, a partire dal 1897 — lo fece diventare leader carismatico, starec, di una generazione di russi disorientati. Anche se circolava la voce che fosse membro dei Chlysty, i flagellanti, un movimento nato nel XVII secolo che sosteneva essere nelle possibilità di ogni essere umano farsi «nuovo Cristo». Laddove far parte dei Chlysty era considerato un vero e proprio marchio d’infamia per la Russia dell’epoca.
Il libro di Natalizi aggiunge molti elementi nuovi al classico Rasputin. Il «monaco nero» e la corte dell’ultimo zar (Einaudi) di Andrej Amalrik pubblicato in Italia oltre trent’anni fa. Si avvale di spunti contenuti in numerose pubblicazioni russe date alle stampe dopo la caduta del comunismo (prima tra tutte il Rasputin di Aleksej Varlamov) e nelle acute riflessioni di alcuni studi come All’ombra delle cupole d’oro. La Chiesa di Kiev da Nicola II a Stalin (1905-1939) di Simona Merlo (Guerini), Volti dell’anima russa. Identità culturale e spirituale del cristianesimo slavo-ortodosso di Natalino Valentini (Paoline), Un concilio nella rivoluzione. Religione e politica nella Russia del primo ’900 di Angelica Carpifave (Dehoniane).
A corte Rasputin arriva grazie al futuro vescovo e rettore dell’Accademia teologica di Pietroburgo, Feofan, che lo introduce alle granduchesse Milica e Anastasija (Stana) figlie del principe di Montenegro, grandi amiche di Nicola e Alessandra, ma soprattutto dedite alle pratiche dell’occultismo. Si conosce il giorno in cui avvenne il primo incontro tra il monaco e lo zar. Il 1 novembre 1905, Nicola II annota sul diario: «Abbiamo preso il tè da Milica e Stana e abbiamo fatto la conoscenza di un uomo di Dio». È Rasputin. L’anno, il 1905, è quello della conclusione della guerra con il Giappone iniziata nel 1904, delle grandi manifestazioni, della prima rivoluzione che si conclude allorché si impone come primo ministro Sergej Julevic Vitte, che costringe lo zar a firmare il «Manifesto sul perfezionamento delle strutture dello Stato», una sorta di capitolazione. Nicola si sente vittima di una cospirazione ordita dalla massoneria con il supporto del denaro ebraico. E quest’incubo complottista, assecondato dalla moglie (nipote, per parte di madre, della regina Vittoria), gli sconvolge la mente. Sul rapporto tra Nicola e Alessandra pesa il ricordo delle loro nozze (novembre 1894, a pochi giorni dalla scomparsa di Alessandro III). Come da usanza era stato offerto un grande pranzo per il popolo sul campo Chodinskij, ma si erano spezzate le assi dell’impalcatura e, mentre i sovrani inconsapevoli continuavano a danzare, centinaia di persone erano morte sotto la calca. A lungo Nicola e Alessandra avevano cercato un erede maschio e, dopo quattro femmine, erano stati «premiati», a dieci anni dal matrimonio, con la nascita di Alessio. Prima di questo evento (1904) l’imperatore aveva scelto di isolarsi e di consegnarsi a medium e taumaturghi. Dapprincipio Mitja «il Bleso», poi Matrëna «la Scalza» e ancora Monsieur Philippe «il mago di Lione». Tutti «scoperti» (e successivamente liquidati) dalle sorelle montenegrine per assecondare il desiderio dello zar di entrare in contatto con il proprio padre, Alessandro III. Poi però la padrona di uno dei salotti più alla moda della capitale, Olga Lochtina, racconta che Rasputin l’ha miracolosamente guarita da una grave forma di «nevrastenia intestinale» e all’improvviso la fama del monaco siberiano surclassa quella degli altri medium e guaritori. Nicola e Alessandra lo vogliono conoscere e le sorelle montenegrine organizzano il tè del 1 novembre 1905. Tra lui, lo zar e, soprattutto, la zarina è un incontro molto importante. Lo starec, infatti, non si limiterà a vegliare sulla salute del piccolo Alessio (emofiliaco), ma sarà in grado di guidare i sovrani lungo i sentieri di una politica dagli effetti stabilizzatori. Rasputin, per dirla con Natalizi, riuscirà a gettare «un ponte tra lo zar e la nazione».
Il ceto dirigente capisce immediatamente e gli si mette di traverso, Pietroburgo è inondata da pettegolezzi (spesso a sfondo sessuale) e già all’inizio del 1908 prende il via un’inchiesta contro l’uomo di Pokrovskoe. Che, però, ne esce illeso. Anzi, rafforzato. Alla guida del governo adesso c’è Pëtr Arkadevic Stolypin, il quale chiede su di lui un numero crescente di informazioni. A dicembre del 1908 sta per essere tratto in arresto, ma Milica lo nasconde per tre settimane. Sembra che da un momento all’altro debba scoppiare una guerra nei Balcani, dopo che nel 1908 l’Impero austroungarico ha annesso Bosnia ed Erzegovina. Ma Rasputin riesce a convincere lo zar del fatto che quella guerra è inopportuna. Di conseguenza, al ministero dell’Interno si diffondono voci sull’appartenenza del religioso alla massoneria.
I rapporti tra Rasputin e Stolypin si fanno tesi. La generalessa Bodanovic, animatrice di un importantissimo salotto pietroburghese, annota nelle sue memorie: « Circa tre settimane fa Stolypin è arrivato con un rapporto e ha dovuto aspettare mezz’ora dal momento che lo zar era da sua moglie, nella cui camera da letto c’era quello strambo». I sovrani, aggiunge più che contrariata, «hanno deciso il destino della guerra nei Balcani insieme al contadino anziché con lui (Stolypin)!». E quando nella primavera del 1909 Stolypin si scontra con il monaco reazionario Iliodor, accade qualcosa di clamoroso. Rasputin si schiera al fianco del religioso che accusa il governo di «complicità con i rivoluzionari», dopodiché convince Nicola e Alessandra a «perdonare» l’irruenza di Iliodor e persuade la zarina ad incontrarlo a casa della dama di corte Anna Vyrubova. A questo punto, metà del 1909, anche il vescovo Feofan raffredda i rapporti con la starec siberiano.
Trascorrono pochi mesi ed entra in gioco la stampa. Colpisce l’elevato grado di libertà e spregiudicatezza dell’informazione russa dell’epoca. «Moskovskie Vedomosti» adombra su di lui sospetti di eresia e prende di mira l’esuberanza sessuale del religioso. Un giornale di Pietroburgo, «Rec», allude in modo evidente alla sua influenza sul sovrano. Una bambinaia di Alessio, lo zarevic, sostiene di essere stata stuprata da Rasputin. E nella slavofila Mosca la campagna diffamatoria contro di lui non conosce confini. Stolypin cerca lo scontro finale, ma lo zar lo prende in contropiede e blocca le sue iniziative. Finché a Kiev all’inizio di settembre (1911) — durante la rappresentazione dell’opera Una vita per lo zar, in occasione dell’inaugurazione di un monumento ad Alessandro II — ci pensa un attentatore a togliere di torno quell’ingombrante primo ministro.
Ma gli articoli di giornale contro padre Grigorij riprendono, anzi si intensificano. E investono la Duma (l’assemblea rappresentativa russa) il cui Presidente, Michail Vladimirovic Rodzjanko, si mette in testa di «smascherare Rasputin» come appartenente alla massoneria. Lo fa, dice, per «salvare lo zar». L’8 marzo 1912 Aleksandr Ivanovic Guckov, leader del Partito ottobrista, pronuncia un discorso alla Duma in cui definisce Rasputin «un personaggio enigmatico, tragicomico, una specie di fantasma dell’altro mondo oppure un superstite di secoli d’ignoranza». E ipotizza che sia «un torturatore fanatico che compie il suo orrendo compito» o forse «un astuto avventuriero che manda avanti le sue losche faccenduole», dietro il quale «c’è un’intera banda». Il Rasputin descritto da Natalizi è però qualcosa di più complesso di ciò che ne dicevano all’epoca i numerosi detrattori. È vero che dal 1914, quando iniziò a prendere soldi dai postulanti e ad essere «roso dal demone dell’avidità», a «bere e a cedere a ogni sorta di passione per annegare l’amarezza della diffamazione che, ad eccezione dei sovrani, la Russia intera gli oppone», i suoi tratti diventeranno vieppiù sinistri. Ma i suoi consigli allo zar erano saggi. E la sua influenza cresceva sempre più.
Nelle lettere che tra loro si scambiavano, Nicola II di Russia e sua moglie Alessandra lo definivano, forse anche per non esplicitarne il nome, «il nostro Amico». La sua influenza sui sovrani russi continuò ad essere davvero notevole. «Il nostro Amico», scrive la zarina al consorte il 15 novembre 1915, «ha detto che tu dovresti ritornare all’improvviso e pronunciare qualche parola all’apertura della Duma». Ipotesi che verranno confermate dal ministro dell’Interno Aleksej Chvostov, tratto in arresto dopo la rivoluzione d’Ottobre: «Due o tre mesi prima che l’imperatore si presentasse davanti alla Duma, Rasputin aveva invitato gli agenti che lo pedinavano a prendere il tè, e uno di quei signori gli aveva domandato: “Perché sei triste Grigorij Efimovic?”. La risposta era stata: “Mi hanno chiesto di riflettere su cosa fare con la Duma … Sai cosa ti dico? Manderò lui stesso (lo zar) alla Duma, ci vada, ci faccia l’inaugurazione, e nessuno oserà dire niente”». E l’ex ministro all’Educazione, Aleksandr Manujlov ribadirà che Rasputin gli aveva annunciato che «il paparino» sarebbe andato al Parlamento russo «senza fare storie». Era un frangente delicatissimo nella vita politica russa: lo zar era alla ricerca di un gruppo dirigente coeso e questo dava luogo a un incessante avvicendamento di ministri. Nel Grigorij Rasputin (al centro, con la barba lunga e una mano sul petto) nel 1914, attorniato da un gruppo di ammiratrici e ammiratori nella sua casa di San Pietroburgo. Tra coloro che ne subivano il carisma c’erano vari esponenti dell’alta società russa, ma in genere il ceto dirigente gli era molto ostile pieno della Grande guerra, alla vigilia della rivoluzione di febbraio e del successivo colpo di Stato bolscevico (1917). Lo stesso Chvostov si diceva disponibile a pagare centomila rubli per l’uccisione di Rasputin e, in mancanza di alternative, a toglierlo di mezzo con le sue mani.
Risultato? La vicenda finisce sui giornali e il 3 marzo l’imperatore destituisce Chvostov. Aleksandr Dmitrevic Protopopov, nuovo ministro dell’Interno, riferirà di alcune sue impressioni sulle modalità della sua nomina: «Rasputin si dette veramente da fare per me? Probabilmente sì, anche perché mi aveva sempre lodato e poi perché mi ero sempre comportato con lui in modo da fargli capire che tutte quelle infamie che gli venivano rovesciate addosso e l’eventuale male che era stato fatto, non lo imputavo a lui». La sua influenza, dicevamo, cresceva anche dopo l’inizio della guerra mondiale e i suoi erano reiterati inviti alla prudenza. Anche a dispetto di qualche pubblica esibizione di fede patriottica. Racconta la dama di corte Anna Vyrubova che «Rasputin prediceva che la guerra sarebbe risultata molto gravosa per la Russia e avrebbe provocato perdite enormi». Enormi oltreché inutili. Alla fine di giugno del 1914, proprio nei giorni dell’uccisione dell’arciduca austriaco a Sarajevo, aveva subìto un primo attentato. Dopodiché l’Ochrana, la polizia zarista, aveva stabilito su di lui uno speciale servizio di sorveglianza nei cui rapporti, però, si poteva leggere più che altro quanto a casa sua si bevesse, quanto si ballasse e a quali dissolutezze ci si lasciasse andare e quanto si facesse «baccano».
Nel frattempo, primavera 1915, i tedeschi avanzavano e nel corso della ritirata i russi perdevano quasi un milione e mezzo di uomini. Subito erano riprese le chiacchiere sui complotti. Lo zar dava segni di cedimento e la zarina lo implorava: «Non ascoltare gli altri, ma soltanto la tua anima e il nostro Amico». Il quale «Amico» si distingueva per i suoi suggerimenti quasi sempre lungimiranti. Tant’è che il ministro dell’Interno Chvostov aveva suggerito che il monaco potesse prendere in prima persona le redini del governo.
Ma via via che le cose della guerra si mettevano male, l’ideologia complottista, a cui Rasputin si era sempre opposto, prendeva di mira lui e la zarina, accusati di essere una quinta colonna della Germania. Nelle crisi, scrive Marco Natalizi, «le percezioni e le credenze contano assai più della realtà e in questo caso la demonizzazione della corte consente di segnare a dito, quali colpevoli delle avversità belliche, personaggi influenti su cui riversare l’ira della gente». I preparativi per uccidere Rasputin avvengono quasi alla luce del sole. Il 21 novembre 1916 il principe Feliks Jusupov scriveva in una lettera: «Sono tremendamente impegnato nell’elaborazione del piano per eliminare Rasputin». Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre il piano fu portato a compimento. Secondo alcune ricostruzioni storiche a ucciderlo avrebbero concorso i servizi segreti inglesi, nel timore che Rasputin inducesse lo zar a siglare una pace separata con la Germania. Natalizi dà poco credito a queste ipotesi. Ma è un fatto che se Nicola II avesse ascoltato i consigli di Rasputin sarebbe certamente rimasto sul trono. E fu invece la rivoluzione d’Ottobre. Quanto alla pace separata con la Germania, l’avrebbe conclusa Lenin appena 15 mesi dopo l’uccisione di Rasputin, nel marzo del 1918.

Da Kissinger a Cheney, una allegra banda di delinquenti per i 100 anni di Bernard Lewis, anti-Said e prototeorico dell'islamofobia e del suprematismo ebraico-cristiano



È stato il primo occidentale a basarsi principalmente sulle fonti in arabo. Ha capito e amato una civiltà senza scusarne i difetti
Fiamma Nirenstein Harold Rhode Giornale Mar, 31/05/2016

L’uomo che previde l’arrivo della Jihad 
Ha compiuto cent’anni lo studioso del Medio Oriente che annunciò «Il ritorno dell’Islam». Consigliò il sostegno alle rivolte arabe ma senza imporre i sistemi occidentali 
Rolla Scolari Busiarda 8 6 2016
Ha pronosticato anzitempo che la nostra era sarebbe stata caratterizzata da un «ritorno dell’Islam». Bernard Lewis, tra i maggiori esperti del Dopoguerra di storia del Medio Oriente e dell’Islam, ha da poco compiuto cento anni. 
Nel dopo 11/9, con il tempismo di un libro dato alle stampe poco prima degli attentati alle Torri Gemelle - Il Suicidio dell’Islam, in inglese What Went Wrong, che cosa è andato storto - è diventato il più mediatizzato professore di studi mediorientali, convocato regolarmente dai vertici repubblicani di Washington per dare consiglio.
L’impero ottomano
Dal VII secolo alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, l’Islam è stata una civiltà in espansione militare, sociale, politica, culturale, scientifica. Nei secoli successivi, scrive Lewis nel libro del 2001, perde spinta innovativa ma, sostenuto dalle vittorie militari, prende coscienza del suo rallentamento e dei rapidi sviluppi del sapere degli «infedeli» soltanto con la fine dei successi bellici: la sconfitta di Vienna del 1683. Quando è ormai tardi, con un Impero Ottomano vacillante, fa i conti con il divario, rifiutando però in parte la modernità europea. Sarebbe stato questo cortocircuito secolare, per il professore, a creare in aree della società musulmana i presupposti della violenza terroristica e jihadista.
Nato in Gran Bretagna da famiglia ebrea, Bernard Lewis si è appassionato in gioventù agli studi e alle lingue del Medio Oriente. Dopo aver servito nella Seconda guerra mondiale nell’intelligence militare, ha insegnato al tempio del sapere orientalista londinese, the School of Oriental and African Studies, per poi trovare la sua casa definitiva a Princeton, Stati Uniti.
Nel 1976, tre anni prima della Rivoluzione islamica a Teheran, Lewis, sulla rivista conservatrice Commentary, ha parlato di «Ritorno dell’Islam» in un momento in cui, ricorda in un recente articolo il discepolo Martin Kramer, la narrativa sul Medio Oriente era fondata sulle categorie politiche di destra e sinistra. Scrive Lewis di una «ricorrente riluttanza» a riconoscere «l’universalità della religione come un fattore nelle vite dei popoli musulmani». 
L’equivoco
L’Europa cristiana per secoli non avrebbe riconosciuto l’Islam come comunità religiosa, ma etnica: saraceni mori, turchi, tartari... Spiega Lewis come non siano infatti nazione o Paese, come in Europa, a essere alla base dell’identità, ma la comunità politico-religiosa: «Era la religione a distinguere coloro che appartenevano al gruppo». E all’inizio degli Anni 70, la «crescita della passione religiosa» in Medio Oriente, fa notare, è «ovvia»: persino i regimi laici giustificavano la propria legittimità in termini religiosi.
Come altre religioni, l’lslam ha conosciuto periodi in cui ha ispirato sentimenti di odio e violenza tra i suoi fedeli, scrive Lewis nel 1990, sull’Atlantic, cercando di individuare «le origini della rabbia musulmana» verso l’Occidente: «Un’irrazionale ma sicuramente storica reazione di un antico rivale contro la nostra eredità giudaico-cristiana e il nostro presente laico». «E’ per nostra sfortuna che una parte - e assolutamente non tutto e nemmeno la maggioranza - del mondo islamico sta vivendo ora un simile periodo». Per primo nel ’57 e poi sull’Atlantic ha utilizzato quella che resta una formula alla base di infinite polemiche: «scontro di civiltà». Se i musulmani hanno faticato a comprendere la corsa dell’Europa verso la modernità, l’Occidente ha fallito nel non riconoscere che l’interlocutore è assieme religione e sistema politico. Da qui, lo scontro, sostiene. Alla «rabbia» islamica diagnosticata in molti suoi scritti, Lewis non concede soluzioni. Sembra trovarne provvisoriamente una nel suo contestato appoggio all’invasione dell’Iraq del 2003. 
Bin Laden
Se ha dato in anticipo l’allarme sull’ascesa di «una versione estremista dell’Islam militante», per usare le sue parole; messo in guardia sulla pericolosità di Ruhollah Khomeini in Iran, e sul fondamentalismo sanguinario di Osama Bin Laden, i detrattori gli rimproverano una visione stereotipata dell’Oriente, di aver ridotto le ragioni della «rabbia» islamica contro l’Occidente a questioni interne al mondo musulmano, senza soppesare abbastanza l’effetto di colonialismo europeo e interferenza americana. Gli contestano il sostegno all’intervento in Iraq - senza prevederne le conseguenze - alle politiche dell’Amministrazione Bush, al «regime change».
Nella sua produzione, prima e dopo il 2003, Lewis ha però spesso raccomandato prudenza all’Occidente nell’interferire in Medio Oriente e nell’esportare schemi politici occidentali. Nell’aprile 2011, torna su quei consigli. In una conversazione con il Wall Street Journal suggerisce di sostenere le rivolte arabe in corso ma di non imporre sistemi politici occidentali. E «non perché il Dna musulmano non sia predisposto». «L’intera tradizione islamica è chiaramente contro le autocrazie e il governo irresponsabile», «ai musulmani dovrebbe essere permesso di sviluppare la loro maniera di fare le cose». 
Scontro di civiltà
Per Lewis, lo «scontro di civiltà» non equivale a una rilettura negativa della storia: lui resta soprattutto uno studioso innamorato della civiltà islamica classica. «L’Islam ha portato conforto e serenità a innumerevoli milioni di donne e uomini - ha scritto sull’Atlantic - ... Ha insegnato a popoli di razze diverse a vivere in fratellanza e a popoli di credo diversi a vivere uno accanto all’altro, in ragionevole tolleranza. Ha ispirato una grande civiltà in cui altri, accanto ai musulmani, hanno vissuto in maniera creativa e utile e che, attraverso alle sue conquiste, ha arricchito il mondo intero». L’Islam sta ora arrivando in Europa attraverso le migrazioni, e il professore si chiede da anni se il futuro sarà quello di «un’Europa islamizzata o di Islam europeizzato». 
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Gli scritti di Camillo Olivetti

Tre Scritti di Camillo OlivettiCamillo Olivetti: Tre scritti sulla fabbrica, la formazione e la solidarietà, postfazione di Carlo G. Lacaita, Edizioni di Comunità, pp. 62, euro 8

Risvolto
Tre scritti per comprendere le radici dell’impresa diventata grande sotto la guida di Adriano Olivetti ma che ebbe origine dal genio, dalla competenza tecnica e dal senso di responsabilità sociale di suo padre Camillo. Un’eredità di riflessioni sulla vita di una fabbrica, capace ancora oggi di ispirare e porre domande su quale sia il ruolo di un vero imprenditore.
“È necessario che i capi stiano in officina almeno un’ora in più degli operai per studiare il lavoro. La vita di chi si dedica all’industria con un certo grado di idealismo è ingrata e difficile”

CAMILLO OLIVETTI (1868-1943) – Attivista socialista, eclettico inventore e fine progettista, dopo aver insegnato ingegneria all’università di Stanford fondò nel 1908 a Ivrea la “Prima fabbrica italiana di macchine per scrivere”. Non rinunciò mai a occuparsi in prima persona delle questioni di progettistica e di formazione tecnica, fino alla morte avvenuta in clandestinità a Biella durante la guerra.

Antonio Socc'mel certifica tre miracoli e l'esistenza della Polonia







Il miracolo dell’ostia che diventa carne
Si moltiplicano i misteriosi eventi eucaristici dove la particola si trasforma in muscolo umano Nessuno riesce a darne spiegazione. Bergoglio è scettico, ma il fenomeno riguarda San Wojtyla

Libero 31 mag 2016 ANTONIO SOCCI

L'Anticristo abbraccia l'erede di Pietro in un recente incontro.

È accaduto in una città polacca della Slesia, Legnica, che prende il nome dalle sue miniere di lignite. Ed è un evento enorme, ma si è verificato in sordina.
Il 25 dicembre del 2013, nella chiesa parrocchiale di San Jacek, durante la Messa di Natale, il sacerdote distribuisce la comunione e un'ostia consacrata cade inavvertitamente per terra.
Secondo le norme in questi casi si raccoglie la particola e la si pone dentro il tabernacolo in un bicchiere d'acqua dove di lì a poco si dissolverà.
Così hanno fatto. Ma dieci giorni dopo, il 5 gennaio del 2014, uno dei sacerdoti si accorge che l'ostia c'è ancora e, in una sua parte, è diventata rosso sangue.
Viene avvertito il vescovo che passate due settimane - istituisce una commissione di studio.
ZONA ROSSA
Si prelevano alcuni campioni dalla zona rossa della particola e si sottopongono a rigorose analisi del Dipartimento di Medicina Legale che - alla fine degli esami di laboratorio - trae queste conclusioni: «Nell'indagine istopatologica si è scoperto che i frammenti di tessuto contengono parti frammentate di muscolo striato. L'insieme assomiglia molto al muscolo cardiaco, con le alterazioni che appaiono di frequente durante l'agonia. Gli studi genetici indicano l'origine umana del tessuto».
Com'è noto la Chiesa - sulla base delle parole di Gesù - riconosce che il pane e il vino consacrati dal sacerdote durante la messa diventano realmente il corpo e il sangue di Cristo, pur conservando l'apparenza del pane e del vino.
Ma da secoli si verificano miracoli in cui quelle apparenze spariscono e il pane e il vino consacrati mostrano, anche scientificamente, di essere diventati davvero carne e sangue umani. In questo caso addirittura carne di un cuore vivo che sta soffrendo nell'agonia: la sofferenza del Salvatore che viene rifiutato dal mondo. Il vescovo mons. Zbigniew Kiernikowski, il 17 aprile scorso, dopo aver ottenuto a Roma il placet della Congregazione per la dottrina della fede, ha firmato il riconoscimento ufficiale del miracolo e ha fatto esporre la reliquia.
La diocesi ha convocato una conferenza stampa per dare tutte le informazioni sull'accaduto e sulle analisi mediche che sono state così accurate da fornire un'assoluta certezza morale.
Prodigi simili si sono verificati anche in passato. Per esempio il miracolo eucaristico di Lanciano avvenne in quella cittadina abruzzese nell'VIII secolo e la reliquia è tuttora lì conservata.
Il clamoroso miracolo eucaristico di Bolsena data al XIII secolo. Si potrebbe sospettare che per quei tempi così lontani non sia garantita la veridicità delle testimonianze. Ma il miracolo eucaristico di Siena - avvenuto nel XVIII secolo - dura ancora oggi, contro tutte le leggi naturali e proprio nei mesi scorsi è stato nuovamente analizzato dagli scienziati e riconosciuto come evento inspiegabile. Soprattutto però è significativo che i miracoli eucaristici continuino a verificarsi anche ai giorni nostri. Non si sono dissolti davanti al tribunale dell'analisi scientifica. Anzi, accadono addirittura con una frequenza superiore al passato. E sembra quasi che il buon Dio faccia le cose in modo da spazzar via ogni sospetto di imbroglio.
Consideriamo un altro recente caso, accaduto sempre in Polonia, nel 2008, a Sokolka, nella chiesa di S. Antonio.
I fatti sono praticamente identici a quelli di Legnica. Il grumo rosso dell'ostia è stato analizzato da specialisti della facoltà di medicina dell'università di Bialystok, Maria Elzbieta Sobaniec-Lotowska Papa Francesco e il pontefice emerito Benedetto XVI in un abbraccio affettuoso. I due papi hanno una diversa concezione dei miracoli eucaristici
e Stanislaw Sulkowski ,i quali hanno rilevato che il fenomeno non si è prodotto per l'azione di batteri: una quantità di indicatori inducono a identificare il campione come proveniente da muscolo cardiaco e si tratta di fibre non necrotiche. In pratica tessuto vivente.
Oltretutto la lunga permanenza in acqua avrebbe dovuto avviare un processo di autodistruzione dovuto agli enzimi intracellulari, ma nulla di tutto questo si è verificato. Sui giornali polacchi qualcuno ha insinuato che quella sostanza rossa potesse in realtà provenire dal cuore di un cadavere per essere posta appositamente sull' ostia.
Ma la particola è sempre stata sotto chiave, nessuno ha potuto manipolarla. E soprattutto i medici legali hanno escluso quella manipolazione perché hanno rilevato un dettaglio impressionante: i tessuti della particola sono inestricabilmente interconnessi con il tessuto cardiaco umano, tanto compenetrati che le particelle dell'ostia a un certo punto si trasformano in tessuto cardiaco. Cose mai viste. Nessuno sulla terra è in grado di fare questo.
La professoressa Sobaniec-Lotowska ha dichiarato: «Nemmeno gli scienziati della Nasa, che pure dispongono delle più moderne tecnologie, sarebbero in grado di riprodurre artificialmente una cosa del genere». Paradossalmente nella modernità i miracoli eucaristici, anziché sparire (come avrebbero immaginato gli scettici), si sono moltiplicati e sono divenuti ancora più credibili, proprio grazie al vaglio della scienza. Essa ha finito col diventare - di fatto - la migliore alleata della Chiesa Cattolica. Perché la Chiesa - diversamente da quanto credono i disinformati e i faziosi - dà un posto d'onore alla ragione e riconosce il ruolo fondamentale della conoscenza scientifica. È proprio alla scienza che la Chiesa chiede il primo responso sui presunti miracoli, sia quelli analizzati nelle cause dei santi, sia quelli che si verificano a Lourdes o di altri santuari (perlopiù miracoli di guarigioni straordinarie).
Solo se e quando la scienza attesta che il fatto è scientificamente inspiegabile la Chiesa lo prende in considerazione e lo studia per riconoscere l'eventuale sua origine soprannaturale.
Così - volente o nolente - il mondo scientifico di fatto fornisce la sua autorevole convalida a quei fenomeni che superano la nostra ragione, sovvertono le leggi naturali e sono infine chiamati «miracoli».
Ma perché il Cielo dovrebbe volere dei miracoli eucaristici? La Chiesa risponde: per confermare la fede dei cristiani e suscitare domande ragionevoli nella mente dei non credenti. Ma anche per esaltare la presenza viva di Gesù fra i suoi. Papa Benedetto sempre sottolinea la centralità dell'eucarestia: «senza l'Eucaristia la Chiesa non esisterebbe». Nulla è casuale, anche in questi due miracoli eucaristici che sono avvenuti nella patria di Giovanni Paolo II. Proprio lui istituì la diocesi di Legnica nel 1992 e la visitò cinque anni dopo. È nella sua memoria che la Chiesa polacca, nei recenti Sinodi, si è battuta contro la «rivoluzione» bergogliana sull’eucaristia. E sempre nel ricordo di papa Wojtyla la Chiesa polacca ha accolto i due miracoli ricordando le parole di Gesù alla mistica di Cracovia S. Faustina Kowalska: «onora il mio Cuore che nel SS.mo Sacramento è pieno di Misericordia».
TORNA GIOVANNI PAOLO
È stato proprio Wojtyla a far conoscere S. Faustina e a canonizzarla. La vera misericordia - ha spiegato recentemente Benedetto XVI - è quella illustrata da papa Wojtyla e da S. Faustina.
Benedetto ha poi aggiunto che Bergoglio non può che predicare questa misericordia, la sola autentica. Sapendo, dolorosamente, che egli invece diffonde un' idea errata di «misericordia» che - con l'Amoris laetitia - legittima perfino la profanazione dei sacramenti e quindi il sacrilegio.
È nota la «freddezza» verso l'Eucaristia di Bergoglio che non si inginocchia davanti ad essa e che fece sconcertanti affermazioni «relativiste »sull'Eucaristia e sulla messa durante la sua visita ai luterani di Roma. Queste per i cattolici sono le cose veramente importanti e infatti su di esse si sta verificando uno scontro epocale nella Chiesa.
Molti pensano che il moltiplicarsi dei «miracoli eucaristici», oggi, sia da leggere come un segno per il nostro tempo e un ammonimento per chi sta nel seggio più alto: quel Bergoglio che - già da vescovo ausiliare di Buenos Aires - mise la sordina a un altro miracolo eucaristico, avvenuto negli anni Novanta proprio nella capitale argentina.

Gorlier racconta dei suoi amici scrittori

“Così sono diventato l’americanista Bonetto” 

I 90 anni dell’intellettuale, protagonista tra i grandi della letteratura 

Bruno Quaranta Busiarda 31 5 2016
Sa che cos’è il miele ibleo?». Claudio Gorlier, allo scoccare dei novant’anni, è sempre in cattedra, mai smettendo, va da sé, la scarruffata indole dell’allievo. Scolaro e maestro, nel solco di una tradizione, da Gobetti a Ginzburg, così propria della sua Torino. 
Sono infinite le vie che conducono a Shakespeare, per il discepolo dell’anglista princeps Giorgio Melchiori, un Puck che si diverte a insidiare i luoghi comuni: «Regnava il silenzio quando ponevo la domanda ai miei studenti, leggendo l’ Enrico IV. Ibleo, ovvero dell’antica città di Ibla, in Sicilia...A proposito dell’Enrico IV, sa perché non mi sono arricchito? Edmo Fenoglio mi commissionò una traduzione per Buazzelli, che non andò però mai in scena, addio dunque ai copiosi diritti d’autore».
C’è una battuta dell’«attore» Claudio Gorlier, acrobata qual è del gesto e della parola, che avvicina la fama di un rigo shakespeariano, «This is the Baloon», La donna della domenica, capitolo ottavo, «This, disse l’americanista...».
La Torino di Fruttero e Lucentini...
«Sì, sono io l’americanista Bonetto. Carlo Fruttero, non Lucentini, lo ha modellato, ispirato dalla nostra amicizia: compagni di banco al Gioberti, correvano gli anni Trenta; ladruncoli nella fu libreria Casanova; girovaghi a Parigi...».
Come diventa americanista?
«Sono stato il primo a vincere una cattedra di letteratura americana in Italia. Con due anni di ritardo. Ero a Berkeley quando Melchiori, super maestro e super amico, mi invitò a partecipare a un concorso organizzato ad hoc per me. Rinunciai affermando: “Non sono ancora pronto”».
La letteratura americana. Ma il suo cognome non l’indirizzava alla letteratura francese?
«Mi sarei dovuto laureare con Ferdinando Neri. Gli chiesi la tesi sull’ugonotto Agrippa D’Aubigné, età barocca. Ma il poeta non era nelle sue corde, tergiversava, insomma: non mi incoraggiò. E così mi rivolsi a Federico Olivero, il professore che aveva rifiutato a Pavese la tesi su Whitman, laureandomi su Eliot. Controrelatore Francesco Pastonchi, che osservò, a proposito di Eliot: “Com’è possibile che un americano-inglese capisca Dante?”. La sua obiezione mi valse cinque punti in meno: laurea con 105».
Il tronfio Pastonchi...
«Accadde che, finita la guerra, ricoprii all’Università la carica di rappresentante degli studenti, due per anno, a dividersi i posti azionisti e comunisti. Nella prima riunione sollecitammo la rimozione di Pastonchi, compromesso con il fascismo. Avvenne quindi la resa dei conti, allorché sostenni il biennale con il poeta di Belfonte. “Mi parli - già assaporava la vendetta - di Giusto de’ Conti di Valmontone...”. Non esitai: “E’ un petrarchista del Quattrocento. Cantò le lodi di una donna in La bella mano”. Cavallerescamente mi diede 30».
Aderiva al Partito d’azione o al Pci?
«Il mio partito è il Partito d’azione. Ne sono ancora idealmente iscritto. Non tragga in inganno la mia iscrizione al Pci, sciolto il Pda. Una breve parentesi, sulla scia del mito resistenziale. Lavorai come giornalista all’edizione torinese de L’Unità. Quando lasciai i comunisti con Raimondo Luraghi, storico della guerra civile americana, e Franco Ferrarotti, il direttore Montagnana mi lanciò l’anatema: “Diventerai un nemico della classe operaia!”».
Dopo il pci che cosa l’aspettava?
«L’America. Vi giunsi grazie a Barbara White. Dirigeva un centro culturale americano con sede nella torinese piazza San Carlo, sarà la prima donna presidente di Università negli Usa». 
Tra le sue frequentazioni d’oltreoceano?
«Henry Kissinger, secondo i nemici. Mentre la corretta pronuncia è Kissinger. Mi segnalò tra l’altro una giovane cantante, ventunenne, che a suo dire ne avrebbe fatta di strada: Joan Baez».
Gli amici scrittori: un’istantanea di Pavese?
«Il suo complesso: non aver fatto la Resistenza. Mila mi diceva. “Talvolta, incontrandomi per strada, fingeva di non vedermi”. Si era iscritto al pci, ma non lo frequentava. “Perchè?”, gli domandai. Estetica la risposta: “Perché mi chiederebbero di affiggere manifesti”».
L’estremo incontro con Fenoglio?
«Autunno 1962. Alla vigilia di un viaggio negli Stati Uniti. Ad Alba. Si conversa sino alle due di notte, mi annuncia: “Sto scrivendo un romanzo, parte in inglese. Sarai il primo a leggerlo”».
Calvino: a quando risale il vostro sodalizio?
«Ci conoscemmo studenti. Viveva in una stanzetta di via XX Settembre. La domenica era ospite a pranzo dei miei genitori. Un giorno gli dissi: “Pavese aveva capito di essere un bravo scrittore, in te riconoscendo un grande scrittore”. Tossì: “Forse ha ragione...”».
Primo Levi: era così riservato?
«Non con me. Una volta mi raccontò che in Germania, dove si era recato per lavoro, ricevette calorose congratulazioni, tale la sua padronanza della lingua tedesca. La sua spiegazione raggelò gli astanti: “L’ho imparata nei lager”».
E Giovanni Arpino?
«Fedelissimo alle inimicizie e alle amicizie. Tra la spada e l’abbraccio. Mai nutrendo rancore».
Gorlier saggista. A quale libro vorrebbe legare il suo nome?
«La fine dell’innocenza, un viaggio nel profondo Sud, dagli albori a Faulkner. Là dove è la guerra civile a significare “la fine”. Ma, scaramanticamente, lo tengo a bada. Terminandolo suonerebbe la campana per me». 
Il verso per eccellenza in lingua inglese?
«To be or not to be...».
Il professor Gorlier, beninteso, non ha dubbi: essere, essere...
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Julia Mann dal Brasile a Lubeccca



Buddenbrook, anima tropicale
FRANCO LA CECLA  Avvenire 31 maggio 2016

lunedì 30 maggio 2016

Il perfido Togliatti e Mussolini d'accordo - Stalin complice - nel mantenere Gramsci a spese degli italiani, in un albergo di lusso e forse pure con 35 euro al giorno

Gramsci in cella e in clinica I paradossi di una prigionia
Corriere della Sera 30 mag 2016 Di Franco Lo Piparo
«Per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». È la frase che avrebbe pronunciato il pubblico ministero nel processo contro Antonio Gramsci. In tanti ci è capitato almeno una volta di citarla. La notizia la dà Togliatti nell’articolo scritto nel 1937 per commemorare la recente morte del compagno. Quella frase non è stata mai detta da nessun giudice. Chi volesse controllare non ha che da leggere gli atti del processo, pubblicati da Domenico Zucaro nel 1961.
Il falso storico del 1937 è il punto di partenza di altre falsificazioni su Gramsci e il fascismo. Molte sono note, anche se non sono mai state adeguatamente valorizzate. Ne ricordo alcune tra le più eclatanti.
Ancora Togliatti, nel 1944 appena arrivato in Italia, scriverà che la cognata Tania i Quaderni era riuscita «a trafugarli dalla cella la sera stessa della sua morte, grazie al trambusto creatosi». Gramsci non è morto in una «cella», ma in una delle cliniche più costose di Roma, la Quisisana.
Era accusato di avere attentato alla sicurezza dello Stato. In presenza di un tale capo di imputazione anche i regimi liberal-democratici adottano misure di rigido controllo di ciò che il detenuto scrive. Mussolini, se avesse voluto sequestrare i Quaderni, non aveva che da applicare leggi e regolamenti. Nessuna astuzia di compagni e cognata sarebbe stata efficace. I Quaderni uscirono dalla clinica col consenso o nel disinteresse totale del fascismo. Perché? Escluderei il ricorso all’inefficienza dell’apparato repressivo.
La documentazione disponibile mette sotto gli occhi un paradosso che attende una spiegazione. Gramsci al momento
dell’arresto era coperto da immunità parlamentare. Il suo arresto fu illegale, la sentenza o infondata o eccessiva. Una volta condannato (ecco il paradosso) si ha la sensazione che si sia formata una specie di rete protettiva governata direttamente da Mussolini. I fatti che orientano verso questa supposizione sono tanti.
Gramsci dispone di una cella tutta sua che, stando alla descrizione che il detenuto fa alla madre il 31 settembre 1931, è «una cella molto grande, forse più grande di ognuna delle stanze di casa». La lettera non trascura alcuni particolari: «Ho un letto di ferro, con una rete metallica, un materasso e un cuscino di crine e un materasso e un cuscino di lana e ho anche un comodino».
A partire da febbraio 1929 può usare carta, penna e libri diversi da quelli della biblioteca del carcere. Privilegio non concesso agli altri detenuti politici.
A volte il direttore gli proibisce la lettura di determinati libri. Gramsci scrive direttamente a «S.(ua) E.(ccellenza) il Capo del Governo» e l’autorizzazione alla lettura arriva. Nella lettera dell’ottobre 1931 indirizzata a Mussolini, ad esempio, scrive: «Ricordando come ella mi abbia fatto concedere l’anno scorso una serie di libri dello stesso genere, La prego di volersi compiacere di farmi concedere in lettura queste pubblicazioni». Tra esse ci sono: La révolution défigurée di Trotsky, Le opere complete di Marx e Engels, le Lettres à Kugelmann di Marx con prefazione di Lenin.
Non pare proprio che Mussolini abbia voluto impedire al cervello di Gramsci di funzionare.
A partire dal dicembre 1933 fino alla morte (aprile 1937) Gramsci non è più in carcere ma nella clinica Cusumano, a Formia, prima, nella costosa clinica romana Quisisana dopo. Dodici dei trentatré quaderni a noi pervenuti non hanno timbro carcerario e sono stati interamente redatti nelle cliniche. Correttezza filologica vorrebbe che venissero chiamati Quaderni del carcere e delle cliniche.
La conoscenza del periodo delle cliniche è molto lacunosa. Il cordone protettivo si rafforza. Ruoli importanti vi svolgono l’economista Piero Sraffa e lo zio Mariano D’Amelio, senatore e primo presidente della Corte di Cassazione. È un periodo che presenta molti buchi neri e che potrebbe riservare sorprese.
Prendiamo gli ultimi venti mesi prima della morte, dal 24 agosto 1935 al 27 aprile 1937. Li trascorre nella clinica Quisisana frequentata dalla buona borghesia romana. Al mantenimento delle spese contribuisce la Banca commerciale italiana tramite il banchiere Raffaele Mattioli. Il ministero dell’Interno dispone la vigilanza solo esterna. La Questura più volte scrive al ministero per lamentarsi che, dati i numerosi ingressi della clinica e il poco personale disponibile, non è nelle condizioni di garantire un vero controllo.
Cito un passaggio della Nota riservata della Questura datata 14 novembre 1935: «La vigilanza esterna non offre neppure la possibilità di alcun controllo sulle persone che si recano a visitare il Gramsci, in quanto trattasi di una clinica vasta, di lusso, in cui sono ricoverati numerosi malati di agiate condizioni e che quindi vengono visitati da persone che vi si recano quasi sempre in automobile».
Non risulta che il ministero abbia risposto o preso provvedimenti. Segno che così era stato deciso nelle alte sfere del governo.
Il fascismo è crollato da più di settant’anni. Dalla morte di Gramsci sono passati settantanove anni. Il muro di Berlino è stato abbattuto ventisette anni fa. I tempi sono più che maturi per esplorare senza pregiudizi ideologici un capitolo fondamentale della storia d’Italia. Se non ora quando?

Avvenire discute con Sini e i filosofi lombardi su individuo e società globale



Alessandro Zaccuri Avvenire 29 maggio 2016

La rete spionistica di Pio XII nel Terzo Reich

Mark Riebling: Le spie del Vaticano, Mondadori, pp. 369, € 25


Risvolto
La sera del 2 marzo 1939, mentre l'Europa si avviava verso la guerra, sul balcone del Palazzo apostolico apparve, acclamato dalla folla riunita in piazza San Pietro, il nuovo pontefice. Pallido e con passo esitante Pio XII si affacciò alla balaustra, benedisse per tre volte i fedeli e, senza dire una parola, si ritirò nelle sue stanze. Di lì a poco scese nelle Grotte vaticane, deciso a risolvere uno dei più grandi enigmi della Chiesa, un enigma che prefigurava, in piccolo, l'epica impresa segreta del suo pontificato. Negli anni successivi, infatti, nelle catacombe di San Pietro i collaboratori di Pio XII si sarebbero riuniti per architettare, con la sua benedizione, il piano più audace della seconda guerra mondiale: l'eliminazione del «tiranno», Adolf Hitler. Mark Riebling, saggista avvezzo a esplorare i sentieri poco battuti della storia dei servizi segreti, in Le spie del Vaticano ricostruisce, sulla base di una monumentale raccolta di documenti da poco desecretati, un intrigo spionistico al centro del quale si colloca la figura di Pio XII, un pontefice definito talvolta «ieratico e visionario», lontano dai fedeli e dai drammi della guerra, e spesso accusato per i suoi «silenzi» nei confronti del regime nazista se non addirittura per la complicità nell'Olocausto. Fu proprio Pacelli, invece, a organizzare una rete di cospiratori impegnati a combattere in segreto il Male Assoluto, spesso insieme ad alcuni alti ufficiali della Wehrmacht e dell'intelligence tedesca mossi dalla volontà di rivelare al mondo l'esistenza di una Germania Perbene. Uomini coraggiosi, pronti a trasvolare le Alpi con le carte segrete sottratte al capo della scorta di Hitler, a rivelare agli Alleati le strategie militari tedesche, a rischiare la propria vita mettendo a punto innumerevoli piani per porre fine al potere del Führer. A causa della guerra segreta che conduceva, però, Pio XII non condannò mai pubblicamente i crimini nazisti. Temendo che le esplicite proteste potessero ostacolare la sua lotta clandestina contro il nazismo, non pronunciò mai le «parole di fuoco» che avrebbe voluto dire, soprattutto dopo avere appreso della tragedia degli ebrei nell'Europa orientale. Giocò invece a carte coperte, inviando cartoline di buon compleanno a Hitler e, al tempo stesso, complottando contro di lui. Basato su un'accuratissima ricerca documentale e animato dalla tensione e dalla suspense degne della migliore spy story, il saggio di Mark Riebling spalanca le porte del Vaticano per fare luce su alcuni degli avvenimenti meno noti della storia del papato, cambiando probabilmente per sempre l'ottica con cui si è guardato finora al comportamento di Pio XII e la nostra comprensione dell'eredità storica del suo pontificato. 

E' Donald Trump il Nuovo Hitler dell'antifascismo imperialista. La mobilitazione dell'establishment intellettuale democratico


Trump è un nemico ma Billary lo è di più. La scelta tra l'uno e l'altra non ci riguarda se il problema è quello di decidere chi preferiremmo. Non è questo il nostro problema [SGA].

LE SPARATE DI TRUMP E LE RADICI DEL FASCISMO 
IAN BURUMA Restampa 7 6 2016
STIAMO forse assistendo a una recrudescenza del fascismo? Sono in molti a crederlo. Donald Trump è stato paragonato a un fascista, così come Vladimir Putin e diversi altri demagoghi e sbruffoni europei di destra. La recente propensione ad esprimersi con toni arroganti e intimidatori è giunta persino nelle Filippine, il cui nuovo presidente Rodrigo (“the Punisher”) Duterte ha giurato che getterà i presunti criminali nella Baia di Manila.
Termini quali “fascismo” o “nazista” presentano tuttavia un problema: molte persone ignoranti ne hanno abusato talmente spesso da averli svuotati di un qualsiasi vero significato. Pochi ancora sanno cosa sia realmente il fascismo, e oggi tale parola si usa soprattutto per indicare persone o idee che non ci piacciono.
Una simile retorica ha imbarbarito il dibattito politico e la memoria storica: quando un politico repubblicano paragona le tasse Usa sulla proprietà all’Olocausto (come accaduto nel 2012), l’uccisione di massa degli ebrei viene banalizzata al punto da perdere significato. E lo stesso accade quando si paragona Trump a Hitler. Tutto ciò ci distoglie dai rischi della demagogia moderna. Dopo tutto, per Trump, Geert Wilders, Putin, o “the Punisher” non è difficile respingere l’accusa di essere fascisti o nazisti. Saranno pure ripugnanti, ma per il momento non organizzano truppe d’assalto né costruiscono campi di concentramento né invocano lo Stato corporativo.
La scarsa memoria — o l’ignoranza — del passato rappresenta un’arma a doppio taglio. Dopo aver sentito un giovane scrittore olandese simpatizzante della nuova ondata populista dichiarare la propria profonda antipatia nei confronti dell’élite culturale del proprio Paese — colpevole secondo lui di promuovere la musica atonale e altre turpi forme di espressione artistica — mi sono domandato se avesse mai sentito parlare della retorica nazista sull’arte degenerata. La musica atonale, oggi non di gran moda, era il tipo di espressione che i lacché di Hitler detestavano. E che finirono per bandire.
Nella retorica politica contemporanea è possibile riscontrare eco dei periodi più bui della nostra storia, che sino a qualche decennio fa avrebbero trasformato in un emarginato qualsiasi politico che vi avesse fatto ricorso. A quei tempi alimentare l’odio per le minoranze, scagliarsi contro la stampa, fomentare le masse contro gli intellettuali, i banchieri o chiunque parlasse più di una lingua non rientrava nelle dinamiche della politica tradizionale, e questo perché un sufficiente numero di persone era ancora in grado di comprendere i rischi insiti in tali argomentazioni.
È evidente che ai demagoghi di oggi tutto ciò non interessa granché. Ma non è facile capire se essi posseggano o meno un senso della storia sufficiente a rendersi conto che stanno riportando in vita qualcosa che si sperava fosse morto. Adesso sappiamo che simili atteggiamenti possono essere riportati in vita dalla scarsa memoria.
Ciò non significa che tutto ciò che i populisti affermano sia inattendibile. Persino Hitler ci vide giusto quando si rese conto che la disoccupazione di massa rappresentava un problema per la Germania. Molti degli spauracchi dei sobillatori di destra sono facilmente criticabili: i metodi opachi dell’Unione Europea, la falsità e l’avidità dei banchieri di Wall Street, la riluttanza ad affrontare i problemi dell’immigrazione di massa, la mancanza di interesse che i partiti tradizionali dimostrano nei confronti di chi è costretto a una posizione di svantaggio a causa della globalizzazione. Tutte problematiche che i partiti tradizionali si dimostrano riluttanti o incapaci di affrontare. Quando però i populisti ne attribuiscono la responsabilità alle “élite”e alle minoranze etniche o religiose, assumono toni simili a quelli che negli anni Trenta contraddistinguevano i nemici della democrazia liberale.
Il vero tratto caratteristico del demagogo reazionario è il modo in cui egli parla di “tradimento”: le élite cosmopolite ci hanno accoltellati alle spalle; ci troviamo di fronte a un abisso; la nostra cultura viene minata dagli stranieri; la nostra nazione potrà finalmente tornare ad essere grande quando ci saremo disfatti dei traditori, avremo impedito alla loro voce di diffondersi sui mezzi di comunicazione e saremo riusciti a far godere la gente comune di un sano organismo nazionale. I politici che si esprimono in questi termini e i loro sostenitori non saranno forse fascisti, di certo però parlano come se lo fossero.
Negli anni Trenta i fascisti e i nazisti non spuntarono dal nulla. Le loro idee non erano certo originali, e le basi dell’operato di Mussolini, di Hitler e dei loro emuli di altri Paesi erano state gettate già molti anni prima da intellettuali, attivisti, giornalisti e rappresentanti del clero che diffondevano idee piene di odio. Alcuni di loro erano reazionari cattolici che detestavano le conseguenze della Rivoluzione francese. Altri erano ossessionati dall’idea che il mondo fosse dominato dagli ebrei. Altri erano dei sognatori, desiderosi di far prevalere un fondamentale spirito razziale.
Nella maggior parte dei casi i demagoghi moderni sono solo vagamente consapevoli di questi precedenti, o forse li ignorano del tutto. Tuttavia le parole e le idee non sono prive di conseguenze. I leader populisti di oggi non dovrebbero continuare ad essere paragonati ai dittatori sanguinari di un passato recente. Ma cavalcando quello stesso sentimento popolare, essi contribuiscono a creare un clima tossico, che potrebbe riportare in auge la violenza politica. ( Traduzione di Marzia Porta) ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Robert Kagan “È arrivato il fascismo”
I dilemmi dell’America davanti al tabù finale

di Federico Rampini Repubblica 30.5.16
NEW YORK. Ci voleva un grande conservatore per osare pronunciare quella parola. Il fascismo in America? A spezzare il tabù è stato Robert Kagan, già consigliere di George W. Bush, “neocon” esperto di geopolitica, autore della celebre metafora su «gli americani che vengono da Marte, gli europei da Venere». In un editoriale-shock sul Washington Post, Kagan ha messo da parte cautele verbali, circonvoluzioni e inibizioni dell’intellighenzia. Il titolo è un pugno allo stomaco: «Ecco come il fascismo arriva in America». Il portatore della peste nera, Kagan non ha dubbi, si chiama Donald Trump. L’intellettuale di destra non risparmia le accuse ai suoi compagni di partito: «Lo sforzo dei repubblicani per trattare Trump come un candidato normale sarebbe ridicolo, se non fosse così pericoloso per la nostra repubblica». Segue una descrizione del ciclone-Trump in tutti i suoi ingredienti: «l’idea che la cultura democratica produce debolezza», «il fascino della forza bruta e del machismo », «le affermazioni incoerenti e contraddittorie ma segnate da ingredienti comuni quali il risentimento e il disprezzo, l’odio e la rabbia verso le minoranze ». Il verdetto finale: «E’ una minaccia per la democrazi », un fenomeno «che alla sua apparizione in altre nazioni e in altre epoche, fu definito fascismo ».
Ora che un guru della destra ha sdoganato contro “The Donald” l’accusa che molti non osavano pronunciare, il New York Times sbatte la controversia in prima pagina. Con il titolo “L’ascesa di Trump e il dibattito sul fascismo”, il quotidiano liberal dà conto di un allarme che sta diventando esplicito. Cita un politico, l’ex governatore del Massachusetts William Weld, che paragona il progetto di Trump per la deportazione di 11 milioni di immigrati alla “notte di cristallo” del 1938 in cui i nazisti si scatenarono nelle violenze contro gli ebrei. Il New
York Times allarga l’orizzonte, per cogliere dietro il fenomeno Trump una tendenza più globale: mette insieme una generazione di leader che vanno da Vladimir Putin al turco Erdogan, dall’ungherese Orban ai suoi emuli in Polonia, più l’ascesa di vari movimenti di estrema destra in Francia, Germania, Grecia.
Nell’élite intellettuale newyorchese tornano di moda due romanzi di fanta-politica. Scritti da due premi Nobel, in epoche diverse, ma con la stessa trama: l’avvento di un autoritarismo nazionalista in America. Il primo è di Sinclair Lews, s’intitola “Qui non è possibile”: affermazione rassicurante, e contraddetta. Scritto e ambientato nel 1935, immagina che Franklin Roosevelt dopo un solo mandato sia sconfitto e sostituito da un fascista. L’altro romanzo è “Il complotto contro l’America” di Philip Roth, molto più recente (2004), immagina che nel 1940 Roosevelt sia battuto dall’aviatore Charles Lindbergh, simpatizzante notorio di Hitler e Mussolini. La grande letteratura aveva previsto ciò che i politologi non vollero prendere in considerazione?
La reticenza che fino a poco tempo fa aveva impedito questo dibattito, ha varie spiegazioni. Al primo posto, la fiducia sulla solidità della più antica tra le liberal-democrazie. Poi, l’America è abituata a considerarsi all’avanguardia, è imbarazzante ammettere che importa tendenze in atto da anni in Europa. L’autocensura che ha trattenuto gli intellettuali nasce anche da un complesso di colpa: la narrazione dominante dice che l’élite pensante ha ignorato per anni le sofferenze di quel ceto medio bianco (declassato, impoverito dalla crisi, “marginalizzato” dalla società multietnica) che oggi vota Trump. Dargli del fascista, può sembrare una scorciatoia per ignorare le cause profonde di un disagio sociale.
Sulle etichette, molti preferiscono sfumature diverse, dalla “democrazia illiberale” ai “populismi autoritari”. L’allarme di Kagan sembra comunque troppo tardivo per arrestare la tendenza dei repubblicani a salire sul carro del vincitore. Newt Gingrich, l’ex presidente della Camera che oggi aspira a fare il vicepresidente di Trump, interpreta l’opinione prevalente dei suoi, quando definisce gli accostamenti col fascismo «ignoranti, offensivi, semplice spazzatura».

Questioni americane Perché alla fine ha vinto l’outsider?
di Alexander Stille Repubblica 30.5.16
DOPO la scioccante conquista della nomination repubblicana di Donald Trump per la Casa Bianca, molti si chiedono come mai tanti giornalisti (compreso il sottoscritto), e tanti altri esperti non avevano previsto il suo successo. Le ragioni sono tante. In altre elezioni ci sono stati vari candidati che hanno goduto di picchi inaspettati di popolarità, per finire poi nel dimenticatoio dopo qualche settimana. È stato così in particolare per altri personaggi anomali come Trump: nel 2012 c’era stato il pizzaiolo Herman Cain, ex-proprietario di una catena di pizzerie, che non sapeva della guerra civile in Libia, ma è stato il pupillo della destra prima di crollare. E quest’anno, c’è stata l’ascesa di Ben Carson, un chirurgo noto ma completamente digiuno di politica, che ha tenuto testa a Trump per due, tre mesi.
Le stagioni delle primarie sono molto imprevedibili: ci sono mesi di campagna elettorale prima del voto, in cui la gente può nutrire fantasie senza alcun impegno. Nelle ultime quattro, cinque elezioni i candidati outsider sono scomparsi dopo le prime vere primarie – quando i “veri” candidati – quelli con i soldi e con l’appoggio dei leader del partito, cominciano a guadagnare terreno.
Questa volta le primarie non hanno seguito il solito copione. Perché? Forse abbiamo guardato ai precedenti sbagliati, sottovalutando quello di Sarah Palin, il candidato per la vice-presidenza di John McCain nel 2008. Aveva molte delle caratteristiche di Trump: il carisma, la capacità di soffiare sul fuoco del populismo e della rabbia della tribù bianca che si sente scavalcata dalle minoranze e disprezzata dagli élite dei due partiti. E come in Trump, la sua quasi ostentata ignoranza degli affari internazionali era vista come prova della sua autenticità, della sua diversità rispetto ai politici di professione. In più, abbiamo sottovalutato quanto la globalizzazione – e i trattati commerciali – abbia fatto soffrire una buona parte della popolazione. I dirigenti dei due grandi partiti – che sono benestanti – hanno visto i suoi benefici – prodotti cinesi e coreani meno cari – tralasciando il disagio dei ceti medi- bassi, che hanno visto scomparire molti posti di lavoro. In più, l’emergere dei media di destra – la radio e la televisione di Fox News – ha cambiato il linguaggio politico. Scatti di ira, insulti e scivolate che in passato avrebbero rovinato delle carriere, ormai sono considerate mosse vincenti.

“Trump eccessivo, staff in crisi”
Nuova inchiesta del New York Times sul candidato repubblicano: “Attorno a lui, il caos” Durissima la replica del tycoon: “È un giornale che sta fallendo e pubblica solo falsità” di Alberto Flores D’Arcais Repubblica 30.5.16
NEW YORK. Il primo a usare la parola tabù era stato Robert Kagan sul Washington Post
(«Ecco come il fascismo arriva in Americ»”), adesso l’ha sdoganato anche il New York Times
con un articolo di Peter Baker, corrispondente dalla Casa Bianca. Lui, “The Donald”, non se ne preoccupa troppo: sa che certi attacchi possono portargli nuovi fan, in questo caso dalla destra estremi. Quello che invece proprio non sopporta sono gli articoli che il quotidiano di New York ha messo insieme negli ultimi tempi su di lui e che secondo Trump fanno parte di una vera e propria «campagna diffamatoria» da parte di un giornale «in fallimento».
L’ultima irritazione è per l’articolo dedicato ai suoi più stretti collaboratori (27 maggio), che partendo dal licenziamento in tronco di Rick Wiley (direttore politico della sua campagna) neanche due mesi dopo averlo assunto, fa il punto sullo “staff zoppicante” del candidato del Grand Old Party. «Il New York Times, che sta fallendo, ha scritto una storia sul mio stile di gestione e sul fatto che non ho molte persone nel mio staff. Ne ho 73, Hillary ne ha 800 e la sto battendo», la replica un po’ stizzita di “The Donald”. Che poi aggiunge una velenosa frase sull’attendibilità dei giornalisti: «Non credete ai media che citano staff della mia campagna per scrivere i loro articoli, le uniche affermazioni che contano sono le mie».
In effetti, con la sua presenza bulimica sui social network (che gestisce tutti in prima persona o con i figli) le polemiche (e la pubblicità) le alimenta quasi da solo. Con il New York Times (il quotidiano liberal si è schierato con Hillary Clinton) ha un conto da regolare non solo, o non tanto, per gli editoriali che lo definiscono «poco presidenziale» o gli articoli che lo descrivono come pericoloso per il futuro dell’America, ma soprattutto per l’inchiesta sui suoi rapporti con le donne (14 maggio). Cui aveva replicato accusando il giornale di «essere disonesto», di aver eliminato le risposte di donne a lui favorevoli e di aver scritto «un sacco di bugie». Dieci giorni dopo il Nyt è intervenuto nuovamente con un lungo elenco di tutte le dichiarazioni misogine di Trump.
Quello di cui il candidato che mira alla Casa Bianca dovrebbe adesso preoccuparsi è la decisione del giudice Gonzalo Curiel, che ha ordinato che vengano resi pubblici i documenti sulla Trump University, una vicenda che potrebbe metterlo in difficoltà. Lui ha reagito con l’insulto («è un messicano») e con quella che è sembrata quasi una minaccia («ci vedremo a novembre quando sarò