lunedì 16 maggio 2016

C'eravamo tanto amati: un'altra defezione da Wu Ming

La valutazione complessiva è ingenerosa: alcuni dei libri di Wu Ming furono macchine narrative assai divertenti. Gli utlimi, è vero, fanno abbastanza pena [SGA].

Guerra nel collettivo «senza nome» Riccardo Pedrini è uscito dal gruppo

Il componente della compagine anonima di scrittori sceglie la via solista Ma usa il nome d’arte senza il consenso dei compagni. Che lo massacrano

Libero 15 mag 2016 ADRIANO SCIANCA RIPRODUZIONE RISERVATA
Non c'è nulla da fare: la sinistra, soprattutto quella intellettuale, non guarirà mai dalla sindrome del «Mi si nota di più se...».
C'è anche chi ci ha costruito sopra un'intera carriera letteraria. È il caso del collettivo Wu Ming, tediosissima compagine di scrittori militanti che ha deciso sin dagli esordi di pubblicare con uno pseudonimo collettivo che poi è l'espressione cinese per dire «senza nome». Tutt'al più i suoi membri sono identificabili con un numero: Wu Ming 1, Wu Ming 2 etc, anche se i nomi corrispondenti sono comunque noti e pubblici. «Trasparenti verso i lettori, opachi verso i media», dicono, e infatti non fanno foto e si danno quell'aria misteriosa che dovrebbe indicare anti-divismo, ma ovviamente presto sfocia in divismo all'ennesima potenza. Perché loro il dilemma di Nanni Moretti l'hanno risolto tanto tempo fa: sì, ti si nota di più, molto di più se ti metti un nome da battaglia e giochi a fare l'autore che rifiuta le logiche della dittatura mediatica. Poi però succede che qualcosa va storto. Dei cinque fondatori del sodalizio, uno se n'era già andato tempo fa: Luca Di Meo, alias Wu Ming 3. La cosa venne annunciata con una sorta di comunicato para-brigatista in cui che esprimeva comprensione e rammarico nelle righe e indicibile rancore tra le righe. Ma gli stracci sono volati solo ultimamente, quando a sfilarsi dal gruppo è stato Riccardo Pedrini, ovvero Wu Ming 5. A febbraio Giap, il blog dal quale il collettivo pontifica con articoli fiume su praticamente ogni fremito dell'universo, ha annunciato seccamente la defezione del collega. Ora, però, Pedrini ha osato sfidare l'ira del soviet letterario, pubblicando un libro (Ms Kalashnikov, scritto insieme a Francesca Tosarelli e appena uscito in libreria per Chiarelettere) in cui mantiene ancora il vecchio nome di battaglia: Wu Ming 5. Gli irriducibili del gioco di società dissidente (i superstiti del collettivo, Roberto Bui, Giovanni Cattabriga e Federico Guglielmi) non l'hanno presa bene e in un altro post sul loro sito hanno spiegato, trattenendo a stento la stizza: «È nostro dovere segnalare, per rispetto e chiarezza nei confronti dei lettori, che quella firma è stata apposta contro il parere del collettivo. Le nostre opere “soliste” recano la firma “Wu Ming” + numerale se la band, all'unanimità, le riconosce come parte della propria produzione, espressione singolare del lavoro fatto insieme. Il libro appena uscito doveva essere l'ultimo contributo di Riccardo al progetto comune. Ma quando abbiamo letto la prima stesura - terminata nel gennaio scorso - abbiamo constatato che lo stile, la poetica e il contenuto erano già del tutto estranei al percorso di Wu Ming. Per questo, in nome di una regola che anche il nostro ex-socio aveva sempre condiviso, gli abbiamo chiesto di firmare l'opera senza riferimenti al nome collettivo». Cosa che lui non ha fatto.

Il problema è che, stavolta, il transfuga ha risposto per le rime, denunciando la «cortina fumogena fatta di retorica militante e bandiere al vento» attraverso cui il collettivo ha annunciato la sua uscita dal collettivo. Ma c'è un problema: «Il comunicato» dice Pedrini «non è stato concordato con me, né per quanto riguarda i tempi, né per quanto riguarda le modalità, tantomeno per i contenuti, che semplicemente non ci sono». Ahia. C'è di più Wu Ming 5 spiega che alla base del comunicato c'è uno scambio di mail «altamente conflittuale» con i membri del collettivo e ricorda loro che «quanto si scrive è a futura memoria, e conviene sempre cercare di portarsi bene quando si affermano cose nero su bianco, quando si ricorre all'insulto, quando si ricorre all'arroganza trombonesca, quando ci si muove per strategie e colpi bassi». Doppio ahia. Alla fine il progetto situazionista dello scrittore collettivo, il sogno ribelle dell'intellettuale senza nome si riduce a un gioco di scomuniche e ripicche. C'è la fatwa per chi esce e la contro-fatwa di chi è uscito. E improvvisamente la sfolgorante comune letteraria si trasforma in una setta di periferia, quelle in cui un impiegato del catasto si inventa santone per portarsi a letto qualche devota sprovveduta in un tempio ricavato nel seminterrato di un condominio anni '50.

Perché se dopo la terza elementare crei la tua banda, ti metti i nomi di battaglia e ti dai altisonanti codici di condotta, il tuo nemico più implacabile non sarà il fascismo, il capitalismo o l'imperialismo, ma il senso del ridicolo. Che qui sembra davvero l'unico vincitore.

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