giovedì 30 giugno 2016
Cioran politico e la destra europea: in traduzione alcuni libri
Arrivano anche in Italia le prime opere dello scrittore romeno Un’esaltazione giovanile bruciata dal nichilismo della maturità
Andrea Colombo Busiarda 30 6 2016
Un eretico d’altri tempi. Sono passati 21 anni da quando morì Cioran. Il suo pensiero è oggi più inattuale che mai: l’elogio del fallimento, lo sprofondare cupo in un pessimismo cosmico, la misantropia, nell’epoca dell’interconnessione globale e «social» di internet, ne fanno un’icona maledetta, inutilizzabile e contraddittoria. In quel 20 giugno del 1995 il cervello dello scrittore romeno risultava corroso da una malattia neurodegenerativa che lo aveva reso irriconoscibile. Lui, il «cavaliere del nulla» che aveva esaltato la morte e il suicidio, si spegneva a sua insaputa. Il maestro dell’aforisma portava con sé una marea di scritti, molti dei quali rimasti inediti nella sua patria d’elezione, la Francia. Soprattutto gli articoli e i libri del periodo giovanile, quelli degli Anni Trenta, rimanevano in un cono d’ombra. Testi sotterrati per volontà dell’autore stesso che aveva più volte preso le distanze dai suoi furori ideologici giovanili, quando abbracciò, a modo suo, il nazismo.
Furore
Gli editori d’oltralpe hanno negli ultimi anni colmato la lacuna pubblicando sia la versione integrale del suo libro più controverso, La trasfigurazione della Romania (1936), sia diverse raccolte di articoli apparsi nelle riviste rumene dell’epoca. In Italia invece il Cioran politico è ancora il grande sconosciuto. Come al solito sono le piccole case editrici le uniche a riscoprirlo. Bietti annuncia che il prossimo anno farà uscire La trasfigurazione della Romania. Voland ha già pubblicato il pamphlet del 1941 Sulla Francia e a luglio manderà alle stampe i brani inediti del Breviario dei vinti, ultimo scritto in romeno vergato durante la seconda guerra mondiale, un testo che rappresenta il momento di passaggio dal Cioran nazionalista al maestro del disincanto.
Sulla Senna
Sulle rive della Senna, in una città occupata dai nazisti, lo scrittore si rende conto che il suo fanatismo filofascista non era altro che un’ennesima, pericolosa illusione. E allora si abbandona a quell’elogio dello sradicamento che lo contraddistinguerà nei suoi scritti successivi. Tuttavia rimangono alcuni barlumi del suo entusiasmo estremista, come quando scrive che «la moderazione uccide il brivido dell’esistenza». O quando osserva che «la morte, perlomeno, soddisfa la curiosità. La tomba è preferibile allo sbadiglio».
Il Cioran romeno suscita ancora oggi imbarazzo, eppure è fondamentale se si vuole capire come si svilupperà la sua filosofia disperata e nichilista. Emil nasce nella Transilvania austroungarica l’8 aprile 1911. Da studente divora Schopenhauer, Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger e Dostoevskij. Nel 1928 si trasferisce a Bucarest. Vive in un piccolo appartamento mal riscaldato in pieno centro e frequenta assiduamente i bar alla moda. Cresce la fama di donnaiolo di quel giovane studente di filosofia, con i capelli ribelli e gli occhi magnetici. Frequenta, con lo storico delle religioni Mircea Eliade, il circolo della «giovane generazione», che unisce le personalità più diverse, accomunate da un rifiuto verso la società borghese e democratica. Nel maggio del 1933 pubblica il suo primo articolo di rilevanza politica: Apologia della barbarie, in cui esalta il caos che distruggerà la «decadenza» e il «marciume» della modernità. Quale sarà il mondo nuovo che sorgerà dalle macerie? Cioran non lo dice o meglio rimanda di qualche anno la sua proposta di rinnovamento politico e sociale.
La Germania
Dall’autunno del 1933 alla fine del 1935 soggiorna prima a Berlino e poi a Monaco, grazie a una borsa di studio. Ed è qui, tra le parate delle camicie brune e nell’atmosfera di entusiasmo dei primi anni del regime hitleriano, che pensa di trovare un esempio di vitalità politica capace di superare la decadenza delle democrazie. In alcuni articoli pubblicati per la rivista «Vremea» scrive: «Non c’è alcun uomo politico al mondo che mi ispiri una simpatia e un’ammirazione più grande di Hitler». E afferma: «Abbiamo bisogno di una mistica, poiché non ne possiamo più di tante verità che non sprizzano fiamme». Al ritorno in patria pubblica
La trasfigurazione della Romania
in cui auspica che la sua patria rinasca forte, industrializzata e aggressiva, temprata dal sangue di una rivoluzione. Se la prende con gli ebrei, considerati elementi estranei alla nazione. «Se scoprissi di essere ebreo - scrive - mi suiciderei». Allergico a ogni tipo di impiego regolare, insegna filosofia in un liceo, senza troppa convinzione.
Nel 1937 si trasferisce a Parigi grazie a un’altra borsa di studio. Cioran non ama lavorare ma scrivere sì. Tratta gli argomenti più svariati: dalla Melencolia «tragica» di Dürer alla «presenza serafica» della divina Greta Garbo. Quindi nel 1940 torna in Romania. In un discorso alla radio tesse le lodi del leader della Guardia di Ferro Codreanu, ma si sente franare il terreno sotto i piedi. Il fronte russo è vicino. Cioran teme di essere richiamato alle armi. Lui, che ha cantato la bellezza rigeneratrice della guerra, sceglie la fuga e scappa in Francia. Qui inizialmente ottiene un incarico come consigliere culturale d’ambasciata a Vichy, ruolo che dura però solo tre mesi. È considerato un incapace dai suoi superiori, per di più inaffidabile politicamente. Non ha nessuna dote diplomatica, odia le convenzioni ed è visto come un anarchico fannullone. Disoccupato, conduce una vita ai margini, nella Parigi bellica, fra i bordelli e i bistrot del Quartiere Latino.
Lo scacco
Il suo Breviario dei vinti è la confessione di uno scacco, ma anche l’inizio di una nuova vita. Da questo periodo oscuro Cioran si rialza a fatica, a guerra finita. Si reinventa come intellettuale senza patria, adotta la lingua francese, immerge nell’oblio le passioni di un tempo. Dalle rovine delle ideologie nasce un sottile e raffinato scrittore. Il tormento esistenziale che lo ha devastato e galvanizzato in gioventù diventa uno stile estetico, un virtuosismo letterario. È un altro Cioran, certo, ma perseguitato per sempre dalle ombre del passato.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Il libro di Alain Badiou sullo scontro tra l'Occidente e il resto del mondo
Risvolto
I recenti massacri sono uno dei numerosi
sintomi di una grave malattia
del mondo contemporaneo nel
suo insieme. Pensare le radici di
questa malattia è il modo migliore
per comprenderli, senza cedere
a scelte irrazionali.
Come riflettere sulle stragi compiute a Parigi il 13 novembre
2015? Chi sono gli agenti di questo crimine di massa?
E come possiamo qualificare la loro azione? È necessario
allargare lo sguardo. Alain Badiou cerca qui di delineare
il quadro generale su cui si staglia questo tipo di attentati.
In Occidente ha trionfato il liberismo e la classe media,
sempre piú impoverita, vive divisa tra l'orgoglio del proprio
modello di società e la paura costante dell'arrivo dei
diseredati. Il resto del mondo paga un prezzo altissimo per
le politiche neocoloniali delle multinazionali, che prosperano
nel caos da loro stesse creato. I terroristi emergono
in tale contesto: per Badiou la loro pulsione distruttrice è
essenzialmente fascista e vuol reprimere il desiderio d'Occidente,
anche in loro stessi. L'islamismo che ostentano, a
suo avviso, è un fattore estrinseco e non costitutivo del loro
agire. Ciò di cui noi soffriamo in particolar modo è l'assenza
su scala mondiale di una politica disgiunta dal capitalismo
egemonico. Senza una nuova proposta strategica
il mondo resterà in uno stato di disorientamento. È un
compito gravoso, ma indispensabile per tutti, fare in modo
che la storia dell'umanità cambi direzione e, faticosamente,
cerchi di allontanarsi dalla fosca catastrofe in cui
sta sprofondando.
Occidente e Islam: un percorso di letture di Marina Montesano
TRA ORIENTE E OCCIDENTE. l legame fra culture attraversa le fonti classiche. Un percorso di letture per abbandonare definitivamente la polemica guerrafondaia e la retorica dello «scontro fra civiltà»
Marina Montesano Manifesto 30.6.2016, 18:56
È ormai cosa risaputa che Dante, oltre che affidarsi alla ricca letteratura relativa ai «viaggi ultramondani» nella tradizione sia latina (Eneide) sia cristiana (e qui entrano in effetti anche le compilazioni medievali di Bonvesin da la Riva e di Giacomino da Verona) s’ispirò con estrema probabilità alla letteratura mistica musulmana relativa al mi’raj, cioè all’ascesa notturna del Profeta Muhammad dalla «spianata del Tempio» di Gerusalemme al cielo.
Le molte e straordinarie consonanze tra i testi arabo-musulmani descriventi il mi’raj e la Divina Commedia erano state segnalate fin dal 1919 in un prezioso libro erudito dell’islamista spagnolo Asin Palacios che oggi si può leggere fortunatamente anche in italiano (M. Asin Palacios, Dante e l’Islam, traduzione italiana, voll.2, Nuova Pratiche Editrice). Il libro suscitò in effetti vivacissime polemiche. Ma ormai, la tesi di Asin Palacios è universalmente nota e accettata dalla maggior parte dei critici, come ha dimostrato anche uno scritto abbastanza recente di Maria Corti.
La prova definitiva che Asin Palacios era nel giusto venne fornita da un illustre orientalista italiano, Enrico Cerulli, che nel 1949 pubblicò un testo duecentesco d’origine spagnola, il Liber de Scala, dimostrando che si trattava della traduzione latina di un testo mistico arabo-islamico redatto a sua volta in area probabilmente iberica, il Kitab al-Mi’raj (Libro dell’Ascesa). Tale testo sarebbe stato conosciuto dal maestro di Dante, Brunetto Latini, esule in Spagna alla corte di Alfonso X di Castiglia dal 1260; rientrato in Firenze con i guelfi nel 1267, Brunetto avrebbe portato con sé il Liber de Scala, al quale il suo allievo Dante avrebbe avuto accesso, traendone alcune idee per la struttura del poema. Tutto ciò era ben esposto già dal Cerulli nel suo Il Libro della Scala e la questione delle fonti arabo-spagnole della Divina Commedia (Napoli 1949).
Dante «orientalista»
Nella vulgata dei nostri giorni, soprattutto in un’atmosfera di profondo sospetto e svalutazione della cultura islamica, si saluta con piacere uno studio che ritorna su questi temi; come scrive Brenda Deen Schildgen (Dante e l’Oriente, Salerno Editrice, euro 18, pp.206), infatti, «nonostante le preoccupazioni teologiche e politiche riguardo all’Islam, l’influenza della cultura araba sullo sviluppo occidentale, per quanto spesso sottovalutata, fu straordinaria»; la cultura occidentale nel suo complesso, ma anche quella dantesca in particolare. Non bisogna infatti confondere due distinte questioni: il giudizio che Dante dava di Maometto eretico e seminatore di scismi e l’ispirazione relativa alla struttura dell’Aldilà quale il poeta immagina e quale risulta dal poema.
Oltre l’Islam, è però l’Oriente nel suo complesso ad aver affascinato e influenzato gli orizzonti culturali dell’età di Dante, ma in generale di tutto il basso Medioevo e oltre: l’Oriente del meraviglioso, fatto di terre che inizialmente si conoscevano solo in teoria, attraverso le opere (spesso imprecise e immaginifiche) degli antichi, ma che le esplorazioni andavano riempiendo di nuovi dettagli. È dunque sull’insieme di questi temi che il libro di Schildgen si sofferma, declinando le molte possibilità del Dante «orientalista».
D’altra parte, quella era un’epoca nella quale la società europea era ricca di curiosità e desiderosa di scoprire cosa vi fosse oltre i suoi confini; soprattutto perché questi confini, nei primi secoli del Medioevo, erano stati piuttosto ristretti. Ed è una caratteristica, quella dell’apertura verso l’altro, che si stenta davvero a riconoscere nell’Europa attuale, benché si continui a parlare di cultura globale.
Lo dimostra bene un intenso libro di Franco Cardini, L’Islam e una minaccia. Falso! (Laterza, pp. 216, euro 10), nel quale si ripercorrono i pregiudizi sull’Islam che sono moneta corrente ai nostri giorni, purtroppo anche nel dibattito (pseudo) politico. E dunque ci sono brevi capitoli su «l’Islam moderato non esiste», «Islam e Modernità sono inconciliabili», «il Corano è un libro di guerra», «i musulmani stanno invadendo l’Occidente» e così via.
La povertà di tale bagaglio polemico è riemersa anche di recente, soprattutto qui da noi, di fronte all’elezione del nuovo sindaco di Londra: il suo essere musulmano, figlio di pakistani, pare il dato rilevante, mentre pochi si interessano al fatto che il grande capitale sta letteralmente divorando la città, area dopo area, e il programma del neo eletto Sadiq Khan pare andare in controtendenza rispetto alla gentrificazione. Insomma la realtà è complessa, e gli slogan non ci aiutano davvero a comprenderla. Il libro di Cardini si apre con la dedica «Alla memoria di Khaled Muhammad al-Assad, studioso e cittadino esemplare, martire dell’Islam e della scienza, decapitato a Palmira il 18 agosto 2015 per aver difeso strenuamente un patrimonio dell’umanità».
La tragedia di Palmira è stata dimenticata in fretta, almeno quanto in fretta ci si è dimenticati di celebrarne la liberazione. E anche per comprendere ciò che sta accadendo all’interno del mondo musulmano questo libro potrà essere una guida preziosa. Fra i suoi capitoli, uno è riservato al tema «Europa e Islam sono in guerra da sempre»: e subito jihad e crociata sono i termini che vengono in mente, e sui quali non si finisce mai di semplificare e di banalizzare.
Interessi terreni
Sarà allora assai utile la lettura di Paul M. Cobb, La conquista del Paradiso. Una storia islamica delle Crociate (Einaudi, pp.368, euro 32), un libro che arricchisce notevolmente le nostre conoscenze su una materia che proprio in Italia era stata affrontata da pionieri come Michele Amari e Francesco Gabrieli, e che ha avuto qualche eco grazie a una fortunata antologia di Amin Maalouf.
Il testo di Cobb evidenzia come, al pari di quanto avveniva nell’Occidente cristiano, anche nel mondo musulmano questi episodi bellici erano visti da angolazioni molto differenti: se non mancavano interessi religiosi (quelli che un po’ sbrigativamente chiamiamo «guerra santa»), le ragioni per combattere e/o allearsi erano di volta in volta politiche, strategiche, economiche; e i fronti erano sempre mutevoli, nel senso che ci si poteva alleare con cristiani contro altri musulmani, secondo le convenienze.
La lettura di questi tre libri costituisce una ennesima pietra tombale sull’idea dello «scontro fra civiltà». Ma poiché la retorica guerrafondaia cela interessi molto più indicibili, si può esser certi che non basteranno i libri ad arginare la piaga; restano tuttavia fondamentali per dare argomenti a quanti vorranno analizzare il presente alla luce di quell’ «intelletto» sul quale tanto si è speso Dante: ovviamente sulla scorta dei filosofi arabi come Avicenna e Averroè, che rileggevano i greci. È la spirale labirintica della cultura, contro le semplificazioni dell’ignoranza del nostro presente.
Internet e la "psicopolitica" spiegata da Ezio Mauro ai renzicchi d'Italia
Risvolto
Un’infinita possibilità di connessione e di informazione ci rende
veramente soggetti liberi? Partendo da questo interrogativo, Han
tratteggia la nuova società del controllo psicopolitico, che non si
impone con divieti e non ci obbliga al silenzio: ci invita invece di
continuo a comunicare, a condividere, a partecipare, a esprimere
opinioni e desideri, a raccontare la nostra vita. Con un volto
amichevole ci seduce e ci lusinga, mappa la nostra psiche e la
quantifica attraverso i big data, ci stimola all’uso di dispositivi di
automonitoraggio, ottimizzando le nostre prestazioni. Nel panottico
digitale del nuovo millennio – con internet, gli smartphone e i Google
Glass – non si viene torturati, ma twittati o postati, il soggetto e la
sua psiche diventano produttori attivi di beni immateriali, i dati
personali e le emozioni sono
costantemente monetizzati e commercializzati. In questo suo saggio,
Han pone l’attenzione sul cambio di paradigma che stiamo vivendo,
mostrando come la libertà oggi vada incontro a una fatale dialettica che
la porta a rovesciarsi in costrizione: per ridefinirla è necessario
diventare eretici, rivolgersi alla libera scelta, alla non conformità.
Desiderio individuale assoluto come unica legge: dopo il cristianesimo, la sinistra postmoderna destruttura anche l'Islam
Risvolto1
Amir è un commerciante di Fès. È ricco, sposato con Lalla e ha
3 figli. Siamo negli anni 50. È felice, o meglio: tranquillo. Il suo
matrimonio non è fatto di amore, di passione, ma di rispetto.
Non si è mai posto il problema dei sentimenti, ma è affezionato
a Lalla e la rispetta. Amir è un buon musulmano e quindi non
tradisce Lalla. Tuttavia, poiché il lavoro lo tiene lontano da casa
per mesi, quando è fuori (anziché andare a prostitute) stipula
un contratto di “matrimonio di piacere” – previsto dall’Islam:
per 1 mese, 2 mesi o quel che serve, si lega a un’altra donna,
temporaneamente. La donna con cui stila questo contratto di
matrimonio è Nabou, una senegalese statuaria e bellissima, con cui
Amir inizia una relazione fatta all’inizio di solo sesso. Amir vive
con lei una passione che con la moglie Lalla non ha mai avuto e
che lo fa interrogare sul suo matrimonio. Poco a poco, tornando
per diversi anni da Nabou, Amir si lega sempre più a lei, fino a
che decide (una volta che compie il viaggio con uno dei suoi figli,
Karim, handicappato ma non sciocco) di portarla a Fès: vuole
darle lo statuto pieno di moglie, garantirle i diritti e il rispetto che
merita. Ma a Fès la convivenza fra le due donne non è facile: oltre
alla inevitabile competizione amorosa, Nabou subisce il peggiore
razzismo, i marocchini di Fès si sentono bianchi, e superiori,
rispetto ai negri dell’Africa profonda.
L'ossessione della sinistra imperiale dirittumanista per i "dittatori" altrui

Da Alessandro a Gengis Khan ecco l’identikit del grande dittatore
La vanità di chi incarna il comando è una costante della storia. Come spiega Daoud domani alla “Milanesiana”
KAMEL DAOUD Restampa 30 6 2016
Alcuni anni fa, prima delle “primavere” arabe, pensai di scrivere la finta autobiografia di un dittatore arabo. La storia, però, stentava a decollare, anzi, non decollò mai, e inciampò subito su un dettaglio magari futile ma importante: la data di nascita del dittatore. Il personaggio al quale avevo attribuito il compito di scriversi da sé la propria “legenda aurea”, fin dal primo capitolo – peraltro mai finito – non sapeva decidersi sul proprio anno di nascita, andando alla ricerca di un significato astrologico da assegnargli, di vicende o presagi straordinari e anticipatori. Scegliendo per se stesso la data di nascita di Churchill, di De Gaulle, di Gengis Khan, poi di Alessandro Magno, sprofondò a poco a poco nel delirio, nello sforzo di trovare una data che riassumesse tutte le date, in grado di evocare una nascita miracolosa, capace di dare un’impronta alla memoria storica. Fino a perdersi del tutto nel tentativo di scegliersi genitori degni dei profeti, vale a dire umili e modesti, nomi che contenessero in sé il senso d’annuncio di un destino eccezionale, segni rivelatori sia di una nascita prodigiosa sia di genealogie prefiguratrici, nonché una narrazione più grandiosa di quella di Mosè e del suo cesto, di Noè o di Mandela. Non ci riuscì, rifece il capitolo decine di volte, si preoccupò, pianse dentro il suo palazzo, poi strappò il quaderno con tutte le pagine. L’insuccesso lo fece infuriare e, d’un tratto, confondendo l’estensione della propria vanità con quella del Paese, decise di proibire al popolo l’insegnamento della storia, fino a quando egli non avesse trovato la sua storia.
A mia volta, nemmeno io ho terminato di scrivere la biografia di quel dittatore, anche se l’ho vissuta dall’interno. Vedendola dal lato della vittima. Perché la dittatura ha questo di speciale: ci richiama alla mente i vecchi vizi dei secoli che ci hanno preceduto, anteriori alla scoperta da parte di Freud dell’inconscio e del narcisismo come chiave di lettura: la vanità. Questa “illusione primaria” della dittatura, che crede di dominare le apparenze per farne l’esatto riflesso del proprio personale carattere e, in definitiva, per cedere ai sintomi presenti nelle sindromi infantili: l’incapacità di concepire l’alternanza al potere o la libertà degli altri, il trauma patito nel momento in cui i sudditi chiedono la libertà, la convinzione che ogni atto contrario alla volontà del Venerato dittatore sia sinonimo di complotto ecc. Ancora più facile, poi, è riconoscere una dittatura in relazione alla democrazia, all’estetica dello spazio pubblico.
Ogni dittatura è bruttura, e ogni abuso di potere o abuso malsano è volgarità. Le dittature hanno in comune l’estetica del volgare, del kitsch e del brutto: estetica che impongono agli spazi pubblici, alle pubbliche piazze, ai centri urbani, ai monumenti, alle scuole, alle manifestazioni culturali. Provate a camminare per le strade di un Paese retto da una dittatura e troverete in esse quest’analoga prevalenza del cattivo gusto. Perché la vanità del dittatore consiste nell’invertire il senso comune: lo spazio pubblico diventa il suo spazio interiore, che egli modella in base al proprio cattivo gusto; e lo spazio dell’appartamento, della casa, diventa l’unico spazio pubblico di cui dispone il cittadino – nel migliore dei casi. La vanità del potere è una reinvenzione del tipo di pittura connotata dalle vanitas: in primo luogo, futilità. Un rovesciamento dei riflessi: il ritratto (terribilmente mal fatto) del dittatore è ovunque, in ogni angolo di strada e su ogni facciata di palazzo. È la vanità di popolare il Paese con la propria immagine, e di spopolare il Paese degli abitanti stessi. Si tratta di un’illusione tenace, pervasiva: il dittatore ha bisogno del proprio ritratto, della propria immagine onnipre- sente, per continuare a credere alla sua unicità, alla sua necessità di dittatore- Padre, all’amore che gli si porta da ogni dove. Vuole un Paese a sua immagine e somiglianza. Per cui diventa comprensibile l’allergia al riso e all’ironia tipica dei vanitosi dittatori: sono anticorpi che li toccano nell’intimo della loro convinzione.
I dittatori sono seri, e, come si dice, il riso è il nemico della vanità. In Algeria, oggi, il regime che ha soppiantato le “primavere” arabe ha dichiarato guerra al riso, alle trasmissioni di intrattenimento – da poco vietate –, alla libera stampa, che soffoca con il suo apparato di sicurezza, ai giornalisti, che intimidisce o manda in galera.
Ritornato vanitoso, il regime diventa feroce, assassino. La vanità è di sicuro l’estetica volgare del dittatore – ma è anche il forte egocentrismo dell’Occidente.
Credere che la Terra non sia il centro dell’universo ha richiesto alcuni secoli.
Credere che noi non siamo il centro della Terra sembra richiedere un tempo ancora superiore.
Traduzione di Sergio Arecco ©RIPRODUZIONE RISERVATA
"Scrittori" di oggi: diffamare Putin, apprezzare golpe in forma di rivoluzioni colorate, sbarcare il lunario con i diritti umani e le interviste ai giornali italiani
Lo scrittore russofono Andrey Kurkov che ha partecipato alla rivolta del Maidan ”Con Mosca oggi non esiste alcun dialogo culturale che prescinda dalla politica”
Anna Zafesova Busiarda 30 6 2016
Andrey Kurkov potrebbe essere il testimonial della rivoluzione ucraina: russo arrivato a Kiev a 13 anni, oggi è lo scrittore più letto del Paese, e i suoi romanzi li scrive in russo. Partecipante e cronista della rivolta del Maidan (Diari ucraini, Keller), ricade perfettamente nella neonata definizione di «etnicamente russo e politicamente ucraino», che scavalca la scontata chiave di lettura interetnica per raccontare una rottura molto più profonda.
«No, e probabilmente sarà impossibile fino a che saremo in guerra. Stiamo negoziando su come far arretrare le truppe dalla linea del fronte nel Donbass, e intanto le culture si sono già ritirate. non c’è più una linea di contatto».
Ci sono contatti con i colleghi russi?
«A livello ufficiale nessuno. La maggioranza degli scrittori russi come minimo non si sono espressi contro l’annessione della Crimea e la guerra. E chi l’ha fatto, come Liudmila Ulitskaya, l’ha pagato con persecuzioni in patria. Oggi torna in Ucraina, ma a titolo personale, come una grande scrittrice russa, non come esponente dell’intellighenzia russa».
Dall’altra parte della frontiera i lettori provano ancora curiosità e interesse verso l’Ucraina?
«Non credo. Dallo scontro violento, anche a livello di cittadini comuni, dalle battaglie sul Web, siamo passati a ignorarci».
È un passo verso il divorzio?
«Il divorzio si è già consumato. Diciamo che, superato il lancio dei piatti, siamo andati ad abitare da soli, lasciandoci alle spalle il passato».
Resta però un patrimonio in comune: la lingua. Si parlerà sempre meno russo, e sempre più lingue nazionali o l’inglese, con la sparizione di un’area culturale comune?
«Il russo resterà una lingua che accomuna tante persone. Ci sarà un mondo di russofonia, ormai post sovietico, che però non farà più necessariamente riferimento geografico e tantomeno politico a Mosca, come è successo con il mondo francofono, per esempio».
Vladimir Putin però si è proposto come protettore di un «mondo russo» globale, rivendicando il monopolio di Mosca su chi parla, pensa e scrive in russo.
«Una buona metà del mondo russofono guarda al Cremlino, ma si allontanerà sempre di più dalla politica, e quindi da Putin. Ci sono tante persone intelligenti, che preferiscono tenersene alla larga, perché sanno che la politica finisce sempre per sfruttarti. Ci sarà una comunità internazionale di cultura russa che non corrisponderà alla Russia politica. In Ucraina negli ultimi due anni sono apparsi numerosi giovani scrittori e poeti che scrivono in russo. Ma non guardano più al mercato russo, e anzi temono di poter venire associati alla Russia».
Subito dopo il Maidan aveva notato che molti russi stavano studiando l’ucraino. Oggi l’equilibrio tra le due lingue è cambiato?
«La vergogna di parlare russo non è più così sentita, e si parla russo e ucraino, come prima. Con fenomeni anche paradossali: a Odessa, città tradizionalmente russofona, tanti giovani russi ed ebrei sono diventanti militanti dell’indipendenza ucraina. Ciò è probabilmente dovuto alla paura che Odessa fosse il prossimo bersaglio di Mosca, dopo il Donbass, e la reazione è stata quella di ucrainizzarsi».
Vede un futuro in cui ci si tornerà a parlare?
«Fino a che resta Putin non cambierà niente. Non possiamo avere un dialogo culturale che prescinde dalla politica. L’Ucraina oggi è in guerra con la Russia, e almeno metà degli ucraini sarebbe contraria a ripristinare rapporti. Quanto tempo passa dopo una guerra prima che si inizia a guardarsi non più come nemici? Dipende dal danno e dal dolore inflitto, almeno due-tre generazioni. Fino alla fine degli Anni 70 in Urss non si provava alcun interesse per la cultura della Germania».
Cosa succederà con il ritorno del Donbass all’Ucraina? Una regione che parla prevalentemente russo e si riconosce in una storia sovietica?
«Non credo che tornerà all’Ucraina fino a che ci sarà Putin al Cremlino. La politica parlerà di normalizzazione e negoziato, ma di fatto non ci sarà alcun progresso. Se Mosca intende normalizzare le relazioni, perché invia ai separatisti armi, razzi multipli Grad, carri armati? Il Donbass oggi è la zona più armata d’Europa, più della Trasnistria. Possono continuare la guerra per anni».
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
“Quante anime morte nella mia madre Russia”
Parla lo scrittore Vladimir Sorokin, grande oppositore di Putin ed erede dello spirito di Gogol’: “Così racconto la provincia di un Paese rivolto al passato più che al futuro”
WLODEK GOLDKORN Resdtampa 1 7 2016
«È un abile manipolatore dell’opinione pubblica. Ha usato il risentimento che la popolazione nutre nei confronti dell’Occidente e la voglia di rivincita per i misfatti del passato. Ha saputo utilizzare tutto questo per la sua avventura in Crimea. Ma è arrivato il conto da pagare per tutto questo. Le conseguenze della politica che ha portato all’annessione della Crimea sono le sanzioni occidentali e la pessima immagine internazionale che danneggia il Paese. Il calo dei prezzi del petrolio ha poi gettato la Russia in uno stato di crisi profonda, che potrebbe portare al collasso dell’economia».
Pensa che in Russia la democrazia sia possibile?
«Credo nella democrazia in generale, ma, ahimè, non credo in una democrazia russa».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
“La tormenta” è il titolo del romanzo di Vladimir Sorokin, scrittore russo 61enne, colto, sofisticato (i suoi autori preferiti, dice, sono Rabelais, Joyce, Kafka,Gogol’, Tolstoj), dalla lingua ricercatissima, resa benissimo dalla traduttrice Denise Silvestri e che Bompiani ha appena mandato in libreria. Ma la tormenta
è anche l’allegoria di una Russia davvero eterna, dove lo spazio è incommensurabile, tale da annullare la volontà degli umani; e in cui i rapporti tra le persone sono improntati alla relazione servo-padrone, anche quando il padrone è un illuminato idealista che vorrebbe salvare l’umanità. Sorokin stesso è un avversario di Putin, un uomo cresciuto nell’ambiente del dissenso degli anni Ottanta, e che nel suo Paese è stato mano mano definito come un nemico del popolo o un pornografo: in uno dei suoi romanzi immagina Stalin e Krusciov che si sodomizzano.
Il suo stile deve molto alla sperimentazione di stampo postmodernista, ma il contenuto delle sue opere è di una critica che oltrepassa il sociale e approda a una visione apocalittica, senza possibilità di redenzione, dove il Male prevale sempre. Il protagonista de La tormenta è un medico che deve arrivare in un paesino colpito da una epidemia che minaccia il genere umano. Per recarvisi usa una “propulsoslitta”, guidata da un contadino e mossa da una cinquantina di minuscoli cavallini. Il viaggio si rivela un cammino verso la catastrofe, mentre l’ambientazione temporale è incerta: tra elementi dell’Ottocento e la visione di un futuro di regressione tecnologica.
Nei suoi libri spesso ci sono storie distopiche, utopie negative. Perché?
«Perché non sono contento del presente. Nella Russia postsovietica il passato è diventato presente e il futuro è passato. Nella contemporaneità russa regna la confusione dei tempi, frammentati e mescolati tra di loro. In una chiesa moscovita c’è un’icona di Stalin raffigurato come un santo. E poi, molti chiamano Putin zar o imperatore. È stata anche ripristinata l’onorificenza sovietica dell’eroe del Lavoro. La mescolanza dei tempi ha qualcosa di grottesco».
Nel libro il protagonista, il dottor Garin è un personaggio di stampo ottocentesco. Un “intellighent” progressista e che vuole aiutare il popolo.
Ciò che in Russia viene chiamata l’intellighenzia (intellettuali e professionisti colti e impegnati nel sociale) esiste ancora?
«In questo libro ci sono due figure archetipiche del russo di provincia: l’intellighent e il contadino. I rapporti tra loro due non sono cambiati in questi ultimi duecento anni. L’intellighenzia russa contemporanea imita quella dell’Ottocento, con la sua fede nell’istruzione del popolo e in un futuro luminoso, anche se nella Russia post sovietica non esiste più il popolo, ma solo una popolazione. E per quanto riguarda l’avvenire luminoso, abbiamo problemi grandissimi».
Garin dice che non esistono uomini cattivi e il Male è solo un errore. È anche il suo pensiero?
«Gli intellettuali russi dell’Ottocento, compresi Tolstoj e Dostoevskij pensavano che il popolo fosse buono, e che una certa cattiveria fosse dovuta alle condizioni sociali e di vita. Il Ventesimo secolo ha apportato una correzione terribile a questa formula idealistica: il “popolo buono” distruggeva le chiese, fucilava i preti, cantava gli osanna a Stalin, edificava i lager dove le esistenze venivano annullate; e poi piangeva lacrime amare ai funerali di Stalin. Oggi il nostro popolo è in preda alla nostalgia dei tempi dell’Urss. Per quanto mi riguarda: no, non ho mai creduto nella bontà del popolo».
Il suo protagonista ha qualcosa di Oblomov, l’eroe proverbiale della letteratura russa: un uomo che pensa di essere idealista, forse lo è, sogna di agire, ma che poi cede alle tentazioni di soddisfazione immediata dei bisogni, al cibo, alla vodka, alla pigrizia...
«Tutti gli intellettuali russi sono un po’ Oblomov. Per quanto riguarda Garin, è pieno di debolezze umane. Ma se le perdona nel foro della propria coscienza, perché comunque è preso dalla sua missione: salvare l’umanità. Quella di perdonare se stessi in nome di un ideale altissimo, è una sindrome comune nell’intellighenzia russa».
E lei, Sorokin?
«Anch’io sono abituato a vivere con le speranze e le illusioni, e a perdonare le mie debolezze. E mi piace star sdraiato sul divano con un libro».
Parliamo dello spazio russo: nel libro rende gli uomini brutali, annulla le individualità. È un’idea comune a molti scrittori.
«La vita della Russia è condizionata dall’enormità dello spazio. Le dimensioni, fonte eterna dei miti imperiali, rendono falsa la percezione della realtà. Un Paese così enorme non può essere compiutamente gestito, acculturato. Lo spazio risucchia, distrugge, finisce per essere più grande dello Stato stesso. Lo Stato combatte contro lo spazio e la vittima di questo scontro è il popolo: questa è in due parole la metafisica russa. Nel mio libro ci sono tre protagonisti principali: Garin il dottore, Raspino il conducente della slitta e lo Spazio, che non può essere gestito e che rende qualsiasi azione umana inefficace ».
Metafora della Russia di oggi?
«Rispondo così: la Russia contemporanea è in preda a una tormenta. Una tormenta politica, e nessuno sa quando finirà la bufera. La strada per un futuro più luminoso è ostruita dalla tempesta di neve».
E Putin come lo vede? Le sanzioni occidentali possono davvero danneggiarlo?
mercoledì 29 giugno 2016
La Nuova Scuola porta sul proprio terreno il dibattito su Heidegger e dà scacco matto. Il libro di Nancy e l'orgoglioso heideggerismo della sinistra postmoderna
Risvolto
Non basta condannare l'ignominia dell'antisemitismo: bisogna metterne in
luce le radici - e questo può significare solo intervenire al cuore
della nostra cultura. Non basta condannare l'estrema violenza con la
quale immoliamo popoli, e anche categorie, classi e ceti sociali:
bisogna domandarsi quale oscura risorsa sacrificale operi in questo modo
e in vista di quale "sacro" completamente sprovvisto di sacralità (di
simbolicità, se si preferisce). Non basta guardare attoniti a una storia
che ci pare correre verso la propria rovina: bisogna imparare a rompere
con il modello che questa storia si è dato, quello di un progresso in
una conquista del mondo da parte dell'uomo e dell'uomo da parte delle
proprie finalità esponenziali.
La vittoria dei ceti dominanti nella lotta di classe e la fine della democrazia moderna: Rita Di Leo

La vendetta degli sconfitti
Rita Di Leo Manifesto 29.6.2016, 23:59
Nelle democrazie consolidate «il popolo» e cioè i disoccupati, i precari, le periferie hanno usato il voto per vendicarsi. La vendetta riguarda le sconfitte economiche/politiche e l’emarginazione sociale subite senza potersi difendere. Per difendersi avevano bisogno di rappresentanti all’altezza dei loro bisogni sotto scacco e che avessero un’alternativa alla crescente deindustrializzazione, alla flessibilità del lavoro, alla ghettigazione urbana. Rappresentanti che nei governi locali, nelle istituzioni nazionali e transnazionali avessero una politica contrapposta all’altra in corso.
E cioè alla politica che ha abdicato al suo ruolo e si fa suggerire dall’economia come democraticamente realizzare le esigenze dell’economia. Esigenze di valore universale: meno lavoro operaio significa un minor prezzo del bene prodotto e dunque un vantaggio anche per l’operaio che ha perso il lavoro.
Il mercato unico e l’appuntamento elettorale son divenute una sorta di brevetto di legittimazione di come si deve stare nel mondo. È poi quel mondo in cui il dito viola dell’elettore analfabeta e il degrado di città come Detroit o Manchester o Bagnoli testimoniano la guerra combattuta, vinta dagli uni e persa dagli altri. Coloro che l’hanno vinta si son resi conto che potevano vincerla quando hanno capito di non avere più avversari. E anzi che il loro governo del mondo era accettato da chi nel passato lo combatteva in campo opposto.
The unipolar moment è stato giustamente esaltato dai neo-conservatori di George Bush come la fine di una cogestione dello stato delle cose nel mondo. L’esaltazione conseguiva dalla dissoluzione dell’avversario, dalla sua sparizione non solo dal terreno geopolitico ma anche dal cielo teorico. Le idee «contro» sono state le prime a sparire, sostituite da proposte «per» che nel breve periodo si sono adeguate alle strategie di potere di chi aveva in mano le carte vincenti. E la partita si avvaleva di sofisticati mezzi di comunicazione politica che la identificava come la partita di tutti per il progresso e la libertà politica per tutti. È stata la partita che gli avversari di ieri hanno fatto vincere senza combattere. E l’hanno fatta vincere perché avevano smarrito le coordinate di ieri: era meglio difendere il lavoro dell’operaio o il diritto del consumatore?
L’interrogativo avendo a che fare con l’economia, è stato di per sé una messa in non cale della politica. Della politica progetto con programmi per i rappresentati e percorsi di realizzazione dei programmi per i loro rappresentanti. Difatti quell’interrogativo era già oltre le coordinate di ieri, non vi erano più due campi concorrenti, avversari, nemici. Sull’unico campo visibile vi era l’interesse comune per il bene comune, identificabile con etichette da considerare sacre come globalizzazione e democrazia.
Guai ad avere dubbi sulle conseguenze dell’una o sulla praticabilità dell’altra. Il rischio minimo è l’accusa di non saper accettare la morte delle ideologie, la fine dei partiti di massa, il superamento delle lotta di classe, anzi delle classi. Rimane consentito – seriosissimamente – indagare sulle diseguaglianze di reddito, su ricchi e poveri, sul ritorno da protagoniste delle èlite, sul loro rapporto con le masse. Un rapporto che ridà consistenza alla democrazia plebiscitaria, a quella diretta, a quella referendaria. Un rapporto che nessuno si azzarda a riconoscere (ed averne paura) come il principale effetto della sconfitta subita allorchè si è rimasti senza più idee «contro». Nessuno più si aspetta che esistano ancora idee differenti da quelle messe sugli altari dagli uomini del potere economico transnazionale. È in questo spazio che va inserito il voto di vendetta espresso in diverse occasioni e luoghi.
La vendetta ha a che vedere con la solitudine in cui si trovano coloro che hanno perso con il lavoro un ruolo sociale e un peso politico e i giovani, lasciati allo sbaraglio dal venir meno di tutto ciò che i padri avevano conquistato. Per i giovani è un voto contro i padri che si sono arresi e per chi si è arreso è un voto contro chi non li ha fatti lottare.
P.S. Le disquisizioni sul populismo di destra e di sinistra sono per coloro che lo studiano.
La sinistra liberale è la vera destra estrema. Corbyn sotto attacco

Persino il moderato Corbyn [SGA].
Noi britannici siamo sulla scala per l’inferno
di Niall Ferguson Corriere 29.6.16
Alcuni anni fa, la catena di negozi di abbigliamento «French Connection» esibì uno nuovo slogan di marketing ardito e appariscente: le iniziali Fcuk. Sembra la parola giusta per il distacco britannico avvenuto settimana scorsa.
In un suo intervento alla Bbc, il leader dell’Ukip Nigel Farage ha definito i risultati come la vittoria della «gente normale e dignitosa». Questa affermazione ha offerto una prospettiva illuminante di come Farage consideri il 48% della gente che ha votato per restare nella Ue. È stata sicuramente una sconfitta per David Cameron, il Cancelliere George Osborne e i loro fedeli al governo. È stata anche una sonora sconfitta per gli scommettitori, gli studiosi di economia politica, gli opinionisti mediatici, la maggior parte dei sondaggisti e la stragrande maggioranza degli investitori.
Fra questi, vi erano gli stessi esperti che non avevano previsto la vittoria di Donald Trump come candidato repubblicano — per non parlare della vittoria del Leicester City nella Premier League.
Benvenuti nell’anno delle improbabilità. E non è finita. L’arrivo di Donald Trump in Scozia, subito dopo il dignitoso annuncio delle proprie dimissioni da parte di David Cameron, è stato un orribile presagio di quanto potrebbe accadere prossimamente.
Venerdì era anche il giorno in cui i Led Zeppelin hanno vinto una vertenza di copyright della loro canzone più famosa, Stairway to Heaven («Scala per il paradiso»). Prossimamente: «Scala per l’inferno».
Le conseguenze economiche saranno terribili. Nel caso della Gran Bretagna, la dimensione del disavanzo delle partite correnti — oltre il 7% del Pil nell’ultimo trimestre del 2015 — significa un duro colpo inferto alla fiducia degli interlocutori esteri. Il suo impatto proseguirà ben oltre il forte deprezzamento della sterlina di venerdì. Il Regno Unito ha appena votato per la sua recessione. Gli investimenti crolleranno. Il beneficio di una sterlina più debole per le esportazioni non compenserà un tale shock.
L’obiezione della campagna a favore del Leave circa il costo dell’adesione alla Ue pari a «350 milioni di sterline a settimana» ora appare ridicola come una bugia. Gli investitori britannici hanno perso molto di più di quanto accusato quel venerdì mattina.
Il risultato immediato del referendum è la distruzione di quello che doveva essere il governo più efficace degli ultimi 25 anni. Tra il 2010 e il 2015, malgrado i vincoli del governo condiviso con i Democratici liberali, David Cameron and George Osborne avevano trascinato l’economia del Regno Unito fuori dal tunnel ereditato da Gordon Brown. Il governo stava facendo enormi passi avanti in ambiti strategici quali l’istruzione secondaria e la minaccia dell’estremismo islamico.
Il fatto che né Boris Johnson né Michael Gove abbiano fretta di prendere le redini del potere — il leader dei Commons pro Brexit Chris Grayling ha infatti pregato Cameron di restare altri due anni — ci dice cosa dobbiamo fare in merito alla sostanziale frivolezza della campagna Leave, che ha sempre negato le gravi conseguenze economiche della Brexit. Ora vorrebbero scaricare le conseguenze su qualcun altro.
Il risultato è che, mentre l’economia del Regno Unito retrocede, la classe politica britannica dedicherà tre mesi alla competizione per la leadership dei conservatori, che sarà sicuramente aspra. Faccio fatica a immaginare come il Gabinetto possa funzionare in tali condizioni.
Nel frattempo, possiamo pure aspettarci delle difficoltà per il disastroso leader laburista Jeremy Corbyn. Il problema è che il partito laburista parlamentare non decide la guida del partito. I sostenitori troztkisti di Corbyn potrebbero riuscire a proteggere il loro uomo tra le file più ampie del partito laburista.
In ogni caso, la novità centrale del 24 giugno è lo scisma all’interno del Labour Party. Se, come pare probabile, una quota superiore alle aspettative di elettori laburisti inglesi e gallesi hanno appoggiato la Brexit perché conquistati dall’esplicita campagna anti immigrazione di Farage, le prospettive dell’Ukip di emergere quale reale forza politica inglese sono rosee. In queste condizioni, non riesco a immaginare che un numero sufficiente di parlamentari appoggi il voto necessario per avviare un’elezione generale anticipata.
Eppure, è sempre più difficile immaginare come sarà il prossimo Parlamento britannico senza elezioni entro il 2020. Il tradizionale sistema inglese bipartitico, che dal 1980 al 2015 era piuttosto tripartitico, è sull’orlo di una completa disintegrazione. La vecchia politica centrata sulla classe — così in auge nel ventesimo secolo — cede il passo a quella basata su età e identità.
L’enorme divario generazionale è tra le caratteristiche più salienti del referendum. Quasi due terzi della popolazione di età compresa tra 18 e 24 anni ha votato per la permanenza in Europa. Anticiperei anche un divario etnico abbastanza pronunciato. In sintesi, è stata la vittoria — di Pirro in termini economici — degli elettori più anziani, bianchi, delle classi operaie della provincia inglese e gallese.
Una conseguenza importante della vittoria della Brexit è stata la riapertura della questione scozzese. Qualche ora dopo il risultato, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha chiarito di voler promuovere un altro referendum sull’indipendenza scozzese. Credo che i loro sforzi possano avere successo, e che un secondo referendum si pronuncerebbe a favore dell’uscita dal Regno Unito (e del rientro nella Ue).
Anche nell’Irlanda del Nord, il direttorio di Sinn Fein non ha perso tempo nell’invocare un referendum sulla riunificazione irlandese. I rischi della vittoria dei separatisti per la stabilità della regione sono già evidenti. Quindi, il voto a favore della Brexit potrebbe rivelarsi un voto a favore della frattura della Gran Bretagna. Intanto, i pochi restanti possedimenti britannici d’oltremare — da Gibilterra alle isole Falkland — sono disponibili per il miglior offerente. La Spagna ha già avanzato un’offerta per la prima.
La scorsa settimana, ho avvertito che un divorzio tra il Regno Unito e l’Unione Europea sarebbe stato oneroso e avrebbe richiesto molto tempo. Venerdì il presidente della Ue Donald Tusk è intervenuto in manifesta rappresentanza dei rimanenti 27 Stati membri della Ue, dichiarando che questi avrebbero «mantenuto l’unità». Mi aspetto che facciano sul serio.
Il motivo è chiaro. Molti leader della Ue subiscono la pressione dei partiti politici populisti schierati contro l’eurozona e l’immigrazione. Per loro, l’esito del referendum britannico è un semaforo verde per richiedere i loro referendum; qualunque atteggiamento indulgente del Regno Unito non farebbe altro che incoraggiarli ulteriormente. Già venerdì, Geert Wilders, del Partito Olandese della Libertà, ha invocato un referendum olandese e Marine Le Pen, del Fronte Nazionale Francese ne ha invocato uno in Francia. «Dexit» and «Frexit» sono già in agenda. Con le elezioni previste l’anno prossimo in entrambi i Paesi, abbiamo appena assistito alla prima puntata della disintegrazione della stessa Ue.
Per coloro che vanno indietro con i ricordi fino all’epoca di Stairway to Heaven — coincidenti con quelli che hanno decretato la vittoria del Leave — questo risultato è una vittoria postuma di due leader populisti degli anni Settanta. Enoch Powell era contro l’adesione Britannica alla Comunità Economica Europea, perché la vedeva come una seria minaccia per la sovranità parlamentare. Era anche accanitamente contrario all’immigrazione, in quanto temeva il conflitto e la frammentazione sociale.
L’altro leader era Tony Benn, il cui euroscetticismo era radicato nelle suo credo socialista.
In definitiva, la vincitrice è la classe operaia inglese. Sì, è stata una rivolta contro Bruxelles; forse anche contro l’«austerità» e le stagnanti retribuzioni reali; ma soprattutto contro l’immigrazione, e un’élite politica fatalmente sorda al loro malcontento.
A pagare il prezzo più caro di questa situazione è stata Jo Cox, uccisa da un folle di nazionalità scozzese al grido di «Prima di tutto la Gran Bretagna». David Cameron e George Osborne lo stanno pagando con i loro mandati. Non saranno gli unici. Tutti gli altri pagheranno presto. L’Fcuk, appunto.
(Traduzione di Ettore C. Iannelli)
Quella sinistra (anche) inglese senza prospettiva di governo
di Niall Ferguson Corriere 29.6.16
Alcuni anni fa, la catena di negozi di abbigliamento «French Connection» esibì uno nuovo slogan di marketing ardito e appariscente: le iniziali Fcuk. Sembra la parola giusta per il distacco britannico avvenuto settimana scorsa.
In un suo intervento alla Bbc, il leader dell’Ukip Nigel Farage ha definito i risultati come la vittoria della «gente normale e dignitosa». Questa affermazione ha offerto una prospettiva illuminante di come Farage consideri il 48% della gente che ha votato per restare nella Ue. È stata sicuramente una sconfitta per David Cameron, il Cancelliere George Osborne e i loro fedeli al governo. È stata anche una sonora sconfitta per gli scommettitori, gli studiosi di economia politica, gli opinionisti mediatici, la maggior parte dei sondaggisti e la stragrande maggioranza degli investitori.
Fra questi, vi erano gli stessi esperti che non avevano previsto la vittoria di Donald Trump come candidato repubblicano — per non parlare della vittoria del Leicester City nella Premier League.
Benvenuti nell’anno delle improbabilità. E non è finita. L’arrivo di Donald Trump in Scozia, subito dopo il dignitoso annuncio delle proprie dimissioni da parte di David Cameron, è stato un orribile presagio di quanto potrebbe accadere prossimamente.
Venerdì era anche il giorno in cui i Led Zeppelin hanno vinto una vertenza di copyright della loro canzone più famosa, Stairway to Heaven («Scala per il paradiso»). Prossimamente: «Scala per l’inferno».
Le conseguenze economiche saranno terribili. Nel caso della Gran Bretagna, la dimensione del disavanzo delle partite correnti — oltre il 7% del Pil nell’ultimo trimestre del 2015 — significa un duro colpo inferto alla fiducia degli interlocutori esteri. Il suo impatto proseguirà ben oltre il forte deprezzamento della sterlina di venerdì. Il Regno Unito ha appena votato per la sua recessione. Gli investimenti crolleranno. Il beneficio di una sterlina più debole per le esportazioni non compenserà un tale shock.
L’obiezione della campagna a favore del Leave circa il costo dell’adesione alla Ue pari a «350 milioni di sterline a settimana» ora appare ridicola come una bugia. Gli investitori britannici hanno perso molto di più di quanto accusato quel venerdì mattina.
Il risultato immediato del referendum è la distruzione di quello che doveva essere il governo più efficace degli ultimi 25 anni. Tra il 2010 e il 2015, malgrado i vincoli del governo condiviso con i Democratici liberali, David Cameron and George Osborne avevano trascinato l’economia del Regno Unito fuori dal tunnel ereditato da Gordon Brown. Il governo stava facendo enormi passi avanti in ambiti strategici quali l’istruzione secondaria e la minaccia dell’estremismo islamico.
Il fatto che né Boris Johnson né Michael Gove abbiano fretta di prendere le redini del potere — il leader dei Commons pro Brexit Chris Grayling ha infatti pregato Cameron di restare altri due anni — ci dice cosa dobbiamo fare in merito alla sostanziale frivolezza della campagna Leave, che ha sempre negato le gravi conseguenze economiche della Brexit. Ora vorrebbero scaricare le conseguenze su qualcun altro.
Il risultato è che, mentre l’economia del Regno Unito retrocede, la classe politica britannica dedicherà tre mesi alla competizione per la leadership dei conservatori, che sarà sicuramente aspra. Faccio fatica a immaginare come il Gabinetto possa funzionare in tali condizioni.
Nel frattempo, possiamo pure aspettarci delle difficoltà per il disastroso leader laburista Jeremy Corbyn. Il problema è che il partito laburista parlamentare non decide la guida del partito. I sostenitori troztkisti di Corbyn potrebbero riuscire a proteggere il loro uomo tra le file più ampie del partito laburista.
In ogni caso, la novità centrale del 24 giugno è lo scisma all’interno del Labour Party. Se, come pare probabile, una quota superiore alle aspettative di elettori laburisti inglesi e gallesi hanno appoggiato la Brexit perché conquistati dall’esplicita campagna anti immigrazione di Farage, le prospettive dell’Ukip di emergere quale reale forza politica inglese sono rosee. In queste condizioni, non riesco a immaginare che un numero sufficiente di parlamentari appoggi il voto necessario per avviare un’elezione generale anticipata.
Eppure, è sempre più difficile immaginare come sarà il prossimo Parlamento britannico senza elezioni entro il 2020. Il tradizionale sistema inglese bipartitico, che dal 1980 al 2015 era piuttosto tripartitico, è sull’orlo di una completa disintegrazione. La vecchia politica centrata sulla classe — così in auge nel ventesimo secolo — cede il passo a quella basata su età e identità.
L’enorme divario generazionale è tra le caratteristiche più salienti del referendum. Quasi due terzi della popolazione di età compresa tra 18 e 24 anni ha votato per la permanenza in Europa. Anticiperei anche un divario etnico abbastanza pronunciato. In sintesi, è stata la vittoria — di Pirro in termini economici — degli elettori più anziani, bianchi, delle classi operaie della provincia inglese e gallese.
Una conseguenza importante della vittoria della Brexit è stata la riapertura della questione scozzese. Qualche ora dopo il risultato, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha chiarito di voler promuovere un altro referendum sull’indipendenza scozzese. Credo che i loro sforzi possano avere successo, e che un secondo referendum si pronuncerebbe a favore dell’uscita dal Regno Unito (e del rientro nella Ue).
Anche nell’Irlanda del Nord, il direttorio di Sinn Fein non ha perso tempo nell’invocare un referendum sulla riunificazione irlandese. I rischi della vittoria dei separatisti per la stabilità della regione sono già evidenti. Quindi, il voto a favore della Brexit potrebbe rivelarsi un voto a favore della frattura della Gran Bretagna. Intanto, i pochi restanti possedimenti britannici d’oltremare — da Gibilterra alle isole Falkland — sono disponibili per il miglior offerente. La Spagna ha già avanzato un’offerta per la prima.
La scorsa settimana, ho avvertito che un divorzio tra il Regno Unito e l’Unione Europea sarebbe stato oneroso e avrebbe richiesto molto tempo. Venerdì il presidente della Ue Donald Tusk è intervenuto in manifesta rappresentanza dei rimanenti 27 Stati membri della Ue, dichiarando che questi avrebbero «mantenuto l’unità». Mi aspetto che facciano sul serio.
Il motivo è chiaro. Molti leader della Ue subiscono la pressione dei partiti politici populisti schierati contro l’eurozona e l’immigrazione. Per loro, l’esito del referendum britannico è un semaforo verde per richiedere i loro referendum; qualunque atteggiamento indulgente del Regno Unito non farebbe altro che incoraggiarli ulteriormente. Già venerdì, Geert Wilders, del Partito Olandese della Libertà, ha invocato un referendum olandese e Marine Le Pen, del Fronte Nazionale Francese ne ha invocato uno in Francia. «Dexit» and «Frexit» sono già in agenda. Con le elezioni previste l’anno prossimo in entrambi i Paesi, abbiamo appena assistito alla prima puntata della disintegrazione della stessa Ue.
Per coloro che vanno indietro con i ricordi fino all’epoca di Stairway to Heaven — coincidenti con quelli che hanno decretato la vittoria del Leave — questo risultato è una vittoria postuma di due leader populisti degli anni Settanta. Enoch Powell era contro l’adesione Britannica alla Comunità Economica Europea, perché la vedeva come una seria minaccia per la sovranità parlamentare. Era anche accanitamente contrario all’immigrazione, in quanto temeva il conflitto e la frammentazione sociale.
L’altro leader era Tony Benn, il cui euroscetticismo era radicato nelle suo credo socialista.
In definitiva, la vincitrice è la classe operaia inglese. Sì, è stata una rivolta contro Bruxelles; forse anche contro l’«austerità» e le stagnanti retribuzioni reali; ma soprattutto contro l’immigrazione, e un’élite politica fatalmente sorda al loro malcontento.
A pagare il prezzo più caro di questa situazione è stata Jo Cox, uccisa da un folle di nazionalità scozzese al grido di «Prima di tutto la Gran Bretagna». David Cameron e George Osborne lo stanno pagando con i loro mandati. Non saranno gli unici. Tutti gli altri pagheranno presto. L’Fcuk, appunto.
(Traduzione di Ettore C. Iannelli)
Quella sinistra (anche) inglese senza prospettiva di governo
GIANCARLO BOSETTI Restampa
CON la sfiducia dei suoi parlamentari al leader laburista lo sconquasso prodotto da Brexit nella politica britannica si abbatte anche sull’opposizione. Jeremy Corbyn difficilmente vedrà le prossime elezioni politiche dalla plancia di comando. Le accuse di scarsa energia nella campagna per il Remain si collegano ai malumori antieuropeisti che hanno fatto breccia nell’elettorato laburista.
SEGUE A PAGINA 9
Del resto il profilo di Corbyn non è quello di un europeista: come lui stesso ha ammesso, nel 1975 votò contro l’appartenenza della Gran Bretagna a quella che allora si chiamava Cee, ma anche in tempi più recenti la sua campagna contro la «brutale organizzazione » di Bruxelles ha assottigliato i confini tra critica all’austerity e voglia di andarsene. Altri tempi, quelli in cui i Blair e i Brown accusavano i conservatori di assecondare umori secessionisti di tipo leghista e invitandoli a esercitare la funzione di una classe dirigente degna di governare.
Il futuro del laburismo britannico torna ora a presentare un grande interrogativo. La stagione del leader 67enne che aveva spostato verso posizioni più radicali il centro di gravità del partito, dopo i fratelli Miliband, il blairiano David e poi il più ortodosso socialdemocratico Ed, sembra chiudersi anzitempo in uno scenario confuso. La sua vittoria alle primarie era stata netta e aveva incontrato consensi tra i sostenitori più giovani e i più anziani, meno nelle fasce d’età intermedie. Il risultato sorprendente e paragonabile, per tante ragioni, a quello di Sanders (l’avversario della Clinton, che ora si è arreso) ha messo in luce la capacità di Corbyn, della sua immagine e dei suoi programmi per i diritti umani e la giustizia sociale, basati su nazionalizzazioni ed erogazioni monetarie dirette alle famiglie, di incontrare consensi entusiastici in fasce di elettori o sostenitori del suo partito. La novità delle primarie dell’anno scorso ha avuto come conseguenza l’abbandono dei filtri tradizionalmente rappresentati da sindacati, parlamentari e strutture del partito e dalla ponderazione dei voti, per cui i vecchi membri pesavano molto più dei nuovi mentre i registered supporters potevano votare con il semplice versamento di tre sterline e con il reclutamento online. La riforma delle primarie, progetto a lungo desiderato dalla destra del partito per aggirare le resistenze dei sindacati, ha finito per avere un esito di segno esattamente contrario, diversamente dai casi americano, italiano e francese.
Per la serie degli “effetti inattesi” è accaduto qualcosa di inedito: un esponente dell’ala sinistra radicale prendeva il controllo del partito. I conoscitori della storia del Labour sanno che non è vero che fosse accaduto prima. Dagli anni Trenta quest’ala non ha mai avuto il comando e quando si citano Harold Wilson o Neil Kinnock si dimentica che avevano guidato il partito verso il centro. E lo stesso Michael Foot, a cui spesso Corbyn viene paragonato, era una figura di soft- left, con alle spalle esperienza di governo. Come ricorda in modo pungente James Stafford, giovane storico di Cambridge, Corbyn era un protégé di Tony Benn, e Foot fu eletto segretario proprio per sbarrare la strada a Benn, esponente una far- left capace di stare sulla scena per testimoniare ansie di giustizia e sentimenti di protesta, ma non di competere per il ruolo di uno dei due partiti concepibili come forze di governo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ideali, polemiche e sconfitte l’anno inutile del “Rosso” che aveva stregato i giovani
ENRICO FRANCESCHINI 29/6/2016 Restampa
Un anno fa, le 35 firme di colleghi deputati a sostegno della sua candidatura, il minimo richiesto, vengono raccolte pochi minuti prima della scadenza dei termini: molti gliela danno soltanto per ampliare il dibattito all’estrema sinistra del Labour, non perché suoi veri sostenitori (tra questi Jo Cox, la deputata assassinata una settimana fa, che in seguito, davanti alla sua vittoria e alla sua linea politica, si dice pentita di avervi contribuito). Lo stile semplice e spontaneo di Corbyn porta una ventata d’aria fresca nelle primarie laburiste, indette dopo le dimissioni di Ed Miliband, il leader sconfitto dal conservatore Cameron alle elezioni del maggio 2015. Le sue posizioni contro l’austerità e il crescente gap ricchi-poveri suscitano entusiasmo tra gli iscritti, soprattutto tra i giovani, un po’ come Bernie Sanders negli Stati Uniti. Ma non sono accompagnate da piani concreti per una politica diversa. A settembre, smentendo le previsioni dei commentatori (e pure dei bookmaker), Corbyn stravince con quasi il 60 per cento dei voti. «Una tragedia per il Labour», commenta Tony Blair, che aveva scongiurato la base di fare un’altra scelta.
Al primo confronto in parlamento con Cameron, in ottobre, Corbyn rompe con la tradizione: pone domande inviategli da comuni elettori, invece di affrontare il premier in un autentico duello. Di tradizioni, nei mesi seguenti, ne infrange altre: non canta l’inno nazionale a una cerimonia per i caduti di guerra (per non pronunciare, lui anti-monarchico, le parole «Dio salvi la regina »); rifiuta lo “small talk” con Cameron, la chiacchiera di cortesia, quando se lo trova accanto per l’inaugurazione del parlamento; indossa abiti spaiati invece del completo scuro d’ordinanza dei politici, e se proprio deve mettere una cravatta, la predilige rossa. Minuzie rispetto a polemiche più sostanziali: a novembre, in nome del pacifismo, vota contro l’intervento militare nei territori dell’Is in Siria, scontrandosi con buona parte del suo stesso partito.
Lo stesso mese, dopo gli attentati terroristici a Parigi, afferma che non darebbe ordine alla polizia di sparare a vista in caso di un attacco simile a Londra; in aprile sospende in ritardo e a malincuore Ken Livingstone, suo vecchio amico e a lui politicamente vicino, nonostante accuse di antisemitismo («anche Hitler era sionista », aveva detto l’ex sindaco di Londra).
In maggio arriva la botta delle elezioni amministrative: il peggior risultato della storia per il Labour, che arretra in Inghilterra e Galles, piazzandosi addirittura al terzo posto in Scozia. Crescono gli iscritti, tra cui molti giovani, motivati dal suo idealismo, ma fra la popolazione il partito non dà segno di poter riconquistare la maggioranza e il potere. Infine, nei giorni scorsi, il referendum sull’Unione Europea: Corbyn si batte senza passione per restare nella Ue (del resto votò contro perfino nel referendum del 1975 sul Mercato comune europeo). E quando vince Brexit commenta che bisognerà accettarne le conseguenze difendendo al meglio i lavoratori, senza disperarsi più di tanto. Né si è disperato, ieri, davanti al voto di sfiducia dei suoi deputati, pronto a ricandidarsi. Anche a costo di spaccare la sinistra. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il laburista sfiduciato che resiste in trincea
di Paola De Carolis Corriere 29.6.16
LONDRA Non molla. 172 deputati laburisti su 225 hanno votato contro di lui. Non credono che sia l’uomo giusto per guidare il partito nelle trattative per sganciarsi dalla Ue e le prossime elezioni generali, ma lui non se ne va. Secondo Jack Straw, ex ministro degli Esteri e della Giustizia, il Labour attraversa una delle crisi più serie della sua storia. Per Alastair Campbell, ex portavoce di Tony Blair, l’unica speranza è «che qualcuno o qualcosa impedisca a Jeremy Corbyn di distruggere il partito».
Sono circa sessanta le dimissioni che da domenica a ieri sono state rassegnate al leader dell’opposizione, mentre i politologi già paragonano i drammatici sviluppi degli ultimi giorni alle defezioni che nel 1981 portarono alla creazione dei Liberal-democratici.
La serie di eventi che ha lasciato Corbyn con appena un quinto dei suoi deputati è stata innescata sabato da Hilary Benn, ministro degli Esteri del governo ombra, figlio di Tony, leggenda Labour. È stato il primo a sfiduciare apertamente Corbyn.
Quando Corbyn lo ha sollevato dall’incarico è cominciato l’esodo. 40 deputati si sono schierati dalla sua parte, ma già in serata una di loro, Liz McInnes, è passata dall’altra parte. «Non ho votato contro Jeremy perché non mi sembra il momento di prendere decisioni sulla nostra situazione interna — ha sottolineato —. Sembra evidente però che abbia perso la fiducia del suo gruppo parlamentare e che quindi non sia in grado di essere il leader di questo partito».
Corbyn non è d’accordo. I deputati sono una cosa, il partito è un’altra. Lui è stato eletto dal 60 per cento dei membri del partito che era alla ricerca «di una politica nuova».
«Non li tradirò dando le dimissioni», ha assicurato. Il voto di ieri «non ha legittimità costituzionale». «Il Labour è un partito democratico con regole chiare».
Fedelissima Diane Abbott, che con le dimissioni di massa è stata promossa a ministro per la Sanità del governo ombra. «Non sono i deputati a scegliere il leader, è il partito: i deputati dovrebbero solo fare il loro dovere e unirsi dietro al leader». Simile la posizione di John McDonnell, cancelliere dello Scacchiere del governo ombra. «Questi deputati sono intenzionati a sovvertire la democrazia».
Per Corbyn, che parla di «golpe da corridoio», sono giorni difficili. Il suo obiettivo era di includere nella vita di Westminster comunità che generalmente si sentono escluse dal sistema politico.
È per questo che al suo primo Question Time presentò al primo ministro David Cameron non una domanda sua ma una arrivata da un normale cittadino per posta elettronica.
Il referendum ha dimostrato però che tante regioni tradizionalmente fedeli al partito laburista hanno votato contro: Corbyn non si è battuto con la necessaria efficacia, dicono i suoi critici, ma forse era una missione impossibile. Sembra inevitabile, adesso, che ci sia una sfida alla leadership.
Tra i possibili candidati, Angela Eagle, ministro dimissionario per l’Industria e l’Imprenditoria, che ha lasciato l’incarico con le lacrime agli occhi. Potrebbe essere lei la candidata in grado di unire il parito?
Dovrebbero presentarsi anche Tom Watson, il vice di Corbyn, e Yvette Cooper, sconfitta da Corbyn l’anno scorso, secondo la quale «Corbyn non ha un piano alternativo per il Paese dopo la Brexit e con il passare dei giorni è sempre meno la possibilità di far valere un punto di vista progressista». Corbyn, comunque, ha fatto sapere che ha tutte le intenzioni di ricandidarsi. Gli servono 50 voti.
I deputati sfiduciano Corbyn Ma lui resiste: “Non mi dimetto”
Dopo i ministri ombra usciti in massa, i parlamentari contro il leader
Ora il Partito laburista rischia una spaccatura tra la base e gli eletti di Alessandra Rizzo La Stampa 29.6.16
È una vera e propria ribellione quella in atto contro il segretario laburista Jeremy Corbyn, prima abbandonato in massa dai ministri del suo governo ombra e adesso sfiduciato a valanga dal suo gruppo parlamentare. «Jeremy deve accettare che la sua leadership è diventata insostenibile», dice uno dei rivoltosi, il deputato Wes Streeting. Ma il segretario annuncia sprezzante che andrà avanti. «Nove mesi fa sono stato eletto democraticamente dal 60% dei membri e sostenitori del Labour e non li tradirò adesso dimettendomi - sostiene -. Il voto dei parlamentari di oggi non ha alcuna legittimità costituzionale».
In questo ha ragione: la mozione di sfiducia votata a scrutinio segreto dall’80% dei deputati laburisti, 172 contro 40, non è vincolante e non lo può costringere alle dimissioni. Ma il voto sancisce la crisi del Labour: l’assalto alla leadership è ormai inarrestabile e si concluderà quasi certamente con un nuovo voto. Il Labour è spaccato non solo tra i fedelissimi di Corbyn, gruppo sempre più sparuto a Westminster, e l’ala blairiana avversa a un segretario della sinistra radicale. È spaccato tra la base, che finora è stata con Corbyn, e i vertici che non gli hanno perdonato una campagna impacciata contro la Brexit e che, soprattutto, non lo ritengono un candidato credibile alle elezioni. Con le dimissioni di Cameron in seguito al terremoto Brexit, la questione è diventata urgente perché ci potrebbe essere un voto anticipato, forse entro l’anno. «Possiamo vincere le prossime elezioni o possiamo tenerci Jeremy Corbyn, ma non possiamo avere tutte e due le cose», aveva detto nei giorni scorsi la deputata Ann Coffey, una delle promotrici della mozione di sfiducia. Parole che sintetizzano a perfezione il pensiero di molti.
Per i sostenitori di Corbyn, le manovre per farlo fuori sono solo una congiura di palazzo. In molti, sostenuti dai sindacati, stanno manifestando in questi giorni per sostenere il segretario a Westminster e in altre parti del Paese. «Richiamate i cani», avrebbe detto uno dei ministri dimissionari, Ian Murray, ritrovatosi i manifestanti di fronte all’ufficio. Intanto deputati ribelli giurano di aver ricevuto email da elettori delusi pronti a voltare le spalle a Corbyn, mentre il sito «savinglabour.com» ne chiede le dimissioni.
Corbyn, uomo testardo secondo chi lo conosce bene, è pronto a ricandidarsi e chiedere al suo popolo, gli iscritti di partito che eleggono il segretario, di riconfermarlo. Potrebbe farcela. Tra i possibili sfidanti c’è Angela Eagle: deputata, dimessasi dal governo ombra tra le lacrime, proviene dalla sinistra soft del partito e si è fatta notare nella compagna elettorale contro la Brexit; e Tom Watson, vice di Corbyn che ne ha preso le distanze, eletto con mandato popolare assai ampio. I due si sono incontrati in serata. Altri papabili sono il deputato Dan Jarvis, ex soldato corteggiato da tempo per la segreteria (si sarebbe tirato indietro secondo alcuni), e Yvette Cooper, già sconfitta da Corbyn al giro precedente. E c’è chi sogna il ritorno di David Miliband.
Iscriviti a:
Post (Atom)








