martedì 28 giugno 2016

Evocata per la prima volta la guerra civile europea




Spira un vento slavo
Analisi. Nuovi «leader» sul carro in fiamme della Brexit

di Tommaso Di Francesco il manifesto 28.6.16
Un’Europa balcanizzata, che altro appare dopo il voto a favore della Brexit in Gran Bretagna e anche, a ben guardare, dopo il voto in Spagna? Dopo un referendum per la Brexit, con un Paese spaccato quasi a metà, ecco infatti la proposta di un altro referendum della Scozia per uscire dalla Gran Bretagna e una inziativa per bloccare quello voluto da Cameron perché il governo di Edimburgo diventi così il primo e nuovo interlocutore oltre Manica dell’Unione europea, E insieme il pronunciamento per la riunificazione con l’Irlanda dei deputati cattolici dell’Irlanda del Nord, crisi storicamente sanguinosa, non risolta e che potrebbe trovare nuovi sviluppi.
Mentre regna il caos nei partiti politici, annunciato quello nei Tories e invece attacco sorprendente nel Labour a Jeremy Corbyn l’unico laburista che sui contenuti tiene aperta la prospettiva politica della solidarietà che sola può far vivere l’Unione europea, sotto tiro stavolta da parte dei moderati e dei blairiani, come se non fosse stato proprio Tony Blair, l’uomo che ha lavorato per un’Europa atlantica subalterna agli Usa e per la Nato – che ora con il segretario Stoltenberg fa sapere che «con la Brexit l’Alleanza atlantica è più forte» – impegnandola fra l’altro nella pratica della socialdemocrazia guerrafondaia, vale a dire in tante guerre che ora ci tornano in casa con il terrorismo e soprattutto con la disperazione dei profughi. In fuga dalle rovine e dai massacri dei «nostri» conflitti, dall’Iraq, alla Libia alla Siria.
Mentre si aggiunge l’improbabile ma massiccia richiesta di quasi tre milioni di britannici per una legge che permetta di rivotare, insieme a molti londinesi che chiedono la secessione di Londra. Inoltre sulla Brexit si divide anche l’Europa di Bruxelles, con le leadership delle istituzioni Ue che chiedono un «divorzio breve e al più presto» e la Germania, tanto responsabile della devastazione, che con Merkel chiede «cautela e riflessione».
Ma è anche sulla Spagna che spira un forte vento slavo. Perché, a poche ore dalla Brexit, ha prevalso nel voto sicuramente un riflesso d’ordine che ha aiutato l’affermazione di Rayoj e il Psoe che resta al secondo posto pure al suo livello storico più basso, penalizzando le aspettative positive dell’alleanza di sinistra, non nazionalista né populista, Unidos Podemos. Ma, ecco il punto, Unidos Podemos, che ha sempre avuto difficoltà con il Psoe sul nodo delle Nazionalità, è invece il primo partito in Catalogna e nei Paesi Baschi. Così vale il ragionamento: se l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue diventa una legittimazione per la Scozia e l’Irlanda del Nord ad uscire dalla piccola Gran Bretagna, l’affermazione del Pp in un paese dall’immobilismo tragico autorizza ora catalani e baschi alla secessione.
È un elenco senza fiato, che mostra uno scenario balcanico per l’Unione europea, la Gran Bretagna e la stessa Spagna. Perché evoca le immagini funeste dei referendum contrapposti che portarono, prima della guerra fratricida, alla dissoluzione della Federazione Jugoslava a partire proprio dal giugno 1991 fino al 1992. Con una differenza sostanziale. Allora quella distruzione, oltre che alimentata da scellerati nazionalismi delle Repubbliche jugoslave, fu favorita dall’esterno dai riconoscimenti da parte dell’Europa delle indipendenze proclamate su base etnica. Tanto che possiamo dire che l’Unione europea allora alle origini, si costruì dopo la caduta del Muro nell’89 – quanto a gerarchie interne e leadership d’influenza – sulla distruzione della Jugoslavia. Si potrebbe parlare di nemesi per un’Europa che vanta, senza vergogna, la favoletta di essere stata «spazio di pace, senza guerre» in questi 25 anni.
Stavolta la crisi invece è favorita soprattutto dall’implosione interna della credibilità dell’Unione europea fin qui realizzata. Quella dell’austerità, delle banche e dei mercati finanziari, contro la solidarietà sociale, l’occupazione, l’accoglienza.
Manco a dirlo, tutto deve cambiare perché nulla cambi e chi è stato responsabile del disastro si erge ora a giudice ed eroe, quando addirittura non trova sotterfugi per usare a proprio vantaggio la Brexit.
Così abbiamo sentito Giorgio Napolitano vibratamente chiedere «adesso un’Europa più sociale» dimenticando che in Italia è stato proprio lui, come presidente della Repubblica e grande mallevadore di Matteo Renzi, il protagonista di una mostruosità: il vincolo del fiscal compact voluto da Bruxelles è finito nella nostra Costituzione. Così Matteo Renzi che, indebolito dal recente voto amministrativo annuncio della débâcle del referendum di ottobre sull’antidemocratica legge elettorale dell’Italicum, sale ora sul carro incendiato della Brexit per gettarne il fumo sul referendum di ottobre contro il No. E si propone baluardo di stabilità insieme a François Hollande, alle prese anche lui con la diffusa protesta sociale contro la Loi Travail e in un Paese in stato d’emergenza per il terrorismo. Due vistose debolezze si ergono a sentinelle dell’instabilità europea.
Ma il fatto più sconcertante accade in quel che resta della Gran Bretagna. David Cameron, dopo il suo referendum, ha annunciato le dimissioni. Ma sembrano più un remain che un leave: intanto resta in carica, se se ne andrà lo farà solo dopo il congresso dei Tories che, annunciato per ottobre è di là da venire perché non c’è alcuna alternativa e nessuno sa quando verrà davvero convocato. Così Cameron per molto tempo ancora tratterà l’uscita morbida da un rapporto senza amore – dice lo stesso Juncker – ancora per un anno o forse due. A chi dare allora la colpa della Brexit se non a Jeremy Corbyn? Che ha avuto l’unico «demerito» di ereditare un Labour in frantumi, fallito, adoperandosi controcorrente a risollevarne le sorti sulla base di alcuni elementari contenuti di sinistra – gli unici che possono salvare anche la Ue -: la diseguaglianza economica, una nuova politica industriale, accoglienza e progetto non respingimento dei migranti.
Sì, l’Europa ormai è balcanizzata. Esplode una crisi di sistema dentro alla globalizzazione, e quel che ci ostiniamo a chiamare mercati – il capitalismo finanziario internazionale – diventano più forte contro la protesta sovranista, mentre diviene più autorevole un’Alleanza militare che doveva sciogliersi con la Guerra Fredda e che surroga sempre di più l’inesistente Ue. 


IL RATTO D’EUROPA IL FATTORE FERMEZZA 

MASSIMO RIVA 28/6/2016 Restampa
SI TIENE oggi a Bruxelles il primo summit europeo dopo il referendum britannico. Chi abbia a cuore il presente e il futuro dell’Unione ha il diritto di attendersi un messaggio di inequivocabile fermezza. Qualcosa, insomma, che abbia lo stesso impatto di quel « whatever it takes » con il quale Mario Draghi mise fine alla fase più critica nella vita dell’euro. Ma più che di affiancare la Bce nell’arginare le tempeste speculative in corso sui mercati finanziari, stavolta si tratta di contrastare senza indugi le turbolenze politiche che il voto inglese rischia di innescare all’interno di quei non pochi Paesi dove l’onda euroscettica viene cavalcata da biliosi arruffapopoli che promettono il ritorno ai ponti levatoi e all’economia curtense.
Finora né Bruxelles né i governi che si dicono più europeisti hanno saputo contenere la crescita dei movimenti antiunionisti facendo valere con efficacia l’argomento fondamentale di quanto i maggiori benefici politici ed economici sovrastino i costi dell’appartenenza all’Ue. Ora l’esito del referendum nel Regno Unito offre un’imperdibile occasione per rimediare. Occorre, in particolare, tagliare corto su un punto: non ci deve essere più spazio per statuti speciali, come quelli strappati in passato da Londra. Nessuno può immaginare di stare con un piede fuori e uno dentro nell’Unione, secondo i suoi comodi occasionali.
Insomma, chi esce va fuori da tutto. Come aveva detto Wolfgang Schäuble alla vigilia del voto britannico. Certo, è probabile che egli coltivasse l’inconfessabile fine di aiutare così il fronte elettorale del Remain. Ma non è che l’esito opposto uscito dalle urne possa ora permettere al finanzminister e al suo governo di cambiare idea senza perdere la faccia e non solo. Perché una simile giravolta da parte di Berlino sarebbe uno straordinario regalo alle forze politiche che — dall’Olanda alla Francia passando per alcuni Paesi dell’Est — vorrebbero brandire l’arma referendaria per negoziare ulteriori benefici particolari. Chi vuole davvero salvare l’Europa deve far uscire vincente dal vertice di Bruxelles la linea del “o tutto o niente”.
Altro fattore risolutivo è quello temporale. Qualcuno dovrebbe ricordare alla titubante Angela Merkel la lezione del caso greco: ritardi e rinvii servono solo ad aggravare il costo delle soluzioni. È da oltre un anno che l’agenda dell’Unione è ingolfata dai problemi posti da Londra. E adesso, con un’arroganza da età vittoriana, lo sciagurato Cameron pretenderebbe pure di dettare lui i tempi della fuoriuscita dall’Ue rinviando tutto all’autunno in modo che il partito conservatore abbia la tranquillità necessaria per sciogliere il nodo del successore a Downing Street.
Cosicché, non pago di aver messo a repentaglio l’unità dell’Europa e perfino del proprio Paese, di aver seminato tempesta sui mercati fino a far riemergere la barbara reliquia dell’oro in una fase nella quale c’è grande fame di denaro per investimenti, il peggior premier inglese dall’epoca di Chamberlain vorrebbe di nuovo tenere in scacco l’Unione fin che Londra decida come sistemare gli affari di casa propria. Si consoli chi in Europa tifava per il Remain: soci consimili è meglio perderli e in fretta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA



L’onda doppia di Brexit sul populismo made in Italy 
È un punto cruciale per il futuro dei grillini

DI STEFANO FOLLI Restampa 28 6 2016
L’Europa è il tema su cui si decideranno gli equilibri in Italia dei prossimi anni. Ne abbiamo avuto un assaggio ieri alla Camera, con l’attacco del grillino Di Battista a Renzi in partenza per il vertice di Berlino e poi per il Consiglio di Bruxelles. È uno scontro che prefigura quello elettorale, ma soprattutto anticipa il braccio di ferro sulla riforma costituzionale (il referendum dovrebbe tenersi in ottobre, nella seconda metà del mese). La tendenza è verso una partita a due, Pd e M5S, perché il terzo polo post-berlusconiano é tuttora privo di baricentro e di leadership. Ma la questione di fondo riguarda i riflessi italiani della Brexit inglese.
Ogni paese reagisce in modo diverso. Abbiamo visto che la Spagna ha risposto rinsaldando i partiti delle due famiglie europee, popolari e anche socialisti, a scapito di Podemos. In Francia, Olanda e Austria l’estrema destra chiede invece analoghi referendum per uscire dall’Unione. E in Italia si ridefiniscono i termini del confronto, con Renzi ammesso in tutta fretta nel triangolo dei decisori storici insieme a Germania e Francia. Un’opportunità e un rischio: dipende da quali risultati otterrà il premier e da come spenderà in patria il credito riacquistato. In linea generale, conta capire se l’onda lunga della Brexit favorirà il populismo continentale ovvero lo frenerà a causa di un’opinione pubblica spaventata. È un punto cruciale che riguarda in particolare i Cinque Stelle. I quali da un lato hanno cavalcato a lungo tutti gli umori anti-Unione e anti-moneta unica, costruendo su questo parte del loro successo. E dall’altro si trovano adesso a dover scegliere il profilo più idoneo per una forza che aspira addirittura al governo nazionale. Un profilo in cui trova posto una conversione pro-Europa comprendente, in primo luogo, la rottura con il britannico Farage. Ma proprio il caso Podemos, che ha predicato un generico “cambiamento” e alla fine ha perso la sua occasione, è lì a dimostrare quanto sia stretto il sentiero per un movimento anti- sistema che vuole entrare nel sistema. Le contraddizioni dei Cinque Stelle, sotto questo profilo, sono numerose. C’è chi ricorda la scampagnata di Grillo e dei suoi ad Atene a sostenere l’uscita della Grecia dalla Ue, quando sembrava che tale fosse la linea di Tsipras. E oggi si può notare che i Cinque Stelle continuano a fare gruppo al Parlamento europeo con gli indipendentisti britannici di Farage: i quali a loro volta dovrebbero dimettersi per coerenza e non usufruire di stipendi e finanziamenti “unionisti”. Poi c’è la strana idea del referendum sulla moneta unica, sullo sfondo di una distinzione capziosa fra euro ed Europa istituzionale. È la linea ufficiale del movimento, ma i primi a crederci poco sembrano i membri del famoso “direttorio”, anche perché una simile consultazione non sarebbe praticabile nel nostro ordinamento.
Di Maio è impegnato da tempo in un giro nelle cancellerie dell’Unione per accreditare il M5S come opposizione responsabile. Per cui il tema del referendum appare e scompare come un fiume carsico a seconda dei momenti. Idem per l’altra sortita a favore di un euro del sud accanto a un euro del nord. Di Battista, che ha il compito di assestare fendenti polemici, rilancia la questione in un’intervista al quotidiano diretto da Feltri, che su questo ha appena avviato una campagna di stampa (referendum “consultivo” per aggirare il divieto costituzionale). Ma anche in questo caso l’esponente grillino precisa di essere contrario a un voto sull’adesione alla Ue.
In altre parole, i Cinque Stelle non abbracciano la linea del loro ex alleato Farage. È un compromesso all’italiana, pieno di luci e ombre. L’obiettivo è trasformarsi in modo stabile in una forza che accetta l’Europa ma la vorrebbe “diversa”. Quanto diversa non è chiaro, ma anche Renzi chiede discontinuità rispetto all’assetto germano-centrico. Il problema è che il M5S, in parte orfano di Grillo, deve portarsi dietro una base elettorale educata per anni a odiare l’Unione in tutte le sue articolazioni. E non è questione che si possa archiviare in un giorno.


brexit, un’onda che non risparmia i Paesi emergenti 

Andrea Goldstein Busiarda 28 6 2016
Anche per le grandi economie emergenti, e i Brics in particolare, la Brexit ha implicazioni importanti, e quelle negative sono più probabili. E ormai quando la Cina, che oltretutto quest’anno presiede il G20, o l’India si preoccupano, a inquietarsi sono ovviamente investitori ed esportatori in tutto il mondo.
L’incertezza rischia di affossare i timidi segnali di ripresa dell’economia europea, principale mercato di destinazione dell’export cinese, russo, brasiliano e sudafricano. Raffredda l’entusiasmo con cui le multinazionali emergenti, dai sudafricani della birra agli indiani dell’automobile, hanno guardato al Regno Unito come porta d’ingresso al mercato unico. Valga per tutti l’esempio di Li Ka-shing, l’uomo più ricco di Hong Kong, che dopo aver investito 50 miliardi di dollari dal 1995 ha annunciato già in marzo che avrebbe drasticamente ridotto la sua esposizione nel caso di Brexit. Grande cautela anche da parte del gruppo Tata, che sta «ricalibrando» la propria strategia dopo la Brexit.
In più, se non è per nulla chiaro a quali condizioni il Regno Unito lascerà l’Ue, se ne va il membro che generalmente si è mostrato più liberale in materia di commercio estero. Senza dimenticare che Bruxelles sarà per forza distratta dai negoziati con Londra e non potrà dedicare risorse umane e politiche adeguate ai negoziati economico-commerciali che ormai da anni - e senza grande successo, ad onor del vero - sono in corso con Pechino, Delhi e Mercosur per creare zone di libero scambio. 
I mercati finanziari dal canto loro non amano l’incertezza e quindi la Brexit si accompagnerà a un aumento dell’avversione al rischio e a una flight to quality che penalizza i mercati emergenti. In primis Brasile e Russia, che già soffrono per motivi interni, e il Sud Africa, che deve finanziare un disavanzo delle partite correnti del 5% del Pil. Ma non si può escludere che riprendano le fughe di capitali dalla Cina che indeboliscono lo yuan e rendono più difficile la politica monetaria. Se la City perde almeno in parte la sua natura di piazza finanziaria globale, ne soffrono anche le banche cinesi che hanno scommesso sul business dell’offshore yuan. Unica, magrissima, consolazione, è che slitta di molti mesi la decisione comunque ineluttabile della Federal Reserve di aumentare i tassi d’interesse Oltreoceano.
Senza Londra mutano gli equilibri interni all’Unione e alcuni Paesi, in particolare in Europa Centrale e Orientale, ma anche il Regno Unito stesso, potrebbero essere allettati dalle campane di Pechino. Che già sta scommettendo sulla Nuova Via della Seta e sulle infrastrutture finanziate dalla Asian Infrastructure Investment Bank. In compenso crescono i timori per la stabilità finanziaria della Grecia, dove la più grande società marittima cinese, Cosco, controlla il porto del Pireo.
Da non dimenticare la comunità indiana, che con 1,5 milioni di persone è la più grande minoranza etnica nel Regno Unito. Ha votato come gli autoctoni: Lord come Karan Bilimoria o Navnit Dholakia per restare, la Indian Workers’ Association per uscire, lamentandosi del trattamento di favore di cui godono gli immigrati Ue.
La settimana scorsa Xi Jinping ha manifestato la sua preoccupazione sulla Brexit ad Angela Merkel. Con dubbio senso del timing, Federica Mogherini e la Commissione hanno scelto mercoledì 22 giugno per adottare una Comunicazione comune sulla nuova strategia europea per la Cina. L’orizzonte scelto è di cinque anni, laddove oggi a Bruxelles nessuno sa dire dove sarà l’Unione tra sei mesi. A Pechino, ma anche nelle altre capitali emergenti, si staranno chiedendo who’s in charge.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Dalla Brexit l’allarme rosso negli Usa: pericolo di trumpismo
Convention Folla al meeting di Politicon a Pasadena, opinioni a confronto sul rischio Trump
L’effetto del referendum nella ex madre patria è una rimonta della Clinton nei sondaggi. Ma la sindrome inglese insegna a non fidarsi e a mobilitare giovani e liberal
di Luca Celada il manifesto 28.6.16
A Pasadena nel convention center si tiene il «Coachella del politica»: Politicon. Due giorni di eventi e dibattiti che si collocano idealmente fra il convegno politico e il festival rock.
La gente fa la fila per un simposio su Black Lives Matter mentre nella sala accanto un gruppo di giovani repubblicani applaude Sarah Palin che dibatte i meriti del trumpismo. Una specie di festa dell’Unità for profit (i biglietti sono in vendita a partire da 15 dollari ma ci sono anche quelli Vip che costano fino a $100). Li hanno comprati migliaia di persone per questo festival che dà il senso spettacolare della politica Usa. Ci sono conduttori di talk show, comici, commentatori della Cnn, consulenti di immagine. Prendete gli ospiti di una settimana di talk show politici italiani e metteteli a confronto a pagamento per due giorni in un centro congressi per un evento promosso come un appuntamento sportivo, l’idea più o meno è questa. È il secondo anno che l’appening viene organizzato e il successo di pubblico è enorme.
Uno dei simposi più affollati quest’anno è stato quello sulla Brexit, aggiunto in extremis dopo il voto inglese, con un moderatore della Bbc, il console britannico e James Carville, storico consulente elettorale, architetto delle vittorie di Bill Clinton. Se il mondo politico ha subito il 24 giugno un shock traumatico, per gli americani la Brexit è stata un cattivo presentimento, una scadenza carica di presagi, un inquietante avviso di malaugurio giunto dall’altra sponda dell’Atlantico.
Se ha potuto cedere così il centro dell’anglofonia illuminata, dove i cugini «separati ma collegati da una comune lingua» si esprimono con l’accento che nei film di Hollywood denota tuttora intelligenza ed erudizione, allora tutto può succedere. È stata questa la sensazione diffusa fra i molti discendenti degli ex coloni che da mesi stentano a farsi una ragione della prorompente ascesa del populista di casa propria.
Perché l’animus politico espresso dalla Brexit è singolarmente affine a quello del trumpismo. Lo spettacolo esplicitato di una improbabile vittoria del rigurgito nazional-populista sulla ragione politica, qualcosa che ha gelato i cittadini illuminati della parte cosmopolita d’America, quelli che da mesi, nelle redazioni e nelle università – nelle provincie più «ragionevoli» del paese – vanno cercando di convincersi che sarà semplicemente impossibile che le forze sgrammaticate dell’oscurantismo riescano a prevalere. Proprio come si rassicuravano a Londra fino a giovedì scorso.
La Brexit ha fatto scendere un brivido lungo le schiene dei liberal che nelle città vogliono convincersi che Trump non passerà mai. «Trump vincerà non perché è furbo ma perché noi siamo stupidi», ha avvertito l’indomani in un trafelato video messaggio su Facebook uno di loro, Van Jones, commentatore progressista della new left vicino al movimento Black Lives Matter. Nella sua geremiade contro la compiacenza della sinistra di fronte al disastro incombente ha proseguito: «I brexisti sono razzisti e xenofobi quanto i trumpisti – e guarda un po’ – hanno vinto. Date uno schiaffo al vostro amico che sta attaccato a Npr (equivalente a radio 3, ndr), mangia tofu e ride di Trump. Non è buffo! É orribile! È ora di preparare il paese a una battaglia finale».
Manco a farlo apposta, con apparente imperscrutabile istinto, la stessa mattina del «day after» in cui l’Europa si è svegliata in stato di shock, l’aereo di Donald Trump atterrava in Scozia. Il viaggio era stato da lungo tempo programmato per promuovere l’inaugurazione del suo ultimo resort di lusso, ma il tempismo non avrebbe potuto essere di migliore auspicio per il magnate candidato, giunto giusto in tempo per lodare la Brexit come grande vittoria di una ribellione gemella.
«Qui sono in visibilio. Si sono ripresi il paese e lo faremo pure noi!», ha subito twittato. Il fatto che la Scozia quella notte avesse inequivocabilmente votato per il remain è stato un semplice dettaglio trascurabile, visto che fatti e dati non sono notoriamente che irrisori impedimenti per il populista rampante. Da questo punto di vista la vittoria della Brexit è di per se un assist a Donald Trump, dato che come ha dichiarato un commento a caldo sul sito del Financial Times «i nostri argomenti razionali sono rimbalzati sulla loro mitologia come pallottole su un mostro alieno di Hg Wells».
Nella politica «post-fattuale» di Trump e dei populismi mondiali che gli si allineano, i fatti non contano, gli esperti sono tendenziosi, la scienza è elitismo propagato dai politici per i loro interessi. Ma mentre fino alla scorsa settimana questa era una inquietante ipotesi, la Brexit l’ha concretizzata in una strategia politicamente vincente. «È un segno catastrofico», ha detto Jones. «Se non ne faremo tesoro potremmo precipitare nello stesso vasto abisso di stupidità in cui sono caduti gli inglesi».
La sindrome inglese potrà sembrare irrilevante alla luce degli ultimi sondaggi nazionali che danno Hillary Clinton nuovamente in vantaggio di dieci punti, se non fosse che un’altra cosa dimostrata dalla Brexit è proprio l’inaffidabilità dei sondaggi, quando applicata a un elettorato diffidente e portato a celare la proprie preferenze. Trump dispone di un serbatoio ignoto di potenziali elettori «sotto il radar», simili a quelli che hanno siglato la sorpresa inglese.
Inoltre tutto indica che anche quest’anno l’elezione americana verrà decisa nella manciata di Stati in bilico, che nel sistema maggioritario da soli possono spingere da una parte o dall’altra il collegio elettorale che determina il presidente. Stati come l’Ohio, la Pennsylvania, il North Carolina, il Wisconsin e la Florida, dove i margini che dividono i candidati sono molto più piccoli.
A Politicon non sono mancate opinioni più ottimiste. James Carville ha sostenuto che «la Brexit potrebbe aver l’effetto opposto: quello di un esempio pratico negativo per gli americani». Un’ipotesi plausibile ma che non cambia alcune lezioni inconfutabili sulle dinamiche della politica post ideologica e tardo globalista apprese dall’ex «madre patria».
Per cominciare la scissione cruciale fra città e campagne, cultura urbana e rurale – o come si dice qui fra stati rossi e stati blu. Poi la spaccatura generazionale. Il regno dis-unito ha ben dimostrato, come già aveva fatto il confronto Hillary-Bernie, quanto sarà cruciale l’apporto dell’elettorato giovanile per contrastare la forza conservatrice dei loro padri e nonni. Ovvero quanto sarà cruciale la partecipazione per fermare la marea populista.
«Il remain ha perso in gran parte sull’affluenza», conclude Jones. «È assolutamente essenziale mobilitare l’elettorato progressista sin d’ora. L’Inghilterra ci ha avvertito: i retrogradi affluiranno in massa». 

Shiller: «I nazionalismi, nemici della crescita»
«Questo voto dice che anche Trump potrebbe vincere le elezioni americane»Intervista di Giuseppe Sarcina Corriere 28.6.16
NEW YORK Robert Shiller studia da almeno quarant’anni la volatilità dei mercati finanziari. Ha previsto con largo anticipo la pericolosità della bolla immobiliare scoppiata nel 2007 negli Usa. Per le sue ricerche ha ricevuto il Nobel nel 2013. Eppure oggi anche l’economista americano, 70 anni, fatica a orientarsi nel nuovo mondo che verrà dopo il «no» del Regno Unito alla Ue.
Le Borse sono crollate ovunque, c’è chi teme una crisi epocale come quella innescata nel 2008 dal fallimento di Lehman Brothers. Che ne pensa?
«No, siamo in una situazione diversa. Quello fu un collasso finanziario: nessuno si fidava più delle banche. Qui non c’entra la finanza e non c’entrano i fondamentali dell’economia».
Non ci sono rischi di arretramento, di recessione?
«Potremmo avere una scivolata del Pil in qualche Paese o nella zona euro. Ma le banche centrali, la Bce come l’americana Fed, hanno la possibilità di mantenere il tasso di interesse vicino allo zero. Inoltre possono iniettare liquidità con il “quantitative easing” o con il cosiddetto “elicottero”: soldi a pioggia nel sistema. Penso che per questo nel giro di qualche giorno o forse qualche settimana le Borse ritroveranno equilibrio».
Quindi: impatto del voto circoscritto sui mercati; banche centrali attrezzate. Lei è rassicurante...
«Al contrario. Abbiamo davanti incognite profonde, perché qui siamo di fronte a un sentimento popolare, la paura dell’immigrazione, che non sappiamo quale impatto potrà avere sulla politiche degli Stati e quindi sull’economia. Il primo problema è capire se ci sarà un effetto domino, se altri Paesi investiti dall’onda dei migranti decideranno di lasciare l’Ue. A questo non saprei rispondere».
Qual è lo scenario più probabile?
«Questo voto incoraggia le strategie di leader come Putin, come Erdogan. Mi pare ci dica che anche Donald Trump, a questo punto, potrebbe vincere le elezioni americane. Anzi, sotto sotto, sui mercati mondiali, non solo a Wall Street, è proprio questa la domanda più diffusa: non è che adesso ci ritroviamo Trump alla Casa Bianca?».
Con quali conseguenze?
«Provo a ragionare con la logica dei mercati. La Brexit alimenta, oggettivamente, la cultura del nazionalismo e del protezionismo. Se queste idee prevalgono nei Paesi più importanti, non ci sono contromisure economiche congiunturali efficaci; non c’è tasso di interesse o “quantitative easing” che tenga. E l’eventuale vittoria di Trump negli Usa renderebbe dominante proprio la cultura del protezionismo. Questo sì che danneggerebbe gli scambi, gli affari, la crescita mondiale».
Esiste la possibilità di una controffensiva? L’eurozona potrebbe rilanciare un piano di più stretta integrazione… «Vedremo, ma non mi pare che tiri questa aria. Anzi temo che possa aumentare il senso di vulnerabilità già diffuso nell’Unione Europea». 

Un divorzio troppo semplice
Così la roulette russa entra nelle urne di Kenneth Rogoff Il Sole 28.6.16
La reale follia del voto del Regno Unito a favore dell’uscita dall’Unione europea non è stata quella della leadership britannica che ha osato chiedere alla popolazione di soppesare i vantaggi della permanenza nell’Ue rispetto alle pressioni immigratorie che essa esercita. La vera follia è stata quella di aver fissato una soglia assurdamente bassa per uscire dall’Ue, che ha richiesto soltanto la maggioranza semplice. Se si tiene conto dell’affluenza del 70% al referendum, ciò significa che la campagna per il “leave” ha vinto con un sostegno effettivo pari soltanto al 36% degli aventi diritto al voto.
Questa non è democrazia: è la roulette russa delle repubbliche. Si è presa una decisione dalle conseguenze immense – molto più importanti rispetto all’emendamento della Costituzione del Paese – senza predisporre alcun adeguato sistema di controllo reciproco.
Il voto andrà ripetuto dopo un anno, per sicurezza? No. La maggioranza parlamentare deve esprimersi in senso favorevole alla Brexit? A quanto sembra no. La popolazione del Regno Unito sapeva per davvero per che cosa si stesse esprimendo? No, nella maniera più assoluta. Nessuno ha la più pallida idea delle conseguenze dell’esito referendario, sia per ciò che concerne il Regno Unito nel sistema commerciale globale, sia per le ripercussioni sulla sua stabilità politica interna. Temo che non sia un bel quadro d’insieme.
In Occidente si è fortunati a vivere in un’epoca di pace. Al variare delle circostanze e delle priorità è possibile reagire in maniera adeguata con metodi democratici, senza scatenare conflitti. Ma che cosa si intende, di preciso, quando si parla di iter democratico allorché si devono prendere decisioni irreversibili che hanno importanza determinante per la vita della nazione? È sufficiente l’approvazione di un risicato 52% per una rottura di questa portata?
La maggior parte delle società prevede per il divorzio di una coppia più passaggi e ostacoli da superare di quanti ne abbia previsti il governo di David Cameron per uscire dall’Ue. Questo gioco non l’hanno inventato i Brexiteer: abbondano i precedenti, compresi i casi della Scozia nel 2014 e del Québec nel 1995. Finora, però, il tamburodella pistola non si era mai fermato in corrispondenza della pallottola in canna: adesso che l’ha fatto, è giunto il momento di riconsiderare le regole del gioco.
È un’aberrazione pensare che una decisione qualsiasi raggiunta in un momento qualsiasi seguendo la regola della maggioranza semplice sia necessariamente “democratica”. Le democrazie moderne hanno messo a punto sistemi di controllo e bilanciamento reciproco per tutelare gli interessi delle minoranze ed evitare di prendere decisioni disinformate con conseguenze catastrofiche. Quanto più una decisione è importante e ha effetti duraturi, tanto più in alto deve essere collocata l’asticella.
È per questo motivo, per esempio, il varo di un emendamento alla Costituzione richiede più passaggi rispetto all’approvazione di una legge di spesa. Eppure oggi lo standard internazionale previsto per spaccare un Paese è meno rigido rispetto all’iter di approvazione dell’abbassamento dell’età minima per il consumo di alcolici.
Adesso che l’Europa deve affrontare il rischio di una marea di altri referendum per uscire dall’Ue, la domanda che si pone pressante è se esista un modo migliore per prendere queste decisioni. Ho rivolto la domanda a molti politologi di spicco per capire se esista un consenso accademico in materia e, purtroppo la risposta è no.
Tanto per cominciare, la decisione della Brexit può essere sembrata semplice sulla scheda referendaria, ma in verità nessuno sa che cosa accadrà di preciso dopo aver scelto “leave”. Ciò che sappiamo per certo è che per consuetudine la maggior parte dei Paesi esige, nel caso di decisioni di importanza determinante per la vita della nazione, una “super-maggioranza” e non un semplice 51 per cento. Non esiste una percentuale universale, ma in linea di principio la maggioranza dovrebbe essere quanto meno stabile in maniera dimostrabile. Un Paese non dovrebbe effettuare cambiamenti radicali e irreversibili sulla base di un’esile minoranza che potrebbe prevalere soltanto in un breve arco di tempo e sulla scia dell’emotività. Anche se l’economia del Regno Unito non dovesse cadere in recessione (il calo della sterlina potrebbe attutire la mazzata iniziale), ci sono numerose possibilità che i disordini che ne deriveranno a livello politico ed economico infondano in chi ha votato “leave” il classico “rimorso dell’acquirente”.
Fin dai tempi più antichi i filosofi hanno cercato di escogitare sistemi atti a bilanciare i punti di forza della regola della maggioranza e la necessità di garantire che le parti informate avessero più voce in capitolo nelle decisioni di importanza cruciale, sempre che le voci delle minoranze fossero ascoltate. Nell’antica Grecia, nelle assemblee di Sparta si votava per acclamazione: la gente poteva modulare la propria voce per riflettere l’intensità delle sue preferenze, e il funzionario addetto che le presiedeva ascoltava con attenzione prima di annunciare il risultato. Era un sistema imperfetto, ma pur sempre migliore, forse, di quello appena utilizzato nel Regno Unito.
A quel che si dice, Atene, città-stato sorella di Sparta, metteva in pratica il più puro esempio storico di democrazia: i voti dei vari ceti sociali avevano il medesimo peso (anche se a votare erano soltanto gli uomini). Alla fine, però, dopo alcune decisioni belliche catastrofiche, gli ateniesi ritennero opportuno conferire maggiore potere decisionale a enti indipendenti.
Che cosa avrebbe dovuto fare il Regno Unito, qualora fosse stato proprio indispensabile (e non lo era affatto) formulare la domanda sull’appartenenza all’Ue? Di sicuro, la soglia avrebbe dovuto essere fissata molto più in alto: diciamo, per esempio, che la Brexit avrebbe dovuto richiedere due consultazioni popolari nell’arco di almeno due anni, seguite dall’approvazione di almeno il 60% dei deputati della Camera dei Comuni. Se a quel punto la Brexit avesse ancora prevalso, se non altro avremmo saputo che non si trattava della scelta estemporanea di un’esigua minoranza della popolazione.
Il referendum nel Regno Unito ha scaraventato l’Europa nel caos. Adesso molto dipenderà dalle reazioni internazionali e molto altro da come il governo del Regno Unito riuscirà a ricostituirsi. È importante valutare attentamente non soltanto il risultato, ma anche l’iter che ha portato a questa situazione. Qualsiasi azione volta a ridefinire accordi invalsi da tempo e concernenti i confini di un Paese dovrebbe richiedere ben più della maggioranza semplice e un’unica consultazione popolare. Come abbiamo appena visto, l’attuale sistema internazionale della regola della maggioranza semplice è la ricetta per il caos.
(Traduzione di Anna Bissanti)
Kenneth Rogoff, ex capo economista del FMI, è professore di Economics and Public Policy all’Università di Harvard 

Costruire argini politici al dilagare del populismo
di Maurizio Caprara Corriere 28.6.16
Boris Johnson, battutista antieuropeista, nella carica di primo ministro che fu di un conservatore di stampo diverso, lo statista Winston Churchill. Donald Trump, miliardario insofferente, presidente negli Stati Uniti che vennero guidati da John Kennedy. Marine Le Pen, estremista di destra, alla testa della Repubblica francese rimodellata da Charles de Gaulle, generale della destra antifascista. In Italia, Repubblica governata decenni da un partito con una croce nel simbolo, nella prossima legislatura un presidente del Consiglio di «5 Stelle», formazione vittoriosa nelle elezioni locali il nome della quale coincide con la categoria di lusso degli alberghi.
Non è detto che questi pronostici su Downing street, Casa Bianca, Eliseo e Palazzo Chigi si avverino. Di certo il novero delle ipotesi realizzabili si è allargato a quanto poco tempo fa sembrava inimmaginabile. La vittoria del distacco dall’Unione Europea nel referendum britannico potrebbe essere l’inizio di una serie di scosse ad assetti che davamo per scontati.
Quelle elencate sono soltanto quattro delle possibilità di nuovi ingressi in centri di potere statale nei prossimi anni. Che nella brevità di un tweet anche il capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker abbia tratteggiato un panorama del genere, prendendo di mira il populismo, non deve indurci a personalizzare il problema impedendoci di valutare un fenomeno più vasto. Si aprono scenari inesplorati mentre il ricambio generazionale negli elettorati e ramificate vie istantanee di comunicazione collettiva a distanza si combinano a un aumento del divario tra i ricchi e i poveri, accentuato dalla crisi economica cominciata nel 2008 e alto anche dove questa è stata superata.
In un articolo intitolato «Come Internet sta distruggendo la politica», il sito statunitense Vox Technology ha osservato: vendendo libri sul web Amazon ha demolito librerie; per la musica i servizi online di iTunes e Pandora hanno sradicato la potenza di case discografiche; nel trasporto Uber ha colpito gli oligopoli di società di tassisti. «Adesso tocca al sistema politico», è la tesi dell’articolo. Nuove fonti di informazione in Rete erodono il potere delle « media élite » determinando una competizione elettorale «più aperta, e più caotica, che mai». Non è che le catene tradizionali per distribuire informazioni e raccogliere fondi non contino più. Entrano però in gioco, da posizioni meno subordinate, estranei ai circoli consolidati. Non soltanto Trump, negli Usa. Vox ha constatato che Paul Krugman e progressisti prestigiosi hanno definito irrealistica la politica del socialista Bernie Sanders e ciò non ha impedito al concorrente di Hillary Clinton per la candidatura presidenziale dei democratici di accrescere i consensi. Perché?
«Una delle principali ragioni del fallimento di questi attacchi è che tanti sostenitori di Sanders non li hanno neppure visti». E come mai? Perché su Internet volevano leggere articoli pro Sanders, non su Sanders. Nell’analizzare comportamenti su Reddit , Facebook e Twitter , Vox ha dato una spiegazione sui siti basati su condivisioni con amici: «Dato che la gente tende ad avere politiche simili ai propri amici, significa che i s ocial media tendono a rinforzare quanto la gente crede già».
Globalizzazione e risurrezione di spiriti tribali appaiono antitetici, eppure coabitano in questa epoca. Lo si vede in Africa e Medio Oriente. Non è escluso che la seconda sia reazione alla prima. Non si abbia fretta di catalogare grossolanamente in un’unica categoria tutti i cambiamenti in corso senza l’umiltà di studiarli. In settori delle attuali classi dirigenti si spera in una soluzione austriaca: la probabilità di una presidenza dello xenofobo Norbert Hofer si è affacciata, poi è evaporata. In Austria però l’ecologista Alexander Van der Bellen, che ha vinto di misura, era un altro fuori dai giochi. E nulla garantisce automaticamente che il dilatarsi di pulsioni antisistema, all’estero anche antidemocratiche, resti sempre sotto le soglie necessarie per conquistare presidenze di Stati.
A mancare è una sufficiente capacità delle forze più collaudate di convogliare in circuiti democratici energie esterne, prive di innata familiarità con la democrazia occidentale. L’elezione di un musulmano a sindaco di Londra, Sadiq Kahn, nato a Tooting da famiglia pachistana, indica che nella capitale britannica il Partito laburista è riuscito a recepire esigenze di rappresentanza inimmaginabili prima, benché non tali da impedire poi su scala nazionale la sconfitta nel referendum.
Occorrono strategie, lungimiranza.Va evitato che i partiti siano comitati elettorali di singoli rinunciando a essere reti utili per crescite collettive. L’intraprendenza dei giovani e la saggezza degli anziani si scambino reciproci stimoli. Perché se la velocità della circolazione di informazioni sembra proiettare in avanti, l’insicurezza incentiva ritorni all’indietro, a integralismi, velleità restauratrici.
È nella confusione immemore, condizione di mercato ideale per incantatori e procacciatori di illusioni, che servono rotte e affidabili capacità di guida. Alle energie della protesta i sistemi politici offrano canali costruttivi, recependo in tempo istanze provenienti da fuori senza lasciarle degenerare. E chi ha responsabilità resista alle tentazioni della sondaggite, della politica usa e getta che pur di piacere non indirizza più l’evolversi dello stato delle cose. 

Nessun commento: