lunedì 6 giugno 2016

I reportage coloniali di Simenon, arruolato nella Guerra di Civiltà contro i negri e i beduini


Georges Simenon: Mes apprentissages, pp. 1082, euro 28


Attenti, prima o poi l’Africa si vendicherà

Riuniti per la prima volta in volume i reportage di viaggio del papà di Maigret. Che già negli anni Trenta immaginava l’attuale invasione, avvertendo: «I negri si ricordano di tutti i colpi di fucile o di frusta ricevuti»

Libero 5 giu 2016 di GEORGES SIMENON (trad. di Simone Paliaga)
«Il reportage era per me un modo per perseguire sempre una ricerca che mi stava a cuore: trovare l’uomo. I miei reportage non erano dei reportage veri e propri. Erano la ricerca dell’uomo tutto nudo, la ricerca dell’uomo come è veramente. La mia prima preoccupazione era quella di scoprire l’uomo dietro il pittoresco che lo nasconde. Degli uomini veramente nudi li ho trovati in Africa», racconta Georges Simenon a Francis Lacassin in un’intervista del 1975. Simenon non è solo il padre di Maigret o dell’ispettore Torrence, protagonista delle novelle appena pubblicate da Adelphi e intitolate appunto L'uomo nudo e altri racconti (pp. 128, euro 10). Tra il 1931 e il 1946 egli scrisse una marea di reportage dalla Francia profonda e dal resto del mondo, ora raccolti in volume dall'editore Omnibus: Mes apprentissages (pp. 1082, euro 28). Malesia, Tahiti, Turchia, America, Africa profonda, Russia, Mediterraneo o Norvegia sono l’occasione per Simenon di bacchettare l’esotismo dei suoi contemporanei. Ma non tarda a criticare una già avanzante omologazione dei costumi e delle mentalità. «Ovunque si faccia scalo», scrive in un reportage del 1933 intitolato Cargaisons humaines - si trovano gli stessi identici uffici, le stesse donne rassegnate, gli stessi vagabondi e addirittura gli stessi dischi sul fonografo». Soprattutto nei suoi reportage dall’Africa come L'heure du nègre, pubblicato nel 1932 su Voilà, di cui Libero riporta uno stralcio qui a fianco, emerge una critica alla colonizzazione. Ma non nei termini buonisti che oggi vanno di moda. Piuttosto essa viene accusata non di essere immorale ma inutile, in quanto non solo non ha portato grandi vantaggi a nessuno, ma non ha permesso ai popoli di colore di rimanere se stessi, «nudi» nelle parole di Simenon, risvegliando invece in loro un istinto di vendetta di cui, dalla Guerra d’Algeria in poi, vediamo le tracce. SIMONE PALIAGA

Notare la significativa foto "montanelliana" [SGA].

Discendiamo dall’aereo, ma ci rimangono ancora duecento chilometri da fare per arrivare alle frontiere del Congo belga. Il mio compagno di viaggio sta rientrando dal congedo. Un magnifico ragazzo di un metro e novanta dalle spalle possenti e dai tratti duri. Gli indigeni che danno un nome a tutti i bianchi, per lui avevano scelto Macassi, vale a dire “il Robusto”.
Ai lati della strada compaiono i primi negri della foresta che abbia mai visto e a ogni istante chiedo all’autista di rallentare o di fermarsi per permettermi di fotografare.
- Non è interessante, diceva allora il mio compagno. Più avanti...
Ero impaziente di prestare attenzione agli indigeni.
- Non consumi le sue pellicole. Vedrà finalmente i nostri negri a breve...
Credo che se avessi insistito avrebbe potuto infastidirsi. Mano a mano che si procedeva, adocchiava i volti neri e quando infine vide un uomo nudo che si metteva sull’attenti al nostro passaggio per salutarci, il mio compagno di viaggio si sporgeva dal finestrino per rispondere al saluto. - Ecco i nostri negri! E gridava a loro per la gioia di averli ritrovati: - Bozou!... Bozou!... Un po’ più tardi ero seduto nell’albergo del posto. Ora un indigeno, dalla strada, ci osservava con esitazione. Improvvisamente il mio compagno lo vede, si alza e gli si precipita incontro.
- Buon dio. È il mio vecchio boy...
Quando ritorna da me ha un volto divertito e con un tono di voce diverso mi mormora:
- Mi riconoscono tutti qui! Questi sono i nostri negri. (...).
Mi ero ripromesso di raccontare ai miei amici lettori di Voilà molti aneddoti sull’Africa. Ma sono riuscito appena a sfiorare qualche soggetto. Una storia d’Africa non vale che per una regione. Un’avventura nel Uélé non vale nel Gabon. Mi sarebbe piaciuto descrivere l’Africa, tratteggiarne un quadro d’insieme. Ma non c’è un’Africa, ce n’è un’infinità. Però se ne possono intravedere dei tratti comuni.(...).
Per i bianchi l’Africa non è altro che il fastidio del casco che non si può abbandonare o l’occasione per bere e mangiare qualcosa di diverso dalle solite conserve. È infine la lotta contro l’anemia progressiva e l’indebolimento ancora più rapido del carattere. (...). Eppure quando la si lascia si spera di farvi ritorno. Partendo si dice:
- Se trovo lavoro rimango in Europa. Ma si torna. Per un insieme di cose. Non è il lavoro a mancare: è un insieme di circostanze, di piccole cose, è un’atmosfera senza la quale la vita diventa ormai impossibile. L’Africa, creata per i mammut e per gli animali giganti, stupisce anche unicamente per il suo sole, per la sua vita multipla, per le sue mosche, per i suoi torrenti e il fiume di brav’uomini che sbarcano con una valigia ornata con le loro iniziali.
Niente impedisce all’impiegato di rientrare in Europa, quando ha delle economie, di tornare al suo villaggio, anche se per farlo deve viaggiare più di un mese con la moglie, i figli e i bei costumi sistemati in una valigia.
I coloni dell’epoca eroica invece nemmeno vogliono rivedere l’Europa e si tengono lontani dalle città. Sono loro a cantare già con nostalgia, come
tutti i vecchi, il tempo in cui non c’erano che negri nudi. I nuovi venuti ascoltano, stupiti, i racconti delle loro imprese che hanno il sapore dell’epopea.
Ma voi pensate davvero che, tra vent’anni, un bianco di Conakry o di qualche altro posto ripetendo le storie che ora vi racconto non sembrerà un cavernicolo? E credete che non sembrerà in ritardo, desueto, passato di moda l’ineffabile impiegato di oggi, con i suoi completi color malva o violetti, i suoi capelli crespi che prova ogni mattina per un’ora disperatamente a lisciare, e il suo intreccio di ingenuità e orgoglio?
Quello che ci spinge per prendere il tram e, per un sì o un no, scrive alla Società delle Nazioni. È un bambinetto, un bambinetto ormai in avanti con gli anni. Non fa altro che riconoscersi come uomo ed esulta, lo mostra, vuole provarlo costi quel che costi.
Noi abbiano ancora, nella foresta o nella savana, anche il negro-bébé che però gioca con una vecchia scatola di sardine e condivide una sigaretta con l’intero villaggio. Mentre nelle città il negro dall’età ingrata gioca con le cravatte, le macchine da scrivere. Comincia anche a giocare alla politica e poi se ne va subito dai giovani del suo villaggio per far vedere ciò che sa e ciò che è diventato.
Si parla di progresso perché ci sono delle auto, una ferrovia e si progetta una linea di tram? Si va in estasi per qualche bastimento a vapore tra le case di legno o di fogliame? Si geme per la civiltà perché si porta un falso collare? Ma no! C’è ancora, come nella gran parte delle città africane, il passaggio dall’infanzia all’età matura. L’impiegato abbigliato alle Nouvelles-Galeries si muove gomito a gomito a una negrezza che non porta ancora che una foglia di fico per nascondere la propria sessualità. I negri adulti si contano. Sono ancora in pochi, ma cominciano a dare del filo da torcere ai bianchi.
Non è più l’epoca benedetta, pittoresca, esaltante su cui si attarderanno i poeti di domani? Perché, domani, il negro porterà un completo nero e siederà, degno e implacabile, alle conferenze internazionali. Questo tenente indigeno, così fiero dei suoi galloni e del suo valore, sarà forse generale. Non da noi, ma da lui.
I negri sono dei bambini che crescono. Quelli che vengono dalla boscaglia avranno domani perizoma e pantaloni. I lavoratori avranno il permesso di dirigere. E gli adolescenti, ora così goffi, saranno degli adulti.
Che ricordo conserveranno di noi? Ci saranno grati delle reti ferroviarie che sono costate a loro un uomo per traversina, delle banche che li pagava-
no in voucher ben sapendo che di questi voucher ne avrebbero fatto ben poco? I neri, per trarne un minimo di vantaggio, avrebbero venduto i voucher da cinque franchi per ricavarne appena tre di franchi. Ci considereranno benefattori dell’Africa perché avremmo fatto conoscere a loro un alcol più forte e più caro del vino di palma o perché abbiamo seminato un po’ ovunque dei piccoli esseri dalla pelle color caffellatte?
Vi ho già parlato di un vecchio bianco decivilizzato che ha una capanna in ogni villaggio. Un giorno mi ha detto: «I nostri negri, qui, non sanno fare di conto. Ignorano la loro età. Non hanno la più pallida idea di cosa possa esserci a cento chilometri di distanza da loro. Ma sanno meglio di me quanto è successo trent’anni fa, cinquant’anni fa. Mi creda: tengono con precisione il conto, trasmesso di generazione in generazione, di tutti i colpi di fucile o di frusta ricevuti e di ben altre cose che preferisco evitare di raccontarle. Magari domani o dopodomani...».
E il mio interlocutore, che non è mai riuscito a digerire che dei pischelli anemici appena usciti da scuola venissero con i loro libri e i loro bagagli di brevetti ad amministrare il Paese, finisce col concludere: «Sì. L’Africa prima o poi ci risponderà merda! E farà bene».

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