venerdì 30 settembre 2016

Il numero de "Il Ponte" su "Populismo, democrazia, insorgenze. Forme contemporanee del politico"

Domani, se riesco, un'anticipazione del mio saggio su Laclau e la sinistra postmoderna. Ringrazio i curatori, anzitutto Gianfranco [SGA].




Ad ogni tornante della storia, le classi dominanti occidentali agitano lo spettro della dittatura e della guerra per conservare il loro potere

Martin Wolf Sole 24 ore 28 settembre 2016

L’ingegnere: se vince il No, Renzi dovrà dimettersi. Insieme, il premier e Parisi si accorderanno ridimensionando la sinistra e restituendo Salvini alle valli
Cazzullo Corriere 27 settembre 2016

L’ingegnere: Renzi con questa legge elettorale rischia di diventare il Fassino d’Italia«Se ne freghi delle regole Ue: nazionalizzi le banche in difficoltà e investa sul sapere»
Cazzullo Corriere 8 luglio 2016

Lepri Corriere 28 settembre 2016


Caprara Corriere 30 9 2016

Fubini Corriere 30 9 2016

TRUMP E IL SEGRETO DEI LEADER POPULISTI 
IAN BURUMA Repubblica 01 ottobre 2016
HILLARY Clinton ha detto che metà di quelli che votano Donald Trump sono “deplorevoli”. Un’affermazione né tattica né elegante, per la quale in seguito si è scusata — benché nel farla avesse più ragione che torto. Trump ha attratto molti sostenitori le cui opinioni — ad esempio riguardo alla razza — sono davvero deplorevoli. Il problema è che molti di questi elettori deplorevoli sono anche relativamente ignoranti, e ciò fa sembrare il commento di Clinton snob.
Purtroppo negli Usa le persone relativamente ignoranti sono troppe. Tra i Paesi industrializzati gli Stati Uniti si collocano agli ultimi posti nelle classifiche che misurano il tasso di alfabetizzazione, la cultura generale e le conoscenze scientifiche. Giapponesi, sudcoreani, olandesi, canadesi e russi si piazzano meglio. Ciò è almeno in parte conseguenza di un’istruzione troppo legata alle condizioni economiche: chi ha soldi riceve un’istruzione ottima, mentre coloro che dispongono di mezzi scarsi non vengono istruiti sufficientemente.
Al momento parrebbe che Clinton stia facendo presa sulla classe urbana, più istruita, mentre Trump attrae perlopiù uomini bianchi e meno scolarizzati, molti dei quali in passato sarebbero stati dei minatori di carbone o degli operai che davano il proprio voto ai democratici. Ciò significa che c’è un nesso tra l’istruzione, o la sua mancanza, e la propensione a farsi sedurre dal pericoloso fascino di un demagogo?
Uno degli aspetti più sorprendenti di Trump è rappresentato dal suo livello di ignoranza, e dal fatto che egli riesca a ostentarla facendola franca. Per un candidato sguaiato e ignorante, fare presa su un gran numero di persone la cui conoscenza del mondo è modesta quanto la propria è forse più facile. Tale affermazione si basa tuttavia sul presupposto che nella retorica di un agitatore populista la realtà dei fatti abbia un suo peso. Molti dei sostenitori di Trump non sembrano interessati ad argomentazioni ragionevoli, che ritengono una cosa da snob liberal. Quel che conta per loro sono soprattutto le emozioni, e le emozioni su cui i demagoghi amano fare presa sono in primo luogo la paura, il risentimento e la sfiducia. Ciò era vero anche in Germania, quando Hitler salì al potere. Inizialmente, però, la maggior parte dei sostenitori del Partito nazista non apparteneva alle classi meno istruite. In Germania il livello di istruzione era in media superiore a quello di altri Paesi, e tra i nazisti più entusiastici si contavano insegnanti, ingegneri e dottori, oltre che piccoli uomini d’affari di provincia, impiegati e coltivatori. Nel complesso, gli operai delle città e i cattolici conservatori erano meno suscettibili alle lusinghe di Hitler di quanto non lo fossero molti protestanti ben più istruiti.
L’ascesa di Hitler non può essere spiegata con un livello di istruzione basso. Nella Germania di Weimar, all’indomani della sconfitta bellica e di una depressione economica devastante, paura e risentimento erano quasi endemici. Ma i pregiudizi razziali fomentati dalla propaganda nazista non erano gli stessi che oggi si riscontrano tra molti dei sostenitori di Trump. Gli ebrei erano visti come una forza sinistra che dominava le professioni elitarie. Erano considerati alla stregua di traditori: erano loro che impedivano alla Germania di tornare grande. Mentre i sostenitori di Trump dimostrano un’ostilità analoga nei confronti dei simboli delle élite (come i banchieri di Wall Street e gli insider di Washington), la loro xenofobia è invece diretta contro i poveri immigrati messicani o i rifugiati mediorientali — visti come dei parassiti. Si tratta di persone relativamente svantaggiate che in un mondo globale e multiculturale se la prendono con chi ha addirittura meno di loro.
Negli Stati Uniti dei nostri giorni, così come nella Germania di Weimar, coloro che provano risentimento e paura nutrono talmente poca fiducia nelle istituzioni economiche e politiche da affidarsi a un leader che promette un livello di rottura massimo. Sperano che facendo piazza pulita si possa tornare ad essere grandi. Nella Germania di Hitler tale speranza era condivisa da tutte le classi sociali, nell’America di Trump è soprattutto appannaggio delle frange più svantaggiate.
Negli Usa e in Europa il mondo appare meno spaventoso alle classi più istruite e benestanti. Ovvero le classi che traggono giovamento dall’apertura delle frontiere, dal basso costo della manodopera fornita dagli immigrati, dal diffondersi dell’informatica e dalla ricchezza delle influenze culturali. Gli immigrati e le minoranze etniche che desiderano migliorare le proprie condizioni non hanno alcun interesse ad unirsi a una ribellione populista che è diretta principalmente contro di loro, ed è per questo che voteranno per Clinton. Trump deve quindi puntare sugli americani bianchi e delusi. È grave che nella società Usa tante persone sostengano un candidato così inadeguato. E questo deve avere qualcosa a che fare con l’istruzione. Non perché le persone istruite siano immuni alla demagogia, ma perché un sistema scolastico allo sfascio lascia troppe persone in una condizione di svantaggio. In passato l’industria garantiva a un sufficiente numero di individui meno istruiti dei posti di lavoro che permettevano loro di vivere decentemente. Adesso che nelle società post-industriali quei posti di lavoro stanno scomparendo, in troppi credono di non avere nulla da perdere. E se ciò è vero in molti Paesi, nel caso degli Stati Uniti è più preoccupante, perché affidando quella nazione a un demagogo ignorante non si causerebbero solo gravi danni in quel Paese, ma anche in tutti quei luoghi dove le istituzioni che ci garantiscano le nostre libertà continuano ad essere apprezzate.
( Traduzione di Marzia Porta) ©RIPRODUZIONE RISERVATA

IL REFERENDUM DELL’UNGHERIA E IL RUOLO DELL’EUROPA 
NADIA URBINATI Repubblica 1/10/2016
L’UNGHERIA sarà la protagonista politica di questa prima domenica di ottobre, se non altro in Europa e tra coloro che osservano con attenzione e ansia l’evoluzione ideologica degli stati dell’Unione dopo Brexit. I cittadini ungheresi sono chiamati alle urne per esprimersi sul seguente quesito referendario: «Volete che l’Unione Europea abbia il potere di rendere obbligatorio l’insediamento in Ungheria di cittadini non ungheresi anche senza l’approvazione» del parlamento ungherese? La costruzione del testo del referendum è un fatto molto politico, nonostante lo stile di burocratica imparzialità con il quale si presenta agli elettori. Questo testo in particolare è concepito e scritto in modo da disporre la mente degli ungheresi verso una sola risposta, che è naturalmente negativa. Infatti quale popolo sovrano portato alle urne su un tale quesito accetterebbe di votare contro la propria sovranità?
Il referendum ungherese è a tutti gli effetti una consultazione sull’Europa, inteso a surriscaldare l’opinione pubblica con sentimenti nazionalisti. Si annidano qui due forme di nazionalismo: quella tradizionale, che invoca la sovranità del Parlamento, e quindi dei cittadini, su chi può essere ammesso a risiedere nel territorio nazionale; e quella meno tradizionale, che ambisce a spingere l’Europa stessa verso politiche euro-nazionalistiche, ovvero di chiusura dei confini continentali. E siccome l’Ungheria si trova, per caso, a condividere una porzione dei confini europei (per giunta quella parte di essi più esposta alle migrazioni da sud-est), l’implicazione del referendum è a ben vedere anche quella di accreditare l’esistenza di una lotta in difesa delle frontiere europee.
Perché questo referendum? La domanda è tutt’altro che retorica. Infatti, se è vero che si attende una vittoria schiacciante del “no”, è altrettanto vero che non è per nulla chiaro quali saranno gli esiti effettivi o formali di questa vittoria. Infatti, nonostante “l’appello al popolo” voluto dal capo del governo Victor Orbán, il referendum non sembra poter rovesciare la decisione presa lo scorso anno dagli stati-membri della Ue di distribuirsi gli obblighi di accoglienza nei confronti dei richiedenti asilo. E non sembra neppure avere conseguenze reali sul piano legislativo. C’è quindi da pensare che questo referendum abbia a tutti gli effetti una natura propagandistica e cerchi di alzare l’attenzione verso Bruxelles — voluto cioè per corroborare i già forti sentimenti anti-migranti e tenere alta la temperatura nazionalista, ungherese ed europea. Il referendum sembra voler ricercare appoggio ideologico interno e da parte di altri stati membri con l’intento di far pendere la politica di Bruxelles verso questi recalcitranti nazionalismi. Ma il referendum ha altri due scopi dimostrativi, messi ben in luce da Jan-Werner Müller sul sito online di Foreign Policy: innanzitutto, quello di riconfermare una linea anti- europeista che può far guadagnare all’Ungheria la già attiva cooperazione con la Russia di Vladimir Putin; e poi quello di distrarre gli ungheresi dai problemi economici pressanti e consentire ad Orbán di consolidare la sua credibilità con Angela Merkel, il destinatario sottotraccia di questo referendum. Il cui paradosso, nel cavalcare un nazionalismo anti-europeista, è di far acquistare ad Orbán più peso in Europa, come il leader più coerente della “cultura nazionale cristiana” europea contro il pericolo esterno di una “invasione musulmana”. L’Europa, dunque, come un veicolo per rafforzare e legittimare il nazionalismo degli stati. E un referendum che vuole sventolare la bandiera nazionalista non per lanciare una sua “Brexit”, ma per accrescere il proprio peso a Bruxelles. L’Europa resta l’orizzonte di riferimento più che l’obiettivo di ostilità nel quale questo referendum ungherese è stato indetto. Viene da chiedersi che cosa sarebbe oggi del nazional-populismo senza l’Europa.

L’EUROPA RESPINGA GLI ANTICHI FANTASMI ANGELO BOLAFFI 3/10/2016 Repubblica
SOLO una macabra farsa: questo era il referendum ungherese contro gli stranieri e contro “i diktat” di Bruxelles fortemente voluto dal premier Viktor Orbán. E tale si è rivelato. Il popolo cui amano fare appello piccoli e grandi dittatori questa volta ha preferito tacere.
FORSE ha fiutato l’inganno e ha evitato di acclamare l’uomo forte di Budapest. Ma il danno resta per l’immagine di quel Paese e per il destino futuro dell’Europa. La grande speranza si è rivelata una fugace illusione: avevamo creduto che la caduta del Muro di Berlino se non proprio la “fine della storia” avesse, almeno in Europa, segnato la fine dell’età dei muri e dei reticolati di filo spinato. E invece sta accadendo esattamente il contrario. Quella che una volta tra ammirazione e sospetto veniva chiamata Mitteleuropa sembra tornata preda di antichi fantasmi e di pulsioni identitarie nell’illusione di trovare risposte alle sfide del mondo globale in una inattuale autarchia economica e spirituale.
I governanti dei Paesi dell’Est Europa capeggiati proprio da Orbán credono possibile dare risposta alla sfida planetaria rappresentata dalla migrazione di popolazioni in fuga dalle guerre del Medio Oriente, o dalla miseria del continente africano, ricostruendo quella che, per più di mezzo secolo, era stata causa delle loro sofferenze: una nuova cortina di ferro. Un passo dopo l’altro, una crisi dopo l’altra, dunque, l’Europa procede spedita verso la sua disunione politica e culturale: come capitò ai sonnambuli che scivolarono senza neppure averne consapevolezza nella Prima guerra mondiale, gli europei potrebbero uno di questi giorni scoprire di aver superato il punto di non ritorno verso uno storico fallimento. Un fallimento che appare tanto più paradossale in quanto i governi dei singoli Paesi cercano risposte nazionali, o peggio ancora nazionaliste, a sfide che essi stessi definiscono di natura globale e condannano in tal modo i propri Paesi e l’intera Europa ad un declino irreversibile.
Oggi, come accadde negli anni ’20-’30 del Novecento, assistiamo infatti allo scontro di “due Europe”: quella che crede che sia possibile governare le metamorfosi in atto nel segno della giustizia sociale, della libertà e dell’universalismo dei diritti. L’altra che, invece, fa politica con la paura e l’odio e insinua la velenosa convinzione che sia possibile impedire l’irruzione del mutamento innalzando Muri e chiudendo i confini nazionali.
Sappiamo come andò a finire allora. Non è del resto un caso che, da buon conoscitore della storia europea, Helmut Kohl nel discorso tenuto nell’ottobre del 1993 dinnanzi all’Assemblea nazionale francese avesse messo in guardia gli europei ricordando loro che «gli spiriti maligni non sono stati banditi per sempre dall’Europa» e ammonendo che «ad ogni generazione si pone di nuovo il compito di impedire il loro ritorno, di superare i pregiudizi e di far cadere i sospetti ».
La previsione fatta dal Cancelliere dell’unificazione tedesca appare drammaticamente confermata da quanto accade oggi in tutto il Vecchio Continente, dalla Brexit all’anarchia spagnola. E soprattutto dall’enorme potenziale di consenso che movimenti xenofobi e populisti riescono a catalizzare anche in Paesi di antica civiltà giuridica e storica tradizione di universalismo politico com’è il caso della Francia.
La verità è che in quel Paese come in molti altri, Italia compresa, si contrappongono, provocando una crescente conflittualità politica e spirituale che supera la classica contrapposizione tra destra e sinistra, due “visioni del mondo”. Una è convinta non solo della possibilità di governare la dimensione di questo esodo carico di tragedie, ma anche che questo fenomeno rappresenti un obbligo morale e al tempo stesso una opportunità per il futuro che altrimenti la demografia condannerebbe a un declino irreversibile. L’altra è una “visione del mondo” dominata da dubbi e paure, da pregiudizi ma anche da timori diffusi tra le parti più deboli, socialmente e culturalmente, delle società europee sulla possibilità di riconquistare o quanto meno di difendere determinati livelli di sicurezza sociale. Come pure i valori tradizionali che guidano il funzionamento della vita quotidiana, minacciati dalla sensazione di non essere più padroni del proprio destino di cui è metafora la crisi della sovranità sui confini nazionali.
Oggi è molto difficile formulare una ragionevole previsione sui destini d’Europa o addirittura di quello che abbiamo imparato a indicare, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come l’Occidente. Non sappiamo se le istituzioni dell’Unione europea reggeranno l’urto del terribile ciclo elettorale che vedrà coinvolti nei prossimi dodici mesi — nel settembre del 2017 si svolgeranno le elezioni in Germania — praticamente tutti i principali Paesi del Vecchio continente. Né quale America uscirà dal confronto tra il feroce populismo di Trump e l’occidentalismo tradizionale ma dallo scarso carisma di Hillary Clinton.
Certo tutto sarebbe diverso se l’Europa fosse in grado di esprimere una politica, se sapesse e potesse parlare con una sola voce. Se: ma non è così. Le democrazie europee strette in una implacabile tenaglia, da un lato le questioni globali e dall’altro la necessità di conquistare legittimità politica parlando un linguaggio locale, tra dover elaborare un “nuovo racconto” che tenga conto delle mutate condizioni geo-politiche e geo-economiche del pianeta-mondo dell’età globale e dover dare ascolto alle attese spesso corporative di cittadini protagonisti di cicli elettorali sempre più brevi, rischiano il corto circuito. Se da qualche parte in Europa c’è qualche leader capace di impedire che essa faccia bancarotta una seconda volta nel giro di un secolo, è questo il momento che si faccia sentire.
Hic Rhodus, hic salta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La disputa sull'Euro a sinistra: l'intervento di Lunghini, le obiezioni di Giacché e altri economisti, la replica


Risultati immagini per euroVia dall’euro non significa uscire dal liberismo 
Ue. Se sparisce la moneta unica di una delle principali aree economiche, la seconda valuta di riserva del mondo. Più dirompente della crisi del 2008 
Leonardo Becchetti, Mauro Gallegati, Guido Iodice, Daniela Palma, Francesco Saraceno, Leonello Tronti Manifesto 7.10.2016, 23:59 
L’articolo di Giorgio Lunghini (il manifesto il 23 settembre e la replica di Sergio Cesaratto et al. del 30 settembre) hanno il merito di riaprire la discussione sulle conseguenze dell’uscita dall’euro. Un dibattito spesso condito da eccessive semplificazioni. Per questo ci pare che concentrarsi sulle cifre riportate da Lunghini sia un esercizio poco interessante. Difatti, anche se tali previsioni si rivelassero eccezionalmente esagerate, ci troveremmo comunque di fronte ad un evento di proporzioni significative, per usare un eufemismo. Piuttosto, è il ragionamento economico che andrebbe approfondito, e a questo vorremmo contribuire. 
I fautori dell’uscita dall’euro ci pare sottovalutino gli effetti finanziari che comporterebbe. L’Italia (ma lo stesso potrebbe dirsi di altri paesi periferici) è troppo grande e troppo interconnessa finanziariamente per lasciare la moneta unica senza che ciò comporti un effetto domino nel resto d’Europa. È facilmente prevedibile che l’euro cesserebbe di esistere in breve tempo, attraverso un collasso dei sistemi bancari dell’eurozona ben più dirompente di quello che abbiamo visto nel 2007/2008. 
Uno storico dell’economia molto attento come Barry Eichengreen ha definito l’eventuale crollo dell’euro una “Lehman Brothers al quadrato”. Parliamo in effetti di un evento senza precedenti storici paragonabili: la sparizione della moneta unica di una delle principali aree economiche e la seconda valuta di riserva del mondo, non la fine di un semplice accordo di cambio fisso. Persino economisti pure favorevoli allo smantellamento dell’euro sono ben coscienti di questo problema. In uno studio elaborato per il premio Wolfson del 2012, Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura hanno analizzato le interconnessioni finanziarie create dalla moneta unica, concludendo che una rottura disordinata dell’eurozona eccederebbe “per un ampio margine” quanto accaduto in passato negli episodi di uscita da regimi monetari, a causa dell’ “enorme dimensione delle attività e delle obbligazioni denominate in euro”. Aggiungono che l’ “ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. E concludono che “la più probabile implicazione tale processo sarebbe un completo congelamento del sistema finanziario, non solo nella zona euro, ma anche a livello mondiale” con inevitabili ripercussioni sull’economia reale per un periodo prolungato.
Mentre sottovalutano le implicazioni finanziarie, i favorevoli all’uscita dall’euro sopravvalutano la capacità delle svalutazioni di offrire un più ampio margine alla politica economica discrezionale. L’esperienza recente, in particolare degli ultimi cinque anni, suggerisce il contrario. Dal Giappone all’Argentina, dal Regno Unito al Brasile, il deprezzamento del cambio non ha spinto le esportazioni (o almeno non abbastanza) e non ha favorito le produzioni nazionali. Non raramente si è prodotto l’effetto opposto, anche a causa della ricaduta depressiva sugli stati patrimoniali di banche e imprese provocato dal deprezzamento stesso.
Rimosso l’euro, ci ritroveremmo quindi comunque in un vincolo esterno di domanda estera (esacerbato dalla crisi finanziaria conseguente) che difficilmente ci permetterebbe di perseguire politiche espansive, una volta tolto il cordone ombelicale con la Bce e senza più accesso ai mercati di capitali. 
Né possiamo illuderci di proteggere i salari: anche tra coloro che propongono l’uscita dall’euro c’è chi onestamente non nasconde che i salari reali dovrebbero pagarne il prezzo se si vuole almeno provare ad avvantaggiarsi sul lato della competitività di prezzo, senza contare che saremmo in una situazione nella quale dovremmo cercare di evitare che la nuova moneta nazionale sprofondi sotto la pressione dei mercati, che anticiperebbero ogni tendenza inflattiva con ulteriori svalutazioni. 
L’effetto sul piano politico più probabile di una deflagrazione dell’eurozona sarebbe il collasso della stessa Unione europea e del mercato unico: una parte rilevante dei paesi ai quali ambiremmo esportare potrebbero quindi adottare politiche protezionistiche, rendendo ancor più complesso il compito di mantenere l’equilibrio esterno.
Certamente possiamo immaginare soluzioni (invero parziali) come dissoluzioni cooperative dell’eurozona, magari in due parti come propone Stiglitz, e tuttavia dobbiamo essere coscienti che si tratta di scenari improbabili che richiedono una cooperazione che travalica quella che sarebbe necessaria ad “aggiustare” l’euro in corsa. 
Questi sono gli elementi da considerare se si vuole fare un’analisi prudente ed evitare l’errore di credere che, usciti dall’euro, usciremmo dall’austerità e dal liberismo, di cui l’euro è solo una delle innumerevoli manifestazioni.

Se è l’euro la causa dei tanti populismi europei 
Sergio Cesaratto, Massimo D’Antoni, Vladimiro Giacché, Mario Nuti, Paolo Pini, Antonella Stirati Manifesto 30 sett 2016
Intervenendo sul manifesto del 23 settembre Giorgio Lunghini fornisce “qualche cifra sugli effetti dell’abbandono della moneta unica”. In sintesi: l’uscita provocherebbe una svalutazione del 50% della nuova valuta italiana, cui conseguirebbe nel primo anno un’inflazione del 15%, che poi si attesterebbe su una media del 20% nel quinquennio successivo. La svalutazione farebbe raddoppiare il valore dei titoli di Stato in mano ai non residenti, determinando il default dello Stato italiano, mentre l’inflazione farebbe dimezzare il valore dei titoli di Stato in mano ai residenti, causando un crollo del reddito disponibile delle famiglie dell’11%. L’inflazione, inoltre, eroderebbe i salari, causando una perdita media annua di reddito del 10%. Il risultato sarebbe una perdita di Pil pari a circa il 40% per l’Italia nel primo anno, seguito da 15% negli anni successivi per almeno un triennio. 
Nessuno si nasconde le criticità dell’abbandono della moneta unica. D’altra parte, lo stesso Lunghini ammette che essa è insostenibile. Corre quindi l’obbligo di discuterne gli esiti con serenità e attenendosi, nella misura del possibile, alla base fattuale fornita dai dati statistici e dalla ricerca scientifica. 
Nelle statistiche della Banca d’Italia leggiamo che una perdita di Pil del 40% come quella paventata da Lunghini ha un solo precedente storico: i cinque anni del secondo conflitto mondiale. Questo per valutare la plausibilità dello scenario, che inoltre è aritmeticamente incoerente. Lunghini cita un crollo del 10% di redditi da lavoro: un valore che è difficile conciliare, senza ipotesi “eroiche” sulle altre componenti di reddito, con una caduta del 40% dei redditi totali. 
Va anche valutata la tesi secondo cui a fronte di una perdita di competitività del 30% verso la Germania l’Italia svaluterebbe del 50% portando l’inflazione al 20%. Il ministero dello Sviluppo Economico ci ricorda che al mondo non siamo in due: fra i 30 partner commerciali più importanti dell’Italia solo otto appartengono all’Eurozona. Rispetto agli altri, che esprimono il 44% del nostro commercio, abbiamo già svalutato del 20% fra marzo 2014 e marzo 2015. Ne discendono due considerazioni. Primo: i paesi che già hanno subito la svalutazione competitiva di Draghi difficilmente lascerebbero cadere il cambio di un concorrente pericoloso come l’Italia di un altro 50%. Secondo: con un euro così indebolito rispetto ai paesi da cui importiamo materie prime, di inflazione non se n’è vista. 
L’idea che i riallineamenti del cambio oltrepassino il nuovo equilibrio (overshooting), per cui una perdita di competitività del 30% porterebbe a una svalutazione del 50%, è propria dei modelli economici neoliberisti, che non trovano grande riscontro in pratica. L’idea che esista un legame diretto fra svalutazione e inflazione è anch’essa smentita dall’evidenza: in nessuno dei paesi europei che hanno reagito alla crisi del 2009 svalutando in media del 25,7% (Inghilterra, Polonia, Svezia) si è manifestata inflazione nelle proporzioni evocate da Lunghini (l’inflazione è stata in media del 2,5%). Esiste un’ampia letteratura che riscontra e spiega perché le grandi svalutazioni non sono associate a grandi inflazioni (Burstein et al. sul J. Pol. Ec. del 2015). Ci scusiamo per il riferimento pedante: il rischio apparire tali ci sembra inferiore rispetto a quello di non essere scientificamente rigorosi. 
Nell’esprimere le proprie opinioni occorre interrogarsi sull’opportunità politica di presentarle come fatti intervenendo in un dibattito così delicato. Se quello che preoccupa Lunghini, come tutti noi, è l’avanzata delle destre populiste, dobbiamo allora confrontarci sul punto che combattere il populismo con argomenti altrettanto populisti è una strategia che finora è risultata controproducente. L’unica speranza di contrastare le destre è aprire a sinistra un dibattito basato su fondamenta analitiche e fattuali più solide.

La replica: “Se nessuno spiega le conseguenze positive del no euro” 

Giorgio Lunghini 
Nessuno dei miei molti articoli pubblicati in tanti anni sul manifesto aveva suscitato tanti commenti: quasi 50 sullo stesso manifesto, almeno altri 50 in altri luoghi. Commenti quasi tutti nella forma dell’invettiva e della denuncia di un mio bieco anticomunismo. 
Del tutto diverso, per forma e contenuto, è il commento di Paolo Pini e altri amici, che anzi ringrazio. Ricordo soltanto che nel mio testo avevo parlato di “stime”, e non di “dati” o di “fatti”: dunque è benvenuta qualsiasi correzione, soprattutto se così autorevole. 
Sì, una delle mie preoccupazioni è l’avanzata delle destre populiste, tuttavia anche a sinistra talvolta si parla di una uscita dalla Uem e dall’euro. Nessuno ha però ancora dato risposta alla domanda in cui consisteva il mio articolo: quali potrebbero essere le conseguenze positive di una uscita dalla Uem e dall’euro, per l’economia italiana tutta e in particolare per i lavoratori? E desidero anche ricordare che sempre sul manifesto, tre anni fa, era uscita una lettera aperta sulla necessità di cambiare le politiche di austerità e di modificare i Trattati, lettera che qui viene ripubblicata. 

La lettera-appello: “Invertire la rotta” 
Al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano 
Al Presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta 
Al Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso 
Al Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi 

La crisi dura ormai da sei anni. Innescata dalla povertà di massa figlia di trent’anni di neoliberismo,
esaspera a sua volta povertà e disuguaglianza. Moltiplica l’esercito dei senza-lavoro. Distrugge lo
Stato sociale e smantella i diritti dei lavoratori. Compromette il futuro delle giovani generazioni.
Produce una generale regressione intellettuale e morale. Mina alle fondamenta le Costituzioni
democratiche nate nel dopoguerra. Alimenta rigurgiti nazionalistici e neofascisti.
Concepita nel segno della speranza, l’Europa unita arbitra della scena politica continentale
rappresenta oggi, agli occhi dei più, un potere ostile e minaccioso. E la stessa democrazia rischia di
apparire un mero simulacro o, peggio, un pericoloso inganno. 
Perché? È la crisi come si suole ripetere la causa immediata di tale stato di cose? O a determinarlo
sono le politiche di bilancio che, su indicazione delle istituzioni europee, i paesi dell’eurozona
applicano per affrontarla, in osservanza ai principi neoliberisti? 
Noi crediamo che quest’ultima sia la verità. Siamo convinti che le ricette di politica economica
adottate dai governi europei, lungi dal contrastare la crisi e favorire la ripresa, rafforzino le cause
della prima e impediscano la seconda. I Trattati europei prescrivono un rigore finanziario
incompatibile con lo sviluppo economico, oltre che con qualsiasi politica redistributiva, di equità e di
progresso civile. I sacrifici imposti a milioni di cittadini non soltanto si traducono in indigenza e
disagio, ma, deprimendo la domanda, fanno anche venir meno un fattore essenziale alla crescita
economica. Di questo passo l’Europa la regione potenzialmente più avanzata e fiorente del mondo
rischia di avvitarsi in una tragica spirale distruttiva. 
Tutto ciò non può continuare. È urgente un’inversione di tendenza, che affidi alle istituzioni politiche,
nazionali e comunitarie il compito di realizzare politiche espansive e alla Banca centrale europea una
funzione prioritaria di stimolo alla crescita. 
Ammesso che considerare il pareggio di bilancio un vincolo indiscutibile sia potuto apparire sin qui
una scelta obbligata, mantenere tale atteggiamento costituirebbe d’ora in avanti un errore
imperdonabile e la responsabilità più grave che una classe dirigente possa assumersi al cospetto
della società che ha il dovere di tutelare. 
Étienne Balibar, Alberto Burgio, Luciano Canfora, Enzo Collotti, Marcello De Cecco, Luigi
Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà,
Guido Rossi, Salvatore Settis, Giacomo Todeschini, Edoardo Vesentini

Le conseguenze di un’uscita dall’euro
L'Unione economica e monetaria. Qualche cifra sugli effetti di un abbandono della moneta comune per capire perché è meglio evitare22.9.2016, 23:59
Nelle condizioni date, il primo effetto sarebbe la svalutazione della nuova moneta nazionale. La perdita di competitività nei confronti della Germania è ora del 30%, e questa sarebbe la soglia minima; tuttavia i movimenti valutari potrebbero determinare una svalutazione del 50-60%. La conseguenza immediata sull’inflazione sarebbe di circa il 15%, e si innescherebbe una rincorsa salari-prezzi-cambio: con un tasso di inflazione nell’ordine del 20% l’anno e con una perdita salariale insopportabile.
Con una svalutazione del 50% salirebbe nella stessa misura il valore del debito pubblico in mano a investitori stranieri (più del 35% del totale), con fughe di capitali e default dello Stato italiano, incapace di fare fronte alle richieste di rimborso. Il valore reale del debito interno in cinque anni sarebbe dimezzato: con una perdita per le famiglie che possiedono titoli di 110 miliardi di euro, pari all’11% del loro reddito disponibile. Per le banche e le istituzioni finanziarie, che possiedono circa la metà del debito, le conseguenze sui bilanci sarebbero tragiche, soprattutto per quelle che hanno passività in valuta. Oltre alla necessità di ricapitalizzazione da parte dello Stato, sarebbe necessario impedire la corsa agli sportelli dei depositanti.
Sarebbero inoltre necessarie misure di limitazione alla detenzione di valuta estera e di prelievo sui depositi bancari (come in Argentina con il corralito), nonché di controllo sui movimenti di capitale. I tassi di interesse salirebbero alle stelle, sia per la maggiore inflazione, sia per la crisi valutaria e bancaria, sia per il default statale. Aumenterebbero i debiti delle imprese espressi in valuta estera e si verificherebbero una crisi di liquidità e una restrizione del credito delle banche.
Le imprese esportatrici farebbero affari, ma quelle che producono per il mercato interno subirebbero gli effetti della contrazione di consumi e investimenti e della crisi bancaria; e non è detto che della svalutazione le esportazioni si avvantaggerebbero di molto: di fronte a svalutazioni competitive, i paesi rimasti all’interno della Uem potrebbero adottare una politica doganale comune di innalzamento delle barriere.
In presenza di una svalutazione iniziale del 50%, e di una conseguente inflazione media annua del 20%, sarebbero gravissime le conseguenze sui salari reali. Il potere d’acquisto delle retribuzioni potrebbe essere garantito soltanto con un adeguamento completo delle retribuzioni ai prezzi; ma la perdita media annua di reddito sarebbe del 10%, che si aggiungerebbe a quella sulla ricchezza mobiliare determinata dagli effetti della inflazione sui titoli di stato; e con una inflazione così elevata aumenterebbero ulteriormente le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza tra lavoratori dipendenti e autonomi e tra creditori e debitori. Come conseguenza di tutto ciò, la caduta del Pil dell’Italia sarebbe pari a circa il 40% nel primo anno e al 15% negli anni successivi per almeno un triennio.
Costi enormi, che genererebbero disordini civili e rivolte popolari, e la storia dell’Europa insegna che da crisi di questa portata si esce a destra. In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire.