domenica 30 ottobre 2016

Università. Le scienze umanistiche di fronte al cambio di paradigma e al salto antropologico: l'"Archivio di storia della cultura", Fulvio Tessitore e l'Anvur


Per chi sa chi sia e cosa rappresenti Fulvio Tessitore nel mondo degli studi filosofici italiani questo episodio ha una portata epocale. Nel senso letterale della fine di un'epoca e dell'inizio di una nuova, nella quale la filosofia sarà un mix tra analitica e consolazione & compensazione, in stile Domenicale e La Lettura [SGA].

da roars.it

Riviste di Fascia A. Tessitore: criteri lesivi, offensivi e “ingiuriosi della mia dignità di studioso”

Di 29 ottobre 2016 ore 20:44

«Ho ricevuto informalmente la nota “Revisione della classificazione delle riviste” in osservanza del DM.7 /6/2016, n. 120, con prot. Anvur n. 2777 del 26/9/2016. … Quanto al merito, ritengo i criteri enunciati dal sopra citato DM. e, ancor più la capziosa interpretazione di essi data dall’ANVUR, lesivi della libertà della ricerca scientifica, offensivi dell’autorevolezza scientifica degli insigni studiosi che hanno fatto e fanno parte del Consiglio scientifico dell'”Archivio”, ingiuriosi della mia dignità di studioso. Per tanto invito gli organi competenti dell’ANVUR a procedere al declassamento della rivista, fornendo esplicita, chiara e specifica motivazione … Per mia parte mi impegno a pubblicare la detta motivazione nella prima pagina del prossimo numero dell'”Archivio”, così che tutti i Collaboratori e Lettori sappiano qual è la valutazione ANVUR del periodico. Ovviamente mi riservo di adottare, in tutte le sedi che ritengo idonee e competenti le iniziative necessarie a perseguire le su indicate lesioni e incongruenze giuridiche.»
Riceviamo e volentieri pubblichiamo copia della lettera che Fulvio Tessitore, socio dell’Accademia dei Lincei, ha inviato al Presidente dell’Anvur in risposta alla nota “Revisione della classificazione delle riviste” inviatagli in qualità di Presidente del Consiglio direttivo dell'”Archivio di storia della cultura”.



Signor Presidente dell?ANVUR
Via Ippolito Nievo, 35
00153     ROMA


e p.c.
sen. Prof.ssa Stefania Giannini
Ministro dell’Istruzione


Prof. Marco Mancini
Direttore Dipartimento del MIUR
Viale Trastevere, 74a
00153     ROMA

Ho ricevuto informalmente la nota “Revisione della classificazione delle riviste” in osservanza del DM.7 /6/2016, n. 120, con prot. Anvur n. 2777 del 26/9/2016.
Preliminarmente intendo osservare che la suddetta nota mi è pervenuta, per via indiretta, prima grazie alla cortesia del prof. Edoardo Massimilla, Segretario del Consiglio direttivo dell'”Archivio di storia della cultura”, da me diretto; successivamente via mail, a firma “Antonio Ferrara”, in seguito a sollecitazione dello stesso prof. Massimilla. Il livello di certificazione di tale invio è dimostrato dalla collocazione di esso, per automatismo del mio computer, tra la “posta indesiderata”, dove, per caso l’ho rintracciato.
Quanto al merito, ritengo i criteri enunciati dal sopra citato DM. e, ancor più la capziosa interpretazione di essi data dall’ANVUR, lesivi della libertà della ricerca scientifica, offensivi dell’autorevolezza scientifica degli insigni studiosi che hanno fatto e fanno parte del Consiglio scientifico dell'”Archivio”, ingiuriosi della mia dignità di studioso.
Per tanto invito gli organi competenti dell’ANVUR a procedere al declassamento della rivista, fornendo esplicita, chiara e specifica motivazione, senza ricorrere alla copertura dell’anonimato, che è metodo incompatibile con la responsabilità scientifica, che ogni valutatore o giudice deve sapersi assumere.
Per mia parte mi impegno a pubblicare la detta motivazione nella prima pagina del prossimo numero dell'”Archivio”, così che tutti i Collaboratori e Lettori sappiano qual è la valutazione ANVUR del periodico.
Ovviamente mi riservo di adottare, in tutte le sedi che ritengo idonee e competenti le iniziative necessarie a contestare le su indicate lesioni e incongruenze giuridiche.
Saluti
Fulvio Tessitore

Università, fondi per 350 milioni agli studenti e ai professori più bravi 
Il governo imita il modello inglese basato sul merito Chi rientra in Italia pagherà solo il 10% delle tasse dovute 
Alessandro Barbera Busiarda 30 10 2016
Per l’Italia è una piccola rivoluzione copernicana. Altrove è la normalità: chi più dà, più riceve. Più fondi ai migliori dipartimenti e progetti di ricerca, ai più bravi fra professori e studenti. C’è un pezzo della legge di bilancio per il 2017 che fa molto meno notizia dell’anticipo pensionistico ma ha un impatto potenziale più forte di qualunque taglio fiscale. Basti dire che ancora oggi circa tremila degli undicimila aspiranti ricercatori scappano all’estero in cerca di libertà, merito e assegni più ricchi. La speranza di un’inversione di tendenza è a pagina 44, articoli 36 e seguenti della manovra. 
A scriverli ci ha pensato in gran parte il sottosegretario Tommaso Nannicini, uno di quelli che è rimasto qui e ha trovato posto nell’Eden della ricerca italiana, alla Bocconi di Milano. Il pacchetto università è il più ricco da molti anni a questa parte: dopo svariati tagli, il fondo ordinario torna a crescere. La vera novità è un altra. Per la prima volta da sempre i soldi non verranno distribuiti a pioggia o in ossequio alle determinazioni della Conferenza dei rettori: circa 350 milioni saranno assegnati secondo criteri meritocratici. Non siamo ancora alla chiusura dei dipartimenti peggiori, ma il governo prova a imitare le migliori pratiche anglosassoni. Ben 270 milioni andranno ai migliori dipartimenti anzi, al migliore di ciascuna università statale. In Italia se ne contano 180, ciò significa che avranno a disposizione ciascuno un milione e mezzo di euro. 
Avranno di più anche i migliori progetti di ricerca, per i quali l’Autorità di valutazione (Anvur) stilerà una classifica. Il 60 per cento dei migliori ricercatori e il 20 per cento dei professori associati riceveranno un fondo di ricerca da tremila euro l’anno che potranno gestire in piena autonomia. Oggi chi ha bisogno di soldi per studiare all’estero o comprare un computer deve affidarsi ad una complicata burocrazia in cui conta avere il sostegno di un docente sufficientemente influente da ottenere il finanziamento. Da domani no: l’Anvur dovrà fare una classifica di chi ha diritto ai fondi e chi no sulla base delle pubblicazioni accademiche. 
Chi fra i tanti volesse tentare la scommessa di tornare indietro, d’ora in poi avrà un incentivo strutturale: per quattro anni pagherà solo il dieci per cento delle tasse dovute. Se poi si tratta di un matematico finito a lavorare per una grossa banca d’affari londinese avrà uno sconto pari alla metà delle imposte accertate ma fino a cinque anni. Nel mondo accademico non tutti sono felici delle novità: nei giorni scorsi la ministra Giannini ha dovuto difendersi dall’accusa di violare l’autonomia degli atenei per via dell’istituzione del fondo Natta, quello che permetterà l’assunzione di 500 eccellenze senza passare dal normale percorso di reclutamento. Poiché sarà il governo a scegliere i membri della commissione aggiudicatrice delle borse (avviene così anche negli Usa, risponde Palazzo Chigi) l’accusa è di voler mettere le mani sulla ricerca. Come se finora fosse stata nelle mani del merito per i migliori.

L'Occidente "liberale" fa migliaia di morti ogni anno ma "nichilisti" e "fondamentalisti" sono sempre gli altri, per i filosofi di corte


La NATO gli schiera le truppe davanti a casa ma è sempre Putin che "si espande" e "minaccia l'Occidente"

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Lo sport come ideologia di integrazione e come industria dello spettacolo e i rischi del rifiuto del lavoro

Contro lo sport
Quando leggo che è "meglio far diventare la vita un gioco" accendo Sky che è iniziata la partita [SGA].

Bruno Ballardini: Contro lo sport (a favore dell'ozio), Baldini e Castoldi
Risvolto

Un uomo rincorre una palla, un altro prende a pugni un sacco pieno di sabbia, un altro ancora salta degli ostacoli messi lì al solo scopo di essere saltati.

Perché lo fanno?

Lo sport nel suo complesso sembra aver sostituito riti, assorbito funzioni e paradigmi fondamentali nella cultura primitiva, per riproporli in una forma modernamente accettabile. Non solo, ma fornisce un’efficace integrazione al sistema educativo e alla religione. Per alcuni, rappresenta un’innocua metafora della guerra, per molti altri il farmaco universale grazie a cui è possibile far crescere bene i giovani, sviluppare e fissare sani valori etici e morali, far tornare belli i brutti, prevenire ogni tipo di malattia, allungare la vita media dell’uomo medio. In definitiva lo sport «fa bene», ci aiuta nella nostra lotta contro il male e, in virtù di ciò, fare sport diviene quasi un dovere etico. Invece, lo sport fa male.

Berardinelli sul romanzo moderno


Malinconia: addio alla sinistra e alle passioni tristi

Malinconia di sinistraEnzo Traverso, Carlo Salzani: Malinconia di sinistra. Una tradizione nascosta, Feltrinelli

Risvolto
Nell'Ottocento la sinistra viveva la speranza, la fede nel progresso, la convinzione di dominare le leggi della storia, l'orgoglio di saper combattere lotte giuste e vittoriose. Nel Novecento il panorama cambia radicalmente. La sinistra incarna ormai lo spirito del dubbio, la constatazione che la storia è imprevedibile, la consapevolezza che i totalitarismi possono nascere e rinascere in ogni istante. Essere di sinistra significa ormai abbandonare le speranze false e ideologiche; essere di sinistra significa essere critici, sapersi esporre senza finzioni alla dura prova della realtà, tenere gli occhi bene aperti davanti alla catastrofe. Essere di sinistra diventa sinonimo di essere malinconici. Enzo Traverso rianima quella galassia in tutte le sue sfaccettature; riattraversa il pensiero dei mostri sacri della sinistra, Marx, Lenin, Trockij, Benjamin, Bensaïd; si immerge nel cinema di Theo Angelopoulos e Ken Loach; analizza i murales messicani di Diego Rivera e la statuaria dei regimi sovietici; attinge alla cartellonistica politica e ai ritornelli della propaganda lontana e recente. E riemerge dal suo viaggio dando di quella malinconia di sinistra una nuova lettura, facendone uno stile di pensiero e una forma di vita, uno sguardo che rinuncia a piangere il passato perduto per disporsi a costruire un futuro diverso.
La malinconia di sinistra è sempre esistita. Non è nostalgia del socialismo reale ma una “tradizione nascosta” che non appartiene alla narrazione canonica del socialismo e del comunismo, con la loro fede nel progresso e l’orgoglio di saper combattere lotte giuste e vittoriose. La malinconia di sinistra incarna lo spirito del dubbio, lontano dai miti e dalla propaganda. Sa che i totalitarismi possono tornare, che la storia è imprevedibile, che le lotte del presente devono tenere gli occhi aperti sulle sconfitte del passato, perché ogni tragedia custodisce una promessa di riscatto e lo sguardo dei vinti è più penetrante di quello dei vincitori. Le macerie delle battaglie perdute sono il cuore da cui nascono nuove idee e nuovi progetti. Con il crollo del Muro di Berlino non è finito soltanto il socialismo reale; si è anche esaurito il tempo delle utopie con le quali volevamo trasformare il mondo, obbligandoci a mettere in discussione le idee con cui avevamo cercato di interpretarlo.
Enzo Traverso percorre le orme di una cultura di sinistra che, capace di guardare in faccia la sconfitta, può forse ripensarsi. Queste pagine tornano a interrogare le grandi figure che hanno costellato la storia di questa tradizione sotterranea: da Marx a Benjamin, fino a Daniel Bensaïd, passando attraverso la pittura di Gustave Courbet e i film di Chris Marker e Theo Angelopoulos. Un libro che spiega che cos’è la cultura di sinistra, rivelandone tutte le complessità e le interferenze.
 
“Malinconia di sinistra non significa nostalgia del socialismo reale o di altre forme naufragate di stalinismo. Anziché un regime o un’ideologia, l’oggetto perduto può essere la lotta come esperienza storica che suscita ricordi ed emozioni nonostante il suo carattere fragile, precario ed effimero. In questa prospettiva, malinconia significa memoria e consapevolezza delle potenzialità del passato: una fedeltà alle promesse emancipatrici della rivoluzione, non alle sue conseguenze.”

sabato 29 ottobre 2016

La crisi della centralità ideologica della filosofia accademica e il bisogno di consolazione e edificazione nel capitalismo maturo

























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Siamo alla fase della definitiva sottomissione reale della filosofia, un tempo Wissenschaft, oggi "Counseling".
L'atteggiamento da aristocratici della cultura è ovviamente la risposta peggiore. Poiché però l'unica risposta possibile sarebbe di natura politica, non ci sarà nessuna risposta. [SGA].

Il Giornale tiene viva la memoria dell'esperienza comunista novecentesca e porta il "Che fare?" in edicola









Per fortuna c'è il Giornale che, anche solo per esigenze retoriche, ci crede ancora e ogni tanto ci caca di striscio.
Se era per noi, a quest'ora si erano dimenticati anche del cadavere.
Faccio presente che in regalo in edicola c'è il "Che fare?" di Lenin: in Italia, con tutti i negrieri post-operaisti e con tutti i trotzkisti e i poeti di ascendenza ingraiana che abbiamo, il "Che fare?" in edicola non ce lo saremmo mai sognato nemmeno se avessimo preso il potere [SGA].

I moltissimi scheletri nascosti nell'armadio dei comunisti europei
Stéphane Courtois e altri storici ricostruiscono le vicende della sinistra del Vecchio continente


La pagina della meritoria iniziativa

Da sabato 29 ottobre in edicola il 1° volume dell’opera “IL LIBRO NERO DEL COMUNISMO EUROPEO” a € 11.90*
+ IN REGALO “CHE FARE?” IL MANIFESTO POLITICO DI LENIN

Muoiano politicamente la sinistra PD e tutta l'eredità del PCI




L'unico che crede nel PD, visto che quelli della maggioranza chiuderebbero questo partito domani mattina, è in realtà proprio Cuperlo.

In questa foto, l'inutile sintesi di una mentalità e di una cultura politica, quella dell ex PCI e di diverse generazioni di quadri dirigenti e di intellettuali, che si è dimostrata incapace di comprendere la rottura storica alla fine della guerra fredda e di pensare a un campo di sinistra rinnovato ma legato ai suoi fondamenti sociali.

Finché quella generazione non sarà superata, assieme alla nostalgia e alla mentalità della riduzione del danno e di una mal intesa responsabilità nazionale che spesso e volentieri si associa all'opportunismo, non c'è speranza di ricostruire [SGA].




La complessità del quadro geopolitico



Perché la Russia forte «piace» anche alla Nato

Sovrastimare Mosca aiuta a rilanciare le spese militari

di Gianandrea Gaiani Il Sole 29.10.16
Il linguaggio della Nato e soprattutto dei suoi “principali azionisti” anglo-americani ricorda quello dei primi anni 80 quando le tensioni con il Blocco Sovietico erano alle stelle a causa dell’invasione russa dell’Afghanistan e dei missili balistici a medio raggio schierati in Europa.
Ci sono mappe fatte circolare dalla Nato in cui si indicano le direttrici d’invasione delle Repubbliche Baltiche da parte delle divisioni russe: ipotesi probabile quanto un’invasione degli alieni, ma funzionale a soffiare sul fuoco della rinnovata minaccia sul “fronte orientale”, come il linguaggio della Nato ha cominciato a chiamare con toni bellici quell’area geografica da dopo lo scoppio della crisi in Ucraina.
Se a Mosca non mancano i toni patriottici esasperati e si tornano a effettuare esercitazioni di protezione civile degne dell’epoca in cui l’olocausto nucleare non era un’ipotesi così remota, Washington e Londra stanno gonfiando le capacità militari russe con il chiaro obiettivo di rilanciare la spesa militare, nazionale e dei partner della Nato che, dopo anni di calo costante, torna oggi a crescere sull’onda della rinnovata minaccia di Mosca.
Così la flotta di 8 navi russe che dal Mare Artico dirige verso le acque siriane guidata dalla portaerei Kuznetsov viene dipinta come una poderosa minaccia al punto che la Nato ha indotto Madrid a ritirare il permesso di sosta per rifornimento nel porto spagnolo di Ceuta, sulla costa marocchina, da anni frequentati dalle navi militari russe in transito. Ridicolo però ingigantire le capacità della vecchia e piena di acciacchi Kuznetsov, unica portaerei di Mosca con a bordo una ventina di cacciabombardieri, quando solo gli Usa schierano 10 portaerei ben più grandi e capaci dell’unità russa più 9 portaelicotteri impiegabili come “piccole portaerei”.
La gran parte delle navi da guerra russe, pur se rimodernate, risalgono all’era sovietica e se è vero che Mosca sta investendo risorse nel rinnovo delle sue forze militari non si può ignorare che le spese militari russe restano intorno ai 100 miliardi di dollari annui, pari a un sesto degli Usa e a un nono della Nato nel suo complesso.
Anche l’allarme per le 2 corvette Buyan armate di missili da crociera Kalibr entrate nel Baltico è stato presentato dalla Nato come una nuova minaccia diretta ai Paesi della regione quando fin dall’avvio della costruzione di queste nuove navi tre esemplari erano stati assegnati alla flotta del Baltico. Inoltre tutte le navi da combattimento statunitensi imbarcano missili da crociera, incluse quelle schierate a ridosso della Russia.
Il nuovo missile balistico intercontinentale russo RS-28, mostrato in fotografia pochi giorni or sono, sostituirà gli SS-18 in servizio dal 1975 rinnovando un arsenale nucleare ormai decrepito con un’arma dal grande potere distruttivo grazie alle sue testate atomiche multiple (fino a 16) ma soprattutto in grado sulla carta di sfuggire ai sistemi di intercettazione statunitensi con l’obiettivo di mantenere il principio di deterrenza che per 70 anni ha impedito che la guerra fredda diventasse “calda”.
Certo Mosca non esita a mostrare muscoli e bandiera anche in modo aggressivo ma non può sfuggire il fatto che, dall’Ucraina alla Siria, sta giocando in difesa cercando di sostenere i suoi alleati e mantenere le sue prerogative strategiche assumendo il controllo della Crimea le cui basi militari sono necessarie a sostenere la proiezione di forze nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano. Come sosteneva nel 1997 Zbigniew Brzezinski (consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter), senza l’Ucraina nella sua orbita d’influenza la Russia cessa di essere una potenza euroasiatica. Negli ultimi anni è stata la Nato ad allargarsi verso i confini russi non la Russia ad espandersi a Occidente e le richieste di entrare nell’alleanza formulate da Ucraina e Georgia come le possibili adesioni di Finlandia e Svezia (militarmente sempre più integrate con la Nato) non possono che rafforzare la “sindrome d’accerchiamento” del Cremlino.
Lo “scudo antimissile” schierato dagli Usa in Polonia e Romania ha evidentemente poco a che fare con una minaccia missilistica iraniana oggi più che mai anacronistica ma i suoi radar possono esplorare in profondità lo spazio aereo di Mosca e i suoi lanciatori possono impiegare non solo vettori antimissile ma anche ben più offensivi missili da crociera.
Per questo lo schieramento dei missili balistici a medio raggio Iskander nell’enclave russa di Kaliningrad non può essere considerata una iniziativa aggressiva ma solo una risposta allo “scudo” in un’ottica di deterrenza.
L’intervento in Siria ha un duplice ruolo difensivo: proteggere un alleato che da anni consente alla flotta russa di avere la sua unica base nel Mediterraneo e impedire che il trionfo dei jihadisti a Damasco consenta di aumentare la pressione dell’eversione islamica nel Caucaso russo.
Per questo è paradossale vedere Usa ed Europa censurare pesantemente Mosca perché fa la guerra a milizie jihadiste tra le quali vi sono qaedisti e Isis che dovrebbero essere considerate nemiche anche dall’Occidente e ben più intensamente attaccate dalla blanda coalizione a guida statunitense presente in Iraq e Siria.
In questo ambito suscita qualche perplessità l’accusa di provocare vittime civili ad Aleppo formulata dai partner della Nato che dalla Serbia all’Iraq, dall’Afghanistan all’attuale guerra all’Isis hanno provocato e provocano con aerei e droni migliaia di “danni collaterali”. 




Una coalizione di alleati apparenti

L’inviato di Obama McGurk a Roma: «Gli Usa sono con chi combatte l’Isis»

di Alberto Negri Il Sole 29.10.16
Inviato speciale di Obama per la coalizione anti-Isis, Brett McGurk sembra l’uomo giusto cui chiedere la posizione americana e occidentale in Siria e in Iraq. È questa una delle controverse eredità di Obama, una politica mediorientale a volte decisa, anche troppo, come l’intervento del 2011 contro la Libia di Gheddafi, e a volte così ambigua da apparire inestricabile. Nell’aula di Montecitorio che ospita il seminario dell’assemblea parlamentare della Nato su Medio Oriente e Mediterraneo esplodono tutte le contraddizioni di una situazione complessa in cui alleati apparenti sono in realtà avversari e i nemici cambiano a seconda degli interessi nazionali, etnici o settari.
Salta così, nel dibattito, il filtro della diplomazia che a volte fa da cortina fumogena ai problemi veri. Il vicepresidente del Parlamento iracheno chiede a McGurk quando i turchi ritireranno le loro truppe intorno a Mosul: «Questa – dice – è una violazione della nostra sovranità». Il rappresentante turco avanza agli Stati Uniti la richiesta di togliere ogni supporto ai curdi siriani, «perché –afferma – sono alleati del terroristi del Pkk». Gli iracheni di Baghdad, con le milizie sciite, sono contro i turchi, i turchi sono schierati contro i curdi siriani ma alleati dei peshmerga di Barzani.
È questa la coalizione che fa la guerra al Califfato? McGurk è percepito dalla Turchia come l’uomo che ha sostenuto i curdi siriani e molto si è scritto delle sue missioni nel Rojava dove sono arrivati elicotteri e truppe speciali Usa. Allo stesso tempo i turchi bombardano quando possono i curdi schierati contro il Califfato: la Turchia teme che nella disgregazione siriana possano costituire l’embrione di uno stato, il vero incubo strategico di Ankara che con il presidente Erdogan rivendica una sfera di influenza su Aleppo e Mosul considerate due asset strategici amputati alla Turchia negli anni Venti. Ognuno fa la sua guerra, al punto che dopo la riappacificazione tra Putin ed Erdogan il presidente russo ha ritirato il sostegno ai curdi.
Ma quali sono gli alleati degli americani e dell’Occidente? L’inviato di Obama tenta di aggirare la domanda. «Noi siamo orgogliosi della collaborazione con un Paese Nato come la Turchia. E siamo anche grati ad Ankara di averci concesso la possibilità di compiere raid aerei contro i jihadisti che sono una minaccia anche per la Turchia, visto gli attentati che hanno compiuto nel Paese. È vero che abbiamo anche aiutato con l’aviazione i curdi di Kobane: è stata una decisione presa dal presidente Obama nella situation room. Noi, alla fine, stiamo con tutti coloro che combattono l’Isis».
Risposta ambiguamente diplomatica. Nel 1918 la sorte di Mosul fu risolta in due frasi tra il capo del governo britannico Lloyd George e quello francese Clémenceau. Il francese chiese al suo interlocutore di cosa volesse parlare e Lloyd George rispose prontamente: «Della Mesopotamia e della Palestina». «Mi dica che cosa vuole», chiese Clémenceau. «Voglio Mosul», disse Lloyd George. «L’avrà», rispose Clémenceau. «E poi cosa vuole?», «Gerusalemme». «L’avrà». Un dialogo che racchiude un secolo di guai mediorientali.
McGurk rivendica comunque un successo: di essere riuscito a far collaborare a Mosul il premier del governo di Baghdad, Haider al Abadi, e il leader del Kurdistan iracheno, Massud Barzani. Ma quando sarà liberata Mosul? «Non è una partita facile. La campagna per la riconquista sarà di lungo periodo ma questo lo avevamo previsto. Ci sono già dei risultati: più del 55% del territorio portato via all’Isis non è tornato sotto i jihadisti. Alla fine la libereremo, ma dopo comincerà una fase ancora più difficile. E il dopo sarà più complicato della liberazione».
Il timore è che si replichi il terrore tra i sunniti, con una pulizia settaria delle milizie sciite rivali che ha già colpito a Tikrit e Ramadi. «Dopo la caduta di Mosul sarà indispensabile evitare pulizie etniche, religiose e settarie: per il controllo del territorio siano quindi indispensabili le “forze di polizia” che addestrano i Carabinieri: oggi (ieri, per chi legge) ringrazierò proprio il ministro Gentiloni per il loro contributo straordinario». «Non faremo – aggiunge – gli errori che stanno commettendo i russi ad Aleppo». Quali? «I bombardamenti indiscriminati sui civili che alimentano la narrativa degli estremisti come Al Nusra (legata ad Al Qaida n.d.r.) e l’Isis. Per loro questi sono tutti argomenti per dimostrare che gli interventi esterni colpiscono la popolazione e sono soltanto a sostegno di Assad: l’azione della Russia non è diretta alla stabilizzazione, ma è un contributo alla propaganda dei jihadisti in Siria e in tutta la regione».
Scorrendo il documento dell’onorevole Andrea Manciulli approvato dall’assemblea parlamentare Nato si afferma che l’Isis non scomparirà con la sconfitta militare ma resterà una minaccia internazionale, anche in Europa. Cosa ne pensa McGurk? «Sono d’accordo. È necessario combatterne la propaganda e presentare una contro-narrativa volta a mostrare il movimento terroristico come “la squadra perdente”». E così che Brett McGurk, 43 anni, sfila via nel Transatlantico di Montecitorio, consapevole che con la Russia in campo, gli interessi occidentali e alleati come turchi, iracheni, curdi, non si potrà liquidare il Medio Oriente con due battute come fecero Lloyd George e Clémenceau. 

L'eredità della schiavitù nella democrazia herrenvolk statunitense

Ta-Nehisi Coates: Un conto ancora aperto, trad. di Daria Restani, Codice,  pagg. 109, euro 9,90

Risvolto
opo "Tra me e il mondo", Ta-Nehisi Coates mette in discussione un altro grande conto che l'America ha in sospeso con la storia: il risarcimento ai neri americani per gli oltre duecento anni di schiavitù, la segregazione e la negazione dei diritti più elementari. Anche dopo l'abolizione formale della schiavitù, gli afroamericani sono stati ostacolati nell'esercizio dei diritti inalienabili di ogni cittadino: al voto, allo studio, al lavoro. Soprattutto, scrive Coates, del diritto alla casa, "il tesserino d'accesso al sacro ordine della classe media americana". Affrancare uno schiavo per poi farne un cittadino a metà equivale a lasciargli le catene addosso, con il benestare di chi dovrebbe tutelarlo. Dalle spietate pratiche discriminatorie del mercato immobiliare alle strane incongruenze del New Deal, Coates presenta il conto all'America. E non è un conto da poco.

Grosso guaio in America: Hillary trema, la democrazia è finita da un pezzo e la guerra civile è già iniziata in Oregon




Dolcetto o scherzetto: Halloween mostruosa per Hillary ClintonStati uniti. La ripaertura dell’inchiesta sulle mail dellìex segretario di Stato semina il panico tra i democratici: «Sconcertante ingerenza» Luca Celada Manifesdto LOS ANGELES 30.10.2016, 23:59
Il cosiddetto «emailgate» torna al centro della convulsa campagna elettorale americana. L’annuncio del direttore dell Fbi James Comey, sui «nuovi elementi» nell’indagine che riguarda la gestione privata di comunicazioni riservate del dipartimento di stato da parte di Hillary Clinton, ha riaperto un caso che istituzionalmente lui stesso aveva praticamente lo scorso luglio. Allora aveva dichiarato che l’indagine dell’Fbi sui contenuti del server che la Clinton aveva installato (con «estrema noncuranza»)  nella propria abitazione di New York, non aveva comunque ravvisato gli estremi di condotta criminale da parte dell’ex segretario di stato.
La decisione, avvallata dall’attorney general Loretta Lynch, aveva sollevato allora un coro di proteste dal parte dei repubblicani  e di Donald Trump che sulla faccenda aveva imbastito la propria campagna di «Hillary corrotta» adducendo regolarmente le mail e l’affaire Benghazi come prova di non-idoneità ad assumere il grado di comandante in capo. L’archiviazione dell’inchiesta penale a suo carico aveva rimosso una spade damoclea dalla campagna di Hillary Clinton. L’annuncio a sorpresa di Comey, contenuto in una lettera spedita venerdì ai presidenti delle commissioni del senato, riapre uno scomodo fascicolo con una «october surprise» che non ha precedenti.
A soli dieci giorni dall’apertura delle urne è stata una conflagrazione che ha provocato il panico nella campagna democratica e innescato le speculazioni di operatori politici, analisti e osservatori. Nella sua lettera Comey indica che nel corso di una indagine separata sarebbero emersi nuovi elementi «apparentemente attinenti» alla questione delle email di Hillary. Poco dopo è emerso che quegli elementi erano contenuti nell’ipad, telefono e computer sequestrati ad Anthony Weiner. Weiner è l’ex deputato e giovane speranza dell’ala progressista del partito democratico caduto in disgrazia in seguito ad una serie di foto compromettenti a sfondo sessuale spedite ad una serie di donne. I ripetuti episodi di «sexting» gli sono costati la brillante carriera politica e in seguito il matrimonio con Huma Abedin, l’altrettanto brillante braccio destro proprio di Hillary Clinton.
È questa connection con Hillary che spiega come l’Fbi, nel mezzo di un indagine sugli ultimi messaggi illeciti spediti da Weiner ad una quindicenne, avrebbe trovato sui computer di casa, condivisi dalla moglie un numero imprecisato di mail fra Huma Abedin e la Clinton (e apparentemente spedite dalla Abedin a Hillary, non viceversa.) Fin qui i fatti che, malgrado l’immediata celebrazione dei repubblicani («prevale infine al giustizia» ha subito eslutatato Donald Trump), non costituiscono una riapertura ufficiale delle indagine su emailgate  ma una semplice «valutazione di nuovi elementi» di potenziale interesse, ovvero i messaggi di cui lo stesso Comey ha ammesso di non aver ancora preso visione.  Ed è proprio la vaghezza che rende controverso l’annuncio di Comey. «Siamo a dieci giorni dall’elezione potenzialmente più importante  delle nostre vite» ha dichiarato una Hillary Clinton chiaramente presa in contropiede in un briefing organizzato in fretta e furia. «Il popolo americano ha diritto a conoscere subito tutti i fatti».
Le ha fatto eco un coro di critiche indignate alla decisione di Comey, qualificata come inaccettabile ingerenza. La senatrice democratica californiana Dianne Feinstein ha deplorato la «sconcertante» ingerenza politica di Comey che «senza fornire elementi concreti da valutare ha semplicemente fornito un assist politico alla campagna di Donald Trump a dieci giorni dalle elezioni».
Le ultime indiscrezioni rivelano che la decisione di Comey è stata presa contro l’apparentemente  esplicita volontà del ministro di giustizia Lynch. Comey è una figura istituzionale identificata con ambienti repubblicani moderati anche se attualmente dichiara di non avere affiliazione politica. È stato avvocato e procuratore di New York, ha fatto carriera all’interno del dipartimento di giustizia giungendo nel 2005 ad essere sostituto del attorney general John Ashcroft  nell’amministrazione di George Bus. Dopo alcuni anni nel settore privato e accademico è stato nominato direttore dell Fbi da Obama nel 2013. Le azioni quantomeno inconsuete di questo fine settimana lo hanno scaraventato al centro della storia politica di queste elezioni. La pioggia di critiche sembrano averlo indotto a spiegare la decisione.
In una nota interna in cui scrive «naturalmente siamo restii ad informare il congresso su indagini ancor in corso. Ma in questo caso sarebbe stato fuorviante non informare il popolo americano». Una dichiarazione che come ogni nuovo elemento sembra rendere più singolare questa faccenda. Se i nuovi accertamenti sono talmente preliminari infatti da non costituire nemmeno un indagine ufficiale perché creare lo scandalo, a meno che Comey non conosca contenuti effettivamente compromettenti. In questo caso perché non comunicarli. E se gli accertamenti potrebbero effettivamente – come dichiarato da Comey – durare per settimane e mesi perché renderli noti si chiedono i molti che trovano insufficiente  e dubbia la motivazione di «informativa preventiva» fornita da Comey.
Resta per ora da appurare quante siano le presunte mail rinvenute, se siano messaggi inediti e semplici duplicati di quelli già presi in esame dall’Fbi l’anno scorso e infine se si tratti o meno di comunicazioni di stato o addirittura top-secret. In assenza di dati a riguardo molti concordano con la valutazione data da Paul Krugman in una stringa di tweet:  «Cè un vero scandalo qui, ma riguarda il comportamento di Comey, non quello di Hillary». Qualunque sia l’eventuale esito, il danno di immagine a Clinton nella fase critica della campagna è acquisito e l’irruzione dell’Fbi rimarrà  negli annali delle sorprese d’ottobre.

Il partito elettorale e la democrazia in America
Stati uniti. Se c’è qualcosa che l’esperienza di Obama dimostra è l’importanza di avere un partito, un programma, un ceto politico professionale su cui quotidianamente contare. Non un partito elettorale che si attiva per le elezioni con messinscena umilianti come chiederti di fare gli auguri di compleanno a Hillary e rimproverarti severamente se non lo fai e farlo comporta un dollaro di finanziamento ultrademocratico
di Rita di Leo il manifesto 29.10.16
Come abbonata a media americani di politica estera, mi trovo chissà come in una mailing list di sostegno al partito democratico. Ogni giorno ricevo almeno 3-4 mail da Hillary Clinton, Nancy Pelosy e altri nomi famosi, che iniziano con parole ‘alate’ e finiscono con la richiesta di dare 3 dollari al partito. Ieri mi ha mandato una mail Obama: Hi! Rita…
Chiedere il coinvolgimento finanziario, anche minimo alla propria base, è considerata la prova inconfutabile di quanto radicata è la partecipazione politica del paese. Come confutare un tale assioma? Ricordando: 1. L’elevata astensione al voto che mette in dubbio proprio la partecipazione politica; 2. L’esistenza dei SuperPacs, la montagna di soldi che le 156 famiglie di super ricchi investono per poter contare su senatori, deputati, governatori, giudici, sceriffi, di loro personale, esclusiva fiducia.
Sono mesi e mesi che i media ci bombardano con le notizie sulla guerra tra Hillary Clinton e Trump, mentre i potenti dei due partiti stanno lavorando a livello locale per l’elezione dei propri uomini. La meteora Trump ha messo a rischio la maggioranza repubblicana al Senato, al Congresso e dovunque si decide la ripartizione delle risorse pubbliche e innanzitutto quelle dell’apparato strategico-militare. La vittoria, al momento sicura della Clinton, avrebbe un impatto minimo sulla gestione del potere se i  repubblicani mantenessero la maggioranza. È stato drammaticamente evidente con Obama, il quale persa la maggioranza a metà del suo primo mandato, ha potuto continuare a fare discorsi bellissimi privi di conseguenze pratiche. Questo per la politica interna.
Per la politica estera le differenti strategie di Hillary Clinton, nelle sue precedenti funzioni di quasi presidente, e poi degli uomini del Pentagono, e delle altre potentissime istituzioni, hanno fatto fare a Obama mosse in contrasto con quello che aveva promesso appena eletto l’uomo che sarebbe il più potente del mondo.
Si pensi al suo discorso al Cairo del 2009, alle sue aperture nei confronti del mondo non bianco, così in contrasto con quanto sta avvenendo oggi. L’uomo più potente del mondo dipende da chi lo ha fatto entrare alla Casa Bianca, oggi dalle élite finanziarie, nel passato dalle variegate oligarchie di potere proprie al paese. Un paese che si considera democratico perché non dipende da partiti di politici professionali, da governi che si reggono su coalizioni ad hoc, e si vanta di avere uno stato federale le cui leggi possono non essere accettate dagli altri stati. Un paese orgoglioso di aver inaugurato il primo suffragio universale ma che è lo stesso dove, ancora nel 2016, ciascun stato può porre vincoli all’esercizio del voto.
Nella storia recente del paese il solo presidente che ha modificato almeno un po’ lo stato delle cose nel sociale e nelle relazioni di lavoro è stato, incredibilmente, Lyndon Johnson, un raro esemplare di politico professionale, capace di fare accordi e compromessi con avversari. È accaduto 50 anni fa quando ha contrattato e fatto accettare da tutti gli stati la Great Society, il suo programma politico di misure sociali e di diritti civili. Obama ha alzato il salario minimo federale ma a giovarsene sono stati solo i dipendenti federali. Il fine intellettuale Obama non è stato in grado di far fronte agli ostacoli quotidiani una volta che la macchina del potere gli si è messa contro. Non è stato in grado perché in quella macchina vi era anche il suo partito, c’era Hillary Clinton e quasi tutti i maggiorenti, disinteressati alle sue proposte in politica interna, e ostili ai suoi orientamenti in politica estera.
Se c’è qualcosa che l’esperienza di Obama dimostra è l’importanza di avere un partito, un programma, un ceto politico professionale su cui quotidianamente contare. Non un partito elettorale che si attiva per le elezioni con messinscena umilianti come chiederti di fare gli auguri di compleanno a Hillary e rimproverarti severamente se non lo fai e farlo comporta un dollaro di finanziamento ultrademocratico.
Questa democrazia poi è retta da appositi algoritmi solo che manca l’algoritmo che fa sapere a chi ti tempesta di messaggi che non sei cittadina americana, che non puoi votare e nemmeno partecipare al finanziamento di base: la prova più inconfutabile del coinvolgimento politico individuale. L’individuo è chiamato a partecipare alla campagna elettorale e poi sparisce di scena. E nel caso Obama lo lascia solo, senza uomini e leve cui fare riferimento per le sue quotidiane lotte politiche contro avversari interni e esterni. L’esperienza Obama alimenta la preoccupazione per il distacco/disprezzo crescente per come la politica funzionava da noi europei sino a ieri.
Vi era un progetto che diventava un programma cui aderire nel quotidiano e in occasione degli appuntamenti elettorali, vi erano sedi dove discuterlo, funzionari, tutti all’apparenza burocrati, che però le sedi le tenevano aperte, e in esse esprimevi il tuo consenso o dissenso, dove potevi crearti un seguito oppure essere espulso, dove c’era una dinamica politica ben differente dal dollaro come augurio al compleanno di Hillary. L’uscita di scena di Obama riguarda anche noi, il rischio di liberarsi dei burocrati e di farsi gestire dagli algoritmi. 

In Oregon Assolti tutti i cowboy che diedero vita a una rivolta armata
di Giuseppe Sarcina Corriere 29.10.16
NEW YORK Per quasi sei settimane avevano occupato, armi in pugno, un rifugio federale nei boschi di Burns, un remoto villaggio dell’Oregon, Stato sulla costa occidentale degli Usa. Agli inizi di gennaio alcune decine di persone fecero irruzione nel Malheur National Wildlife Refuge. Alla loro testa i due fratelli Ammon e Ryan Bundy. Divise mimetiche, fucili di precisione, minacce di sparare a vista.
L’altro ieri, giovedì 27 ottobre, la Corte federale di Portland, nell’Oregon, ha assolto i Bundy e altri cinque imputati finiti a processo, tra cui una donna, Shawna Cox. La giuria ha accolto la tesi dell’avvocato difensore Marcus Mumford: i cowboy stavano esercitando il diritto alla protesta, «senza danneggiare nessuno». Una piccola folla ha festeggiato davanti al tribunale di Portland. I fratelli Bundy, comunque, restano in prigione: devono rispondere per un’altra «resistenza armata» che risale a due anni fa, in Nevada.
Ma il verdetto è sconcertante: in questo stesso Paese proprio ieri la polizia, in assetto anti sommossa, ha arrestato 141 persone che, ugualmente, «esercitavano il diritto alla protesta» contro la costruzione di un gasdotto nel Nord Dakota. Con la differenza che gli accoliti dei fratelli Bundy sono bianchi ed erano equipaggiati come un commando paramilitare, mentre gli attivisti «anti pipeline» sono in gran parte pacifici nativi americani, della antica tribù dei Sioux.
La governatrice dell’Oregon, Kate Brown, Partito democratico, ha diffuso una nota di «disappunto»: «L’occupazione del Malheur Reserve non riflette il modo in cui l’Oregon lavora insieme e rispettosamente per risolvere i problemi».
Evidentemente esiste un’altra parte di America che confida nella forza, nei metodi sbrigativi, muscolari. È un filo che lega la vicenda dell’Oregon con le minacce di alcune frange dei sostenitori di Donald Trump, pronti, dicono, alla «rivoluzione» se l’8 novembre il tycoon dovesse perdere le elezioni. La sentenza di Portland, ora, mostra fino a che punto può arrivare l’impunità.
Per un mese e mezzo gli agenti dell’Oregon si sono limitati a sorvegliare l’impresa guidata da Ammon Bundy, 41 anni, nato a Emmett, nell’Idaho, ma poi trasferitosi con il fratello Ryan, 43 anni, e il padre Cliven nel Nevada. Una famiglia di allevatori, di gente in grande confidenza con fucili e pistole, da anni in rivolta contro lo Stato federale accusato di controllare troppo territorio, «rubandolo» ai privati. Sempre rapidi a buttarsi nella mischia i Bundy.
Così quando, all’inizio dell’anno, si diffuse la notizia che nell’Oregon altri due cowboy, i fratelli Hammond, erano stati condannati per aver bruciato l’erba in un terreno federale, i Bundy mollarono il ranch del Nevada e si precipitarono a Burns. Misero insieme una squadra e presero il controllo del rifugio, sloggiando gli impiegati federali del «Fish and Wildlife Service».
Per giorni e giorni l’opinione pubblica seguì in diretta televisiva, sempre più stupita, le gesta dei fratelli Bundy. Osservava sugli schermi le gote arrossate dal freddo e forse dall’imbarazzo dello sceriffo David Ward. Appelli paterni, pieni di buon senso: «Dite di essere venuti qui per aiutare la popolazione locale. Ma l’aiuto finisce quando una protesta pacifica diventa un’occupazione armata. Tornate a casa dalle vostre famiglie e finiamo questa vicenda senza violenze». In realtà ci fu anche una vittima: LaVoy Finicum, 54 anni, allevatore dell’Arizona, padre di 11 figli, che girava con un cinturone da film western, con le pallottole dorate. Fu ucciso a un posto di blocco da una pattuglia della polizia dell’Oregon.
Intanto molti americani, in tv, sui social network, sui giornali si chiedevano che cosa sarebbe successo se quel rifugio fosse stato occupato da militanti musulmani o afroamericani. Proprio in quei giorni si ragionava sull’alto numero di maschi neri uccisi dagli agenti solo nel 2015: 160.
Tutte queste domande ritornano ora, nel mezzo di una vigilia elettorale forse mai così aspra. 

LE AMICIZIE PERICOLOSE 
VITTORIO ZUCCONI Rep 29 10 2016
LA “October Surprise”, la notizia bomba che esplode in ottobre alla vigilia del voto e fa saltare in aria le candidature alla Casa Bianca, è piombata ieri su Hillary Clinton sganciata dal direttore dello Fbi. Oltre i pettegolezzi e le accuse, le antipatie e le critiche per la persona, l’annuncio che la massima autorità investigativa federale tornerà a frugare tra le email di una terza persona, Anthony Weiner, l’ex marito dell’amica di Hillary, Huma Abedin, calza come un guanto nella propaganda del suo avversario Donald Trump e sulla sua descrizione di Hillary la «disonesta», la «criminale ». «È stata la giornata più bella della nostra campagna elettorale», ha detto il repubblicano.
Il prolungamento dell’inchiesta che il direttore dello Fbi aveva chiuso in luglio senza chiedere l’incriminazione di Clinton e oggi muove da un non meglio precisato «nuovo materiale» portato a conoscenza dei “federali” soltanto ieri l’altro, è la materia della quale sono fatte le teorie complottiste. Dopo che per mesi Trump aveva gridato alla congiura dei media, della finanza, dell’establishment e dello stesso Fbi per favorire la sua avversaria venendo oggi smentito, tocca ai Democratici e a Hillary chiedersi chi abbia fornito allo Fbi, dopo mesi di setacciamento della corrispondenza elettronica della Segretaria di Stato, questo materiale inedito e importante al punto di riaprire il dossier. E perché il direttore lo abbia rivelato all’undicesima ora dell’undicesimo giorno.
Importanti, queste scoperte, devono essere, perché James Comey, il direttore dello Fbi, è un politico troppo esperto e navigato, già viceministro della Giustizia scelto da George Bush e poi elevato alla guida del Bureau da Obama, per non sapere che questa sua irruzione in campo a undici giorni dal voto sarà letta come un siluro a Clinton, solleva enormi dubbi politici e può cambiare la dinamica di un’elezione che era ormai incanalata verso la vittoria della signora. Se, come riportano le maggiori reti tv e agenzie, tutto parte da materiale trovato in un computer o smartphone o archivi elettronici di Weiner, ex deputato sotto inchiesta per “sexting”, per corrispondenza erotica con minorenni, il collegamento con Hillary può essere soltanto indiretto. E il direttore dello Fbi deve dire in fretta alla nazione che cosa ci sia in quel “nuovo materiale” per non lasciare l’impressione di uno “sporco trucco” alla Nixon 1972 o di un’avventatezza imperdonabile.
La riapertura dell’inchiesta non significa infatti che in quel misterioso “nuovo materiale” trovato frugando negli sms dell’ex deputato, ci siano prove di reati, di falsa testimonianza o di violazioni criminali delle norme di correttezza e trasparenza imposte a chi governa. Ma poiché in undici giorni nessuna inchiesta può essere condotta o conclusa su, presumibilmente, migliaia di email, resterà la nube tossica del sospetto di doppiezza, arroganza, mendacità e indifferenza alle regole che da trent’anni circonda i Clinton e nutre i loro nemici. E portò all’impeachment, all’incriminazione e al processo del Presidente non per il sesso con una stagista, ma per avere mentito alla nazione e alla magistratura inquirente.
La pericolosità della “Bomba d’Ottobre” sta nel colpire Hillary nel cuore della sua massima vulnerabilità, che è la doppiezza, la poca credibilità e il senso di inviolabilità che i Clinton trasmettono, muovendosi come se nulla potesse o possa toccarli. Oggi nessuno sa ufficialmente che cosa abbia trovato lo Fbi per giustificare la riapertura delle indagini. Né si capisce se ci sia anche in questo caso la sapiente manina di quegli hacker a senso unico che diffondono, dal Cremlino via Wikileaks, sempre e soltanto materiali rubati ai Democratici, ma mai ai Repubblicani.
Come l’ignobile apologia della prepotenza sessuale rivelata nella registrazione fuorionda del programma “Access Hollywood” dannò Trump e ancora giustamente lo perseguita, così la “emailgate”, lo scandalo della “estrema incoscienza”(così la definì proprio lo Fbi) della signora nelle sue comunicazioni alla Segreteria di Stato zavorrerà Clinton fino all’8 novembre. Già 17 milioni di elettori negli Stati hanno votato, ma sono soltanto una frazione degli oltre 100milioni che alla fine voteranno e dieci giorni sono pochi per limitare i danni della “Sorpresa”. Se lei dovesse perdere elezioni che sembrava avere già vinto, gli storici di domani guarderanno al 28 ottobre come al giorno in cui la Presidenza americana cambiò di colore. E l’America, costretta a scegliere fra un imbonitore narciso e una bugiarda troppo furba, si rassegnò a consegnarsi all’imbonitore.
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Stati Uniti, il trucco contro il voto etnico
L’ultima battaglia della Guerra Civile. L’«accesso elettorale» rimane una ferita aperta nel paese di Ferguson e di Black Lives Matter

di Luca Celada il manifesto 29.10.16
LOS ANGELES Le elezioni sono cominciate: circa 6 milioni di voti per Clinton e Trump sono già stati raccolti negli stati che prevedono il voto anticipato. Ad Orlando si usano le biblioteche comunali; a Las Vegas i seggi sono stati allestiti in centri commerciali e perfino in un angolo dell’ Alberston’s, un supermercato nel sobborgo di Henderson. In 37 stati da questa settimana è in corso l’early voting, negli appositi seggi o via schede spedite per posta.
In tutto potrebbe essere più di un terzo della popolazione ad aver votato prima ancora dell’aperture dei seggi l’8 novembre. La vittoria potrebbe giocarsi sul filo di una manciata di preferenze racimolate in Nevada o Pennsylvania, in Ohio o in Florida (come imparò nel 2000 Al Gore). E mentre i sondaggi assegnano ancora alla Clinton vantaggi di misura in molti swing state Trump invoca «l’effetto brexit» e tuona contro «il complotto» che lo vorrebbe perdente. Ma l’unico complotto che pare esistere è – semmai – di segno contrario: una strategia coordinata per «attutire» il voto etnico e afro americano che tradizionalmente favorisce i democratici.
Non è esagerato dire che dalla soppressione del voto di colore dipendono in qualche modo sia le sorti di Trump che quelle a lungo termine di un partito repubblicano che si trova dalla parte sbagliata della storia demografica del paese. Per effetto della continuata crescita della popolazione ispanica (oggi già la maggiore minoranza etnica, al  17%), i banchi in America sono destinati a scendere sotto la soglia del 50% entro il 2030.
La affidabile base di bianchi (soprattutto maschi) che hanno eletto ogni presidente repubblicano del dopoguerra sta quindi inesorabilmente evaporando. I tre democratici degli ultimi 60 anni, Kennedy, Clinton e Obama, sono giunti alla Casa bianca solo grazie a coalizioni di una minoranza bianca più maggioranze nere, latine e asiatiche. L’attuale deriva demografica non lascia insomma ben sperare i conservatori per il futuro.
Nella versione strumentale di Trump il possibilismo democratico sull’immigrazione diventa il complotto per inondare il paese di minoranze per «sopraffare» il voto degli americani «veri».
Si tratta di un vecchio discorso calibrato per far leva su antiche fobie razziali che ricollegano questa campagna a tensioni ancorate nel sud ex schiavista e alla ferita del razzismo suppurante dai tempi della guerra civile.
Dopo la vittoria dell’Unione sugli stati confederati agli schiavi liberati venne dato il diritto di voto sotto la protezione delle forze di occupazione nordiste. Le amministrazioni federali tentarono in tal modo di pilotare da Washington l’integrazione delle popolazioni afro americane liberate in una democrazia rappresentativa. Al ventennio fallito della reconstruction, seguì una  violenta reazione. La restaurazione dei bianchi sudisti impiegò milizie come il Ku Klux Klan e segnò l’inizio della sanguinosa stagione dei linciaggi che si protrasse fino al ventesimo secolo.
Quegli eventi, glorificati nel Birth of a Nation – il manifesto suprematista di DW Griffith – decretarono la nascita di un regime di apartheid imposto con la violenza, con gli statuti segregazionisti «Jim Crow» e, crucialmente, con misure  che miravano ad restringere il suffragio universale con tasse d’iscrizione alle liste di voto e perfino l’obbligo di passare un esame di alfabetizzazione per tenere le maggioranze nere lontane dalle urne. Riconsolidato il potere bianco, le misure rimasero in vigore fino agli anni 60 e la loro abrogazione fu fra le principali rivendicazioni di Martin Luther King il cui maggior successo fu il voting rights act del 1965 negoziato con Lyndon Johnson.
Quello statuto comprendeva il sostanziale commissariamento degli stati sudisti cui venne tolta la facoltà di imporre regole elettorali senza l’avallo delle corti federali. Ma recentemente, una serie di sentenze promulgate dalla corte suprema a maggioranza repubblicana e implementate da legislature statali controllate dal Gop, proprio nel cinquantenario del voting rights act hanno cominciato a eroderne le garanzie. A partire dal 2014 diversi stati – ad oggi almeno quattordici – sono tornati a istituire barriere al voto. Le nuove regole impongono l’obbligo di molteplici documenti per votare, penalizzando minoranze, anziani, giovani e popolazioni marginalizzate, specie in un paese in cui i documenti di identità non sono generalmente obbligatori e poco diffusi (è stato calcolato che nel solo Wisconsin 300.000 elettori non dispongano di documenti in regola).
Dopo che il North Carolina ha imposto l’iscrizione preventiva alle liste di voto nel 2014, almeno 2.300 elettori si sono visti respingere ai seggi. In ognuno dei casi le restrizioni sono motivate dal rischio degli stessi  «dilaganti brogli» di cui parla Trump, pur in assenza della minima prova.  L’accesso al voto rimane una ferita aperta nell’America di Ferguson e di Black Lives Matter. E la battaglia per l’accesso alle urne continua: anche nel momento in cui l’America deve scegliere il successore al primo presidente afro americano.
Non a caso in questi giorni c’è un film nelle sale americane, il documentario 13th, nel quale Ava DuVernay (già autrice di Selma) documenta con la partecipazione di Angela Davis i sistemi con cui, dopo l’abolizione della schiavitù (col tredicesimo emendamento), si è operato per limitare il peso politico degli afro americani.
Fra i più lampanti c’è la carcerazione di massa nel sistema penale-industriale del paese in cui languono 2,3 milioni di detenuti, i neri con una percentuale quadrupla dei bianchi. E per la legge federale in America un detenuto – anche dopo aver scontato la pena – non può più legalmente votare. 

L’Fbi gela la corsa di Hillary
Riaperta l’inchiesta sulle mail della candidata democratica, Trump esulta

di Marco Valsania Il Sole 29.10.16
NEW YORK La campagna di Hillary Clinton per la Casa Bianca è di nuovo scossa dallo scandalo delle email. Il direttore dell’Fbi James Comey, accusato in passato dai repubblicani di aver insabbiato le indagini sul candidato democratico, ha annunciato la riapertura immediata dell’inchiesta dopo aver scoperto nuove missive elettroniche che Clinton, quando era segretario di Stato, potrebbe aver gestito in modo irregolare o violando norme di sicurezza nazionale attraverso il suo server privato. Le email sarebbero state rinvenute in gadget sequestrati a Huma Abedin, stretta collaboratrice di Clinton, e all’ex marito Anthony Wiener, travolto da ripetuti casi di sexting, di esibizionismo sessuale via smartphone.
La “Sorpresa di Ottobre”, come sono battezzate le notizie-shock che emergono alla vigilia delle urne in America, è bastata a innervosire i mercati. Le borse, dove una vittoria della Clinton l’8 novembre è stata finora considerata molto probabile, hanno invertito la rotta e perso quota. In mattinata erano state sostenute da dati incoraggianti su una crescita del 2,9% del Pil nel terzo trimestre che favorivano proprio Clinton quale erede delle politiche economiche di Barack Obama.
È presto per conoscere la gravità delle nuove rivelazioni, se risulteranno una mini-sorpresa o avranno ripercussioni sul voto. La mossa di Comey ha tuttavia sollevato ancora una volta incognite sul carattere della Clinton, perseguitata nell’opinione pubblica da sospetti su onestà e trasparenza. L’organizzazione WikiLeaks ha continuato a rendere note in questi giorni email sottratte ai server del partito democratico - a detta dell’intelligence americana frutto di hacker pilotati da Mosca - che mettono in luce, spesso una luce sgradevole, l’intreccio di affari personali e politici di Hillary e Bill Clinton e della loro Fondazione. Sia Hillary che il rivale repubblicano Donald Trump, dopo mesi di campagna elettorale, restano i candidati presidenziali meno amati nella recente storia del Paese.
Trump, indietro nei sondaggi e nella raccolta di finanziamenti, ieri è subito partito all’assalto. «È l’occasione per correggere un grave errore nella giustizia», ha detto delle nuove indagini durante un comizio a Manchester in New Hampshire, salutato da slogan dei sostenitori che inneggiavano all’arresto della Clinton. «Riaprono il caso sulla sua condotta criminale e illegale che minaccia la sicurezza degli Stati Uniti», ha continuato. E ancora: «La corruzione di Hillary è senza precedenti, non possiamo permetterle di portare trame criminali nell’Ufficio Ovale». Clinton non ha immediatamente risposto ai nuovi sviluppi, diretta in Iowa per tappe in uno stato incerto con entrambi i candidati al 44% dei consensi.
A fare scalpore è rimasto tuttavia anzitutto Comey, che tra luglio e settembre in Congresso aveva dichiarato del tutto conclusa l’inchiesta sulle oltre 30mila email ufficiali e personali della Clinton gestite da un server nel seminterrato di casa, senza far scattare incriminazioni pur definendo il comportamento dell’ex segretario di Stato «estremamente irresponsabile». Ora ha reso nota la sua marcia indietro in una lettera indirizzata proprio al Parlamento. Un messaggio che chiarisce l’obiettivo delle indagini, se non ancora i dettagli del nuovo materiale: gli agenti federali intendono verificare se l’inedito “plico” di posta elettronica contenga informazioni top secret.
«In relazione a un separato caso, l’Fbi è venuto a conoscenza dell’esistenza di email che sembrano pertinenti alle indagini - ha affermato Comey -. Vi scrivo per informarvi che la squadra investigativa mi ha indicato ieri, e io concordo, che l’Fbi dovrebbe decidere appropriati passi d’indagine per consentire agli inquirenti di esaminare queste email, determinare se contengano informazioni classificate e valutarne importanza». Comey ha aggiunto di «non poter esprimere un giudizio» sul rilievo del materiale e di non sapere «quanto tempo occorrerà per questo addizionale lavoro». È però essenziale, ha aggiunto, «aggiornare le vostre Commissioni sui nostri sforzi». 

Anche se a novembre Clinton riuscirà a spuntarla lo scenario del dopo si presenta molto più oscuro
di Massimo Gaggi Corriere 29.10.16
«October surprise» è l’espressione del lessico politico di Washington che indica la possibilità di un colpo di scena nel mese precedente il voto per la Casa Bianca. Alla vigilia di queste tormentate presidenziali 2016 di sorprese ce ne sono state in quantità: dallo stillicidio di WikiLeaks agli scandali a sfondo sessuale di Donald Trump, dalla polmonite di Hillary Clinton, alle interferenze russe nella campagna.
Ma adesso, col voto fissato per l’8 novembre e la decisione dell’Fbi di riaprire l’inchiesta, in quel vocabolario politico rischia di spuntare anche il neologismo della «november surprise»: nei prossimi giorni può ancora succedere di tutto. Mentre la stampa americana cerca di capire quali sono le scoperte dell’Fbi, Trump vede uno squarcio di sereno nel suo cupo orizzonte elettorale e ne approfitta secondo il suo stile: il candidato che ha minacciato di mandare in galera la sua avversaria se diventerà presidente ieri ha incitato gli americani a impedire alla Clinton «di portare i suoi schemi criminali nello Studio ovale». Basterà questo ulteriore, drammatico sviluppo a erodere il vantaggio accumulato nelle ultime settimane dalla candidata democratica? Difficile misurare l’impatto del nuovo caso sugli umori degli elettori negli Stati-chiave per il voto, anche perché i vasi continuano a esplodere, uno dopo l’altro. Ma, anche se la Clinton riuscirà a spuntarla l’8 novembre, come affermato dai sondaggisti, il dopo voto si presenta sempre più oscuro: da tempo la stampa registra i propositi insurrezionali di molti supporter di Trump che si dichiarano pronti a tutto pur di impedirle di prendere il potere. L’inchiesta dell’Fbi alimenta questi propositi e indebolisce ulteriormente, oltre a Hillary, l’immagine della democrazia Usa. Una costruzione solida nella quale si sono aperte crepe, ora in balìa di un populista che ha «sequestrato» il partito repubblicano e di una ex first lady arrogante e pasticciona. E ora anche, a quanto pare, di manovratori oscuri e di un mezzo maniaco sessuale, marito della sua assistente, che avrebbe rivelato segreti di Stato mentre adescava una quindicenne. 

L’Fbi riapre il caso delle mail di Hillary
I file sospetti trovati nel telefono di Anthony Weiner, ex marito dell’assistente Huma Abedin Trump: forse sarà fatta giustizia. La campagna della democratica: non uscirà nulla di nuovo
di P. Mas La Stampa 29.10.16 
L’Fbi riapre l’inchiesta sulle mail private di Hillary Clinton, facendo esplodere una bomba elettorale a dieci giorni dalle presidenziali. Questa rivelazione può avere due effetti: influenzare il risultato in favore di Trump, o esporre gli Usa al rischio di eleggere un capo della Casa Bianca che subito dopo potrebbe essere incriminato. Un incubo per gli Stati Uniti, dove infatti Wall Street e il dollaro hanno perso terreno.
Quando era segretaria di Stato, Clinton aveva usato un server privato per le sue mail. Lei sosteneva di averlo fatto per convenienza, mentre i repubblicani l’accusavano di aver cercato di nascondere così gli interessi privati che coltivava mentre era al governo, ad esempio favorendo la Foundation del marito Bill, oppure di cancellare gli errori commessi nel caso dell’assalto al consolato di Bengasi. L’Fbi ha condotto un’inchiesta durata un anno e mezzo, e a settembre l’aveva chiusa senza incriminare nessuno. Il direttore Comey aveva rimproverato a Hillary e ai suoi collaboratori un comportamento «estremamente irresponsabile», perché le mail transitate sul server privato contenevano in parte informazioni segrete, ma non aveva scoperto le prove di reati. Ieri però ha inviato una lettera ai leader del Congresso, per informarli del nuovo sviluppo: «In connessione con un caso non collegato, l’Fbi ha saputo dell’esistenza di mail che appaiono pertinenti all’inchiesta. Gli investigatori mi hanno informato di questo ieri, e io ho concordato che è appropriato compiere passi per esaminare le mail, determinare se contengono informazioni segrete, e valutare la loro importanza per l’inchiesta». Quindi Comey ha aggiunto: «L’Fbi non è ancora in grado di valutare se questo materiale è significativo, e non posso prevedere quanto tempo servirà per completare il lavoro». Le nuove mail sono state trovate in un apparecchio di Anthony Weiner, ex marito dell’assistente di Clinton Huma Abedin, sotto inchiesta criminale per aver scambiato messaggi a sfondo sessuale con una minorenne.
Donald Trump ha subito sfruttato l’occasione: «Forse finalmente verrà fatta giustizia». John Podesta, leader della campagna di Hillary, ha commentato così: «Il direttore dell’Fbi deve immediatamente informare gli americani sui dettagli di cosa sta esaminando. Siamo sicuri che non produrranno nulla di nuovo». 

La campagna delle sorprese frena hillary 
Maurizio Molinari Busiarda 30 10 2016
Le rivelazioni sull’Fbi sulle email di Hillary Clinton confermano che l’attuale sfida per la Casa Bianca passerà agli annali come la campagna delle sorprese.
Tradizione vuole che sia la «sorpresa d’ottobre» a poter essere decisiva sull’esito del duello per lo Studio Ovale, ma in questa occasione è andata diversamente perché le sorprese hanno accompagnato la sfida sin dalle primarie in Iowa. L’incapacità dell’establishment repubblicano di unirsi attorno ad un candidato, il successo dell’outsider Donald Trump nel polverizzare i concorrenti conservatori, l’affermarsi di un popolo della rivolta che sfugge ai sondaggi, il successo del settantenne Bernie Sanders nel rappresentare la voglia di novità dei giovani progressisti e il giallo sulla salute di Hillary Clinton hanno accompagnato elettori ed analisti sulle montagne russe di una campagna elettorale che in agosto aveva la candidata democratica in solido vantaggio ed in settembre registrava il recupero del rivale repubblicano, fino ad pareggio statistico.
I tre dibattiti televisivi hanno giovato a Hillary, più presidenziale e preparata di Trump, ma ora la nuova indagine degli agenti federali sulle email dell’ex Segretario di Stato - sospettata di aver violato le norme sul top secret - fa percepire agli americani che la sfida torna ad essere aperta. Per comprendere il perché di tale sentimento collettivo bisogna partire dal paradosso registrato nella seconda metà di ottobre. Trump è uscito dai dibattiti non solo sconfitto, ma travolto da scandali, rivelazioni ed errori da cui non si è saputo difendere, con un team elettorale bersagliato dalle defezioni, dalla carenza di donazioni - incluse quelle della sua stessa Fondazione - e quindi dalla diminuzione degli spot tv negli Stati in bilico, ovvero l’arma strategica per corteggiare gli indecisi. Nonostante tali e tanti indicatori negativi - a fronte di una campagna di Hillary ricolma di dollari, corteggiata dall’establishment bipartisan e pressoché senza avversari sui media - Trump ha continuato ad avere in tutti i sondaggi una quota minima di popolarità del 40 per cento di favori. Ciò significa che per una parte importante dell’elettorato - in gran parte bianco - tutti i parametri tradizionali delle elezioni americani non valgono. Da qui il timore del team di Hillary, guidato da un mastino di Washington come John Podesta, che la decisione dell’Fbi possa riaprire una sfida già considerata vinta, al punto che - come Paolo Mastrolilli ci ha raccontato ieri - la candidata ha illustrato ai più stretti collaboratori i piani di battaglia per dilagare negli Stati tradizionalmente conservatori, come l’Arizona. A giovare a Trump è in particolare il fatto che durante i dibattiti tv l’unico e vero affondo efficace contro Hillary è stato proprio sulle 33 mila email sottratte al Dipartimento di Stato. È solo su questo terreno che l’ex Segretario di Stato è stata obbligata ad ammettere: «Ho sbagliato». Così come proprio riferendosi alle email, Trump si è spinto a fino a dirle, con tono sprezzante: «Dovresti finire in prigione». Per il candidato del popolo della rivolta la carta delle email di Hillary è stato l’unico vero fronte d’attacco dove è riuscito a imporsi. L’unica carta che ha giocato con insistenza. Ed è questo punto debole dei democratici che ora è diventato la sorpresa del momento. Riaprendo una sfida per la Casa Bianca che in molti davano già per conclusa. Ma all’Election Night mancano ancora 10 giorni e le sorprese potrebbero non essere finite. Come ripeteva l’indimenticabile campione italoamericano dei «New York Giants», Vince Lombardi: «It Ain’t Over Till It’s Over», non è finita fino a quando è finita. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Su Hillary l’ombra di reati nelle mail nascoste all’Fbi 
La candidata non rivelò l’esistenza dei testi. Rischia l’accusa di spergiuro L’indagine si allarga. I democratici: “Comey spieghi, così viola la legge” 
Paolo Mastrolilli Busiarda 30 10 2016
Le mail al centro della nuova inchiesta su Hillary Clinton erano contenute in apparecchi che i suoi avvocati non avevano neppure denunciato nell’indagine precedente chiusa a luglio. Quindi possono portare all’individuazione di altri reati finora non considerati, come l’ostruzione della giustizia e la falsa testimonianza. Lo rivelano a «La Stampa» fonti direttamente informate sull’inchiesta, aggiungendo che il direttore Comey non avrebbe mandato la lettera al Congresso senza aver visto le mail.
Le migliaia di documenti si trovavano su un iPad, un cellulare e un computer Dell condiviso da Huma Abedin, storico braccio destro di Hillary, e dal suo ex marito Anthony Weiner, ora indagato perché aveva inviato messaggi di natura sessuale ad una ragazza quindicenne della North Carolina. Analizzando gli apparecchi sequestrati il 3 ottobre per questa inchiesta, gli agenti dell’Fbi hanno trovato le nuove mail. Durante l’indagine sul server privato di Clinton chiusa a luglio, i suoi avvocati non avevano denunciato l’esistenza di questi strumenti. I motivi, secondo le nostre fonti, possono essere solo due: o non sapevano che esistevano, o volevano nasconderli. In entrambi i casi, la loro scoperta porta ora l’inchiesta in direzioni impreviste e imprevedibili.
Il secondo problema grave per Hillary è che lo scopo dell’indagine adesso si allarga. La precedente era concentrata sulle violazioni nella gestione delle informazioni classificate del governo, che non dovevano transitare su un server privato. Alla fine Comey ha stabilito che Clinton e i suoi collaboratori si erano comportati in maniera «estremamente irresponsabile», ma non avevano commesso reati. Ora l’obiettivo cambia. Gli agenti dell’Fbi stanno controllando le mail per verificare se sul computer privato di Abedin e Weiner sono finiti documenti segreti, ma non si fermeranno qui. Huma è la collaboratrice più stretta di Hillary, e quindi è possibile che nella posta sequestrata ci siano anche comunicazioni personali e dirette. Questi scambi potrebbero contenere informazioni riguardo al modo in cui la campagna di Clinton intendeva gestire lo scandalo mail, magari ostruendo il corso della giustizia. Per fare un esempio, indicazioni sui circa 30.000 messaggi distrutti e mai consegnati all’Fbi. Cosa contenevano? Come e perché sono stati eliminati?
I nuovi documenti potrebbero anche provare che l’ignoranza professata da Hillary durante gli interrogatori del Bureau sul contenuto di alcune mail, la loro classificazione segreta, e la loro distruzione, era falsa. Se questo apparisse evidente nelle comunicazioni fra lei e Huma, si potrebbe configurare il nuovo reato di spergiuro, cioè lo stesso per cui Bill Clinton aveva subito l’impeachment della Camera durante lo scandalo Lewinsky.
In entrambi i casi l’inchiesta prenderebbe una direzione completamente nuova, che potrebbe portare al nulla, ma anche all’incriminazione del presidente, se dopo la sua elezione l’8 novembre l’Fbi arrivasse alla conclusione che Hillary ha violato la legge. Un incubo per gli Usa, che si ritroverebbero nel pieno di una crisi costituzionale, col capo della Casa Bianca portato a processo da un’agenzia alle sue dipendenze. Le fonti aggiungono che Comey non avrebbe mai mandato la sua lettera al Congresso se non avesse già visto almeno in parte le mail e verificato che contengono informazioni di potenziale natura criminale. 
La campagna di Clinton ieri ha risposto con una conference call a cui hanno partecipato il presidente John Podesta e il manager Robby Mook. John ha accusato «Comey, un repubblicano, di aver preso un’iniziativa senza precedenti, che viola le pratiche dell’Fbi sulle inchieste in corso, ed è contro le raccomandazioni del ministro della Giustizia. Ora ha il dovere di spiegare agli americani il motivo». Lo stesso Comey ha ammesso in un messaggio ai dipendenti di aver compiuto il passo inusuale di commentare un’inchiesta in corso perché è legata alle presidenziali, e così si è esposto al sospetto di un complotto politico. Podesta lo sfida perché è sicuro che «le nuove mail non contengono nulla che provi reati. Molte sarebbero solo duplicati di messaggi che l’Fbi aveva già visto», e Abedin li aveva inviati sul suo computer personale per stamparli: «Huma non ha fatto nulla di male e non si dimetterà». Hillary quindi ha deciso di reagire andando all’attacco, ma un sondaggio pubblicato ieri dal Washington Post, fatto prima dell’annuncio di Comey, la dà solo 2 punti avanti a Trump. La corsa alla Casa Bianca è riaperta. 
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“Mandate la Clinton in galera” Trump trova la spinta giusta e azzera il distacco nei sondaggi 
È a meno 2 dalla rivale. L’effetto “mailgate” ancora deve farsi sentire 
Gianni Riotta Busiarda 30 10 2016
Che week end di Halloween 2016! Donald Trump, candidato repubblicano, salta nei sondaggi al 45%, due soli punti dietro la democratica Hillary Clinton. E i numeri non calcolano ancora la reazione di un elettorato stanco, frustrato, malmostoso al caos scatenato da James Comey, repubblicano capo dell’Fbi nominato da Obama, con la irrituale lettera al Congresso su nuovi, possibili, accertamenti a proposito di e-mail della Clinton.
Trick or Treat, scherzetto o dolcetto, l’America si maschera anche in politica, due tribù l’una contro l’altra armate. In New Hampshire, dove Hillary è avanti di un punto, e in Iowa, Trump avanti di un punto, il magnate di New York accoglie il dolcetto Fbi incitando le folle a «sbattere in galera Hillary», l’accento rotondo di Queens, suo quartiere natale, rilanciato rauco dai microfoni. La colonna sonora è adesso i Rolling Stones, «You can’t always get what you want», i versi dei vecchi rockettari colgono l’humor nero trumpista. Siamo andati giù alla dimostrazione, a prenderci la vostra buona dose di insulti, cantando «Noi vogliamo urlare la nostra frustrazione, altrimenti facciamo esplodere pure le valvole da 50-amp!».
Trump rioccupa il terreno prediletto, il trash, il sospetto, al confine tra Vero, Falso, Verosimile, dove i militanti si caricano di energie anti Hillary, «bitch», la cagna delle t-shirt più vendute. Come osservano nel saggio appena pubblicato da Franco Angeli, «Misinformation, Guida all’età dell’informazione e della credulità» gli studiosi Quattrociocchi e Vicini, gli elettori colgono online solo i fatti che aderiscono alle loro opinioni, magma fazioso in cui Trump sguazza a suo agio. L’Fbi non ha rimesso Hillary sotto inchiesta – almeno per ora -, e Comey ha disubbidito alle indicazioni dirette del ministro della Giustizia Lynch, temendo probabilmente di essere accusato dal suo partito di parzialità filo democratici. Trump ha però buon gioco a infierire sugli errori, stupefacenti, della rivale: permettere alla fida consigliera Huma Abedin, moglie separata del disgraziato ex deputato Wiener, sorpreso a ripetizione con sms porno pare anche a minorenni, di condividere con l’assatanato coniuge il telefonino. E da questo scaricare, e stampare, mail dell’allora segretaria di Stato perché Hillary, ahinoi analfabeta digitale, non legge se non su carta e non distingue un server web privato da uno pubblico.
La volata della campagna più pazza a memoria d’uomo, e stavolta sembra non entrarci Putin con gli gnomi hacker pronti a rubacchiare mail democratiche e girarle a Wikileaks, rioffre a Trump l’occasione per vincere sul filo di lana, o almeno perder bene. Lo stato maggiore del partito repubblicano, umiliato nelle primarie in primavera, costretto al silenzio dalla populista Convenzione di Cleveland in estate, aveva trovato nella débâcle delle molestie sessuali di Trump in autunno occasione per rialzare la testa, con i due ex candidati, McCain 2008 e Romney 2012 a guidare lo sdegno contro «il barbaro» Trump. Ora è in gioco anche il Senato, dove il partito ha la maggioranza 54 a 46, ma teme il pareggio 50-50 (maggioranza andrebbe ai democratici, con il vicepresidente Kaine a rompere l’impasse). Dire no a Trump e perdere la Camera Alta rischia di facilitare a Hillary la nomina di giudici costituzionali progressisti.
Con Obama che si sgola a far comizi, Florida, North Carolina e Ohio stati in altalena tra i partiti, i leader repubblicani devono trangugiare l’amara realtà. Vinca o perda a novembre, Donald Trump è il loro Clown Killer, il mostro fantastico che i bambini temono divertiti questo Ognissanti. La sua presenza nella destra è e resterà forte, se davvero lanciasse un canale di talk show, ogni candidato dovrà genuflettersi, se partecipasse a future campagne sarà ostico ignorarne i seguaci scatenati.
A 192 ore dal voto il pasticciaccio Comey-Fbi conferma la debolezza di Hillary come candidata (nei sondaggi parecchi repubblicani la battono facilmente), corroborata solo dall’impopolarità di Trump. Se l’aria infelice che pesa sulla democratica e il richiamo della foresta del machismo di Trump strappassero all’astensionismo gli arrabbiati elettori maschi bianchi che lo adorano, per la Clinton sarà una lunga notte, l’8 di novembre. Per questo dal presidente, alla popolarissima First Lady Michelle, alla esausta Hillary, al bonario vicepresidente Biden il grido comune è «Votate!», per questo Trump rialza a palla il volume dei Rolling Stones «Facciamo esplodere tutte le valvole!».
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