domenica 23 ottobre 2016

Orson Welles e il cinema

Risultati immagini per il cinema secondo Welles.Peter Bogdanovich: Il cinema secondo Welles, Il Saggiatore

Risvolto
Orson Welles è stato l'artista più dirompente e decisivo dall'avvento del cinema sonoro. A ventitré anni sconvolse l'America annunciando alla radio l'invasione della Terra da parte di creature venute da Marte. A venticinque, con un'opera cruciale come "Quarto potere", riscrisse la grammatica filmica imponendo tecniche come la profondità di campo, il long-take e il piano sequenza. Da allora la sua carriera fu una lotta incessante tra un talento artistico smisurato e le logiche asfissianti dell'industria cinematografica. Drammaticamente in anticipo sui tempi, visse il resto della sua vita affacciato su un precipizio. Da una parte la vertigine dell'arte, il demone della recitazione, la forza oscura che sprigionava dalle sequenze abbaglianti dei suoi film; dall'altra i mille compromessi, i ruoli svilenti accettati per finanziare l'ennesimo capolavoro, gli spettri della depressione, dell'alcol, del fallimento creativo e umano. E in mezzo a tutto questo, film e opere teatrali che vibrano della potenza dei grandi classici, dall'"Orgoglio degli Amberson" a "Otello", dalla "Signora di Shangai" all'"Infernale Quinlan". Un pomeriggio del 1968, fu proprio Welles a telefonare a Peter Bogdanovich allora giovane regista, poi diventato autore di prima grandezza - per chiedergli di scrivere insieme a lui il libro-intervista a cui avrebbe affidato la sua verità e il suo riscatto.
Un genio in trasferta in Brasile 
Orio Caldiron Manifesto Alias 22.10.2016, 21:00 
Nel segno dell’incompiuto, tipico del «Paradosso Welles», lo scandalo sudamericano è uno dei capitoli più inquietanti della strepitosa intervista-fiume senza sconti di Peter Bogdanovich, ora riproposta dal Saggiatore col titolo «Il cinema secondo Orson Welles» e una nuova introduzione (pp. 620, euro 26,00). Sarà vero o no che il flop del film brasiliano intitolato «It’a All True» è la causa di tutti i guai della sua carriera? Orson non ha dubbi, la grande rimozione per cui il maggior regista americano del Novecento finirà con l’essere tenuto per sempre lontano dagli Studios, comincia proprio con la disavventura sudamericana.
IL BRASILE
Tutto ha inizio nell’ottobre del ’41, quando sul set di «L’orgoglio degli Amberson», il suo secondo lungometraggio, viene contattato dall’Office of Coordinators of Latin American Affairs che gli chiede di realizzare un film in Brasile per promuovere le buone relazioni tra i due paesi e riaffermare la presenza degli Stati Uniti in un continente in cui il nazismo aveva seguito. La stessa Rko non è contraria, anche perché l’Office si impegna a finanziare almeno in parte il progetto. All’inizio del 1942, concluse le riprese, non ha più alibi e non riesce a rimandare oltre la partenza. Orson Welles, visiting director ma anche ambasciatore culturale, arriva a Rio giusto in tempo per filmare in Technicolor il carnevale, a cui il governo brasiliano tiene moltissimo. Il progetto originario, che prevedeva addirittura tre film, alla fine diventa un solo film in tre episodi.
LE FAVELAS
Decisiva la scoperta della samba, di cui Welles s’innamora fino al punto da dedicarle una parte rilevante, destinata a ripercorrere la storia, le origini, i ritmi di una musica popolare dalla forte sensualità. Ma quando comincia a filmare nelle favelas, in cui è nata la samba, il governo brasiliano si accorge che il progetto si sta allontanando sempre più dai limiti turistici in cui aveva sperato di contenerlo. L’altro episodio su cui punta molto è la ricostruzione del viaggio dei quattro jangadeiros che, sfruttati dagli intermediari cui vendono il pesce, affrontano il viaggio da Fortaleza, nell’estremo Nord, fino a Rio a bordo delle jangade, le zattere fatte di sei tronchi e una vela, un viaggio eccezionale lungo l’intero paese, alla fine del quale sono per tutti degli eroi popolari. Il presidente brasiliano è costretto a riceverli e a soddisfare le loro richieste.
CAMBIAMENTI
AL VERTICE
Alla Rko è tempo di bilanci, alimentato dai pettegolezzi sulle stravaganze del regista in trasferta. Ci si accorge che i budget di «L’orgoglio degli Amberson» e di «It’s All True» sono stati ampiamente superati. Le prime riprese del carnevale di Rio inviate a Hollywood – un dirigente della casa di produzione le definisce «un mucchio di selvaggi che saltano su e giù» – non fanno che aumentare le perplessità e accelerare i cambiamenti al vertice ormai nell’aria.
Quando in una tempestosa riunione notturna salta anche George Schaefer, il capo dello Studio che aveva voluto Orson a Hollywood, l’impresa sudamericana è definitivamente cancellata. Welles è richiamato dal Brasile con la troupe. Ma un gruppo di fedelissimi, formato dal producer Richard Wilson, un operatore e un paio di tecnici, invece di ritornare a Hollywood, rimane con il regista. I pochi soldi ancora disponibili serviranno a filmare per altri due mesi il viaggio dei pescatori, ma senza riuscire mai a vedere il materiale girato.
IT’S ALL TRUE
Soltanto nel 1993, otto anni dopo la morte dell’autore, «It’s All True» appare miracolosamente sullo schermo del New York Film Festival. Il materiale, ritrovato grazie a una serie di circostanze fortuite, è stato pazientemente montato da Richard Wilson, Bill Krohn e Myron Meisel.
Si tratta di un film straordinario, in cui il grande illusionista s’incontra con lo scenario incandescente della realtà, con l’avventura umana dei pescatori più poveri del mondo, un’opera emozionante, tra Flaherty e Lévi-Strauss, che nella sua apertura antropologica alle culture di un altro mondo, non ha precedenti nella storia del cinema mondiale.
Certo, i costi – umani e artistici – sono stati altissimi. Senza dimenticare la campagna denigratoria che senza riuscirci aveva cercato di bloccare «Quarto potere», il flop di «L’orgoglio degli Amberson» e il totale fallimento di «It’s All True» alimentano la leggenda iettatoria del genio irresponsabile che non rispetta i budget e lascia i film a metà. Nessuna major gli darà mai più carta bianca.

Trent’anni di amicizia con Orson Welles 
Arriva in libreria il volume in cui Peter Bogdanovich ripercorre le chiacchierate con il regista
IRENE BIGNARDI Rep 24 10 2016
IN ORIGINALE si chiamava This is Orson Welles, e aveva in copertina il faccione barbuto del regista di Quarto potere. Era il 1992 e il libro (bello cicciotto) riportava trent’anni di chiacchiere a ruota libera tra Welles e Peter Bogdanovich sul cinema e la vita. Ora, nella edizione italiana che esce preso il Saggiatore, ha in copertina la faccia di Welles poco più che ragazzo (con tanto di frivolo papillon), si intitola Il cinema secondo Orson Welles ed è arricchito da una prefazione di Peter Bogdanovich molto interessante - anche se il regista di L’ultimo spettacolo si assume, a mio giudizio, troppi meriti, e ha fatto troppe promesse a proposito e in nome di Welles: tra cui quella di finire
The other side of the wind, il suo King Lear, il film maledetto e mai finito, tra tanti film maledetti e non finiti della carriera tumultuosa e ineguale del regista che Cocteau ha descritto come “un gigante con il volto di un bambino”, ”un cane che si è liberato dalle catene ed è corso a rifugiarsi nell’aiuola”, un “vivace perdigiorno, un folle saggio. una solitudine circondata di umanità”. Insomma, un ossimoro vivente, che Bogdanovich insegue sul modello dell’intervista di Truffaut a Hitchcock, da Quarto potere a F for Fake e ai mai finiti, con molto spazio per la biografia e la vita personale di Welles, partecipe delle sue ansie e pronto a mentire per compiacerlo.
Ma la cosa migliore, se non la più utile, della prefazione, è la messa a punto di una serie di episodi della carriera di Welles, come la celebre diatriba critica circa Citizen Kane, attaccato da un importante critico come Pauline Kael per essersi Orson, secondo la perfida signora, presi dei meriti di cosceneggiatore che in realtà spettavano solo a Joe Mankiewicz.
Solo uno dei tanti spiacevoli episodi della storia di Welles, che vede passare sotto i suoi occhi falsari e imbroglioni, produttori iraniani di cui si perdono le tracce e incendi di magazzini cinematografici, film iniziati e perduti e disastri critici (ultimo, quello che ha retrocesso Quarto potere in una graduatoria stabilita dai critici invitati da Sight and Sound, dal primo posto al secondo, a favore di La donna che visse due volte). E, per fortuna, ha visto passare anche donne stupende, per carattere e bellezza, come Oja Kodar, la poliedrica artista, scultrice, sceneggiatrice, attrice e anche regista, che non volle mai diventare la signora Welles (troppe ce n’erano state) e che per venticinque anni fu la sua compagna, complice e collaboratrice.
Bogdanovich, la cui carriera nel frattempo segna il passo, in seguito ad alcuni eventi tragici come l’assassinio della sua compagna Dorothy Stratten, si descrive a volte come il ranocchio del celebre apologo raccontato da Welles, in cui Orson è lo scorpione che non può tradire la sua natura, e “deve” pungere, o come il principe Henry nel suo rapporto con Falstaff - che, di fatto, si allontana dal maestro e lo tradisce. Sempre parlando di Oja con un calore che farebbe pensare a un innamoramento.

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