
mercoledì 30 novembre 2016
Claudio Pavone 1920-2016, un maestro

Il volgare tentativo di piegarne le tesi a sostegno della riabilitazione di un passato che molti vorrebbero ancora presente, nel nome di una impossibile "pacificazione" - un tentativo che sfiora il ridicolo con Perfetti sul Giornale ma che affiora anche nel morboso sfrucugliamento sul Corriere, la Stampa e quella velina di questo Zeitgeist di merda che è Repubblica - illustra assai bene la cialtroneria cortigiana del mondo del giornalismo culturale italiano, che non ha nulla da invidiare a quello accademico [SGA].
Nato nel
1920, partigiano combattente, con un libro del 1991 inaugurò un nuovo
modo di considerare la Resistenza nella cultura di sinistra. Ma non
concesse nulla al fascismo
di ANTONIO CARIOTI Corriere
Il suo libro del 1991 fu fondamentale (pur con troppe omissioni) per riaprire il dibattito sulla Resistenza
La battaglia dei cittadini alle radici della Repubblica
Storia del Novecento. Addio allo storico Claudio Pavone, scomparso all'età di 95 anni. Sua l'opera fondamentale intorno alla Resistenza «Una guerra civile»
Gianpasquale Santomassimo Manifesto 30.11.2016, 23:59
A 96 anni non compiuti per un sol giorno, si è spento Claudio Pavone, dopo una lunga vita spesa bene con eleganza e discernimento.
Aveva l’età per aver partecipato alla Resistenza, dapprima nel Psiup, poi nel Partito Italiano del Lavoro (che nei suoi ricordi definiva «un gruppetto un po’ estremista»). Se in tarda età si definiva «azionista postumo» confessava di non aver aderito a quel partito, avendone conosciuto solo la componente moderata ed elitaria. La rievocazione di quegli eventi alternava ironia e serietà, ricordando l’episodio che lo aveva portato, allo scadere del coprifuoco nella Roma occupata, a disfarsi dei volantini gettandoli in una grossa auto nera parcheggiata, che apparteneva però al capo dell’Ovra, Guido Leto, gesto che provocò il suo arresto e la detenzione prima a Regina Coeli e poi dal dicembre del ’43 nel carcere di Castelfranco dell’Emilia.
Liberato nell’estate del ’44, riprese l’attività clandestina a Milano, dove visse gli eventi della fine del fascismo. Questi ricordi sono nel libro La mia Resistenza. Memorie di una giovinezza, edito da Donzelli nel 2015, dove è contenuta anche una vivida descrizione di Piazzale Loreto e di un popolo «non all’altezza della tragicità» di quell’epilogo. Fu per gran parte della sua vita archivista, divenendo nel tempo maestro per generazioni, promuovendo l’apertura dei confini della professione spesso angusti e autoreferenziali, e continuando anche in seguito a interessarsi dei problemi connessi tanto all’organizzazione degli Archivi quanto alla legislazione più moderna e delicata in materia (il tema della privacy, ad esempio). Claudio Pavone
I SUOI INTERESSI di storico furono a lungo dedicati al tema, assai poco frequentato, del modello di impianto amministrativo che dal Piemonte volgeva all’Italia post-unitaria (Amministrazione centrale e amministrazione periferica. Da Rattazzi a Ricasoli (1859-1866), del 1964). E con prime approssimazioni ai temi di storia e cultura della Resistenza che in età già molto avanzata lo avrebbero visto protagonista assoluto.
Il primo intervento, che fece molto discutere, fu quello del 1959 sulla rivista vicina ad Antonio Giolitti «Passato e presente», attorno a Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento, che ricostruiva il tema complicato del rapporto con la tradizione risorgimentale, a volte non pacifica e anzi conflittuale per molte tradizioni e segnatamente per quella comunista, passata nel corso degli anni Trenta dalla denigrazione di quel passato alla rivendicazione dei simboli risorgimentali. Come molte polemiche si addensavano attorno a un altro dei temi portanti della sua ricerca, quello sulla «continuità dello Stato», negli anni Settanta divenuto tema di discussioni accese e di suggestioni interpretative contrapposte rispetto alle origini dell’Italia repubblicana e al suo rapporto con il passato.
RISPETTO A SEMPLIFICAZIONI troppo brutali che all’epoca erano correnti, la sua ricerca, contenuta in un ampio saggio del 1974 e in interventi successivi (raccolti tutti nel volume Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri 1991) documentava l’innegabile continuità operante, pur non disconoscendo «i molti cambiamenti intervenuti», senza per questo «rifluire nella storiografia dei delusi», e tenendo nel dovuto conto ruolo degli Alleati, persistenze di apparati e termini complessi dell’epurazione tentata e solo parzialmente attuata.
Solo in età avanzata entrò nell’università, insegnando alla Statale di Pisa dal 1975 e uscendone come docente associato nel 1991 (il che dice molto sull’università italiana), proprio alla vigilia della sua fama improvvisa presso il grande pubblico e della sua consacrazione come protagonista riconosciuto di un filone importante e controverso della storiografia italiana.
Aveva cominciato a suscitare discussioni, molto vive e talvolta aspre nell’ambiente resistenziale, tornando a proporre il tema della «guerra civile» in alcuni convegni a partire dal 1985. E proprio Una guerra civile era il titolo della grande opera pubblicata nel 1991, ma con un sottotitolo che andò quasi dimenticato: Saggio storico sulla moralità della Resistenza.
Ci fu, e probabilmente a maggior ragione vi è tuttora – nell’inevitabile semplificazione che lo scorrere del tempo comporta – un fraintendimento sul senso di quel titolo. Certamente il termine col passare degli anni era caduto in disuso, sebbene la definizione di guerra civile fosse stata presente a lungo nel linguaggio ufficiale, talvolta sostituita con l’espressione «guerra fratricida» dalla connotazione molto più deprecativa.
MA PAVONE SPIEGAVA chiaramente, nelle prime pagine del libro, il senso che intendeva dare all’espressione prescelta: guerra civile perché guerra combattuta dal cittadino, dal civis, l’unica guerra degna di essere combattuta, perché investiva integralmente l’esistenza di chi vi prendeva parte.
Si trattava di una laboriosa, ricca e sapiente ricostruzione di cultura e politica, di universi morali e mentali delle molte componenti che confluivano in quel fenomeno, dall’una e dall’altra parte.
La vera grande novità interpretativa era la teorizzazione delle «tre guerre» che si combatterono in Italia tra il ’43 e il ’45 (e dalle radici che talvolta affondavano in un passato che non andava rimosso): guerra civile, patriottica, di classe. Guerre che non si svolgevano autonomamente e in parallelo ma si intersecavano e si sovrapponevano in maniera inestricabile nella stessa coscienza dei protagonisti.
SI È TRATTATO DI UN PUNTO fermo nella riflessione storica, da cui non sarà possibile tornare indietro e che non può essere banalizzato dalla disinvoltura di chi privilegia un solo elemento unilaterale ignorando la complessità e la tragicità del fenomeno. «In certi momenti mi dico, autoironicamente, di essere riuscito a non morire fascista né democristiano. Spero di non crollare sotto il peso di questo ventennio tanto surreale quanto doloroso», affermava in una intervista a Repubblica del 27 ottobre 2013. Gli ultimi anni lo avevano visto, fino a quando non era stato soverchiato dal peso della vecchiaia, lucido e attivo nell’impegno civile e culturale.
Chi ha memoria delle sue conversazioni lo ricorderà a lungo come uomo ricco di curiosità e di umanità, dal tratto signorile e dalla mitezza non priva di una fermezza di fondo e di una coerenza interiore che non lo aveva mai abbandonato.
Claudio Pavone Tre conflitti in una Resistenza
È morto lo storico che liberò dalla retorica la narrazione della lotta antifascista
Aldo Agosti Busiarda 30 11 2016
Se si pensa al grande vuoto che lascia la sua scomparsa e alla ricchezza e alla varietà degli scritti saggistici e autobiografici che ha pubblicato in questi ultimi anni, si fa fatica a ricordare che Claudio Pavone si è imposto all’attenzione dei grandi media e dei lettori non specialisti ed è diventato una voce di riferimento nel discorso pubblico solo a settant’anni compiuti. Fu nel 1991, quando apparve il suo libro Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza
Eppure la sua biografia non era di quelle ordinarie. Impegnato nella Resistenza clandestina subito dopo l’8 settembre, passò quasi un anno in prigione. Dopo la guerra abbandonò la politica attiva ma non l’impegno intellettuale militante: uomo senza partito ma sempre e coerentemente di sinistra, scrisse assiduamente sulla galassia delle riviste che negli Anni 50 davano voce all’anima inquieta del socialismo italiano. Quando nel 1975 lasciò il ruolo di dirigente dell’Archivio di Stato per l’insegnamento universitario, la sua autorità era già da tempo indiscussa nella comunità degli storici, grazie a un invidiabile curriculum di studioso.
Il postfascismo
I suoi interessi si erano concentrati in due campi: la storia delle istituzioni e dell’amministrazione italiana dopo l’Unità e il tema cruciale della continuità degli apparati dello Stato dal fascismo al postfascismo. Un tema, quest’ultimo, che aveva affrontato, come egli stesso avrebbe riconosciuto, «nel clima della nuova sinistra post-sessantottesca», sentendosi partecipe di un movimento che gli sembrava riaprisse un discorso rimasto sospeso nel 1945 e appena riabbozzato alla fine degli Anni Cinquanta. Su quella continuità Pavone aveva insistito molto, tanto da ammettere anni dopo che nella sua interpretazione era presente «una radicalità non priva di cadute in uno schematismo di tipo classista» e un eccesso di polemica contro quello che si era spinto a chiamare il «bigottismo costituzionale». Ma in realtà quegli scritti toccavano un nervo scoperto nel dibattito culturale e politico, quello della legittimazione che la Repubblica italiana attingeva dalla Resistenza. Una legittimazione che il libro del 1991 tornava sì a ribadire, ma attraverso un percorso ben più complesso e articolato di quello consegnato all’ufficialità delle celebrazioni.
Morale e violenza
Frutto di anni di riflessioni e di ricerche, Una guerra civile toccava – basandosi su un’amplissima gamma di fonti – diversi temi di grande rilievo: dal valore fondante della scelta compiuta l’8 settembre al problema della violenza, al rapporto tra politica e morale. Era una rilettura della storia degli anni 1943-1945 ferma nel sottolineare l’importanza decisiva della lotta di liberazione per la riconquista della dignità nazionale e per una vera rinascita di quella patria di cui era di moda allora, nell’incipiente clima del «revisionismo», far risalire la morte all’8 settembre 1943. Ma era altrettanto attenta a far risaltare differenze e chiaroscuri. Da un lato distingueva fra una «Resistenza in senso forte», la guerra partigiana combattuta soprattutto al Nord da una cospicua minoranza, e una «Resistenza in senso ampio e traslato», che era man mano diventata – anche per chi non vi aveva partecipato o aveva cercato di circoscriverne o manometterne la memoria – l’elemento legittimante del sistema politico repubblicano.
Guerra di indipendenza
Dall’altro interpretava la Resistenza a un tempo come guerra patriottica, combattuta per liberare il paese dall’occupazione tedesca e sentita in sostanza come nuova «guerra d’indipendenza», guerra civile, tra combattenti partigiani ed i fascisti della Repubblica di Salò, e guerra di classe, combattuta, soprattutto dai comunisti al Nord nel nome di una radicale trasformazione sociale.
Queste tre concezioni si intrecciavano spesso anche negli stessi protagonisti individuali o collettivi. Ma il titolo che diede al volume, e che contribuì al suo forte impatto nel dibattito politico e storiografico, finì per portare in primo piano la guerra civile, sdoganando un’interpretazione che era stata fino ad allora monopolio della pubblicistica di destra, anche se era stato ben presente, nel vivo della lotta, sia nella pubblicistica comunista del Nord, sia soprattutto in quella azionista. Franco Venturi aveva parlato addirittura della guerra civile come della sola guerra che per il suo valore etico meritasse di essere combattuta.
Uno standard accettato
Pavone, che avrebbe sempre sottolineato l’importanza anche della seconda parte del titolo del suo libro, ridiede piena dignità al termine proprio nella prospettiva di accentuare la portata morale della scelta antifascista, di sottolinearne l’importanza per il futuro dell’Italia. Ancora nel 1991, quel termine non piacque a tutti, nemmeno all’interno della tradizione azionista: non a Nuto Revelli, per esempio, che pure elogiò il libro come «un lavoro straordinario che ci ha liberati da tutta la retorica che si era depositata sulla resistenza». Con il tempo però il libro di Pavone appare sempre più uno spartiacque storiografico nello studio del biennio 1943-1945 e la sua tesi di fondo – quella della Resistenza come intreccio di tre guerre – non solo non è più seriamente contestata ma è diventata termine di riferimento anche per la comparazione con il movimento di liberazione in altri paesi. Sentiremo la mancanza dei suoi limpidi, mai interrotti ragionamenti sui rapporti tra la moralità, le idee e la cultura da un lato, le istituzioni dall’altro.
Quando il Pci censurava l’idea di guerra civile
Mattia Feltri Busiarda 30 11 2016
Il primo a inalberarsi fu Giancarlo Pajetta: «No, non si è trattato di una guerra civile, ma di una guerra di popolo, di una guerra meritoria, di una guerra per l’indipendenza». Claudio Pavone, durante un convegno a Brescia, aveva appena espresso la sua teoria sulla triplice guerra combattuta durante la Resistenza: una patriottica contro i tedeschi, una di classe fra rivoluzionari e borghesi, e appunto una civile: italiani contro italiani.
Era il 1985, mancavano ancora sei anni all’uscita della sua opera più celebre («Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza». E per la prima volta in trent’anni uno storico di sinistra e per di più ex partigiano - sebbene estraneo al Pci - aveva osato pronunciare quell’espressione, «guerra civile», abolita su desiderio del più importante leader del comunismo italiano, Palmiro Togliatti, nel tentativo di togliere dignità di contendente agli avversari, cioè i fascisti, e di costruire una reputazione al Pci. Obiettivo raggiunto: a parlare di guerra civile erano rimasti Giorgio Pisanò nei suoi racconti dalla ridotta di Valtellina e i suoi colleghi di reducismo.
Eppure subito dopo il ’45 la definizione era diffusa e per niente sacrilega, usata da Ferruccio Parri, Leo Valiani e persino da Paolo Spriano, storico di spessore molto gradito alle Botteghe Oscure. Poi basta. Ecco perché Pajetta, comunista di granito, quel pomeriggio a Brescia si alza e si scandalizza: intravede il tentativo di mettere sullo stesso piano fascisti e antifascisti, e fa niente se negli anni Pavone spiegherà e rispiegherà che non ci pensava nemmeno, la definizione di «guerra civile» era pura filologia, e secondo lui gli antifascisti avevano ragione e i fascisti torto.
Trascorrono tre anni, e nell’88 Pavone ci riprova in un convegno a Belluno. Lì si scatena l’Unità con Emilio Sarzi Amadè, giornalista e partigiano, che liquida la faccenda con disprezzo: «Torbida suggestione». E subito dopo rincara Filippo Frassati, storico non di primissima fila ma molto fedele al partito, che svilisce quella di Pavone a «pseudo teoria». E quando esce il libro, è il ’91, non va tanto meglio. Anche perché l’anno prima, a Muro di Berlino tirato giù, era stato dedicato alla disputa sul Triangolo della morte in Emilia che aveva ringalluzzito non soltanto l’area del Movimento sociale ma anche politici e studiosi più moderati, esausti della retorica resistenziale.
L’approfondimento di Pavone regge all’urto perché come sempre è molto serio e perché è appoggiato da totem come Vittorio Foa e come Norberto Bobbio, che ha incoraggiato Pavone nel suo lavoro. Insorge l’Anpi, insorge Giorgio Bocca, garbatamente pure Nuto Revelli («Non era un guerra civile, perché i fascisti per noi erano stranieri come e più dei tedeschi») che però finisce col rafforzare la fondamentale dottrina di Pavone sul supplemento d’odio. Ma «guerra civile» è ormai un’espressione sdoganata, accettata da tutti e, oggi lo si è capito, così decisiva per valutare la storia del Pci oltre l’oleografia.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Claudio Pavone Lo storico che riscoprì la moralità della Liberazione
Laico, rigoroso, “azionista postumo” è morto il giorno prima dei 96 anni
GUIDO CRAINZ Rep 30 11 2016
Guida generale degli Archivi di Stato italiani, alla cui ideazione e realizzazione diede un contributo decisivo. Mi sono chiesto a lungo, ha scritto, se e come la moralità, le idee e la cultura riescano a lasciare il loro segno nelle istituzioni: la mia «vena di moralismo vagamente anarchico», ha aggiunto, mi spingeva a dubitarne ma proprio il mio lavoro di storico e di archivista mi ha talora convinto che questa possibilità esiste. Vi è qui una chiave per comprendere molti suoi tratti: l’intreccio profondo fra impegno intellettuale e passione civile, ad esempio, o una attenzione alle fonti – non solo a quelle archivistiche – che è rigorosissima ma non ha nulla di erudito. Pavone le viveva, al contrario, come strumento essenziale per indagare anche gli aspetti più insondabili dell’individuo e delle vicende collettive. E poteva farlo proprio perché muoveva da una grandissima apertura e ricchezza culturale: è un vero scrigno la sua Prima lezione di storia contemporanea
(Laterza, 2007: e presso lo stesso editore ha pubblicato di recente
Aria di Russia, appunti di un viaggio del 1963).
La passione onnivora con cui guardava alle fonti è limpidamente testimoniata dal suo lavoro più importante, uno dei grandi libri del Novecento italiano:
Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza
(Bollati Boringhieri, 1991). Una tappa fondamentale nel suo percorso di ricerca, che si è allargato di continuo ai grandi nodi della storia contemporanea ma ha avuto costantemente al centro la stagione della Resistenza e il suo rapporto con la nascita della Repubblica. I suoi contributi più stimolanti su questo terreno sono venuti in coincidenza con tre fasi di rinnovamento culturale del Paese, o di rifondazione dopo il crollo delle certezze. Così fu nel post 1956, in un clima che Pavone visse anche nell’esperienza di
Passato e presente, la rivista animata da Antonio Giolitti e Luciano Cafagna, Alessandro Pizzorno e Alberto Caracciolo. In quelle pagine pubblicò nel 1959 Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti davanti alla tradizione del Risorgimento: una critica puntuale della lettura “ufficiale”, o dello stereotipo, della Resistenza come “Secondo Risorgimento” e al tempo stesso una rivisitazione penetrante di entrambe le fasi, e degli usi politici che ne erano stati fatti.
Ancora un suo denso saggio troviamo poi al centro del dibattito successivo al ‘68, un movimento cui aveva guardato con attenzione partecipe e con speranza (vide allora «riaprirsi il campo del possibile», come scrisse). Fra i temi che quei fermenti avevano messo all’ordine del giorno vi era anche il contrasto fra le speranze di trasformazione del 1943-45 e l’“Italia reale” che ne era poi nata, presto immersa nel clima teso della guerra fredda. Riflettendo su quel nodo in sintonia con Guido Quazza, Pavone mise a fuoco una questione essenziale: la “continuità dello Stato” nel passaggio dal fascismo alla Repubblica come corposo freno a un rinnovamento reale. Non una continuità assoluta, ma un tenace permanere di apparati, di uomini e di culture da cui sarebbero venuti condizionamenti pesanti. Nei suoi saggi su questi temi — raccolti poi in Alle origini della Repubblica (Bollati Boringhieri, 1995) — trovavano risposte e al tempo stesso ulteriori stimoli le ansie di comprensione della realtà italiana che il ‘68 aveva alimentato, e venivano superate sia le rimozioni che le semplificazioni ideologiche. Era solo la premessa di Una guerra civile, frutto di una riflessione che portò a fondo anche in reazione al più generale disorientamento e “perdita di memoria” degli anni Ottanta: comprendeva bene la necessità e l’urgenza di contrapporre a quel clima risposte di alto profilo.
È impossibile soffermarsi su quel grandissimo libro, capace di scandagliare i differenti modi di “essere italiani” che erano sedimentati in una vicenda lunga. Capace di cogliere nella crisi del 1943-45 non solo il delinearsi di diverse e opposte opzioni ideologiche e politiche ma anche «fratture, risentimenti, concezioni antagonistiche dell’uomo italiano e della nazione italiana di più ampio respiro». Capace di porre al centro una intensa riflessione sul rapporto fra scelte individuali e vicende collettive. E di far comprendere i diversi percorsi attraverso cui prese di nuovo corpo e significato nella Resistenza l’idea di patria. In quel crocevia Pavone vedeva il coesistere e l’intrecciarsi di “tre guerre”, mosse da differenti motivazioni ed aspirazioni: la guerra di liberazione nazionale contro l’occupazione nazista, certo, ma anche una “guerra di classe” intrisa di aspirazioni ad un radicale rivolgimento sociale, e al tempo stesso una guerra civile fra fascisti e antifascisti, epilogo dello scontro aperto nel 1921-22 dalle violenze squadristiche. Proprio quest’ultima chiave di lettura suscitò anche reazioni aspre: non solo e non tanto, forse, perché la categoria di “guerra civile” era stata usata strumentalmente dalla pubblicistica neofascista quanto perché in questo modo il libro poneva alle origini della Repubblica non un mito rassicurante ma un irto groviglio di questioni, e impediva al tempo stesso di rimuovere la corposa presenza del fascismo nella storia nazionale. Costringeva a riflettere, anche, sul nesso decisivo fra etica e politica: quel libro è davvero un «saggio storico sulla moralità della Resistenza » ma al tempo stesso, come osservava Nicola Gallerano, «una testimonianza dello spessore morale dello storico che lo ha scritto»
“Fu guerra civile” E destra e sinistra non lo perdonarono
Dimostrò per primo da antifascista che la Liberazione divise il Paese ma non accettò mai il revisionismo
SIMONETTA FIORI Rep 30 11 2016
Quando usciva dai dibattiti in cui veniva contestato, Claudio Pavone manteneva uno sguardo sereno, di chi sa di essere nel giusto. Non che fosse sospettabile di sicumera, al contrario: coltivava il dubbio e le sfumature, ma una volta scelta la strada la percorreva fino in fondo, soprattutto se si trattava di sconfinare oltre il mito, di sfidare il senso comune o le immagini “più rassicuranti” e “levigate” della nostra stessa radice democratica. Sfide che non ebbero carattere univoco, tanto da procurargli critiche da fronti opposti. Da parte della sinistra che fece fatica ad accettare il capolavoro con cui sdoganava la nozione di guerra civile. E dalle voci più pungenti della retorica anti-antifascista che, più o meno nella stessa stagione, non gli perdonarono l’impegno pubblico contro il “neorevisionismo” a uso e immagine dei nuovi governanti del centro-destra.
Nel 1991, in un passaggio storico di grandi rivolgimenti in Italia e nel mondo, uscì il suo libro più famoso, Una guerra civile. Il titolo fu fortemente voluto dall’editore Giulio Bollati, consapevole del suo tratto dirompente. Si trattava di un saggio spartiacque, frutto di un lungo lavoro di ricerca, destinato a modificare non solo il giudizio storiografico ma anche il senso comune intorno alla Resistenza e al biennio infuocato tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945. Secondo Pavone non si trattava solo di guerra di liberazione dai nazifascisti, e di guerra di classe (comunisti contro padroni), ma anche guerra civile tra italiani di segno opposto. Qualcuno nella sinistra intellettuale, e nelle file dei partigiani reduci, gridò allo scandalo. Guerra civile era una categoria impiegata fino a quel momento solo nei libri del neofascista Giorgio Pisanò: l’uso da parte di uno storico antifascista, peraltro ex partigiano, appariva una resa ai repubblichini che per tanti anni l’avevano sbandierata per legittimare la propria parte.
Fiorirono dibattiti, sulle pagine culturali e negli incontri pubblici. In dissenso intervennero le voci critiche di Giulio Einaudi, di Giorgio Bocca, di Nuto Revelli. Pur apprezzando la ricchezza della documentazione, mostravano perplessità per una formula che sembrava sminuente. «Non fu una guerra civile nel senso pieno del termine», obiettò Nuto Revelli, «perché i fascisti per noi erano degli stranieri, come e forse più dei tedeschi». Ma se i fascisti non erano considerati neppure italiani, fu la replica di Pavone, «questo suona come una conferma delle pagine in cui cerco di chiarire come sia tipico della guerra civile l’atto di privare l’avversario della nazionalità ». In difesa dello studioso si schierano Vittorio Foa e Norberto Bobbio, che avevano partecipato attivamente alla progettazione del lavoro. Pavone sapeva bene che «la memoria collettiva tende a seppellire tutto ciò che la angustia». E la guerra fratricida combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945 era un grande peso a rimuovere. Si faceva fatica ad accettare che anche la Repubblica Sociale fosse storia nostra, storia del nostro paese. E che gli odiati fascisti di Salò fossero italiani «e non fantasmi partoriti dall’inferno».
Le vivaci polemiche rischiarono di oscurare la grandezza dell’opera, racchiusa nel sottotitolo Saggio storico sulla moralità della Resistenza. Proprio «per non annullare la memoria della guerra di liberazione nella oleografia rifiutata dalle generazioni più giovani», Pavone spostò la sua lente storiografica sugli uomini e sulle donne della Resistenza, sulle loro “convinzioni morali”, sulle “strutture culturali”, sulle “pulsioni emotive”, sui “dubbi e le passioni” suscitate dalla crisi dell’8 settembre del 1943, quando le istituzioni italiane parvero dileguarsi. Il terreno scelto da Pavone era quello della “moralità”, ossia il terreno in cui si incontrano e si scontrano politica e morale. «Si trattava di calare in contingenze storiche alcuni grandi problemi morali. E reciprocamente volevo mostrare come le stesse contingenze storiche rinviassero a quei problemi», scrisse lo studioso nella premessa al volume. Il risultato fu uno straordinario affresco in cui per la prima volta prendeva la parola una moltitudine di giovani uomini travolti dalla Storia. Per loro, per chi aveva scritto «è ben triste vivere senza far sapere», lo studioso aveva lavorato alla sua opera principale.
Moralità è anche la cifra che più rispecchia la personalità intellettuale di Pavone, molto critico verso i disinvolti riscrittori della storia repubblicana che negli anni Novanta si misero al servizio dei nuovi governanti. Comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò non significava considerarli sullo stesso piano dei partigiani. E capire la complessità delle nostre origini repubblicane non significava svilire le fondamenta antifasciste. Intellettuale rigoroso, fu severo verso quegli opinion maker che usavano la storia come strumento di lotta politica contingente: hanno tutto il diritto di farlo, aggiungeva Pavone, ma nel momento in cui lo fanno non operano da storici. La critica non gli fu perdonata. Qualche anno dopo, in occasione della visita del presidente Ciampi a Cefalonia in ricordo dell’eccidio nazista, Ernesto Galli della Loggia puntò l’indice contro Una guerra civile, lamentando che in 800 pagine non una riga era dedicata alla strage. Un attacco insensato (lo studioso aveva parlato di Cefalonia in altre sedi), lontano dallo stile pacato mostrato da Pavone nella sua vita privata e pubblica.
Pur essendo al centro di diverse polemiche, Pavone cercava sempre di evitare rotture personali. Come se la sua moralità implicasse il rispetto dell’altro, anche nel dissenso.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Claudio Pavone 1920-2016, un maestro

Il volgare tentativo di piegarne le tesi a sostegno della riabilitazione di un passato che molti vorrebbero ancora presente, nel nome di una impossibile "pacificazione" - un tentativo che sfiora il ridicolo con Perfetti sul Giornale ma che affiora anche nel morboso sfrucugliamento sul Corriere, la Stampa e quella velina di questo Zeitgeist di merda che è Repubblica - illustra assai bene la cialtroneria cortigiana del mondo del giornalismo culturale italiano, che non ha nulla da invidiare a quello accademico [SGA].
Nato nel
1920, partigiano combattente, con un libro del 1991 inaugurò un nuovo
modo di considerare la Resistenza nella cultura di sinistra. Ma non
concesse nulla al fascismo
di ANTONIO CARIOTI Corriere
Il suo libro del 1991 fu fondamentale (pur con troppe omissioni) per riaprire il dibattito sulla Resistenza
Francesco Perfetti Giornale
- Mer, 30/11/2016
La battaglia dei cittadini alle radici della Repubblica
Storia del Novecento. Addio allo storico Claudio Pavone, scomparso all'età di 95 anni. Sua l'opera fondamentale intorno alla Resistenza «Una guerra civile»
Gianpasquale Santomassimo Manifesto 30.11.2016, 23:59
A 96 anni non compiuti per un sol giorno, si è spento Claudio Pavone, dopo una lunga vita spesa bene con eleganza e discernimento.
Aveva l’età per aver partecipato alla Resistenza, dapprima nel Psiup, poi nel Partito Italiano del Lavoro (che nei suoi ricordi definiva «un gruppetto un po’ estremista»). Se in tarda età si definiva «azionista postumo» confessava di non aver aderito a quel partito, avendone conosciuto solo la componente moderata ed elitaria. La rievocazione di quegli eventi alternava ironia e serietà, ricordando l’episodio che lo aveva portato, allo scadere del coprifuoco nella Roma occupata, a disfarsi dei volantini gettandoli in una grossa auto nera parcheggiata, che apparteneva però al capo dell’Ovra, Guido Leto, gesto che provocò il suo arresto e la detenzione prima a Regina Coeli e poi dal dicembre del ’43 nel carcere di Castelfranco dell’Emilia.
Liberato nell’estate del ’44, riprese l’attività clandestina a Milano, dove visse gli eventi della fine del fascismo. Questi ricordi sono nel libro La mia Resistenza. Memorie di una giovinezza, edito da Donzelli nel 2015, dove è contenuta anche una vivida descrizione di Piazzale Loreto e di un popolo «non all’altezza della tragicità» di quell’epilogo. Fu per gran parte della sua vita archivista, divenendo nel tempo maestro per generazioni, promuovendo l’apertura dei confini della professione spesso angusti e autoreferenziali, e continuando anche in seguito a interessarsi dei problemi connessi tanto all’organizzazione degli Archivi quanto alla legislazione più moderna e delicata in materia (il tema della privacy, ad esempio). Claudio Pavone
I SUOI INTERESSI di storico furono a lungo dedicati al tema, assai poco frequentato, del modello di impianto amministrativo che dal Piemonte volgeva all’Italia post-unitaria (Amministrazione centrale e amministrazione periferica. Da Rattazzi a Ricasoli (1859-1866), del 1964). E con prime approssimazioni ai temi di storia e cultura della Resistenza che in età già molto avanzata lo avrebbero visto protagonista assoluto.
Il primo intervento, che fece molto discutere, fu quello del 1959 sulla rivista vicina ad Antonio Giolitti «Passato e presente», attorno a Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento, che ricostruiva il tema complicato del rapporto con la tradizione risorgimentale, a volte non pacifica e anzi conflittuale per molte tradizioni e segnatamente per quella comunista, passata nel corso degli anni Trenta dalla denigrazione di quel passato alla rivendicazione dei simboli risorgimentali. Come molte polemiche si addensavano attorno a un altro dei temi portanti della sua ricerca, quello sulla «continuità dello Stato», negli anni Settanta divenuto tema di discussioni accese e di suggestioni interpretative contrapposte rispetto alle origini dell’Italia repubblicana e al suo rapporto con il passato.
RISPETTO A SEMPLIFICAZIONI troppo brutali che all’epoca erano correnti, la sua ricerca, contenuta in un ampio saggio del 1974 e in interventi successivi (raccolti tutti nel volume Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri 1991) documentava l’innegabile continuità operante, pur non disconoscendo «i molti cambiamenti intervenuti», senza per questo «rifluire nella storiografia dei delusi», e tenendo nel dovuto conto ruolo degli Alleati, persistenze di apparati e termini complessi dell’epurazione tentata e solo parzialmente attuata.
Solo in età avanzata entrò nell’università, insegnando alla Statale di Pisa dal 1975 e uscendone come docente associato nel 1991 (il che dice molto sull’università italiana), proprio alla vigilia della sua fama improvvisa presso il grande pubblico e della sua consacrazione come protagonista riconosciuto di un filone importante e controverso della storiografia italiana.
Aveva cominciato a suscitare discussioni, molto vive e talvolta aspre nell’ambiente resistenziale, tornando a proporre il tema della «guerra civile» in alcuni convegni a partire dal 1985. E proprio Una guerra civile era il titolo della grande opera pubblicata nel 1991, ma con un sottotitolo che andò quasi dimenticato: Saggio storico sulla moralità della Resistenza.
Ci fu, e probabilmente a maggior ragione vi è tuttora – nell’inevitabile semplificazione che lo scorrere del tempo comporta – un fraintendimento sul senso di quel titolo. Certamente il termine col passare degli anni era caduto in disuso, sebbene la definizione di guerra civile fosse stata presente a lungo nel linguaggio ufficiale, talvolta sostituita con l’espressione «guerra fratricida» dalla connotazione molto più deprecativa.
MA PAVONE SPIEGAVA chiaramente, nelle prime pagine del libro, il senso che intendeva dare all’espressione prescelta: guerra civile perché guerra combattuta dal cittadino, dal civis, l’unica guerra degna di essere combattuta, perché investiva integralmente l’esistenza di chi vi prendeva parte.
Si trattava di una laboriosa, ricca e sapiente ricostruzione di cultura e politica, di universi morali e mentali delle molte componenti che confluivano in quel fenomeno, dall’una e dall’altra parte.
La vera grande novità interpretativa era la teorizzazione delle «tre guerre» che si combatterono in Italia tra il ’43 e il ’45 (e dalle radici che talvolta affondavano in un passato che non andava rimosso): guerra civile, patriottica, di classe. Guerre che non si svolgevano autonomamente e in parallelo ma si intersecavano e si sovrapponevano in maniera inestricabile nella stessa coscienza dei protagonisti.
SI È TRATTATO DI UN PUNTO fermo nella riflessione storica, da cui non sarà possibile tornare indietro e che non può essere banalizzato dalla disinvoltura di chi privilegia un solo elemento unilaterale ignorando la complessità e la tragicità del fenomeno. «In certi momenti mi dico, autoironicamente, di essere riuscito a non morire fascista né democristiano. Spero di non crollare sotto il peso di questo ventennio tanto surreale quanto doloroso», affermava in una intervista a Repubblica del 27 ottobre 2013. Gli ultimi anni lo avevano visto, fino a quando non era stato soverchiato dal peso della vecchiaia, lucido e attivo nell’impegno civile e culturale.
Chi ha memoria delle sue conversazioni lo ricorderà a lungo come uomo ricco di curiosità e di umanità, dal tratto signorile e dalla mitezza non priva di una fermezza di fondo e di una coerenza interiore che non lo aveva mai abbandonato.
Claudio Pavone Tre conflitti in una Resistenza
È morto lo storico che liberò dalla retorica la narrazione della lotta antifascista
Aldo Agosti Busiarda 30 11 2016
Se si pensa al grande vuoto che lascia la sua scomparsa e alla ricchezza e alla varietà degli scritti saggistici e autobiografici che ha pubblicato in questi ultimi anni, si fa fatica a ricordare che Claudio Pavone si è imposto all’attenzione dei grandi media e dei lettori non specialisti ed è diventato una voce di riferimento nel discorso pubblico solo a settant’anni compiuti. Fu nel 1991, quando apparve il suo libro Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza
Eppure la sua biografia non era di quelle ordinarie. Impegnato nella Resistenza clandestina subito dopo l’8 settembre, passò quasi un anno in prigione. Dopo la guerra abbandonò la politica attiva ma non l’impegno intellettuale militante: uomo senza partito ma sempre e coerentemente di sinistra, scrisse assiduamente sulla galassia delle riviste che negli Anni 50 davano voce all’anima inquieta del socialismo italiano. Quando nel 1975 lasciò il ruolo di dirigente dell’Archivio di Stato per l’insegnamento universitario, la sua autorità era già da tempo indiscussa nella comunità degli storici, grazie a un invidiabile curriculum di studioso.
Il postfascismo
I suoi interessi si erano concentrati in due campi: la storia delle istituzioni e dell’amministrazione italiana dopo l’Unità e il tema cruciale della continuità degli apparati dello Stato dal fascismo al postfascismo. Un tema, quest’ultimo, che aveva affrontato, come egli stesso avrebbe riconosciuto, «nel clima della nuova sinistra post-sessantottesca», sentendosi partecipe di un movimento che gli sembrava riaprisse un discorso rimasto sospeso nel 1945 e appena riabbozzato alla fine degli Anni Cinquanta. Su quella continuità Pavone aveva insistito molto, tanto da ammettere anni dopo che nella sua interpretazione era presente «una radicalità non priva di cadute in uno schematismo di tipo classista» e un eccesso di polemica contro quello che si era spinto a chiamare il «bigottismo costituzionale». Ma in realtà quegli scritti toccavano un nervo scoperto nel dibattito culturale e politico, quello della legittimazione che la Repubblica italiana attingeva dalla Resistenza. Una legittimazione che il libro del 1991 tornava sì a ribadire, ma attraverso un percorso ben più complesso e articolato di quello consegnato all’ufficialità delle celebrazioni.
Morale e violenza
Frutto di anni di riflessioni e di ricerche, Una guerra civile toccava – basandosi su un’amplissima gamma di fonti – diversi temi di grande rilievo: dal valore fondante della scelta compiuta l’8 settembre al problema della violenza, al rapporto tra politica e morale. Era una rilettura della storia degli anni 1943-1945 ferma nel sottolineare l’importanza decisiva della lotta di liberazione per la riconquista della dignità nazionale e per una vera rinascita di quella patria di cui era di moda allora, nell’incipiente clima del «revisionismo», far risalire la morte all’8 settembre 1943. Ma era altrettanto attenta a far risaltare differenze e chiaroscuri. Da un lato distingueva fra una «Resistenza in senso forte», la guerra partigiana combattuta soprattutto al Nord da una cospicua minoranza, e una «Resistenza in senso ampio e traslato», che era man mano diventata – anche per chi non vi aveva partecipato o aveva cercato di circoscriverne o manometterne la memoria – l’elemento legittimante del sistema politico repubblicano.
Guerra di indipendenza
Dall’altro interpretava la Resistenza a un tempo come guerra patriottica, combattuta per liberare il paese dall’occupazione tedesca e sentita in sostanza come nuova «guerra d’indipendenza», guerra civile, tra combattenti partigiani ed i fascisti della Repubblica di Salò, e guerra di classe, combattuta, soprattutto dai comunisti al Nord nel nome di una radicale trasformazione sociale.
Queste tre concezioni si intrecciavano spesso anche negli stessi protagonisti individuali o collettivi. Ma il titolo che diede al volume, e che contribuì al suo forte impatto nel dibattito politico e storiografico, finì per portare in primo piano la guerra civile, sdoganando un’interpretazione che era stata fino ad allora monopolio della pubblicistica di destra, anche se era stato ben presente, nel vivo della lotta, sia nella pubblicistica comunista del Nord, sia soprattutto in quella azionista. Franco Venturi aveva parlato addirittura della guerra civile come della sola guerra che per il suo valore etico meritasse di essere combattuta.
Uno standard accettato
Pavone, che avrebbe sempre sottolineato l’importanza anche della seconda parte del titolo del suo libro, ridiede piena dignità al termine proprio nella prospettiva di accentuare la portata morale della scelta antifascista, di sottolinearne l’importanza per il futuro dell’Italia. Ancora nel 1991, quel termine non piacque a tutti, nemmeno all’interno della tradizione azionista: non a Nuto Revelli, per esempio, che pure elogiò il libro come «un lavoro straordinario che ci ha liberati da tutta la retorica che si era depositata sulla resistenza». Con il tempo però il libro di Pavone appare sempre più uno spartiacque storiografico nello studio del biennio 1943-1945 e la sua tesi di fondo – quella della Resistenza come intreccio di tre guerre – non solo non è più seriamente contestata ma è diventata termine di riferimento anche per la comparazione con il movimento di liberazione in altri paesi. Sentiremo la mancanza dei suoi limpidi, mai interrotti ragionamenti sui rapporti tra la moralità, le idee e la cultura da un lato, le istituzioni dall’altro.
Quando il Pci censurava l’idea di guerra civile
Mattia Feltri Busiarda 30 11 2016
Il primo a inalberarsi fu Giancarlo Pajetta: «No, non si è trattato di una guerra civile, ma di una guerra di popolo, di una guerra meritoria, di una guerra per l’indipendenza». Claudio Pavone, durante un convegno a Brescia, aveva appena espresso la sua teoria sulla triplice guerra combattuta durante la Resistenza: una patriottica contro i tedeschi, una di classe fra rivoluzionari e borghesi, e appunto una civile: italiani contro italiani.
Era il 1985, mancavano ancora sei anni all’uscita della sua opera più celebre («Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza». E per la prima volta in trent’anni uno storico di sinistra e per di più ex partigiano - sebbene estraneo al Pci - aveva osato pronunciare quell’espressione, «guerra civile», abolita su desiderio del più importante leader del comunismo italiano, Palmiro Togliatti, nel tentativo di togliere dignità di contendente agli avversari, cioè i fascisti, e di costruire una reputazione al Pci. Obiettivo raggiunto: a parlare di guerra civile erano rimasti Giorgio Pisanò nei suoi racconti dalla ridotta di Valtellina e i suoi colleghi di reducismo.
Eppure subito dopo il ’45 la definizione era diffusa e per niente sacrilega, usata da Ferruccio Parri, Leo Valiani e persino da Paolo Spriano, storico di spessore molto gradito alle Botteghe Oscure. Poi basta. Ecco perché Pajetta, comunista di granito, quel pomeriggio a Brescia si alza e si scandalizza: intravede il tentativo di mettere sullo stesso piano fascisti e antifascisti, e fa niente se negli anni Pavone spiegherà e rispiegherà che non ci pensava nemmeno, la definizione di «guerra civile» era pura filologia, e secondo lui gli antifascisti avevano ragione e i fascisti torto.
Trascorrono tre anni, e nell’88 Pavone ci riprova in un convegno a Belluno. Lì si scatena l’Unità con Emilio Sarzi Amadè, giornalista e partigiano, che liquida la faccenda con disprezzo: «Torbida suggestione». E subito dopo rincara Filippo Frassati, storico non di primissima fila ma molto fedele al partito, che svilisce quella di Pavone a «pseudo teoria». E quando esce il libro, è il ’91, non va tanto meglio. Anche perché l’anno prima, a Muro di Berlino tirato giù, era stato dedicato alla disputa sul Triangolo della morte in Emilia che aveva ringalluzzito non soltanto l’area del Movimento sociale ma anche politici e studiosi più moderati, esausti della retorica resistenziale.
L’approfondimento di Pavone regge all’urto perché come sempre è molto serio e perché è appoggiato da totem come Vittorio Foa e come Norberto Bobbio, che ha incoraggiato Pavone nel suo lavoro. Insorge l’Anpi, insorge Giorgio Bocca, garbatamente pure Nuto Revelli («Non era un guerra civile, perché i fascisti per noi erano stranieri come e più dei tedeschi») che però finisce col rafforzare la fondamentale dottrina di Pavone sul supplemento d’odio. Ma «guerra civile» è ormai un’espressione sdoganata, accettata da tutti e, oggi lo si è capito, così decisiva per valutare la storia del Pci oltre l’oleografia.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Claudio Pavone Lo storico che riscoprì la moralità della Liberazione
Laico, rigoroso, “azionista postumo” è morto il giorno prima dei 96 anni
GUIDO CRAINZ Rep 30 11 2016
Guida generale degli Archivi di Stato italiani, alla cui ideazione e realizzazione diede un contributo decisivo. Mi sono chiesto a lungo, ha scritto, se e come la moralità, le idee e la cultura riescano a lasciare il loro segno nelle istituzioni: la mia «vena di moralismo vagamente anarchico», ha aggiunto, mi spingeva a dubitarne ma proprio il mio lavoro di storico e di archivista mi ha talora convinto che questa possibilità esiste. Vi è qui una chiave per comprendere molti suoi tratti: l’intreccio profondo fra impegno intellettuale e passione civile, ad esempio, o una attenzione alle fonti – non solo a quelle archivistiche – che è rigorosissima ma non ha nulla di erudito. Pavone le viveva, al contrario, come strumento essenziale per indagare anche gli aspetti più insondabili dell’individuo e delle vicende collettive. E poteva farlo proprio perché muoveva da una grandissima apertura e ricchezza culturale: è un vero scrigno la sua Prima lezione di storia contemporanea
(Laterza, 2007: e presso lo stesso editore ha pubblicato di recente
Aria di Russia, appunti di un viaggio del 1963).
La passione onnivora con cui guardava alle fonti è limpidamente testimoniata dal suo lavoro più importante, uno dei grandi libri del Novecento italiano:
Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza
(Bollati Boringhieri, 1991). Una tappa fondamentale nel suo percorso di ricerca, che si è allargato di continuo ai grandi nodi della storia contemporanea ma ha avuto costantemente al centro la stagione della Resistenza e il suo rapporto con la nascita della Repubblica. I suoi contributi più stimolanti su questo terreno sono venuti in coincidenza con tre fasi di rinnovamento culturale del Paese, o di rifondazione dopo il crollo delle certezze. Così fu nel post 1956, in un clima che Pavone visse anche nell’esperienza di
Passato e presente, la rivista animata da Antonio Giolitti e Luciano Cafagna, Alessandro Pizzorno e Alberto Caracciolo. In quelle pagine pubblicò nel 1959 Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti davanti alla tradizione del Risorgimento: una critica puntuale della lettura “ufficiale”, o dello stereotipo, della Resistenza come “Secondo Risorgimento” e al tempo stesso una rivisitazione penetrante di entrambe le fasi, e degli usi politici che ne erano stati fatti.
Ancora un suo denso saggio troviamo poi al centro del dibattito successivo al ‘68, un movimento cui aveva guardato con attenzione partecipe e con speranza (vide allora «riaprirsi il campo del possibile», come scrisse). Fra i temi che quei fermenti avevano messo all’ordine del giorno vi era anche il contrasto fra le speranze di trasformazione del 1943-45 e l’“Italia reale” che ne era poi nata, presto immersa nel clima teso della guerra fredda. Riflettendo su quel nodo in sintonia con Guido Quazza, Pavone mise a fuoco una questione essenziale: la “continuità dello Stato” nel passaggio dal fascismo alla Repubblica come corposo freno a un rinnovamento reale. Non una continuità assoluta, ma un tenace permanere di apparati, di uomini e di culture da cui sarebbero venuti condizionamenti pesanti. Nei suoi saggi su questi temi — raccolti poi in Alle origini della Repubblica (Bollati Boringhieri, 1995) — trovavano risposte e al tempo stesso ulteriori stimoli le ansie di comprensione della realtà italiana che il ‘68 aveva alimentato, e venivano superate sia le rimozioni che le semplificazioni ideologiche. Era solo la premessa di Una guerra civile, frutto di una riflessione che portò a fondo anche in reazione al più generale disorientamento e “perdita di memoria” degli anni Ottanta: comprendeva bene la necessità e l’urgenza di contrapporre a quel clima risposte di alto profilo.
È impossibile soffermarsi su quel grandissimo libro, capace di scandagliare i differenti modi di “essere italiani” che erano sedimentati in una vicenda lunga. Capace di cogliere nella crisi del 1943-45 non solo il delinearsi di diverse e opposte opzioni ideologiche e politiche ma anche «fratture, risentimenti, concezioni antagonistiche dell’uomo italiano e della nazione italiana di più ampio respiro». Capace di porre al centro una intensa riflessione sul rapporto fra scelte individuali e vicende collettive. E di far comprendere i diversi percorsi attraverso cui prese di nuovo corpo e significato nella Resistenza l’idea di patria. In quel crocevia Pavone vedeva il coesistere e l’intrecciarsi di “tre guerre”, mosse da differenti motivazioni ed aspirazioni: la guerra di liberazione nazionale contro l’occupazione nazista, certo, ma anche una “guerra di classe” intrisa di aspirazioni ad un radicale rivolgimento sociale, e al tempo stesso una guerra civile fra fascisti e antifascisti, epilogo dello scontro aperto nel 1921-22 dalle violenze squadristiche. Proprio quest’ultima chiave di lettura suscitò anche reazioni aspre: non solo e non tanto, forse, perché la categoria di “guerra civile” era stata usata strumentalmente dalla pubblicistica neofascista quanto perché in questo modo il libro poneva alle origini della Repubblica non un mito rassicurante ma un irto groviglio di questioni, e impediva al tempo stesso di rimuovere la corposa presenza del fascismo nella storia nazionale. Costringeva a riflettere, anche, sul nesso decisivo fra etica e politica: quel libro è davvero un «saggio storico sulla moralità della Resistenza » ma al tempo stesso, come osservava Nicola Gallerano, «una testimonianza dello spessore morale dello storico che lo ha scritto»
“Fu guerra civile” E destra e sinistra non lo perdonarono
Dimostrò per primo da antifascista che la Liberazione divise il Paese ma non accettò mai il revisionismo
SIMONETTA FIORI Rep 30 11 2016
Quando usciva dai dibattiti in cui veniva contestato, Claudio Pavone manteneva uno sguardo sereno, di chi sa di essere nel giusto. Non che fosse sospettabile di sicumera, al contrario: coltivava il dubbio e le sfumature, ma una volta scelta la strada la percorreva fino in fondo, soprattutto se si trattava di sconfinare oltre il mito, di sfidare il senso comune o le immagini “più rassicuranti” e “levigate” della nostra stessa radice democratica. Sfide che non ebbero carattere univoco, tanto da procurargli critiche da fronti opposti. Da parte della sinistra che fece fatica ad accettare il capolavoro con cui sdoganava la nozione di guerra civile. E dalle voci più pungenti della retorica anti-antifascista che, più o meno nella stessa stagione, non gli perdonarono l’impegno pubblico contro il “neorevisionismo” a uso e immagine dei nuovi governanti del centro-destra.
Nel 1991, in un passaggio storico di grandi rivolgimenti in Italia e nel mondo, uscì il suo libro più famoso, Una guerra civile. Il titolo fu fortemente voluto dall’editore Giulio Bollati, consapevole del suo tratto dirompente. Si trattava di un saggio spartiacque, frutto di un lungo lavoro di ricerca, destinato a modificare non solo il giudizio storiografico ma anche il senso comune intorno alla Resistenza e al biennio infuocato tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945. Secondo Pavone non si trattava solo di guerra di liberazione dai nazifascisti, e di guerra di classe (comunisti contro padroni), ma anche guerra civile tra italiani di segno opposto. Qualcuno nella sinistra intellettuale, e nelle file dei partigiani reduci, gridò allo scandalo. Guerra civile era una categoria impiegata fino a quel momento solo nei libri del neofascista Giorgio Pisanò: l’uso da parte di uno storico antifascista, peraltro ex partigiano, appariva una resa ai repubblichini che per tanti anni l’avevano sbandierata per legittimare la propria parte.
Fiorirono dibattiti, sulle pagine culturali e negli incontri pubblici. In dissenso intervennero le voci critiche di Giulio Einaudi, di Giorgio Bocca, di Nuto Revelli. Pur apprezzando la ricchezza della documentazione, mostravano perplessità per una formula che sembrava sminuente. «Non fu una guerra civile nel senso pieno del termine», obiettò Nuto Revelli, «perché i fascisti per noi erano degli stranieri, come e forse più dei tedeschi». Ma se i fascisti non erano considerati neppure italiani, fu la replica di Pavone, «questo suona come una conferma delle pagine in cui cerco di chiarire come sia tipico della guerra civile l’atto di privare l’avversario della nazionalità ». In difesa dello studioso si schierano Vittorio Foa e Norberto Bobbio, che avevano partecipato attivamente alla progettazione del lavoro. Pavone sapeva bene che «la memoria collettiva tende a seppellire tutto ciò che la angustia». E la guerra fratricida combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945 era un grande peso a rimuovere. Si faceva fatica ad accettare che anche la Repubblica Sociale fosse storia nostra, storia del nostro paese. E che gli odiati fascisti di Salò fossero italiani «e non fantasmi partoriti dall’inferno».
Le vivaci polemiche rischiarono di oscurare la grandezza dell’opera, racchiusa nel sottotitolo Saggio storico sulla moralità della Resistenza. Proprio «per non annullare la memoria della guerra di liberazione nella oleografia rifiutata dalle generazioni più giovani», Pavone spostò la sua lente storiografica sugli uomini e sulle donne della Resistenza, sulle loro “convinzioni morali”, sulle “strutture culturali”, sulle “pulsioni emotive”, sui “dubbi e le passioni” suscitate dalla crisi dell’8 settembre del 1943, quando le istituzioni italiane parvero dileguarsi. Il terreno scelto da Pavone era quello della “moralità”, ossia il terreno in cui si incontrano e si scontrano politica e morale. «Si trattava di calare in contingenze storiche alcuni grandi problemi morali. E reciprocamente volevo mostrare come le stesse contingenze storiche rinviassero a quei problemi», scrisse lo studioso nella premessa al volume. Il risultato fu uno straordinario affresco in cui per la prima volta prendeva la parola una moltitudine di giovani uomini travolti dalla Storia. Per loro, per chi aveva scritto «è ben triste vivere senza far sapere», lo studioso aveva lavorato alla sua opera principale.
Moralità è anche la cifra che più rispecchia la personalità intellettuale di Pavone, molto critico verso i disinvolti riscrittori della storia repubblicana che negli anni Novanta si misero al servizio dei nuovi governanti. Comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò non significava considerarli sullo stesso piano dei partigiani. E capire la complessità delle nostre origini repubblicane non significava svilire le fondamenta antifasciste. Intellettuale rigoroso, fu severo verso quegli opinion maker che usavano la storia come strumento di lotta politica contingente: hanno tutto il diritto di farlo, aggiungeva Pavone, ma nel momento in cui lo fanno non operano da storici. La critica non gli fu perdonata. Qualche anno dopo, in occasione della visita del presidente Ciampi a Cefalonia in ricordo dell’eccidio nazista, Ernesto Galli della Loggia puntò l’indice contro Una guerra civile, lamentando che in 800 pagine non una riga era dedicata alla strage. Un attacco insensato (lo studioso aveva parlato di Cefalonia in altre sedi), lontano dallo stile pacato mostrato da Pavone nella sua vita privata e pubblica.
Pur essendo al centro di diverse polemiche, Pavone cercava sempre di evitare rotture personali. Come se la sua moralità implicasse il rispetto dell’altro, anche nel dissenso.
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Le "Lezioni sulla sintesi passiva" di Edmund Husserl
Risvolto
Tra il 1920 e il 1926 Husserl dedicò tre corsi universitari all'analisi
dello strutturarsi passivo dell'esperienza, dunque a quelle sintesi che
si costituiscono prima del volgersi attivo dell'io e prima della
spontaneità. Le forme che ritroviamo nel pensiero e nel giudizio possono
infatti essere rinvenute già sul terreno dell'esperienza
antepredicativa. Pertanto, le categorie non vanno dedotte, ma
legittimate mostrando i processi che, dal terreno dell'esperienza,
conducono agli enunciati logico-predicativi. Su questa base può
svilupparsi il tema della giustificazione della realtà del mondo
esterno, che risulta credibile sin quanto la credenza è sostenuta da
determinati decorsi di esperienza. Husserl ridefinisce qui anche il
senso complessivo della sua impostazione filosofica. A partire dalla
nozione di passività, di associazione e di affezione egli riformula il
senso trascendentale della fenomenologia. Gli atti del soggetto non sono
più atti che conferiscono un senso, ma una risposta al darsi
dell'essere. Su questa base Husserl può sviluppare una complessiva
teoria della coscienza, sviluppando prima una teoria della percezione e
successivamente una teoria del ricordo e dell'inconscio, e dare così
ragione dell'autocostituzione del soggetto, della sua vita stratificata e
complessa ma non caotica, poiché governata da regole mancando le quali
la vita soggettiva si dissolverebbe e niente più apparirebbe.
Referendum: quelli troppo intelligenti per votare, quelli che spaccano il capello in quattro, quelli che non comprendono il conflitto cruciale

Mentre questi ultimi sono chiaramente degli idioti politici, in questa fastidiosa contesa referendaria, il premio pane e volpe è
vinto da chi, mettendo sullo stesso piano aggressore e aggredito, invita
all'astensione con la puzza sotto il naso tipica dello snob che non si
mescola con il volgo ignorante o con la coda di paglia del paraculo che
non vuole inimicarsi nessuno.
L'abiezione politica di queste
posizioni cresce al crescere della pretenziosità delle argomentazioni
con cui si cerca di imbellettare una spericolata arrampicata sugli
specchi ovvero il vuoto [SGA].
La riforma
ha aperto una nuova era di impegno diretto degli intellettuali Così si
sono divisi scienziati e artisti, e c’è chi chiede di restare super
partes
Corriere
Tutti contro il Cnel, la croce rossa del referendum. Un po’ di storia
Manfredi Alberti Manifesto 30.11.2016, 23:59
Riforme. L’antenato
nel 1902 con Zanardelli, il fascismo lo cancellò. Per i costituenti
dava voce a operai e imprenditori. Ora Renzi vuole buttare il bambino
con l’acqua sporca
Tra i cambiamenti previsti dalla riforma costituzionale ce n’è
uno su cui sembra esserci un consenso trasversale, anche fra i
sostenitori del No al referendum. Si tratta dell’abolizione del
Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), un organo di
rilievo costituzionale previsto dalla Carta del 1948 e istituito con
legge ordinaria nel 1957. Sin dal suo insediamento il Cnel fu chiamato a
svolgere attività di consulenza del governo e del parlamento in tema,
dando voce al suo interno non soltanto ad esperti in materia economica e
sociale, ma anche (e soprattutto) ai rappresentanti delle categorie
produttive, nelle loro componenti imprenditoriali e operaie.
Quali sono le ragioni che hanno spinto il governo Renzi ad abolire il Cnel? Le motivazioni dichiarate sono essenzialmente due: i costi eccessivi dell’ente (20 milioni di euro annui) e la sua scarsa produttività (evidenziata dai soli 14 disegni di legge proposti dall’ente nei molti decenni della sua attività). Il primo argomento non meriterebbe neanche di essere esaminato, se non vivessimo in un tempo di retorica populista e antipolitica, in cui il tema dei «costi della politica» ha sostituito quello – un tempo centrale – della redistribuzione della ricchezza.
20 milioni annui (ovvero circa 40 centesimi per elettore) non sono certo un onere significativo per la pur fragile economia italiana. Il tema della produttività e dell’efficienza dell’ente ha invece indubbio rilievo, anche se va ricordato che tra le attività del Cnel non vi è stata solo la formulazione di disegni di legge, ma anche la funzione consultiva e quella di studio. I rimedi per migliorare l’efficienza del Cnel avrebbero potuto essere tanti, ma si è scelto invece di sopprimere l’ente, buttando via il bambino insieme all’acqua sporca.
C’è però dell’altro. A ben vedere, vi sono alcune ragioni più profonde (e mai esplicitate) che spiegano la scelta del governo di abolire il Cnel. È verosimile che così facendo i promotori della riforma si siano voluti sbarazzare di un fastidioso residuo del Novecento, il «secolo del lavoro» come lo ha definito Aris Accornero. Il Cnel, infatti, venne pensato dai padri costituenti all’interno di una repubblica fondata sul lavoro, ovvero una democrazia che conferisse effettivi poteri decisionali alla classe lavoratrice organizzata, dando massima rappresentanza agli individui non soltanto in quanto astratti cittadini, ma anche come produttori, in vista dell’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale.
Come modello di riferimento i costituenti avevano innanzi tutto il Consiglio economico del Reich (un organo previsto dalla Costituzione di Weimar del 1919), da cui il Cnel riprese l’idea della rappresentanza dei lavoratori e degli imprenditori all’interno della dimensione statuale, in un’ottica di corporativismo democratico. Ma il vero antenato del Cnel, nel nostro paese, era stato il Consiglio superiore del lavoro, nato nel 1902 durante il governo Zanardelli e soppresso dal fascismo nel 1923. La legge istitutiva del Consiglio superiore del lavoro (oltre che dell’Ufficio del lavoro, organo di indagine statistica) era espressione di una svolta a sinistra nel quadro politico di allora.
La nascita del nuovo organo segnò l’affermazione, all’interno della classe dirigente liberale, della consapevolezza che lo Stato dovesse farsi carico della tutela della classe lavoratrice, basandosi sugli elementi di conoscenza forniti dall’indagine statistica e tenendo conto al contempo del punto di vista delle parti sociali. Il Consiglio superiore del lavoro, come successivamente il Cnel, era infatti un organo consultivo in cui era garantita la rappresentanza delle organizzazioni operaie e del mondo imprenditoriale. Tale istituzione si configurava così come un «parlamentino del lavoro», secondo l’espressione usata dal socialista Filippo Turati. Il Consiglio superiore del lavoro era chiamato a esprimersi su tutti i problemi legati alle condizioni dei lavoratori e ai rapporti fra questi ultimi e i datori di lavoro, potendosi avvalere dell’apporto conoscitivo fornito dall’Ufficio del lavoro.
Se il Cnel, nonostante i suoi innegabili limiti, è stato figlio del riformismo del Novecento (in una fase storica in cui il concetto di riforma aveva un significato di segno progressivo, oggi del tutto smarrito se non rovesciato), non stupisce più di tanto che il governo in carica abbia deciso di sbarazzarsene, usando lo specchietto per le allodole della riduzione dei costi della politica.
È innegabile che i limiti della riforma costituzionale vadano ben al di là della questione del Cnel. Ma è bene ricordarsi che il 4 dicembre, votando No, abbiamo l’ultima possibilità di bloccare una riforma che, nell’abolire il Cnel, tradisce l’intento più generale di rinnegare il fondamento egualitario e lavoristico della nostra repubblica.
Quali sono le ragioni che hanno spinto il governo Renzi ad abolire il Cnel? Le motivazioni dichiarate sono essenzialmente due: i costi eccessivi dell’ente (20 milioni di euro annui) e la sua scarsa produttività (evidenziata dai soli 14 disegni di legge proposti dall’ente nei molti decenni della sua attività). Il primo argomento non meriterebbe neanche di essere esaminato, se non vivessimo in un tempo di retorica populista e antipolitica, in cui il tema dei «costi della politica» ha sostituito quello – un tempo centrale – della redistribuzione della ricchezza.
20 milioni annui (ovvero circa 40 centesimi per elettore) non sono certo un onere significativo per la pur fragile economia italiana. Il tema della produttività e dell’efficienza dell’ente ha invece indubbio rilievo, anche se va ricordato che tra le attività del Cnel non vi è stata solo la formulazione di disegni di legge, ma anche la funzione consultiva e quella di studio. I rimedi per migliorare l’efficienza del Cnel avrebbero potuto essere tanti, ma si è scelto invece di sopprimere l’ente, buttando via il bambino insieme all’acqua sporca.
C’è però dell’altro. A ben vedere, vi sono alcune ragioni più profonde (e mai esplicitate) che spiegano la scelta del governo di abolire il Cnel. È verosimile che così facendo i promotori della riforma si siano voluti sbarazzare di un fastidioso residuo del Novecento, il «secolo del lavoro» come lo ha definito Aris Accornero. Il Cnel, infatti, venne pensato dai padri costituenti all’interno di una repubblica fondata sul lavoro, ovvero una democrazia che conferisse effettivi poteri decisionali alla classe lavoratrice organizzata, dando massima rappresentanza agli individui non soltanto in quanto astratti cittadini, ma anche come produttori, in vista dell’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale.
Come modello di riferimento i costituenti avevano innanzi tutto il Consiglio economico del Reich (un organo previsto dalla Costituzione di Weimar del 1919), da cui il Cnel riprese l’idea della rappresentanza dei lavoratori e degli imprenditori all’interno della dimensione statuale, in un’ottica di corporativismo democratico. Ma il vero antenato del Cnel, nel nostro paese, era stato il Consiglio superiore del lavoro, nato nel 1902 durante il governo Zanardelli e soppresso dal fascismo nel 1923. La legge istitutiva del Consiglio superiore del lavoro (oltre che dell’Ufficio del lavoro, organo di indagine statistica) era espressione di una svolta a sinistra nel quadro politico di allora.
La nascita del nuovo organo segnò l’affermazione, all’interno della classe dirigente liberale, della consapevolezza che lo Stato dovesse farsi carico della tutela della classe lavoratrice, basandosi sugli elementi di conoscenza forniti dall’indagine statistica e tenendo conto al contempo del punto di vista delle parti sociali. Il Consiglio superiore del lavoro, come successivamente il Cnel, era infatti un organo consultivo in cui era garantita la rappresentanza delle organizzazioni operaie e del mondo imprenditoriale. Tale istituzione si configurava così come un «parlamentino del lavoro», secondo l’espressione usata dal socialista Filippo Turati. Il Consiglio superiore del lavoro era chiamato a esprimersi su tutti i problemi legati alle condizioni dei lavoratori e ai rapporti fra questi ultimi e i datori di lavoro, potendosi avvalere dell’apporto conoscitivo fornito dall’Ufficio del lavoro.
Se il Cnel, nonostante i suoi innegabili limiti, è stato figlio del riformismo del Novecento (in una fase storica in cui il concetto di riforma aveva un significato di segno progressivo, oggi del tutto smarrito se non rovesciato), non stupisce più di tanto che il governo in carica abbia deciso di sbarazzarsene, usando lo specchietto per le allodole della riduzione dei costi della politica.
È innegabile che i limiti della riforma costituzionale vadano ben al di là della questione del Cnel. Ma è bene ricordarsi che il 4 dicembre, votando No, abbiamo l’ultima possibilità di bloccare una riforma che, nell’abolire il Cnel, tradisce l’intento più generale di rinnegare il fondamento egualitario e lavoristico della nostra repubblica.
Le ragioni del No che mi spingono al Sì
Antonio Gibelli Manifesto 30.11.2016, 23:59
Ci sono molte buone ragioni per guardare senza entusiasmo alla riforma costituzionale sottoposta a referendum. Disgraziatamente le buone ragioni sono sostenute da una parte soltanto dello schieramento impegnato per il voto contrario, non certo quella che uscirà politicamente vincitrice da un eventuale successo numerico del no.
Penso agli intellettuali che già si erano distinti nella lotta contro le manomissioni della Costituzione realmente tentate da Silvio Berlusconi: figure di grande prestigio, a cui si devono stima e rispetto, come Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà e Salvatore Settis. Penso a tutti coloro che, come i vertici dell’Anpi, sono convinti di salvaguardare a questo modo il patrimonio inestimabile della carta costituzionale così com’è.
I vincitori effettivi saranno altri. Innanzitutto il Movimento 5 Stelle. Il vero motivo per cui i 5Stelle puntano alla vittoria del no non è certo quello nobile della difesa della Costituzione. Essi pensano non a torto che la sconfitta di Renzi avrebbe il principale risultato di dare nuovo alimento al discredito delle istituzioni e del ceto politico in quanto tale, avvantaggiandoli nella loro scalata al potere. L’ennesimo fallimento del tentativo di compiere una modifica dell’ordinamento da tempo all’orizzonte, il perdurare di uno stato di diffficoltà dei poteri costituiti a realizzare i propositi enunciati, la confusione e l’incertezza crescente, l’eventualità di nuovi equivoci patti e di governi senza volto: tutto ciò darebbe loro ulteriori chance.
Forse voleva dire questo Grillo, quando ha raccomandato ai suoi seguaci di votare con la pancia, per non dire con altro. La pancia dice che peggio vanno le cose, più si alza la temperatura del rifiuto indiscriminato, e più il movimento si allarga. Fin dal tempo di Tangentopoli, la richiesta di pulizia in politica ha sempre avuto esiti ambivalenti. Anziché interrompere la spirale perversa che dura in Italia da troppi decenni, è assai meglio per questo movimento, o almeno per i suoi capi palesi e occulti, che essa si protragga.
Il secondo vincitore sarà la destra, quella messa all’angolo e alla ricerca di un possibile rilancio, nei suoi disparati volti. Berlusconi naturalmente, le cui contorsioni da attore consumato, anzi decrepito, della vecchia politica non riescono a nascondere l’obiettivo vero: quello di riemergere dalle ceneri, in un modo o nell’altro, approfittando del caos. Lo ha detto in un’intervista uno che lo conosce bene, il senatore Marcello Pera. E’ vero che egli cerca come sempre di tenere i piedi in due scarpe, ma sa bene che solo un rimescolamento di tutto il quadro politico gli restituirebbe almeno in parte la scena.
Per non parlare di Salvini, Meloni e Toti, i campioni dei respingimenti dei profughi e dell’uscita dall’Euro, gli amici di Le Pen e di Putin. Non direi proprio che Salvini, discendente del secessionista Bossi, compagno di quel Calderoli che dette dell’orango a una senatrice della repubblica, possa passare per un indomito difensore dei valori costituzionali, delle istanze di uguaglianza, dei diritti civili e umani. Anche loro sanno benissimo che solo la babele delle lingue rinfocolata dal respingimento di una legge passata per due anni al vaglio del Parlamento, riaprirebbe i giochi permettendo a loro di rialzare la testa.
Esperti e indovini stanno almanaccando su cosa succederà all’indomani del 4 dicembre. Io non sono né un esperto né un indovino, ma sono certo di una cosa. Se non passerà la riforma, tutti costoro usciranno rinfrancati e più agguerriti. Non sarà un’apocalisse, molto più semplicemente crescerà la demagogia. Questo non renderà la democrazia più forte ma ancor più vulnerabile. Non farà uscire l’Italia dal piano inclinato del populismo che sembra pesare come una maledizione sulla sua storia recente.
Ma i populisti del No si rafforzano anche con il Sì
Michele Prospero Manifesto 30.11.2016, 23:59
Gli argomenti che usa Antonio Gibelli vanno ripresi con
attenzione perché ricorrono spesso negli incontri pubblici in vista del
referendum. Molti elettori di sinistra temono, in effetti, che il M5S o
le destre possano rivendicare la paternità del successo del no. E per
questo decidono di dare un sì, dichiaratamente poco convinto, alle
riforme. Avallare un incauto plebiscito sarebbe per loro cedere al male
minore, in una situazione di gran tempesta.
Questa apparente prova di buon senso nasconde però insidie molto
scivolose. In politica, suggeriva Machiavelli, è preferibile affrontare
un inconveniente per volta. Solo dopo aver risolto un nodo si può
pensare a scioglierne un altro. E non è detto che, proprio lasciando
passare il male minore (la manomissione della Carta), per scongiurare un
guaio più consistente (la rivendicazione di paternità delle
opposizioni), poi non si aiuti anche il trionfo del pericolo più temuto.
Cioè è assai probabile, nei conflitti politici, che i due mali si
assommino. Si può così determinare una vittoria del populismo avendo
rinunciato anche alla difesa della Costituzione come carta inviolabile,
per chi ha solo il 25 per cento dei suffragi.
Il problema è che il capolavoro politico del governo, con i suoi
“aberranti” argomenti a sostegno del sì, prepara una soluzione
plebiscitaria alla crisi. Se l’esitazione a dare un no è legato al
rischio percepito di una futura marcia trionfale del M5S, andrebbe
considerato però che il non-partito di Grillo potrebbe lucrare un grande
plusvalore politico (forse persino maggiore) anche in caso di una
affermazione del sì. Con la vittoria governativa nel plebiscito, che
comunque annichilisce il senso di una Costituzione come casa comune,
proprio il M5S diventerebbe, infatti, il solo baluardo rimasto contro
l’involuzione verso un incerto regime a conduzione personale.
Non ci sarebbe più alcuna velleità di ricostruire una sinistra. Le
stesse minoranze interne al Nazareno verrebbero umiliate e costrette
all’abbandono. E il Pd diventerebbe un irrecuperabile partito personale
indotto all’obbedienza sotto l’arbitrio di un leader che dialoga con la
folla con il solo simbolo della mela e penetra nei territori con gli
sceriffi, i notabili, gli affaristi, i De Luca. Solo il M5S potrebbe
raccogliere il risentimento di milioni di cittadini dinanzi a una
contrazione della democrazia costituzionale.
Va considerato che, in caso di successo del no, saranno almeno 6 milioni
(il 25 per cento del Pd, il 30 per cento che già ha scelto il M5S, i
sostenitori della sinistra radicale, gli astenuti critici) i cittadini
di sinistra ad aver votato no il 4 dicembre. E lasciarli senza
rappresentanza sarebbe una incauta follia. Si tratta di una porzione di
popolo che il Pd, rifugio dei poteri forti e padronali, non può più in
alcun modo intercettare.
Si aprirebbe, solo con il no, uno spazio di movimento rilevante e
anche una fase di competizione positiva con il M5S, che interpreta ormai
una frattura storica ed è sbagliato classificare come una meteora o una
barbarica minaccia. Una evoluzione costruttiva del movimento rientra
nell’interesse generale della democrazia. Non si può pensare ad un
sistema a immunizzazione diffusa contro gli alieni ed entro cui solo il
25 per cento del Pd è legittimato a governare.
Con il sì il governo avrebbe una sanatoria generale per aver
strapazzato la carta, per aver sfidato l’opinione di tutti e venti gli
ex presidenti e vice presidenti della Consulta, per aver stracciato
l’articolo 18 e reso eterna la precarietà. Dinanzi a questo scenario,
proprio il populismo di governo, che maltratta i diritti del lavoro e
restringe l’investitura democratica delle istituzioni di rappresentanza,
è destinato ad essere travolto.
La demonizzazione dei “populisti” per questo non serve. La
invocazione a votare con la “pancia” non si cura certo con la “pancetta”
renziana che vede il capo di governo inveire contro la casta, i costi, i
politici. Questi ritrovati maldestri sono un energetico per le forze
della destra antipolitica. Che vedono così trionfare il loro linguaggio,
i loro simboli. Un governo che accarezza la tigre dell’antipolitica non
è una risorsa su cui contare in tempi di aspri rivolgimenti. Lo
spiegava bene Gramsci. La biscia è la prima ad essere morsa dal
serpente. Cioè il demagogo è la prima vittima della propria demagogia.
Difendere la costituzione è la sola prova di saggezza.
Se al referendum vince l’antipolitica, meglio sottrarsi
Letizia Paolozzi Manifesto 24.11.2016, 23:59
Nella vittoria di Trump, il testosterone è stato fattore determinante. E’ il clima in cui il nuovo presidente degli Usa si è augurato «un dialogo da uomo a uomo» con Putin. E c’è il muro che “The Donald” promette per limitare l’immigrazione dal Messico.
Tornano dunque gli uomini duri alla Jack Bauer, protagonista della serie televisiva “24”?
Anche in Italia i toni sessisti (ne hanno scritto Chiara Saraceno e Dacia Maraini) e aggressivi contagiano la comunicazione pubblica. Non si tratta soltanto delle ultime prodezze verbali del governatore campano nei confronti di Rosy Bindi, dopo quelle che indirizzò a Virginia Raggi. E’ proprio il linguaggio violento – «Abbiamo di fronte dei serial killer» (copyright Beppe Grillo) – che accompagna la campagna referendaria (con eccezioni pur numerose) sulla riforma costituzionale.
Al contrario, la proposta sensata di Valerio Onida (non sarebbe costituzionale sottoporre agli elettori argomenti eterogenei minando la libertà di voto) prefigurava, con lo “spacchettamento”, la possibilità di posare sulla materia uno sguardo più cauto.
Ma il Tribunale di Milano ha respinto il ricorso.
Così sempre più alto risuona il mantra: bisogna votare No contro il potere concentrato nelle mani di “un uomo solo al comando”. Uno che a molti/e sta pure antipatico: l’antipatia miracolosamente si trasforma in categoria politica. E al contrario: votate sì perché da trent’anni aspettiamo questa riforma. L’”accozzaglia” del No obbedisce a motivazioni esclusivamente conservatrici.
Nonostante le dispute, i tumulti, le risse, a me sembra però che i due fronti siano legati da un intento comune quando lasciano balenare il “brillante” (una specie di superluna) obiettivo di rottamare la casta. Ritorna la contrapposizione del nuovo contro il vecchio.
I giudizi sprezzanti, la demonizzazione dell’avversario costellano la discussione. Tuttavia, la deriva delle parole in parte si giustifica. Se bisogna optare tra bicameralismo simmetrico e bicameralismo differenziato, se l’ingegneria costituzionale spadroneggia, meglio simulare una batracomiomachia come è avvenuto alla Leopolda, con quel «Fuori, fuori!» contro la minoranza Pd.
La cultura dell’inimicizia deflagra mentre scarseggiano idee, progetti, vocaboli in grado di sfidare l’antipolitica con una politica che sia ricerca collettiva dei rimedi ai mali di questo Paese.
C’è un sesso che vuole prendere parola, in autonomia. Compaiono gli appelli delle donne, divise tra il No e il Sì. Queste ultime apprezzano la riforma perché nelle istituzioni elettive difende l’equilibrio della rappresentanza (rafforzando il principio già introdotto nell’art. 51).
Ma questo non mette davvero a tema la relazione tra i sessi, nascondendo il dato fondamentale che gli interessi degli uni e delle altre non sono necessariamente gli stessi. Ora, accontentarsi di una inclusione per via legislativa-costituzionale, ho paura che significherà, al massimo, una spruzzata di visibilità per il protagonismo femminile.
Non cambierà una politica bellicosa, nella quale ognuno salta alla gola dell’avversario. In fondo, l’antipolitica consiste proprio nel non sapersi parlare.
«In ogni ambito sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelletto, quelle di limite, misura, grado, proporzione, relazioni, rapporto, condizione, legame necessario, connessione tra mezzi e risultati. Per limitarci alle questioni umane, il nostro universo politico è popolato esclusivamente da miti e mostri» (Simone Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia in “Il libro del potere”, Chiarelettere 2016).
Per mettere in campo un’altra politica mi pare che vada disinnescata la tentazione di un linguaggio violento, anchilosato negli stereotipi. Le lezioni della storia recente suggeriscono che c’è disprezzo per un lavoro di cura che parta dalle parole.
Fino a quando la consultazione referendaria rimarrà un campo di battaglia, non resta – secondo me – che sottrarsi a questi giochi di guerra. Votando scheda bianca.
Chi l’ha detto che siamo in ballo e dobbiamo ballare?
Lo Sciacallo Liberale non ha rivali ed è pronto a immolarsi per la libertà di stampa ma quella a Cuba
Gianni Fresu Marx XXI
L’Avana Con i reduci di Fidel tra fedeltà e paura le ceneri della Revolución
La fila di uomini, donne e ragazzi davanti all’urna è una dichiarazione di appartenenza e una procedura del regime Dopo decenni di battaglie, conquiste e repressione i cubani partecipano in silenzio all’omaggio per Castro L’Avana, con Miriam in piazza: l’orgoglio e un vago sollievoBERNARDO VALLI Rep 30 11 2016
L’AVANA NON l’ha mai amato, né detestato: per mezzo secolo ne ha sentito la presenza. Invadente, rassicurante, ossessiva. Rivoluzionario giusto o tiranno? Questo l’inconscio dilemma per Miriam che adesso, in piazza della Rivoluzione, trattiene a stento i singhiozzi davanti alle ceneri di Fidel, che sono in attesa di essere portate e sepolte a Santiago accanto a quelle di José Martí, eroe delle guerre di indipendenza.
Il puntuale colpo a salve di un cannone ricorda il lutto nazionale, e anche che la rivoluzione è orfana. E si sa che le lacrime degli orfani possono nascondere segreti inconfessabili. Il senso di vuoto, in cui lo smarrimento e il dolore possono essere venati di un sollievo più o meno vago, lo si avverte nella città più riservata del solito. Quasi silenziosa. Ieri alle due del pomeriggio i negozi hanno abbassato le saracinesche, i mercati chiuso i loro banchi ed è iniziata una processione muta verso la Plaza de la Revolución.
AVOLTE hai l’impressione di poter palpare i sentimenti, che cambiano o svaniscono come i razzi in un fuoco d’artificio. Fidel Castro è rimasto al potere più di qualsiasi altro nella nostra epoca contemporanea. Ha resistito tanto a lungo da consentire undici mandati presidenziali a Washington, tutti ostili, con il fiato sul collo della piccola fastidiosa isola proprio lì, a portata di mano. Come Fidel sia riuscito a morire nel suo letto è uno dei grandi romanzi politici della nostra epoca. A partire dalla dottrina Monroe, che adeguava la stagione politica nel continente agli umori della Casa Bianca, pochi caudilli latinoamericani c’erano riusciti. Fidel non era un caudillo. Era qualcosa d’altro. Il suo coraggio, la sua abilità, la sua ambiguità gli hanno consentito di vivere fino a novant’anni. I cubani ne sono fieri, ma anche stupiti. Forse esausti. I padri troppo longevi non sempre sono i più amati. Gli esuli, e nemici, di Miami esultano. Ma hanno torto. Non sono loro che hanno vinto. La morte naturale non è inflitta da una guerra.
Nella città quieta di questi giorni c’è anche, davanti ai municipios dei quartieri, qualche fila di uomini, donne, ragazzi in attesa di firmare una dichiarazione in cui confermano fedeltà alla rivoluzione, che “continua” dopo Fidel. È un atto di fede e una procedura del regime. Ma ritorno a Miriam, che ha vissuto i cinquant’anni di Fidel nella sua cucina: combattendo con le razioni di pane quotidiane; vivendo con il timore che i figli o il marito finissero alla Cabana, la prigione ben in vista dal Malecon, il lungomare dell’Avana; o in preda a vampate di emozioni quando lui diceva per ore che la rivoluzione apparteneva al popolo, dunque anche a lei, Miriam, che adesso trattiene a stento i singhiozzi. Miriam si è sentita via via, a suo modo, militante o vittima. Adesso è una reduce. Desolata o liberata non lo sa ancora. Il vuoto che si è creato da quando Fidel è soltanto un pugno di cenere l’intimorisce. Non sa se avere paura o rallegrarsi. Dunque piange.
Da oggi Fidel Castro ripercorrerà a ritroso l’ìtinerario seguito in tre anni di guerriglia dalla sua Rivoluzione entrata trionfante all’Avana l’8 gennaio del ’59. Camilo Cienfuegos e Guevara sono morti da un pezzo. La rivoluzione cubana è stata popolare nel mondo, ricco e povero, industriale e rurale, democratico o autoritario, anche perché i tre volti di Fidel, di Camilo e del “Che” erano belli, erano giovani. Erano sexy. Nell’epoca della pubblicità, una rivoluzione con motivazioni antiche ha offerto con quei tre personaggi un’immagine glamour. Ormai appassita, ma dietro la quale si nascondono sempre molti misteri. I comandanti che guidarono i barbudos, sia Cienfuegos sia Guevara, dalla Sierra Maestra fino all’Avana, occupano gli altari del regime e ricevono i giusti omaggi come eroi della Revolución. Ma quali fossero i reali rapporti tra loro e Fidel, il líder maximo sopravvissto, non lo si sa con certezza. Come non si conosce con certezza quando e come Fidel sia approdato al comunismo. Tra gli osservatori, ostili o favorevoli al castrismo, sono esistite a lungo due scuole di pensiero. Una sosteneva, e sostiene, che le idee marxiste stessero già maturando in lui quando era un giovane borghese, destinato alla professione d’avvocato, o poco dopo. Un’altra che l’ostilità degli Stati Uniti e il conseguente ricorso all’Unione Sovietica furono decisivi. Ha scarsa importanza quel che Fidel ha dichiarato in proposito. Nel poeta nazionale José Martì, accanto al quale sarà sepolto il 4 dicembre a Santiago, lui ammirava la capacità di nascondere il proprio pensiero, e anche tutto quello che avrebbe potuto nuocere alla sua lotta. Pure Fidel avvolgeva con un velo di segretezza e ambiguità il suo personaggio politico e privato.
C’è un “giallo” in tutte le rivoluzioni. Pochi giorni dopo lo sbarco nella Baia dei Porci, nella primavera del ’61, ho visitato a Camaguey, a Santiago e all’Avana numerose caserme dell’ejercito rebelde per scoprire se i militari, come era voce corrente, venivano iniziati al marxismo. Sull’onda della vittoria sui contro rivoluzionari addestrati e inviati dalla Cia, con il riluttante assenso di J.F. Kennedy, Cuba si era proclamata repubblica socialista. C’era stata una grande parata, con le miliziane che sfilavano con il mitra e le camicette un po’ scollate. Un’atmosfera solenne e al tempo stesso leggera. Gioiosa. Senza che nessuno menzionasse le fucilazioni sbrigative degli uomini del dittatore Batista e dei controrivoluzionarti del fallito sbarco della Baia dei Porci, ma anche dei barbudos dissidenti, contrari alla svolta comunista in corso. Di quest’ultima, il collega francese Max Clos e io, non trovammo traccia nelle caserme visitate. Max fu più accorto di me perché avvertì egualmente la conversione del regime. Non furono i comunisti a guidarla, ma gli stessi castristi a promuoverla, assorbendo di fatto il partito filo sovietico. È stato detto che Fidel sposò Marx e Machiavelli. Nonostante la sempre più grande dipendenza dall’Unione Sovietica, anche per sopperire ai danni provocati dall’embargo americano, egli continuò a proclamare la sovranità di Cuba. Più doveva a Mosca la sopravvivenza economica e più enfatizzava la sua orgogliosa autonomia. Nel ’62, durante la crisi con gli Stati Uniti, provocata dai missili nucleari sovietici, Castro aggravò il rischio di un conflitto atomico, secondo la testimonianza di Nikita Krusciov, dichiarandosi contrario al ritiro delle testate che Kennedy esigeva. E nel ’68 approvò l’invasione sovietica della Cecoclovacchia.
Riprendo questi episodi, già evocati dopo la sua morte, per trovare un equilibrio nel disegnare il personaggio. Le sue ceneri stanno per essere portate lungo i luoghi della guerriglia, fino a Santiago, dove nel 1953, arrestato dopo il fallito attacco alla caserma Moncada, dichiarò ai poliziotti la famosa frase «la Storia mi assolverà».Il corteo funebre, che attraverserà l’intera isola, conforterà l’immagine del leader coraggioso che, in un’urna, ritorna per l’ultima volta dove ha combattuto. Tra la gente cui ha dato la terra, l’uguaglianza sociale, perlomeno formale, e i diritti all’assistenza sanitaria e all’educazione.
Molti intellettuali, e con loro numerosi cronisti, sono stati sedotti da Fidel. Herbert Matthews, del New York Times, che lo incontrò quando era alla macchia, sulla Sierra Maestra, descrisse «una personalità schiacciante», e un capo adorato dai suoi uomini. Nel ’61, al momento della vittoria sui controrivoluzionarui sbarcati nella Baia dei porci, trattenni a stento la mia ammirazione. Nel ’65, quando capitai a Cuba mentre era in corso la campagna contro gli omosessuali e i dissidenti, non nascosi la mia delusione. Nei successivi cinquant’anni l’affabile, burbero colosso, oratore infaticabile e politico audace, per tenere in piedi la sua rivoluzione non si è dimostrato rispettoso dei diritti dell’uomo, ha consensito di alimentare traffici di qualsisi genere per riempire le vuote casse dello Stato, e non si è risparmiato nell’organizzare reti poliziesche, e ampie repressioni contro avversari e supposti avversari. Se ha dotato l’isola di un’assistenza sanitaria e vinto l’analfabetismo, non ne ha fatto decollare l’attività economica. Rimasta stagnante. Al di là degli evidenti fallimenti, il successo risiede nell’avere resistito alla superpotenza e nell’avere seguito, con tutti i mezzi, quella che riteneva la linea della sua Rivoluzione, indipendentemente dai risultati. Osservando la compunzione dei cubani in lutto ho adesso l’impressione di assistere alla scomparsa di un leader che ha basato la gestione del potere sull’orgoglio, suo e della sua gente.
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