domenica 25 dicembre 2016

Disponibile in rete il primo numero di "Materialismo Storico". Arrivederci a gennaio

Il numero 1-2/2016 (vol. I) della rivista Materialismo Storico, dal titolo “Questioni e metodo del materialismo storico”, è finalmente on line e visibile sul sito dell’Università di Urbino.

Oltre alla redazione, ringraziamo i componenti del Comitato scientifico della rivista e soprattutto quanti hanno consentito la pubblicazione di questo primo numero fornendoci un loro saggio. E’ anzitutto per loro merito che la rivista esordisce con interventi di notevole qualità, che rappresentano il miglior viatico per il futuro della nostra iniziativa.

La rivista è consultabile e scaricabile liberamente da questo indirizzo:

E' possibile leggere o scaricare l'intero fascicolo oppure i singoli saggi. Segnalateci gli immancabili refusi.

Chi desiderasse una copia cartacea può contattare direttamente Stampalibri, Via Trento, 14, 62100 Macerata MC, tel. 0733 265384, reperibile su internet all'indirizzo www.stampalibri.it, info@stampalibri.it. Il costo della singola copia cartacea è di circa 18 euro:
http://www.edizionisimple.it/libro/materialismo-storico-rivista-di-filosofia-storia-e-scienze-umane-20161-2-dicembre/.

Possiamo dire sin d'ora che il secondo numero della rivista uscirà entro giugno 2017 a cura di Fabio Frosini e sarà dedicato al tema "Egemonia dopo Gramsci: una riconsiderazione" (conterrà gli atti di un convegno tenutosi lo scorso settembre all’Università di Pavia).

Questo blog, che inevitabilmente cambierà un po', riprenderà le pubblicazioni dopo giorno 8 gennaio, a meno di cose particolarmente significative da segnalare. Intanto, buone feste [SGA, DL].
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Sommario

Editoriale
Per una rinascita del materialismo storico negli studi di filosofia, storia e scienze umane
Stefano G. Azzarà



5-10


Saggi


Etica, progresso, marxismo
Giuseppe Cacciatore


12-17
Gramsci e la Russia sovietica: il materialismo storico e la critica del populismo
Domenico Losurdo



18-41
Il materialismo storico oggi. Ripartire dal giovane Benedetto Croce?
Claudio Tuozzolo



42-74
Nella fossa dei leoni. Si può leggere Il capitale di Marx a partire dalle Tesi su Feuerbach?
Wolfgang Fritz Haug



75-91
La scomparsa del marxismo nella didattica e nella ricerca scientifica in economia politica in Italia
di Guglielmo Forges Davanzati



92-114
Dono, ospitalità, democrazia
Francesco Fistetti


115-131
Una riflessione su Vico e il materialismo marxista nel Capitale
Tom Rockmore



132-141
Egemonia e pedagogia. Una critica delle interpretazioni di Gramsci
Massimo Baldacci



142-160


Althusser e la storia. Dalla teoria strutturale dell’intero sociale alla politica della congiuntura aleatoria e ritorno
André Tosel


161-184


Studi diversi


Il professore e l’operaio. Michelet nel ricordo di un comunardo
Federico Martino



186-221
La decadenza di una razza da Gobineau a Blum
Francesco Germinario


222-280
Medioevo e medievalismo tra Europa e America. L’attualità di un dibattito antico
Marina Montesano



281-297
Che cos’è l’economia
Vladimiro Giacché


298-320


Note


Marx e la sua rilevanza post-marxista: una rassegna
Bernhard H. F. Taureck


322-330
Hegel, il fondamento e il postmoderno
Remo Bodei


331-334


Recensioni

Imbriano (Gristina), Honnet (Giangrande), Finelli (Fabiani), Losurdo (Fabrizio), Sgro’ (Fineschi), Nivarra (Allevi), Gatto (Contu), Levi (Garavaglia).



336-386


Persone
38

giovedì 22 dicembre 2016

La sottomissione della cultura marxista al liberalismo azionista e la fine della sinistra italiana: il carteggio Napolitano-Bobbio



Bobbio Napolitano la sinistra della ragione
In un carteggio inedito tra il filosofo e il futuro capo dello Stato due decenni di vita politica: la crisi della Prima Repubblica, gli stenti della Seconda, i problemi della riforma costituzionale, le anomalie italiane
Maurizio Assalto  Busiarda 22 12 2016
Della canonica alternativa gramsciana tra pessimismo della ragione («dell’intelligenza», nella formulazione originaria) e ottimismo della volontà avevano finito col produrre una sintesi impegnativa: la volontà di ragionare. Oltre il pessimismo e l’ottimismo, ineludibile premessa per ogni possibile confronto politico, e per far dialogare le anime dilaniate della sinistra. Di ispirazione socialista liberale l’uno, sulla scia di quel felice e sfortunato ircocervo che fu il Partito d’Azione, comunista «migliorista» l’altro, alfiere di un’ala riformista vista sempre con qualche diffidenza nelle vecchie Botteghe Oscure, Norberto Bobbio e Giorgio Napolitano erano fatti per incontrarsi. Il più importante filosofo della politica del secondo Novecento e il futuro Presidente della Repubblica.
Tra loro si davano del tu, chiamandosi per cognome, come si conviene tra persone che condividono un universo di valori e frequentazioni, senza essere proprio intime. Di una generazione «molto più giovane» - come ricordò un po’ esagerando (in fondo li separavano soltanto 16 anni) in un discorso tenuto nel 2009 a Torino per il centenario del filosofo - Napolitano aveva intensificato il dialogo con Bobbio dopo la scomparsa, nell’80, del suo maestro Giorgio Amendola. E lo aveva cercato vieppiù al crescere delle sue responsabilità politico-istituzionali (presidente della Camera dal ’92 al ’94, ministro dell’Interno dal ’96 al ’98).
Nel filosofo torinese, l’uomo politico (la cui madre, per combinazione, proveniva da una famiglia partenopea di ascendenze piemontesi che di cognome faceva Bobbio) vedeva una lezione «di libertà della cultura e di libertà in generale», un seminatore di fecondi dubbi, vocato a «proporre argomenti complessi» in una temperie inarrestabilmente portata alla semplificazione più becera. Era così già a cavallo tra gli Anni 40 e 50, quando i suoi interventi pubblici andavano controcorrente rispetto ai dottrinarismi e agli schematismi ideologici imperanti nella sinistra italiana, da cui lo stesso Napolitano si era emancipato grazie proprio, anche, a quella lezione.
Il carteggio che proponiamo in questa pagina, tratto dall’archivio del Presidente emerito della Repubblica, incrocia due decenni di vita politica italiana: il dibattito sulla «guerra giusta» contro Saddam, le vicende giudiziarie di Andreotti, la questione della riforma costituzionale, il travaglio del Pci che (parole di Bobbio) si ostina come un «mulo cocciuto» nel momento in cui potrebbe svoltare verso una moderna socialdemocrazia europea, la crisi e il crollo della Prima Repubblica e gli stenti della Seconda mai decollata. E sempre, sullo sfondo, la preoccupazione per le anomalie italiane e per le contorsioni di una sinistra sorda alla ragione.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


Una scena pubblicasempre più caotica
Cervinia, 10 agosto 1984
Caro Napolitano,
sto rispondendo poco per volta alle lettere e ai telegrammi che ho ricevuti.
Non tutti, si capisce (uno dei telegrammi più alati, ad esempio, l’ho ricevuto da un deputato, anzi ministro, democristiano, non propriamente famoso per la sua illibatezza, cui non saprei che cosa rispondere).
Sinceramente, questa nomina mi ha messo a disagio, perché mi costringe a prendere una parte più attiva alla vita politica, contrariamente alle mie abitudini e alle mie aspettative, proprio ora che stavo andando a riposo: a una vita politica, come quella del nostro paese, che mi pare sempre più caotica, e nella quale non so bene che parte prendere.
Coi più cordiali saluti,
Norberto Bobbio
[Il 18 luglio Bobbio era stato nominato senatore a vita]
Il giudizio su Andreottipuò solo essere negativo
Torino, 25 novembre 1984

Caro Napolitano, [...] 
Che Andreotti debba essere giudicato, in quanto uomo politico, in base all’etica del risultato (o della responsabilità) è indubbio. Ma qual è il risultato principale della sua quarantennale azione politica se non la conservazione del proprio potere? 
Machiavelli dice che l’azione immorale del principe è giustificata soltanto se il fine è il fare «gran cose». Il potere di Andreotti non è certo una «gran cosa». Per questo la massima machiavellica non vale per lui, e il giudizio complessivo su di lui non può essere che negativo, anche dal punto di vista dell’etica del risultato. [...]
Cordialmente,
Norberto Bobbio
Una nuova sinistrapiù lontana che mai
Torino, 28 maggio 1989

Caro Napolitano, [...] 
Dopo la lunga malattia, pur essendomi ripreso, mi sono tenuto lontano dal «palazzo» (che poi per me, fuori di ogni metafora o allusione ironica e polemica, è il «Palazzo Madama»). I pochi interventi pubblici li ho fatti contro voglia, e senza molta convinzione. Non ho mai avuto grande passione politica, intendo per la politica attiva, ora mi è passata del tutto. Anche perché sono rimasto stanco (e depresso) dopo la malattia. Mi passerà, non mi passerà? Non so. Lo stato presente delle cose non è incoraggiante. 
Scusa questo tono dimesso, distaccato, da cane bastonato, ma con il Psi com’è oggi, una nuova sinistra è più lontana che mai. Almeno in Italia. [...]
Coi più cordiali saluti, 
Norberto Bobbio
Il mio egoistico desideriodi dialogare con te
Roma, 18 ottobre 1989

Caro Bobbio,
i miei vivissimi auguri di buona salute e di buon lavoro esprimono insieme con il più schietto sentimento di rispetto e di affetto per te l’egoistico desiderio di poter contare ancor a lungo su un dialogo che per me è sempre stato fra i più stimolanti e proficui. 
Tuo Giorgio Napolitano

[Telegramma inviato nel giorno dell’ 80° compleanno di Bobbio]
Il Pci si comportacome un mulo cocciuto
Torino, 23 dicembre 1990

Caro Napolitano,
ho letto e in parte riletto (perché alcuni scritti li conoscevo già) il tuo libretto [il riferimento è al saggio Al di là del guado. La scelta riformista, Lucarini, 1990]. È inutile che ti dica che io sono totalmente d’accordo con te, dalla prima riga sino all’ultima. Trovo addirittura incredibile che un partito che ha fatto per anni una politica da partito socialdemocratico, ora che potrebbe farla alla luce del sole, torni indietro a posizioni da gran tempo dal partito stesso superate. 
La tua affermazione chiave che il Pci era da tempo diventato cosa diversa dal nome che portava è fondamentale. Non riesco a capire perché non venga accolta da tutti come la base del nuovo corso. Anche tutta la storia che fai dei rapporti del Pci con i partiti socialisti europei è molto istruttiva. Proprio nel momento in cui si poteva trarre i frutti di una politica durata decenni, ecco che il mulo cocciuto si ferma e non vuole più andare avanti, o meglio ci sono alcuni, e non sono pochi, che si comportano come il mulo. Tutto quello che scrivi a me pare sommamente ragionevole. Ma probabilmente io non conosco gli umori della «base», ed è proprio questa base, educata male, a fare da freno. Ma qui sta l’errore, lo dico con franchezza, di uomini come Ingrao. Invece di fare da guida, e sarebbero stati seguiti, si sono lasciati guidare dal sentimento popolare, e così hanno rinunciato alla loro funzione. 
Fondamentale è il rapporto con il Psi. Quando Occhetto mi venne a trovare, gli dissi che l’unico modo serio di trovare un motivo di dialogo con il Psi era quello delle riforme costituzionali, rispetto alle quali non si poteva negare che Craxi fosse stato un precursore, e invece, anche recentemente, non appena il Psi fa una proposta, c’è subito una reazione negativa, di rigetto, anche da parte dello stesso Occhetto. Sia chiaro che la proposta dell’elezione diretta del presidente del Consiglio e non del Presidente della Repubblica non ha alcun senso. Sembra che sia stata fatta unicamente per mostrare la propria originalità. 
Coi più sinceri auguri per l’anno nuovo, che per voi è veramente un anno decisivo, e cordiali saluti, 
Norberto Bobbio
[Dopo la caduta del Muro, nel novembre del 1989 l’allora segretario del Pci, Achille Occhetto, aveva promosso la «svolta della Bolognina» che avrebbe portato il 3 febbraio 1991 allo scioglimento del partito e alla nascita del Pds]
Quei pacifisti acriticie bellicosissimi
Torino, 18 febbraio 1991

Caro Napolitano, 
ti sono grato dell’accenno che fai nell’intervista all’Avanti! di ieri a me il grande «giustificatore» del massacro. In un articolo inviato all’Indice, l’autore dice che io avrei, col pretesto di una guerra giusta «avallato un massacro». Accanto a un pacifismo ragionevole e critico c’è un pacifismo acritico, tendenzioso, partigiano, e, quel che è peggio, nel modo di esprimersi, bellicosissimo. [...]
Cordialmente, 
Norberto Bobbio
[Il 17 gennaio la coalizione guidata dagli Usa aveva dato inizio all’operazione Desert Storm contro l’Iraq di Saddam Hussein che nell’agosto ’90 aveva invaso il Kuwait. Bobbio la definì una «guerra giusta»]
«Accomunare» non «dividere»
Roma, 15 gennaio 1992

Caro Bobbio, 
ti scrivo per darti notizia di un’iniziativa assunta dall’area riformista del Pds - una pubblica assemblea che avrà luogo sabato 18 gennaio al Cinema Capranica a Roma - per proporre ancora una volta, alla vigilia di una campagna elettorale così carica di tensioni e di incognite, il problema delle scelte e degli impegni che dovrebbero accomunare e non dividere la sinistra. Si tratta di un estremo tentativo, visto il grado di acutezza cui sono giunte di nuovo divergenze e le concorrenzialità tra i due maggiori partiti. 
La scelta prioritaria dovrebbe essere quella di una risposta credibile alle esigenze di risanamento e cambiamento politico-istituzionale fortemente sollecitate da un diffuso moto di opinione, che presenta di certo eterogeneità e ambiguità, ma di cui non si possono disconoscere le ragioni di fondo. L’impegno politico comune dovrebbe essere quello di un’onesta ricerca delle possibili convergenze al fine di far pesare la forza della sinistra nel suo insieme dinanzi ai processi di frammentazione in atto e di fronte all’ancora prevalente «ruolo centrale» della Democrazia Cristiana. 
Nella mia introduzione, cercherò di evitare polemiche infruttuose, di toccare criticamente posizioni prese di recente dal Psi ma senza nascondere i problemi che si pongono al Pds, di sollecitare il massimo sforzo unitario ancora sperabile, di allargare lo sguardo a un panorama più vasto entro il quale si colloca ora, in particolare, il nuovo atteggiamento del Pri. 
Hai da suggerirci qualcosa? 
Cordialmente, 
Giorgio Napolitano
[Un mese dopo, il 17 febbraio, sarebbe partita l’inchiesta Mani Pulite che avrebbe travolto il sistema della Prima Repubblica]

Eliminare i partiti?Un inganno
Torino, 29 aprile 1993

Caro Napolitano, 
ti ringrazio di avermi inviato il tuo discorso sulla Resistenza, in cui anch’io ho notato, con soddisfazione, i molti punti di contatto. Mi ha colpito la frase di Parri che tu citi, del 26 sett. 1945!, in cui lamenti la marea che sale «contro il regime dei partiti». Eppure allora il regime dei partiti non c’era. Che sia possibile eliminarlo del tutto mi pare impossibile. Oggi la folla è stata eccitata contro tutto ciò che ha a che fare coi partiti, come se, scomparsi - posto che scompaiano - questi partiti, non se ne formassero subito degli altri. [...] Inganni! Agli inganni non possono succedere che dei disinganni. [...]
Cordialmente,
Norberto Bobbio
Le vere riformeche servono all’Italia
Torino, 18 luglio 1993

Caro Napolitano,
ti ringrazio di avermi fatto leggere il tuo intervento al Congresso del Pds. Hai toccato il tasto giusto: «impotenza a riformare». Perché? Questa è la domanda cui si dovrebbe dare una risposta, anche perché il credere che la riforma da fare sia quella costituzionale è un vecchio errore: le riforme in Italia dovrebbero cominciare dalla scuola, dal sistema giudiziario, dalla pubblica amministrazione.
Per questo occorre, tanto più oggi, un grande partito della sinistra democratica.
Si deve andare avanti, hai ragione, su questa strada. 
Cordialmente, 
Norberto Bobbio
Costituzione intoccabilema solo nei princìpi
Torino, 8 maggio 1994

Caro Napolitano, 
ho ricevuto la tua lettera e il tuo articolo. Grazie. Sono pienamente d’accordo con te: l’errore maggiore sarebbe non rilanciare la sfida del cambiamento. Guai a noi se daremo l’impressione di essere fedeli alla Costituzione sino a considerarla intoccabile. Occorre distinguere bene, come tu osservi, le due parti della Costituzione, che i giornalisti spesso non distinguono parlando di «revisione» della costituzione. Intoccabile è la parte dei principi. L’altra, no. 
Il problema fondamentale, però, che dobbiamo risolvere, come dici tu, è quello dell’alternanza, ma richiede due schieramenti omogenei, una meta che siamo ben lontani dall’aver raggiunto, e non appare né a sinistra né a destra all’orizzonte. Non vorrei sbagliare, ma ci sono attualmente altrettanti gruppi parlamentari che nel parlamento eletto con la proporzionale. Una vera alternanza risolverebbe anche il problema della stabilità governativa, e anche quello del primo ministro, che oggi si vuole risolvere con le varie proposte di repubblica presidenziale. Come arrivarci? Basterà una riforma elettorale a vincere la frammentazione che è prima nella società civile che nelle istituzioni? Non riesco a trovare una risposta a questa domanda. [...]
Mentre sto scrivendo questa lettera sento alla radio che c’è un probabile ministro del nuovo governo che additò Pinochet come un modello per il sistema delle pensioni. Mi viene spontaneo gridare: «Vergogna!». Possibile che la società civile italiana sia così berlusconizzata da non ricordare cosa è successo in Cile nel settembre 1973? Ne vedremo ancora di belle. [...]
Cordialmente,
Norberto Bobbio
[Due giorni dopo, il 10 maggio, giurerà il primo governo Berlusconi]
Difficile farsi sentirenel frastuono
Roma, 8 aprile 1999

Caro Bobbio, [...] 
È molto che non mi faccio vivo con te. Sono stato per due anni e mezzo assorbito interamente dall’attività di governo, nell’incarico posso dire più esposto e ingrato, con sacrificio quasi totale (avendo concepito così il mio impegno) di altri interessi politici, di altri temi di riflessione e di intervento. Ma ho sempre seguito quel che sei venuto dicendo e pubblicando, fino alla bella lettera inviata a Federico Coen per l’incontro del 27 febbraio (alla vigilia del Congresso del Partito dei socialisti europei) sul «socialismo liberale»: ti mando il testo della mia comunicazione. 
In questi mesi ho ripreso ad occuparmi un po’ dei temi che per tanto tempo mi hanno coinvolto e assillato: sinistra italiana e sinistra europea, integrazione europea e superamento delle anomalie italiane. Ma non m’illudo sulla possibilità di farsi sentire nel frastuono di un’informazione dominata dai titoli e dalle battute a sensazione, e nel deserto di luoghi di più serio dibattito politico e culturale. Anche perciò - e innanzitutto guardando alla sostanza dei problemi politici e istituzionali di cui ancora si tenta senza riuscirvi di venire a capo nel nostro paese - mi vado avvicinando al tuo pessimismo. Non posso tuttavia rinunciare a pormi interrogativi, sul passato e sul presente (ce la faccia o meno a svolgerli pubblicamente), e ad insistere in qualche sforzo di iniziativa e tessitura, specie al livello europeo e di fronte a dilemmi drammatici e nodi complessi come quelli che sono oggi dinanzi all’Europa. Spero che venendo magari a farti visita se ne possa parlare insieme. 
Un saluto e un augurio affettuoso, 
Giorgio Napolitano 

Ho ancora bisognodi ascoltare la tua voce
Roma, 16 ottobre 1999

Caro Bobbio, 
è facile immaginare il diluvio di messaggi che sta per sommergerti (e da cui ti saprai difendere). Ma desidero egualmente che non manchi il segno della mia ammirazione affettuosa e della mia amicizia. Da molti anni, ormai («subentrando», per così dire, a persone a me care di una generazione più anziana come Giorgio Amendola, nel dialogo con te) colloquiamo in pubblico e in privato; e ho sempre tratto conforto dai tuoi interventi e dalle tue risposte, anche quando non eccedevano in ottimismo (cioè quasi sempre). 
Grazie di tutto. E continua a farti sentire, a darci lo stimolo - come ce lo hai dato finora, anche negli ultimi tempi dinanzi a eventi complessi e dilemmi di fondo - delle tue riflessioni critiche e dei tuoi forti, sapienti richiami. Quando ci incontreremo, spero presto, e avrò modo di dirti come vedo e come vivo, personalmente, questa per tanti aspetti amara stagione, constaterai come io sia tra quelli che hanno bisogno di ascoltare la tua voce e di confrontarsi con i tuoi pensieri. 
Auguri di cuore, 
Giorgio Napolitano


[Lettera inviata per il 90° compleanno di Bobbio]
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Le mani dei negrieri sull'Ottobre



I negrieri mettono le mani sull'Ottobre e ne fanno una kermesse che dal post-operaismo deborda nel post-moderno, celebrandone il definitivo detournement nel nome "del comune".

Sarebbe il caso di non abbandonare quest'evento esclusivamente alle deformazioni cognitarie. 
Così come sarebbe il caso di evitare che a questa provocazione divertentista, autoproclamatasi "eretica", si rispondesse con una triste e nostalgica sagra della taxidermia in stile anni Cinquanta, come invece è assai prevedibile [SGA].

Leggi anche qui

A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre un crowdfunding per un convegno 

INCONTRI. Molti i relatori, diversi tra loro ma che segnalano una vivacità di percorsi teorici 
Benedetto Vecchi Manifesto 22.12.2016, 22:10 
Un secolo. Tanti sono gli anni che separano il tempo attuale dalla Rivoluzione d’Ottobre. E già in questi ultimi giorni dell’anno si rincorrono, quasi giocassero a nascondino, l’apologia di quell’«evento» che modificò il corso della Storia e le demonizzazioni del socialismo reale all’interno di una gestione preventiva – nella formazione di qualsiasi ipotesi teorico-politica di trasformazione radicale dell’esistente. C’è da scommettere che il prossimo anno sarà costellato di continue oscillazioni tra queste due polarità, opposte nelle argomentazioni ma speculari nel chiudere la porta a una indispensabile innovazione politica per quanto riguarda il pensiero critico. 
La scommessa invece da giocare è proprio la creazione di momenti di discussione, riflessione che puntino allo sviluppo di un punto di vista che sfugga sia alle demonizzazione che a un rassicurante e tuttavia paralizzante riflesso identitario.
Va in questa direzione l’annunciato incontro internazionale che si svolgerà nel prossimo gennaio a Roma (dal 18 al 22). Per tre giorni, tra la Gnam (Galleria nazionale di arte moderna) e lo spazio autogestito Esc, si svolgerà un convegno e una mostra che ha come titolo «C17». Nessuna concessione alla nostalgia di un passato ormai alle spalle, bensì il tentativo di affrontare cosa rimane dell’eredità di un secolo, variamente qualificato del movimento operaio, socialdemocratico del comunismo possibile. E cosa utilizzare di quell’eredità. 
Per il momento, gli organizzatori hanno organizzato un crowdfunding per raccogliere le risorse economiche necessarie a ospitare un numero elevato di relatori, la maggioranza dei quali arriverà da fuori i confini nazionali (il sito internet per contribuire è all’indirizzo: https://www.derev.com/c17rome)
Il convegno prevede infatti una platea di relatori che si caratterizzano per percorsi teorici «eterodossi» rispetto alla tradizione marxista. Tra gli italiani, ci sono Luciana Castellina, Maria Luisa Boccia, Mario Tronti e Giacomo Marramao che vengono da «educazioni sentimentali» alla politica che hanno sempre mantenuto aperto un canale di comunicazione (e di militanza) con le formazioni storiche del movimento operaio. Ma anche personalità intellettuali che si sono formate in un dissenso conflittuale con quei partiti (Toni Negri, Sandro Mezzadra, Paolo Virno, Enzo Traverso). 
Tra i non italiani, Pierre Dardot, Jodi Dean, Dilar Dirik, Terry Eagleton, Claire Fontaine, Katherine Gibson-Graham, Michael Hardt, Christian Laval, Christian Marazzi, Morgane Merteuil, Brett Nielson, Alexei Penzin, Jacques Rancière, Trebor Scholz, Bhaskar Sunkara, Marcel Van Der Linden, Saskia Sassen, Yanis Varoufakis, Wang Hui, Slavoj Zizek.
Dunque un gruppo eterogeneo di relatori che non fanno scuola, ovviamente. Già perché la necessità di avventurarsi nel terreno dell’innovazione – sottraendo questo campo di elaborazione alle teste d’uovo del neoliberismo – nasce anche dalla constatazione che gran parte del sapere accumulato lo scorso secolo o è stato dissolto o si è inaridito in dispute che ricordano una stantia accademia. 
D’altronde il testo di convocazione dell’incontro romano sarà scandito da temi che ripercorreranno certo la storia di una esperienza declinata sulla scia di un invito datato ormai quaranta anni fa da Eric Hobsbawmn al plurale. Dunque i comunismi. Ma poi il lessico marxiano diviene centrale: la critica dell’economia politica, intendendo con ciò un’analisi disincantata e spregiudicata dei rapporti sociali di produzione dominanti. Argomento trattato con vivacità fuori dai confini nazionali. C’è poi il tema del potere: come è cambiato, come si manifesta in una realtà che vede una centralità dell’economico e una ridefinizione del potere dove lo stato-nazione è un nodo, ma non più il centro della decisione politica .
L’incontro non vuol essere tuttavia solo una mappa della realtà. Vuole anche fissare terreni di sperimentazione politica, dove l’insieme del pensiero politico della modernità è chiamato in causa. Da Machiavelli a Hobbes, dal federalismo statunitense al municipalismo, da Spinoza a Michel Foucault.
La settimana precedente il seminario sarà inoltre inaugurata la mostra ospitata dalla Galleria di arte moderna di Roma. Accanto alle opere del fondo della Gnam, saranno esposte opere e presentate installazioni e videoperformance di giovani artisti che ruotano a quello che gli organizzatori chiamano «il comunismo del sensibile».

Le lezioni di Cesaratto sulla crisi. Cosa vuol dire essere "economisti eterodossi"?

Sei lezioni di economiaSergio Cesaratto: Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Imprimatur editore

Risvolto
Dai perdenti della globalizzazione alla bancarotta dell’euro passando per Marx, Sraffa e Keynes.
Lo scontro fra le grandi teorie economiche, gli arcani delle politiche di Draghi e il fallimento dell’Europa raccontati con passione intellettuale e impegno civile.

 Questo libro si rivolge a chi in questi anni non ha accettato le spiegazioni convenzionali di una crisi devastante e l’idea che «siamo un Paese corrotto, fortuna che Europa ed euro ci fan rigare dritti». Da Adam Smith a Schäuble, l’ambizione del volume è di intrecciare la teoria economica alle drammatiche vicende della crisi europea, dell’euro, del declino del nostro Paese. Non basta prendersela col “neoliberismo”, le “banche malvagie”, la “finanza speculativa” o la “corruzione”. Si deve scavare nelle fondamenta della teoria convenzionale che è dietro le politiche monetarie e fiscali europee, la deregolamentazione finanziaria, lo smantellamento dei diritti sociali (le cosiddette “riforme strutturali”), il mercantilismo tedesco.
Muovendo dalle teorie di Sraffa e Keynes e dalla letteratura eterodossa, il volume mostra la debolezza di quelle fondamenta e la natura conservatrice della costruzione europea. Analisi economica critica e realismo politico ci suggeriscono che, sfortunatamente, un’“altra Europa” non è possibile in quanto le entità politiche e monetarie sovranazionali hanno un’insopprimibile impronta liberista, e sono funzionali a smantellare gli spazi nazionali in cui si esprime il conflitto sociale che, se regolato, è il sale della democrazia.

Figli, voucher e peste centrosinistra


Quando giustamente ironizziamo su Poletti e Bell'e papà, ricordiamoci che i voucher li ha messi Monti e che Bersani con la cosiddetta sinistra PD li ha votati, come il pareggio di bilancio e tutte le porcherie dai primi anni Novanta ai prossimi secoli.
La vera peste è il centrosinistra con la CGIL, Siderurgia & Aperitivo e Sinistra Inutile al séguito, non Renzi. Lui è stronzo ma i suoi nemici sono peggio di lui [SGA].

Corriere della Sera


Mozione di sfiducia contro Poletti Minoranza Pd: no ai voucher o sarà sìL’iniziativa promossa da Sinistra italiana , M5S e Lega dopo le frasi del ministro sui giovani. E scoppia il caso di presunti aiuti al figlio 
Amedeo La Mattina  Busiarda
La prima grossa grana del governo Gentiloni si chiama Giuliano Poletti. Sinistra Italiana ha presentato al Senato una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti ed è stata firmata anche dai 5 Stelle, dalla Lega e da alcuni senatori del gruppo misto. Anche alla Camera mozione di sfiducia. A scatenare la richiesta di dimissioni sono state alcune dichiarazioni improvvide del ministro. A proposito dei giovani costretti ad andare all’estero alla ricerca di lavoro, aveva detto che non sono sempre cervelli in fuga o i migliori, i più bravi e intelligenti. «Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi».
Poletti, tra l’altro, era stato protagonista di un’altra uscita infelice e inopportuna sul referendum promosso dalla Cgil per abolire il Jobs Act: con le elezioni anticipate verrà rinviato di un anno. Aveva detto la verità, ma intanto i suoi nemici sono aumentati e poi non è detto che si vada a votare entro l’estate . Tra ai suoi nemici ci sono i compagni della sinistra dem che non hanno mai digerito il Jobs Act. A farsi avanti è stato Roberto Speranza che nel suo blog sull’Huffington post ha scritto «via i voucher o sfiducia». Speranza sostiene che un’esternazione sbagliata possa capitare a tutti. E un ministro non si può sfiduciare solo per una frase sbagliata. «Ma quello di cui invece sono molto convinto è che il ministro del Lavoro non può continuare a non vedere che nel fiume di questa nuova precarietà stiamo perdendo un’intera generazione. E questo sì che varrebbe la sfiducia». Allora via i voucher («una nuova forma inaccettabile di precarietà) con un’iniziativa immediata del governo. 
I renziani difendono Poletti. Il capogruppo Rosato accusa 5 Stelle, Lega e Si di strumentalizzare le parole del ministro e di fare campagna elettorale. Durissimo contro Speranza il presidente del Pd Orfini che gli ricorda che la liberalizzazione dei voucher fu fatta dal governo Monti, con Bersani segretario. «Il governo Renzi semmai ne ha limitato l’uso», ha detto Orfini, aprendo un’altro fronte di scontro tra i Democratici dopo la violenta contrapposizione sul referendum costituzionale. 
Poletti si era scusato, aveva spiegato di essersi espresso male. «So di avere sbagliato». Ma non intende dimettersi. Così le scuse non bastano. Ora si dovrà votare la mozione di sfiducia individuale. Alla Camera non ha problemi, al Senato potrebbe averlo se la sinistra dem dovesse votare la sfiducia. Eventualità remota se il ministro dovesse mettere in atto quello che ha promesso ieri al question time alla Camera dove ha promesso «normative più stringenti» sulla riforma del lavoro, ed in particolare sui voucher, per i quali sono già stati introdotti «rigorosi criteri di tracciabilità», come ha ricordato in aula lo stesso Poletti. 
I problemi per il responsabile Lavoro sono arrivate anche in famiglia e toccano il figlio, Manuel, direttore del settimanale Sette Sere. La Lega Nord di Ravenna ha annunciato un esposto in Procura e alla Guardia di Finanza per verificare la regolarità dei contributi all’editoria concessi a Poletti junior (si tratterebbe di mezzo milione di euro). Sul suo profilo facebook si sprecano le prese in giro: la più “cattiva” sottolinea che è facile trovare lavoro in Italia potendo contare su simili aiuti ed avere un padre potente. 
Richiesta di dimissioni del ministro dentro e fuori il palazzo. Davanti la sede del ministero i ragazzi della rete Act si è presentata con un maxi biglietto aereo intestato a Poletti: destinazione «quel paese, solo andata». 
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Poletti ora è all’angolo mozione M5S-Lega e la sinistra Pd avverte “Via i voucher o lui” 
Mossa per sfiduciare il ministro che ha offeso i giovani andati all’estero Lui: io non lascio. Bufera sul figlio per i fondi pubblici al giornale che dirige

TOMMASO CIRIACO Rep 
ROMA. E adesso il posto lo rischia Giuliano Poletti. Non bastano le scuse del ministro, dopo la gaffe sui giovani italiani che lavorano all’estero. Le opposizioni presentano una mozione contro il titolare del Lavoro, mentre la minoranza del Pd addirittura rilancia: «Via i voucher o sarà sfiducia». Ed è proprio su questo punto che il Partito democratico tenta di immaginare una soluzione di compromesso. L’idea, a cui lavora da tempo Cesare Damiano, è quella di fissare criteri stringenti per limitare i voucher alle prestazioni occasionali. Ma i tempi parlamentari sono strettissimi e soltanto un intervento del governo permetterebbe di assicurare con un buon margine di sicurezza il traguardo, prima che la legislatura si esaurisca. Difficile però che Palazzo Chigi vada oltre interventi mirati, quindi molto circoscritti. Poletti, nel frattempo, tiene il punto: «Non lascio il ministero».
Il governo, si diceva. Lo sforzo di queste ore è soprattutto quello di far dimenticare lo scivolone del ministro e questa falsa partenza. I problemi, però, non mancano. La Lega presenta un esposto in Procura e alla Guardia di Finanza per verificare la regolarità del contributo di mezzo milione concesso al settimanale Sette Sere, diretto da Manuel Poletti - figlio del ministro - mentre duecento Giovani democratici chiedono la testa del ministro. Bisogna spegnere l’incendio, insomma. Ci prova la vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani: «Si è scusato, il caso è chiuso». Eppure, la sfiducia incombe e il rischio è che al Senato la partita si giochi sul filo dei numeri.
A presentare la mozione, che sarà calendarizzata soltanto alla ripresa dei lavori parlamentari fissata per il 10 gennaio, sono leghisti, grillini, Sinistra Italiana e un frammento del gruppo Misto. Chiedono che il ministro lasci e puntano il dito contro «un linguaggio discutibile e opinioni del tutto inaccettabili». A decidere la sfida, però, saranno soprattutto Forza Italia e la minoranza del Pd. I berlusconiani non si espongono (ad eccezione di Maurizio Gasparri che si schiera contro Poletti), ma alla fine dovranno sfiduciare il ministro per non esporsi al fuoco amico della Lega. È soprattutto la sinistra dem, però, a mettere i brividi al titolare del Lavoro: «Un ministro non si può sfiduciare solo per una frase sbagliata - premette Roberto Speranza - Ma lui non può continuare a non vedere il fiume di questa nuova precarietà. E questo sì che varrebbe la sfiducia». Il possibile voto segreto, tra l’altro, renderebbe il rebus ancora più intricato. Certo è che i venti anti- renziani del Pd a Palazzo Madama rappresentano già l’ago della bilancia, a meno che non arrivi il soccorso dei verdiniani per salvare la poltrona del ministro.
La partita dei voucher resta comunque il cuore del problema. Matteo Orfini, assai vicino al segretario del Pd, ricorda che «la liberalizzazione di questo strumento fu fatta dal governo Monti, con Bersani segretario, mentre l’esecutivo Renzi semmai ne ha limitato l’uso». E il responsabile economico dem Filippo Taddei interviene sull’Unità lasciando capire che un eventuale restyling sarà assai mirato: «Studiamo i limiti dei voucher, ma comprendiamone i benefici. Perché se reagiamo sull’onda dell’indignazione, rischiamo solo di rimanere con il lavoro nero senza diminuire la precarietà».
Nella partita si inserisce anche Damiano, alla guida della commissione Lavoro di Montecitorio. Ha già incardinato un progetto che limita l’utilizzo di questo strumento ai soli lavori occasionali. Un testo simile a quello dei cinquestelle, con cui il dem intende giocare di sponda. «Lavoriamo per unificare i testi omogenei - spiega - La mia proposta è di tornare a quanto previsto dalla normativa Biagi. E non vedo come il Ncd e il centrodestra possa opporsi». Si opporrano, però. E dall’11 gennaio in commissione si giocherà il primo round. Senza un decreto del governo, però - o senza quantomeno la benedizione politica di Palazzo Chigi - il destino di questa battaglia sembra già scritto.
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LE TRAPPOLE DEL REFERENDUM 

ANDREA MANZELLA Rep 22 12 2016
NEL suo ultimo tweet, la ragazza Erasmus scomparsa a Berlino ci ammonisce che, con il referendum, non deve anche morire il suo sogno per una diversa Italia. Con Fabrizia Di Lorenzo, il 4 dicembre, altri trentadue inattesi milioni di elettori hanno spiegato, in modi opposti, una identica cosa: che la questione istituzionale è fonte ancora di mobilitazione e vitalità democratica. Fallita la riforma, restano dunque le speranze e i problemi. Da affrontare subito, pazientemente, ad uno a uno, e in maniera condivisa. La stessa energia espressa dalla partecipazione cittadina può dare forza al rimbalzo. Chi pronostica ”decenni“ per riprendere il discorso, come se questo fosse esaurito nella frenesia politica di una sola stagione, sbaglia.
Si discute ancora su Waterloo e Caporetto, figuriamoci se vi possa già essere accordo sulle cause della disfatta di Matteo Renzi. Tuttavia, una costante negativa sembra evidente in tutto il suo pur generoso percorso. È la sorprendente incapacità di un giovane leader, colmo di talenti ed energia politica, a capire come funzionino le istituzioni nostre: trovandosi, per questa sua curiosa cecità, catturato in almeno quattro trappole istituzionali.
La trappola iniziale, si sa, è stata nella trasformazione di una questione costituzionale in una questione di governo e poi, addirittura, personale. Dal 1947 era nota come una trappola da evitare con cura. Ha cercato di forzarla con la retorica del “cambiamento”. E forse poteva riuscirci se il suo progetto fosse stato leggibile: puntato sulla forza di governo, sulla democrazia interna dei partiti, sulla semplicità e rapidità delle decisioni legislative, su nuovi meccanismi di controllo costituzionale. Così non è stato. La partita contro l’opposta retorica della “difesa della Costituzione” è stata persa in partenza. Quando il “cambiamento” è risultato insabbiato in un testo obeso, contorto e opaco, esposto a pesanti interrogativi giuridici, pieno di buche come le strade di Roma. Uno specchio deformato, insomma, di ciò che comunemente si intende per “costituzione”: il documento che deve dare certezza e identità a una comunità politica.
La seconda trappola è scattata quando — persa la garanzia del consenso dei due terzi del Parlamento — ha voluto continuare un discorso “costituzionale” a colpi di risicata maggioranza. Decisione temeraria che implicava, inevitabilmente, l’azzardo del referendum: dato lo scontato ricorso al popolo da parte delle minoranze parlamentari.
La terza trappola è stata una legge elettorale valida per una sola Camera (dando già per avvenuta la scomparsa di un Senato elettivo). Dopo la sconfitta, la trappola si è rinchiusa. Il catenaccio è stata una logica costituzionale, inattaccabile nelle sentenze della Corte: vincolare il bene pubblico della stabilità di governo ad un sistema elettorale non schizofrenico fra le due Camere. È stata così preclusa la avventuristica via di fuga verso elezioni immediate.
La quarta trappola istituzionale è quella, appena aperta, sulla durata del governo Gentiloni. La trovata di un governo sotto timer di “fuoco amico” è una specie di subordinata alla bizzarria di “elezioni subito!”. Cose già viste negli anni della Repubblica “proporzionale”. Ora, per così dire, perfezionate. Con la gaffe delle “consultazioni parallele” a quelle del Quirinale e con la provocatoria imposizione dell’icona del referendum perduto nella “sala macchine” del governo. Tanto per dare quasi ragione postuma a chi attribuiva al progetto irrefrenabili vocazioni autoritarie. Tuttavia questa riserva di potere di vita e morte sul neonato governo non tiene conto di due elementi che la rendono velleitaria.
Il primo elemento è nelle attribuzioni del presidente della Repubblica. Già nel maggioritario a due poli e ora, ancor di più, nella fase gassosa del tripolarismo, il potere presidenziale si pone come una dimensione diversa rispetto al vecchio triangolo governo- parlamento -giudici. Ora vi è un quadrilatero e il quarto potere “condiziona” gli altri tre. Il secondo elemento è nella intrinseca imprevedibilità della funzione di governo: esercitata in un Paese della fragile Unione, immerso nel Mediterraneo, isola nella corrente dei grandi flussi globali. Ci sono più variabili indipendenti nella durata di un tale governo di quante ne possa immaginare un calcolo politico a gioco fermo. Anche questa trappola istituzionale è dunque pronta a ingabbiare chi non ne ha valutato i rischi.
È bene, però, che gli errori non continuino. In quel che resta di legislatura c’è ancora tempo per fare alcune cose essenziali: con i regolamenti parlamentari, innanzitutto, e con qualche legge ordinaria necessaria, come quella elettorale. Ma anche con minime, e indispensabili, revisioni costituzionali. Chi avrà il coraggio di opporsi ancora al voto ai diciottenni al Senato (oggi precluso dall’art. 58 della Costituzione)? La generazione Erasmus, appunto: di cui oggi piangiamo uno dei tanti, splendidi, ignoti esempi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il professor Katechon e la crisi civiltà

Libro Occidente senza utopie Massimo Cacciari , Paolo ProdiMassimo Cacciari e Paolo Prodi: Occidente senza utopie, Il Mulino, pp. 144, euro 14

Risvolto
Profezia e utopia, due categorie fondanti dello sviluppo dell'Occidente moderno. La tensione dialettica che le ha caratterizzate nel corso dei secoli e il dualismo istituzionale che si è creato tra potere religioso e potere politico hanno permesso all'Occidente la conquista delle sue libertà, dallo stato di diritto alla stessa democrazia. Oggi, sbiadito ormai ogni progetto utopico, il declino dell'Europa non può essere letto solo come corruzione delle regole e delle istituzioni, ma come conseguenza di una crisi di civiltà. 

Neomaoismi immaginari e al consueta protervia occidentale: la vera "sinistra cinese" è quella che porta il paese nella modernità



Il Ventesimo secolo, i «concetti alieni» e l’eredità di Mao 
Sinistra cinese. L’eredità del pensiero di Mao Zedong dunque «è tanto l’oggetto del nostro pensiero quanto un metodo che possiamo usare per riflettere sulle nostre pratiche politiche. Dovrebbe essere da questo punto di vista che noi dovremmo far rivivere la sua eredità»
Simone Pieranni Manifesto 22.12.2016, 20:16 
Il professor Wang Hui viene solitamente considerato all’interno di quella scuola di pensiero che viene chiamata «nuova sinistra cinese». A torto, specie anni fa, questo filone di pensiero è stato incastonato all’interno di una più variegato corrente di «neo maoismo» che faceva esplicito riferimento al «modello Chongqing» e all’astro nascente della politica nazionale, Bo Xilai: si tratta di un errore, perché un conto è il pensiero politico e critico di Wang Hui, che di sicuro ragiona su Mao, un conto sono le fazioni interne al partito comunista. 
Eventualmente non può considerarsi un errore, invece, attribuire alla «nuova sinistra cinese» un peso, benché relativo, durante la presidenza di Hu Jintao e il premierato di Wen Jiabao, nel decennio tra il 2002 e il 2012, quando allo «sviluppo scientifico» venne associata una necessaria ricerca di «eguaglianza» quanto meno nelle intenzioni di governo. Di sicuro la caduta di Bo Xilai ha provocato uno scossone non solo nella fazione politica che rappresentava all’interno del partito, ma anche nel più variegato mondo che rifletteva e discuteva circa la direzione politica ed economica che la Cina avrebbe dovuto prendere. 
E la presidenza di Xi Jinping, se sembrava aver bloccato tutta una serie di riflessioni – con il suo tentativo di tenere tutto, dal maoismo, al mercato, alla lotta alla corruzione – ha finito per rendere ancora più necessaria una riflessione con lo stile e l’acume di Wang Hui: mai come oggi la Cina è inserita in processi globali che ne evidenziano caratteristiche proprie e generali e che determinano la necessità di una riflessione di «sinistra» capace di tenere insieme tanto la storia specifica del paese, quanto lo sviluppo globale del capitalismo. 
«Alla sua radice, scrive Wang Hui, la crisi della rappresentanza è un prodotto del neoliberismo nella sfera politica, in quanto è una conseguenza della depoliticizzazione». Insieme alla produzione, l’affacciarsi di metodologie di governo simili, uniti nel nome di una polarizzazione sociale che finisce per diminuire il campo autonomo della politica, comportano la necessità di un pensiero che sappia tenere insieme storia nazionale e quanto accade nel resto del mondo. La voce di Wang Hui costituisce una importante visione della Cina di oggi e non solo, perché uno dei meriti della sua produzione è quello di introdursi in un più globale dibattito politico. 
In una intervista Wang Hui racconta di quando, durante un incontro con il leader della socialdemocrazia tedesca Sigmar Gabriel, accomunò i sistemi democratici occidentali e quello cinese, nel riscontrare la stessa problematica legata alla questione della crisi della rappresentanza. Il pubblico e Gabriel, racconta Wang Hui, furono stupiti di questo «avvicinamento». 
Nei motivi dello stupore rientra sicuramente un flusso informativo che descrive la Cina in modo superficiale, senza indagare il profondo senso politico del paese, senza sottolinearne le dinamiche e senza riscontrare quanto è palese, ovvero un avvicinamento globale dei sistemi di governo, frutto di larghe coalizioni e rappresentanti di una fascia, minoritaria, della popolazione, costituita da ricchi oligarchi e magnati. 
Nel raccontare la discussione con Gabriel, Wang Hui riscontra inoltre che «nel contesto europeo il socialismo è immediatamente avvicinato a un concetto di dispotismo e dominio totalitario e senza alcuna regola. Il tenore è sempre solo ed esclusivamente negativo. Ma l’eredità del socialismo è ricca e complessa, e dobbiamo giungere a un conclusione critica al riguardo». 
L’eredità del pensiero di Mao Zedong dunque «è tanto l’oggetto del nostro pensiero quanto un metodo che possiamo usare per riflettere sulle nostre pratiche politiche. Dovrebbe essere da questo punto di vista che noi dovremmo far rivivere la sua eredità».

La crisi dello statuto epistemologico della psicoanalisi: Silvia Vegetti Finzi






Potere e ospitalità nella Grecia antica: Luciano Canfora



Non ci mancava la lettura psicopatologica dell'islamismo politico radicale


Come già detto, quando non hanno idea ricorrono alla psicoanalisi [SGA].

Fethi Benslama: Le surmusulman. Un furieux désir de sacrifice, Seuil

Risvolto

Comment penser le désir sacrificiel qui s’est emparé de tant de jeunes au nom de l’islam ? Cet essai propose une interprétation dont le centre de gravité est ce que j’appelle le surmusulman. Qu’il revête l’aspect d’une tendance ou qu’il s’incarne, il s’agit d’une figure produite par près d’un siècle d’islamisme. Je l’ai décelée dans ses discours et dans ses prescriptions, mais aussi à partir de mon expérience clinique.
La psychanalyse ne consiste pas uniquement à « thérapeutiser » des gens à l’abri d’un cabinet. Son enseignement clinique permet d’explorer les forces individuelles et collectives de l’anticivilisation au cœur de l’homme civilisé et de sa morale.
C’est pourquoi, ce qu’on appelle aujourd’hui « radicalisation » requiert des approches complémentaires, en tant qu’expression d’un fait religieux devenu menaçant et en même temps comme un symptôme social psychique.
La désignation de surmusulman a ici valeur d’un diagnostic sur le danger auquel sont exposés les musulmans et leur civilisation. C’est la raison pour laquelle cet essai se termine par un chapitre sur le dépassement du surmusulman, en perspective d’un autre devenir pour les musulmans.

Fethi Benslama Membre de l’Académie tunisienne, Fethi Benslama est psychanalyste et professeur de psychopathologie clinique à l’université Paris-Diderot.

Monetarismo e antimonetarismo negriero e "del comune"

cop_grateful.inddAndrea Fumagalli: Grateful dead economy. La psichedelia finanziaria, AgenziaX; pp. 190, euro 15


Risvolto
Da ciascuno secondo le proprie potenzialità, a ciascuno secondo i propri sogni. 
L’economia mondiale è drogata. Quando si attutiscono gli effetti dirompenti dei mutui subprime, si apre la crisi del debito pubblico con il peso nefasto delle politiche di austerity. Appena si affaccia una timida ripresa, ecco il crollo del prezzo del petrolio, la crisi bancaria e il rallentamento della Cina e dei paesi Brics che rimettono di nuovo tutto in discussione. L’instabilità è diventata endemica e le droghe assunte (il quantitative easing o il Jobs Act) non fanno più effetto. Forse perché non sono adeguatamente psichedeliche?
Un tempo la psichedelia era infatti sinonimo di creatività, sperimentazione, innovazione e sovversione. Ora regnano l’impotenza e la depressione sociale. Forse perché la finanza e la mercificazione economica si sono appropriate non solo del corpo ma anche dei cervelli, dei sensi e dell’eros, costringendoli a vivere una vita di elemosina e precarietà?
Questo volume di agile lettura, utilizza la metafora dei Grateful Dead, non solo per rendere omaggio a uno dei gruppi musicali che più ha inciso sulla cultura alternativa, ma per discutere criticamente l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, nato negli anni sessanta e riapparso nelle ultime due decadi nell’ideologia libertarian, fondata sulle libertà individuali, l’antistatalismo e il primato dello spirito del self-made man. Grateful dead economy analizza le tre parole chiave al centro del dibattito politico del nuovo millennio: il concetto di comune, lo spirito open source e il ruolo delle monete alternative. 

Andrea Fumagalli insegna economia politica presso le università di Pavia e di Bologna. Si occupa di tematiche relative alle trasformazioni del capitalismo, alla precarietà del lavoro e al reddito di base. Collabora con il sito di discussione politica e militante “Effimera”. È autore, fra gli altri, di Bioeconomia e capitalismo cognitivo (2007) e Sai cos’è lo spread? (2012).

Solo Silvio può ridarci il proporzionale



Mattarellum, Renzi convince solo Salvini
No di Berlusconi e Grillo alla proposta del segretario Pd sulla legge elettorale. Dissensi anche tra le correnti renziane, per il ministro Orlando l'uninominale di collegio del 1993 ha "troppe controindicazioni in un sistema tripolare"
Andrea Fabozzi Manifesto 21.12.2016, 23:59
Per una settimana, dopo la vittoria del No al referendum, la Lega Nord ha proposto di recuperare la vecchia legge elettorale, il Mattarellum (del resto il senatore leghista Calderoli, per quanto autore della legge che ha cancellato il Mattarellum, è uno che si è presentato talvolta in senato con un mattarello di legno, a indicare le sue preferenze). Poi Matteo Renzi, nell’assemblea del Pd dell’altro ieri, ha proposto anche lui di tornare al Mattarellum. E naturalmente Salvini ieri ha detto di sì, che va bene, che è quello che sta chiedendo lui. Si può fare anche prestissimo, ha esagerato, «in quindici giorni». Svelti svelti, i lealisti renziani hanno dato segni di esultanza: «Un buon inizio», «interessanti aperture», «un passo significativo»; la prova insomma che il capo ha visto giusto. Invece la disponibilità leghista, già nota da giorni, è rimasta isolata. Più numerose sono arrivate le bocciature. Dagli avversari, ma anche dagli alleati della maggioranza. Da fuori, ma anche dall’interno del Pd.

Si fa più presto a dire chi aderisce al «progetto Mattarellum». Oltre ai leghisti, solo i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Anche perché la loro posizione è questa: «Va bene qualsiasi legge elettorale, purché si vada subito a votare». Tornare al Mattarelum è, in teoria, la soluzione più semplice. Basta abrogare la legge 270/2005 (il Porcellum) e ripristinare i testi in vigore in precedenza, si può fare con una legge di un solo articolo. In teoria, perché si aprirebbe subito il capitolo delle modifiche alla legge, con la quale si è andati alle urne tre volte, dal 1994 al 2001. Due modifiche sono obbligate: l’introduzione della parità di genere nelle candidature all’uninominale e la riduzione dei seggi assegnati con il proporzionale per far spazio ai candidati eletti all’estero. Una terza modifica potrebbe essere consigliata dall’esperienza: la correzione del meccanismo dello scorporo, che risponde a un’esigenza lodevole (attenuare l’effetto maggioritario), ma che ha lasciato spazio all’imbroglio delle liste civetta. Poi ci sono le modifiche «a piacere» sull’impianto base, che assegna il 75% dei seggi (475 alla camera e 232 al senato) nelle sfide uninominali e il 25% dei seggi (155 alla camera e 83 al senato) con il proporzionale. Ognuno ha le sue. C’è la vecchia proposta della neo ministra per i rapporti con il parlamento Finocchiaro, che introduce un premio di maggioranza garantendo il 55% dei seggi al partito che conquista il 40% dei voti C’è il Mattarellum 2.0 del senatore Fornaro, esponente della minoranza bersaniana del Pd, che prevede un premio di governabilità fisso, dividendo la quota proporzionale tra primo partito (90 seggi), secondo (30 seggi) e tutti gli altri (23 seggi). E ci sarebbe senz’altro, in caso di ritorno al Mattarellum, la necessità di ridisegnare i collegi uninominali, visto che sono passati quindici anni e due censimenti generali dall’ultima volta in cui è stato utilizzato.
Per rifare i collegi serve un tempo di lavoro non breve, ma neanche lunghissimo come qualcuno (interessatamente) prevede. Si può fare in un paio di mesi, è il tempo impiegato dalla commissione presieduta dal presidente dell’Istat, tra maggio e luglio 2015, per cambiare la mappa elettorale e rendere operativo l’Italicum. Un lavoro inutile, trasferito inutilmente in una legge il 6 agosto di quell’anno.

Intanto nella giornata di ieri si deve registrate la netta contrarietà al Mattarellum del Movimento 5 Stelle, lo stesso che nel 2013 era il più tenace sostenitore della vecchia legge. Per i grillini qualsiasi tentativo di superare l’Italicum è da intendersi come un sabotaggio ai loro danni. Sono pronti «al Vietnam parlamentare» pur di tenere tutto fermo in attesa della sentenza della Consulta sull’Italicum. Probabilmente non servirà, visto che le camere lavoreranno appena una decina di giorni tra l’Epifania e il 24 gennaio, il giorno del giudizio. Anche Forza Italia ha detto no al Mattarellum. Ma soprattutto si è fatta notare la frenata del ministro Andrea Orlando. «In un sistema tripolare rischia di avere troppe controindicazioni», ha detto il leader della corrente Giovani turchi. Uno dei due. L’altro è il presidente del Pd Matteo Orfini, che ha detto più o meno la stessa cosa, con la differenza di tono che negli ultimi tempi si registra tra loro: «Non ho amato molto il Mattarellum, ma è la proposta votata dall’Assemblea Pd». Almeno in attesa che si aprano i giochi, a febbraio.


Renzi e lo scoglio Forza Italia “C’è chi vuole tirare a campare ma si deve votare entro giugno” 
Il no berlusconiano al Mattarellum alimenta i sospetti del leader. Ieri però alla Camera Pd, FI e 5Stelle hanno rinviato tutto al dopo Consulta

TOMMASO CIRIACO Rep
ROMA. «Noi dobbiamo fare di tutto per cambiare la legge elettorale. E poi dobbiamo tornare a votare, al massimo entro giugno. Altrimenti consegneremmo l’Italia ai cinquestelle». La proposta di rispolverare il Mattarellum ha ricevuto più critiche che applausi, ma la linea di Matteo Renzi non cambia. L’obiettivo dell’ex premier, peraltro assente ieri alla cerimonia del Colle, restano le urne anticipate. Il Quirinale non le esclude certo, ma mette dei paletti precisi, primo tra tutti l’esistenza di una legge elettorale efficiente e omogenea per i due rami del Parlamento.
Ma la strada per raggiungere questo obiettivo è complessa e destinata ad alimentare i dubbi e i sospetti che nei ragionamenti del leader chiamano in causa alcuni big del Pd, ma anche Silvio Berlusconi. «Sento che molti vorrebbero tirare a campare - ha confidato l’ex capo del governo - impedirò che ci riescano».
Sarà che si avvicina la vigilia di Natale, ma in Parlamento la rincorsa a una nuova legge elettorale non sembra in cima alle priorità dei partiti. Ieri, per dire, la commissione Affari costituzionali della Camera ha rinviato ogni discussione a dopo la sentenza della Consulta sull’Italicum. Tutti d’accordo - dal Pd a FI e M5S (non la Lega e Sinistra Italiana) - anche se perseguendo obiettivi diversi. Berlusconi, ad esempio, non ha alcuna voglia di cimentarsi con nuove elezioni politiche. Tende la mano a Paolo Gentiloni - «auguri di buon lavoro, ci siamo in tutto, a partire da Mps» - ma chiude sul Mattarellum ed elezioni anticipate: «Non funziona più, serve il proporzionale. Ne parliamo comunque dopo la Consulta. Ed è giusto che si allontani la data del voto».
Senza la sponda azzurra, il ventaglio di mosse a disposizione del segretario dem si riduce drasticamente. Né può bastare l’aiuto di Matteo Salvini, l’unico ad aver finora aperto al ritorno alla legge del 1993. Il punto di caduta, allora, sembra sempre lo stesso: il sistema elettorale che uscirà dalla sentenza della Consulta. Per Berlusconi è semplicemente il meccanismo ideale: ottimo se cancella il ballottaggio e prevede a un premio di maggioranza soltanto per chi raggiunge il 40%, perfetto se trasforma l’Italicum in un proporzionale puro. Che, in fin dei conti, non dispiacerebbe nemmeno ai cinquestelle.
Neppure Renzi scava trincee contro questa ipotesi. Certo, percorrerà fino all’ultimo la strada del Mattarellum, ma le simulazioni che ha a disposizione gli indicano anche i rischi di questa legge. Al Sud premierebbe soprattutto i grillini, mentre il Pd terrebbe botta lungo la dorsale appenninica e in alcune aree del Nord. La Lega volerebbe nelle Regioni a forte intensità padana, mentre Berlusconi rischierebbe l’estinzione di FI. Impossibile per tutti, comunque, governare senza alleanze. Anche per i cinquestelle, che dovrebbero inseguire un’intesa acrobatica con il Carroccio.
Un rebus complicato, che rende appetibile proprio il proporzionale che potrebbe uscire dalla Consulta. Per Renzi è la garanzia migliore di un ritorno rapido al voto. Mattarella, però, ha ribadito che occorrono sistemi omogenei tra le due Camere. Ecco il punto in cui il sentiero dell’ex premier si stringe, allora: difficile forzare la mano sulle elezioni, sostenendo che l’-I-talicum ritoccato dai giudici - con tanto di premio di maggioranza - possa andare a braccetto con il Consultellum. Nonostante tra i renziani ci sia chi sostiene che la soglia di sbarramento molto alta di Palazzo Madama (8%) rappresenti un premio implicito.
Eppure, il segretario dem non intende arretrare. Considera un «mezzo miracolo » l’aver rimandato il congresso. Non perché ne temesse l’esito, sia chiaro. Piuttosto perché il rinvio gli consegna le chiavi delle liste elettorali, senza essere costretto a rispolverare bilancino interno delle correnti: «Chi voleva fare melina ha confidato ai suoi - ha meno armi a disposizioni ». Si vedrà. Di certo il “partito della continuità”, che coinvolge ampi settori del Pd – da Dario Franceschini alla minoranza – potrebbe tornare a farsi sentire, chiedendo di non affrettare la corsa elettorale. E Gentiloni? Collabora con il segretario del Pd. E quando qualcuno gli chiede del rischio di una battaglia tra i dem per stabilire la data elettorale, rispolvera il romanesco e si trincera dietro una battuta: «Boni, state boni...».
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Effetto Vivendi, Berlusconi apre “Pronti a dare una mano su tutto” L’ex premier non esclude un’alleanza con il Pd: “Vedremo” Amedeo La Mattina  Busiarda
Berlusconi lo ha detto: lunga vita a Gentiloni e in futuro, perché no, un’alleanza con Renzi. Un tocco velenoso che potrebbe essere l’«effetto Vivendi», ovvero il terrore di perdere Mediaset. Allora servono protezioni dal Quirinale e da Palazzo Chigi. Questa è la tesi che circola in queste ore dopo le rumorose affermazioni del Cavaliere al brindisi natalizio con il Capo dello Stato. A cominciare da quel sussurro all’orecchio del premier Paolo Gentiloni. «Sia chiaro che noi ci siamo su tutto, a cominciare da MPS, auguri di buon lavoro», gli ha detto poggiandogli una mano sul braccio.
La verità è che la stessa disponibilità Berlusconi l’aveva data allo stesso Mattarella nell’incontro del 27 ottobre scorso. Forse perché subodorava l’aria di tempesta che si stava abbattendo sulle sue aziende. Non si può escludere nemmeno che Berlusconi speri in un atto di clemenza da parte di Mattarella o in una relazione molto positiva del governo alla Corte di Strasburgo che dovrà decidere sulla sua riabilitazione politica che gli consentirebbe di ricandidarsi. Più banalmente si potrebbe dire che il leader di Fi non vuole andare ad elezioni anticipate e legarsi le mani con Salvini che scalpita per essere incoronato candidato premier del centrodestra. Al di là di tutte le supposizioni, ci ha pensato proprio il protagonista a fare chiarezza e far imbufalire Salvini («lo vada a dire ai suoi elettori che vuole allearsi con Renzi»). Arrivato al Quirinale con Gianni Letta, Ravetto e Brambilla, a discorso quasi terminato del Capo dello Stato, tra una tartina e un flûte di champagne, il Cavaliere ha detto che «è giusto che si allontani la data del voto». È chiaro che «non siamo preparati assolutamente e poi deve arrivare una legge elettorale condivisa». E per fare una legge elettorale condivisa, bisogna sedersi attorno a un tavolo con calma, senza fretta: aspettare la sentenza della Corte Costituzionale, poi si vedrà. 
Ancora più dirompente un’altra frase in risposta a chi gli chiedeva se ci sarà un’alleanza con Renzi. «Per ora facciamo la legge elettorale, poi vediamo...». E ha pure strizzato un occhio ai giornalisti che stavano registrando le sue parole. Berlusconi tiene il punto sulla sua proposta, quella di un sistema elettorale proporzionale, con sbarramento per accedere in Parlamento (4-5%) e un piccolo premio di governabilità (il 15%). Con il proporzionale ognuno corre per sé e Berlusconi non sarebbe costretto a dire con chi vuole governare e poi, a giochi fatti e a urne aperte, decidere con chi formare una maggioranza. 
Ecco il significato di quel «per ora facciamo la legge elettorale, poi vediamo...». Quindi no al Mattarellum proposto da Renzi e accettato da Salvini, cioè ai collegi uninominali che sono sempre stati il vicolo stretto dei berlusconiani. Se però la quota proporzionale venisse portata dal 25% (come prevede i Mattarellum) al 50% Berlusconi potrebbe riconsiderare la cosa? Ciò fa parte della trattativa. Per ora è no. «Il Mattarellum - ha spiegato il Cavaliere - ha funzionato in uno schema di bipolarismo. Oggi abbiamo tre poli. Penso ad un modello proporzionale condiviso. Inoltre non ho nulla contro un’assemblea costituente, cento persone che lavorino per un dato tempo ad una proposta di riforma». 
Ma ci sono cose più importanti da fare. Mettere in sicurezza Mediaset e salvare le banche italiane. «Il Monte dei Paschi va salvato assolutamente, checché ne dica l’Europa: altrimenti ci sarebbe un disastro per la nostra storia e il nostro Paese». Preoccupato per la scalata di Vivendi? «Vuole che alla mia età ci sia qualcosa che ancora mi preoccupi?», ha risposto, sorridendo, l’ex premier in grande forma.  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI