giovedì 15 dicembre 2016

La rete internet di Aleppo e la Sinistra Imperiale










Ma i civili di Aleppo in fuga dalle devastazioni del perfido Assad e di Putin, esattamente, come fanno a twittare con questa insistenza?

Cioè, quel degenerato starebbe radendo al suolo la città e massacrando innocenti - compresi bambini di 7 anni dotati di smartphone - e però gli lascia internet?

In realtà, è difficile sapere con precisione cosa stia accadendo, visto che nessuno di noi sta là e nessuno di noi può dire di avere delle fonti attendibili. Da parte governativa, ad esempio, basti dire che questa sarà la nona o decima volta che Aleppo viene dichiarata riconquistata. Ma da parte dei media embedded dell'Impero, il numero di bufale inventate in questi anni in ossequio al Dipartimento di Stato è così esorbitante da aver fatto perdere loro qualunque credibilità, mentre la volontà manipolatrice è assolutamente manifesta.

Quello che è certo, comunque, è che non ci sono più i Nuovi Hitler di una volta. E che in compenso i boccaloni democratici e umanitari dall'indignazione a comando prontissima abbondano. [SGA].


La bandiera di Assad su tutta Aleppo Mosca: battaglia finita. E la città fa festa 
Dopo quattro anni di guerra, l’ambasciatore russo all’Onu annuncia: conquistata anche la zona Est Ma un rapporto delle Nazioni Unite denuncia: “Ottantadue, tra cui donne e bimbi, uccisi a sangue freddo”

ALBERTO STABILE Rep
ALEPPO LA GENTE dei quartieri occidentali di Aleppo ha festeggiato fino a notte alta. Caroselli di auto a clacson spiegato, raffiche in aria di Kalashnikov, balli per strada illuminati dalle luci delle televisioni e dalle luminarie di Natale. Si festeggia la fine di un incubo iniziato nel luglio del 2012.
UN INCUBO iniziato con l’arrivo delle colonne ribelli dalla campagna e dal confine con la Turchia; la divisione arbitraria della città; l’ondata di rifugiati in fuga da Est; le famiglie spaccate; i sevizi collassati; la vita ridotta a lotta quotidiana per il minimo. A sera il loro entusiasmo si materializza nelle parole dell’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, secondo il quale l’operazione contro i ribelli è finita e «le forze del presidente Assad hanno il pieno controllo della zona orientale» della città.
Nelle ultime ore della battaglia i gruppi armati, tra i quali, in posizione dominante, la succursale di Al Qaeda in Siria, Jabhat al Nusra, alias Jabhat Fatah al Sham, l’Armata islamica, Jaish al Islam, e le diverse sigle scaturite da quello che era una volta il Libero esercito siriano, appoggiato e armato dagli Usa, si sono dovuti asserragliare in una striscia di territorio di pochissimi chilometri quadrati, in pratica tre borgate, Sukkari, Seif al Dawla e Tel al Zarazir. L’avanzata finale delle forze governative, appoggiate dall’aviazione russa e dalle milizie filo-iraniane libanesi, irachene e afgane, più una formazione palestinese, le Brigate al Quds (Gerusalemme), sui quartieri controllati dagli insorti, è stata accompagnata da denunce di massacri e violenze sui civili, fatte proprie dal Comitato Diritti Umani dell’Onu. Il portavoce dell’organismo internazionale, Rupert Colville, ha citato non meglio precisati “rapporti” provenienti da Aleppo Est, secondo i quali 82 persone, tra cui donne e bambini, sarebbero state uccise a sangue freddo in quattro diverse località. Senza tuttavia offrire riscontri e ulteriori dettagli.
Davanti alla prospettiva di una sconfitta irrimediabile, i ribelli hanno ribadito al richiesta alla nazioni che hanno appoggiato la rivolta, vale a dire gli Stati Uniti e a Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar, innanzitutto di imporre un immediato cessate il fuoco per poter consentire l’evacuazione di centomila civili intrappolati. Ma questa stima appare discutibile, se è vero che ormai la zona sotto il controllo delle organizzazioni armate e ridotta ad uno stretto corridoio. In ogni caso, la Russia, e tanto meno Assad sono favorevoli a concedere una tregua che darebbe ai miliziani il tempo di raggrupparsi e riorganizzarsi. Inoltre il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha condizionato la possibilità di concedere una tregua all’apertura da parte dei ribelli di corridoi umanitari per far defluire i civili verso la zona occidentale ed evitare che vengano usati come scudi umani.
In effetti, il flusso di civili in fuga dai quartieri un tempo controllati dai ribelli è cominciato da giorni ed è cresciuto parallelamente al progressivo indebolimento dei miliziani. Un fenomeno che i ribelli armati hanno cercato di ostacolare. Fino a quando non è prevalsa la determinazione della gente.
«Siamo scappati così come ci vede, giusto il tempo di indossare qualcosa sopra il pigiama, appena abbiamo capito che i miliziani ci avrebbero lasciato andare. Eppure, nonostante da due giorni sembrasse che stessero soltanto aspettando l’ordine di ritirarsi dal quartiere, hanno osato minacciarci e a qualcuno lo hanno anche ferito: andate pure — ci dicevano — tanto vi troveremo e spareremo a voi e a loro». Nura, una energica signora di mezza età, racconta la sua fuga, insieme alla figlia Yasmina, una ragazza bella ed elegante nel suo niqab viola e nero, dall’ultima trincea dei ribelli nella Città Vecchia, il quartiere residenziale di Ferdus, dove sarebbero state commesse alcune delle “atrocità”, denunciate dalle Nazioni Unite.
I rifugiati di Aleppo Est, vengono accolti e identificati nella ex fabbrica di cotone di Jibrine a una ventina di chilometri dalla città, una grande area di capannoni e depositi danneggiati dalla guerra, al confine con l’aeroporto. Soltanto ieri, ne sono arrivati ottomila. Poi un forte temporale ha rallentato l’esodo.
Arrivano nei famosi autobus verdi dei trasporti pubblici affollati all’inverosimile, oppure ammassati su mezzi di fortuna come il rimorchio di un tir o il cassone di un trattore stimati all’inverosimile. Uomini donne, bambini e bagagli. C’è chi parla apertamente dell’arroganza dei miliziani e di come hanno cercato di impedire alla gente di partire. Fuhad Mohhamed Abu Nubaz, 50 anni, sposato con Umm Nasser, e padre di tre figli maschi faceva l’elettricista a Ferdus e quando, nell’estate del 2012, sono arrivati i ribelli non si è mosso. «Non avevo niente da temere dopo una vita di lavoro, Avevo la mia casa a Ferdus, una discreta posizione». Fuhad mette le mani quasi a proteggerlo sulle spalle di Nabil, il figlio di tredici anni che si è preso una scarica di pallini, i cosiddetti bird shot usati come munizioni antisommossa, sulla gamba sinistra. «Sì, è ferito, per fortuna niente di grave — dice Fuhad -. È successo ieri quando ci siamo avvicinati al posto di blocco e Nabil è corso un po’ troppo avanti da solo. Gli hanno sparato senza preavviso».
Due giovani donne, avvolte nel velo nero che lascia scoperto il viso tengono a bada una nidiata di bambini. Una si chiama Nasrine, l’altra Najakh, hanno entrambe trent’anni e sei figli ciascuno. Vengono da Tareq el Bab, uno dei quartieri confinanti con Hanano dove, fino a giovedì sera, si sparava. «In questi anni, non abbiamo visto né ricevuto niente, né aiuti, né cibo, mentre loro (gli jihadisti, n. d. r.) mangiavano e bevevano. Ora siamo così come ci vede, senza soldi per l’affitto, senza sostegno e senza speranza », dice Najakh scuotendo a riprova la veste nera, sdrucita.
Chiedo dove sono i mariti. «Ieri sera siamo usciti tutti insieme da Tareq el Bab quando abbiamo capito che non c’erano più controlli. Ma al posto di blocco di Mahadi li hanno fermati e se li sono presi ». Chi li ha presi? «La polizia siriana, ma non hanno fatto niente». Ci ascolta un’altra giovane donna con alle spalle una altra storia drammatica. Si chiama Rania Khalu e ha tre bambini, il più piccolo di 4 anni e la più grande di 13. Rania è, o meglio, si considera, vedova. «Dopo che i ribelli sono arrivati a Ferdus hanno cominciato a cercare uomini del quartiere per arruolarli. Una sera mio marito, Ahmed, è uscito per andare a parlare con loro e non è più tornato. Lo aspetto da allora». Che fine potrebbe aver fatto? Cosa immagina? «Penso che si sia rifiutato di arruolarsi perché non ne aveva nessuna intenzione, lo so, me l’aveva detto, ne avevamo parlato, e allora l’hanno ammazzato».
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LA NUOVA GEOGRAFIA AL TEMPO DI TRUMP 
ROBERTO TOSCANO Rep 14 12 2016
LA SITUAZIONE internazionale sembra destinata a trasformarsi in modo accelerato. L’annuncio della fine della battaglia di Aleppo, con la sconfitta delle forze ribelli, non significa soltanto che il regime di Assad può ora contare di sopravvivere ai cinque anni di guerra civile, ma soprattutto che Vladimir Putin può vantare che, nonostante quella che lui ha definito la catastrofe della fine dell’Unione sovietica, la Russia conta ancora, come se davvero fosse una grande potenza.
Ma l’azzardo di Vladimir Putin trova oggi un fondamento non solo nell’uso spregiudicato della forza (dall’annessione della Crimea alla secessione di fatto del Donbass), ma dal fatto che il grande avversario, l’America, sta per passare sotto la guida politica di un presidente che sembra riconoscere che non è possibile né ignorare né escludere la Russia. Nel corso della campagna elettorale Trump aveva sorpreso per le sue espressioni di ammirazione per Putin in quanto uomo politico deciso, duro, e non impacciato da quella correttezza politica che per Trump costituisce l’innegabile segnale della debolezza tipica dei progressisti, a partire da Obama. Affinità che potrebbero essere limitate allo stile, alla forma dell’azione politica piuttosto che ai suoi contenuti, se non fosse che successivamente sono arrivati segnali ben più sostanziali che fanno ritenere possibili svolte concrete di natura politica.
Difficile interpretare diversamente la critica di Trump alla Cia — una critica senza precedenti da parte di qualcuno che sta per trasferirsi alla Casa Bianca — per avere avallato, sulla base dei dati dell’intelligence, l’ipotesi che gli “hackers di Stato” russi siano intervenuti nella campagna presidenziale americana per sabotare Hillary Clinton e per favorire Donald Trump. Ma al di là di questa polemica è sul terreno delle nomine che emergono segnali di una possibile profonda revisione della politica russa di Washington. Nel curriculum del generale Michael Flynn, designato Consigliere per la sicurezza nazionale, vi è il ruolo di editorialista (retribuito) della rete Rt, organo ufficioso del “putinismo”. Ancora più significativo è l’annuncio della nomina di Rex Tillerson, Ceo della Exxon Mobil, a ricoprire il ruolo di Segretario di Stato. Tillerson, che nel 2013 è stato insignito da Putin dell’“Ordine dell’amicizia” per la collaborazione con la Russia nello sfruttamento delle risorse petrolifere dell’Artico, si era pubblicamente espresso contro l’imposizione di sanzioni alla Russia in relazione alle vicende ucraine.
Ma non si tratta solo di Russia. Che con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca il mondo si trovi molto probabilmente alla vigilia di novità sostanziali lo fanno pensare segnali relativi a altre grandi questioni internazionali. L’Iran, ad esempio: tema su cui sono perfettamente allineati tutti i personaggi che stanno per entrare nel nuovo governo americano. Quando era responsabile della Dia, l’intelligence della Difesa, Flynn aveva addirittura cercato di collegare in modo totalmente arbitrario l’Iran al sanguinoso attacco al Consolato americano di Bengasi. Il futuro Segretario alla Difesa James Mattis ha ripetutamente denunciato l’accordo nucleare e Mike Pompeo, futuro capo della Cia, lo ha ripetutamente definito “disastroso”. Il più bellicoso contro l’Iran è un personaggio quasi caricaturale nella sua irrefrenabile passione per l’azione militare (e il suo disdegno per il diritto internazionale): John Bolton, che dopo il 20 gennaio assumerà probabilmente l’importante ruolo di Vice Segretario di Stato. Non è azzardato prevedere un inasprirsi di rapporti che nel corso della presidenza Obama avevano appena cominciato a spostarsi verso un limitato disgelo. Non sono a questo punto da escludere pericolosi incidenti nel Golfo Persico, mentre diventano sempre più dubbie le sorti del governo Rouhani e di quell’ipotesi centrista-riformista (autentica ma fragile, sottoposta com’è alla controspinta dei radicali del regime) che ha nell’accordo nucleare il primo terreno di verifica.
Russia e Iran sono temi centrali, ma non certo i soli su cui possiamo attenderci svolte politiche gravide di conseguenze: pensiamo soltanto alla Cina, e alla “storica” telefonata di Trump alla presidente di Taiwan, e alla dichiarazione del presidente eletto secondo cui il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (una decisione carica di significato politico, e non solo simbolico) costituisce una forte priorità.
Impaziente dei compromessi che emergono ai tavoli della diplomazia, Trump promette di rovesciare quei tavoli, incurante delle conseguenze in quanto convinto che non vi siano limiti all’affermazione unilaterale di un’America finalmente libera dalle remore politiche, giuridiche ed etiche che hanno caratterizzato il doppio mandato presidenziale di Barack Obama. Non si tratta di una svolta realista contrapposta ai limiti del multilateralismo e ai fallimenti dell’internazionalismo liberale, ma della pericolosa utopia del recupero di una mitica passata grandezza, possibile solo se verranno rimossi gli impacci, le regole, le mediazioni, i compromessi.
La sfida che si profila è davvero sistemica, ed andrà ben oltre la schematica alternativa filoamericanismo/ antiamericanismo. Non sarà facile per nessuno — in particolare per l’Europa — rispondere a questa sfida. Tanto più dal momento in cui sia a Washington che a Mosca saranno al comando due personaggi imprevedibili in quanto spregiudicati — anche se uno solo, Putin, guidato da un disegno preciso e coerente.
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