martedì 13 dicembre 2016

Quando Ratzinger era progressista Antonio Socc'mel era ancora bambino


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A Roma, il 14 dicembre, nell’aula magna della università Gregoriana la presentazione del settimo volume edito dalla LEV
Busiarda


Le idee progressiste di The Young Pope così gli scritti giovanili di Ratzinger anticipano le riforme di Bergoglio 
Pubblicati i testi del futuro Pontefice sul Concilio Vaticano II in cui rivendica la necessità del “dialogo con il mondo di oggi”

PAOLO RODARI Rep 13 12 2016
CITTÀ DEL VATICANO
C’è un Ratzinger poco percorso, quasi sconosciuto. Molto più vicino a Papa Bergoglio di quanto si possa immaginare, soprattutto per quanto riguarda la visione di una Chiesa che sappia guardare in modo positivo alle sfide della modernità e, insieme, intransigente nel condannare il carrierismo e i privilegi di vescovi e clero. È il Ratzinger, a tratti del tutto inedito in italiano, che giovane professore della facoltà teologica cattolica dell’università di Bonn — il più giovane docente — partecipò come consigliere del cardinale Joseph Frings al Concilio Vaticano II. Da consigliere fu più volte consultato, esprimendosi spesso in modo frammentario, ma in ogni caso ben mostrando un visione di se stesso lontana da quell’immagine del “grande conservatore” che con troppa semplicità gli è stata successivamente appiccicata addosso.
I testi, pubblicati nel settimo volume della sua opera omnia ( Opera Omnia. L’insegnamento del Concilio Vaticano II) dalla Libreria Editrice Vaticana, con traduzione di Pierluca Azzaro, e presentati domani pomeriggio in Gregoriana, mostrano un giovane teologo che auspica una Chiesa capace di aggiornamento, di passi in avanti. La Chiesa che ancora in epoca barocca aveva plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Ma le cose — si domanda significativamente Ratzinger — devono «rimanere così?» La Chiesa non può «compiere un passo in senso positivo nei tempi nuovi?».
Il primo passo in avanti riguarda la liturgia. Ratzinger non appare per nulla entusiasta di una Chiesa ancorata al rito antico. «È forse normale — si chiede in un testo scritto di getto nel gennaio del 1963, a Concilio concluso, a beneficio dei suoi studenti — che 2500 vescovi, per non parlare dei tanti altri credenti, siano condannati a essere muti testimoni di una liturgia nella quale, oltre al celebrante, ha la parola solo la Cappella Sistina? Il fatto che non fosse richiesta la partecipazione attiva dei presenti non era forse sintomo di una situazione che andava superata? ».
La questione di fondo era ovviamente più generale e non riguardava meramente la liturgia. La domanda che tutti si ponevano era una: da che parte deve andare la Chiesa? Si chiede Ratzinger: «L’attitudine dello spirito antimodernista, la linea della chiusura, della condanna, della difesa che giunge fin quasi al timoroso rifiuto, deve essere mantenuta, oppure la Chiesa, dopo aver operato la necessaria demarcazione, vuole aprire una pagina nuova, entrando in dialogo positivo con le sue origini, con i suoi fratelli, con il mondo di oggi? ». Risponde, senza tentennamenti, lui stesso: «Questo Concilio si è trasformato in un nuovo inizio per il fatto che una maggioranza molto netta si decise per la seconda alternativa. È così che esso ha oltrepassato il rango di continuazione del Vaticano I: infatti Trento e Vaticano I servirono al movimento di chiusura, di salvaguardia e di demarcazione, l’attuale Concilio, sulla base di quello che era stato operato, si è rivolto a un nuovo compito». Insomma, la decisione di esprimersi «contro la prosecuzione unilaterale dello spirito antimodernistico » è stata presa. Ed è la decisione «di imboccare una nuova strada, positiva, a livello del pensiero e del linguaggio». E poi le parole forse più nette, che mostrano come nella lettura di Ratzinger il “partito” della Curia, conservatore e ancorato agli schemi passati, abbia perso: «Quel 20 novembre — si riferisce alla votazione a favore di una profonda revisione della schema sulla rivelazione originariamente predisposto dagli uffici curiali e che avvenne dopo che, per la prima volta, i vescovi decisero di prendersi del tempo per conoscersi e discutere assieme, ndr — davvero rappresenta una svolta anche per il fatto che, a differenza di Trento e del 1869/1870, il Papa si era opposto alla tendenza dominante in Curia mettendosi dalla parte del Concilio».
Per Ratzinger sono tante le cose che non vanno nella Chiesa, e anche in Curia. Nelle bozze di discorso poi fatte proprie da Frings, parla del Sant’Uffizio e dei suoi discutibili metodi inquisitori: la sua «modalità di azione in molti casi non è più adatta ai nostri tempi, anzi è motivo di danno e di calunnia contro i cattolici ». E poi le parole del tutto vicine alle idee di riforma della Curia proprie di Francesco: «È mia opinione che il numero dei vescovi che lavorano nella Curia romana debba essere ridimensionato. Nessuno dovrebbe essere ordinato vescovo al solo scopo di rendere onore alla sua persona o al suo ruolo. L’episcopato non è un ruolo in sé, non un onore o un lustro da aggiungere a un altro ruolo… Va aggiunto che anche l’ordine del sacro presbiterato non si dà per rendere onore a qualcuno, ma per la cura del gregge del Signore… Credo che nella Curia romana ci siano molti ruoli che potrebbero essere ricoperti da laici. Propongo dunque che si stabilisca che nella Curia sia diminuito non solo il numero dei vescovi che vi lavorano, ma anche il numero dei sacerdoti, e che vi debbano essere ammessi anche i laici».
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