martedì 31 gennaio 2017

La Metafisica di Aristotele tradotta da Enrico Berti


Mimmo Franzinelli sui tribunali speciali fascisti. Il parere del Nostro Toynbee

Mimmo Franzinelli: Il tribunale del Duce. La giustizia fascista e le sue vittime (1927-1945), Mondadori

Risvolto

Novant'anni fa, il 1° febbraio 1927, s'insediava a Roma, nell'Aula IV del Palazzo di Giustizia, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo composto da magistrati e giudici in camicia nera reclutati tra gli squadristi. Mussolini, dopo il discorso del 3 gennaio 1925 e l'introduzione delle «leggi fascistissime» - che avevano soppresso la libertà di stampa, di associazione e il diritto allo sciopero -, mostrava il suo vero volto, quello di un dittatore disposto ormai a tutto. Per i nemici del regime, ma anche per i semplici cittadini che osavano criticarlo, non c'era più spazio per il dissenso. Anzi, non c'era più spazio per la libertà. Agli imputati, condotti di fronte alla corte e rinchiusi in un gabbione, non rimaneva che attendere il verdetto: d'altra parte, come potevano difendersi se l'istruttoria era segreta? Fino al luglio 1943 la magistratura, sottoposta agli ordini del duce, processerà migliaia di oppositori politici (tra loro, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Altiero Spinelli, Sandro Pertini, solo per citarne alcuni) e persone comuni, accusate di spionaggio, contrabbando valutario, mercato nero... Le condanne a morte, mediante fucilazione alla schiena, saranno un'ottantina. Eppure, la storia del Tribunale speciale dello Stato è rimasta sostanzialmente sconosciuta. Poco studiata. Persino l'imponente biografia mussoliniana di Renzo De Felice, punto di riferimento irrinunciabile per chiunque si occupi del Ventennio, gli dedica meno di due pagine. Il libro di Mimmo Franzinelli, basato su fonti d'archivio sinora inesplorate, riempie questo «vuoto», e lo fa documentando attività e funzioni del Tribunale, svelando l'intreccio tra persecutori e perseguitati, raccontando i segreti, assai poco commendevoli, della magistratura di regime: gli scandali su cui fu imposto il silenzio, le ruberie dei giudici, la corruzione degli avvocati, le sentenze palesemente truccate, la terribile situazione in cui vennero a trovarsi le donne, vittime di una giustizia ferocemente maschilista (il solo essere figlia, sorella o moglie di un sovversivo comportava l'arresto, senza riscontri oggettivi di reato). Ma Franzinelli dedica pagine efficaci, ricche di dettagli e informazioni, anche ad altri aspetti, non meno inquietanti, dell'intera vicenda, come il potenziamento del Tribunale speciale durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, il colpo di spugna che dopo il 1945 «perdonerà» quasi tutti i responsabili. In nome della continuità dello Stato, si doveva archiviare (e dimenticare) un passato troppo scomodo.

Macaluso sulla nemesi della sinistra e la genealogia del PD. In Francia vince Hollande 2.0


"È un partito al capolinea, colpa di Renzi Ma il fallimento è anche di Bersani e D’Alema” 
Macaluso: “Il segretario non ha capito il mondo nuovo, la vecchia dirigenza ex Pci viene da una sconfitta elettorale e politica. Tra Massimo e Matteo gara fra bugiardi” 
Mattia Feltri  Busiarda 30 1 2017
Emanuele Macaluso (nella segreteria politica del Pci con Palmiro Togliatti poi con Luigi Longo ed Enrico Berlinguer, parlamentare per sette legislature, direttore dell’Unità e del Riformista) ricorda di non essersi iscritto al Pd perché «contrariamente a quanto scrisse Eugenio Scalfari, che Ds e Margherita dovevano fondersi perché erano due partiti al capolinea, ritenevo che due partiti al capolinea, se si fondono, al capolinea restano. E così è successo».
Le due manifestazioni di sabato, di Matteo Renzi a Rimini e di Massimo D’Alema a Roma, sembrano infatti preludere a una scissione.
«Fino a quando ha prevalso il vecchio gruppo che aveva origini nel Pci - D’Alema, Bersani e Veltroni - il Pd ha avuto un po’ di solidità, ma questo gruppo dirigente ha sottovalutato la parte proveniente dalla Dc, che s’è ricompattata. E come nasce Renzi? Dal fallimento di D’Alema e Bersani, dalla loro incapacità di essere davvero gruppo egemone».
E dall’incapacità di avere successo alle elezioni.
«E’ così. Nasce soprattutto dall’insuccesso elettorale e di leadership di Bersani che, intendiamoci, è anche una brava persona, è stato un bravo ministro. E pure D’Alema è stato un buon ministro, non come Bersani ma buono. E loro due non possono adesso tirarsi fuori dalla storia del Pd, dal suo fallimento».
Sono sempre stati fieri oppositori di Renzi.
«D’Alema è uno dei massimi responsabili: lui è uno di quelli che ha voluto il Pd. All’inizio poi ci andava da Renzi, hanno presentato un libro assieme, sono andati al ristorante, lì Renzi gli ha promesso un posto di commissario europeo, e poi certo, bugiardo contro bugiardo ha prevalso il bugiardo più grosso. E Bersani che si indigna per i capilista nominati? Sono d’accordo con lui, è una vergogna, ma Bersani che battaglie ha fatto contro il Porcellum, che era la sublimazione dei nominati? Lui si mise d’accordo con Silvio Berlusconi per tenerselo, e nel 2013 grazie al Porcellum la sua coalizione ha preso il 55 per cento dei deputati col 29 per cento dei voti. Ora che vuole? Bersani e D’Alema non sono fuori dalla tempesta, non sono due vergini».
Faranno la scissione?
«Dico solo che il fallimento sarebbe la base per fare un altro partitino».
Senza elettori?
«Ma il problema non è tanto un nuovo partito ma farsi delle domande su quello vecchio. E cioè: viviamo in una società in cui cambia tutto, con la globalizzazione, l’economia digitale, giovani che hanno bisogni diversi, un altro approccio alla politica, un cultura che non è la nostra, e questa nuova generazione doveva essere il nucleo nuovo del Pd. Dov’è questa generazione? Siamo ancora alle due vecchie componenti, comunista e democristiana. Come è possibile? Poi si stupiscono che i giovani, gli operai, gli studenti, i ricercatori votano Beppe Grillo. E per forza».
E allora perché Renzi nel 2014 prese il 41 per cento?
«Ma è la dimostrazione di quello che dico. Lui era una speranza per un mondo che la politica non ha compreso, ma è stata una speranza andata delusa, perché Renzi a quel mondo non ha dato risposte. E qui nessuno che si chieda per quali ragioni il Pd abbia perso il referendum e tanti consensi. Non c’è un’analisi, né di D’Alema né di Renzi».
Che dovrebbe fare Renzi?
«Intanto non può andare a votare. Se voleva andare a votare doveva dirlo al capo dello Stato subito dopo essersi dimesso. Il governo lo ha voluto e sostenuto e non può buttarlo quando gli pare. Non è da statista. E poi a maggio c’è il G7. Si può affrontare un G7 in campagna elettorale? Perché i G7 sembrano cosucce da niente, ma in questo G7 si presenteranno Stati Uniti e Inghilterra per la prima volta dichiaratamente contro l’Europa unita. Non so se la cosa sia stata ben compresa».
Vero. E poi?
«E poi Renzi deve indire un congresso in cui finalmente ci si chiede che cosa è il Pd e che cosa deve essere domani. Che cosa intende fare, a chi intende rivolgersi e come. Ma queste sono le basi. Se non capiscono questo non hanno proprio capito niente, né l’uno né l’altro».
Bè, D’Alema cita Piketty e Atkinson, filosofi della politica di una sinistra più radicale. A parte il percorso ondivago dai funerali di Breznev all’Ulivo mondiale fino a questa nuova svolta a sinistra, sembra una posizione di cui discutere.
«Ma quelle di D’Alema sono frasi senza conseguenze, per mostrare una cultura dentro quella che è la sua storia, tradita o almeno mai rinnovata. Non c’è mai corrispondenza fra quello che D’Alema dice e quello che vuole fare».
E, se sarà scissione, saremo alle solite: la sinistra che si sfalda davanti al nemico, da Mussolini nel ’21 a oggi, con Grillo.
«Gli apriranno delle autostrade, a Grillo. È così evidente. Ma io che ci posso fare? Sono così vecchio: a marzo compirò 93 anni. Ma loro, che hanno l’età per ragionare...».
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Il rilancio di Matteo “Votare ad aprile si può e il G7 lo presiedo io” 
Restano due incognite: i dubbi di Franceschini e le modalità per sfiduciare il governo Gentiloni 
Fabio Martini Busiarda
A Rimini Matteo Renzi si è ridato la parola dopo un mese e mezzo di silenzio audio-video, ma curiosamente non ha detto una sola parola sulla questione più attesa, le elezioni anticipate. Il segretario ha delegato il suo pensiero al presidente del Pd e al capogruppo dei deputati, che sono tornati ad invocare un «dentro o fuori» nel giro di pochi giorni. Per poter votare in primavera, possibilmente ad aprile. Un ultimatum per interposta persona, ma Renzi ci crede. Come ha confidato in queste ore ai suoi fedelissimi: «Votare ad aprile si può e a quel punto il G7 di Taormina lo presiedo io». 
Avere mission chiare e perseguirle con tenacia è sempre stata una delle prerogative del Renzi «vincente». Stavolta, tra lui e le elezioni ad aprile, ci sono di mezzo diversi ostacoli, non tutti insormontabili, ma neppure trascurabili. Il primo è il più importante: per poter indurre il presidente del Consiglio in carica a dimettersi, Renzi deve poter contare su un Pd compatto e la novità, la vera «notizia» di questi ultimi giorni è che sullo scenario del blitz è entrata in crisi la «maggioranza renziana». Il cartello che sinora ha sostenuto Matteo Renzi si è quantomeno incrinato. 
Al netto delle minoranza (Bersani, D’Alema, Cuperlo, Speranza), nella Direzione del Pd Renzi ha sempre nettamente prevalso grazie al sostegno di una maggioranza formata da tre componenti: i renziani (della prima e della seconda ora), gli ex popolari di Franceschini e Fioroni, gli ex Ds di Orlando, Martina, Orfini. Ebbene in tutte e tre le aree della maggioranza si registrano dissociazioni dalla linea della «fretta». Alcune esplicite, altre espresse in colloqui diretti con Renzi, altre covano in silenzio, in attesa di vedere come «butta». Nell’area ex Ds il ministro di Grazia e giustizia Andrea Orlando, in una intervista al «Corriere della Sera», ha espresso dubbi su uno scioglimento anticipatissimo. Tra gli ex popolari, il ministro Dario Franceschini, ben prima che si conoscesse la sentenza della Consulta, si era smarcato, auspicando una legge elettorale di impianto proporzionale e un dialogo con i moderati del centro-destra. Ed è da questa area che possono arrivare i grattacapi più seri per Renzi: sono loro quelli che hanno il rapporto più «naturale» col Capo dello Stato, che ha pubblicamente auspicato norme elettorali non difformi per Camera e Senato. Ma per i popolari c’è anche un problema di «cucina» interna: senza un accordo soddisfacente sulle liste elettorali, gli ex Ppi potrebbero presentare un proprio candidato ad eventuali primarie per la leadership. Tutte procedure e rituali che richiedono tempo. E anche tra i renziani della primissima ora aumentano i dubbi. Matteo Richetti, nella intervista a «La Stampa»: «Non cediamo alla demagogia di Grillo e Salvini anche su questo: dobbiamo dirlo che andando a votare c’è un grave rischio paralisi». Una posizione che sinora non è stata condivisa da Graziano Delrio, che di Richetti è amico, ma in caso di «redde rationem», in tutto il Pd potrebbero incrinarsi antiche certezze. Come conferma l’iniziativa potenzialmente scissionista di Massimo D’Alema e la richiesta del governatore della Puglia Michele Emiliano di congresso Pd. Un messaggio in codice: se Renzi rompe, potrei rompere anche io.
Ma poi resta il problema più grande per Renzi: come sfiduciare Paolo Gentiloni? Il presidente del Consiglio, in pubblico e in privato (anche ieri) mantiene la stessa linea: mi rimetto a quel che decide il Parlamento. Persino lo sgarbo di Renzi, ignorare il governo nel suo intervento riminese, non ha lasciato tracce. Certo, il «partito del governo» si sta rafforzando. Non è sfuggito agli amici di Renzi quanto è accaduto a Rimini alla kermesse degli amministratori locali: il ministro dell’Interno Marco Minniti, senza mai toccare temi politici, alla fine è stato salutato da una standing ovation e da un applauso superiore a quella di tutti gli interventi precedenti. Nessuno escluso.
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Legge elettorale, si scommette sul fallimento della trattativa “E Gentiloni non andrà oltre” 
I renziani hanno fretta di tornare alle urne, l’ipotesi del passo indietro del premier quando sarà ufficiale lo stallo sulla riforma dell’Italicum

TOMMASO CIRIACO
Più che un piano, quello elaborato da Michele Emiliano assomiglia a un blitz per mettere Matteo Renzi con le spalle al muro. Prevede una rapidissima raccolta di firme per ottenere un referendum tra gli iscritti del Pd. E immagina una consultazione su due quesiti, proprio là dove la carne della sinistra è viva: il primo sulla scuola, le politiche economiche e il Jobs act, il secondo sulla necessità di un congresso anticipato. Congresso che difficilmente si celebrerà nei tempi stretti chiesti dal governatore della Puglia, dato che l’agenda Renzi prevede il voto a giugno e non contempla fermate intermedie. Ad agevolare il ritorno alle urne potrebbe essere il previsto fallimento della trattativa per una legge elettorale omogenea tra Camera e Senato. Del resto, si ragiona al quartier generale renziano, è lo stesso Gentiloni che potrebbe a quel punto prendere atto che la legislatura non ha più nulla da offrire rassegnando le dimissioni. Il passo indietro del premier risolverebbe il problema chiaro sin dall’insediamento del governo: come farà il Pd a staccare la spina al suo governo? «Gentiloni sa che non avrebbe senso restare oltre», si spiega tra i renziani ortodossi.
Ma prima di allora il problema di Renzi sarà rintuzzare il primo reale assalto alla segreteria del leader di Rignano: «Dobbiamo colpirlo dov’è più debole – ha confidato Emiliano in privato – E dobbiamo costruire un campo comune per tenere assieme i suoi avversari».
È come se all’improvviso tutte le truppe antirenziane avessero deciso di marciare divise per colpire unite. Sia chiaro, nessun patto “di minoranza” è stato ancora siglato, perché pesano gelosie antiche e nuovi rancori. Stavolta però i nemici interni del leader sembrano aver fiutato una debolezza. E non intendono fermarsi: «Michele è un grande – confidava ieri Francesco Boccia ad alcuni dirigenti, reclutando “risorse” per la battaglia – e quando si mette in testa qualcosa è pronto a fare il “pazzo” per ottenerla».
Il varco è stato individuato di recente, spulciando lo statuto. Basta il 5% degli iscritti per chiedere un referendum interno. E l’ala meridionale del partito è capace di raccogliere le firme in men che non si dica. Poi scatterà la richiesta di consultazione, se possibile in occasione della direzione del 13 febbraio, comunque prima di marzo. I quesiti sono praticamente già pronti e si concentrano, come detto, sui nervi scoperti del Pd a trazione renziana e sul congresso. Anche per rispettare il dettato statutario che Dario Ginefra si incarica di ricordare: «Entro sei mesi dalla scadenza della segreteria bisogna avviare la stagione congressuale nei territori, quindi entro aprile bisogna cominciare».
In teoria, Emiliano arriva tardi rispetto alle candidature di Enrico Rossi e Roberto Speranza, così come alla sfida “di sinistra” lanciata da D’Alema. Il governatore è però convinto di essere l’unico, al momento, capace di unire queste minoranze. Pensa anche di riuscire ad arruolare quei cattolici dem mai teneri con Renzi. Serve però un passo indietro degli altri candidati, magari a favore di un ticket per la segreteria. «Io sono in campo, dopodiché vedremo – non chiude al dialogo Speranza - Bisogna innanzitutto allontanare una folle corsa al voto, poi rendere contendibile la leadership con un congresso o primarie vere. Ma serve anche un passaggio pubblico su Jobs act, scuola, politiche economiche ». Esattamente lo stesso schema del referendum di Emiliano.
Massimo D’Alema, intanto, osserva interessato. Come Emiliano, è convinto che proprio da Sud bisognerà ripartire per scippare al leader il controllo della sinistra. Fuori dal Pd, se necessario. «Se usciamo – ha confidato alla vigilia del raduno di sabato nel Mezzogiorno rischiamo di prendere più di Renzi». O dentro il partito, se si creeranno rapidamente condizioni favorevoli per la sfida. Certo, con il governatore i rapporti sono altalenanti, ma a volte la politica fa miracoli.
Per i bersaniani è diverso. Non spingono per la scissione, ma non vogliono neanche cedere del tutto l’iniziativa ad Emiliano. Il rischio dei prossimi mesi è però quello di restare in mezzo al guado. E quindi sempre all’operazione del governatore si torna: «Se la gara è per la segreteria va benissimo Roberto – confidava Guglielmo Epifani qualche giorno fa alla Camera – ma se invece diventa quella per la premiership, serve un altro nome».
Si vedrà. La guerriglia interna, intanto, rischia di precipitare il Pd in un duello a colpi di carte bollate. Nulla si può escludere, neanche una scissione a sinistra guidata da Emiliano e appoggiata dal “partito dei governatori”. Il governatore ha ripreso a dialogare con il presidente della Campania Vincenzo De Luca e si confronta spesso anche con il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. «Se finisce in rottura – si è lasciato sfuggire proprio Boccia con un collega di partito – il Pd in alcune regioni del Sud non supera il 15%». E guerra sia.
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AVANTI, VERSO IL PASSATO 
ILVO DIAMANTI Rep
IN MENO di due mesi è cambiato molto, se non tutto, nel sistema politico italiano.
Quantomeno, sono cambiati il percorso e le destinazioni che lo orientavano. Fino a pochi mesi fa si marciava verso un bicameralismo, finalmente, imperfetto. Con un Senato ridimensionato. Con poteri limitati.
ASOSTEGNO di una democrazia maggioritaria e “personalizzata”, per effetto dell’Italicum, una legge elettorale a doppio turno. Che, nella versione originaria, prevedeva un ballottaggio fra i primi due partiti, nel caso, probabile, che nessuno superasse la soglia del 40% al primo turno. Si trattava della soluzione finale del percorso “renziano”. Passato attraverso la “personalizzazione” del Pd e del governo. Ma negli ultimi due mesi questo “viaggio” si è interrotto. Complicato da due incidenti. Anzitutto: la bocciatura del referendum, che ha mantenuto il Senato. E, dunque, il bicameralismo. Così com’è adesso. Poi, è giunta la sentenza della Corte Costituzionale, che ha emendato l’Italicum, dichiarando illegittimo il ballottaggio. Così, se oggi si votasse, come auspicano alcuni leader e alcuni partiti, ci troveremmo (troveremo?) in una prospettiva, a dir poco, confusa. Senza maggioranze né leadership precise. Perché questi passaggi a vuoto hanno complicato — se non compromesso — il progetto renziano della personalizzazione dei partiti e del governo. D’altronde, Matteo Renzi, per primo, è stato ”sconfitto”, insieme al referendum. Un referendum, peraltro, senza “vincitori”. Perché mentre i Sì sono, in larga misura, riconducibili al Premier (precedente), i No avevano — e hanno — molti volti. Molti riferimenti politici. Largamente incompatibili. In altri termini, il referendum ha espresso una larga maggioranza anti-renziana. Ma la minoranza renziana appare, senza dubbio, la più coerente e identificata. E, in una competizione proporzionale, in un Parlamento con due Camere senza maggioranze chiare e omogenee, la minoranza renziana rischia di risultare maggioritaria. Comunque, il soggetto maggiormente dotato di capacità coalizionale, in un contesto politico e istituzionale che imporrà mediazioni e alleanze, dato che non si vede un partito in grado, da solo, di superare il 40% dei voti al primo turno.
Un ulteriore mutamento degli ultimi mesi è determinato dall’appannarsi della prospettiva “personale”. Perché i sistemi elettorali di Camera e Senato, oggi, favoriscono, semmai, il ritorno dei “partiti”, come ha suggerito, con qualche ironia, Giuliano Ferrara, intervistato dall’Unità. D’altra parte, gli “uomini forti” oggi vengono evocati e invocati dagli italiani perché non ci sono. E perché i partiti, gli attori e i canali della rappresentanza, sono sempre più deboli. Lontani dalla società e dal territorio. Il Pd, in particolare. Erede e confluenza dei due partiti di massa. Appare sempre più diviso, all’interno. Il malessere delle componenti di sinistra è palese. Espresso, come altre volte, da Massimo D’Alema. D’altra parte, il “radicamento” del Pd nella società e nel territorio declina. I suoi iscritti sono in calo sensibile. Da anni. Anche (forse, tanto più) vicino alle “radici”. Nelle zone di forza tradizionali. In Emilia Romagna, negli ultimi tre anni gli iscritti si sono dimezzati. Erano 76 mila del 2013. Nel dicembre 2016 si sono ridotti a 37mila. D’altronde, non è solo un problema italiano. La Sinistra “riformista” è in grande difficoltà in tutta Europa, come ha rammentato Marc Lazar, in un’intervista su
Le Monde. In Francia, anzitutto, dove, in vista delle presidenziali, il Ps non mai apparso tanto debole, nelle stime elettorali. Stretto fra la Sinistra di Mélenchon e il Centro di Macron. Ma anche altrove. In Germania, in Spagna. E, ovviamente, in Gran Bretagna. Quanto agli altri soggetti politici in campo, il M5s è, per (auto)definizione, un non-partito. Meglio, un “partito-non-partito”. Forza Italia, idealtipo del “partito personale”, si è afflosciata, dopo il declino del suo “capo”. E la Lega, il soggetto politico più simile ai tradizionali partiti di massa, è cambiata profondamente. Si è, a sua volta, personalizzata e, con fatica, insegue la prospettiva di una Destra lepenista-nazionale.
Non è un caso che a guidare il governo, oggi, sia Paolo Gentiloni. Un politico impopulista, abile a mediare e a negoziare. Lontano dall’icona del Capo, oggi di moda.
Così, in vista di possibili, prossimi, appuntamenti elettorali, dobbiamo fare i conti con partiti ipotetici e non-partiti. Dis-organizzati e poco radicati. Anzi, s-radicati nella società e sul territorio. E mentre si cerca — e insegue — un Uomo Forte, incontriamo leader deboli, oppure indeboliti. I modelli, positivi e negativi, di conseguenza, vengono cercati altrove. Soprattutto, negli Usa. Da noi, però, non c’è un Trump — per fortuna, aggiungo. Ma solo pallide imitazioni. Più che popolari: populiste.
Così, due mesi dopo il referendum, tutto sembra cambiato. E oggi marciamo sicuri. Verso il passato.
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L’onda lunga del movimento che non vuole la globalizzazione 

Dopo Corbyn in Gran Bretagna e Podemos in Spagna anche la Francia scommette sul paladino del reddito di cittadinanza 
Cesare Martinetti Busiarda 30 1 2017
Benoit Hamon stravince le primarie socialiste francesi, la sconfitta di Manuel Valls sancisce la fine definitiva dell’hollandismo, che non è solo il tramonto politico di un uomo come François Hollande che si è smarrito nel tatticismo, nell’ambiguità e nell’inadeguatezza al ruolo di monarca repubblicano che la Francia si attende dal suo presidente.
È la sconfitta di una sinistra europeista e globalista. Hamon porta il Ps che fu di Mitterrand ad allinearsi con quella «rivolta del cuore» che in Europa si è diversamente espressa. Con Jeremy Corbyn segretario del Labour che rinnega Blair in Inghilterra, Alexis Tsipras e Syriza in Grecia, in Portogallo con Antonio Costa socialista premier in un governo di sinistra unita secondo una formula ovunque dispersa.
E infine anche con Pablo Iglesias capo di Podemos il movimento nato dagli Indignados della Puerta del Sol di Madrid. 
Cosa unisce queste sinistre con origini e traiettorie differenti? Innanzitutto la parola d’ordine dell’anti-austerità.
E quindi del rifiuto dell’impostazioni di fondo delle politiche economiche europee (non dell’Europa) dopo la crisi del 2008. La proposta slogan di Hamon è stata il «revenu universel», quella che noi chiamiamo reddito di cittadinanza ed è la risposta a disoccupazione e precarietà, soprattutto tra i giovani. In Italia è la proposta faro del Movimento 5 Stelle, il partito che condivide in alcuni punti questi programmi. 
Il vecchio partito socialista francese si trova così scisso in due partiti alternativi, mai scontro di linee e di uomini è stato tanto radicale. Ci vorranno anni per rifondarlo e perché con esso la sinistra ritrovi una sua bandiera. I sondaggi per le presidenziali danno i socialisti nettamente in svantaggio rispetto ai due candidati maggiori, Marine Le Pen e François Fillon. Al momento sembra impossibile che Hamon possa arrivare al ballottaggio del 7 maggio, anche se la situazione è talmente mobile che nulla si può escludere. Fillon, eletto candidato della destra repubblicana nelle primarie di dicembre e che sembrava già sulla soglia dell’Eliseo è ora alle prese con lo scandalo rivelato dal Canard Enchainé della moglie assunta come assistente parlamentare e remunerata come tale pur non avendolo mai fatto. Mentre i socialisti si dividevano nel ballottaggio delle primarie, ieri, Fillon ha tenuto il suo meeting di lancio della campagna elettorale a Le Bourget denunciando un complotto. Nessun passo indietro dunque e si vedrà dove arriveranno quelle che De Gaulle chiamava «bulles puantes» (bolle puzzolenti) e che visibilmente sono state sganciate dall’interno del partito dei «républicains», dove le divisioni non sono state meno crude che tra i socialisti, specie con l’esclusione di Nicolas Sarkozy.
Per Manuel Valls una sconfitta così netta ha il sapore di uno smacco cocente, come per Matteo Renzi di cui si è sempre dichiarato alleato e ammiratore. Hollande l’aveva nominato ministro dell’Interno nel suo primo governo, nel 2012, e due anni dopo primo ministro per marcare una svolta più forte verso una linea socialdemocratica e di alleanza sociale con sindacati e imprenditori, quel patto per il lavoro che non ha dato i risultati sperati, specie sull’occupazione. Valls era allora il socialista più popolare di Francia, mentre la curva di gradimento di Hollande aveva già imboccato quella traiettoria discendente che l’avrebbe eletto a presidente meno amato. La vera rottura con l’elettorato di sinistra e buona parte del Ps (come dimostra in modo inequivocabile il voto di ieri) è stata sulla legge di riforma del lavoro che ha cambiato le regole dei negoziati, delegando alle trattative aziendali buona parte dei contratti. È stata vissuta come una perdita di diritti per i lavoratori, ne è nato un vasto movimento sociale cresciuto intorno a place de la République di Parigi chiamato «nuit debout», la notte in piedi, divenuta il punto di ritrovo e di riferimento della capitale dopo gli attentati islamisti di Charlie e del Bataclan. Anche intorno a questo movimento sono nate e cresciute le candidature alle primarie socialiste, in particolare quella di Benoit Hamon che pur faceva parte del primo governo della presidenza Hollande, ma dal quale venne escluso con la svolta «a destra» della nomina di Valls. 
Che può succedere ora? Dopo un confronto così radicale è ben difficile che l’elettorato di Valls si riversi su Hamon, è ben possibile invece che ne guadagni Emmanuel Macron, la vera sorpresa di questa campagna. Ha meno di quarant’anni, è candidato indipendente del movimento «En marche!» (in marcia), è stato anche lui ministro – all’Economia – con Valls, ha una linea europeista, liberale e socialdemocratica, antipopulista eppure popolare quella che la Francia non ha mai avuto e che in definitiva rappresenta la vera alternativa a Marine Le Pen.
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Il Sanders francese cita Tocqueville e fa sognare i giovani elettori 
Allievo di Rocard, cresciuto con Jospin, è stato ministro prima di contestare il governo

ANAIS GINORI Rep
«Papà, falli a pezzetti». Benoît Hamon estrae dalla tasca il suo talismano: un biglietto scritto a mano dalle figlie in cui viene rappresentato come un supereroe. «Missione compiuta» scherza con i collaboratori prima di salire sul palco per il discorso da trionfatore. Fino a qualche settimana fa, era un Signor Nessuno. In fondo ai sondaggi, rappresentante della minoranza nella minoranza del partito socialista. In libreria non si trova neppure una biografia su di lui. Ora gli editori devono correre ai ripari per tentare di raccontare il “Bernie Sanders” francese, nuovo idolo dei giovani che, contrariamente al democratico americano, è riuscito a fare un blitz per conquistare la candidatura. Ai ragazzi che lo applaudivano ha dedicato una citazione di Tocqueville: «Ogni generazione rappresenta un nuovo popolo».
Il radicale Hamon è diventato forte non grazie ai superpoteri, ma sfruttando l’incredibile debolezza dei suoi avversari, l’anima moderata e social-democratica uscita a pezzi dall’esperienza di governo. Quarantanove anni, padre ingegnere navale e madre segretaria, nato a Brest ma cresciuto in Senegal, è l’uomo di «un’altra sinistra è possibile». Il suo programma è un laboratorio di proposte-shock: reddito universale o visto umanitario per i migranti, in rottura con una sinistra orfana di sogni e identità. È uno dei pochi candidati della gauche che parla di ecologia e della partecipazione diretta dei cittadini, con la promozione di referendum di iniziativa popolare e il passaggio dalla Quinta alla Sesta Repubblica. Non usa il termine “decrescita” ma è convinto che la ripresa non tornerà più ai livelli di prima della crisi, così come l’occupazione. E quando gli viene obiettato di fare analisi “irrealiste” lui sventola rapporti di molti economisti, compresi all’Ocse.
Nel suo lessico ci sono espressioni romantiche come il “futuro desiderabile” e poi l’amore su cui ha costruito il suo slogan (“Far battere il cuore della Francia”) e la coreografia dei comizi: mano sul petto prima e dopo l’intervento. «Preferisco dire ‘noi’, anziché ‘io’» spiega Hamon che coltiva una semplicità nei modi e nell’abbigliamento, anche se convive – niente matrimonio, solo un Pacs - con una manager del gruppo del lusso Lvmh. Poche arie, nei discorsi spesso è costretto a correggersi, non ha paura di mostrare qualche esitazione. Ieri sera ha passato l’attesa dei risultati guardando la finale di pallamano tra Francia e Norvegia. La serata è stata positiva sia per la nazionale che per l’outsider socialista. Dopo essere stato messo all’angolo negli ultimi anni insieme ai “frondisti” umiliati dal governo, ora si gode la rivincita. Temperamento duro, a tratti focoso, è riuscito a “uccidere” il concorrente più vicino a lui, Arnaud Montebourg, esponente dell’ala radicale eliminato una settimana fa. E poi ieri sera l’ex premier Valls, il nemico di questi anni, di cui è stato ministro fino all’agosto 2014.
Laureato in Storia, ha cominciato la politica con il socialista Michel Rocard. Anche se oggi Hamon è il simbolo di una sinistra che torna a sognare la rivoluzione, i suoi debutti sono stati con il teorico della “deuxième gauche” in rottura con la cultura marxista. Ha dimostrato di saper ben navigare tra le correnti del partito socialista, prima consigliere di Lionel Jospin, poi portavoce di Martine Aubry. È stato ministro due volte nell’ultima legislatura: al dicastero dell’Istruzione e prima come sottosegratario per l’Economia solidale, tema che è molto presente nel suo programma da candidato. «Non possiedo nessuna verità ma voglio offrirvi un’altra opzione ha detto ieri, con un chiaro riferimento polemico alla sinistra “responsabile e di verità” rappresentata da Valls e bocciata clamorosamente nelle primarie. La sua idea di “sinistra totale” è condannata all’opposizione o può diventare una forza di governo? Dietro alla battaglia per l’Eliseo c’è già quella per il futuro del partito socialista dopo le presidenziali. Il golpe di Hamon rischia di lasciare molte cicatrici anche se la colonna sonora di ieri sera, tra i suoi giovani militanti, era un classico dei Beatles: “All you need is love”.

“Lavoro ed ecologia con Hamon vince una nuova sinistra” Per il politologo le primarie socialiste sanciscono la sconfitta delle politiche di Hollande: e il successo di un partito più attento alle ideeANAIS GINORI IL VINCITORE Rep 31 1 2017
Marc Lazar, professore a Sciences Po e alla Luiss di Roma, con la vittoria di Benoît Hamon la gauche abbandona il realismo e sceglie l’utopia?
«Il voto delle primarie è soprattutto contro François Hollande e i suoi governi. Una parte della sinistra si è mobilitata per esprimere chiaramente il rigetto di quello che è stato fatto negli ultimi cinque anni. Poi la forza di Hamon è aver saputo offrire una narrazione nuova, spostando il partito a sinistra. Il concetto di utopia in questo caso è da maneggiare con cura».
Perché?
«Hamon non rappresenta una sinistra movimentista, solo di protesta e di opposizione. Lui vuole il potere. Le sue proposte sono discutibili, si può essere perplessi sulla fattibilità di alcune misure, ma sono lo specchio di una nuova visione del mondo, del lavoro, dell’ecologia».
L’idea di versare a tutti un reddito universale, che costerebbe allo Stato centinaia di miliardi di euro, non denota un’assenza di realismo?
«Ci sono riflessioni di filosofi su questa misura, che affascina in modo trasversale, e nasconde un dibattito serio su quale sarà il futuro del lavoro. Sicuramente nell’immediato è un’illusione. Se per caso vincesse, ipotesi improbabile, Hamon avrebbe difficoltà a versare il reddito universale e potrebbe deludere i suoi elettori. Ma bisogna guardare la proposta da un altro punto di vista».
Quale?
«E’ un risposta, magari sbagliata, a una domanda giusta, che esiste soprattutto tra i giovani. Ovvero immaginare la trasformazione del mondo e colmare quel vuoto di speranza, ideali, che ha portato all’attuale crisi della sinistra non solo in Francia. Hamon è il sintomo di radicalizzazione della sinistra sia all’interno di alcuni partiti, com’è accaduto nel Labour con Jeremy Corbyn, sia fuori, con la nascita di forze nuove come Syriza, Podemos».
Una sorta di rivincita sul riformismo di esponenti come Manuel Valls o Matteo Renzi?
«Nella loro lunga storia i riformisti o socialdemocratici hanno sempre sofferto di un deficit di credibilità sull’economia. La destra li ha sempre descritti come capaci solo di “tax and spend”, tassare e spendere soldi pubblici. I riformisti hanno dimostrato in Francia o in Italia di poter invece amministrare, governare. Ma per un certo elettorato di sinistra non è sufficiente. E probabilmente c’è anche una questione di metodo: sia a Valls che a Renzi è mancata l’arte del compromesso e una certa pedagogia nello spiegare le riforme».
Perché la svolta all’estrema sinistra del Ps non ha beneficiato Arnaud Montebourg?
«Montebourg ha una visione economica molto protezionista, mentre Hamon è aperto al mondo, unisce l’aspetto sociale a quello ecologico. La mancanza di notorietà del prescelto è un vantaggio: è apparso come un nome nuovo».
Hamon sarà sostenuto da Valls e dagli altri socialisti?
«Valls l’ha promesso ma penso che, in pratica, sarà fatto con poca convinzione, come accadde nel 2007 quando Ségolène Royal non venne appoggiata dall’apparato. L’ala destra del partito socialista si asterrà o farà poco. Il problema di Hamon è anche aprire un dialogo con i candidati fuori dal partito, come Mélenchon o Jadot (esponente dei Verdi, ndr.). E’ stato abile, già ieri ha lanciato un appello all’unità, in modo da farli sembrare settari».
Cosa succederà in caso di eliminazione di Hamon al primo turno?
«Dipende dalla percentuale che ottiene. Se ha un risultato dignitoso, strappando abbastanza voti a Mélenchon, come sembrano suggerire i primi sondaggi, allora potrà prendere il controllo del partito nell’autunno prossimo. Se invece finirà dietro a Mélenchon, allora Valls lancerà la battaglia per riconquistare la leadership».
E’ possibile la scomparsa del vecchio Ps?
«Non credo che possa sparire nel giro di qualche mese com’è accaduto al Partito socialista di Craxi. Nonostante la crisi, è una forza politica radicata nel Paese, negli enti locali, nell’amministrazione dello Stato. Di certo si è chiuso quello che noi chiamiamo il ‘ciclo di Epinay’ dal nome del congresso del 1971. E’ allora che François Mitterrand è riuscito a mettere insieme le diverse anime del socialismo. Una lunga storia terminata. Dopo le presidenziali, ci sarà un chiarimento: in un senso o nell’altro».
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Trasformazioni della comunicazione di massa nell'epoca digitale

Alberto Contri: McLuhan non abita più qui? I nuovi scenari della comunicazione nell’era della costante attenzione parziale, Bollati Boringhieri
Risvolto

Il Web ha fatto irruzione nella nostra vita con gli effetti di un Big Bang, riconfigurando il nostro modo di informarci, divertirci, consumare, entrare in relazione con il prossimo, ed esponendoci a una connessione permanente così onnipervasiva da non fare sembrare azzardato parlare di una «mutazione antropologica» in atto. Di fronte a un paesaggio quasi irriconoscibile, comprendere la vera natura del cambiamento e imparare a orientarsi di nuovo non è impresa facile per nessuno, neppure per i più vigili teorici dei media e i più smaliziati strateghi della pubblicità. 
Ci riesce pienamente Alberto Contri, che grazie a un’esperienza pluridecennale ha acquisito una cultura di comunicazione fuori dal comune, si è addestrato nell’arte di cogliere subito i segnali deboli, prima che raggiungano il frastuono, e ha saputo governare da protagonista l’innovazione nel transito da un’era all’altra. Le sue molteplici focali di pubblicitario, manager e docente si concentrano sui new media per aggiornare la celeberrima massima di Marshall McLuhan «il medium è il messaggio», formulata mezzo secolo fa, nel periodo aureo della comunicazione «da uno a tutti». Adesso, quando a trionfare sono interattività e viralità, il vettore va «da tutti a tutti», e «la gente è il messaggio». Uno spostamento di paradigma di cui Contri accetta le sfide dirompenti – l’eclissi del generalismo, che impone logiche diverse, sia televisive sia pubblicitarie, e insieme riattualizza i valori intangibili della creatività e del progetto integrato, archiviati troppo in fretta –, ma di cui segnala anche gli aspetti entropici e i fattori critici, dal tempo «uscito dai cardini» alle patologie da ipervirtualità, prima tra tutte quella costante attenzione parziale che con il multitasking ci sovraccarica di prestazioni neuronali e finisce per destrutturare il nostro pensiero. Oltre all’avanzatissimo giro d’orizzonte dei chiaroscuri nei regimi comunicativi di oggi, corredato da un prezioso Glossario della pubblicità interattiva, nel saggio di Contri trova spazio qualcosa che ricorda i campionari delle antiche botteghe artigianali: i migliori esempi di campagne pubblicitarie, commerciali e sociali, visualizzabili attraverso i codici QR. Un libro da guardare, non solo da leggere.

La lotta di classe dall'alto in Italia funziona benissimo

Scompare la classe media bloccato l’ascensore sociale
Community Media Research fotografal’immobilismo dell’Italia: in cinque anni è raddoppiata - specie al Sud - la quantità dipersone che si percepiscono povere 

Daniele Marini Busiarda 30 1 2017
L’avvento della crisi nel 2008 costituisce uno spartiacque per i paradigmi dello sviluppo, i cui effetti sono tuttora presenti. Fra le conseguenze, la più evidente è la polarizzazione del sistema produttivo: le imprese si sono divise fra chi ha ottenuto performance positive e chi ha manifestato difficoltà sempre più marcate. Generalmente, le prime hanno investito nei processi di innovazione e si sono aperte alle relazioni con l’estero. Le seconde, invece, non hanno saputo/potuto innovare e hanno operato solo sul mercato domestico. Fra questi due poli, lo spazio di manovra ispirato a un’attesa passiva in vista di un miglioramento, ha prodotto solo esiti negativi e fatto scivolare fuori dal mercato. 
Divaricazione
Ora questo processo di divaricazione si sta spostando dal piano del sistema produttivo a quello delle famiglie e degli individui. E tutto fa pensare che avrà una velocità elevata, di cui già oggi avvertiamo i segnali. È sufficiente consultare gli ultimi dati per verificare l’accentuarsi di un fenomeno di recrudescenza della povertà e di polarizzazione nelle condizioni economiche delle famiglie. . Questi dati ci collocano ancora lontano dalla soglia individuata dalla strategia Europea 2020 che ha indicato per il nostro paese una quota poco inferiore ai 13 milioni di individui, quando oggi superiamo di molto i 17 milioni. E mentre in Europa mediamente si assiste a un calo della povertà, noi scaliamo verso l’alto la classifica.
E non solo aumenta l’esclusione sociale, ma anche la distanza fra ricchi e poveri. L’Istat evidenzia come fra il 2009 e il 2014 il reddito in termini reali cali in misura maggiore per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando così la distanza da quelle più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte rispetto alle più povere. La polarizzazione investe anche le famiglie italiane e, come sottolinea l’ultimo rapporto Caritas, tale processo scardina le tradizionali categorie sociali che - in precedenza - erano quelle più a rischio di esclusione. Oggi i sistemi di disuguaglianza investono anche i giovani, chi pur avendo un lavoro e con pochi figli però è precario o ha una bassa remunerazione. Soprattutto tocca il ceto medio, erodendone le tradizionali certezze. Non è un caso che dopo il voto in Gran Bretagna (Brexit), l’elezione di Trump negli Usa e il diffondersi di movimenti populisti che intercettano parti significative di ceto medio, l’attenzione della politica verso i temi della coesione sociale stiano rientrando nell’agenda. 
La ricerca
Come sia modificata l’appartenenza ai diversi gruppi sociali da parte della popolazione è l’oggetto dell’ultima rilevazione di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa. L’esito complessivo rimarca la polarizzazione nelle condizioni economiche percepite. Se nel 2011 poco più della metà degli italiani (52,2%) si ascriveva al ceto medio-alto e alto, oggi solo il 26,5% si colloca nei medesimi gruppi sociali. Viceversa, se aumenta leggermente la quota di chi si identifica nel ceto basso (9,5%, era il 4,5% nel 2011), accrescono significativamente quanti vanno a ingrossare le fila del ceto medio-basso che dal 43,3% (2011) passano al 64,1% (2016). Dunque, è soprattutto una parte consistente del ceto medio a subire una divaricazione nelle condizioni percepite, sospinte a una mobilità verso il basso, più che verso l’alto. È un fenomeno che investe l’intero Paese, ma che conosce nel Mezzogiorno un particolare deterioramento. Nel 2011 il 46,6% degli interpellati si situava nei ceti medio-basso e basso, per salire a ben il 78,8% nel 2016. Di qui, come ha recentemente sottolineato anche il premier Gentiloni, l’attenzione che l’esecutivo vuole destinare ai giovani e al Mezzogiorno. Confrontando le auto-collocazioni nei due periodi è possibile definire la mobilità sociale percepita degli italiani, ovvero come e se funziona l’ascensore sociale.
Un Paese bloccato
L’esito ci consegna un paese in gran parte bloccato. Per i due terzi degli italiani (62,1%) l’ascensore sociale rimane sempre allo stesso piano: nel periodo esaminato (2011-16) non hanno conosciuto scostamenti significativi, al più hanno avuto una mobilità orizzontale. Ciò è avvenuto, in particolare, per i più giovani (68,2% fino a 34 anni), i laureati (69,4%), chi appartiene ai ceti medio-alto e alto (86,6%) ed è residente al Nord (66,6%). Invece, per un terzo (34,3%) l’ascensore sociale è sceso verso il basso. Tale discesa coinvolge le persone al crescere dell’età (41,0% oltre 65 anni), chi ha un titolo di studio medio-basso (35,8%) ed è disoccupato (49,6%). Soprattutto, interessa chi risiede nel Mezzogiorno (43,2%) e chi appartiene al ceto medio-basso (41,7%) e basso (67,4%). Sono molto pochi (3,6%) coloro che hanno conosciuto una mobilità sociale ascendente e in modo pressoché esclusivo chi apparteneva al ceto medio-alto (11,1%).
Così, non solo siamo di fronte a un processo di polarizzazione delle condizioni economiche degli italiani, ma è evidente come si palesi anche un «effetto spirale» che sospinge verso una marginalità ulteriore chi già si trovava in difficoltà, da un lato. E, dall’altro, risucchi verso l’alto solo quanti occupavano già posizioni elevate. Parafrasando il compianto sociologo Bauman, più che «liquido», l’Italia è un Paese «vischioso», dove l’ascensore sociale funziona poco o, quando funziona, è altamente selettivo. Ripresa economica lenta e mobilità sociale bloccata sono due ostacoli da rimuovere velocemente per costruire il futuro del paese.
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La disoccupazione giovanile ritorna sopra il 40 per cento Da Grillo alla Cgil: il Jobs Act non funziona. In un anno +242 mila posti ma molti precari Luigi Grassia Busiarda 1 2 2017
Allarme rosso per la disoccupazione giovanile, la maledizione del mercato del lavoro italiano: la percentuale di ragazzi fra i 15 e i 24 anni che cercano un impiego e non lo trovano è risalita sopra quota 40 nel mese di dicembre. L’Istat li conteggia al 40,1%, in aumento di 0,2 punti rispetto a novembre e al livello più alto dal giugno del 2015.
Per la verità l’Istituto attribuisce questa variazione sfavorevole non all’economia ma alla demografia: spiega che «al netto degli effetti demografici, a dicembre 2016 la prestazione occupazionale delle persone di 15-34 anni risulta positiva, mentre la variazione negativa osservata è dovuta al calo della popolazione in questa classe di età».
Ma le reazioni politiche, da destra e da sinistra, non accettano attenuanti. «L’unico 40% del Pd è quello della disoccupazione giovanile» twitta Beppe Grillo per il M5S, aggiungendo che «il ministro Poletti è l’unico che con il Jobs Act ha trovato un posto stabile». Secondo Renato Schifani (Forza Italia), «il dato superiore al 40% chiude il ciclo delle bugie sull’utilità del Jobs Act e delle altre riforme del mercato del lavoro. Altro che svolta o miracolo renziano». Stessa musica dalla Cgil: «La disoccupazione giovanile al 40,1% è la vera emergenza sociale del nostro Paese - dice la segretaria confederale Tania Scacchetti -. Nessun commento ottimistico può accompagnare i dati dell’Istat. Il mercato del lavoro è fermo e i tentativi di riforma non lo hanno fatto ripartire».
Le cose vanno meglio nelle altre fasce di età, in particolare per gli ultracinquantenni, che aumentano addirittura di 410 mila unità, e questo permette di riequilibrare il conteggio complessivo facendo sì che a dicembre la somma degli occupati in Italia resti sostanzialmente invariata rispetto a novembre (+1000 unità) mentre c’è una crescita complessiva di 242.000 nel confronto con il dicembre del 2015 (+1,1%).
Andando a scorporare i numeri, sono aumentati i lavoratori dipendenti con +226.000 unità (ma soprattutto grazie ai contratti a termine, +155.000) mentre gli indipendenti sono diminuiti.
L’aumento dei lavoratori di età superiore ai 50 anni si deve a vari fattori, fra cui il posticipo dei pensionamenti a causa della legge Fornero sulla previdenza, che trattiene sul posto di lavoro un maggior numero di anziani rispetto a quanto succedeva fino a un recente passato.
Un altro indice importante, il tasso di disoccupazione generale, a dicembre è risultato del 12%, stabile rispetto a novembre e in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015; si tratta del livello più alto da giugno 2015 (12,2%). I disoccupati sono 3.103.000 con un aumento di 9.000 unità su novembre e di 144.000 su dicembre 2015.
L’aumento contemporaneo del numero dei lavoratori e di quello dei disoccupati si accompagna alla riduzione del bacino degli inattivi (cioè di coloro che non hanno un’occupazione e non la cercano): a dicembre le persone che rientrano in questa categoria fra i 15 e i 64 anni sono diminuite di 15.000 unità rispetto a novembre e addirittura di 478.000 rispetto al dicembre del 2015. Il tasso di inattività è stabile sui minimi storici al 34,8%. Anche il tasso di occupazione è stabile, al 57,3%. Quanto alla distribuzione del lavoro fra i due sessi, dice l’Istat che a dicembre rispetto a novembre si registrano un aumento per la componente maschile e un calo per quella femminile.
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Il liberalismo va sempre assai d'accordo con il materialismo volgare


Opicino de Canistris, chi era costui?


Magia e medicina in Paracelso: un libro


Iconografia alchemica


Il "Che fare?" di Tolstoj


Il leopardi di John Gray


Disegni e calligrafia di Dostoevskij


domenica 29 gennaio 2017

Il dibattito tra Luciano Canfora e Sergio Romano su Lenin, la rivoluzione, la storia della Russia



































Lo scontro geopolitico del XXI secolo



XI JINPING E TRUMP UNO È DI TROPPO 
CINA e Stati Uniti sono in rotta di collisione.

LUCIO CARACCIOLO Rep 29 1 2017
Con paradossale inversione dei ruoli classici, Xi Jinping si offre al mondo come araldo della globalizzazione e alfiere dell’economia verde. Per questo usa financo la tribuna di Davos, sancta sanctorum dell’élite capitalista. Donald Trump si erge a campione del protezionismo. Non essendo né filosofi né moralisti, entrambi considerano le rispettive strategie in linea con gli interessi nazionali. La Cina ha bisogno dei mercati mondiali, a cominciare da quello americano. Di più: i mandarini al potere sanno che il crollo delle esportazioni potrebbe comportare la loro fine. Gli Stati Uniti — non solo la nuova amministrazione — accusano i cinesi di barare al tavolo del commercio, mettendo a repentaglio benessere, coesione e sicurezza della superpotenza. E virano verso una strategia di strangolamento della Cina, dopo il pallido contenimento obamiano.
L’offensiva di Trump ha una componente retorica che si esprime anche nel linguaggio diretto, a uso e consumo del suo elettorato. I cinesi conoscono questa tecnica. Non era Mao stesso a scherzare con Kissinger sulle “cannonate a salve” che di tanto in tanto si divertiva a sparare per mobilitare la sua gente e spaventare i nemici? Ma la stagione dell’allineamento antisovietico fra Washington e Pechino è passato remoto. Allora i leader dei due paesi si intendevano (quasi) al volo perché coltivavano il medesimo disegno in quanto coerente con la rispettiva geopolitica. Nel tempo le strategie si sono divaricate. Non ci si sforza troppo di entrare nella testa altrui, o lo si fa attribuendo all’interlocutore la propria logica. Codici culturali, stereotipi e pregiudizi disturbano la comunicazione fra leader cinesi e americani. Quando Obama discuteva con Hu o con Xi non ne usciva un dialogo, solo due monologhi paralleli. Possiamo figurarci quale empatia muoverà Trump e Xi. Non capirsi è grave sempre, ma diventa pericoloso in tempi di crisi. Perché la contrapposizione sino-americana non è mera propaganda, discende dal conflitto fra interessi difficilmente componibili.
Nello Stato profondo americano, specie nei suoi laboratori strategici, si è affermata l’immagine della Cina rossa come nemico mortale. Molto più potente di quanto non sia, tanto da obbligare alla pianificazione bellica. Scarto analitico tipico del complesso militar-industriale, già sperimentato nei confronti dell’Urss. La rivoluzione geopolitica tratteggiata da Trump, con l’evocazione di pesanti barriere tariffarie (non solo) anti-cinesi e la minaccia di rimettere tutto in discussione, a partire dal tabù della Cina Unica, è figlia di questo clima. Al fondo, la certezza che la Cina dipenda dal mercato americano più di quanto gli Usa dipendano dall’importazione di capitali cinesi. I quali sono percepiti come cavalli di Troia che mirano a scassinare i forzieri tecnologici americani per saccheggiarli, minando la sicurezza nazionale.
Un grande compromesso implicherebbe uno sforzo di sobrietà a Pechino e a Washington. Non occorre particolare acume strategico per rendersi conto dell’improbabilità delle aspirazioni cinesi. Basterebbe osservare la formidabile diaspora: come può un popolo che non si integra nel mondo aspirare a integrarlo? Né pare astuto da parte americana scatenare un’offensiva preventiva — una Pearl Harbor rovesciata sotto forma di muraglie tariffarie — contro lo sfidante cinese, elevato a minaccia esistenziale. La storia recente insegna che gli Stati Uniti perdono o pareggiano le guerre che combattono, vincono quelle che non combattono.
Xi e Trump hanno in comune la volontà di rifare grandi i rispettivi imperi. Due Numeri Uno sono troppi. Chi volesse sfidare questa legge potrebbe scoprire che alla fine è più facile non ve ne sia nessuno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Tradotto "To Hell and back" di Ian Kershaw

All'inferno e ritorno
Ian Kershaw: All’inferno e ritorno Europa 1914-1949, Laterza, pp. 654, euro 28,00

Risvolto
L’Europa tra il 1914 e il 1945 precipitò in un abisso di barbarie: combatté due guerre mondiali, minacciò le fondamenta stesse della sua civiltà e parve testardamente incamminata sulla via dell’autodistruzione.Ian Kershaw, uno degli storici più autorevoli del nostro tempo, ci racconta quello che fu un vero e proprio viaggio di andata e ritorno dall’inferno.
Estate del 1914: gran parte dell’Europa precipita in un conflitto sconvolgente. La gravità del disastro terrorizza i sopravvissuti, nessuno può credere che la civiltà modello per il resto del mondo sia sprofondata nella brutalità più assoluta.Solo vent’anni dopo la fine della Grande Guerra, nel 1939, gli europei iniziano un secondo conflitto, persino peggiore del primo. Nonostante le crude cifre non possano restituire la gravità dei tormenti inflitti alla popolazione, la conta dei morti – oltre quaranta milioni soltanto in Europa, quattro volte di più della prima guerra mondiale – ci fa percepire con concretezza questo orrore.Ian Kershaw ricostruisce una nuova, monumentale storia dell’Europa contemporanea: un periodo straordinariamente movimentato e tragico che ha visto il continente sfiorare l’autodistruzione e, solo quattro anni dopo aver toccato il fondo nel 1945, gettare le basi per una stupefacente risurrezione.

Alle liste! Alle liste! Due versioni dello stesso Centrosinistra nelle assemblee parallele dei reduci di mille sconfitte



 Il nuovo Prodi non c’è, ma è tornato D’Alema: «Teniamoci pronti»
Democrack. Nasce Consenso e fa già il pieno di orfani del centrosinistra «Se si va al voto liberi tutti». Speranza: un Pd di servi non è Pd. L'ex premier: non si cambia politica senza cambio di rotta e, aggiungo con affetto, senza cambio di leadershipROMA29.1.2017, 23:59
Il centrosinistra stava cercando il suo nuovo Prodi, ma intanto ha ritrovato il suo caro vecchio D’Alema. Ma vecchio a chi? Per ascoltarlo nella sala dei Frentani, storica sede del Pci, si sono premuti in centinaia senzatetto della sinistra, orfani e vedove del Pd ante-Leopolda, cigiellini referendari, militanti della mitica base arrivati da mezza Italia in treno o con i pullman. C’è lo stato maggiore di Sinistra italiana, coté pro centrosinistra ma ci sono anche quelli a cui ormai la coalizione fa venire le bolle. Assemblea ordinata e old fashion, senza effetti speciali. Apre l’avvocato Guido Calvi, presidente dei comitati del No. Oratori pochi e scelti (Cgil, Arci, il giovane emergente Tommaso Sasso) chiamati sul palco dall’efficiente Piero Latino, giovane uomo-macchina ma vecchia scuola. Nelle prime file qualche antica conoscenza: Valdo Spini a cui l’ex premier fa un affettuoso omaggio (qui tutti si definiscono socialisti, un riconoscimento a chi era del Psi è il minimo), quel Cesare Salvi che nel ’98 D’Alema nominò ministro con l’indimenticabile «A’ Giospèn, facce vede».
D’Alema, al passato né a quello remoto dov’è indelebile il blairismo da cui pure si giura redento, né quello prossimo dell’impegno nel No al referendum: «Questa non è una celebrazione della vittoria, il dibattito lo hanno chiuso 20 milioni di persone». Anzi ora «il discrimine non è più fra Sì e No». Piuttosto fra Renzi sì e Renzi no. La scomposizione dell’«amalgama malriuscito». O meglio un fronte: l’Unione era contro il Cavaliere, oggi il Cavaliere è un’anziano signore malmesso ma ragionevole. E invece il giovane ex premier Renzi va in cerca della bella morte. O «dell’inciucione». D’Alema sfotte il suo ex allievo Orfini («Dice al voto al voto, come a Roma») e il capogruppo Ettore Rosato («La consulta ha confermato l’impianto dell’Italicum? Ci vorrebbe uno col camice bianco»).
«Questa è una riunione di lavoro», spiega il presidente di Italianieuropei, in cui i comitati del No si trasformano nell’associazione «Con-senso», scritta verde ma avrà in rosso il sottotitolo «per un nuovo centrosinistra». Nome temerario per una scissione (non ce n’è una andata bene a sinistra, a parte quella del ’21). Programma invece semplice e socialista: lotta alla diseguaglianza, crescita, diritti, lavoro. Zero merchandising, il vero brand è D’Alema. Che non lancia ancora un partito, cioè non apre il tesseramento – sarebbe tecnicamente la scissione dal Pd per molti dei presenti – ma invita significativamente alla raccolta fondi: «Dobbiamo essere pronti alle evenienze che potranno esserci». Manca la parola in codice dell’insurrezione. Ma non serve, perché è tutto alla luce del sole. Le evenienze infatti sono due e sono due piani A.
La prima è la «precipitazione» verso le elezioni con la legge elettorale uscita dalla Consulta che produce un altro parlamento di nominati. «Se ci troveremo di fronte alla sordità di un gruppo dirigente e prevarrà l’idea di andare ad elezioni senza un progetto politico e di governo, con l’obiettivo di normalizzare il Pd e ridurre i gruppi parlamentari all’obbedienza», avverte D’Alema, «allora deve essere chiaro: una scelta di questo tipo renderebbe ciascuno libero». No, non tutti, carica da consumato oratore: «Alcuni di noi, che ritengono di avere responsabilità nei confronti della sinistra italiana, non sarebbero neanche liberi di decidere. Avrebbero il dovere di agire».
La seconda  «evenienza» è che il governo Gentiloni vada avanti e che in novembre il Pd arrivi al suo congresso. E lì il fronte antirenzista se la dovrebbe giocare, ammesso che riesca a «fare sintesi». Non facile. Dal palco il candidato bersaniano Roberto Speranza si scaglia contro il «partito di servi» che si costruisce con le liste bloccate, «quello non sarebbe il Pd». La platea scafata sa bene che significa: decimazione delle minoranze nelle liste, Pd compiutamente renziano, scissione certa. E scatta l’ovazione. Ma parla anche Enrico Rossi, altro candidato alla segreteria Pd, anche lui vicino a D’Alema. E arriva il messaggio di Michele Emiliano, pure lui anti-renziano e pure lui tentato dalla corsa. È la sinistra, bellezza: uniti mai. D’Alema però non nutre fiducia nel buon esito del congresso: «Se alle elezioni si andasse con una lista che va oltre i confini…», ma sottolinea se. Si vedrà.
Per il momento raccoglie con pazienza tutto l’antirenzismo in circolazione a sinistra. Per tutta la mattinata resta seduto con il costituzionalista Alessandro Pace, presidente del comitato del No dei «professori». In sala c’è anche l’avvocato Felice Besostri, l’uomo che ha fatto saltare il Porcellum. Sul palco viene invitato a parlare il costituzionalista Roberto Zaccaria. D’Alema spende una buona parola persino per l’ex sindaco Pisapia che all’inizio aveva definito «fiancheggiatore di Renzi» mentre adesso – nota – «ha cambiato rotta». Fra «chi fa riferimento al centro sinistra» indica due partiti, «il Pd e Sinistra italiana». In realtà non è precisamente così. Dal palco parla Arturo Scotto, capogruppo e candidato a congresso, fan di un centrosinistra derenzizzato. Ma in platea circola Nicola Fratoianni, il candidato di Vendola il quale a sua volta in questi mesi ha criticato (autocriticato) praticamente tutto delle coalizioni a trazione prodiana, dalemiana e infine bersaniana. Ma questa sarà un’altra storia, quella del congresso del 17 febbraio.
Intanto la prossima settimana Consenso sceglierà un coordinamento. In attesa che Renzi faccia le sue mosse. Del resto così è andata la vittoria del No: ha fatto tutto Renzi. Ed è stato una benedizione. Per i suoi avversari.


Altra Europa: «Promuoviamo i comitati per il referendum sul lavoro» 
A sinistra. Promuovere la costituzione di comitati per il «Sì» al referendum Cgil per l'abolizione dei voucher e sulla responsabilità solidale negli appalti e una lettera-appello per avviare un processo costituente rivolto alle sinistre e a chi si è impegnato per il «No» alla riforma costituzionale di Renzi. "La mobilitazione delle donne dell’8 marzo, del sindacato contro i voucher o quella contro l’austerità del 25 marzo pongono un problema: come intrecciare le istanze" 

Roberto Ciccarelli Manifesto ROMA 29.1.2017, 23:58 
Promuovere la costituzione di comitati per il «Sì» al referendum Cgil per l’abolizione dei voucher e sulla responsabilità solidale negli appalti e una lettera-appello per avviare un processo costituente rivolto alle sinistre e a chi si è impegnato per il «No» alla riforma costituzionale di Renzi. Sono le iniziative emerse dall’assemblea dell’Altra Europa con Tsipras ieri a Roma, mentre sullo sfondo ci sono le elezioni politiche. 
Le incognite sono tante, il paesaggio è caotico, e le prospettive nella sinistra politica – e non solo – sono tante e molto spesso divergenti. Dall’altra parte del mondo politico continuano a fiorire iniziative tra soggetti e piattaforme politiche diverse che porteranno, tra l’altro, alle manifestazioni di protesta contro l’austerità a Roma il 25 marzo, in occasione delle celebrazioni del sessantennale del trattato di Roma. 
In questo rebus, L’Altra Europa cerca una bussola e pratica la difficile politica delle relazioni. Parla di uno «spazio permanente» di consultazione tra reti, campagne e partiti alimentato dallo spirito del 4 dicembre. «Siamo ripiombati in un pantano democristiano – sostiene Massimo Torelli – È come se quel voto non ci sia mai stato. Per questo facciamo appello a chi si è mosso per difendere la costituzione». «La vittoria del No è stata popolare e non populista – aggiunge Alfonso Gianni – È stato sconfitto il populismo di Renzi. Nonostante l’assenza di rappresentanza, il 4 dicembre ha segnato un momento egemonico per la sinistra al punto che la costituzione antifascista è stata votata anche dalle destre». «Lo spazio della sinistra – ha aggiunto Anna Falcone, presidente dei comitati del No – è stato occupato da altri, ma nel referendum si è espresso. È stato un voto libero e non ideologico di persone che hanno capito che erano in gioco i loro diritti. Esiste un desiderio di partecipazione che va ben oltre la democrazia rappresentativa. Per non restare irrilevante, la sinistra può intercettarlo». Per Falcone la prospettiva è internazionale: «Le diseguaglianze non possono essere recuperate solo a livello nazionale». 
«La questione non sono gli accordi tra piccole forze o ceti politici, ma i problemi concreti delle persone. La sinistra non ne parla da anni, punta a rappresentare la sua identità piuttosto che parlare a quelli che dovrebbero votarla» sostiene Bia Sarasini. Più che cercarla all’interno di dinamiche asfittiche, la spinta si afferma fuori, ad esempio nel movimento delle donne che l’8 marzo organizzerà uno sciopero internazionale, tappa di un percorso iniziato il 26 novembre scorso contro la violenza sulle donne. In questa prospettiva, il referendum Cgil, quando sarà convocato, potrebbe rilanciare anche un discorso comune.«È un momento interessante perché la mobilitazione delle donne e quella del sindacato pone un problema generale: non ci si può occupare del lavoro o delle donne separatamente, ma bisogna intrecciare le istanze. L’8 marzo nasce da questa idea. E la Cgil ha bisogno di una spinta diversa da quella interna». «Il movimento femminista è la novità nel mondo che è cambiato con Trump – sostiene Eleonora Forenza (Rifondazione, deputata europea dell’Altra Europa – È un errore rinchiudere lo spirito del 4 dicembre nel problema dell’unità a sinistra. La priorità è l’agenda europea a partire dalla giornata del 25 marzo a Roma».

La scissione di D’Alema: “Congresso o liberi tutti” 

L’ex premier lancia Consenso e inizia a raccogliere adesioni e fondi “Se Renzi sarà sordo ciascuno si renderà pronto per ogni evenienza” 
Ugo Magri Busiarda
Nasce un movimento a sinistra che per adesso non vuole definirsi partito, però cerca adesioni e finanziamenti, apre sedi sul territorio, ha già un nome («Consenso»), un simbolo elettorale (a caratteri bianchi sul fondo verde) e soprattutto un volto: quello che si ama, o si detesta, di Massimo D’Alema. In un’ora di discorso, davanti a 600 supporter arrivati con i pullman, l’ex leader Pds-Ds non pronuncia la parola «scissione» perché l’ultimo strappo sapientemente spera che sia Renzi a provocarlo; tuttavia riduce al massimo la fatica dell’avversario. Gli serve il divorzio quasi su un piatto d’argento, formalizzarlo sarà una liberazione per tutti. Quel momento sembra vicinissimo. «State pronti alle evenienze che potranno esserci», avverte ammiccante. Se Renzi tirerà diritto, e precipiterà l’Italia verso nuove elezioni come scusa per fare pulizia etnica dentro il Pd, in quel caso «si renderebbe ciascuno libero». Non una semplice possibilità ma addirittura un dovere «per alcuni di noi che hanno avuto», segnala con la consueta modestia, «qualche responsabilità nella storia della sinistra italiana».
Profondo rosso
Già la «location» ha un che di nostalgico. Per quanto rimesso a nuovo, il Centro congressi Frentani era una volta la casa del Pci romano; sfidare proprio da quel pulpito l’eresia del rottamatore fiorentino sa tanto di viaggio nel tempo, quasi un ritorno al futuro. Inoltre D’Alema ha il vezzo di sfoderare chiavi di lettura modernamente marxiane, purgate dalla lotta di classe ma con l’occhio attento ai disastri della globalizzazione e alle diseguaglianze che il Pd, colpevole, ha perduto di vista: quanto basta insomma per mandare in estasi una platea dove i giovani sono rari come le mosche bianche, in compenso abbondano combattenti e reduci di mille battaglie, ex parlamentari (Livia Turco, Pietro Folena, Paolo Cento meglio noto come «Er Piotta»), altri che lo sono ancora ma figurarsi se Renzi li rimetterebbe in lista: da Roberto Speranza a Davide Zoggia, da Nico Stumpo al «maître à penser» bersaniano Miguel Gotor. E poi rappresentanze del sindacato, di quella che era una volta la vasta rete dell’associazionismo «rosso», mescolate ai comitati referendari «Scelgo No» che saranno la spina dorsale del nuovo «rassemblement». Perché D’Alema non mira a mettere su il solito partitino. Ambizioso com’è, si propone quale federatore della sinistra che non ci sta a snaturarsi; e prima di farsi cacciare dal Pd vuole pescare con le reti a strascico tutti i delusi, i marginalizzati, gli scontenti. Dopo, soltanto dopo lancerà un vero tesseramento perché le urgenze sono altre, «dobbiamo prepararci e organizzarci in ogni provincia, nelle città e nei paesi». Servono soldi per la campagna elettorale, bisogna trovarli, appositi comitati andranno costituiti in fretta. Una chiamata alle armi.
Tra Leopardi e Orazio
Di Matteo, Massimo non salva nulla, giusto le unioni civili e la legge anti-povertà che però «non è finanziata». Lo presenta come un Pulcinella che strappa all’Europa 5 miliardi per il terremoto e poi ne impiega solo 1,6; un dilettante che sfida Bruxelles ma fa solo il gioco dei Grillo e dei Salvini; che rischia di consegnare l’Italia a quei due, mentre «noi abbiamo rotto col nostro popolo». Invoca un cambio di politica e di leadership prima dell’ultimatum finale: Renzi la smetta di correre verso le urne e si tenga un congresso vero, aperto. Se invece «ci troveremo di fronte alla sordità», allora le strade si dividerebbero. Una minaccia condita dai sarcasmi taglienti che hanno reso celebre «Baffino». Prima umilia il presidente Pd Matteo Orfini, poi sberleffa il capogruppo Ettore Rosato: «Non so se il riso o la pietà prevale, come diceva il poeta». Non è l’unica citazione colta, perché ne sfodera una latina di Orazio. Però invece di pronunciare il verso esatto dell’«Ars poetica» («Quandoque bonus dormitat Homerus»), declama una variante meno nobile e di uso comune («Quandoquidem dormitat Homerus, ogni tanto anche Omero inciampa»). Con l’aggiunta compiaciuta: «Mi sfogo qui perché nel Pd non si può più parlare in latino». Che ignoranti.
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Il patto con i bersaniani “Se Matteo evita le primarie andiamo per conto nostro” 

Già pronti Emiliano o Bianca Berlinguer 
Carlo Bertini Busiarda
«Oh mi raccomando, acqua in bocca», sussurra Miguel Gotor nell’orecchio di Alfredo D’Attorre prima di sgattaiolare via. Il consigliere di Bersani saluta l’ex compagno di partito con un’ammiccante pacca sulla spalla e nel clima carbonaro di questa mattinata invernale nel tempio dei dibattiti a sinistra, confessa il motivo di tanta segretezza. Centro congressi Frentani, già sede per decenni della federazione romana del Pci. Si consuma qui un evento che nella liturgia comunista sarebbe stato impensabile e che riporta idealmente insieme due rivali come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani. 
La data del 28 gennaio 2017 forse sarà ricordata come quella della ennesima scissione a sinistra e si può immaginare che il motivo di tanta segretezza invocato da Gotor sia il piano di esfiltrazione dal Pd preparato in ogni sua mossa. Si perché ormai i renziani di stretta osservanza parlano di Bersani e compagni come se fossero degli infiltrati al servizio del nemico e quindi il termine si addice a chi sta per mollare gli ormeggi verso la rive gauche della politica italiana. Anche se questa veleggiata andrà fatta passare come una cacciata dalla madre patria ad opera di Renzi. Bersani è rimasto a casa sua a Piacenza ma si fa sentire via Facebook con un post che suona come «ci siamo». Quando avverte con un salto logico che senza buttar giù i capilista bloccati si passa all’avventurismo, il segnale per chi deve intendere è chiaro.
Il piano è semplice, diviso in due mosse, come rivela Gotor. «Se Renzi farà prima del voto una sua “gazebata” cercando la legittimazione popolare, allora lo sfidiamo con un candidato premier che può batterlo». E qui Gotor si chiude a riccio, ma a sentire i meno riservati tra i colonnelli di Bersani assiepati in ogni angolo della sala, i nomi di Michele Emiliano e Bianca Berlinguer come possibili competitori vanno per la maggiore. «Se invece, come crediamo, Renzi non farà neanche le primarie per la premiership correndo dritto alle urne, allora ce ne andiamo con il popolo della sinistra, perché vuol dire che prevale l’avventura e la sovversione». Questo si apprestano a fare l’ex segretario e le sue truppe alla vigilia di una campagna elettorale infuocata, dove il cantiere della sinistra alternativa a Renzi conta di poter strappare anche un dieci per cento di voti con una formazione larga che proverà a coinvolgere anche figure come Pisapia. Un cantiere che andrà costruito con Sinistra Italiana («è un buon segno che qui oggi ci siano pure Fratoianni e la De Petris», sostiene D’Attorre nel ruolo di facilitatore della riunificazione) e con movimenti civici di varia natura, oltre che con lo zoccolo duro della «ditta» che sul territorio ancora vanta qualche postazione.
La bandiera sarà quella della battaglia contro i nominati, cioè contro i capilista che in realtà lasciano in mano a Renzi lo scettro del potere sulle candidature. Lo si capisce dall’ovazione che esplode fragorosa quando prima Massimo Paolucci, europarlamentare e poi Roberto Speranza, denunciano lo scandalo. «Attento Renzi, se il Pd diventa il partito dell’avventura non è più il Pd», ripete Speranza facendo il verso a Bersani nel refrain che incolpa Renzi di «snaturare il partito». «Noi siamo per combattere dentro il Pd», premette Davide Zoggia, «ma se ogni giorno gli spazi di democrazia interna si riducono, se non fa neanche il congresso, se non vuole modificare la legge elettorale per votare subito allora è chiaro che non c’è più il Pd». E allora? «Allora proviamo a farlo da un’altra parte». E quale sarebbe la linea di questo soggetto politico? Una linea più radicale sui temi del lavoro e dell’Europa, perché come si vede dall’affermazione in Francia e Gran Bretagna di leader più radicali, «con una politica troppo indistinta che prova a tenere dentro tutto non si battono i populismi». E quando sarà varato il nuovo vascello elettorale? «A marzo si decide».

La convivenza impossibile delle sinistre 

Francesco Bei Busiarda
Siamo dunque alla vigilia dell’ennesima scissione a sinistra? Un cittadino, interessato alla politica, che ieri avesse seguito (grazie Radio radicale!) la riunione romana organizzata da Massimo D’Alema non potrebbe che rispondere affermativamente. Come documentano i servizi nel giornale che avete in mano, l’ipotesi stavolta è tutt’altro che una forzatura giornalistica. Perché quando si invitano i militanti a «raccogliere adesioni», se non vere e proprie tessere, a creare «fondi», a tenersi «pronti alle evenienze che potrebbero esserci», il messaggio è sufficientemente chiaro. Con la minaccia esplicita che, se il Pd dovesse insistere per andare a votare prima della fine della legislatura, «renderebbe ciascuno libero». 
Libero, va da sé, di fondare un nuovo partito e provare a conquistare quel «Consenso» (questo il titolo della manifestazione di ieri e, forse, del nuovo soggetto politico) fuori dal partito democratico. 
Ora si può anche ironizzare sull’eterna coazione a ripetere della sinistra, su quel giorno della marmotta che è il ritorno dell’uguale, come nel celebre film con Bill Murray: perdi il congresso, minacci una scissione, cacci il leader che non ti garba. Ieri su Twitter era, come si dice, trend topic il nome di D’Alema. E molti dei commenti rammentavano appunto la storia del picconamento dell’Ulivo ai tempi di Prodi, della guerra a Walter Veltroni sfociata nella creazione dell’associazione Red, con tanto di tesseramento parallelo. Ma sarebbe sbagliato ridurre la giornata di ieri a un episodio di rancore personale fra D’Alema e Renzi. Se i due certamente non si sopportano, la verità è che il primo ha iniziato a tratteggiare ieri il profilo di una sinistra molto diversa da quella del fiorentino. Una sinistra lontana dal mito della terza via, che torna a «un pensiero progressista e neokeynesiano», una sinistra che guarda a pensatori molto critici sulle sorti del capitalismo e della globalizzazione, dal francese Piketty con la sua tassa globale sulla ricchezza, allo scomparso Anthony Atkinson, che oltre a più tasse per i ricchi (un evergreen che, dove è stato applicato in maniera significativa ha sempre portato alla fuga dei ricchi… o delle ricchezze) nei suoi libri suggerisce di dare più poteri ai sindacati e trasformare lo Stato in un «employer of last resort», offrendo «lavoro pubblico garantito». Questa è la sinistra che D’Alema ha in mente, si potrebbe anche definirla neomarxiana, un progetto «critico» che si ponga in Europa in maniera fortemente dialettica, costringendo in qualche modo l’Ue «a cambiare le regole, ad esempio dicendo che gli investimenti non si calcolano nel patto di stabilità». Ora, posto che sono passati almeno quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) a tentare di convincere Berlino a cambiare questa regola, è legittimo sperare che un governo più «critico» e di sinistra possa riuscire dove gli altri hanno finora fallito. Di sicuro quella ipotizzata ieri è una traiettoria che non interseca più quella lib-lab del Pd. E forse è un bene se a sinistra, complice anche la legge proporzionale, i simili ritrovino i simili e si metta fine a questa convivenza forzata sotto lo stesso tetto.  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


IL PERSONAGGIO. PRIMO INTERVENTO PUBBLICO DOPO LA SCONFITTA
Matteo, ritorno (quasi) zen così il leader Maximo diventa l’Innominato 

EMILIO MARRESE Rep
Cinquantasei minuti di discorso senza mai nominare D’Alema. Dev’essere più o meno un record, per Matteo Renzi tornato in pubblico da ex premier per la prima volta all’Assemblea nazionale degli amministratori locali del Pd. I riferimenti impliciti non sono mancati, all’avversario interno, ma si è rivolto quasi subito ironico alle decine di giornalisti sotto il palco: «Lo so che vi aspettate una risposta, peccato, v’è andata male». Il segretario ha ricevuto un’accoglienza calorosa nel Palacongressi stipato (oltre 1500 delegati) con 70 secondi di standing ovation al suo ingresso, puntuale alle 18 dopo esser rimasto rintanato nel backstage dalle 16.15, e trentotto applausi a punteggiare le sue parole e le sue battute prima di balzare giù dal palco alla fine, come il Ligabue scelto da colonna sonora della “leopoldina” romagnola, tra i sindaci fan a distribuire baci e abbracci.
Qualche chilo in più celato da un look marchionnico (jeans e pulloverino neri sui mocassini) e qualche livido ancora visibile, dopo la batosta del referendum: «La botta fa male – ha ammesso –: abbiamo perso una battaglia, ma i modi di reagire sono diversi. Qualcuno se l’è cavata con un Maalox dopo aver perso le Europee… ». Meno aggressivo e spavaldo della sua versione Chigi («Ho sbagliato per primo a presentarmi in quel modo» il picco autocritico con mano destra sul cuore), più ecumenico verso la sua base («Ripartiamo da voi, dalle città, dalle buone pratiche») e più autoironico: «Vado a fare la spesa e la gente si stupisce, poi chiacchieriamo un po’ e salta fuori che hanno votato no: eh, ecco perché son qui a far la spesa…».
Man mano Renzi ci ripiglia gusto e un po’ di cosette che gli erano rimaste di traverso non le trattiene. Contro i suoi detrattori, soprattutto il M5S e Grillo, «un salto nel buio che ti porta direttamente nel tunnel delle scie chimiche»: «Quelli che dicevano no alle Olimpiadi per il rischio corruzione e invece dicevano sì a Marra». La lista di “quelli che” è lunga: «Gli sciacalli che dopo una slavina, mentre io non riuscivo a smettere di piangere davanti alle immagini di quei bambini estratti dalle macerie dai vigili del fuoco, pensano di risolvere le cose cinque minuti dopo facendo tweet contro la protezione civile, anziché essere fieri di questi eroi comuni»; «quelli che si lamentano dei voucher e poi li usano per pagare i lavoratori». Anche al mai evocato D’Alema fischiano le orecchie invece quando parla di «quelli che prima temevano il rischio autoritario e ora le larghe intese: mettetevi d’accordo, no?».
Un’ora di discorso senza mai nominare il rivale. Nuova linea: meno spavalderie e più partito E spunta il golf alla Marchionne
Il tentativo è volare alto, in modo sprezzante e irridente, quasi dalemiano si sarebbe detto anni fa: «E’ in atto un gigantesco cambiamento radicale, basta vedere il potente giuramento di Trump o il presidente cinese che parla di libero mercato a Davos e quello americano di protezionismo: cose più importanti di qualche convegno a poche centinaia di chilometri da qui».
Attacca anche, grillizzandosi , l’ordine dei giornalisti: «Dov’è quando un giornalista in tv dice che un deputato va scuoiato?» (un fuorionda di Belpietro ndr). E scatena uno dei boati più fragorosi dalla platea.
Renzi si appende anche qualche medaglia a battaglia finita: «Nel 2016, tra poco avrete i dati, abbiamo recuperato più di 17 miliardi di euro dalla lotta all’evasione fiscale, un record, e nel 2015 14,9 miliardi, alla faccia di quelli che accusavano il governo di favorire gli evasori ». E poi le unioni civili, ricordando la mail che gli scrisse Franco – da poco scomparso - nel 2014 e che sei mesi fa si era sposato a Torino col compagno Gianni. Insomma, sì «potevo fare meglio» però, «però il compito di chi fa politica non è enunciare problemi ma risolverli e quando uno fa politica non risolverà mai tutte le cose. Ma io non mi iscriverò mai al partito dei catastrofisti e dei rassegnati, ma di chi vive per cambiarle le cose, spaccandosi la schiena per la propria comunità ». Chiude citando “Il Napoleone di Notting Hill” di Gilbert Chesterton: «Sapete, ora ho tempo per leggere…».
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L’ex premier offre una tregua a Bersani “Ma servono le urne sennò è la palude” 
Direzione il 13 febbraio, poi via alla campagna elettorale Telefonata a Speranza per dividere l’opposizione interna ed evitare il big bang

TOMMASO CIRIACO Rep
C’è un tempo buono per la pace e uno giusto per la guerra. E così, mentre Massimo D’Alema lancia l’opa sulla scissione della sinistra dem, Matteo Renzi torna a confrontarsi con Roberto Speranza. Una telefonata inaspettata, una “linea rossa” a un passo dal baratro. «Ciao Matteo », «ciao Roby», è l’esordio imbarazzato dopo mesi di gelo assoluto. C’è molta pretattica, naturalmente. Ma prevale un interesse comune: limitare gli effetti della scissione dalemiana. Ed evitare l’esplosione del Pd.
Il palco di Rimini dista 339 chilometri dal centro congresso Frentani di Roma. Lì, nel cuore di molte delle separazioni della sinistra comunista, D’Alema ha appena reclutato per una nuova battaglia i comitati del No al referendum. È pronto, raccoglie fondi per arrivare prima di Giuliano Pisapia a un nuovo partito alla sinistra del Pd. «Non abbiamo bisogno di richiamare i riservisti – picchia durissimo Debora Serracchiani - c’è chi lavora sempre alla scissione dell’atomo, senza produrre energia».
Quando le agenzie battono la minaccia dalemiana all’unità dem, Renzi è ancora lontano dal palacongressi della riviera romagnola. Chiama subito i fedelissimi e fissa la linea. «Non lo attacco, anzi neanche lo nomino », promette. E mantiene l’impegno, deciso piuttosto a incunearsi nelle divisioni della minoranza puntando tutto sul dialogo con i bersaniani, i più tiepidi sull’ipotesi di una scissione.
A metà pomeriggio Speranza mette piede nell’enorme emiciclo del palacongressi. L’accoglienza è sorprendente. Neanche un fischio, alla faccia della Leopolda pre-referendaria. Assieme a Nico Stumpo, l’ex capogruppo si arrampica fino in cima alla platea, quasi a voler restare in disparte. Ma a metà del cammino l’organizzazione li richiama e li fa accomodare in prima fila, perché così ha raccomandato il capo. Segnali, preparati con cura anche dal vicesegretario Lorenzo Guerini.
I rapporti tra Renzi e la minoranza restano pessimi, naturalmente. La fiducia reciproca è esaurita da tempo. E nel giorno della sentenza della Consulta, Renzi aveva riservato proprio a Speranza e Bersani i concetti più ruvidi: «Ora non sanno cosa fare – aveva confidato - sono in un angolo. Se vanno via, non raggiungono certo l’otto per cento al Senato…». Se invece restano, il sottinteso, dovranno bere l’amaro calice della minoranza e accontentarsi di pochissimi posti – meno di dieci - da capolista bloccati. Il quadro, però, è mutato in fretta. Per ottenere le elezioni di cui ha tanto bisogno, il leader di Rignano ha capito che è necessario tenere assieme proprio il Pd. Ed è pronto, per questo, a garantire anche la storia della minoranza bersaniana.
Si vedrà. Di elezioni Renzi parla pochissimo, dal palco di Rimini. Si concentra soprattutto sullo schema di campagna elettorale che ha in mente. Picchia duro su Grillo, attacca l’euroburocrazia e spinge al massimo sul voto utile. Tra le righe, però, attiva anche il timer elettorale, convocando per il 13 febbraio la direzione del partito. «Sarà allora – spiega in privato – che faremo capire di non essere disposti ad accettare la palude ». Sarà allora, soprattutto, che fisserà i paletti per tornare alle urne: un ritocco elettorale in tempi brevi, oppure elezioni. «La linea non cambia», sussurra il capogruppo Ettore Rosato.
Ecco il nodo delle prossime settimane, allora, quello su cui si giocherà la trattativa con la minoranza bersaniana. Elezioni in cambio di rappresentanza. In fondo, è quello che si lascia sfuggire a sera anche Speranza: «D’Alema e Renzi? Io lavoro perché non diventino due partiti diversi, ma Matteo deve evitare l’avventura elettorale a giugno. Sarebbe folle, ma se commettesse questo errore dovrebbe almeno convocare prima un congresso, oppure primarie per la premiership ». La partita per la sopravvivenza è appena cominciata.
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