venerdì 13 gennaio 2017

I problemi della globalizzazione e la divisione tra "Dirittumanisti" e "Populisti"

Un accordo con la Russia senza la protezione e la garanzia degli Stati Uniti significa rassegnarsi alle divisioni e alle pressioni del mondo illiberale

di Angelo Panebianco Corriere 13 1 2017


Corriere della Sera

Chi sono i Giusti di oggi? Chi contrappone il dialogo al terrorismo

Gabriele Nissim Avvenire giovedì 12 gennaio 2017 

I nuovi ultrà dell’Europa divisa in due 

Gian Enrico Rusconi Busiarda 12 1 2017
In singolare coincidenza con le disavventure di Grillo a Bruxelles, Jörg Meuthen, il capo della Alternative für Deutschland (AfD), la formazione politica populista emergente in Germania, ha ribadito la sua posizione sulla crisi europea e sul destino dell’euro. Ha tracciato la più insidiosa delle alternative per la Germania davanti allo stallo attuale dell’Unione - se il 2017 sarà l’anno dei populismi vincenti o comunque in grado di condizionare la politica europea. 
Oggi la AfD esclude espressamente «una uscita radicale dall’euro», ma aggiunge che essa «dipende da quanto drammaticamente si svilupperanno le cose». Nel frattempo la sua proposta è semplice, forte e apparentemente ponderata rispetto ad altre. Consiste nella divisione dell’eurozona tra Nord e Sud, lasciando ancora indeterminato se ci saranno due monete comuni o monete nazionali. 
Il dato di fatto di partenza è che «per gli Stati meridionali l’euro è troppo forte, per la Germania e altri Stati è troppo debole». Per questo «è pensabile che gli Stati economicamente più deboli escano dall’euro». Tra essi vi sono la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo e persino la Francia. Ma soltanto queste ultime quattro potrebbero eventualmente creare una nuova moneta comune.
Rimane in ogni caso incontestabile che oggi «con culture monetarie differenti e con differenti capacità di prestazione l’euro è un fattore divisivo dell’Unione». 
Questa è la dichiarazione esplicita del fallimento del progetto originario dell’euro. Non a caso la AfD è nata nel 2013 in polemica contro la drammatica dichiarazione della cancelliera Merkel: «Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa». E la cancelliera da allora prova a tenere insieme l’Europa dell’euro con risultati faticosamente deludenti. Da qui la proposta AfD di dividere la zona euro tra Nord e Sud, scontando inizialmente contrasti e costi reciproci. Sono prevedibili conflitti, turbolenze e crisi nei mercati finanziari e dei beni. «Questo è da mettere in conto a breve termine in vista di un effetto benefico a lungo termine». 
Inutile dire che l’ottica in cui si muove l’AfD è quella del minor costo possibile per la Germania e per le nazioni che la fiancheggiano. Vengono in mente i dibattiti dei primi Anni Novanta (Europa a due velocità, la costituzione di un «nucleo forte» europeo o Kern-Europa) prima che maturasse la scelta dell’Europa di Maastricht attraverso un dibattito faticoso e ambiguo, coraggioso ma anche avventato più di quanto oggi non ci vuol far credere la «narrazione» ufficiale. Fu una scommessa che soltanto alla lunga, dopo la crisi dell’euro a partire dal 2009 e gli anni seguenti, avrebbe rivelato una situazione in cui c’erano Stati vincenti (Germania innanzitutto) e Stati perdenti. 
Siamo così al dibattito scottante di oggi tra chi è convinto (tedeschi in testa) che i trattati e le procedure messe a punto nei decenni e anni scorsi siano ancora in grado di far uscire dalla tremenda crisi che ci attanaglia, e chi invece è convinto che occorre introdurre significativi correttivi e modifiche prima che sia troppo tardi per la caduta verticale di fiducia dei cittadini. Ma la classe politica presente a Strasburgo e a Bruxelles possiede la capacità, il coraggio, la competenza per farlo? E la classe politica tedesca si rende conto delle sue responsabilità specifiche? 
Nel frattempo assistiamo all’espandersi del populismo. So benissimo che questo concetto è estremamente vago e ambiguo. Ma nel caso dell’euro si assiste ad un cattivo paradosso; tutti i populisti vogliono disfarsi dell’euro, senza preoccuparsi di quello che può accadere a chi non la pensa come loro nel modo e nel metodo di disfarsene. Se vincessero contemporaneamente i populisti francesi, tedeschi o italiani il primo risultato sarebbe una crescita esponenziale delle reciproche ostilità nazionali. 
Mi sono soffermato sull’AfD perché da noi è la meno conosciuta, sommariamente identificata come estrema destra (di cui per altro porta alcuni vistosi segni) mentre raccoglie consensi nel «centro» e negli strati sociali marginalizzati, addirittura di sinistra. Ecco perché l’idea di un distacco quasi consensuale dall’Unione europea, grazie alle equivoche convergenze con gli altri populismi, è assai insidiosa per la politica europeista, fin qui incarnata da Angela Merkel. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

“Dimenticare i genocidi incoraggia a ripeterli” 

La crisi dell’Europa, la tragedia siriana, la contrapposizione degli imperi Parla il filosofo francese (di origine armena) Gérard Malkassian 

Egle Santolini Busiarda 12 1 2017
Prevenire i genocidi: un’espressione dal vago tono sanitario, come se si trattasse di debellare una malattia cronica, macabramente incistata nel Dna del pianeta. Sul tema dibattono martedì 17 al Franco Parenti di Milano gli storici Yair Auron e Marcello Flores e il filosofo Gérard Malkassian. Ne discutiamo con Malkassian, che è insegnante all’Ecole Normale Supérieure e professore invitato all’Università di Stato di Erevan in Armenia.
Professore, lei è esponente di un popolo che fu vittima del crimine fondativo del ’900: la strage degli armeni del 1915, che nessuno riuscì a impedire e che fece da orribile modello all’Olocausto.

«Quello fu un delitto mai punito e tuttora negato. Proprio il fatto che non sia stato sanzionato incoraggiò i nazisti alla Shoah, convinti com’erano che, se avessero vinto la guerra, nessuno mai li avrebbe accusati dello sterminio degli ebrei».
Russia, Turchia, Medio Oriente: rieccoci, fatalmente, su una china scivolosa della storia. Davvero dobbiamo temere il peggio, come nel 1914 o nel 1939?

«La situazione attuale ricorda in effetti per molti aspetti quella precedente allo scoppio della Prima guerra mondiale: la contrapposizione degli imperi, la crisi della Siria, e certe spinte al genocidio da parte dell’Isis, perché altrimenti non si può chiamare quello che per esempio stanno facendo agli yazidi. Una sorte molto affine a quella del mio popolo, addirittura dal punto di vista geografico. Nomi come Raqqa e Jarabulus mettono i brividi a noi armeni, perché è lì che morirono anche molti dei nostri».
Dunque è pessimista?

«Sì, se penso che per prevenire occorrerebbero due ordini di condizioni: una decisa presa di posizione internazionale e un’assunzione di coscienza di tipo morale. Se un Paese di cultura musulmana come la Turchia riconoscesse il crimine che è stato perpetrato cent’anni fa contro una minoranza non islamica, farebbe risuonare un segnale importantissimo, perché contribuirebbe a scardinare la tendenza alla vittimismo così comune tra le nazioni musulmane e che, se non controllata, può condurre a qualunque tipo di violenza. Significherebbe riconoscere, insomma, che oltre che vittime si è stati anche carnefici».
Chi sono, oggi, i Giusti che possono salvare il mondo?
«Per esempio, quel gruppo ristretto di intellettuali , insegnanti e professionisti che in Turchia sta riaprendo questa pagina nerissima della storia all’origine della repubblica fondata da Kemal. È gente coraggiosa, di spirito europeo, convinta che questa ammissione potrebbe riaprire il percorso verso la Turchia nella Ue».
La porto ora su un argomento diverso, non così rovente e drammatico, ma che con questi dilemmi contemporanei ha molti nessi, e su cui lei si è a lungo esercitato. L’affermarsi dei populismi non solo in Europa, ma anche nel mondo. C’è un rischio anche lì? E, se sì, come lo si può contrastare?
«Intanto la nozione di populismo è molto generica, e non corrisponde a tutte le correnti politiche che vi si tende a far rientrare. Il Front National francese e il Movimento 5 Stelle italiano, per esempio, dal punto di vista dei militanti, dei potenziali elettori e anche dell’ideologia sono molto diversi. Secondo la definizione classica, però, il populismo è caratterizzato dalla figura di un leader che pretende non solo di rappresentare, ma anche di incarnare il popolo. E qui sta il rischio, perché questo giustifica ogni tipo di potere autocratico.Tali movimenti, tuttavia, non nascono a caso».
Che cosa li fa emergere?

«Anche, un’esigenza di maggior partecipazione dei cittadini. È questo il punto: la voglia di contribuire più attivamente alla vita politica e sociale, sicuramente legata al senso di non poter incidere sulle decisioni dell’Unione Europea, si scontra con le risposte troppo tradizionali e inefficaci dei partiti e rifluisce nei movimenti cosiddetti populisti: che non possono accoglierla, però, perché sono fondati su una logica autoritaria».
Rimedi, ricette?

«Si stanno cercando in tutta Europa, con un’elaborazione teorica imponente ma con scarse proposte concrete. Pensi alla campagna di Ségolène Royal, che ormai dieci anni fa provò a introdurre strumenti per rafforzare questi processi di partecipazione, ma che è rimasta lettera morta».
Neppure il metodo delle primarie pare servire.

«Già, mi pare che siano in crisi anche da voi. In Francia sono implose, tanto che François Fillon, dopo averle vinte, oggi fatica a rilanciarsi a livello nazionale. Il nodo resta quello della ricerca di un personale politico che sia, insieme, nuovo e autorevole, non pescato eternamente dallo stesso ceto come accade in Francia: al punto che le uniche facce nuove si vedono nel Front National. L’unico rimedio è quello di contrastare le spinte antieuropeiste, e rimanere fedeli all’Unione Europea, lavorando per riformarla: perché, nonostante i suoi evidenti difetti, si riconferma come l’unico mezzo per rispondere alle sfide internazionali. E ai rischi di catastrofe». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

TRUMP E LE ÉLITE CULTURALI 

ROGER COHEN Rep 13 1 2017
LE TENSIONI economiche negli Stati Uniti sono insufficienti a spiegare l’elezione di un petulante egomaniaco alla più alta carica del Paese mentre è in atto un’altra guerra, di tipo culturale, che la spiega. Donald Trump diventerà presidente la settimana prossima perché un numero sufficiente di americani ne ha avuto abbastanza del modo di parlare e dell’interazione limitante, riguardosa e politicamente corretta preferita dalle élite liberal delle coste, che sono convinte di detenere il monopolio della saggezza e l’unica chiave d’accesso al progresso.
Le questioni che affliggono l’economia — la disuguaglianza crescente, i redditi stagnanti della classe media, l’emarginazione — non sono sufficienti a spiegare la decisione degli americani di gettarsi in un burrone e affidare il proprio destino a una collezione di miliardari ed ex generali sotto il diktat di uno showman permaloso, che si distingue per «crudeltà e ignoranza», citando le parole di Garrison Keillor.
Nel suo discorso alla cerimonia di premiazione dei Golden Globes, Meryl Streep si è inserita in questa guerra culturale: era come se lei fosse Hollywood che biasimava la scelta fatta dalle persone. Senza nominare il presidente eletto, ha messo in evidenza la sua crudeltà, espressa dalla derisoria imitazione fatta da Trump di un reporter disabile durante la campagna elettorale. Lo sapete, questo accadeva nel Medioevo. Se provocato, Trump è come un bambino a cui hanno tolto la caramella: fa i capricci. La sua versione del capriccio è un tweet che definisce Meryl Streep come «una delle attrici più sopravvalutate di Hollywood», una «lacché di Hillary», affermando anche, in maniera grottesca, di non aver mai preso in giro il reporter, Serge Kovaleski. Trump ha poi concluso con il solito affondo contro i «media molto disonesti ».
La psiche di Trump non è poi un enigma complicato. Anela all’adulazione e non tollera moniti. Trafficando con menzogne e cospirazioni, definisce la stampa — che venera segretamente — disonesta, visto che evidenzia questo aspetto di lui. Si chiama transfert. Presto avrà a sua disposizione armi ben più potenti di Twitter per placare la sua irascibilità e incanalare la sua crudeltà. Difficile che possa resistergli a lungo. È ragionevole essere preoccupati. Se il mondo veniva tenuto agli ormeggi dall’America, si prepari ad essere disancorato.
Meryl Streep ha fatto una cosa importante, evidenziando come il bullismo di Trump dia il via libera al bigottismo interiore di chiunque. Per noi si profila un tempo di violenza. Streep ha fatto un’altra cosa importante, affermando che «abbiamo bisogno di una stampa di solidi principi per richiamare il potere alle proprie responsabilità». Se Trump vede se stesso come la “voce” dell’America, c’è bisogno di ogni voce contraria e che sia forte e chiara. Ma le parole di Streep avranno un qualche impatto sulle decine di milioni di sostenitori di Trump, o rafforzeranno la rabbia di queste persone verso le élite di Hollywood e gli altri centri del liberalismo dogmatico?
Meghan McCain, una commentatrice repubblicana, nonché figlia del senatore John McCain, ha postato su Twitter: «Il discorso di Meryl Streep è il motivo per cui Trump ha vinto. E se la gente di Hollywood non comincia a riconoscere i come e i perché, farà sì che lui venga rieletto ». E non ha tutti i torti. A novembre Trump ha perso il voto popolare per 2.8 milioni. Però, escluse la California e New York, ha vinto per 3 milioni. In sintesi, questa è la storia dell’America. Tirare fuori l’America da questo pasticcio significa riconoscere che New York e la California non hanno la prerogativa sulla verità più di quanto non l’abbiano il Kansas e il Missouri. Là fuori, nel paese armato timorato di Dio, vi sono tanti americani svegli e onesti che, come afferma Mark Lilla della Columbia University, parafrasando Bernie Sanders, «sono stufi e stanchi di sentir parlare dei dannati bagni dei liberal». Nello stesso importante articolo, Lilla individua nel «panico morale dell’identità razziale, di genere e sessuale che ha distorto il messaggio del liberalismo » la causa principale della sconfitta dei democratici. Egli ha, inoltre, indicato una «generazione di liberal e progressisti narcisisticamente inconsapevoli delle condizioni al di fuori dei loro gruppi», e più precisamente delle condizioni della classe bianca lavoratrice che ha votato in massa per Trump.
Naturalmente, per tutto ciò Lilla è stato ampiamente diffamato dalla polizia del pensiero che controlla la politica d’identità. Katherine Franke, collega della Columbia University, suggeriva che egli stesse facendo «l’efferato lavoro dietro le quinte di rendere rispettabile la supremazia bianca. Ancora una volta». Si tratta certamente di un’affermazione oltraggiosa, ma non così inusuale per i nostri tempi. Non è soltanto la destra alternativa a voler porre sotto silenzio le opinioni discordanti. Trump è una parodia, ma il solo fatto di denunciarlo senza comprenderlo non porta a nulla. Come evidenziato da Michael Wolff su Newsweek, dove i liberal vedono un attacco alla libertà di parola, i sostenitori di Trump vedono i media soffocare le «parole vere».
Le settimane trascorse dall’8 novembre hanno dimostrato come Trump disprezzi i suoi sostenitori. Lui vuole «prosciugare la palude» attraverso il nepotismo, vuole dare potere agli emarginati attraverso le coccole ai super ricchi e gettare l’etica dell’America laboriosa fuori dalla finestra di quell’appartamento rivestito d’oro in cima alla sua torre: è stata un’ostentazione rivoltante. Con il tempo crescerà il numero di americani che andrà ad affiancare Meryl Streep. La gente vedrà che è stata raggirata da un attore meschino e superficiale. Ma, per finirla con Trump, i liberal dovranno fare i conti con il fatto che hanno perso di vista il loro paese.
Traduzione di Assia Rosati © 2016 New York Times News Service
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